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La fiamma di Olimpia soffocata da ipocrisia e marketing




di Hermes Pittelli

 La sacra fiamma in realtà è spenta. Quel simulacro che è partito ed è stato celebrato ad Olimpia alle 11.20 di lunedì 24 marzo 2008 non ha senso; è sbiadito; peggio è un ologramma, il fantasma dannato di quello che vorrebbe rappresentare.

La fiamma di Olimpia nell’antichità classica aveva il potere di far cessare ogni ostilità, anche la più insanabile e cruenta. Le olimpiadi assurgevano ad evento sportivo di coinvolgimento e aggregazione all’insegna del rispetto reciproco e della lealtà, principi (oggi solo il termine fa sghignazzare e per molti è addirittura preda dell’oblio) assoluti e indiscutibili, così elevati da prevalere perfino sulla “ragion di Stato”.

Lo stesso barone De Coubertin coltivò la sua folle idea di “resuscitare” le Olimpiadi per ripristinare l’antico spirito della competizione atletica e riportare la concordia tra i popoli partecipanti, almeno nell’arco di tempo delle gare.

Tutto finito, tutto finto, oggi. Le nazioni che parteciperanno a Pechino 2008 sono vittime e complici del grande inganno dell’Impero del Dragone. Un illuminante articolo di Dacia Maraini pubblicato sul Corriere della Sera odierno spiega in modo chiaro il meccanismo che da millenni consente ad un Paese potente ed ingordo di spargere calunnie sul conto di un Paese più piccolo ed indifeso per annetterlo con la violenza e la sopraffazione più sordide e disumane. Il gioco è facile eppure, malgrado ogni volta si ripeta identico sotto gli occhi di tutti, la gran parte dei governi, dell’opinione pubblica mondiale meno avveduta ed informata (in Cina l’Informazione non rientra nemmeno nella categoria delle Utopie) si schiera con l’aggressore e ne riconosce le “ragioni”.

Dice Maraini: è accaduto per il conflitto Usa contro l’Iraq, è accaduto con il nazismo in Europa. Sì, senza ombra di dubbio. Eppure ora è il viscido Tibet a minacciare il gigante cinese, con la sua sola esistenza; già solo questo pensiero – senza scomodare l’opinione del Dalai Lama (pilatescamente “scaricato” dai nostri brillanti e incorruttibili politici senza macchia e senza paura) – può essere tacciato di genocidio in potenza.

Le Olimpiadi in salsa cinese, con la benedizione ipocrita del Cio (comitato olimpico internazionale), sono lo strumento con cui Pechino vuole dimostrare al pianeta la propria potenza; è il tentativo di indossare la maschera per presentarsi al cospetto del consesso mondiale con l’abito buono e chiccoso. I Paesi che intendono partecipare comunque alla sciagurata rassegna sportiva sotto la bandiera a cinque cerchi si giustificano balbettando che il boicottaggio è sciocco ed è uno strumento privo di efficacia, visto che non può aiutare in alcun modo il martoriato e oppresso popolo tibetano. Ottimo ragionamento: vedo commettere un omicidio, non posso intervenire per evitarlo, ma non vado a denunciare chi l‘ha commesso perché tanto non posso riportare in vita la malcapitata vittima.

Sarebbe più coerente e dignitoso ammettere che chi va a queste Olimpiadi lo fa per mero calcolo politico quindi economico. La Cina è il nuovo padrone dell’Economia globalizzata e in epoca di recessione senza confini quasi nessuno ha voglia di indispettire chi detterà legge a lungo sulle barricate dei mercati mondiali. La spiegazione, triste e allarmante, è tutta qui.

I diritti umani inalienabili ad ogni latitudine, la libertà e la democrazia valgono meno di una buona commessa commerciale spillata alla Cina.

Provo vergogna anche per coloro che non la provano e che preferiscono voltarsi dall’altra parte pur di continuare a perseguire i propri sporchi interessi. In Cina, la borghesia e la popolazione, opportunamente fomentate dalla compiacente stampa di regime spingono per una reazione ancora più dura alle aspirazioni di indipendenza del Tibet, considerato un covo di irriconoscenti sudditi visto che l’ala protettrice della Madre Patria permette loro di ostentare un tasso di crescita addirittura superiore al proprio. Giusto, in fondo la felicità si misura con la pietra angolare della disponibilità economica, la libertà gli stessi cuore cervello e anima sono barattabili per ottenere in cambio un Pil da primato.

Mai sentito parlare di decrescita felice e di mercato basato su principi di sostenibilità, democrazia, equità, umanità? Informatevi, cercate anche in mezzo al marasma del Web.

Forse dovremmo cominciare ad adottare il modello di vita del buddhismo del Bhutan dove la misura del benessere della popolazione è rappresentata non dal diabolico Pil ma dalla Felicità Interna Lorda, metro meno materialistico per misurare il successo e la qualità dell’esistenza delle persone. Uhhhh, che concetti scandalosi e rivoluzionari…

Infine, dopo aver bacchettato governanti mondiali e locali, una notazione sui nostri altrettanto impavidi sportivi: si mantengono sul vago, firmano documenti con i quali si impegnano a non mettere in imbarazzo l’ospite cinese accennando anche solo vagamente ai diritti umani, preferiscono affermare la loro identità (e conseguenti grandi responsabilità) di sportivi.

Come spesso accade (colpa della senilità incombente?) mi sorge un dubbio: ma un atleta, prima di tutto non dovrebbe essere una persona dotata di intelligenza e coscienza, un animale sociale e civile, un cittadino non solo della nazione di origine ma del mondo senza confini del terzo millennio?

Buone Olimpiadi cinesi a quanti sono in grado di fagocitare la propria dimensione umana in cambio di qualche buona stock option, di qualche affaruccio remunerativo.

Il fatto che non si possa nemmeno contestare, nemmeno esprimere sdegno e dissenso, qui, nella Vecchia esausta Europa, patria della democrazia (in Grecia arrestati tre giornalisti che contestavano la bandiera olimpica…) non mi culla con considerazioni ottimistiche su quanto ci riserva il domani; a meno che un’improvvisa scossa di coscienza non ci scuota dal nostro amaro torpore e ci convinca a tornare ad agire per difendere concretamente i nostri diritti e quelli dei nostri fratelli.

Pubblicato il 25/3/2008 alle 20.4 nella rubrica Diritti.

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