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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Le verità di Mario Sechi
post pubblicato in Ambiente, il 29 agosto 2012

Il direttore del quotidiano Il Tempo in un recente editoriale lancia un duro ‘j’accuse’ contro le ideologie responsabili della preoccupante perdita dei posti di lavoro in Italia. Citando a sostegno l’incolpevole Costituzione italiana che, per fortuna, è robusta di suo…


di Hermes Pittelli ©


 La verità, vi prego, sulla disintegrazione del lavoro in Italia.
Secondo l’Istat, a giugno i disoccupati sono giunti alla cifra record (negativo) di 2,8 milioni, con una perdita secca del 37,5% di posti, nel giro di un solo anno.
C’è un uomo, un giornalista, che sulle ragioni del disastro occupazionale può fornire solo verità assolute: le sue, naturalmente. Mario Sechi, direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, inquadra nel suo mirino analitico le ideologie a suo dire colpevoli senza appello della situazione; e le impallina senza pietà.
Ideologie deambulanti sulle gambe di certa magistratura che vorrebbe chiudere l’acciaieria più grande d’Europa (anche la più letale e corrotta, ma il direttore è distratto dallo spread e dal fiscal compact), di certa politica come il sindaco Pietro Tidei, Pd, reo di minacciare lo stop alla centrale elettrica a carbone Enel di Civitavecchia (per Sechi, il carbone più pulito del Mondo, una valutazione forse ereditata da Stefania Prestigiacomo) e naturalmente i cattivi sindacati che pretendono lavoratori trattati come esseri umani, invece che da perfetti robot (ma ci arriveremo, Sechi si tranquillizzi) al servizio del dio bifronte Sviluppo/Industria.

Insomma, ideologie nemiche che attentano ai posti di lavoro e tradiscono la sacralità della Costituzione.
Verità? Pirandello si farebbe matte risate.
Uscendo dal teatro del grande siculo ed entrando in quello surreale del paese alla rovescia, ci si chiede dove sia la sinistra che secondo alcuni, tra i quali Sechi, terrebbe in ostaggio le mirabolanti sorti di una nazione, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, politicamente ed economicamente.

In giro, si notano rigurgiti fascisti di varia intensità, a cominciare dalla strana coppia Bersani-Vendola (questi i più pericolosi, perché mascherati da progressisti).

Il direttore del Tempo – bisogna riconoscerlo - è un abile manipolatore dell’informazione e della Costituzione, che viene bastonata o brandita a seconda degli interessi di cui lui è portavoce.
La proprietà di questo quotidiano fa parte di quella vasta schiera imprenditoriale che considera la nostra Legge fondamentale, nella migliore delle ipotesi un ferro vecchio, nella peggiore un ingombrante ostacolo al vero sviluppo, da rimuovere ed abolire una volta per tutte.

Se è vero che la Costituzione pone come pilastro della Repubblica il Lavoro, Mario Sechi, maliziosamente, evita di citare gli articoli (per i più trasgressivi: il 9, il 32, il 41), chiarissimi, che per la nostra Carta indicano come centro della società l’Essere Umano, la Persona, il Cittadino; evita di dire ai suoi lettori e rammentare alle istituzioni e ai politicanti che la Costituzione tutela la Dignità e la Sicurezza dei cittadini lavoratori, la Salute, il Paesaggio, il Patrimonio artistico e culturale.
Evita di specificare che il male che ha colpito il mondo globalizzato e lo sta conducendo alla catastrofe è stata la logica del ‘profitto per il profitto’, si guarda bene dallo smascherare e condannare le imprese e le industrie dedite al ‘business’ come mezzo e fine ultimo e incapaci di realizzare progetti che concorrano al Progresso armonico, spirituale e sociale del paese.

L’Ilva, l’Eni, l’Enel, tanto per non fare nomi ed esempi lampanti, in spregio al dettato costituzionale e ad ogni legge, sono state lasciate a briglia sciolta dalla politica (collusa per ovvi e bassi interessi) si sono arrogate il diritto di imporre le proprie regole (inquinando, devastando, sfruttando vite umane e territori), facendo il bello e il cattivo tempo (cattivo, soprattutto), infischiandosene perfino di pagare l’Ici senza che nessuna istituzione o organo di controllo abbia sentito come preciso, ineludibile dovere l’obbligo di chiederne conto.

E' curioso che oggi Pdl e Pd (bella accoppiata!) parlino di indebita invasione di campo da parte della magistratura. Spesso, le norme italiane in materia di tutela ambientale e sanitaria sono risibili o edulcorate (Sechi rammenta che un anno fa il Parlamento fu aperto in fretta e furia a ferragosto per approvare un testo pro Ilvam per consentire l’innalzamento ad libitum delle emissioni del cancerogeno benzoapirene?), ma considerando la latitanza e la collusione di politica e scienza 'ufficiale', a chi spetta il compito di far rispettare la Legge (Costituzione in primis)???

La scienza ufficiale è quella rappresentata da Piero Angela che a Superquark spaccia l’ennesimo spot pro Eni quale inchiesta sull’industria petrolifera italiana (addirittura capace secondo lui di favorire la proliferazione della fauna ittica) o dal divulgatore Alessandro Cecchi Paone che dalle pagine di una delle patinatissime riviste del cane a sei zampe si lancia in uno sperticato elogio dell’oro della Val d’Agri, paradigma del connubio armonico e perfetto tra ambiente, patrimonio culturale e attività estrattive.

Tutto questo Alice non lo sa, come canta il Poeta, ma Mario Sechi sì e finge di essere agnostico, racconta ai suoi lettori un altro paese, il mondo posticcio e artificiale che piace ai sedicenti grandi manager e sedicenti politici italioti.
Mario Sechi finge di non sapere che l’industria fossile è la principale imputata dei cambiamenti climatici che sconvolgono il Pianeta (aumento incontrollabile di CO2, con effetto serra causa dell’alternanza tra siccità e alluvioni che mettono in pericolo le produzioni agricole e le riserve di acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, innalzamento dei mari), in ossequio alle farneticazioni dei petrolizzatori sulla sicurezza della loro tecnologia, Sechi non vede la più grande raffineria del Venezuela esplodere, uccidere 48 persone e bruciare senza posa per quattro giorni consecutivi, spargendo nell’aria altre sostanze tossiche; o restando nei nostri martoriati confini, non registra che in un giorno e mezzo a Pisticci, in Basilicata Saudita, sono andati in fumo 1.500 ettari di patrimonio boschivo, annientati come scrive la Gazzetta del Mezzogiornoda una autentica apocalisse di fiamme”. E sull’aridità che favorisce i crimini dolosi di piromani bene ammaestrati, torni ai capoversi precedenti.

Come diceva sempre il grande oncologo, lui sì, Renzo Tomatis, le generazioni future, se ci saranno, non avranno pietà di noi: giustamente.
Lo sviluppo garantito dall’industria fossile che tanto piace a Mario Sechi è davvero ardente. Mentre incassa i profitti, brucia allegramente le risorse, la salute, la democrazia, la libertà e la Costituzione:
incenerisce la Vita.


Fonti: Il Tempo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituzione Repubblica italiana

C’è (sempre) un problema con l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 24 agosto 2012
 

Nell’Italia della corruzione, dei conflitti d’interesse e dell’informazione al guinzaglio, guai a chi scrive e pubblica inchieste che scoperchino il calderone degli affari poco limpidi dei ‘poteri forti’. Così, se una giornalista scientifica si permette d’indagare sul Cane nero, meglio cacciarla dalla redazione.



di Hermes Pittelli ©



 Informazione Italia.
Una brava giornalista scientifica s’imbatte in notizie strane che riguardano il cane nero a sei zampe. Da autentica professionista, si incuriosisce, comincia a indagare e scrivere reportage;
che non piacciono ai vertici dell’Ente fondato da Enrico Mattei.
Comincia così una logorante pressione psicologica nei confronti del direttore responsabile del quotidiano che ha osato pubblicare storie poco edificanti e affatto celebrative sulle manovre dell’Eni, “multinazionale etica” secondo il proprio amministratore delegato, Paolo Scaroni.
Fino a quando, l’impavido direttore (in arte e mestiere, Piero Sansonetti), esasperato (intimidito? lusingato?) sbotta: “C’è un problema con l’Eni”.
Soluzione? Prima, il progressivo isolamento della ‘pecora nera’, poi, il definitivo congedo della giornalista.
In sintesi, la storia di Sabina Morandi, ex collaboratrice della testata quotidiana (ex?) comunista,’Liberazione’.
Imputata al cospetto dello STIP, Santo Tribunale dell’Inquisizione Petrolifera, la rea confessa senza peccato Morandi è stata condannata per eccesso di prove. Ha smascherato i trucchi del Cane nero e li ha rivelati al volgo, ai cittadini medi italiani. Quelli che da perfetti sudditi subiscono senza fiatare, disinformati, lieti di non accollarsi imbarazzanti, quanto fastidiose responsabilità decisionali.

Il collaudato ‘metodo Eni’ (mazzette, bugie e videotape).
Si sfogliano le pagine del libro e, articolo dopo articolo, ci si sorprende, sempre più allibiti.
Nell’edizione del 28 aprile 2005, Morandi informa i lettori di Liberazione dello strano accordo dell’Agip-Eni con l’Ecuador che ai giorni nostri offre asilo politico al ribelle mediatico Julian Assange.
Qualche scodella di riso, “per rafforzare l’area dell’educazione aiutando i bambini in età scolastica nelle sei comunità” (interessate dalle estrazioni, ndr), qualche cucchiaiata di zucchero, sale e olio (d’oliva, si spera) e perché non manchi la possibilità del giusto tempo da dedicare all’attività ludica, qualche pallone da calcio, un fischietto per arbitro e un cronometro. Tutto questo in cambio dei circa 15.000 barili di petrolio che all’epoca il cane nero si pappava quotidianamente.
Le leggendarie perline dei moderni colonizzatori, le multinazionali, agli indigeni ignoranti e sottosviluppati. Perline ai popoli, ma cospicue mazzette a governanti corrotti; come in Nigeria, come in Iraq, come nelle repubbliche ex sovietiche.

Rinnovabili? No, grazie.
Per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni dal 2006 dopo brillante carriera in Enel, il mondo può stare tranquillo: esistono giacimenti ricchi di petrolio per il prossimo secolo e di gas addirittura per 200 anni. Saranno tranquilli gli azionisti di ‘Casa Mattei’, non certo l’Ambiente, né le popolazioni dei territori assaliti dalle trivelle. Ecco perché le strategie societarie trascurano le fonti rinnovabili, colpevoli tra l’altro, sempre secondo Scaroni, “di consumare ingenti risorse d’acqua”.
Come certifica Morandi, attraverso le sue inchieste, nonostante gli introiti miliardari, nonostante perfino i cannibali della Banca Mondiale abbiano consigliato d’investire nella ricerca per lo sviluppo dell’energia pulita, Eni continua a fare spallucce e a considerare il già troppo permissivo protocollo di Kyoto sulle emissioni, poco più di un fastidio transitorio. Del resto, il governo italiano dell’epoca (Berlusconi, con Stefania Prestigiacomo ministro dell’Ambiente) ha sì ratificato gli impegni per la tutela del clima contro il surriscaldamento globale, ma di fatto si è guardato bene dall’azione concreta; la consueta politica degli annunci ad effetto, per poi conservare intatto lo status quo a favore dei soliti ‘poteri forti’.

L’Italia ripudia la guerra, non i petrodollari.
L’Italia si è imbarcata nell’invasione dell’Iraq al seguito di Bush jr. per ragioni lontanissime dalla missione umanitaria. Nemmeno gli ingenui hanno mai creduto all’esportazione della Pace e della Democrazia sotto forma di ‘bombe intelligenti’. Con tanti saluti all’idealismo pacifista della Carta Costituzionale (carta, appunto).
La torta è gigantesca e molto appetitosa, da mesi nelle segrete stanze della politica e dell’economia i piranha del mercato si lustrano gli occhi e affilano i denti sognando i potenziali guadagni dell’affaire Iraq.
Morandi il 14 maggio 2005 scrive che nel febbraio dell’anno precedente la piccola fiera organizzata dall’Istituto per il Commercio estero e da Confindustria è stata letteralmente “presa d’assalto dalle aziende italiane” (non solo petrolifere, ingolosite dalle prospettive d’appalto), “tra le 300 e le 400”, come sottolineato da un gongolante Adolfo Urso, all’epoca viceministro alle Attività produttive.
Al grido di “Fino a quando c’è guerra, c’è speranza (di business)”, tutti vogliono gustare almeno una fetta di quella torta da 300 miliardi di dollari.
A Nassirya, mentre la propaganda del regime partitocratico italiota suona la grancassa della più bieca retorica patriottica, i Carabinieri proteggono gli affari petroliferi del cane a sei zampe. Lo stesso ex ministro degli Esteri, Frattini, nell’aprile del 2003 è costretto ad ammettere che la missione irachena "non prevede solo lo scopo emergenziale e umanitario”. Un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, chiarisce l’importanza strategica di Nassirya: “… le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all’alloggiamento dei militari italiani”.
Insomma, “i nostri ragazzi” sono lì per vegliare sulla sicurezza della raffineria e dei barili di oro nero, lo stesso petrolio che l’Eni prima pagava profumatamente al tiranno in disgrazia Saddam. Naturalmente – conclude Li Vigni – nessun telegiornale italiano ha mai inquadrato la raffineria”. Solo dopo l’attentato, nel quale perdono la vita 19 Carabinieri (12 novembre 2003), i media del Belpaese non possono più occultare le reali esigenze italiane in Iraq e rispolverano inchieste e servizi, risalenti anche a due anni prima, che spiegano la vera natura della missione. Dulce et decorum est pro Eni mori.
L’ipocrisia istituzionale ricopre le bare dei caduti con il Tricolore e tributa loro il titolo di ‘eroi’. Restano l’intitolazione di una sala di Palazzo Madama e la cruda verità: quegli uomini sono morti non perché i presunti terroristi li odiassero, ma perché volevano cacciare l’Eni dall’Iraq.

La bolla e la Balla del Gas.
Il film di maggiore impatto, però, un vero blockbuster in grado di sbancare al botteghino con incassi stratosferici, lo gira il regista Paolo Scaroni, da poco in sella al Cane nero. Nell’inverno del 2006 le acque sono un po’ agitate, il rendimento economico è stato inferiore alle attese e gli insaziabili grandi azionisti manifestano qualche malumore. L’Europa ha anche comminato una pesante multa per centinaia di milioni di euro per posizione monopolista che intralcia il ‘libero mercato’.
Il genio si sa è intuizione, colpo d’occhio, tempismo. Ecco quindi che sugli schermi italiani, senza nemmeno il 3D, ma con effetti speciali da brivido, si proietta ‘Italia, la piccola fiammiferaia nella morsa di Generale Inverno’.
Il filone catastrofico miete vittime e successi. L’Eni, letteralmente, si inventa un’emergenza gas inesistente, scatenando il panico nel Paese. Gli italiani, soprattutto gli anziani, sono atterriti all’idea di trascorrere la stagione più fredda senza riscaldamento; anche coloro che non conoscono la fiaba di Andersen si immaginano intenti a cercare un po’ di calore per i piedi nudi e le mani intirizzite, accendendo ‘svedesi’, come la piccola bimba danese. Russia e Ucraina, nostre fornitrici, litigano sul gas e questo ingrediente contribuisce al trionfo della pellicola.
Il picco del petrolio probabilmente è già stato superato e anche le riserve di gas, nonostante i proclami delle multinazionali, sono sufficienti solo per i prossimi tre decenni. Ma l’Eni, come scrive chiaramente nei propri documenti interni riservati (finiti nelle mani di Morandi grazie alla collaborazione di qualche ‘talpa’) sullo scenario energetico italiano 2010 – 2015, parla di “rischio bolla del gas”.
In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali, a pagare ai Paesi fornitori tutto il gas estratto.
Quei documenti, che nessuno avrebbe dovuto leggere sono doppiamente importanti, perché oltre a svelare ‘la Balla del Gas’, contengono altre ammissioni che svergognano non solo la dirigenza Eni, ma l’intera, imbelle, inadeguata classe politicante italiota: anche le più moderne centrali a carbone sono altamente inquinanti (nonostante la Prestigiacomo farnetichi di “carbone assolutamente pulito”) e costosissime sul piano economico; la tecnologia nucleare che improvvisamente torna di moda (sempre a cura del governo Berlusconi, ma con appoggi di insospettabili ex nemici dell’atomo) divora risorse incalcolabili, nettamente superiori ai calcoli ‘ufficiali’, nei quali – misteriosamente – gli esperti non includono, né lo smaltimento delle scorie, né la dismissione degli otto impianti previsti.
Insomma, una sedicente classe dirigente che paralizza il paese in un medioevo energetico. Ma tutto l’Occidente, dopo l’11 settembre 2001, ha optato per le vecchie rotte (e in questo caso, non sono sinonimo di saggezza, ma di triste conservatorismo): continuare nell’assurda economia ingorda di petrolio e gas, destinati ad esaurirsi in tempi comunque brevi; accumulando non solo un debito spaventoso di miliardi di dollari per inseguire “l’arcaico sogno ottocentesco”, non solo l’odio sconfinato delle popolazioni colonizzate e sfruttate, ma un ritardo che potrebbe rivelarsi fatale per la sorte del Pianeta.
L’Italia poi ha perduto per sempre la favolosa opportunità di tramutarsi nel Paese guida per l’illuminata transizione dall’obsoleta economia fossile, alla futuristica economia ‘rinnovabile’: sole, maree, venti, inusitate biodiversità. Tutto gettato in nome degli inceneritori, dell’acciaio, del cemento (del resto, la strategia di rilancio economico Monti/Passera offre questo menù); in nome soprattutto della divinità a sei zampe.
Per tacere della follia dei rigassificatori e delle navi criogeniche che trasportano gas liquido nel Mediterraneo, bombe atomiche innescate davanti alle nostre fragili coste e bombe galleggianti (il rischio terrorismo è reale o anche questo è solo teatrino politico-affaristico?) a spasso nei nostri mari; con la benedizione silenziosa (il secondo, tragico Prodi; 2006/2008 ndr) dell'attuale ‘leader’ del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, così sicuro di vincere le prossime elezioni politiche, da avere già spartito le poltrone importanti. Illo tempore, vestiva i panni di ministro dello Sviluppo, forse a sua insaputa, favorevole a tutte le tecnologie più inquinanti, demenziali, sorpassate; i cui rischi e costi esorbitanti vengono sempre fatti ricadere sul cittadino/contribuente. Bersani, lo stesso che si è fatto finanziare campagne elettorali dalla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto. Sarebbe ora che nel segreto dell’urna elettorale gli Italiani si facessero accompagnare da Memoria e Informazione.

Triste, solitario y final.
Il finale di partita, come in un romanzo latino-americano, tra Sabina Morandi e Liberazione, è venato di mestizia: il quotidiano, agitato all’interno per la maretta tra le opposte correnti che appoggiano, una Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista, dopo l’addio del sub comandante Fausto Bertinotti), l’altra Vendola (non ancora SELezionatosi), accusa gravi problemi economici (oggi, la direzione è cambiata, ma l’ultima apparizione in edicola risale ai primi di maggio, ndr).
Per ironia della sorte, è l’Eni che si propone di salvare la barca, con la consueta “campagna acquisti”. Allegare un opuscolo prodotto dal proprio ufficio stampa, intitolato ENERGeticamente, con temi che stanno a cuore al potentissimo, nuovo inserzionista;
senza contraddittorio, senza inchieste, senza reali interviste ai dirigenti del cane a sei zampe (i quali sono disponibili solo per colloqui in ginocchio; in ginocchio, ovvio, si posizionano i giornalisti). Svolta propiziata da un incontro tra Piero Sansonetti e Paolo Scaroni, durante il quale il direttore sembra sorpreso di trovarsi al cospetto di un uomo in carne ed ossa e non del Leviatano biblico.
Il fascino irresistibile del ‘vicentino giramondo’.
Tacita condicio sine qua non, Sabina Morandi, “la collaboratrice esterna”, può continuare a scrivere, di tutto, tranne che dell’Eni.
Nel frattempo, sempre grazie al generoso intervento di ‘Casa Mattei’, anche Liberazione si lancia nell’esperimento del free press; un foglio gratuito, inizialmente previsto solo per l’estate, per promuovere la testata presso il grande pubblico. Come argomenta Morandi, difficile stabilire il vero successo di un’iziativa gratuita, mentre sul quotidiano a pagamento, l’aumento del numero di copie è fedele sintomo che i lettori apprezzano un certo tipo di lavoro; difficile anche scrivere notizie vere che non incupiscano gli inserzionisti (quindi, di fatto, i proprietari) del free press.
L’ultimo pezzo firmato Morandi sul Cane a sei zampe risale al 15 gennaio 2008, il titolo è eloquente, anche troppo: “Kashagan, tornano le trivelle. Vince l’Eni, perde l’Ambiente”.
Il free press estivo, si trasforma in edizione della sera permanente; ma, in cambio, nessuno tocchi più Eni. La collaborazione prosegue ancora per qualche mese, fino a luglio, ma sopportando “una censura strisciante e rimbalzando contro un muro di gomma di omissioni e menzogne”.
L’epilogo vero giunge una mattina assolata di maggio 2008. La cronista pedala, “rabbiosamente”, verso l’annuale assemblea degli azionisti, in via del Serafico a Roma. Sa che non potrà scrivere resoconti, sa che in ogni caso non sarebbero pubblicati. Sa che non potrà informare i lettori (come avvenuto in passato) che i piccoli azionisti, sono i più acerrimi oppositori di Paolo Scaroni, al quale rinfacciano i numerosi conflitti d’interesse, l’abnorme compenso annuale, la titolarità di un conto presso un noto paradiso fiscale, la mancanza di figure femminili nel consiglio d'amministrazione, l'opacità e la obsolescenza delle strategie societarie. Roba da far tremare i polsi ai giornalisti italiani (molti a libro paga, come ad esempio l’intera Agi, la seconda agenzia d’informazione più importante del paese) e anche agli emissari dello Stato, proprietario di Eni al 30%; i quali si guardano bene dal sollevare obiezioni.
Morandi varca la fatidica soglia, viene riconosciuta e raggiunta da una signora, capo ufficio stampa del cane nero, che le chiede con cortesia: “Come va?”. La ‘sventurata’ risponde d’istinto: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale. Ma sempre qui pronta a prendere appunti. Prima o poi troverò qualcuno che mi pubblicherà”. L’interlocutrice, con “sincero imbarazzo”, mormora: “Mi dispiace”, e si allontana. In quel preciso istante, Morandi realizza che non solo cala il sipario sulla collaborazione con Liberazione (“dopo 12 anni, senza nemmeno una telefonata”), ma può anche dire addio per sempre alla possibilità di riciclare “una florida carriera in una delle numerose – e bellissime – testate dell’azienda”.

Sul libro, uscito nel 2010 per i tipi coraggiosi (nonostante il nome) della Coniglio Editore, dopo qualche efficace, affollata e partecipata presentazione in piccole librerie indipendenti, si è posato un velo di oblio e di silenzio.
Peccato, perché dovrebbe rientrare nella essenziale libreria di ogni cittadino italiano che voglia tutelare il bene comune del proprio Paese in modo informato e responsabile. Il volume di Sabina Morandi rappresenta un prezioso compendio sulle nefandezze non solo dei petrolizzatori (in questo caso, del nostro amato Eni), ma della politica, collusa in senso ampio e trasversale, e dei media che, da sedicenti cani da guardia (a quattro zampe) della democrazia, si fanno volentieri mettere la museruola e il guinzaglio dal grosso Cane nero a sei zampe.

Siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”, direbbe Totò: business is business.
Tutto è merce (risorse, ambiente, salute, giustizia, cultura, informazione, principi non barattabili), tutto ha un prezzo.
Per qualcuno, anche la Dignità.

Torna a casa Rocco e ricade dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 agosto 2012


L’artista lucano, ormai uomo immagine Eni, festeggia il compleanno in Basilicata con uno spettacolo, accolto e omaggiato dal sindaco di Latronico, che glissa sull’attività promozionale dell’attore: “Le trivellazioni non le decide mica lui. Ha esportato la nostra immagine nel mondo”. Quale immagine?




di Hermes Pittelli ©



 Rocco (Papaleo) torna a casa, nonostante l’Eni.
Rocco non lascia, anzi raddoppia. Dopo il film da regista/protagonista sponsorizzato dalla Total (Basilicata Coast to Coast, 2010), l’estate dell’artista lucano è stata caratterizzata dalla campagna promozionale per i carburanti del Cane nero a sei zampe.
Quelli che in tempi di spread, di vampirismi montiani e di crisi globale permanente avrebbero dovuto far ripartire l’Italia e gli italiani (esclusivamente durante i week end, fine settimana suona provinciale e proletario).
A ripartire – sussistevano dubbi? – sono invece solo i profitti della creatura assemblata da Enrico Mattei, anche perché, nonostante, le favolose promozioni, la benzina italiana si conferma la più costosa in Europa.
Come le bollette energetiche, del resto, e chissà se esistono nessi, connessioni, spiegazioni al misterioso fenomeno.
Così molti italiani, quelli che possono, alla faccia del Cane nero e dell’imperturbabile Rocco, si mettono in viaggio, ma per andare oltre confine (in Slovenia, Austria e Germania) a rifornirsi di scorte di carburante più economico per affrontare il lungo ‘autunno caldo’.

Intanto, Rocco torna a casa sua, in Basilicata, nella natia Lauria, per festeggiare il compleanno (16/08/1958, auguri) con uno spettacolo.
Viene accolto a Latronico in Municipio dal sindaco Fausto De Maria, alla stregua di una nobile personalità, capace di dare lustro alla madre patria. Papaleo sorride, come sempre e riceve lieto l’omaggio ideato solo per lui, una pietra locale.
Clima festoso e battute a go go. Nessun cenno alla disastrosa situazione socio economica lucana, nessun riferimento alla distruzione ambientale e sanitaria della regione ‘grazie’ alle multinazionali dell’oro nero, tra le quali Total e Eni, così importanti per Papaleo.
Per il primo cittadino, che accoglie l’attore con fascia tricolore d’ordinanza, non c’è scandalo e lo spiega attraverso uno dei social network oggi in voga (attraverso il quale è stato abile a costruire la propria recente vittoria elettorale): “Rocco è un bravo artista ed è lucano. Non competeva e non compete a lui prendere decisioni sulle estrazioni. Rimane un bravo attore che con le sue capacità artistiche è riuscito a portare la Basilicata fuori dai propri confini e questo non può essere cancellato da uno spot”.
Il ‘borgomastro’ di Latronico divaga con considerazioni scontate e stereotipate, ma è troppo esperto nell’uso dei nuovi media e delle tecniche di comunicazione per non sapere che accettare il ruolo di uomo immagine Eni significa veicolare un messaggio devastante, almeno quanto gli effetti dell’economia fossile: estrarre petrolio è cosa buona, giusta e virtuosa. Un paradosso terribile se il messaggio è poi affidato ad un artista lucano che dovrebbe essere cosciente e informato sulla prostrazione ‘totale’ della Basilicata dopo più di 20 anni di colonizzazione petrolifera; dovrebbe sapere che nonostante i miraggi e gli illusionismi di una Lucania Saudita creati dai petrolizzatori, le famiglie locali sono sempre più indebitate (tra gli 11.000 e i 12.000 euro all'anno).
Il sindaco De Maria si illude di glissare in modo spigliato, ma qualche voce critica e dissonante esiste.
Quella del battagliero segretario dei Radicali, Maurizio Bolognetti, latronichese d’adozione e da anni impegnato nella denuncia contro gli abusi e gli inquinamenti delle multinazionali dell’oro nero: “Papaleo non è Cristicchi – afferma anche lui attraverso la bacheca virtuale della rete, rivolgendosi al primo cittadino – A volte, offrire la propria immagine, se non stai attento, può servire per operazioni strumentali e si corre il rischio di assumere la veste dell’utile idiota, perdona la citazione letteraria”.
Papaleo, pomo della discordia, dunque, durante questo controverso ritorno alle origini.
Papaleo però, da attore ormai esperto e navigato, passato attraverso mille tempeste, non può non sapere che un vero artista non vive in un universo ideale fuori dalla realtà, ma partecipa in modo attivo e completo al proprio tempo presente e diventa tanto più grande e immortale se ha il coraggio e la capacità di affidare al mestiere Messaggi e Valori che non subiscono ingiuria né sfregi, non solo da parte delle miserie umane, ma dello stesso Kronos.

Ecco perché come direbbe la Professoressa D’Orsogna, iniziative come questa o come i premi a Vasto e la cittadinanza onoraria a Cupello (in Abruzzo) riservati a Paolo Scaroni, grande capo dell’Eni, sono sempre più “uno schiaffo morale” in faccia e contro l’impegno di chi difende l’Ambiente e la Salute e propone un Progresso eco sostenibile.

Insomma, Rocco ricade dal pero; ma dopo l’incontro e l’attrazione fatali con le multinazionali dell’Oro nero, quasi una folgorazione sulla via di Damasco, cadrà sempre in piedi.
Con lo sguardo del pistolero infallibile che estrae le pistole al distributore di benzina,
proprio come in uno degli insulsi spot girati per l’Eni.
E pazienza se la Basilicata (insieme all’Italia intera) sarà sempre più preda del Far West petrolifero.


Fonti: La Nuova del Sud, Maurizio Bolognetti, Professoressa Maria Rita D'Orsogna

La febbre dell’oro nero stende La Repubblica (sulle orme di Passera)
post pubblicato in Ambiente, il 14 agosto 2012


"Ogni uomo ha una precisa responsabilità nei confronti del genere umano e del pianeta Terra, perché esso è la sola nostra casa. Non abbiamo altro luogo, nell'universo, in cui rifugiarci. Ognuno di noi quindi non può venir meno alla propria responsabilità di operare non solo in difesa della razza umana, ma anche degli insetti, delle piante, degli animali che, con noi, abitano questo pianeta".
(Tenzin Gyatso, Dalai Lama)


di Hermes Pittelli ©


 La nuova febbre dell’oro nero miete vittime.
Anche La Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, si schiera a favore della ‘Strategia Passera’: da ottobre, via libera a trivella selvaggia sul suolo e nei fondali italiani. Ragazzi, c’è crisi, non è il momento di atteggiarsi a radical chic in favore dell’ambientalismo. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti, e accende i cuori dalle Alpi al Canale di Sicilia: trivellare!
Pochi, sporchi, maledetti e subito. Pecunia non olet, anche se puzza di zolfo.

Oggi Edmond Dantes e lo scienziato Faria non sprecherebbero anni e fatiche a scavare un tunnel per fuggire dal carcere dell’Isola di Montecristo; troverebbero il lavoro sporco già ultimato dai petrolizzatori. Non si tratta di uno scherzo sulfureo.
La gloriosa Key Petroleum Ltd ha davvero avanzato la richiesta di poter trivellare allegramente tra l’Isola d’Elba e quella resa celebre da Dumas.
E’ solo uno tra le decine di esempi e di scempi che da ottobre potrebbero diventare realtà grazie al piano energetico del governo Monti.
La novità è che La Repubblica, fino a ieri auto proclamata paladina della Democrazia (a Palazzo Chigi albergava un certo Cavaliere, rivale in affari ed interessi di un altro Cavaliere e Legionario d’Onore, De Benedetti), oggi è coricata su posizioni filo governative. A priori, acriticamente.
Non si spiegherebbe in altro modo, l’incredibile reportage (?) firmato da Ettore Livini sull’Italia, Eldorado degli idrocarburi. Toni solenni e trionfalistici, privi di dubbi. Siamo seduti sulla nostra fortuna e non lo sappiamo; abbiamo una ricchezza
t(r)aumaturgica sotto i nostri pedi e non la sfruttiamo a causa di noiose complicanze burocratiche, aggravate da quattro estremisti ambientalisti, nemici dello sviluppo.

Arpe celestiali in sottofondo a sottolineare “il soffio lento e gentile del gas che pulsa”; il ritornello già declamato da Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: la corsa autarchica al petrolio fai da te potrebbe regalarci “mezzo punto di Pil e 25.000 posti di lavoro in più”; in un crescendo che nemmeno Rossini tra fornelli e spartiti, ecco l’immancabile Descalzi, presidente dell’Asso(mineraria) nella manica di ogni politico e giornalista di vaglia, che con registratore di cassa alla mano, gongola: “Raddoppiando la produzione, si libererebbero 15 miliardi di investimenti”.
Cifre e dati liberati nell’aere senza una comparazione, senza una minima analisi dei risvolti negativi. Per tacere, ovvio, di fluidi e fanghi perforanti, anidride solforosa e tutte le gentili sostanze cancerogene riconducibili alle attività petrolifere.
Queste però sono ubbie ambientalistiche, un po’ come la subsidenza, cui accenna Livini, ma quasi in tono canzonatorio nei confronti di chi lancia questi allarmi.
L’Italia non è il Kuwait – concede il giornalista, bontà sua – non galleggia su un mare di petrolio”.
Però. Però c’è la crisi. Rendere il Belpaese un gruviera elvetico ridurrebbe la nostra dipendenza energetica dal 90 all’80%. Una mossa geniale, quindi.
E poi via con i dolori delle giovani multinazionali degli idrocarburi, generose Muse di sviluppo e ricchezza, limitate da una delle piaghe secolari del Paese, non il traffico tentacolare, ma la burocrazia: “Total e Shell hanno avuto bisogno di 400 permessi prima di far partire i lavori a Templa Rossa, in Basilicata”.
Non una parola sullo stato disastroso e tragico in cui versa la Val d’Agri, per non spaventare potenziali investitori stranieri.
Interminabili Odissee burocratiche per scavare sottoterra: nel 2010 sono state fatte solo 35 richieste per nuove perforazioni, il minimo dal 1949 – si duole Livini – di cui 34 per migliorare impianti già attivi e solo una per la ricerca di nuovi giacimenti”. Un autentico dramma, per i poveri petrolizzatori.
A causa di tutto questo, secondo il nobile foglio scalfariano, l’Italia è come le foglie sugli alberi d’autunno, dipende dai capricci e dai vezzi del Cremlino e dalla stabilità geopolitica di Algeria, Libia e Stretto di Hormuz.
Le colpe della nostra schiavitù energetica non sono attribuibili né alla politica, con la classe dirigente più antiquata e corrotta dell’Universo, né all’imprenditoria nostrane, zavorrate con il piombo alla metà del secolo passato. Per carità.
Vuoi vedere che anche in questo settore c’è lo zampino del marciatore Schwazer?
Per spillare il primo barile in Italia servono 11 anni contro i 6 del resto del mondo”.
Nessun cenno sulle leggi molto più rigide in materia di estrazione, sicurezza e sanità vigenti all’estero.
Sul tavolo della direzione generale per le risorse minerarie e geologiche giacciono 120 richieste di perforazione”. I “colossi dell’oro nero” stanno facendo una danza propiziatoria affinché il decreto, chiamato con somma ipocrisia salva-Italia, conceda il liberi tutti alle trivelle.
Ci pensa Descalzi via Livini a fugare ogni dubbio, esplodendo, come spesso capita alle piattaforme e ai serbatoi delle raffinerie, gli ultimi effetti pirotecnici:
Serve un patto per lo sviluppo (il famoso trucco dei mattatori, il Compromesso!) tra tutte le parti in causa. Se riusciremo a superare le barriere strutturali e temporali di burocrazia e amministrazione possiamo raddoppiare la nostra produzione nazionale”.
Risultato? 600 milioni di euro in più l’anno per il fisco nazionale e 250 milioni di royalties per le casse di Regioni e Comuni”.
Anche in questo caso, cifre gentilmente offerte da Assomineraria, senza altri parametri, senza cenno ai costi sociali, sanitari, ambientali di questo tripudio fossile. Nessuna menzione per le fonti rinnovabili, con l’Italia clamorosamente fanalino di coda del Vecchio Continente, nonostante l’invidiabile posizione geografica e nonostante fino alla prima metà degli anni ’80 del 1900 fosse all’avanguardia nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Livini, che si emoziona per questo “pieno d’energia autarchica all’Italia spa”, offre ai lettori una panoramica con tutti i presunti vantaggi della corsa all’estrazione del petrolio italico, ma evita in modo accurato di esporre i costi e i danni che questa strategia comporterebbe. Se questo è un reportage: sembra un comunicato di Assomineraria, vagamente imbellettato e infiocchettato per risultare appetibile al volgo e costituire l’ennesimo ultimatum per esecutivo, politica e amministrazioni; le quali, come appurato in Abruzzo non hanno nemmeno bisogno di incentivi per inginocchiarsi al cospetto dei Colonizzatori dell’oro nero.

Restano amarezza e sconforto. Il governo incostituzionale Monti, governo d’emergenza e ‘salute pubblica’, sarà anche formato da plurilaureati che conoscono l’inglese e hanno girato il Pianeta, ma non riesce a liberarsi dai consueti difetti genetici.
Benedetta Fisiognomica: l’antica furbizia all’italiana.

La Tempesta è in arrivo
post pubblicato in Ambiente, il 12 agosto 2012
Mare incatramato tra Vasto e Termoli, moria di tartarughe e delfini; le autorità invocano prudenza "per non creare inutili allarmismi". Intanto, il governo Monti prepara la rivoluzione d'ottobre: l'Italia diventerà un immenso campo di gas e petrolio, ma con molta green economy...  


di Hermes Pittelli ©


 Spiaggiamenti e moria di tartarughe e delfini, mare incatramato da Vasto a Termoli.
Le autorità preposte ai controlli della balneabilità e alla tutela ambientale e sanitaria predicano però “prudenza, per non creare inutili allarmismi”.
Come scrive la Professoressa D’Orsogna sul proprio blog:
Tutto dorme in questo gentile agosto 2012”.
Manca solo la famosa orchestrina del Titanic e il quadro sarebbe davvero completo.
Nell’assordante silenzio delle istituzioni e della politica abruzzesi e molisane, solo Massimo Romano, consigliere regionale del Molise, area Costruire Democrazia, ha avvertito l’esigenza di ottenere risposte chiare su questi fenomeni allarmanti e sull’ennesimo episodio di ‘marea marrone’.
Romano ha presentato un esposto alla Procura di Vasto (Chieti) e a quella di Larino (Campobasso) per chiedere una perizia tecnica che accerti senza ombra di dubbio “le cause dell’inquinamento dell’acqua”. E magari anche i potenziali effetti nocivi per l’habitat e per la salute umana, considerando che, come sottolinea giustamente preoccupato il consigliere, “le autorità preposte non forniscono dati o si limitano a comunicati generici”.
In fondo, siamo a Ferragosto, gli italiani sono già assillati dal caldo torrido, dallo spread, dagli aumenti ingiustificati del costo dei carburanti (l’Eni sempre pronto a rimettere in moto se stesso) e dalle nuove, brillanti idee del governo Monti; sarebbe una crudeltà angustiarli con la notizia di ulteriori minacce da parte dei petrolizzatori.
Solo una sfortunata coincidenza che in questo tratto di Adriatico siano attive tre piattaforme petrolifere Edison (erede della vecchia e famigerata Montedison), denominate collettivamente Rospo Mare (A,B e C)?

La Scienziata dei Due Mondi non si capacita ancora per l’inadeguatezza dei politici:
Non sanno usare internet, non sanno leggere in inglese (e i testi delle multinazionali ai propri investitori o gli articoli della stampa internazionale sono quasi sempre redatti in questa lingua), non hanno il cervello per pensare che certe cose occorre combatterle in prima persona e non a traino, non sanno spiegare i fatti alla gente, non hanno il coraggio di dire con chiarezza cosa sia giusto e cosa sbagliato, non hanno il coraggio di agire di conseguenza”.
Perché una volta che si stabilisce una netta linea di demarcazione tra bene e male, non si possono più organizzare gli inciuci all’italiana; le priorità sono lampanti. Mica come le nuove fantasiose invenzioni di Passera, ministro per lo sviluppo economico; tra ottobre e dicembre ecco la strategia ad hoc (o shock?) per rilanciare il Paese, la Rivoluzione d'Ottobre: l’Italia dovrà trasformarsi nello snodo chiave per la distribuzione europea del gas proveniente dall’Africa settentrionale e dai paesi dell’Est; in più – udite udite la lieta novella – asso (Assomineraria, soprattutto) nella manica dell’esecutivo, il rilancio dei piani nazionali per l’estrazione degli idrocarburi indigeni.
Senza però tralasciare la green economy, nella quale siamo clamorosamente fanalino di coda nel Vecchio Continente. Insomma, il consueto guazzabuglio tricolore, un misto fritto a base di tutto e del suo esatto contrario. Solo un governo di ignoranti (o collusi) può definire le centrali a biomasse, green economy.
Insomma, l'Italia del futuro sarà in cielo, in terra e in mare, un immenso campo di gas e petrolio, ma in salsa verde!

E poi la Professoressa abruzzocaliforniana, allibisce al cospetto dell’inadeguatezza dei primi cittadini d’Abruzzo. Qualcuno, dopo gli svarioni dei Tecnici, davvero riesce ad immaginare questi sindaci (ancora legati alla 'scuola di zio Remo Gaspari') che al mattino si dedicano alla rassegna stampa nazionale ed internazionale? Davvero qualcuno li immagina in grado di allargare lo sguardo oltre il confine del proprio orticello elettorale?

Dopo aver udito con sommo disgusto i cantici d’amore di Lapenna (sindaco di Vasto) e di Pollutri (sindaco di Cupello) dedicati a Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, aleggia un po’ di pessimismo: non solo costoro sono rei confessi, ma sono complici anche tutti gli altri esponenti istituzionali (ad es: Enrico Di Giuseppantonio, presidente della provincia di Chieti; Giovanni Legnini, senatore del Pd) che erano comunque presenti alla santificazione del Cane Nero a sei zampe e per calcolo e/o vigliaccheria hanno taciuto.
Il loro concetto di sviluppo, dunque, corrisponde ad un Abruzzo formato Basilicata.
Se così sarà, saranno responsabili di fronte a Dio e agli Uomini.
Il progetto ‘Abruzzo Catalogna italiana’, sembra essersi già dissolto come miraggio nel deserto. Forse a causa, come avrebbe detto (sempre attuale) l’impareggiabile Totò, “di questo maledetto sole africano!”.
Balle, solo balle”, chiosa oggi con amarezza la Professoressa D’Orsogna che vibra l’ennesima stoccata ai rappresentanti locali dei Cittadini: “Molli, molli, molli”.
Curioso poi: quello che dovrebbe essere evidente a tutti costoro, politici, amministratori, ma anche e soprattutto cittadini ignavi ( a Vasto, solo un ristretto manipolo di anime a contestare il gran capo dell'Eni), si trovi, in sintesi mirabile, nel testo di una canzone (scritta da Artisti di caratura diversa rispetto al Rocco Papaleo):

"La tua terra perfetta
Che non sai abitare
Verrà umiliata e distrutta
Sarai obbligato a lottare".
(da La Tempesta è in arrivo - Afterhours)

Grazie alla Professoressa D’Orsogna e alle associazioni e movimenti ambientalisti, la Battaglia continua.
Con un'unica avvertenza per i Popoli: non vi venga voglia di lottare il Giorno della Fine.
A quel punto, l’Inglese e la Resistenza non vi serviranno più.



Fonti: Termoli.tv, Chietitoday.it, La Repubblica, Professoressa Maria Rita D’Orsogna

Io sto con Alex Schwazer
post pubblicato in Società&Politica, il 8 agosto 2012



"Forse voi che pronunciate questa sentenza, avete più paura di me che la subisco". 

(Giordano Bruno, rivolto ai giudici che lo avevano appena condannato al rogo per eresia)

 

di Hermes Pittelli ©

 
 
Sbatti il mostro in prima pagina.
E’ la stampa bellezza. In nome del paese. I nostri valorosi giornalisti, supini con i potenti, inflessibili con i deboli, ancora una volta conquistano sul campo il titolo di cani da guardia della democrazia.
Il male assoluto è stato identificato: Alex Schwazer, ormai ex marciatore olimpico ed olimpionico.
Da quando è stato fermato dal Coni dopo un controllo antidoping per assunzione di Epo, l’altoatesino si è ritrovato catapultato su tutte le prime pagine dei giornali (ci vuole temerarietà a definirli così), ogni telegiornale (?) non ha esitato a trasmettere con un certo sadismo le immagini della caduta dell’atleta dall’Olimpo dello sport nel fango delle inchieste per frode (con il Codacons che si distingue ancora una volta per insipienza), nessun tuttologo italiota (massimi esperti di ogni materia, quindi del nulla eterno) si è astenuto dallo spiegarci in dettaglio perché questo ragazzo sia il biasimevole esempio dell’Imbroglio universale e quindi meriti una punizione esemplare.
In questi casi terribili, si sa, la punizione deve sempre essere esemplare.
Mentre per i veri ladri e gli assassini si invoca subito un pio perdono in nome della concordia sociale.
Così il novello e inconsapevole Mefisto, che in realtà è solo un ragazzo diventato improvvisamente troppo umano, fragile, con gli occhi cerulei inondati di lacrime, assurge suo malgrado al ruolo di untore dell’estate italiana 2012, quella della grande crisi e della massima idiozia della politica e della tecnocrazia.
Che manna distrarre la massa con un ‘farabutto’ le cui sembianze rammentano solo un bambi disperso in una foresta divenuta troppo ampia, intricata e oscura; che manna evitare di parlare dei veri guai del paese e dei nostri atavici vizi e colpe; che manna un povero untorello che si fa pescare con le mani nel sacco, da offrire in pasto alla folla acefala e inferocita, assetata di sangue.
Meglio uno scandalo così, di qualunque telenovela sulle varie e ormai avariate veline di turno.
Il paese reclama a gran voce vittime sacrificali, capri espiatori.
Manca solo che Monti (di sicuro, l’entourage di palazzo Chigi ci ha pensato) gli attribuisca la colpa dello spread e delle speculazioni finanziarie.
Ecco il fascismo carsico che riemerge prepotente in ogni anfratto di questa pura e onorata società, l’ansia della forca, i pruriti da piazzale Loreto (il giorno prima tutti con l’uomo forte, l’uomo del destino; il giorno dopo, con la sorte ormai avversa, tutti pronti a spergiurare che lo avevano sempre avversato, tutti pronti ad infierire sul cadavere dello sconfitto).
Davvero un belpaese, una culla di civiltà ed esempi etici per le giovani generazioni. Il solito paese bigotto e senza memoria. Tutti rubano e uccidono, l’importante è che non si sappia: riservatezza, privatezza, nefandezze coperte da una patina di impalpabile rispettabilità e religiosità pubbliche.
Nel paese che non riesce ad emanare una legge contro la tortura, che consente all’industria di uccidere, sfruttare e devastare a norma di legge, nel paese che non scalfisce il muro di gomma delle omertà sulle proprie pagine oscure, nello stato che sempre protegge la propria sedicente ‘ragione’ anche quando è frutto di accordi con la criminalità, la pecora nera diventa Alex Schwazer, 28 anni, arreso e sconfitto al cospetto di responsabilità, attese e compiti che non corrispondevano più alla sua reale identità ontologica, alle sue esigenze di persona, di semplice essere umano, limitato, fallibile, caduco.
Eccoli schierati come un plotone d’esecuzione con il mouse in mano, pronti ad eseguire la sentenza con le tastiere, pronti a decretare la pena capitale via facebook, twitter, sms questi integerrimi censori del III millennio; autoproclamatisi novella inquisizione, depositari della Giustizia; eccoli, schiere di Soloni con il ragionamento in 100 caratteri, roba che l’ameba ha più materia grigia di tutti costoro riuniti insieme.
Ecco il Coni delle cricche e degli atleti di serie a (quelli con sponsor politici ed economici importanti) e serie b (Schwazer difeso dal Pinguì...), ecco i terribili pennivendoli ed intellettuali nostrani, eruditi nell’indicare al popolo analfabeta il traditore dei valori sportivi e olimpici, gli stessi che si sono schierati a cellulare sguainato con Buffon (a proposito, sulle sue ‘prodezze’ è già calato il silenzio, da quando ha familiarizzato con il prode Napolitano), gli stessi che ci hanno spiegato che il calcio è finto e marcio, ma non si può (non si può) fermare per una sacrosanta tabula rasa, perché business is business.
Gli stessi che spesso non hanno praticato un solo secondo di sport in vita loro.
Del resto, se non si può spegnere l’Ilva, perché interrompere la magica giostra degli imbrogli?

Il paese che non diventa mai adulto, il paese in cui i cittadini pretendono di restare sudditi e affidati alla patria potestà di qualche leader (sventurato il paese che ha bisogno dei leader), il paese in cui la legge si scrive già con le eccezioni così si fa meno fatica ad aggirarla, il paese dei due pesi e delle due misure, nel quale se l’altro commette un errore è un infame da massacrare senza pietà, ma se sbaglio io, magari in malafede e malizia, “il mio però è un caso particolare”.

Ecco dunque un perfetto agnello di Dio da scannare, Alex Schwazer.
Colpisce la spietatezza di chi avrebbe dovuto proprio per vicinanza e ruolo, tutelarlo soprattutto come persona. Il suo allenatore, carabiniere, lo ripudia crudelmente, come se l’Arma o la Polizia di stato (G8, Cucchi, Aldrovrandi, ecc. dove siete?) fossero ritrovi di immacolati putti e cherubini.
L’Italia ha voglia di un nuovo martire alla MarcoPantani, su cui poi tutti hanno pianto lacrime ipocrite?
Ad Alex Schwazer, da umile peccatore, posso solo augurare di trovare la forza di vivere nei valori e nel sostegno della sua splendida compagna, Carolina Kostner.
Ai benpensanti in servizio permanente effettivo consiglio di cercare i nomi degli sponsor di queste Olimpiadi londinesi e tentare, per una volta di riflettere; ai benpensanti ingenui e candidi suggerisco di pensare ai ritmi, all’agonismo esasperato, alla competitività letale dello ‘sport’ professionistico globale e rispondere ad un semplice quesito: credete davvero che tutti questi atleti siano ‘puliti?
Credete davvero che competano sfruttando solo le proprie risorse fisiche e mentali?
Rispondetevi e poi, come avrebbe fatto l’insuperabile Principe De Curtis, sputatevi in faccia da soli.

Schwazer è colpevole, certo. Colpevole di essere stato così fesso da farsi scoprire (del resto, era questo che inconsciamente voleva per spezzare la propria infelice schiavitù).
Colpevole di avere ammesso immediatamente la propria colpa, senza invocare la consueta congiura di qualche entità segreta e maligna (in Italia, una congiura non si nega a nessuno).
Se fosse passato indenne al controllo grazie a qualche intruglio più complicato e meno tracciabile, se avesse vinto una medaglia, sai che folla sul quel suo carro.
A cominciare dall’impresentabile Petrucci, presidente del Coni; lo stesso che bollò Carolina Kostner come una perdente.
In Italia, come detto, si perdona tutto, tranne la vittoria e la sconfitta: del resto, è molto meglio essere tutti immersi nella stessa melma di rassicurante mediocritas.

Dunque, celebriamo questa bella e cruenta decapitazione in piazza, questa impiccagione in diretta mondiale, questo rogo pubblico, purificatore sul quale ardere il blasfemo; dopo aver eletto in fretta e furia (soprattutto furia) un perfido dio giudicante ed esserci nominati suoi vicari in Terra.
Giustizia è fatta.
Crocifiggere un presunto peccatore (non sarebbe una prima visione, ma la consueta replica estiva di qualche antico successo), per consentire a tutti gli altri di sentirsi mondati, una volta per tutte.
E continuare impunemente a delinquere.

Paolo Scaroni, l’imperatore di Vasto
post pubblicato in Ambiente, il 6 agosto 2012



di Hermes Pittelli
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 In ginocchio da te.
La celebre canzone di Gianni Morandi offre il senso e la perfetta sintesi della serata vastese dedicata a Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, ringalluzzito da un primo semestre 2012 di nuovi successi economici e finanziari.
I politici del Basso Abruzzo (tra gli altri, Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti) accorsi a celebrare il divo Paolo hanno fatto a gara per dimostrargli a parole e con i fatti “la grande amicizia e riconoscenza che da sempre lega il Vastese all’Eni e a Paolo Scaroni, prima come dirigente Pilkington/Siv e ora come grande manager di un’azienda mondiale”.
Avvezzo ai duelli sulle spietate arene della globalizzazione planetaria, al gran capo del cane nero non è parso vero di trovare un clima così favorevole e durante la consegna del premio Silvio Petroro (fondatore dell’Associazione Pro Emigranti, oggi guidata dal figlio Gianni e sostenuta dalla Banca Popolare di Lanciano e Sulmona) negli incantevoli giardini di Palazzo D’Avalos, ha offerto il meglio del repertorio.
L’ouverture affidata al sindaco locale, Luciano Lapenna, fornisce il là al gran capo del Cane Nero a sei zampe; se non ci trovassimo in Italia, sarebbe quasi difficile credere che il signore con la fascia tricolore sia la stessa persona che un anno fa, seduto accanto alla Professoressa D’Orsogna, a proposito delle trivelle giurava il suo incontrovertibile “No pasaran”; difficile reperire tracce di quella risolutezza nell’inno declamato alle virtù t(r)aumaturgiche dell’Eni e di Scaroni, profeti e propagatori di sviluppo, benessere e civiltà: una resa totale e incondizionata con la scusa della grave crisi globale.
Il Divo Paolo, sorridente come non mai, accompagnato dalla moglie, va a briglia sciolta, perché la programmata intervista con il serrato fuoco di fila di domande incrociate dei giornalisti Mauro Tedeschini (neo direttore del quotidiano Il Centro) e Nino Germano (Tgr Abruzzo, non insensibile alla questione ambientale) si rivela una serena chiacchierata con gradevole contrappunto, una litania autocelebrativa con i grandi successi della creatura matteiana e la filosofia ‘etica’ di Eni.
“Le rinnovabili non sono una priorità, anche perché per produrre biocarburanti c’è bisogno di quantità immani d’acqua; al mondo c’è petrolio per altri cento anni e gas, soprattutto shale gas, per altri due secoli” (Un manager con una grande visione, mentre perfino la Cina ha capito che la vera rivoluzione è quella delle fonti rinnovabili).
“Emigrare per lavoro non è un male, io sono vicentino e a casa mia non ho mai lavorato. Le vostre espressioni sono dubbiose, ma avete torto. Chi non trova lavoro, è perché non vuole davvero lavorare e sacrificarsi” (Emigrare con ruoli dirigenziali e lauti stipendi garantiti è forse più agevole che partire con la classica valigia di cartone e dentro una maglia di lana più tante speranze).
“Eni, sulla base della grande lezione di Enrico Mattei, opera sempre nel rispetto della sostenibilità, per evitare ogni possibile forma d’inquinamento, come ad esempio il gas flaring” (in Nigeria non si sono accorti di tanta cautela e sensibilità).
“Appena arrivato in Eni, un dirigente di lungo corso mi disse di tenere sempre presente che il petrolio non è mio. Da allora ho sempre agito in base a questa lezione. Come in Africa, dove siamo la multinazionale più forte, perché non solo prendiamo, ma restituiamo sotto forma di formazione professionale e richezza e molti stati ci considerano amici” (forse confonde i governanti con i governati; di solito i governi del Continente Nero sono così accoglienti con Eni soprattutto per le cospicue donazioni che ricevono in cambio).
“Eni è sempre pronta ad investire in Abruzzo, anche perché qui il mix tra economia tradizionale e moderna è già stato realizzato, ma sul Centro Oli di Ortona non abbiamo più interessi. Abbiamo peccato nella divulgazione corretta del progetto, ma non possiamo sprecare energia a spiegare sempre in dettaglio i nostri piani; se la politica e soprattutto le popolazioni non ci vogliono, investiamo altrove” (Il consueto ricatto occupazionale che poi nella realtà non trova mai riscontri).
Infine, un commiato condito d’ottimismo, da campagna elettorale (o nuova campagna colonizzatrice): “Sono ottimista per natura, non vedo una situazione così grave, né per l’Italia, né per questo territorio da sempre caratterizzato dall’ingegno e dalla laboriosità e su questi aspetti non temiamo concorrenza in nessun paese al mondo”.

L’onorevole cittadino Scaroni.
In precedenza, Paolo Scaroni, planato con l’elicottero aziendale, aveva ricevuto dal sindaco di Cupello, Angelo Pollutri, la cittadinanza onoraria del piccolo comune chietino che ospita un sito di stoccaggio gas targato Eni. Anche qui, solo lodi, sorrisoni e vigorose strette di mano e sottomissione.
Anche qui tutto per e in nome dell’Amicizia, una cittadinanza “concessa 50 anni fa a Enrico Mattei e che io accolgo in vece sua come a compimento di un arco di Storia. Vi assicuro che questo territorio mi ha regalato più di quanto io non abbia saputo dare (Un’ammissione involontaria?)”.
Poi, una nota di rammarico, l’unica, per la mancata realizzazione del "dono" sotto forma del Centro di Ricerca Eni presso l’ateneo dell’Aquila.

Il colpo di Teatro o dei due cavalli di Troia.
L’istituto tecnico industriale Enrico Mattei istoniense e il pianto greco (è proprio il caso di dirlo) degli amministratori vastesi, potrebbero rappresentare i due cavalli di Troia per tornare all’assalto degli idrocarburi nascosti nel territorio e nel mare abruzzesi. Scaroni ne parla in tono quasi rassegnato, distaccato, ma le sue pupille rivelano il classico luccichio della volpe che escogita ogni strategia per giungere all’uva, soprattutto quella off shore. Cioé i fondali marini della regione nero-verde.
Da mattatore navigato, Scaroni annuncia che devolverà (con incremento generoso offerto dall’Eni, con formula marketing: 5 x 10 x 2) il premio Petroro (5.000 euro) all’Istituto Mattei. Un escamotage per rilanciare il progetto del Centro di Ricerca nel Vastese, come auspicato dallo stesso Pollutri? Mentre sindaci, amministratori e banchieri a corto di inventiva e competenze invocano la nuova colonizzazione Eni, Scaroni gongola e pregusta l’epilogo già vissuto con la Pilkington: congedato con tutti gli onori dopo la privatizzazione (anche se una ex dipendente che vuole mantenere l’anonimato racconta di “mattanza di posti di lavoro, con Paolo Scaroni nel ruolo di tagliatore di teste”), fu richiamato dopo un anno di dissesti per assumere la guida dell’azienda.

La protesta.
All’esterno di Palazzo D’Avalos pochi, irriducibili ambientalisti fanno sentire le voci dissonanti di chi difende l’integrità dell’ambiente e la salute, auspicando una svolta economica attraverso le fonti d’energia pulita. Le instancabili ragazze del Wwf della Zona Frentana con due striscioni che rammentano la volontà popolare più volte espressa in questi anni: sì al parco della costa teatina e no al petrolio, sì alle energie rinnovabili e basta con l’economia fossile. Peccato che in un’afosissima serata d’agosto la cosiddetta società civile abbia preferito lasciare a questo sparuto manipolo di volenterosi, tra cui l’ingegner Lorenzo Luciano e Filippo D’Orsogna, papà della Professoressa Maria Rita D’Orsogna, il compito di rammentare non solo a Paolo Scaroni, ma ai politici del Vasto che il territorio pretende di assecondare la propria natura storica: biodiversità, agricoltura di qualità, arte, cultura, turismo.
Scaroni se ne va sulla berlina blù, scortato dalle forze dell’ordine, come sempre sicuro delle proprie certezze (la collaborazione supina della politica), senza degnare di uno sguardo i fastidiosi ambientalisti, senza rispondere alle vere domande.
In fondo, suoi migliori alleati, sono tutti quelli che anche stasera hanno scelto di rimanere in spiaggia a baloccarsi tra sabbia e mare, optando per il meglio qui ed ora, senza orizzonti: non ci sarà sempre una Scienziata dei Due Mondi a salvare la regione e quando invece del paradiso di Punta Aderci si troveranno stremati tra piattaforme, centri oli e centrali a biomasse, dovranno guardarsi allo specchio per trovare i veri responsabili dello scempio.

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