Blog: http://pensierosuperficiale.ilcannocchiale.it

Neoimperialisti tremate, le Tigri di Mompracem sono tornate

In un’epoca buia a tutte le latitudini del pianeta, Ignacio Paco Taibo II, con un espediente letterario, restituisce a nuova vita Sandokan, Yanez e i pirati della Malesia. Pronti a regalare all’umanità afflitta del III millennio “l’isola degli uomini liberi in un oceano di padroni e schiavi”.




di Hermes Pittelli ©


 Zapata, Pancho Villa, Che Guevara, Sandokan.
Chi è l’intruso? Per Paco Ignacio Taibo II scrittore, storico, intellettuale nato in Spagna, ma residente in Messico la riposta è: nessuno.
Sono tutti personaggi eroici, ciascuno a modo proprio, nella propria epoca e nella propria realtà.

Nel centenario della nascita di Emilio Salgari, Taibo, ammiratore e divoratore dei romanzi dell’incompreso autore veronese, richiama in servizio le Tigri della Malesia e le scatena in una nuova, sorprendente e avvincente avventura.
Concedendosi qualche licenza (gli incontri con Engels, Kipling, il professor Moriarty e soprattutto un linguaggio che il creatore di Sandokan, scrivendo per i ragazzi, non poteva utilizzare), ma conservando filologicamente e ontologicamente l’identità più autentica degli eroi salgariani.

Robin Hood, il Corsaro Nero, Sandokan, Capitan Tempesta: chi da bambino ammirava e trepidava per le imprese di questi eroi, da adulto ha molte probabilità di essere un antimperialista convinto. Taibo che si autodefinisce “ottimista patologico” appartiene a questa categoria: “Vivo in Messico, ma sono nato in Spagna all’epoca del franchismo. Anche se bambino, percepivo confusamente un’atmosfera cupa e censurata. Le persone parlavano a voce bassa e di certi argomenti proprio non parlavano. Forse per questo sono diventato un ammiratore degli eroi di Salgari. Il mio antimperialismo è nato così. Sono un antimperialista salgariano, non leninista. Lenin è troppo noioso”.

Taibo si è scelto i suoi eroi per dire no ad una realtà censurata.
Io voglio vivere nel territorio della libertà. Quale simbolo di libertà è più abbagliante di un principe malese che ha per amico fraterno un rinnegato portoghese con cui si batte contro l’imperialismo britannico?”.

Non può mancare una considerazione sull’Italia, paese che Taibo conosce bene, frequenta spesso e ama profondamente: “L’Italia contemporanea somiglia ad una pessima telenovela venezuelana, recitata da attori vecchiotti e male in arnese”.
Un disastro senza speranza, quindi. Taibo dice di no: “Da ottimista patologico, vi dico di pazientare. Passerà. Il vantaggio di essere un ottimista patologico è che si soffre, eventualmente, solo alla fine, mentre chi non lo è soffre prima, durante e dopo”.
Taibo distilla
un rilievo salace anche sulla xenofobia e sul razzismo che hanno infettato l’ex Bel Paese, un tempo paese accogliente e tollerante: “Quando sono ospite dei miei amici dell’Italia settentrionale e voglio fare battute sovversive, rammento loro di essere un ammiratore di Capitan Tempesta: donna veneziana che si fa passare per uomo, sposata con un turco e con un assistente albanese!”.

Taibo rivendica con orgoglio il suo curriculum di adepto salgariano : “Ho letto 63 romanzi di Salgari, il comandante Che Guevara si è fermato a 62!”.

Spiega anche di aver voluto specificare meglio il contesto storico e connotato in modo più accurato la psicologia dei personaggi, elementi che in Salgari erano solo accennati; anche perché “lui scriveva di fretta e molte volte riempiva di lunghi dialoghi inutili le pagine, visto che all’epoca lo pagavano a pagina!”.
Afferma senza reticenze che gli piace il mondo avventuroso salgariano perché detesta la letteratura prevedibile: “Se dopo le prime 30 pagine di un romanzo capisco già come va a finire, lo getto dalla finestra”. La letteratura per Taibo “è un duello intellettuale tra autore e lettore, un duello di intelligenza che voglio vincere in modo onesto, non con i trucchetti che utilizza per esempio Agatha Christie”.

Chi crea un eroe letterario, in fondo è quell’eroe. Come diceva Gianluigi Bonelli (certo ispirandosi con molta autoironia a Flaubert/Bovary) papà del ranger più famoso del West (difensore dei diritti degli Indiani contro gli intrighi dei politicanti e la sedicente civiltà del progresso dei colonizzatori): “Tex Willer sono io”.
Dunque, questo redivivo Sandokan che pagina dopo pagina si mostra sempre più brillante e ironico (quasi per rendere la pariglia all’incorreggibile Yanez) assomiglia a Ignacio Paco Taibo II. Emilio Salgari non si offenderà per questo.
Sottovalutato in patria da vivo e da trapassato, anche per incauti accostamenti a Giulio Verne (“Salgari è infinitamente superiore a Verne”, sostiene convinto Taibo), il povero giornalista veronese sorriderebbe orgoglioso se sapesse che in America Latina è un autore venerato da generazioni di lettori adoranti (tra cui lo stesso comandante Che Guevara, come già rammentato). Giusto tributo ad un antimperialista, forse inconsapevole, che disprezzava gli effetti schiavistici di quello che oggi i manager rampanti chiamano ‘libero mercato’ e che, sorta di luddista, lo rendeva scettico sui prodigi delle macchine, intuendo che l’uomo avrebbe seppellito le proprie vere virtù sotto il feticcio falso e perverso del progresso tecnologico.

La Tigre della Malesia del III millennio è l’espediente letterario che ci consente di affrontare un’epoca buia e oscurantista. Non solo in Italia, ma a tutte le latitudini, i cittadini soffrono a causa della mala politica, della mala finanza, della mala industria, espressioni dei neoimperialisti che vorrebbero disporre del pianeta e delle relative risorse come di un giocattolo personale e privatissimo.
In questo momento oscuro per la storia dell’umanità, l’ottimista patologico Taibo II ha una sola ricetta, convinto che prima o poi le tenebre saranno squarciate: scrivere romanzi d’avventura con eroi capaci di combattere e sconfiggere le forze del male; perché “questi poveri imperi governati da imbecilli, non possono uccidere un mito”.
Il feuilletton post moderno come rito apotropaico, come estrema forma di resistenza culturale e intellettuale contro le brutture del mondo contemporaneo.

A noi non resta che leggere con immutato entusiasmo queste avventure.
Forse le immortali Tigri della Malesia ci trasmetteranno per osmosi (dalla pagina scritta ai nostri cuori) il coraggio di batterci contro i nuovi imperialismi, accelerando l’approdo ad una Mompracem di concordia e giustizia per l’intera umanità.

Pubblicato il 27/1/2011 alle 11.24 nella rubrica CulturaSpettacolo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web