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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Là fuori qualcosa è gravemente deteriorato
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 18 settembre 2016

Bruno Arpaia con il suo nuovo romanzo lancia l’ultimatum (su base rigorosamente scientifica) alla Terra: risolviamo davvero il nodo ambientale o tra pochi decenni il pianeta sarà solo un’alternanza di sparuti lembi desertici e mari profondissimi, abitabile solo in Scandinavia... forse.


 

di Hermes Pittelli ©

 

 

 Mondo, 2050/60/70 (o giù di lì…).

Catastrofe climatica deflagrata.

Milioni di persone derelitte, trasformate in migranti climatici.

Senza cibo, senza acqua potabile.

Alla vana ricerca di lembi di terra ancora abitabili, in qualche modo.

Livello dei mari cresciuto di 10 metri, con acque sempre più acide.

La taumaturgica rete internet un lontano retaggio del passato, di quando eravamo ricchi e molto stupidi.

Venezia completamente sommersa dall’Adriatico. Napoli, quasi scomparsa, fagocitata dal suo magnifico golfo, dopo essere divenuta un camposanto pieno di morti causati dai conflitti tra i clan malavitosi, tra i fondamentalisti delle varie religioni, tra le semplici persone, disgraziati regrediti fino all’era dell’homo homini lupus per strapparsi reciprocamente un tozzo di pane avariato.

Amburgo, inghiottita dalle acque, perché come tutte le città fluviali, i corsi d’acqua invasivi e penetranti hanno compiuto l’opera distruttiva con forza e ferocia ancora più potenti.

Un romanzo catastrofista post litteram sulla scia di alcune produzioni hollywoodiane in voga qualche anno fa? Un romanzo distopico? Una climate fiction? Niente di tutto questo. Il nuovo romanzo di Bruno Arpaia suona il suo gong letterario sullo stato ambientale della Terra. Ricavato dai dati scientifici a disposizione di chiunque voglia trovarli e leggerli, sul grado di salute del nostro unico pianeta a disposizione. 

Non si tratta nemmeno di kabbala, di affibbiare la colpa alla 17° edizione di Pordenonelegge o al simbolico e magnifico gatto nero della manifestazione.

Quello di Arpaia è un estremo grido d’allarme, come quello di Munch, ma attraverso la letteratura, perché il racconto, nonostante certi attuali furori cibernetici, è la forma più antica ma ancora più efficace di trasmissione del sapere.

Viviamo immersi in un eterno presente autistico, in una bolla d’irrealtà nella quale crediamo che le ‘conquiste della civiltà’ siano per sempre, come esistesse un gigantesco e invisibile hard disk che le contiene tutte e le tutela all’infinito. Non è così, la regressione culturale, la perdita del sapere, la de culturalizzazione sono tragedie già accadute nella storia dell’umanità e sono fattori di rischio che preoccupano l’autore quanto, se non più, della crisi ambientale.

Un esempio illuminante: la culla della cultura, Alessandria d’Egitto. La più grande biblioteca del mondo pre cristiano. Non è ancora chiaro se sia stata distrutta (in modo accidentale?) durante l’assedio voluto da Giulio Cesare o sia deperita per i tagli finanziari decisi dai vari imperatori che nel corso del tempo persero interesse per la cultura. Certo, finì tre volte tre volte incenerita dalle fiamme, dell’ignoranza soprattutto, anche di quella dei fondamentalisti giudaico cristiani, quelli che obbedendo al vescovo Cirillo, inflissero il supplizio letale alla grande Ipazia.

Il risultato fu devastante: ad Alessandria sapevano già che la Terra è sferica, che gira intorno al Sole, che il cervello è l’organo più importante del corpo umano, che al di là delle colonne d’Ercole esistevano altre terre emerse (lo avevano dedotto studiando la ciclicità delle maree…).

Il (de) genere umano restò bloccato nelle tenebre per altri 1500 anni.

 

“Rifuggo dalle classificazioni letterarie e anche da certe mode un po’ ingenue tipiche dell’ambientalismo all’italiana. La manipolazione della Natura è necessaria, vivere in una natura incontaminata sarebbe impossibile: le melanzane non sarebbero commestibili se la mano dell’uomo non le avesse trasformate, incrociandole con altre piante. La febbre del bio? Magari per ottenere una coltura biologica, o presunta tale, si consumano più risorse e si inquina di più che non attraverso quelle tradizionali... Abbiamo smarrito il senso del limite e del tragico. Questo è drammatico. Negli ultimi 150 anni la quantità di CO2 nell’aria è aumentata in quantità esponenziale, mentre nei precedenti 50.000 anni era sempre rimasta costante. Difficile non attribuire la responsabilità alle attività antropiche. I primi 8 mesi di quest’anno hanno registrato la temperatura media più alta dal 1850 ad oggi, cioè da quando abbiamo cominciato ad annotare questi dati. La ‘questione climatica’ è così urgente che dovremmo pensare alle soluzioni possibili 24 ore su 24, nonostante sia chiaramente impossibile. Il corpo umano, quando supera la temperatura di 41 gradi centigradi, muore. La Terra è un organismo vivente, dovremmo trarre le nostre conclusioni, anche se questi cambiamenti sono stati e continuano ad essere così accelerati e repentini che nessuno scienziato al mondo dispone di modelli matematici di riferimento in grado di azzardare una previsione attendibile sul futuro.

Se non interveniamo è però certo che il livello dei mari, sempre più acidi e incapaci di assorbire anidride carbonica, si innalzerà da un minimo di 11 metri, fino ad un massimo di 80! Teniamo presente che già solo con 2 metri, Venezia finirebbe completamente sommersa (nuova Atlantide?).

Il ciclo dei Monsoni subirà, la sta già subendo, un’inversione irreversibile…”.

L’incipit dello scrittore e giornalista partenopeo, grande appassionato, esperto e traduttore di letteratura spagnola, è sconvolgente. Difficile però contestare o smentire la sostanza del suo discorso.

“I governi del mondo, gli organismi internazionali sembra applichino tutti la teoria dei giochi, quella che prevede singoli interventi decisivi e onerosi per i singoli stati, i quali poi calcolando che il beneficio non sarà immediatamente riscontrabile e soprattutto si spalmerà anche sulle altre regioni, decidono che tutto sommato, tenendo a mente le proprie risorse finanziarie, è meglio non intervenire.

Per questo non credo nell’economia e nelle teorie economiche: sono artifici con pretese di scientificità; basta aprire un manuale a caso e sono gli stessi economisti nella premessa a confessare che le risorse sono limitate e scarse. Dunque?”.

Arpaia, ecumenico e in perfetta forma dialettica, non risparmia niente e nessuno. Meno male.

“Ho voluto che il protagonista del romanzo fosse un neuroscienziato, perché proprio quella branca scientifica ha provato che la realtà esterna non esiste o almeno non esiste come la percepiamo noi.

Il nostro cervello crea una narrazione comprensibile per la limitata macchina umana, non registra la realtà com’è davvero. La tanto celebrata Natura è per noi un mistero. La fisica, la scienza che dovrebbe spiegarcela, al momento è riuscita a decifrarla al 4%, il restante 96% è materia oscura: sappiamo con certezza che l’Universo si espande sempre più e a velocità crescente, ma della Natura, senza tema di smentita, non sappiamo un …! Interessante poi scoprire che contrariamente alla vulgata, il nostro cervello durante il giorno non pensa soprattutto al sesso, cioè alla funzione che garantirebbe la continuità della specie, ma alla narrazione, al raccontare storie; questo dimostra che l’Evoluzione non spreca tempo…”.

 All’Auditorium dell’Istituto Vendramini di Pordenone, mentre fuori imperversa uno dei famigerati monsoni anomali, resta il tempo per un’ultima stoccata di classe, degna del Cyrano (di Rostand, di Guccini o di entrambi, a vostro gradimento).

“Ai politici ignoranti di oggi, vorrei dire che tutti siamo discendenti dei sapiens sapiens partiti dall’Eritrea 45.000 anni fa e giunti in Europa dove abitavano i neanderthal. I neanderthal erano più forti fisicamente e avevano un cervello più grande, eppure si sono estinti. Il vantaggio dei sapiens? Essere migranti, capaci di muoversi, adattarsi, mischiarsi… Ai vari populisti, demagoghi, razzisti dico che quelli erano veramente ‘negri’ e voi siete loro parenti. Se i neanderthal avessero eretto muri o barriere non sareste qui adesso ad ammorbarci con le vostre stupidaggini”.  

 

Esaurita, ma solo per questa domenica la verve polemica, accogliamo il pressante invito di Arpaia:

prima che qualcosa là fuori, forse qualcosa generato dissennatamente da noi stessi, ci distrugga in modo totale e definitivo.

Livio, il neuroscienziato protagonista di questa storia, paga un prezzo alto agli errori dei governi e di ogni singolo uomo del globo, ma durante l’esodo verso la Scandinavia, ultima terra promessa (?), nonostante la stanchezza, la malattia, le privazioni si ostina ad amare il prossimo e a tentare di impartire qualche conoscenza ai giovani, qualche briciola di cultura.

Per tentare di salvare il pianeta, servirebbero immediate misure draconiane, molto impopolari e poco remunerative dal punto di vista elettorale.

Esistono veri politici, capaci di avere una visione del bene comune da qui al prossimo mezzo secolo e non concentrati “sulle prossime amministrative di Sacile, giusto per fare un esempio?”.

Anche il limite di contenimento della CO2 con riduzione delle relative emissioni in modo che la temperatura globale non aumenti ancora di altri 2 gradi centigradi è solo una foglia di fico, una convenzione senza base scientifica, l’ennesima pietosa bugia, inadatta a garantire che la pessima china ambientale intrapresa sia irreversibile.

 

Non abbiamo più a disposizione lo sciocco rito apotropaico dello struzzo o del bipede un tempo denominato uomo, ‘a mia insaputa’.

Perché l’unica memoria che resta, nonostante i limiti, nonostante la creatività mnemonica, è quella umana.

Un ultimo, impolverato brandello di ottimismo, prima che l’Universo chiuda per sempre il sipario sul pianeta Terra?

Oi dialogoi a Portus Naonis, lingue morte più vive del presente
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 17 settembre 2016
Appiattiti come sogliole sul fondale sabbioso dell'eterno presente, possiamo esaurire così, in una frenetica bolla virtuale e iper tecnologica, la nostra dimensione umana?
Dalle lingue presunte morte, l'ardua risposta...


 

di Hermes Pittelli ©


 Affare serio affrontare un latinista convinto, ex rettore dell’Alma Mater di Bologna.

Il professor Ivano Dionigi, introdotto sul palco dall’ex docente liceale di greco e latino Antonio Collaoni – un vero parterre di paladini di lingue morte, considerata la presenza dell’ex (quanti ex) leggendario preside del liceo classico indigeno, prof. Angelo Luminoso – non si pente. Anzi, più battagliero che mai, spiega con ardimento e argomentazioni filosofiche, filologiche e concrete, come mai il presente, il solo triste, grigio presente non basti e non possa esaurire gli orizzonti dell’umanità.

O, almeno, delle nuove generazioni del Belpaese.

“Appiattiti come sogliole sul presente, non riusciamo più a fare i conti con il passato. Questo ci blocca la visuale e ci impedisce di prevedere il futuro (pronoia, come insegnava lui, la dote più importante per un vero politico, ndr). Abbiamo ormai dimenticato che il latino non è una lingua morta, ma è lo strumento che ha trasportato fino a noi la cultura romana, greca, giudaico cristiana (quella spesso citata, a proposito o sproposito, come fondante dell'Europa, ndr). Senza questo formidabile strumento tutto sarebbe andato disperso nel tempo e forse non esisteremmo nemmeno noi”. Collaoni dixit.

Il Professor Federico Condello, altro fulgido esempio di umano ‘traviato’dalla cultura classica, fornisce la rotta odierna: “Il libro di Ivano Dionigi, contrariamente alle credenze superficiali, non contiene astratte formule filosofiche; è un vero manuale di prassi che punta dritto al cuore politico del problema. Esiste un eterno dilemma: latino e greco sono saperi alla portata di tutti o si tratta di sofismi elitari? Oggi il liceo classico, anche da chi dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di istruzione, viene dileggiato come scuola iniqua e ingannevole, viene accusato di bloccare lo sbocciare di scienziati e di quei talenti dalle competenze utili ad una società competitiva e produttiva del III millennio”.

Il professor Dionigi dirada le nebbie degli equivoci e degli inganni, spesso maliziosamente creati da chi dovrebbe garantire ai giovani una formazione culturale, senza inculcare in loro vuoti slogan a base di tweet e post sedicenti smart 3.0. Quasi sempre, punto zero. “La grande ferita al liceo classico è stata inferta dalla politica italiana, quando ha colpevolmente trasformato la questione da culturale a ideologica. Perfino un quotidiano come L’Avanti, una volta cancellato lo studio del latino dalle scuole dell’obbligo, titolò <Finalmente abolita la lingua dei signori>. Un tragico equivoco nato in seguito all’esaltazione fascista del mito fondante della patria romana. I Classici da allora hanno quindi subito un vulnus a base di pessima informazione. I grandi classici non sono mai al servizio del potere, chi li ha letti non sarà mai al servizio dei potenti. Rammento che Giuseppe Pontiggia sosteneva che se Roma fosse stata edificata nel Texas, latino e greco avrebbero ricevuto molta più attenzione e tutele da parte della politica”.

Il prof. Condello, perfetto e perfettamente calato nel ruolo di moderatore provocatore, finge di partire da lontano. “Etimologia, questa sconosciuta. Al liceo, ci sono state inflitte lezioni più o meno piacevoli di questa materia, talvolta fumogene, talvolta illuminanti… Mi piace citare una battuta di Umberto Eco. Perché greci e latini scrivevano spesso in frammenti? Perché lo facevano in mezzo alle rovine!”.

Dionigi: “Oggi purtroppo confondiamo i mezzi, i media (i media, non ‘midia’!!!) con la parola. Abbiamo a disposizione il massimo dei modi e dei mezzi di comunicazione e produciamo il massimo dell’incomprensione, perché abbiamo vanificato e smarrito il vero senso delle parole, gli strumenti più belli a nostra disposizione per esprimerci, confrontarci, capirci. La parola viene prima di tutto, la comunicazione arriva dopo, molto dopo. Noi siamo, saremmo, i depositari del logos. La parola, il pensiero. Etimos rappresenta ciò che è originario, nativo, primigenio. Competere, questo verbo così fondamentale oggi in questo paese, in questo mondo, significa non gareggiare per battere gli altri, ma andare tutti insieme verso la stessa direzione. Interessante chiarire anche l’etimo dei punti cardinali… Oriente: ciò che sorge, ciò che nasce; Occidente: ciò che tramonta, ciò che muore. La decisione politica più saggia da prendere, consisterebbe in un grande, pacifico accordo tra Oriente e Occidente”.

Dionigi ha qualche pietruzza da togliere dalle proprie calzature, ma espleta l’incombenza con la classe dei classici: “Se oggi fosse giunto in città un ministro, uno qualsiasi, cari Ragazzi voi non sareste qui ad ascoltarmi, ma sareste stati accompagnati a rendere omaggi a lui. Torniamo all’etimo. Minister, minus ter, il celebrante secondario, colui che viene dopo ed è al servizio. Magister, magis ter, più importante, colui che è esperto di un’arte o di un sapere… Pessimo segno dei tempi e pessimo stato di salute di un paese, quando si coltiva il culto per i ministri e il dileggio verso i maestri. Il caro, arguto Cicerone sosteneva che la Parola fosse fondamentale per la nascita e la prosperità della Città in bocca agli Eloquenti con etica, mentre temeva gli inganni dei demagoghi, responsabili della notte della res publica. Il grande Elias Canetti avvertiva dentro sé un grande senso di colpa perché in quanto scrittore, quindi maestro della parole, in quanto eloquente, non aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per scongiurare la guerra (“Se io fossi davvero uno scrittore, avrei impedito la guerra”). Al conflitto, alla guerra tra i Popoli si arriva quando i demagoghi prevalgono con l’uso e l’abuso di parole false e dal significato spropositato e stravolto. Antigone e Creonte sono due monologanti e non due dialoganti, ecco perché le loro colpe ricadono sulla Città che poi va in malora! Altri esempi virtuosi di parole belle e vere? Considero e Desiderio: in compagnia delle stelle e smetto di guardare gli astri, ma ne serbo una gran voglia di rimirarli ancora!”.

Condello non si arrende e riparte, sturm und drang: “Resta il nodo della traduzione, è un’attività davvero noiosa! Però devo ammettere che più si va in là con gli anni, più la si apprezza. Ha senso continuare a tradurre i classici, di cui esistono ormai migliaia di versioni diverse di traduzioni? Io credo di sì, la traduzione è un esercizio che educa ad una spietata onestà intellettuale, non ci si può permettere pressapochismo nella traduzione, alla fine del lavoro tutto deve combaciare in modo perfetto e rigoroso”.

Dionigi, certo, non divaga: “Tradurre, trans ducerecondurre attraverso. La traduzione è l’allenamento dell’identità e dell’alterità. Ciò che è di moda (da modus, modo misura maniera), in realtà è già vecchio e sorpassato.Al cospetto dei testi classici, tanto per chiamare di nuovo in causa Canetti, non possiamo che accucciarci con rispetto e devozione”.

E così, con la giusta lentezza e con il giusto percorso,siamo giunti al nodo principale della vicenda, al tema dei temi. Condello, senza macchia e senza paura, pronuncia quel nome ad alta voce: La scuola! Professor Dionigi, senza preamboli, la scuola!”.

Dionigi: “Scuola, da skolé, greco antico. Ozio, riposo,agio. Il tempo, ma anche il luogo nel quale il giovane, libero da faccende quotidiane, si dedica alla scienza, all’arte, alla lettura, magari condotto e istruito da un maestro. L’esatto contrario di quello che predica la politica attuale… La paideia, l’educazione del fanciullo, deve essere circolare, come i cicli della Natura e multidisciplinare. La scuola deve insegnare i saperi che serviranno alla formazione e all’autodeterminazione dei giovani, non deve insegnare un mestiere. Con l’invasione delle nuove tecnologie, è una corbelleria sostenere che la scuola si debba preoccupare di formare lavoratori: dopo un solo minuto in classe o in laboratorio, quelle presunte competenze professionali sono già obsolete e inutili. Se la scuola deve diventare un laboratorio di mestieri ha già fallito in partenza. La tanto lodata e taumaturgica tecnologia è il risultato del connubio tra tekné e logosquindi, tecnica e pensiero/parola! Lo smartphone vi consente di vedere l’interfaccia degli altri utenti, ma rischiate di perdere di vista i volti dei vostri compagni! Affidandovi solo alle nuove tecnologie, ai nuovi media, alla realtà virtuale potrete forse essere cittadini del mondo senza spostarvi da casa, ma diverrete orfani del tempo (Kronos, divinità cosmogonica che ha generato tutte le altre e con il trascurabile difettuccio di voler divorare i propri figli)). Dovete imparare ad avere cura del Tempo, perché noi siamo tempo e non spazio. I Classici aiutano a coltivare questo, ad avere cura del Tempo. L’Inferno oggi per voi Giovani è questa massificazione globale, quella che io chiamo la dannazione dell’uguale. Solo l’alterità dona vera ricchezza, solo il confronto tra diversi regala miglioramento e progresso. Mi hanno etichettato come un elitario conservatore, ma io invece dico che ho un grande progetto: sarebbe bello che nella stessa aula di un liceo, fossero presenti due docenti, quello di greco e latino e quello di tecnologia!”.

Questa sì, sarebbe vera rivoluzioneComunque, cari rozzi cibernetici, integralisti dell’aifon e del 'tutto in un click', rassegnatevi! Ora ci sono anche le prove scientifiche, come confermato dal professor Luigi Galimberti, neuroscienziato, esperto di dipendenze giovanili,anche e soprattutto da abuso di tecnologia: l’istruzione a base di latino (e greco antico) sommata all’utilizzo dei vecchi cari supporti tecnologici, i libri,resta anni luce più avanti di qualunque arcano modernista. La struttura del cervello, i suoi neuroni, gradiscono e reagiscono bene alle antiche, impareggiabili piattaforme. Nel nord Europa, hanno preso atto della ‘novità’, in Italia,colonia ora e sempre, siamo ancora nella fase dell’euforia e della sbornia da pseudo rivoluzione 3.0. La scuola virtuale evapora, un sapere che si trasforma in nuvole evanescenti cancellate per sempre dalla prima folata di vento; quella basata su volumi di carta e lingue morte, invece, forma studenti e cittadini con menti libere e pensanti.

Per aspera, ad astra.

Primo Levi, la fantascienza contro la realtà capovolta dei lager
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 16 settembre 2016

 

 di Hermes Pittelli ©

 

 I romanzi gialli o noir, nella accezione più moderna, nelle mani di alcuni grandi romanzieri, sono uno strumento critico, una sorta di cavallo di Troia letterario, per analizzare al microscopio e per sferzare senza sconti la società contemporanea, le sue intollerabili ingiustizie, i suoi vizi capitali inconfessabili.

Simenon e Scerbanenco sono maestri e 'mostri' riconosciuti in questo espediente letterario.

Esiste poi il ramo fantascientifico della faccenda che si propone il raggiungimento dello stesso obiettivo, trasportando in un futuro più o meno lontano situazioni e personaggi reali, opportunamente mimetizzati, per bacchettarli a dovere. In questo caso, si parla di romanzi distopici o cacotopici, a seconda delle personali simpatie per John Stuart Mill o Jeremy Benthan, rispettivi inventori dei due neologismi, termini entrambi opposti dell’utopia dei sognatori di buona volontà. Citare 1984 di George Orwell appare doveroso, più che scontato.

La necessaria e un po’ vaga premessa torna utile per introdurre un discorso forse sorprendente sulla produzione letteraria meno nota di Primo Levi.

Si tratta delle ‘Storie Naturali’ (ma anche altre storie…) che il chimico torinese, scampato al lager di Auschwitz, cominciò a scrivere in contemporanea alla sua opera prima, ‘Se questo è un uomo’ (1946).

Misteriosamente, la raccolta fu pubblicata da Einaudi (il quale inizialmente rifiutò di dare alle stampe anche il romanzo, ndr) solo 20 anni dopo, nel 1966 (tra l’altro, firmata con lo pseudonimo Damiano Malabaila), fatto che ha spesso contribuito a considerare questi racconti frutto di un momento successivo, magari legato ad un’ispirazione meno debordante o un’esigenza calante di continuare a sondare le cause che avevano scatenato la ferocia nazista in Europa.

Il titolo e il contenuto del primo racconto ‘I mnemagoghi’, i suscitatori di memorie, protagonista il dottor Morandi (“per mia natura non posso pensare che con orrore all’eventualità che anche uno solo dei miei ricordi abbia a cancellarsi”), chiariscono subito la poetica e il traguardo di Levi. Nessun cedimento al ‘divertimento’ letterario, nessuna parziale concessione all’oblio degli orrori patiti, quelli che rendono incompatibile l’esistenza di Dio, con l’esistenza dei campi di sterminio.

Questa ‘rivelazione’, questa veste di narratore di storie brevi, non può che palesarsi al Convento di San Francesco nell’ambito del festival culturale Pordenonelegge17, grazie ad una ispirata lectio magistralis del professor Francesco Cassata, storico della Scienza (autore del saggio ‘Fantascienza?’, Einaudi).

Nel 1971, appare ‘Vizio di forma’, ancora racconti, ancora con l’ingrediente fantascientifico ad amalgamare i colori delle tele immaginifiche dell'autore; una conferma che il ‘laboratorio narrativo’ parallelo di Levi è rimasto attivo per tutta la sua carriera di scrittore. Levi si considera prima di tutto un uomo di scienza, uno studioso di chimica, solo in seconda battuta un artigiano di lettere. Per questo si getta anima e corpo al lavoro in un laboratorio chimico del capoluogo piemontese, mentre nei ritagli di tempo si dedica alla scrittura, anche rinunciando alle pause pranzo o al meritato riposo.

Primo Levi va poi nelle scuole e incontra i suoi compatrioti per tentare di spiegare, forse a se stesso in primis, cosa mai siano stati il nazismo e la ShoahPer questo ha scelto di cimentarsi  con la fantascienza, in aggiunta alla testimonianza diretta; perché se è stato possibile un totale rovesciamento della realtà e dell’umanità come l’abominio dei lager, solo la science fiction può rimettere a posto le cose, ristabilire l'ordine naturale dell'Universo.

Lo conferma lui stesso nel corso di un’intervista apparsa nel 1966, nella quale parla del ruolo fondamentale della memoria e del ruolo ‘anfibio’ della scrittura; si rende conto di essere considerato un sopravvissuto, uno scampato, ma rifiuta di essere etichettato e imprigionato una seconda volta in quel ruolo, rivendica la sua volontà e il suo diritto di esprimere anche altri aspetti della sua identità di uomo e autore. Colpisce la sua ferrea determinazione nel legare la prosecuzione della sua esperienza letteraria alla accoglienza che i suoi racconti riceveranno presso la critica e soprattutto al successo o meno presso la platea dei lettori. 

Primo Levi ritiene le sue storie brevi pilastri della sua produzione narrativa.

In tre racconti in particolare - ‘Angelica Farfalla’, ‘La bella addormentata nel frigo’ (nel quale anticipa la criogenesi e il malato sogno dell’immortalità garantita per via scientifica, ndr), ‘Versamina’ – l’Uomo di Torino parla in modo nemmeno troppo velato degli esperimenti su cavie umane perpetrati nei laboratori dei campi di sterminio; per Levi invece il laboratorio è sì il luogo sacro della Scienza, ma legata in modo indissolubile alla ricerca della Verità attraverso la stella polare dell’Etica. Non a caso, ammira un giovane patologo di nome Renzo Tomatis (uno dei pochi scienziati a battersi davvero contro l’inquinamento, per la tutela della Salute e dell’Ambiente), per il quale si fa garante presso il solito Einaudi, al fine di garantire al giovane ricercatore la possibilità di pubblicare il frutto dei propri studi.

Levi si interessa senza posa al mondo della ricerca, trae ispirazione per i suoi racconti anche dalle teorie di Achille Maria Dogliotti, il primo a ipotizzare la circolazione ematica extracorporea

In tutti i racconti di Levi non mancano mai ancoraggi e riferimenti alla scienza, alla sua terribile esperienza di deportato, all’imperativo categorico che ogni progresso tecnologico debba sottostare alla legge morale non scritta. Forse non è erroneo azzardare che anche lui abbia anticipato di decenni i temi divenuti ormai addirittura salvifici nel III millennio del rispetto della dignità umana, della tutela della Salute e dell’Ambiente.

Primo motore dell’ispirazione di tutta la sua produzione letteraria resta però, come nella tragedia shakesperiana Macbeth, il mondo alla rovescia della criminale persecuzione nazista, con la codardia e l’ignavia dell’Europa intera. Un mondo dominato dalle passioni oscure e dalla violenza, dove anche il bene per trionfare passa attraverso la sconfitta chiamata vendetta, senza che i malvagi, nonostante siano tormentati dagli spettri del rimorso, giungano mai ad un vero pentimento.

Il Male è dunque solo un Vizio di forma?

Nella storia ‘Ammutinamento’, Clotilde dice: “tutto quello che cresce dalla Terra e ha foglie verdi, è gente come noi”. Forse, solo ristabilire il ruolo e il posto dell’Uomo all’interno dei cicli della Natura, potrà redimerlo e salvarlo.

Soprattutto da se stesso

Il Bardo misterioso, padre dell’Uomo moderno (per tacer di Cervantes)
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 15 settembre 2016

 

Piero Dorfles (nella foto, insieme a Velentina Gasparet) ci fa viaggiare nel tempo e ci conduce per mano fino all’Inghilterra di Shakespeare (ma con incursioni nella Mancia). Un autore straordinario che forse non ha dato vita ‘solo’ a capolavori letterari…

 

di Hermes Pittelli©

 

 Ha senso oggi riesumare dalla sua fossa quella vecchia talpa fantasmatica di Shakespeare?

Ha senso oggi, a quattro secoli di distanza dalla sua dipartita, continuare a celebrare quel vecchio autore inglese, ammesso sia esistito, e discettare ancora delle sue opere, su cui ormai ogni possibile ‘autopsia’ culturale è stata compiuta?

Pare di sì. Lo sostiene anche Piero Dorfles, professore di giornata: “Non so perché i curatori di Pordenonelegge abbiano scelto proprio me come esperto shakesperiano. Al massimo, sono un appassionato lettore. Io poi mi ero preparato per l’altra celebrazione, quella dei 400 anni dalla morte di Cervantes”.

Pare di sì, anche perché, come scritto da Harold Bloom in un celebre saggio, Shakespeare è il padre di tutti noi, ci ha inventati lui, il misterioso Bardo è il vero dio che ha creato la modernità.

Shakespeare resta intatto e incorruttibile dopo 4 secoli, è diventato parte di noi e della nostra quotidianità, fondatore della lingua inglese moderna. Il Bardo ha compiuto in Albione un’operazione culturale rivoluzionaria, simile a quella intrapresa in Italia da Dante: ha svecchiato il linguaggio, ha utilizzato la lingua popolare e ponendola come base delle sue opere, l’ha innalzata a livelli sublimi.

Entrambi hanno compiuto una sorta di democratizzazione della lingua e della letteratura, rendendole accessibile a tutti; un fatto di portata 'globale', senza precedenti.

L’attenzione di Shakespeare si concentra soprattutto su quel territorio arcano delle menti e delle anime dei suoi personaggi; nelle trame esistono spesso contraddizioni e logiche alquanto frammentate, ma l’intenzione dell’autore è sondare e scavare nei suoi protagonisti per capire la loro dimensione psicologica ed etica, cosa li spinge a compiere determinate azioni, anche turpi, anche dalle conseguenze terribili e tragiche, per se stessi e per la comunità in cui si muovono.

Per ottenere questo risultato, Mastro Shake sovverte ogni regola dell’arte drammaturgica, genera il meta teatro: in Amleto, viene allestito uno spettacolo teatrale per smascherare l’autore di un delitto, una piece tragica calata all’interno di una tragedia in palcoscenico!

Cervantes, coevo di compar Guglielmo, nella seconda parte delle strampalate gesta cavalleresche di Don Chisciotte, compie l’esatta, identica scelta narrativa.

Shake, al pari del collega iberico, cala anche l’asso dell’ironia, poco frequentata e adottata nella tradizione tragica e letteraria precedente.

Ogni personaggio è responsabile solo di sé e delle proprie azioni; in passato l’individuo non contava rispetto ai destini e alle decisioni fondamentali di un popolo, di una comunità o di una oligarchia. Con l’autore di Stratford upon Avon, assistiamo al passaggio dal tardo Medio Evo alla modernità, lui è la cesura storica, lui edifica e sancisce il salto cosmico ad una inedita dimensione dell’esistenza umana sul pianeta. Niente più regni e/o regimi divini o di incerta derivazione divina, ma l’Uomo al centro dell’Universo che decide e tenta di fabbricare con le proprie forze il proprio percorso, il proprio destino.

Shake e Cervantes anticipano anche di almeno un paio di secoli la dialettica hegeliana servo-padrone. Fino a dove giunge davvero l'invincibile forza coercitiva del padrone per indurre il servo a obbedirgli in tutto e per tutto, senza obiezioni, senza ribellioni? E quanto conta la disponibilità o l’apparente rassegnazione del servo? Come in seguito analizzato appunto da Hegel, servo e padrone si specchiano l’uno nell’altro, sono indissolubilmente legati, perché ciascuno nella controparte vede, analizza e capisce se stesso. Hanno in fondo bisogno del loro rapporto simbiotico e prolungato nel tempo per affermare la propria identità, per vivere. Questa simbiosi può anche diventare deleteria e trasformarsi in una fonte letale; nell’era dell’individualità e dei conflitti interpersonali, la fusione tra due caratteri comunque distinti e antagonisti, può condurre l’uno a decidere di sopprimere l’altro. Essere liberi impone il fardello della responsabilità personale delle azioni e dell’esame con la propria coscienza, passaggio ineludibile anche per i lestofanti senza scrupoli.

Qualcuno ha visto in Shakespeare anche il padre del nichilismo, colui che costringe l’Uomo a trovare da solo un significato e un orizzonte di fronte all’insensatezza caotica e al nulla della Vita…

In Don Chisciotte, non si legge solo la storia di uno squilibrato, ma si celebra la fine di un’epoca, la scomparsa della Cavalleria, segnata da un progresso tecnologico: l’invenzione delle armi da fuoco. Non più l’ardimento, non più l’intelligenza, ma una semplice abilità, con la opportuna dose di allenamento, sanciscono la fine della fase leggendaria dei duelli a viso aperto. Con un moschetto in mano, scompare un mondo. La conferma che l’evoluzione si fa sedurre non dai migliori, né dai più forti, ma da chi si adatta meglio al mutamento.

Nell’epilogo di Romeo e Giulietta, la faida non sanabile tra Montecchi e Capuleti che stava insanguinando e avvelenando Verona, viene cancellata dall’intervento d'autorità del principe: la necessità di comporre il dissidio, la necessità di rispettarsi reciprocamente, diventano imperativi categorici per garantire la civile e pacifica convivenza a tutti gli abitanti della città. Shake afferma in modo incontrovertibile la necessità di un sistema statuario più ampio e più alto delle singole volontà e egoismi, affinché la Città degli Uomini possa vivere e prosperare.

I personaggi del Bardo possiedono dunque un’altra sorprendente peculiarità: sono, come richiede la ferrea legge dell'evoluzione, ontogenetici, sanno ricreare se stessi al mutare delle condizioni esterne, sono quelli che sopravviveranno  e riusciranno a perpetuare la specie. Nonostante tutto, in qualche modo.

Cervantes ha inventato (il romanzo moderno) e descritto un archetipo dell’essere umano, un paradigma, un modello carico di ironia.

Shakespeare ha inventato un mondo nuovo, ha sondato nuove dimensioni dell’Uomo, ha speculato in modo poetico e quasi scientifico in ogni anfratto dell’anima e dei suoi moti; ha di fatto introdotto in letteratura la potenza creatrice della Parola.

Come un falco, nell’aria vola veloce e implacabile una domanda esistenziale. La tenebra/male e la luce/bene in perenne conflitto dialogico ci spingono con angoscia a chiederci “a che punto è la notte”?.

Non lo sappiamo. Disorientati e fragili, siamo costretti ad ammettere l'ipotesi che alla fine trionfi il male, destinandoci a annaspare in una notte eterna, ci sgomenta e terrorizza.

Il Bardo era dunque un sacerdote del nichilismo e del pessimismo?

Se fosse vero che 

La vita è un'ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di suoni e furore, che alla fine significa niente

perché Zio William si sarebbe dedicato anima e corpo a scriverne per tutto il suo passaggio terrestre, sprecando intelligenza, fantasia, ore da destinare alla leggerezza e al sollazzo senza pensieri e fiumi d’inchiostro?

(Con tanti asini in giro che ragliano la propria opinione, avrà diritto di esprimerla anche un Leone?)

Dall’economia di dominio, all’economia della cura
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 14 settembre 2016
Pordenonelegge2016 decolla con un tema decisivo: se crediamo sul serio che i Giovani rappresentino il futuro del pianeta, siano loro in prima persona ad occuparsi delle materie che determineranno l’esito dell’evoluzione o della sparizione della Vita



di Hermes Pittelli ©


 La società del III millennio è globalizzata, piramidale, gerarchica, non osmotica. 
Dominata da un pensiero unico bipolare (pro o contro, bianco o nero), in cui ogni aspetto della vita anche quotidiana è modellata su una concezione assolutistica e bellicistica del mercato. 
Il trionfo acritico delle logiche militari applicate al marketing, alla produzione di merci, alla pervasività della tecnologia hanno condotto il pianeta ai limiti dell’autodistruzione. Una concezione androcentrica della società, basata solo sulla competizione e sulla guerra.Un’interpretazione iperliberista delle teorie economiche di Adam Smith.
Eppure, esiste un eppure ed è come sempre sorprendente scoprire che basterebbe solo risalire all’origine, al vero etimo delle parole: economia, dal greco antico oikonomia, gestione e cura delle risorse domestiche.Un vocabolo che crea una serie di suggestioni e ispirazioni che ci fanno viaggiare a ritroso nel tempo, come si trattasse della forma più antica di trasmissione del sapere (il racconto, la narrazione), e che ci consentono di approdare ad un’era della comunità umana nella quale la tutela e il bene della ‘casa’ erano responsabilità delle Donne, sacerdotesse, vestali della Vita, depositarie e custodi dei semi dell’esistenza sia nel senso della procreazione, sia nel senso della coltivazione delle piante e dei frutti per alimentare la specie.
Non si tratta di utopie o racconti fantastici, ma di teorie ormai riconosciute a livello accademico mondiale, studiate, analizzate e divulgate da Riane Eisler, sociologa, storica, scrittrice e attivista sociale, nata a Vienna nel 1931 da famiglia ebraica, costretta presto a riparare prima a Cuba e in seguito negli Usa per sfuggire alla persecuzione nazista.

La professoressa Antonella Riem e il professor Angelo Vianello dell’Università di Udine, epigoni e sostenitori, non solo teorici, ma attraverso progetti concreti di queste nuove, antiche filosofie sociali ed economiche, guidano i ragazzi delle superiori presenti a Pordenonelegge2016 con parole limpide e passo sicuro. I giovani, sono loro che una volta fagocitati e assorbiti i semi della condivisione della collaborazione del confronto culturale avranno il compito di insegnare ai politici e ai governanti che un altro mondo è davvero possibile. Possibile e doveroso, nel segno dell’equità e del rispetto umano e ambientale.
Qualcuno cadrà dalla seggiola, ma capitalismo e comunismo sono uguali, sono facce della stessa moneta falsa, basata su una concezione economica di competizione e dominio, nella quale, piccolo particolare, sono sempre i maschi a detenere le leve del comando. 
Curioso infine che i thugs del dio mercato, quando citano Adam Smith, siano poi colti da smemoratezza selettiva, tralasciando di ammettere che lo stesso economista, in un testo forse volutamente meno divulgato e conosciuto, sostiene con convinzione che empatia, altruismo e comprensione per gli altri sono elementi fondamentali per edificare una società umana sana e tenace. Nella collana Forum della mai troppo lodata casa Editrice Universitaria Udinese si possono trovare le opere di Riane Eisler (consigliatissimi: Il calice e la spada; La vera ricchezza delle nazioni; ndr) e dei professori Riem e Vianello. Leggere su carta e apprendere con lentezza, con i tempi fisiologici del nostro cervello saranno esercizi utili e imperativi categorici ormai non più procrastinabili.
Il quartetto musicale del liceo scientifico di San Vito al Tagliamento, con i brani tratti dal Flauto Magico di Volfango Mozart, forniscono la colonna sonora perfetta per ispirare alla razza umana un ritorno nel ciclo virtuoso dei ritmi naturali che non prevedono sfruttamento illimitato e distruttivo, ma trasformazione, riciclo, mutualità e ripristino.

A chi possiamo affidarci, da chi possiamo imparare? 
Ancora e sempre, dalle Donne, le vere maestre nella cura della vita, delle relazioni reciproche, del dono, del rispetto nei confronti delle creature e di tutto il Creato, ovvero la Casa comune (economia…) di noi tutti; perché come scriveva Swami Vivekananda, poeta e filosofo indiano: 
“Tutte le differenze di questo mondo sono di grado, non di genere, perché l’unità è il segreto di ogni cosa”.

Se è vero che il nostro universo è costituito al 90% da materia oscura, coltiviamo ancora la flebile speranza che i Giovani, questi Giovani, siano la Luce che prevarrà sulle tenebre, soprattutto quelle che da decenni stanno obnubilando le menti e gli animi della razza umana.
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