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Canne, la disfatta che si tramutò nella più grande vittoria di Roma


Il professor Gian Antonio Collaoni, presidente dell'Associazione Atene e Roma, introduce il professor Giovanni Brizzi, docente di storia militare antica.



testo e foto di Hermes Pittelli ©

 Canne, piana dell’Ofanto. Anno 216 avanti Cristo. Battaglia campale tra le legioni di Roma e l’esercito cartaginese comandato da Annibale, il più grande stratega militare dell’antichità, superiore anche ad Alessandro Magno.

Con accorgimenti magistrali, Annibale infligge ai nostri antenati, non solo una sconfitta, ma un’autentica, sanguinosa, tragica disfatta: sul terreno restano 50.000 caduti; trucidati nell’arco di un solo giorno. Tanti quanti furono i soldati americani uccisi durante gli anni della guerra in Vietnam (1964 – 1975), per capire le proporzioni.

Il professor Giovanni Brizzi, docente dell’università di Bologna con trascorsi alla Sorbona di Parigi, storico militare dell’antichità - “Perché la storia dell’antichità classica, di fatto, è una storia di conflitti, quasi senza soluzione di continuità; la guerra era consustanziale alla società, alla politica, perfino alla cultura” - , racconta e spiega nel suo più recente saggio, come solo una grande civiltà come quella romana, avrebbe potuto trasformare un annientamento, nei pilastri del futuro, grande impero, durato fino al 476 d.C.

Roma aveva poco in comune con le città stato di tradizione ellenistica; per le quali, chi giungeva da fuori, era un barbaro, una persona che balbettava, perché parlava poco e male il greco. Le milizie erano composte da mercenari; ma un esercito composto da mercenari si può rinnovare e diventa attrattivo, solo se vince con frequenza le battaglie”.

Differenze così marcate che lo stesso Annibale, nonostante fosse un genio militare, giunto in Italia imbevuto di cultura e studi greci, non percepì, trascurando le peculiarità dei suoi nemici.

Alle popolazioni del centro Italia, si presentò nei panni del liberatore dall’opprimente giogo di Roma, ma quelle genti lo ripagarono con sguardi tra l’incredulità e lo scherno.

Nell’antica Roma, il soldato dell’esercito è prima di tutto civis, cittadino a tutti gli effetti, si sente ed è parte integrante della Città eterna.

La battaglia di Canne dunque è un evento tragico che si incide nel dna di Roma, come e più della stessa sconfitta dell’Allia, quando la capitale fu addirittura invasa e conquistata.

Il metus, la paura si insinua nelle fibre della civiltà romana: un sentimento che attanaglia nel profondo l’animo dei Romani, spingendoli a incendiare tutte le flotte del Mediterraneo e inducendoli per mezzo secolo a non conquistare più nuovi territori.

Anche perché Annibale e il suo esercito restano a presidiare il territorio italiano, convincendo il Meridione e Capua (Gli ozii di Capua, ndr) a ribellarsi all’autorità e al dominio di Roma.

L’Italia tirrenica però resta fedele all’antico alleato e tutore; decenni di meticolose alleanze e cooptazioni tramite matrimoni combinati tra i rappresentanti della nobiltà romana e quelli delle famiglie più importanti del centro italico, resistono a ogni tentazione, a ogni blandizie. 

In Senato, seduti gli uni accanto agli altri, figurano Etruschi, Latini, Sabini, Volsci, Campani.

Roma decide di attuare il tumultus, richiamare i riservisti, arruolare ogni uomo disponibile (anche criminali e schiavi, ndr): in due anni ha perso 100.000 soldati, un terzo esatto dell’intera popolazione maschile. Un colpo quasi letale per una società basata sulla figura virile baricentro di ogni attività fondamentale.

Roma, disorientata dalla tattica di Annibale a Canne, il celeberrimo schieramento a mezza luna con i reparti più forti e meglio armati schierati sulle ali (per poi chiudersi a tenaglia sulle legioni che avanzavano compatte verso il centro), non si arrende. Il nemico cartaginese decide di non attaccarla direttamente, forse convinto che logorata da questa disfatta e dai timori, decida prima o poi per la resa totale.

Questo non accade, Roma opta per la regola di Fabio Massimo: piccole azioni di guerriglia, rapide incursioni per fiaccare la consistenza, ma anche il morale dell’esercito cartaginese; 

Roma non cede le armi (“combatte fino alla morte, piuttosto”), ma non accetta più di confrontarsi in battaglia campale contro Annibale (“un suicidio”), conscia della superiorità del condottiero africano, consapevole però che gli altri generali cartaginesi, non sono altrettanto sagaci e preparati.

L’imperatore Claudio sosteneva che il vero motivo della caduta degli antichi imperi precedenti, di Sparta e di Atene, andasse cercato “nella mancata integrazione degli alienigeni”, degli stranieri, di coloro non nativi sul sacro suolo della madre patria. Per questo, Roma è maestra di integrazione: concede ai popoli non romani di origine, libertà di culto e di lingua, non impone tributi vessatori, ma solo costanti e certi, di sicuro pretende obbedienza alla propria autorità; in caso contrario, “puoi trovarti il mattino successivo con le legioni che bussano vigorosamente alle tue porte o, in alternativa, a esibirti con i leoni in mezzo al Colosseo”.

Insomma, una sorta di imperio illuminato e per l’epoca tollerante.

Così, dopo la tragica disfatta di Canne, Roma, con pazienza, tetragona nel perseguire la propria etica arcaica e cavalleresca, rinasce dalle proprie ceneri e anche dai propri errori.

In pochi anni, ricostruisce l’esercito e riesce a mobilitare 28 nuove legioni.

Con umiltà, apprende da Annibale. Il cartaginese è una sorta di Ulisse africano.

Mens, mente, deriva dalla stessa radice etimologica di mentire e mendacio.

I Romani imparano dal grande nemico ad applicare l’astuzia alla strategia militare.

Alla fine, sarà proprio Annibale, nonostante la sua celebrata genialità strategica, a doversi rassegnare alla sconfitta, dopo la battaglia di Zama del 202 a. C. combattuta nei pressi di Cartagine (quella che valse al generale romano Scipione, l’appellativo onorifico di ‘l’Africano’, ndr).

Annibale lo Stratega, colui che aveva umiliato le legioni romane, non aveva compreso che Roma non era una potentissima, agguerrita città stato, come quelle studiate in gioventù, ma si trattava di un organismo più ampio e complesso, in grado di modificare se stesso e i propri consolidati meccanismi militari, restando però sempre fedele allo spirito fondativo originario

Pubblicato il 15/9/2017 alle 15.4 nella rubrica CulturaSpettacolo.

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