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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Pasolini, un maestro da ‘fagocitare’. Con o senza misteri
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 9 aprile 2011

(La celebre foto di Pasolini 'sorpreso' senza veli, scattata dal grande fotografo Dino Pedriali).


Citazione da Uccellacci e Uccellini: “I maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante” (Il Corvo).


di Hermes Pittelli ©


 
Il ‘caso Pasolini’ non è ancora chiuso.
Restano, ancora e sempre, due fronti aperti.
Quello giudiziario, una sorta di cold case come il delitto dell’Olgiata (anche sull’uccisione del ‘cattivo maestro’ restano più dubbi che certezze).
E quello più strettamente culturale: per lungo tempo osteggiato in quanto ‘pervertito’ e ‘alieno’, P.P.P. è ormai celebrato e venerato nei consessi intellettuali e politici più vari e trasversali.
Marco Belpoliti, con l’ottimo saggio ‘Pasolini in salsa piccante’ uscito qualche mese fa per i tipi di Guanda, tenta di fare il punto e soprattutto di scrivere un punto, chissà se definitivo, sulla questione.
La materia è vasta, magmatica, complessa.
Qualche carta nautica schematica può aiutarci a individuare una rotta.
Di sicuro, nel percorso del Poeta si possono distinguere tre fasi:
la vita terrena; la vita postuma (con Pasolini ‘santinizzato’, sia dalla sinistra sia dalla destra, attribuendogli peculiarità messianiche e visionarie per esorcizzare la sua identità di artista omosessuale); la ‘giallizzazione’ dell’omicidio di Pasolini (forse non esiste alcun mistero, né trama, né congiura sulla sua morte violenta).

Pasolini e il Friuli: “Momento fondamentale della sua formazione artistica e personale, troppo spesso trascurato dai critici e dai suoi appassionati.
I fatti di Ramuscello, profonda campagna friulana, lo segnano per sempre: l’accusa di molestie sessuali nei confronti di alcuni giovani autoctoni, la condanna penale e quella morale e politica (con annessa, per lui incomprensibile e dolorosa espulsione) da parte del Partito Comunista Italiano.
Qui comincia a configurare il suo narcisismo, un narcisismo di morte; qui comincia a scandalizzare con le sue ‘ossessioni’ per la sessualità e il sacro.
Apprezza il progetto di Man Ray su De Sade e Andy Wharol.
P.P.P. e l’artista della factory vengono immortalati dallo stesso fotografo: Dino Pedriali. Anche Ugo Mulas ritrae Pasolini (gli scatti di entrambi i fotografi compaiono nel prezioso volume, ndr
).
L’immagine e quindi l’arte fotografica sono una delle componenti fondamentali della figura pasoliniana; mai come in questo caso la forma è anche e soprattutto sostanza (Biagio Marin, poeta, nato a Grado; più anziano di Pasolini, riscoperto e rivalutato da P.P.P. Bellissima e struggente la raccolta di liriche che Marin dedica all’immagine del corpo straziato - “fracassato” - di Pasolini, ‘El critoleo del corpo fracasao’, 1976).
L’incontro tra Pasolini e Pedriali avrebbe potuto generare un conflitto di personalità e di percorsi culturali.
Quando un fotografo decide di realizzare il ritratto di una persona, spesso s’instaura una sorta di sfida, silenziosa ma cruenta, tra i due soggetti a confronto. Si verifica una ‘collisione di volontà e personalità’ che raramente trovano accordo verso la stessa finalità del progetto: nel caso di P.P.P. e Pedriali si è invece realizzato un miracoloso, armonico, perfetto connubio artistico ‘teleo-iconografico’ tra il ‘ritrattista’ e il ‘ritratto’
(Piccola digressione musical-popolare. A proposito del duo Pasolini/Pedriali viene in mente il testo di Lorella Lorelai Cerquetti ‘Due re senza corona’, scritta per i Nomadi: “Due specchi con un solo fuoco di riflesso…”).
Pasolini non muove battaglia contro Pedriali, entrambi procedono artisticamente verso la stessa meta, perché entrambi sono fautori di ‘autenticismo’.
Una interpretazione della realtà attraverso una metafora artistica così alta e riuscita da sembrare autentica (perché autentiche sono la passione e la motivazione che spingono l’Artista a compiere questa impresa).
Nella foto di Pedriali che ritrare il corpo nudo di Pasolini (uno scatto che sembra rubato, che appare come un ‘ratto dell’attimo fatale e irripetibile’ da parte del fotografo, mentre tutto è stato pianificato da entrambi in ogni minimo dettaglio) si coglie il concetto pasoliniano del ‘doppio corpo’, il corpo fisico e l’altro, quello che cerca di trascendere la realtà per proiettarsi verso una dimensione metacronologica, quella dell’eternità.
Pasolini vive con tormento la propria omosessualità, lui per primo (prima della condanna da parte della società, della ‘giustizia’, della Chiesa, del partito) la vive come una sorta di menomazione; anche se attraverso la propria identità sessuale ‘anomala’ cerca una chiave per trasfigurarsi nell’Eternità.
Si può parlare di una ‘semiologia iconografica’, di una tetragona ossessione per ‘l’immagine e la doppiezza’.
Riavvolgendo il nastro e tornando alle tre fasi della vita pasoliniana (della vita anche dopo la vita), la sua omosessualità è stata sempre volutamente lasciata in ombra, in secondo piano, per esorcizzarla come non si trattasse di una peculiarità fondamentale di Pasolini.
Mentre per lui, era un ‘medium’ per osservare e analizzare il mondo, una porta magica verso l’eternità
”.

Walter Siti (uno dei più preparati esperti e studiosi di Pasolini, cita le fotografie con cui Mulas ha ritratto il Poeta):
“A proposito della ‘semiologia iconografica’ e dell’ossessione per l’immagine, le uniche notazioni estetiche che Pasolini si concede nelle sue opere sul corpo degli uomini che lo attraggono, riguardano la nuca e il gonfiore nei pantaloni.
Per Pasolini l’incontro tra due uomini può avvenire solo attraverso il dono di sé o attraverso la violenza fisica: non si tratta mai di un incontro alla pari.
E’ per questo che non gli interessano le donne, perché le donne pretendono un’unione alla pari; è per questo che quando Ninetto Davoli gli rivela che sta per sposarsi lo considera il tradimento supremo.
Per P.P.P. l’incontro omosessuale più che estetico è metafisico, un’incrinatura fatale della realtà che ci spinge ad avvertire il bisogno di proiettarci verso un altro mondo.
Pasolini finge di essere se stesso – e lo fa in modo sublime – perché percepisce che essere davvero se stesso rappresenta un confronto impari e troppo doloroso con la realtà vera.
“La bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza”. (Marcel Proust).
Tutto questo, per Pasolini è un rito e il rito ha sempre bisogno di una rigida disciplina. Dopo l’avvento della ‘rivoluzione’ del 68, il Poeta capisce che anche nelle borgate, i riti e la disciplina sono stati disintegrati (altra piccola digressione: anche Sandro Veronesi presentando il suo romanzo ‘XY’ e sollecitato sull’orrore di Avetrana ha attribuito lo scempio umano e mediatico alla scomparsa dei riti e alla loro sostituzione con i canoni dello spettacolo ad ogni costo).
Per questo nel romanzo postumo ‘Petrolio’ (quello che molti giudicano spurio di uno scottante capitolo con rivelazioni sull’Eni, sulla morte di Mattei, sugli intrighi di Cefis), secondo me è solo l’epitaffio del suo desiderio e della sua poetica.
Il mondo è cambiato e lui non riesce più a capirlo, né interpretarlo, perché la scomparsa dei riti ha causato la scomparsa di tutto quello che in lui suscitava ‘desiderio’ in senso ampio. Petrolio forse è l’epitaffio della sua spinta verso la conoscenza: nel mondo post sessantottino non esiste più nulla che Pasolini voglia o possa conoscere.
Non a caso, per la prima volta il protagonista di una sua opera è un borghese.
Pasolini anche nei suoi film per interpretare borghesi aveva scelto sconosciuti popolani prelevati dai quartieri popolari e dalle borgate (tra cui, per esempio, lo splendido Girotti). E poi, se è vero che negli ultimi anni di vita Pasolini era un’icona culturale riconosciuta in tutti gli ambienti e quindi avrebbe potuto trovare fonti liete di rivelargli informazioni segrete sul ‘caso Mattei’, bisogna non tralasciare che Pasolini per Petrolio si è documentato su alcuni reportage pubblicati dall’Espresso e attingendo notizie da pubblicazioni discutibili di editoria alternativa: in ogni caso, niente di occulto o misterioso, ma facilmente reperibile da chiunque. Ecco, secondo me l’elemento rivelatore, la chiave di Petrolio è tutta qui: senza ‘gialli’ su questo filone moderno dei misteri italiani che soprattutto negli ultimi anni ha contagiato parte del giornalismo e della cultura italiani”.

Sotto l’icona niente, potrebbe essere il titolo di un ipotetico film su questa improvvida ondata di consensi trans politici e trans intellettuali nei confronti di Pasolini. Come Gesù, Che Guevara, Gandhi, Madre Teresa, Padre Pio.
Immagini da stampare in serigrafia su striscioni, bandiere, magliette, spillette, adesivi. Peccato che l’adorazione e l’ostentazione di icone sia funzionale al camuffamento del vuoto: di fede, valori, raziocinio, cultura.
Forse l’omicidio di Pasolini non nasconde segreti, né congiure.
Resta il forte sospetto che l’attuale ansia di ‘normalizzazione’ del poeta, sia una clamorosa e conclamata ammissione di paura nei suoi confronti: dimostra che il suo intelletto fa ancora tremare i palazzi del potere e i centri operativi dell’economia e della cultura.
L’innata peculiarità di smascherare e denudare con parole vere e sferzanti, con il suo stesso stile di vita, tutti i peggiori caratteri e istinti tipicamente italici (ipocrisia, codardia, ignavia, cialtroneria, egoismo, razzismo, fascismo di destra e sinistra, odio per la cultura la legalità l’onestà), non può essere accettata da chi aziona le leve del gioco.
Pasolini con spirito analitico e con una sensibilità da rabdomante culturale e antropologico sintetizza gli elementi che ravvisa nella società italiana e denuncia con 40 anni di anticipo il baratro in cui sta precipitando il decadente ex Belpaese; a causa della pseudo politica, mero strumento di commercio, e dell’industria che annienta tutte le vere risorse indigene in nome di un profitto elitario, egoistico, senza visione del futuro, né del bene sociale.
Forse ha ragione Umberto Eco quando afferma che un altro dei mali della società italiana è la “paranoia da complotto. L’ossessione per le trame oscure, tutto ciò che avviene alle spalle, mosso da un centro misterioso a nostra insaputa”.
Non esiste avvenimento rilevante della storia patria che non sia stato riletto o riscritto attraverso la lente di questa ossessione. Nel caso di Pasolini, resiste il sospetto che sia più funzionale impacchettarlo e venderlo come uno stupido gadget di marketing (meglio se infiocchettato addirittura con l’ennesimo noir in salsa tricolore): un goffo tentativo di ‘disinnescare’ il Maestro.
Hai visto mai che qualche studente/cittadino possa ridestarsi dall’ipnosi grazie ai suoi ‘cattivi insegnamenti’. L’unico modo per apprezzare davvero Pasolini è quello suggerito da Belpoliti: fagocitarlo con una salsa che non può non essere piccante e ‘digerirlo’, una volta per tutte.
Con o senza misteri.

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