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La piccola Udinese oscura le presunte ‘Grandi’

di Hermes Pittelli ©

 Che pacchia! Che beffa! Una piccola squadra di provincia ‘salva’ l’onore calcistico del Paese che un tempo si credeva all’avanguardia, almeno nel calcio. I ceffoni ricevuti da Inter, Juve e Roma per mano – anzi, per piede - di formazioni della perfida e tracotante Albione, raccontano un’altra verità. E perfino qualche giornalista italiano ha dovuto prenderne atto.

Altri, invece, continuano imperterriti a fare orecchie da mercante, nel senso che restano saldamente ancorati alle regole del marketing piuttosto che a quelle auree del giornalismo: la notizia del giorno non è l’ennesima rifondazione interista, ma il fatto che la bistrattata Udine sia la capitale calcistica italiana in Europa. Stranamente, però, per un certo foglio rosa il titolone d’apertura è riservato appunto alla nuova lista della spesa compilata da Mou il grillo parlante nerazzurro al suo ‘ingenuo’ presidente.

L’estremo confine nordorientale tricolore assurge al ruolo di avamposto e ultimo bastione di un movimento sportivo che ancora una volta riflette la realtà del Paese che rappresenta: arcaico, obsoleto, felice di sguazzare nei propri luoghi comuni, incapace di un vero colpo d’ala per spiccare il balzo nella modernità, autoreferenziale, pressapochista, superstizioso e tronfio di antichi fasti.

Piccola premessa essenziale: mi autodenuncio, sono friulano. Ma questo non inficia di una virgola il discorso.

I media, controvoglia, sono costretti a menzionare Udine e l’Udinese; sono costretti ad ammettere il fallimento dei presunti grandi club che fanno cassetta e a riconoscere l’abilità e la competenza dei dirigenti di una lillipuziana società di provincia.
Udine, cittadina di 90.000 abitanti, più o meno, quella che assomiglia all’isola di Peter Pan, ovvero non c’è, nel senso che molti italiani non sanno dove sia (a meno che non abbiano fatto la naja in Friuli); quella che per ottenere dignità e collocazione geografica è costretta a spiegare che la si può scorgere sulle cartine tra Venezia e la Slovenia; quella che resta per i friulani nel mondo la capitale della piccola patria; quella che per i grandi e preparati giornalisti nazionali è solo uno sperduto villaggio nel Fr-ì-uli (Frìuli, con accento sulla prima ‘i’; diplomati a RadioElettra???); quella che ha potuto ammirare il leggendario Zico, ma dai potenti media sportivi nazionali viene etichettata ancora oggi ‘razzista e antisemita’ per una sciocca faccenda risalente al 1990 e legata al mancato tesseramento di un carneade del pallone, Ronny Rosenthal, attaccante israeliano poi finito al Liverpool (antisemitismo condensato in una stupida frase di uno stupido quattordicenne su un muro della Curva Nord), mentre in casacca bianconerà approdò Abel Balbo.

Ebbene, l’Udinese della friulanissima famiglia Pozzo e dell’allenatore siculo atipico Marino Pasquale da Marsala, si ritrova sotto i riflettori calcistici continentali: nell’andata degli ottavi di finale di Coppa Uefa si è concessa il lusso di strapazzare la corazzata sovietica Zenit San Pietroburgo, detentrice del trofeo. Tutto questo mentre la blasonate Inter, Juve e Roma si sono lasciate irretire e estromettere dalla Champions dalle ‘tre comari’ britanniche Manchester Utd, Chelsea e Arsenal.

Sotto le arcate dello stadio Friuli, c’è una dirigenza matura che sa ammettere i propri errori e ha il coraggio di non esonerare un tecnico che, dopo i fasti delle prime 9 giornate di campionato, nelle successive 11 raccoglie solo tre punti, senza lo straccio di una vittoria; ed oggi però gode i frutti della buona semina.

A Milano c’è un presidente ricco (ma sarebbe interessante scoprire da dove arrivano realmente tutti i miliardi che il rampollo Moratti utilizza per rimpinguare la collezione di figurine della sua squadra) ma volubile: è divorato da una febbre quasi fisica che in panchina non sieda solo un uomo che, al limite, capisca di calcio, ma sia anche glamorous. Quindi Simoni e Cuper non fanno per lui, non hanno né la fisiognomica né l’eloquio dei personaggi da copertina patinata. Ecco la passione insana per Roberto Mancini, concupito quando ancora era un calciatore. Mancini con il suo ciuffo ribelle alla Sgarbi è elegante e addirittura vincente (anche se i campionati in Italia sono come le situazioni, gravi ma per fortuna non seri), ma a Moratti junior non basta. Brama ardentemente la Coppa argentata dalle grandi orecchie. Ciao Mancini, sei bravo, ma troppo provinciale, non hai carisma internazionale.

Finalmente, ecce Homo, l’uomo per Lui, lo specialone, l’Uomo da 14 milioni di euro (all’anno) e senza nemmeno essere un telefilm americano di successo degli anni ’80.

Ah, Mourinho sì è un allenatore filosofo, un autentico mago che conosce a memoria vita morte miracoli caratteristiche e statistiche di ogni calciatore e di ogni campionato del pianeta, da quello di Subbuteo della provincia di Pordenone fino alla petroleosa lega degli Emirati Arabi. Impossibile fallire, Mou ha la vittoria scritta nel dna. Peccato rimanga ben custodita nella sua doppia elica. L’anziano e saggio Ferguson lo ha imprigionato in un sacco ruvido come il celebre gatto degli improbabili proverbi trapattoniani.

L’Inter special è scialba, 10 uomini dietro la linea della palla e in attacco solo Ibrahimovic in attesa di un passaggio decente da trasformare in magia; quando va sotto, di solito la variante di José consiste nel creare caos disorganizzato inserendo punte centrali a profusione, ma senza qualcuno a centrocampo che sia in grado di offrire sapienza calcistica e una parvenza di manovra ragionata.

Così l’uomo da ‘zeru tituli’ (riferito a Milan, Juve e Roma in una conferenza stampa da storia del cabaret) rischia di restare lui ‘senza tituli’ e se dovesse accadere ad un ambiente che non ha mai davvero superato il trauma del 5 maggio, sai che pernacchie speciali per lui e per chi l’ha ingaggiato spacciandolo per l’erede di Herrera.

Considerazioni su Juve e Roma le rimandiamo ad altro momento; con organici risicati nella qualità ed evidenti errori di preparazione fisica (a proposito, ma il calcio italiano non era superiore anche in questo? Come mai le nostre formazioni a febbraio sono già spompate, mentre quelle inglesi o spagnole che giocano il triplo corrono che sembran lepri?) non potevano fare di più e meglio di così. Sconfortante.

Cosa rimane, dunque, della campagna calcistica europea 2008/09?
Solo l’Udinese, appunto. Magari tra una settimana incapperà in una delle sue solite serate di amnesia e mancanza di personalità, magari sarà poi comunque eliminata ai quarti di finale; ma che meraviglia impartire ex cathedra lezioni di pallone ai paperoni podofili italiani, anche solo per un giorno.

E se dovesse andar male, niente psicodrammi, niente roghi o inchieste parlamentari invocate a gran voce da politicanti a caccia di pubblicità: la gente come noi non molla il taj (documentatevi, fatevi un giro culturale ed enograstronomico in Friuli!). Tutti all’osteria a mangiare polenta e frico, irrorati generosamente da nettare di Bacco, rigorosamente ‘neri’.

Mandi fruz!

Pubblicato il 13/3/2009 alle 11.58 nella rubrica Divagazioni sportive.

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