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L’orecchino di Maradona nel paese degli illustri delinquenti




di Hermes Pittelli ©


Maradona è stato senza dubbio un fuoriclasse del pallone, ma si è segnalato anche per altre imprese straordinarie; in ambito extracalcistico.
Nel paese dei furbi e dei mariuoli, si è integrato così bene che nel periodo di militanza partenopea ha accumulato un debito con l’erario italiano superiore a 30 milioni di euro.
Nel settembre del 2009 gli ispettori della Guardia di Finanza e i funzionari dell’agenzia Equitalia hanno sequestrato a Merano uno dei celebri orecchini tempestati di diamanti dell’ex Pibe de Oro e lo hanno posto all’incanto. L’oggetto è finito nelle mani di una signora (che ha preferito mantenere l’anonimato) lieta di sborsare 25.000 euro per aggiudicarsi il prezioso feticcio.
Venticinquemila euro, una goccia nel mare rispetto a quanto Maradona, con abile dribbling mancino, ha sottratto al fisco tricolore.

Ma l’aspetto più sconcertante della vicenda riguarda l’atteggiamento di Equitalia, la spa a totale capitale pubblico (51% Agenzia delle Entrate, 49% Inps) che si propone di realizzare “una maggiore equità fiscale”; presente in tutte le regioni, tranne la Sicilia.
Ci si potrebbe già chiedere perché “maggiore” e non, semplicemente, “l’equità fiscale” punto.
Per capire l’entità del fenomeno 'evasione', nel 2008 l’imponibile evaso ammonta alla cifra di circa 311 miliardi di euro: 125,8 miliardi depredati dalle casse dello Stato, fondi che servirebbero a garantirci servizi essenziali quali la sanità, l’istruzione, le pensioni.

Comunque, il direttore generale Marco Cuccagna si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per gettare visibilità mediatica sull’evento. Come se riscuotere i giusti tributi dovuti allo Stato o stanare gli evasori facesse parte  dell’unreality horror show permanente in cui tutti i cittadini italiani vivono da 20 anni a questa parte.
Risultano allarmanti soprattutto le parole del dirigente Equitalia: “A prescindere dal caso Maradona, l’attività dell’agenzia prosegue incessantemente nei confronti di tutti gli evasori, illustri o meno che siano”.

Abbiamo quindi scoperto che esiste la categoria sociale degli ‘evasori illustri’, riconosciuta ufficialmente dall’agenzia statale che si occupa di intascare le tasse pagate dai cittadini onesti.
Un lapsus verbale rivelatore di una forma mentis e di una corruzione morale che sta devastando quello che resta di questo paese.
Come direbbe Scajola, sarò all’antica, ma un evasore, peggio se benestante quando non plutocrate, è solo un delinquente.
L’aggettivo illustre è appannaggio esclusivo di persone di cristallina e non negoziabile moralità.
Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Rita Levi Montalcini, giusto per fare dei nomi.
In italia invece cerchiamo da troppo tempo questa commistione tra sacro e profano, come se immergere nello stesso calderone primordiale gli onesti e i disonesti servisse da lavacro morale (anzi, amorale) per cancellare i peccati dei birboni; peggio, per collocare i primi e i secondi sul medesimo piano sociale. Ma se tutti rubano o uccidono e io mi adeguo, non sono innocente, né le mie azioni possono finire nella centrifuga che regala l’amnistia e il condono universali.

Da noi qualcuno continua a rivendicare tagli d’imposte immaginari, mentre per ridurre l’iniqua pressione fiscale su chi le tasse le paga davvero basterebbe non varare scudi fiscali per i ‘grandi e illustri evasori’ (quelli che hanno i conti blindati nei paradisi fiscali), o per le varie potentissime mafie (sempre nel 2008, l’economia del crimine organizzato ha fatturato 120 miliardi di euro, con un ammanco di entrate fiscali pari a 40 miliardi); magari eliminare – quelle sì autentiche gabelle truffaldine – le bollette energetiche gonfiate con gli incentivi Cip 6 per le fonti rinnovabili e/o assimilabili (fonti alternative che non esistono in Europa, ma solo in Italia).

L’ex Belpaese detiene, tra i tanti, un primato negativo: è primo in Europa per evasione fiscale. Del resto, alla faccia di J.F. Kennedy, non siamo tutti berlinesi.
Già, perché i tedeschi, a differenza degli altri cittadini continentali (sugli italiani poi meglio stendere una pietosa coltre di silenzio) le tasse le pagano e anche salate: nel 2008, 605 miliardi, e con l’Iva che ha raggiunto quasi i 180 miliardi di euro.
E alle ventilate ipotesi di taglio delle aliquote avanzate da Angela Merkel, hanno risposto: “No, grazie”.
Mica perché i teutonici siano fessi, solo hanno fatto quattro conti e si sono accorti che l’equilibrio delle finanze nazionali non consente questi espedienti propagandistici.

L’Italia invece resta il (al) palo della cuccagna dei furbi che trascinano il resto del paese in rovina. In fondo, ci siamo già passati nel 1992.
Ma lo abbiamo dimenticato.
Infatti stiamo beatificando corrotti, corruttori e illustri evasori.


FONTI:
La Repubblica, NuovoFiscoOggi, EquitaliaSpa

Pubblicato il 7/2/2010 alle 17.23 nella rubrica Diritti.

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