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Là fuori qualcosa è gravemente deteriorato

Bruno Arpaia con il suo nuovo romanzo lancia l’ultimatum (su base rigorosamente scientifica) alla Terra: risolviamo davvero il nodo ambientale o tra pochi decenni il pianeta sarà solo un’alternanza di sparuti lembi desertici e mari profondissimi, abitabile solo in Scandinavia... forse.


 

di Hermes Pittelli ©

 

 

 Mondo, 2050/60/70 (o giù di lì…).

Catastrofe climatica deflagrata.

Milioni di persone derelitte, trasformate in migranti climatici.

Senza cibo, senza acqua potabile.

Alla vana ricerca di lembi di terra ancora abitabili, in qualche modo.

Livello dei mari cresciuto di 10 metri, con acque sempre più acide.

La taumaturgica rete internet un lontano retaggio del passato, di quando eravamo ricchi e molto stupidi.

Venezia completamente sommersa dall’Adriatico. Napoli, quasi scomparsa, fagocitata dal suo magnifico golfo, dopo essere divenuta un camposanto pieno di morti causati dai conflitti tra i clan malavitosi, tra i fondamentalisti delle varie religioni, tra le semplici persone, disgraziati regrediti fino all’era dell’homo homini lupus per strapparsi reciprocamente un tozzo di pane avariato.

Amburgo, inghiottita dalle acque, perché come tutte le città fluviali, i corsi d’acqua invasivi e penetranti hanno compiuto l’opera distruttiva con forza e ferocia ancora più potenti.

Un romanzo catastrofista post litteram sulla scia di alcune produzioni hollywoodiane in voga qualche anno fa? Un romanzo distopico? Una climate fiction? Niente di tutto questo. Il nuovo romanzo di Bruno Arpaia suona il suo gong letterario sullo stato ambientale della Terra. Ricavato dai dati scientifici a disposizione di chiunque voglia trovarli e leggerli, sul grado di salute del nostro unico pianeta a disposizione. 

Non si tratta nemmeno di kabbala, di affibbiare la colpa alla 17° edizione di Pordenonelegge o al simbolico e magnifico gatto nero della manifestazione.

Quello di Arpaia è un estremo grido d’allarme, come quello di Munch, ma attraverso la letteratura, perché il racconto, nonostante certi attuali furori cibernetici, è la forma più antica ma ancora più efficace di trasmissione del sapere.

Viviamo immersi in un eterno presente autistico, in una bolla d’irrealtà nella quale crediamo che le ‘conquiste della civiltà’ siano per sempre, come esistesse un gigantesco e invisibile hard disk che le contiene tutte e le tutela all’infinito. Non è così, la regressione culturale, la perdita del sapere, la de culturalizzazione sono tragedie già accadute nella storia dell’umanità e sono fattori di rischio che preoccupano l’autore quanto, se non più, della crisi ambientale.

Un esempio illuminante: la culla della cultura, Alessandria d’Egitto. La più grande biblioteca del mondo pre cristiano. Non è ancora chiaro se sia stata distrutta (in modo accidentale?) durante l’assedio voluto da Giulio Cesare o sia deperita per i tagli finanziari decisi dai vari imperatori che nel corso del tempo persero interesse per la cultura. Certo, finì tre volte tre volte incenerita dalle fiamme, dell’ignoranza soprattutto, anche di quella dei fondamentalisti giudaico cristiani, quelli che obbedendo al vescovo Cirillo, inflissero il supplizio letale alla grande Ipazia.

Il risultato fu devastante: ad Alessandria sapevano già che la Terra è sferica, che gira intorno al Sole, che il cervello è l’organo più importante del corpo umano, che al di là delle colonne d’Ercole esistevano altre terre emerse (lo avevano dedotto studiando la ciclicità delle maree…).

Il (de) genere umano restò bloccato nelle tenebre per altri 1500 anni.

 

“Rifuggo dalle classificazioni letterarie e anche da certe mode un po’ ingenue tipiche dell’ambientalismo all’italiana. La manipolazione della Natura è necessaria, vivere in una natura incontaminata sarebbe impossibile: le melanzane non sarebbero commestibili se la mano dell’uomo non le avesse trasformate, incrociandole con altre piante. La febbre del bio? Magari per ottenere una coltura biologica, o presunta tale, si consumano più risorse e si inquina di più che non attraverso quelle tradizionali... Abbiamo smarrito il senso del limite e del tragico. Questo è drammatico. Negli ultimi 150 anni la quantità di CO2 nell’aria è aumentata in quantità esponenziale, mentre nei precedenti 50.000 anni era sempre rimasta costante. Difficile non attribuire la responsabilità alle attività antropiche. I primi 8 mesi di quest’anno hanno registrato la temperatura media più alta dal 1850 ad oggi, cioè da quando abbiamo cominciato ad annotare questi dati. La ‘questione climatica’ è così urgente che dovremmo pensare alle soluzioni possibili 24 ore su 24, nonostante sia chiaramente impossibile. Il corpo umano, quando supera la temperatura di 41 gradi centigradi, muore. La Terra è un organismo vivente, dovremmo trarre le nostre conclusioni, anche se questi cambiamenti sono stati e continuano ad essere così accelerati e repentini che nessuno scienziato al mondo dispone di modelli matematici di riferimento in grado di azzardare una previsione attendibile sul futuro.

Se non interveniamo è però certo che il livello dei mari, sempre più acidi e incapaci di assorbire anidride carbonica, si innalzerà da un minimo di 11 metri, fino ad un massimo di 80! Teniamo presente che già solo con 2 metri, Venezia finirebbe completamente sommersa (nuova Atlantide?).

Il ciclo dei Monsoni subirà, la sta già subendo, un’inversione irreversibile…”.

L’incipit dello scrittore e giornalista partenopeo, grande appassionato, esperto e traduttore di letteratura spagnola, è sconvolgente. Difficile però contestare o smentire la sostanza del suo discorso.

“I governi del mondo, gli organismi internazionali sembra applichino tutti la teoria dei giochi, quella che prevede singoli interventi decisivi e onerosi per i singoli stati, i quali poi calcolando che il beneficio non sarà immediatamente riscontrabile e soprattutto si spalmerà anche sulle altre regioni, decidono che tutto sommato, tenendo a mente le proprie risorse finanziarie, è meglio non intervenire.

Per questo non credo nell’economia e nelle teorie economiche: sono artifici con pretese di scientificità; basta aprire un manuale a caso e sono gli stessi economisti nella premessa a confessare che le risorse sono limitate e scarse. Dunque?”.

Arpaia, ecumenico e in perfetta forma dialettica, non risparmia niente e nessuno. Meno male.

“Ho voluto che il protagonista del romanzo fosse un neuroscienziato, perché proprio quella branca scientifica ha provato che la realtà esterna non esiste o almeno non esiste come la percepiamo noi.

Il nostro cervello crea una narrazione comprensibile per la limitata macchina umana, non registra la realtà com’è davvero. La tanto celebrata Natura è per noi un mistero. La fisica, la scienza che dovrebbe spiegarcela, al momento è riuscita a decifrarla al 4%, il restante 96% è materia oscura: sappiamo con certezza che l’Universo si espande sempre più e a velocità crescente, ma della Natura, senza tema di smentita, non sappiamo un …! Interessante poi scoprire che contrariamente alla vulgata, il nostro cervello durante il giorno non pensa soprattutto al sesso, cioè alla funzione che garantirebbe la continuità della specie, ma alla narrazione, al raccontare storie; questo dimostra che l’Evoluzione non spreca tempo…”.

 All’Auditorium dell’Istituto Vendramini di Pordenone, mentre fuori imperversa uno dei famigerati monsoni anomali, resta il tempo per un’ultima stoccata di classe, degna del Cyrano (di Rostand, di Guccini o di entrambi, a vostro gradimento).

“Ai politici ignoranti di oggi, vorrei dire che tutti siamo discendenti dei sapiens sapiens partiti dall’Eritrea 45.000 anni fa e giunti in Europa dove abitavano i neanderthal. I neanderthal erano più forti fisicamente e avevano un cervello più grande, eppure si sono estinti. Il vantaggio dei sapiens? Essere migranti, capaci di muoversi, adattarsi, mischiarsi… Ai vari populisti, demagoghi, razzisti dico che quelli erano veramente ‘negri’ e voi siete loro parenti. Se i neanderthal avessero eretto muri o barriere non sareste qui adesso ad ammorbarci con le vostre stupidaggini”.  

 

Esaurita, ma solo per questa domenica la verve polemica, accogliamo il pressante invito di Arpaia:

prima che qualcosa là fuori, forse qualcosa generato dissennatamente da noi stessi, ci distrugga in modo totale e definitivo.

Livio, il neuroscienziato protagonista di questa storia, paga un prezzo alto agli errori dei governi e di ogni singolo uomo del globo, ma durante l’esodo verso la Scandinavia, ultima terra promessa (?), nonostante la stanchezza, la malattia, le privazioni si ostina ad amare il prossimo e a tentare di impartire qualche conoscenza ai giovani, qualche briciola di cultura.

Per tentare di salvare il pianeta, servirebbero immediate misure draconiane, molto impopolari e poco remunerative dal punto di vista elettorale.

Esistono veri politici, capaci di avere una visione del bene comune da qui al prossimo mezzo secolo e non concentrati “sulle prossime amministrative di Sacile, giusto per fare un esempio?”.

Anche il limite di contenimento della CO2 con riduzione delle relative emissioni in modo che la temperatura globale non aumenti ancora di altri 2 gradi centigradi è solo una foglia di fico, una convenzione senza base scientifica, l’ennesima pietosa bugia, inadatta a garantire che la pessima china ambientale intrapresa sia irreversibile.

 

Non abbiamo più a disposizione lo sciocco rito apotropaico dello struzzo o del bipede un tempo denominato uomo, ‘a mia insaputa’.

Perché l’unica memoria che resta, nonostante i limiti, nonostante la creatività mnemonica, è quella umana.

Un ultimo, impolverato brandello di ottimismo, prima che l’Universo chiuda per sempre il sipario sul pianeta Terra?

Pubblicato il 18/9/2016 alle 15.32 nella rubrica CulturaSpettacolo.

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