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Urla (di protesta) nel silenzio (di politica e informazione)

Quando il 'potere' ha paura dei cittadini in carne e ossa e dei loro problemi.
La pacifica manifestazione di 5.000 terremotati aquilani diventa l'ennesima giornata di vergogna per le istituzioni della II, decadente Repubblica






di Hermes Pittelli ©



 Grida di dolore. E rabbia.
Ma con dignità e tanta civiltà.
L’Aquila invade Roma. La potente Capitale, la sede dei poteri forti e occulti, quelli che decidono a tavolino la sorte di un popolo.
Ma i 5.000 aquilani ‘TerremoTosti’ giunti fino a qui con 45 pullman e molti mezzi privati costringono la Città Eterna e le sue caste a fare i conti con la realtà.
A fare i conti con la coscienza. E non bastano le ingiustificabili manganellate di uomini in tenuta anti sommossa, male informati e peggio diretti, ad arginare la voglia di riscatto di una gens ormai satura di vane promesse e fatui spot televisivi.

Eccoli i pericolosi terroristi, gli abruzzesi ‘forti e gentili sì, fessi no’, quelli che si organizzano in corteo autorizzato dalla questura per esprimere la propria frustrazione davanti ai palazzi del ‘potere’.
Più che un manipolo di rivoltosi o sfaccendati (come da descrizione di certe caricature di tg e caricature di rappresentanti delle istituzioni) sembrano la tribù fiera e irriducibile dei Galli creati da Goscinny e Uderzo, tribù che non vuole sottomettersi alle trame e agli interessi criminali di Roma.
Una sensazione confortata dal cartello che compare in testa al corteo, ‘Ecco le nostre armi’, raffigurante un fiasco di vino rosso e una allegra forma di cacio.

Qualcuno annidato nelle famigerate stanze dei bottoni forse sperava in un nuovo G8 di genovese memoria?
Come spiegare altrimenti quei mezzi blindati, parcheggiati di traverso per sbarrare l’accesso a via del Corso?
Come spiegare l’autorizzazione contemporanea a due diverse manifestazioni alla stessa ora, nello stesso luogo (anche i disabili italiani stanno in questi giorni ringraziando l’esecutivo del fare)?
Come spiegare la volontà di lasciare per 4 ore sotto il sole cocente di luglio 5.000 persone esasperate a respirare lo smog di polveri ultra fini e nano polveri della Città Eterna (finché dura)?
Come spiegare la scelta di accogliere gli aquilani con cordoni di agenti di Polizia, Carabinieri e Fiamme Gialle in tenuta anti sommossa, con scudi e manganelli sguainati?
Mancava solo Robocop per respingere le donne, i giovani, gli anziani giunti dall’Aquila a far scoccare il redde rationem per l’esecutivo degli annunci roboanti senza fatti concreti (tranne i business delle cricche che ridono sulla tragedia dei terremotati).

Il sangue dei due ragazzi manganellati, colpevoli di sopravvivere in un camper da più di un anno, resterà indelebile come un marchio scarlatto apposto sul quadrilatero capitolino delle stanze dei bottoni, sorta di memorandum delle infamie.

Cosa salvare in mezzo ad un oceano di vergogna, nell’ennesima buia giornata di una II Repubblica figlia degenere della I? La solidarietà della maggior parte dei ragazzi in divisa, che ha compreso le ragioni degli aquilani e mostrato imbarazzo per gli ordini ricevuti ‘dall’alto’.
La pia azione dei volontari della Protezione civile che si sono preoccupati di distribuire migliaia di bottigliette di acqua minerale, mentre i grandi capi restavano rintanati per non essere costretti a guardare negli occhi queste persone.

Cosa dire di figurine minori e trasparenti, come la sagoma di cartone che occupa la poltrona della Farnesina e le cui gesta più mirabili compaiono solo tra le pagine di qualche settimanale di pettegolezzi per parrucchiere? Un tizio che si permette di dire “Ho udito solo qualche fischietto. Non ho rispetto per coloro che si sono intrufolati nel corteo e hanno attaccato la polizia”.
Nella lunga, affollata, colorata, composta colonna di aquilani non c’erano infiltrati (coda di paglia da G8 genovese?), non c’erano rappresentanti dell’area antagonista dei centri sociali (forse la tragedia del terremoto è poco mediatica anche per costoro) e nessuno ha attaccato la Polizia.

E gli ‘intrufolati’ sono coloro che occupano abusivamente le istituzioni in questo Paese; dovrebbero inginocchiarsi sui sanpietrini ardenti a mezzogiorno e chiedere perdono agli abruzzesi.
Il governatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, invece di ripetere a pappagallo le veline che gli giungono da Palazzo Chigi dovrebbe preoccuparsi di salvare la regione dalla petrolizzazione, dagli inceneritori, dal nucleare.
Avrebbe dovuto essere qui per accompagnare i suoi concittadini e difendere le loro richieste.

In un altro paese, il capo del governo e i suoi ministri sarebbero scesi in piazza per incontrare le persone, i cittadini, ascoltare le loro istanze; confrontarsi, anche con idee diverse, anche in modo vibrante.
E’ troppo facile organizzare passerelle trionfali al cospetto di platee selezionate e già schierate dalla propria parte.

E’ triste l’immagine di un gruppuscolo che si auto innalza ad elite, al di sopra delle leggi e della realtà, blindato in saloni sontuosi ad ingozzarsi a quattro palmenti, mentre migliaia di connazionali da 15 mesi sono condannati all’agonia di un eterno presente, nell’incertezza e nell’emergenza, con un orizzonte di detriti che non contempla futuro.
E’ triste l’immagine di una casta al crepuscolo - che dovrebbe essere classe dirigente al servizio dei cittadini - capace solo di opporre un imbarazzante silenzio, appaltando una cortina fumogena di colossali bugie ai mercenari della disinformazione per evitare di occuparsi dei problemi della gente.
E’ triste l’immagine di una corporazione di non viventi (defunti che si illudono di essere ancora al mondo) così terrorizzata dai cittadini in carne e ossa da costringere le forze dell’ordine a malmenare coloro che dovrebbero essere protetti.

Sarebbe stato bello vedere il presunto grande comunicatore uscire da palazzo Grazioli (palazzo D’Addario, come è stato ribattezzato da alcuni ragazzi dell’Arma che preferiscono serbare l’anonimato), come ha fatto in tante occasioni con la sicurezza di una folla plaudente, per andare incontro agli Aquilani;
e per una volta, invece di ergersi a divus, ascoltare.

Ma per compiere un gesto così coraggioso, bisognerebbe prima essere uomini.
Veri.

Pubblicato il 8/7/2010 alle 12.57 nella rubrica Società&Politica.

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