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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Leggi bene, fa la cosa giusta! Lettera alla Generazione Z
post pubblicato in Ambiente, il 16 settembre 2017


Ciukina, una delle grandi protagoniste di #Pordenonlegge2017, perfetto simbolo non solo della cultura, ma anche del decalogo suggerito dal professor Andrea Segré.


Testo e foto di Hermes Pittelli ©

 

 Un tempo, nemmeno troppo lontano, nelle scuole dell’obbligo, si insegnavano le buone pratiche e virtuose dell’economia domestica. Poi, il furore pseudo modernista e ‘sviluppista’ dei rozzi cibernetici e dei tecnici prestati alla politica, in ossequio all’ipocrita idiozia del libero mercato monoteista, ha deliberatamente cancellato questa fondamentale materia.

Oggi, l’insegnamento andrebbe ripristinato d’urgenza e allargato a ragazze e ragazzi.

Andrea Segré, docente triestino che vive diviso a metà tra Trento e Bologna per ragioni accademiche, esorta i giovani della generazione Z (ma anche gli adulti, i loro genitori) ad attuare nella vita quotidiana piccoli saggi precetti, quelli che i nostri Nonni chiamavano con semplicità buon senso; per migliorare la vita, la salute, la tutela dell’Ambiente (di cui noi siamo parte integrante, anche se la narrazione imposta dal marketing furibondo tenta di negare questa realtà) e giungere a costruire finalmente una speranza di futuro per la Terra.

Un pamphlet ricco di spunti, di dati mai banali né letargici, di suggerimenti che non sfociano nell’imperativo scoccato ex cathedra, senza intonare litanie catastrofiste, altrettanto in voga presso populisti e ribellisti a casaccio.

Un invito alla lettura e all’azione, per la generazione Z (non l’ennesima classificazione della sfuggente e magmatica galassia giovanile, ma un ‘battesimo’ che “fosse correlato con l’alfabeto; mi rivolgo a tutti i ragazzi che non sono miei studenti, quelli già mi sopportano troppo”).

Non un tomo, una pomposa e retorica lectio, ma una lettera aperta, una missiva come finestra aperta verso il futuro, “conscio che i ‘millenials’, compresi i miei figli, hanno poca dimestichezza con la lettura e nessuna visione del domani”.

Non per colpa loro, chiaro e ormai accertato: si trovano catapultati in un mondo che vive frenetico solo l’attimo presente, confuso e infelice, assediato dagli infiniti impulsi della tecnologia e del consumo, senza limiti e regole, ripiegato su se stesso.

I ragazzi, contrariamente a quanto si dice su di loro senza conoscerli, sono sensibili, disponibili, aperti al dialogo e al confronto. Certo, non in modo tradizionale e antico”.

Segré offre loro un modo alternativo di vivere, un decalogo di suggerimenti per un’esistenza basata su una visione ecologica dell’economia (perché, inutile negare, le due realtà sono intimamente connesse), un’economia sostenibile: un dolce ‘stil medio’, un equilibrio che non costringa a rinunce spartane o a precetti monastici, attraverso un’utopia concreta (nessuna aporia, solo metodo e organizzazione).

Bisognerebbe affidarsi ogni tanto “all’economia del dono, perché spesso ci sfuggono gli aspetti immateriali e prettamente umani di questa disciplina, un’economia che recuperi le relazioni tra le persone, un’economia circolare che garantisca l’equilibrio generale del sistema e che esiste da molto prima che venisse codificata e raccomandata dall’Unione europea”.

Alcune ricette di Segré potrebbero apparire bislacche e/o sovversive, ma con costrutto, mai finalizzate a ottenere la compiacenza del pubblico e all'autocompiacimento.

Amare i rifiuti, non sprecare, dedicarsi al riciclo, al riuso, alle riparazioni; è incredibile che in Italia non esista un sistema omogeneo di raccolta e smaltimento! Dovremmo ispirarci all’abbondanza frugale di Latouche. Viviamo di contraddizioni. Siamo il paese europeo che acquista più acqua minerale e non sappiamo che per imbottigliarne un litro, ne sprechiamo tre!”.

La Penisola che spreca irresponsabile le proprie chiare, fresche e dolci acque è campione di paradossi: “mentre il mondo celebra le qualità della dieta mediterranea, l’Italia la pratica pochissimo. Tra l’altro, non solo sarebbe ideale per la salute, ma rappresenta l’alimentazione con il minor impatto ambientale”.

Un altro pilastro (imposto dal marketing anche questo) degli ultimi folli anni dell’Umanità è il famigerato ‘glocalismo’; Segré, serafico, abbatte anche questo totem e lo rovescia senza timore: “Agisco local perché penso global; il mio comportamento individuale può influenzare e cambiare il mondo circostante”.

La vera sfida per alimentare ancora speranze di futuro si chiama prevenire, perché quando i guasti sono procurati, diventa arduo intervenire e sanare: “Lo spreco minore, anzi migliore, è quello che non facciamo”.

Anche nell’impegno, esiste spazio per la leggerezza e l’ironia. “Spesso mi scambiano per il mio quasi omonimo, Segre. In realtà, ci differenzia solo un accento! Ma abbiamo lavorato insieme, realizzando un reportage in Calabria, un documentario girato nella piana di Gioia Tauro sul fenomeno del caporalato e dello schiavismo. Perché gli uomini che vanno a raccogliere gli agrumi in quel territorio sono di fatto schiavi moderni. L’ennesima follia: nei supermercati in Calabria non trovi traccia dei fantastici agrumi locali, sono tutti importati da altri paesi, da ogni parte del mondo, ma i frutti a km 0 non sono in commercio, nemmeno pagandoli oro”.

Il decalogo del professor Segré è un viaggio necessario dentro il nostro mondo, dentro la nostra coscienza di cittadini del mondo, un percorso analitico che ci pone di fronte a un dilemma da risolvere in fretta: rimanere consumatori apatici e passivi o evolverci in fruitori adulti e consapevoli?

Consumare significa distruggere, fruire significa godere di un bene, ma in modo coscienzioso e responsabile”. 

Canne, la disfatta che si tramutò nella più grande vittoria di Roma
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 15 settembre 2017


Il professor Gian Antonio Collaoni, presidente dell'Associazione Atene e Roma, introduce il professor Giovanni Brizzi, docente di storia militare antica.



testo e foto di Hermes Pittelli ©

 Canne, piana dell’Ofanto. Anno 216 avanti Cristo. Battaglia campale tra le legioni di Roma e l’esercito cartaginese comandato da Annibale, il più grande stratega militare dell’antichità, superiore anche ad Alessandro Magno.

Con accorgimenti magistrali, Annibale infligge ai nostri antenati, non solo una sconfitta, ma un’autentica, sanguinosa, tragica disfatta: sul terreno restano 50.000 caduti; trucidati nell’arco di un solo giorno. Tanti quanti furono i soldati americani uccisi durante gli anni della guerra in Vietnam (1964 – 1975), per capire le proporzioni.

Il professor Giovanni Brizzi, docente dell’università di Bologna con trascorsi alla Sorbona di Parigi, storico militare dell’antichità - “Perché la storia dell’antichità classica, di fatto, è una storia di conflitti, quasi senza soluzione di continuità; la guerra era consustanziale alla società, alla politica, perfino alla cultura” - , racconta e spiega nel suo più recente saggio, come solo una grande civiltà come quella romana, avrebbe potuto trasformare un annientamento, nei pilastri del futuro, grande impero, durato fino al 476 d.C.

Roma aveva poco in comune con le città stato di tradizione ellenistica; per le quali, chi giungeva da fuori, era un barbaro, una persona che balbettava, perché parlava poco e male il greco. Le milizie erano composte da mercenari; ma un esercito composto da mercenari si può rinnovare e diventa attrattivo, solo se vince con frequenza le battaglie”.

Differenze così marcate che lo stesso Annibale, nonostante fosse un genio militare, giunto in Italia imbevuto di cultura e studi greci, non percepì, trascurando le peculiarità dei suoi nemici.

Alle popolazioni del centro Italia, si presentò nei panni del liberatore dall’opprimente giogo di Roma, ma quelle genti lo ripagarono con sguardi tra l’incredulità e lo scherno.

Nell’antica Roma, il soldato dell’esercito è prima di tutto civis, cittadino a tutti gli effetti, si sente ed è parte integrante della Città eterna.

La battaglia di Canne dunque è un evento tragico che si incide nel dna di Roma, come e più della stessa sconfitta dell’Allia, quando la capitale fu addirittura invasa e conquistata.

Il metus, la paura si insinua nelle fibre della civiltà romana: un sentimento che attanaglia nel profondo l’animo dei Romani, spingendoli a incendiare tutte le flotte del Mediterraneo e inducendoli per mezzo secolo a non conquistare più nuovi territori.

Anche perché Annibale e il suo esercito restano a presidiare il territorio italiano, convincendo il Meridione e Capua (Gli ozii di Capua, ndr) a ribellarsi all’autorità e al dominio di Roma.

L’Italia tirrenica però resta fedele all’antico alleato e tutore; decenni di meticolose alleanze e cooptazioni tramite matrimoni combinati tra i rappresentanti della nobiltà romana e quelli delle famiglie più importanti del centro italico, resistono a ogni tentazione, a ogni blandizie. 

In Senato, seduti gli uni accanto agli altri, figurano Etruschi, Latini, Sabini, Volsci, Campani.

Roma decide di attuare il tumultus, richiamare i riservisti, arruolare ogni uomo disponibile (anche criminali e schiavi, ndr): in due anni ha perso 100.000 soldati, un terzo esatto dell’intera popolazione maschile. Un colpo quasi letale per una società basata sulla figura virile baricentro di ogni attività fondamentale.

Roma, disorientata dalla tattica di Annibale a Canne, il celeberrimo schieramento a mezza luna con i reparti più forti e meglio armati schierati sulle ali (per poi chiudersi a tenaglia sulle legioni che avanzavano compatte verso il centro), non si arrende. Il nemico cartaginese decide di non attaccarla direttamente, forse convinto che logorata da questa disfatta e dai timori, decida prima o poi per la resa totale.

Questo non accade, Roma opta per la regola di Fabio Massimo: piccole azioni di guerriglia, rapide incursioni per fiaccare la consistenza, ma anche il morale dell’esercito cartaginese; 

Roma non cede le armi (“combatte fino alla morte, piuttosto”), ma non accetta più di confrontarsi in battaglia campale contro Annibale (“un suicidio”), conscia della superiorità del condottiero africano, consapevole però che gli altri generali cartaginesi, non sono altrettanto sagaci e preparati.

L’imperatore Claudio sosteneva che il vero motivo della caduta degli antichi imperi precedenti, di Sparta e di Atene, andasse cercato “nella mancata integrazione degli alienigeni”, degli stranieri, di coloro non nativi sul sacro suolo della madre patria. Per questo, Roma è maestra di integrazione: concede ai popoli non romani di origine, libertà di culto e di lingua, non impone tributi vessatori, ma solo costanti e certi, di sicuro pretende obbedienza alla propria autorità; in caso contrario, “puoi trovarti il mattino successivo con le legioni che bussano vigorosamente alle tue porte o, in alternativa, a esibirti con i leoni in mezzo al Colosseo”.

Insomma, una sorta di imperio illuminato e per l’epoca tollerante.

Così, dopo la tragica disfatta di Canne, Roma, con pazienza, tetragona nel perseguire la propria etica arcaica e cavalleresca, rinasce dalle proprie ceneri e anche dai propri errori.

In pochi anni, ricostruisce l’esercito e riesce a mobilitare 28 nuove legioni.

Con umiltà, apprende da Annibale. Il cartaginese è una sorta di Ulisse africano.

Mens, mente, deriva dalla stessa radice etimologica di mentire e mendacio.

I Romani imparano dal grande nemico ad applicare l’astuzia alla strategia militare.

Alla fine, sarà proprio Annibale, nonostante la sua celebrata genialità strategica, a doversi rassegnare alla sconfitta, dopo la battaglia di Zama del 202 a. C. combattuta nei pressi di Cartagine (quella che valse al generale romano Scipione, l’appellativo onorifico di ‘l’Africano’, ndr).

Annibale lo Stratega, colui che aveva umiliato le legioni romane, non aveva compreso che Roma non era una potentissima, agguerrita città stato, come quelle studiate in gioventù, ma si trattava di un organismo più ampio e complesso, in grado di modificare se stesso e i propri consolidati meccanismi militari, restando però sempre fedele allo spirito fondativo originario

Vandana Shiva: Sette generazioni di pratiche virtuose per salvare (forse) la Terra
post pubblicato in Ambiente, il 14 settembre 2017


testo e foto di Hermes Pittelli ©

 

 La Terra non potrà mai perdonarci 70 volte 7, come da precetto evangelico; troppe volte, negli ultimi decenni, l’abbiamo offesa, infliggendole ferite quasi mortali.

Servirebbero, invece, almeno 7 generazioni dotate di volontà e di capacità per progettare e attuare buone e virtuose pratiche in grado di guarirla e, forse, di salvarla. Sette generazioni!

Questa la convinzione di Vandana Shiva, ambientalista e attivista indiana, nota universalmente per l’impegno di una vita spesa nelle battaglie per tutelare il pianeta dallo sfruttamento distruttivo delle multinazionali e le comunità di contadini indiani dall’imperialismo del mercato globale.

La globalizzazione è entrata nel lessico comune da circa 20 anni, ma esiste da almeno 5 secoli. Le guerre sono sempre esistite, i piccoli o grandi avventurieri, dalla scoperta di Colombo in poi, anche. In India, la prima forma di corruzione ammontò a 10 rupie”.

Non solo: “I modelli di comportamento del vituperato colonialismo sono stati replicati identici dalla lodata globalizzazione moderna: nessuna tassa per gli invasori e gli sfruttatori, contadini locali ridotti alla fame”.

Come sempre, la riscossa e la capacità di reagire nonostante la soverchiante forza degli avversari, parte dalle Donne: “In India sono state le Donne le prime a mobilitarsi, a organizzarsi in un movimento di protesta e azione per garantire agli agricoltori indigeni libertà di coltivazione, che poi si è tradotto in una battaglia di libertà tout court”.

In questa manifestazione letteraria e di libero pensiero chiamata Pordenonelegge.it, in ogni edizione, gli ospiti hanno spesso sottolineato l’importanza delle parole, del loro significato, la capacità di difenderle e utilizzarle bene per descrivere la realtà. Anche Vandana Shiva lo conferma: “Attenzione a non confondere la globalizzazione con il concetto di cittadinanza globale; la prima è solo uno strumento, un fenomeno economico creato dalle multinazionali per dominare il mercato mondiale”.

Nonostante le strategie delle companies siano un autentico pericolo globale, la studiosa indiana  riesce a scherzare: “In India il commercio esisteva anche prima del loro arrivo. Tessile, agricolo: le nostre sete e le nostre spezie erano apprezzate a Londra e a Venezia! Noi purtroppo siamo rimasti vittime di una svista di  Cristoforo Colombo…”.

Bisognerebbe rammentare la Storia, senza inopportuni, strumentali aggiustamenti, imparare dal passato a non commettere sempre gli stessi errori, a non finire preda degli stessi vetusti tranelli.

Gli inglesi divennero invidiosi delle immense ricchezze che i reali di Spagna carpivano al Sudamerica, per questo affidarono a una delegazione di 360 avventurieri, con il benestare e l’intercessione della nobiltà, la richiesta alla Regina di concedere il via libera alle imprese di colonizzazione”.

Il feticcio del libero mercato, quello che secondo i presunti geni dell’economia sarebbe in grado di autoregolamentarsi, “non è altro che una strategia per annientare le piccole economie locali. Gli inglesi distrussero il fiorente commercio indiano tessile, giungendo perfino a amputare i pollici delle donne indiane, in modo da impedire loro non solo di filare, ma perfino di tramandare la tecnica di lavorazione della seta”.

Shiva rammenta l’anno della svolta, per il mondo dell’agricoltura e per la sua vita: il 1987. All’epoca, le corporations della chimica, decisero di invadere il mercato di antiparassitari e fertilizzanti chimici. “La mia battaglia è cominciata in quel momento. Perché non si trattava di opporsi solo allo smercio di veleni, ma anche alla pretesa di estendere la proprietà intellettuale sui semi per poi costringere i contadini a utilizzare gli ogm. Costoro non hanno inventato nulla! Chi può ergersi a padrone della Vita?”.

Nell’ottica del ‘libero mercato globale’, Monsanto sarebbe l’azienda che ha creato i semi (sembrerebbe una vecchia barzelletta sui matti, se non si trattasse di una tragedia moderna).

Una rivendicazione folle e distorta, eppure la multinazionale americana (talvolta con l’appoggio di qualche piccolo agricoltore locale che ha completamente travisato il fine ultimo di queste vertenze…) sempre spesso intenta cause legali contro i contadini indigeni, in particolare quelli indiani.

I semi sono il simbolo dell’auto organizzazione della vita, come si può mettere un brevetto e un marchio su questo? Piante, animali, sementi non sono invenzioni, sono il frutto dell’evoluzione e della complessità della Natura. Monsanto è solo interessata vendere i propri prodotti e a intascare le relative royalties”.

Le strategie di Monsanto sono note, la stessa Vandana Shiva le ha descritte nel saggio di denuncia ‘I semi del suicidio’. “In India 300.000 contadini hanno preferito togliersi la vita, dopo essersi resi conto che i debiti contratti con la multinazionale non si possono estinguere mai”.

Nonostante l’evidenza delle pratiche al limite della legalità e dell’umanità, nessun governo o organismo internazionale appare in grado, o anche solo intenzionato, a bloccare l’arroganza delle companies. “Solo io e … Trump vogliamo uscire una volta per tutte dalla globalizzazione! In realtà, lui dice questo per deresponsabilizzarsi. Ormai tutti hanno verificato che le roboanti promesse della globalizzazione, lavoro e ricchezza per ogni essere umano, erano falsità che ci hanno portati a maggior disoccupazione, aumento della povertà, quasi totale distruzione della biosfera”.

La forbice, il divario tra ricchi e poveri è diventato più ampio che mai, incolmabile. soprattutto, mai nella storia si era verificata una tale concentrazione di risorse e quindi di potere decisionale (di vita o di morte) nelle mani di sole 8 persone sul Pianeta, quelle che nel 2016 sono state indicate come le dominatrici di quasi il 90% delle ricchezze disponibili.

La finanziarizzazione dell’economia e la continua deregulation pretesa e imposta dalle multinazionali, puntano a un obiettivo preciso:privatizzare tutto, salute, scuola, perfino la democrazia”.

Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, spesso con la nostra collusa ignavia e/o passivo disinteresse. “La libertà e la democrazia stanno diventando merci rare e preziose, appannaggio dei pochissimi che potranno comprarsele. Le leggi e perfino le Costituzioni sono state stravolte e depotenziate dall’interno”.

Il quadro è catastrofico per le sorti dell’Umanità, ma Vandana Shiva non cede al pessimismo e alla rassegnazione: “Possiamo ancora opporci, possiamo lottare, adottando la strategia che ci ha insegnato Gandhi. Costruiamo il telaio da soli, ognuno impari a tessere la propria tela. Esiste un movimento transnazionale di liberazione dei semi  - http://seedfreedom.info/per dire basta a combustibili fossili, ai pesticidi, al glifosato (micidiale erbicida targato Monsanto, ndr) che inquinano la Terra e ci uccidono. Per riconquistare la libertà di coltivare con i semi naturali e di nutrirci in modo sano. Io sono in disaccordo con il mio amico astrofisico Hawkins, non possiamo pensare di colonizzare altri Pianeti. Dobbiamo lottare qui e ora per salvare il nostro, unico mondo disponibile. La democrazia della Terra è sinonimo di libertà della VitaCompiere le scelte giuste oggi e praticarle per 7 generazioni è l’unica via”.

Un solo piccolo seme (naturale) è davvero il simbolo della resistenza, della resilienza, della Vita. Nonostante tutto.

Sperando che attecchisca soprattutto nei cuori e nelle menti dei tanti Giovani che anche stavolta sono accorsi a Pordenonelegge per ascoltare le parole di Vandana Shiva.

A Colorno sono tutti matti (da 10 anni)… e non vogliono rinsavire!
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 3 settembre 2017
Testo e foto di Hermes Pittelli ©

Ogni settembre, da 10 anni a questa parte, qui a Colorno diventano tutti matti.

All’ombra della reggia di Maria Luisa, all’interno del giardino storico, tra i vicoli e sulle piazze della piccola Versailles, si celebra ancora una volta la grande festa del circo e del teatro di stradaIn ossequio al nome latino, Colurnus, gli abitanti, i visitatori e soprattutto i protagonisti principali, gli Artisti che si danno convegno ogni 12 mesi, applicano senza remore e con il massimo impegno, il noto motto: Semel in anno licet insanire.

La gioiosa sarabanda popolare viene accolta dalla banda musicale Fantomatik Orchestra (in carne, ossa e strumenti!) che si affaccia dai balconi della reggia, diretta da un improbabile quanto preparatissimo maestro, Alessandro Mori (vaga somiglianza con Caparezza), ispirato e capace di sorprendere il pubblico con un colpo di bacchetta finale.

Marcel (et ses droles de Femmes) con le sue tre acrobatiche compagne, alfieri del circo contemporaneo, dediti alle tecniche aeree e all’uso sapiente del portico coreano, entusiasmano il pubblico non solo con i loro spericolati e perfetti voli fisici, ma anche con quelli pindarici a base di dialoghi surreali in un inglese biascicato e velocissimo; tutto per costruire il racconto di una improbabile storia d’amore, forse persa nel tempo, come sperduto pare essere il fantomatico cavallo del circo, un quadrupede cui non stonerebbe il nome di Godot. L’epilogo è emozionante (come un improvviso sparo nel buio) e romanticamente nostalgico, sulle note di Oh my darling Clementine, scandite anche dal ritmico battimani dei presenti.


Dall’Oriente misterioso con amore, la coppia artistica e sentimentale Sivouplait (Nozomi Horie e Takeshi Shibasaki), rappresenta il perfetto connubio tra l’ineffabile saggezza del Sol Levante e l’elettrica comicità fisica e visiva di Buster Keaton e/o Harold Lloyd. Un 'pastiche' solo in apparenza azzardato. Il loro spettacolo, costituito di brevi sketch di qualche minuto, rappresenta una piccola summa di divertimento allo stato puro, grazie ad una mimica e ad una gestualità corporea ineguagliabili, un senso dell’umorismo capace di abbattere ogni barriera culturale, un esperanto comico universale: la partita di doppio misto a tennis, l’ossessione delle foto ritrattistiche degli indomabili turisti, l’estasi e l’incoscienza degli innamorati (Nozomi e Takeshi, fidanzatini di Peynet in salsa nipponica, molto credibili considerando anche la meravigliosa eleganza dei loro abiti di scena, totalmente candidi) sono gli spunti che diventano, grazie alla loro abilità interpretativa e al perfetto affiatamento, pezzi comici di alta scuola. Risate e applausi a scena aperta, anche per gli spassosi intermezzi tipicamente nipponici, con musichetta snervante e gestualità rituale che richiamano gli stereotipi più consolidati del paese d’origine (peccato lasciarli ripartire; a quando una tourné italiana lunga un anno? da Colorno a Colorno…).


Non mancano i comici musicali, o meglio musici anglosassoni che mentre suonano, fanno ridere, davvero. Sia chiaro, suonano bene, ma il loro abbigliamento e la loro mimica scatena ilarità e coinvolge il pubblico fino a renderlo parte dello spettacolo. I leggendari Cosmic Sausages (Salsicce cosmiche), attivi da 25 anni tra improbabili, ma trionfali tourné mondiali, collaborazioni prestigiose e svariate celebrazioni etiliche, propongono parte del loro ormai consolidato e vastissimo repertorio: 3.000 brani; dalla psichedelia visionaria dei Pink Floyd, alla raffinata dolcezza di Whitney Houston, dal ritmo del Mambo (numero5, come lo Chanel adorato da Marilyn), a quello ruvido della frontiera americana, con Rawhide (Blues Brothers memories) …


A Colorno (Parma, ndr), durante i primi tre giorni di settembre dedicati al pazzo festival, diventano tutti matti: anche gli abitanti, gli esercenti, i bravissimi artigiani locali. Ma si guardano bene dal non applicare l’accoglienza proverbiale a queste latitudini, attraverso gentilezza e buoni cibi e bevande. Nello spazio circo, ad esempio, si trovano leccornie e squisitezze da far ululare alla luna nel parco, per la varietà e la gamma incredibile di sapori proposti. Gli stand eno gastronomici, quelli specializzati nelle birre artigianali e perfino nella pasticceria e nel gelato sono tanti, tutti offrono prodotti di alto livello. Consigliate le specialità indigene, dallo gnocco fritto guarnito con i salumi locali, dal nobile culatello alla imperdibile spalla cotta, fino agli esperimenti più arditi, come polpettine golose cacio e pepe.


Non per caso, giungono ogni anno migliaia di visitatori: dai tantissimi giovani, curiosi e ansiosi di scoprire il magico universo delle arti teatrali e circensi, alle famiglie che vivendo pienamente la propria epoca desiderano comunque trasmettere valori altri e il senso per la bellezza ai propri pargoli; bimbi che trovano non solo pane per i loro denti, ma anche attività creative e ludiche che trasformeranno in patrimonio per l'età adulta. Come non concedere loro un giro del parco a bordo della Luferina rosso fiammante mono ruota, trainata dalla forza muscolare e creativa dell’artista Luca Ferraglia, in arte Lufer (!), ammiratore di Gaber che intrattiene i due passeggeri – in genere pargoli! - alla volta con allegre canzoncine non sense degne del suo idolo. Molto gettonati anche i giochi da tavolo dell’Orso Ludo o gli incredibili giocattoli d’abilità ideati e creati da Joan Rovina, genio catalano del recupero di rottami e materiali ferrosi di scarto, perfettamente assistito dalla compagna che si prodiga nello spiegare a bambini e genitori funzionamento e trucchetti degli ingegnosi strumenti ludici.


Curiosando e bighellonando tra i rigogliosi labirinti botanici del parco e la frizzante e briosa area circo potrebbe capitarvi di imbattervi nel leggendario Avner Eisenberg, la cui arte è difficile da raccontare: attore, mago, clown, mimo; un compendio vivente e originale di tutte le specialità migliori del circo, un uomo di talento, allevato da genitori che invece di costringerlo a laurearsi in chimica e biologia, lo hanno incoraggiato a intraprendere la via dello spettacolo e della creatività. Oppure potreste incontrare le Salsicce Cosmiche che, dopo opportuna irrorazione etilica, improvvisano un allegro concertino sotto il tendone bar coinvolgendo gli astanti; o ancora, sempre nel medesimo spazio, un elegante pianista solitario, Roberto Esposito che cattura l’attenzione generale con intermezzi musicali e jam session raffinate, colmando l’atmosfera di note vibranti, spaziando dal passionale folklore del Sud alle più spericolate improvvisazioni jazzistiche. Non allarmatevi infine se incontrerete il duo francese L’Excuse, bipedi la cui testa è stata sostituita da un televisore; non sono avanguardia di qualche civiltà aliena pronta ad invaderci, ma vivono in massa tra noi, sono gli esponenti dell’Homo Catodicus, forse l’ultimo stadio della sedicente evoluzione, quella che all’identità ha sostituito il culto assoluto per l’immagine.

Un plauso e una lode - perché davvero esiste anche un’Italia che funziona - al comune, all’organizzazione della manifestazione, all’ufficio stampa, a tutti i volontari che hanno reso possibile e più bella la festa, compresi forze dell’ordine, alpini, responsabili dell’assistenza sanitaria. Grazie a Tutte e Tutti Voi.


Se è vero che si nasce tutti matti, a Colorno da 10 anni si ritrovano quelli che, saggiamente, non vogliono proprio saperne di rinsavire. Per fortuna, perché vista la pessima atmosfera che si respira sul globo, qui si fanno scorpacciate e scorte di risate, di creatività, di umanità, di bellezza: dovranno bastare fino al prossimo settembre!



Per saperne di piùhttp://www.tuttimattipercolorno.it/
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