.
Annunci online

pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
D’Orsogna/Vicari: la strana estate 2010
post pubblicato in Diario, il 31 luglio 2010




di Hermes Pittelli ©



 L’estate è la stessa per entrambe. Il paese anche: l’Italia.
Ma i percorsi che stanno tracciando queste due protagoniste della nostra storia attuale sono paralleli, senza possibilità di convergenze extra euclidee.

La Professoressa D’Orsogna dovrebbe trascorrere un periodo di vacanza con la propria famiglia a Lanciano, invece segue un’agenda fitta d’impegni, costellata da continue conferenze per sensibilizzare i cittadini sui pericoli della incombente petrolizzazione.

Non meno densa l’agenda della Senatrice Vicari, promotrice e prima firmataria del disegno di legge per istituire un’Agenzia unica che snellisca le procedure di concessione di permessi per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi; un’agenda densa come la fanghiglia puzzolente e velenosa che i petrolieri vorrebbero succhiare bucherellando indiscriminatamente le nostre bellezze naturali.
Un disegno di legge che viene propagandato come un inno alla sicurezza delle attività legate all’industria petrolifera, ma che è un gentile omaggio ad Assomineraria, visto che i cardini del ddl ricalcano i sogni nel cassetto primaverili della categoria guidata dal presidente Descalzi.
Del resto, mentre la Professoressa D’Orsogna continua a studiare, informare e coordinare la resistenza anti petrolizzazione, la senatrice sicula inaugura la petroliera galleggiante più grande d’Italia, al largo di Pozzallo (Ragusa). In quel tratto di mare dove per 20 anni Vega Oil ha sversato schifezze di ogni tipo (100.00 tonnellate tra petrolio e gasolio).
Ma oggi, grazie al modernissimo mostro tecnologico della Edison, pulito sicurissimo e inaffondabile, magicamente tutto è risolto.

La Scienziata dei Due mondi, invece di riposarsi dalle fatiche di ricercatrice e docente della Csun di Los Angeles, non ha fatto in tempo a scendere dalle scalette dell’aereo atterrato a Fiumicino (from Usa) che già era in auto destinazione Basilicata per l’ennesima conferenza(Lido di Metaponto, 23 luglio).
Il giorno successivo (24 luglio) incontro in piazza San Sebastiano, Spinazzola nelle Murge, Puglia. Conferenza promossa dall’associazione civica ‘No all’Italia petrolizzata’ e coordinata dal coraggioso giornalista Cosimo Forina; un successo nonostante l’infantile boicottaggio del sindaco Carlo Scelzi che non ha concesso né il patrocinio municipale, né le sedie per relatori e cittadini.
Ma non finisce qui, perché tra una relazione pubblica e l’altra Maria Rita D’Orsogna concede decine d’interviste a testate giornalistiche italiane, francesi, inglesi, a blogger d’assalto, a tv private, ad ogni giornalista impegnato in questa guerra per l’informazione, ma soprattutto per il diritto supremo ad una vita sana in un ambiente incontaminato.
Il 31 luglio 2010, altro giro di giostra a Giulianova Lido (Teramo): La Bellezza e l’Inferno. Possono mai coesistere le piattaforme petrolifere e i trabocchi? Anche i bambini sono in grado di rispondere in modo saggio e immediato. Gli stessi bambini che in una lettera geniale si chiedono e chiedono agli amministratori locali come mai, se tutti sono contro il petrolio, invece di continuare a raccontarlo non vanno in gruppo da Gianni Chiodi a pretendere una legge che scongiuri una volta per tutte i rischi petroliferi, in terra e in mare.
Il 6 agosto a Torricella Peligna (patria di John Fante): Progetto Monte Pallano, risorsa o minaccia?
Il 7 conferenza stampa a Pescara con le Donne di Emergenza Ambiente Abruzzo: uscire dalla trappola petrolifera si può, grazie ad una visione moderna di sviluppo per tutta la regione.
L’8 agosto a Fossacesia presso la Cantina Sangro le verrà consegnato un premio per il suo impegno totale e disinteressato per l’integrità ambientale della regione.
Il 9 agosto a Bomba: dalla raffineria sul lago alle piattaforme in mare.
Il 10 agosto a Ortona, nella tana del lupo come scrive lei stessa sul suo blog (chiaro riferimento al sindaco Fratino e all’attuale assessore al turismo della Provincia di Chieti, Remo Di Martino, storici fautori del Centro Oli Eni, ndr), riceverà un altro riconoscimento: Premio d’Abruzzo per l’Ambiente, alla presenza del Vescovo Carlo Ghidelli e con annessa conferenza cui parteciperanno anche Franco Farinelli (geografo di fama mondiale) e Francesco Stoppa (professore di Geochimica e Vulcanologia all’Università D’Annunzio di Chieti).
Poi, a Ferragosto, tra un fuoco d’artificio e l’altro, potrebbe organizzare in prima persona un convegno su qualche trabocco; ed infine, sull’aereo che la riporterà a Los Angeles, impiegare le 16 ore di volo transoceanico con due o tre video conferenze per salvare da qualche altro folle progetto magari le prealpi carniche del Friuli o l’Appennino tosco emiliano.

Decidere se optare per la visione del mondo proposta dalla Professoressa D’Orsogna o per quella della Senatrice Vicari, non è una questione di simpatia personale o di fede viscerale da bar sport.
Significa decidere se vogliamo un modello di sviluppo insostenibile, che ha fallito e che non fa altro che aumentare l’ingiustizia sociale con una minoranza di furbi sempre più ricca e padrona delle risorse e dei diritti ed una maggioranza sempre più esclusa dall’accesso ai requisiti minimi per una vita dignitosa.
Significa decidere (agire) qui ed oggi – perché la sabbia nella clessidra è esaurita – se vogliamo costruire un futuro sano, sostenibile, decoroso per noi e per i nostri figli o se vogliamo continuare a precipitare verso l’ecatombe universale discutendo delle prodezze erotiche di Belen e degli ultimi occhiali da sole dei vip, così trendy quest’anno sulle italiche sponde.

La Professoressa Maria Rita D’Orsogna, intanto, è legittimata a pensare:
“E la chiamano estate; e le chiamano ferie d’agosto”.

Idrogeno solforato in Abruzzo: pandemia di amnesie
post pubblicato in Ambiente, il 29 luglio 2010

di Hermes Pittelli ©



 Un tempo, d’estate sulle spiagge, sotto gli ombrelloni, nei chioschi e nei bar delle riviere si discuteva di calciomercato.
La crisi economica ha azzerato anche questo passatempo stagionale.
In compenso, oggi in Abruzzo l’argomento clou, davanti a un brodetto, o durante un consiglio regionale straordinario o alla riunione della bocciofila parrocchiana, sembra essere diventato l’idrogeno solforato.
Arrigo Sacchi diceva che l’Italia è il Paese abitato da 60 milioni di commissari tecnici; in Abruzzo sostituiti da circa un milione di espertoni della letale sostanza.

Tra gli effetti devastanti dell’H2S dobbiamo aggiungere la pandemia di amnesie che sta mandando in tilt la materia grigia di gran parte di queste persone.
Soprattutto tra i politici, gli amministratori locali e alcuni ambientalisti rampanti.
Questa è la conclusione che si può trarre a spanne dopo l’ennesima manifestazione anti petrolio a Fossacesia Marina (organizzata dall’associazione Nuovo Senso Civico). Uno ‘spettacolo’ che ha lasciato sgomenti e interdetti quanti usano ancora in modo autonomo il sistema nervoso centrale.
Una inutile ‘love parade bonsai’ per l’Abruzzo spetrolizzato, davanti a 200 persone. Al vento, più bandiere di partito che cittadini. L’ennesima inconcludente passerella di fasce tricolori e gagliardetti delle istituzioni. A favore di telecamere e flash. Condite da discorsi retorici e roboanti, senza sostanza. Anzi con una sostanza che ormai ha sostituito il prezzemolo, il famigerato idrogeno solforato.
Tutti a raccontare i sacrifici personali e istituzionali degli ultimi tre anni, tutti ad appuntarsi medaglie di merito e piantare banderillas di copyright sui risultati ottenuti (?), sulle manifestazioni che servono (come questa?), sulle documentazioni prodotte e inviate ai ministeri romani (ohibò!).

Nel Paese dalla memoria storica labile, ad orologeria, dalla memoria variabile a seconda dei venti e delle convenienze più sorprendente di tutti è stato l’intervento di Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti. Amministratore notoriamente prudentissimo (politicamente corretto?), sempre pronto a rammentare ai cittadini e alle associazioni ambientaliste la complessità degli itinera istituzionali e in fondo la penuria di reali poteri d’intervento che il suo ruolo dovrebbe garantirgli.
Dunque, così fosse, perché i cittadini dovrebbero continuare a pagargli lo stipendio?
Di Giuseppantonio ha rivendicato, con toni insolitamente battaglieri, il ruolo fondamentale della Provincia di Chieti nella guerra al petrolio.
Si è dimenticato di dire che non sapeva cosa fossero le osservazioni da inviare ai ministeri di Roma, non si è fatto i nodi al fazzoletto per dire alla gente che tutti i documenti ‘prodotti’ dalla sua istituzione sono stati scritti da cima a fondo dalla Professoressa D’Orsogna; la quale ha poi anche coordinato la raccolta e l’invio ai dicasteri della Capitale, altrimenti saremmo ancora qui in attesa dei piccioni viaggiatori, dei messaggi in bottiglia affidati al mare o di qualche apache esperto in segnali di fumo.
Sorprendente che Di Giuseppantonio da sindaco di Fossacesia fosse contrario alle piattaforme davanti ai trabocchi, ma inerte sulla questione della perimetrazione del Parco marino, strumento che adottato per tempo avrebbe scongiurato gli attuali pericoli.
Sorprendente che l’assessore al turismo della Provincia di Chieti sia l’avvocato Remo Di Martino, tetragono sostenitore del famigerato Centro Oli di Ortona, poi convertitosi (sostiene lui) manco fosse l’Innominato manzoniano all’ambientalismo più integralista; anche se pare che recentemente abbia espresso parere favorevole affinché Contrada Feudo da zona agricola venga classificata come zona industriale.
Sorprendente il silenzio di Franco Moroni, consigliere provinciale che conosce benissimo i particolari della vicenda e avrebbe dovuto suggerire al presidente di ringraziare pubblicamente la Professoressa D’Orsogna perché altrimenti oggi in Abruzzo, con le raffinerie dentro le cucine di ogni casa, nessuno ancora si sarebbe accorto della minaccia petrolifera.
La fatica più improba della Provincia è stata apporre il proprio logo sul materiale della Scienziata.

‘Dimenticata’ anche da quel Nuovo Senso Civico che racconta tre anni di sacrifici, “su e giù per l’Abruzzo a sensibilizzare la popolazione, raccogliere firme e a spaccarsi la schiena”, omettendo di specificare che tutto le informazioni scientifiche sono state attinte a piene mani sempre dai lavori di ricerca della solita Professoressa, talvolta storpiati con marchiani errori di copiatura. Su sei progetti di pozzi a mare Nuovo Senso Civico non ha partorito alcuna osservazione, nonostante si avvalga della perizia in materia di legislazione ambientale dell’Ingegner Giambuzzi.
Proposto da Orlando Volpe come risorsa civica in appoggio alla Provincia per l’ennesimo tavolo tecnico di coordinamento tra istituzioni, associazioni e cittadini. Organismo che dovrebbe vedere la luce a settembre. Altra fuffa. Intanto le trivelle corrono veloci e Gianni Chiodi resta il Temporeggiatore, mentre proprio a settembre a Roma comincerà la discussione in aula del nuovo ddl idrocarburi varato dalla senatrice Vicari, l’amica più fedele dei petrolieri.

Sorprendente che il musicista, ateo dichiarato, Orlando Volpe (NSC) citi l’importanza di essere riusciti a coinvolgere la Conferenza episcopale d’Abruzzo e Molise nella difesa ambientale, perché anche in questo caso è stata solo la paziente e incessante opera di informazione e mediazione di Maria Rita D’Orsogna in prima persona a convincere il Vescovo Carlo Ghidelli a schierarsi in modo netto contro l’industria degli idrocarburi.

Curioso che la Professoressa D’Orsogna, la Scienziata dei Due Mondi, da tre anni abbia una vita parallela: oltre a quella ufficiale di ricercatrice e docente alla Csun di Los Angeles, anche quella speciale di promotrice e anima della guerra contro la petrolizzazione, non solo abruzzese ma italiana.
Con decine di conferenze gratuite dalla Brianza alla Puglia, isole comprese.
Mentre altri presunti illustri scienziati e attivisti chiedono prebende, cospicui rimborsi e da oggi perfino contributi ‘volontari’ di dieci euro a cittadino.
Aleggia nell’aria dei litorali abruzzesi oltre ad un allarmante sentore di idrogeno solforato incombente anche la sensazione che qualcuno provi una certa invidia per chi lavora solo per amore; unita ad una insopprimibile ansia di proporsi come interlocutore privilegiato della politica, in vista di un agognato inglobamento nelle stanze dei bottoni.

Un antico proverbio recitava: se non puoi (vuoi) batterli, unisciti a loro.
E partecipa all’immonda crapula.

Conferenza anti petrolizzazione? Niente sedie
post pubblicato in Ambiente, il 26 luglio 2010

(No oil? No party)





di Hermes Pittelli ©


 Organizzi una conferenza scientifico divulgativa per informare i cittadini sugli impatti della filiera petrolifera su salute umana e ambiente? Allora il comune non patrocina l’evento, non concede le sedie per i relatori e per i cittadini, fornisce invece ad un bar il permesso di allestire improvvisamente un gazebo sulla piazza dove è previsto il convegno.
Sembra l’episodio di qualche film con Totò e Peppino, accade invece in Italia, nelle Murge, protagonista del dispettuccio il sindaco di Spinazzola (ex provincia di Bari, attuale BAT), Carlo Scelzi (ex Margherita, attuale Pd).

Ma forse bisogna prima spiegare l’antefatto. Una delle solite, famigerate multinazionali del petrolio – in questo caso la AleAnna Resources LLC – presenta la richiesta per trivellare alla ricerca di oro nero un’area di 561 kmq, su cui si trovano 13 comuni della Basilicata e 2 della confinante Puglia. Il ‘lodevole’ progetto, ribattezzato ‘Palazzo San Gervasio’, è respinto al mittente dai 13 comuni lucani (dove ormai il petrolio è più odiato della peste bubbonica di manzoniana memoria) e da uno dei due comuni pugliesi interessati, Minervino Murge. L’altro, Spinazzola appunto, per bocca del già citato Scelzi esprime parere affermativo, considerando l’eventuale presenza e sfruttamento di idrocarburi una leva di sviluppo per il territorio.

Meglio si comprende ora perché la conferenza ‘Cui prodest? (A chi giova?) organizzata su iniziativa dell’attivissimo e pugnace giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Cosimo Forina (uno dei promotori del comitato civico spontaneo ‘No all’Italia petrolizzata’), reo di aver invitato in qualità di relatori l’avvocato Michele Di Lorenzo vicepresidente dell’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia, Carlo Vulpio giornalista d’inchiesta del Corriere della Sera (confinato alla Cultura dall’ex direttore di via Solferino, Paolo Mieli) e l’Erin Brockovich d’Abruzzo, la Professoressa Maria Rita D’Orsogna, abbia suscitato un panico scomposto nel primo cittadino.

La serata è stata un successo strepitoso. Le seggiole negate, sono state fornite dal contiguo e solidale comune di Poggiorsini. Seggiole occupate da 200 persone, tra cui molti giovani, ansiosi di capire se la favola propagandata da Big Oil – petrolio = ricchezza per tutti – possa mai avverarsi.
La risposta più drammatica e lampante è fornita proprio dalla vicina Val d’Agri.
Il miraggio di diventare sceicchi, l’oro nero come garanzia di benessere perenne che si trasforma nell’incubo di un presente e soprattutto un futuro neri: falde acquifere avvelenate, colture agli idrocarburi (perfino il miele), 4.000 giovani che ogni anno scappano dalla propria terra, aumento vertiginoso delle patologie tumorali, la benzina più cara d’Italia quasi un contrappasso per aver peccato di tracotanza. Ma anche i fanghi e i fluidi perforanti utilizzati per le trivellazioni, le installazioni a mare e in terraferma che poi restano per 20/30 anni a deturpare i territori e sputare veleni nell’ambiente, i rischi della subsidenza e della sismicità, i pochi spiccioli delle royalties italiane utilizzati per ‘comprare’ le risorse e la salute dei popoli colonizzati dall’avidità dei petrolieri.

Tutto spiegato con la consueta passione dalla Professoressa D’Orsogna, la Scienziata dei Due mondi che trascorre le proprie vacanze tra decine di conferenze per informare le popolazioni italiane sulla petrolizzazione.

Non meno vibrante l’intervento di Carlo Vulpio. Capace di scuotere la politica locale e metterla di fronte alle proprie responsabilità. Il precedente primo cittadino, Savino Saraceno (Alleanza Nazionale) e l’attuale (in teoria di centrosinistra) sindaco, diventano Stanlio e Ollio. Scelzi, colui che nega le sedie, si guadagna la patente di ‘ignorante’, nel senso che ignora la materia ambientale e i gravi rischi connessi all’attività industriale legata al petrolio e “se avesse partecipato alla serata magari avrebbe imparato qualcosa”. Assente auto giustificato come tutti i rappresentanti municipali della giunta, della di maggioranza e perfino dell’opposizione.
Vulpio, autore di vere inchieste, quindi scomode (finite nei libri ‘Roba nostra’ e ‘La città delle nuvole’, incentrato sulle nubi di diossina che stanno uccidendo Taranto), rammenta l’importanza, la dignità e il ruolo fondamentale delle pecore e degli agnelli (e delle api) nella storia e nell’evoluzione dell’uomo. Se gli animali si ammalano e muoiono colpiti da morbi terribili è un preoccupante segnale d’allarme: l’ambiente che condividono con l’essere umano è inquinato. Ignorare questi segnali precisi, ignorare i grovigli tra politica, affarismo spietato, industria senza regole né limiti (ridicoli quelli stabiliti dalla legge italiana relativi alla tolleranza alla diossina e all’idrogeno solforato, superiori di migliaia o decine di volte ai valori stabiliti dall’Organizzazione mondiale della sanità) significa correre stupidamente verso l’ecatombe.
La colpa è certo della politica connivente con i grandi interessi industriali, ma una percentuale vasta di responsabilità appartiene ai cittadini; che non si informano, non si assumono la responsabilità della democrazia (bella, ma che ci condanna – come diceva Thomas Jefferson III presidente degli Usa – all’eterna vigilanza), non pretendono dai propri dipendenti nelle amministrazioni che lavorino per il bene comune, ignavi e passivi, come se il compito civico e politico si esaurisse vergando una ‘x’ sulla faccia di un candidato scelto da altri e che spesso nemmeno conoscono.
Vulpio in questo senso sferza gli abitanti di Spinazzola (ma riguarda tutti gli italiani): “Cinquemila contadini ignoranti, senza nemmeno licenza elementare, sulle Ande colombiane sono stati in grado di respingere le trivelle. E voi che fate?”.

Un interrogativo che galleggia nell’aria, come l’altro, scandito con precisione dall’avvocato Di Lorenzo, quesito fondamentale, in quanto vero cardine della guerra contro la petrolizzazione italiana:
Qual è il modello di sviluppo che noi riteniamo plausibile per il nostro futuro?”.



(Ringraziamenti: a Cosimo Forina e alla moglie Franca, per la disponibilità e la 'banca dati'; alla Prof. D'Orsogna, scienziata per Amore dell'Ambiente, della Democrazia, della Vita)

Agenzia mineraria Vicari, i petrolieri ringraziano
post pubblicato in Economia (dal volto umano), il 22 luglio 2010




di Hermes Pittelli ©


 

 Un’Agenzia unica, istituita presso il Ministero dello Sviluppo economico per garantire maggiore sicurezza e competitività al comparto delle risorse minerarie ed energetiche italiane.
Un nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties, intrecciato a filo doppio con il federalismo fiscale prossimo alla luce.
Sono gli ambiziosi obiettivi fissati dal disegno di legge (ddl) n. 2267 firmato dalla senatrice palermitana Simona Vicari (PdL; cofirmatari i senatori e colleghi di partito Cursi, Gasparri e Quagliariello).

La marea nera del Golfo del Messico (cui si sono aggiunte quelle in Egitto e Cina) più che uno stimolo alla tutela ambientale e alla sicurezza sembra un cavallo di Troia per confezionare un dono estivo all’industria petrolifera.
Perché i contenuti e i principi ispiratori del ddl Vicari somigliano quasi fossero una copia carbone ai concetti espressi da Claudio Descalzi presidente di Assomineraria (nonché vice presidente di Confindustria Energia e direttore generale di Eni Spa) davanti all’assemblea di categoria, il 30 marzo 2010.
Per pura coincidenza quel giorno la senatrice Vicari era relatrice e ospite d’onore.
In quel contesto, il Dott. Descalzi lanciò quasi un aut aut alla politica italiana:
Serve un’agenzia governativa per iter più veloci, in modo da sbloccare progetti che garantirebbero 34.000 posti di lavoro e un risparmio in bolletta di 100 miliardi grazie ai giacimenti italiani non ancora sfruttati. Sono già pronti 57 progetti cantierabili per 5 miliardi di investimento”.
No all’aumento delle royalties, per impedire la fuga delle imprese petrolifere verso altre nazioni”, fece immediatamente eco la Senatrice Vicari.
Come se l’Italia fosse un deserto arabo e non uno scrigno di bellezze naturali, paesaggistiche e biodiversità.

Ecco dunque l’Agenzia mineraria configurata nel ddl (la discussione in aula dovrebbe cominciare a metà settembre).
Non l’ennesima authority – specifica il presidente della Commissione Industria e Attività produttive del Senato, Cursima un organismo in grado di accelerare il via libera alle estrazioni, visto che oggi bisogna attendere anche 4 o 5 anni, quando non 6 o 7”.
Il direttore generale sarà nominato direttamente dal premier su proposta del ministero per le Attività produttive e sarà individuato “tra persone di indiscussa moralità e indipendenza”.
Mistero sulla competenza e sull’autonomia decisionale, visto che il prescelto sarà comunque ‘un’emanazione’ del capo dell’esecutivo.

Come poi sia possibile conciliare la rapidità dell’iter con le adeguate valutazioni d’impatto ambientale e la sicurezza non è dato sapere. Standard di sicurezza dell’industria petrolifera tricolore comunque all’avanguardia mondiale – secondo la Senatrice – e in linea con le nuove direttive europee in materia.
Per Simona Vicari la probabilità di incidenti rilevanti sono praticamente nulle. Forse perché i media nazionali danno poco risalto ai frequenti incidenti che avvengono nel settore petrolifero sul patrio suolo.
Né lascia tranquilli la considerazione che il disastro targato British Petroleum “sia avvenuto a 1.500 metri di profondità, mentre nei mari italiani le perforazioni si effettuano tra i 20 e un massimo di 150 metri”.
In caso di fuoriuscita inarrestabile potremmo dire addio al nostro ecosistema marino, considerando che il Mediterraneo è un mare chiuso e poco profondo. La Senatrice dimentica di dire che già oggi il Mare Nostrum è il più inquinato del Pianeta e che le acque territoriali italiane sono solcate da 300 petroliere al giorno che scaricano senza controllo ogni tipo di sostanza di scarto e perfino il ‘risciacquo’ delle cisterne.

L’Italia descritta dalla Sen. Vicari è affamata di energia: è il quarto paese europeo dopo Germania, Francia e Regno Unito per consumi, con un utilizzo preponderante di fonti fossili (77%).
Nessun cenno al dato fornito da Confartigianato: nel 2009 le famiglie italiane sono riuscite a soddisfare il 100% del proprio fabbisogno elettrico grazie alle energie rinnovabili.
L’attuale svantaggio competitivo dell'Italia e la forte dipendenza energetica da altri paesi, secondo Vicari è da attribuire anche al referendum del 1987 con cui gli italiani rinunciarono al nucleare, senza però citare l’incidente di Chernobyl, né il fatto che al momento non sappiamo come e dove smaltire le scorie, né che Carlo Rubbia abbia bocciato come poco sicure anche le centrali di quarta generazione.
La senatrice lamenta che le risorse minerarie italiane siano poco sfruttate, nonostante un sistema infrastrutturale di altissimo livello. Non dice che bucherellare il suolo e i fondali marini, oltre a deturpare il paesaggio con le installazioni industriali, mette a rischio un paese dal delicatissimo equilibrio idrogeologico.
Racconta del miracolo economico del periodo 1950/1970 grazie allo sfruttamento del metano della Valle Padana e a quello nei fondali del Ravennate (magari anche il Piano Marshall ha dato una mano), ma tralascia di rammentare l’alluvione del Polesine o il fenomeno della subsidenza che ha fatto sprofondare il livello del suolo di 4/5 metri, a causa dell’attività estrattiva.

Il nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties.
Estrazioni in terraferma: 45% ai Comuni interessati, 45% alle Regioni, 10% ai residenti sotto forma di agevolazioni per l’acquisto di carburanti.
Estrazioni in mare: lo Stato, generoso, si fa da parte; 50% alle Regioni e 50% ai Comuni rivieraschi entro un raggio di 12 miglia dal punto di produzione. Per quanto riguarda la produzione in piattaforma continentale, il 100% delle royalties è destinato allo Stato.
L’entità delle royalties è stata lievemente ritoccata: per la produzione sulla terraferma di olio e gas si arriverà a un'aliquota unica del 10 per cento. Per la produzione in mare di olio si pagherà il 4 per cento fino a 250 mila tonnellate l'anno, il 7 per cento da 250 mila a 500 mila tonnellate l'anno e il 10 per cento oltre 500 mila tonnellate l'anno; per quella di gas l'aliquota sarà pari al 7 per cento fino a un miliardo di metri cubi l'anno e del 10 per cento oltre tale soglia.
Nulla di paragonabile al Regno Unito (51%, fonte The Economist) o alla Norvegia (76% fonte The Economist), anche se la senatrice Vicari insiste nel sostenere che in questi paesi non si pagano royalties (fonte Descalzi).
Briciole da gettare alle amministrazioni (con le casse sempre più vuote anche per la realizzazione del federalismo fiscale e quindi ‘costrette’ a ospitare i petrolieri) e alle popolazioni locali, inebriate dal miraggio di trasformarsi in sceicchi.
Bisognerebbe chiedere agli abitanti della Basilicata che anni fa hanno abboccato: annientata la Val d’Agri, avvelenate le falde acquifere, coltivazioni distrutte (uva, pesche e fagioli al petrolio), turismo e mercato immobiliare quasi azzerati, aumento vertiginoso delle patologie tumorali; e, come beffa, benzina più cara rispetto alle altre regioni italiane e un aumento di posti di lavoro insignificante.

A fronte di discutibili, ipotetici vantaggi, quanto costerebbero alle Regioni i danni ambientali permanenti (con addio al turismo, all’agricoltura, alla pesca, ecc.), quelli sanitari e quelli sociali? Nessuna risposta.

La proiezione dell’attuale governo al 2030 relativa al mix energetico italiano recita:
50% da fonti fossili, 25% da rinnovabili, 25% da nucleare.
Non si capisce perché decidere di considerare strategico lo sfruttamento di petrolio nostrano, scarso, difficile da estrarre, quasi tutto di pessima qualità, ricco di impurità sulfuree che poi i desolforatori a fiamma costante sputeranno nell’ambiente; distruggendo la natura e causando nei cittadini gravi disfunzioni sessuali e tumori.
Silenzio sui tagli del governo agli incentivi per il solare fotovoltaico.
Silenzio sugli investimenti straordinari che perfino un inquinatore da record come la Cina sta stanziando per le ‘energie verdi’ e sul fatto che a Shangai sia appena stata inaugurata la centrale solare più grande del mondo, in grado di soddisfare le necessità di 12.000 famiglie. Silenzio sul fatto che la green economy sia al momento uno dei pochi comparti che crea davvero decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in tutto il Pianeta.
Silenzio sul fatto che in California le industrie del petrolio sono costrette per legge (Prop65) ad ammettere che le attività legate allo sfruttamento degli idrocarburi rilasciano nell’ambiente sostanze cancerogene e in grado di causare gravissime disfunzioni sessuali.
Silenzio sulla martoriata Basilicata, silenzio sul triangolo siculo della morte Gela-Melilli-Priolo a causa del polo petrolchimico. Del resto, è stata proprio la senatrice a inaugurare con orgoglio a fine giugno la piattaforma petrolifera più grande d’Italia che brucia e vomita nell’ambiente sostanze di scarto 24 ore su 24, a sole 12 miglia dalla costa di Pozzallo (nel Ragusano).
Nessun cenno al principio di autodeterminazione dei popoli. In Abruzzo, un esempio a caso, il 75% dei cittadini ha espresso la chiara volontà di non ricorrere a strategie energetiche ed economiche basate sugli idrocarburi, ma sulle fonti rinnovabili, sulla bellezza e integrità dell’ambiente e sul turismo, appellandosi anche alla Convenzione di Aarhus (sottoscritta e recepita dall’Italia): in questo caso il governo centrale come si regola? Impone il petrolio con l’esercito (come accaduto per gli inceneritori e come dovrebbe accadere per le centrali nucleari)?

Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha scritto su La Repubblica a proposito della cementificazione selvaggia (altra faccia di queste presunte strategie economiche) che “il paesaggio incarna valori costituzionali primari e assoluti che sovrastano qualsiasi interesse economico, perciò esige un elevato livello di tutela, inderogabile da altre discipline di settore" (citando la sentenza n. 367 del 2007 della Corte Costituzionale).
Per Settis le risorse più preziose del Paese sono “il paesaggio e l’ambiente”.
Altro che gli ipocriti spot Magic Italy del governo.

Le industrie petrolifere straniere nei report ufficiali on line ai propri investitori già parlavano dell’Italia come di un ottimo posto dove fare business, grazie a bassi costi d’entrata, rischi politici e di protesta popolare quasi nulli e una rete infrastrutturale molto sviluppata. Se il ddl Vicari diventasse legge, scriverebbero di aver trovato l’ultimo Bengodi petrolifero in Terra.

Il Senatore Quagliariello ha concluso che “la geopolitica del 21° secolo rende finalmente adeguato e non ideologico l’approccio italiano alle tematiche energetiche”.
Cosa ci sia di ‘ideologico’ (orrendo stereotipo molto in voga nel politichese attuale) nella difesa della salute dei Cittadini e nella tutela dell’Ambiente resta tra i misteri dolorosi del nostro Paese.


(consulenza scientifica: Professoressa Maria Rita D’Orsogna, California State University at Northridge, Los Angeles)

Totti, gol alla Lega
post pubblicato in Società&Politica, il 18 luglio 2010

 

di Hermes Pittelli ©



 Il genio è semplicità.
Il vero genio riesce a trovare le soluzioni in apparenza più semplici, portandole a termine con contegno naturale, come si trattasse di bere un bicchiere d’acqua o respirare.
Il calciatore normale è quello che effettua le giocate banali, il campione effettua le giocate difficili, ma il fuoriclasse è colui che immagina uno spazio che non esiste e lo crea, determina una distorsione dello spazio tempo per mandare al potere il proprio estro creativo (in concreto, assist e goal impossibili).

Ecco perché Francesco Totti capitano della Roma ha segnato un grande goal alla propaganda padana. Con una frase semplice, ma dall’effetto mortifero di una rovesciata, di un colpo di tacco o di un tunnel ad uno stopper disorientato.
Ribaltando la logica 'barbara' e aggressiva dell’apparato ideologico lumbard, appropriandosi e utilizzandola come un boomerang della categoria dell’invidia; quella tanto sfruttata dal premier Berlusconi contro chi osa criticarlo, quella che per riflesso d’alleanza è diventata un’arma politica della stessa Lega: Roma (e il Sud) ruba perché sarebbe invidiosa della ricchezza padana (frutto di presunti sacrifici industriosi e laboriosi).

Una Padania che non esiste, non è nemmeno un’espressione geografica, come disse con spregio il Principe di Metternich riferendosi al Belpaese (aggiungendo anche che era un pollaio, visto che tutti gli italiani acclamavano il Papa urlando: Pio, Pio…).
L’Italia covo delle cricche del malaffare almeno geograficamente ha una propria identità, la Padania leghista è una pura invenzione di marketing politico, quindi priva anche del fascino arcano dei miti e delle leggende (che sempre si nutrono di schegge di realtà).

Il Capitano giallorosso che infilza in contropiede la Lega diventa un eroe da film cappa e spada, un Errol Flynn in veste di Capitan Blood, un Corsaro con la camicia della Maggica, un condottiero ribelle alla Capitan Harlock che sotto il proprio vessillo raccoglie tutti quelli che urlano insieme: IRONIA&LIBERTA’.

Libertà dalle nebbie della Padania che anche in questo caso non sono mero fenomeno naturale, né il coro irridente delle tifoserie del Sud ("solo la nebbia, avete solo la nebbia!"), ma calcolo politicante: intercettare infondati malumori popolari per trasformarli in voti e diventare apparato di potere.
Potere per fare soldi, soldi per incrementare il potere. Infatti, dopo i recenti successi alle urne cosa ha immediatamente rivendicato il capo tribù Bossi?
Poltrone di comando nelle banche, nelle società finanziare, nei consigli di amministrazione delle autostrade e così via. Un assalto alla diligenza, ai gangli del potere di democristiana memoria; senza nemmeno quel poco di stile dei boiardi storici della Balena Bianca, ma con la cialtroneria tipica del cumenda brianzolo in gita premio, molto più volgare e sgangherato del romanaccio doc di tante pellicole di Sergio Corbucci o giù di lì.

"La Padania è invidiosa di Roma perché la Capitale è la città più bella del mondo" resterà negli Annali come la prodezza verbale più 'estetica', politica e geniale di Francesco Totti.
Uno sberleffo senza pernacchia, un’ironia genuina e diretta, lontana anni luce da certi eccessi che talvolta offuscano l’immagine del Pupone, bravo ragazzo de borgata e bravo pater familias (lo sputo a Poulsen, i calcioni da bullo rifilati a Balotelli per vendicare una lesa romanità, le frequenti parolacce agli arbitri).

Non è vero, come ha scritto qualche ‘grande giornalista’ sulle pagine di certi importanti quotidiani settentrionali, che Totti abbia siglato un’autorete o fornito un assist ai polemisti in camicia verde in servizio permanente effettivo. Tutto l’opposto. Totti ha svelato il bluff di chi si propone da 20 anni come movimento anti governativo (infatti…), anti clericale (salvo poi scendere a patti con il Vaticano per conservare le poltroncine romane), anti partitico: giurano sulla Costituzione ma poi sputano sul tricolore, parlano di Roma ladrona ma da quando sono entrati nelle stanze dei bottoni hanno lucrato a man bassa, accusano il sud opportunista, sprecone e parassitario ma poi fanno pagare ai cittadini italiani le multe europee per le truffe dei grandi allevatori padani o l’evasione fiscale degli industrialotti brianzoli (quelli che al fisco dichiarano di essere indigenti ma hanno fabbrichette, ville, fuori strada e per i figli chiedono le borse di studio!).
Ai ‘cornuti’ (nel senso dell’elmo) del Carroccio che sostengono “Roma bella sì ma con i soldini del nord” pare superfluo consigliare la lettura del Bignami di Storia: si accorgerebbero che l’Urbe è stata edificata ed è divenuta culla di una grande civiltà qualche secolo prima della nascita di una qualunque, vaga forma di sedicente nazione padana.

E, sia detto senza offesa, se dobbiamo aggrapparci a Totti per un po’ di sana autocritica e autoironia, significa che in questo sbrindellato paese siamo messi proprio male.
Allo yogurt rancido più che alla frutta.

Aquilani manganellati, “quelle sono botte date alla Città e ai suoi borghi”
post pubblicato in Società&Politica, il 10 luglio 2010

Tafferugli, scontri, violenti infiltrati nel corteo dei 5.000 terremotati. Quasi tutte le testate giornalistiche nazionali hanno offerto ai poveri di spirito una versione fantasiosa degli avvenimenti. Ettore Di Cesare, cittadino aquilano impegnato nella ricostruzione, fa chiarezza: “Manifestazione pacifica, nessun infiltrato. Ci conosciamo tutti, perfino l’albero genealogico di ogni famiglia”






di Hermes Pittelli ©



 Tafferugli, scontri.
I più ‘autorevoli’ tg e quotidiani nazionali (tranne qualche onesta eccezione) hanno utilizzato questi sostantivi per descrivere agli italiani gli incresciosi episodi avvenuti durante la pacifica manifestazione di 5.000 terremotati aquilani a Roma. Sostantivi utilizzati per distorcere e reinterpretare la realtà dei fatti. Ancora una volta. Ennesimo triste esempio di ‘informazione’ embedded, infiltrata dal potere che teme i cittadini in carne e ossa e gli inviolabili principi costituzionali. Il Tg1 ha intervistato il capo della Digos di Roma, ma si è 'dimenticato' di intervistare l'altra fonte: gli Aquilani
Triste esempio di un territorio che da più di un anno subisce continue violenze: il terremoto, la deportazione, la disgregazione scientifica del tessuto sociale per favorire gli affari delle cricche, lo sfruttamento della tragedia a fini mediatici, l’oblio ed ora anche le botte.

Dizionario alla mano (o mouse e tastiera),
tafferuglio: rumorosa e confusa rissa (lite violenta con percosse, tra più persone);
scontro: contrapposizione armata di eserciti, di gruppi o di persone.

La manifestazione è stata pacifica. Addirittura fantasiosa la versione (accreditata da Maroni, Frattini, Giovanardi, Gianni Chiodi) che racconta di esponenti dell’area antagonista dei centri sociali, intrufolati nel corteo per provocare disordini e sobillare gli aquilani.
Con molta umiltà, senza pretese di dare lezioni alla grande stampa nazionale, ho contattato Ettore Di Cesare, cittadino aquilano, attivo grazie anche al Comitato 3e32 nella ricostruzione non solo materiale, ma morale, sociale, civile culturale del Capoluogo abruzzese; intervista ad un attore protagonista, nonché testimone privilegiato per fare chiarezza su quanto accaduto mercoledì 7 luglio 2010 a Roma durante la protesta dei 5.000.
Lui ha accettato di parlare, “a titolo personale”.

D. La manifestazione era autorizzata?
R. Certo che sì.

D. Il percorso era stato concordato con la Questura di Roma? Qual era il tragitto preciso?
R. Non era stato concordato il tragitto, ma solo l'arrivo a Piazza Venezia. In tutti i volantini della manifestazione da settimane prima era scritto il programma: arrivo ore 10 a Piazza Venezia; la mattina alla camera dei deputati, il pomeriggio al senato. Così è stato.

D. Considerando la massiccia partecipazione, era stato predisposto un servizio d’ordine interno al corteo?
R. Certo.

D. Vi siete accorti di persone estranee giunte improvvisamente alla testa del corteo all’imbocco di via del Corso?
R. E' una totale falsità. All'imbocco di via del Corso c'erano i cittadini aquilani: madri, padri, figlie e figli (e pure qualche nonno). Sono queste persone che hanno deciso in modo fermo, ma assolutamente pacifico di non arretrare di un millimetro. A braccia alzate, con i nostri volti, armati solamente delle nostre bandiere neroverdi tutte rigorosamente con aste sottili di plastica leggera.

D. Conoscete i ragazzi le cui teste si sono fortuitamente scontrate con i manganelli dei reparti antisommossa della Polizia? Sono pericolosi estremisti, noti facinorosi, letali eversori dell’ordine sociale?
R. Sono nostra gente, quatrane e quatrani dell'Aquila e dei paesi.

D. Grazia Graziadei, giornalista del Tg1, ha intervistato Lamberto Giannini, capo della Digos romana, il quale ha assicurato che non era previsto il passaggio per via del Corso e ha detto che il corteo sembrava all’oscuro di questo particolare e sorpreso nel trovarsi di fronte lo sbarramento delle forze dell’ordine…
R. Siamo rimasti sorpresi sì! Molte manifestazioni sono arrivate a piazza Colonna. Mi chiedo: ma se invece di schierare le forze antisommossa, ci lasciavano passare subito non sarebbe stato meglio per tutti? A piazza Colonna ci siamo comunque arrivati e li non è successo nulla come era ovvio. Ma che gestione dell'ordine pubblico è questa?

D. Sempre il dott. Lamberto Giannini ha spiegato che agenti Digos hanno girato un video che documenterebbe l’infiltrazione di circa venti individui appartenenti all’area antagonista (sia romana, sia abruzzese), rei di aver aizzato i manifestanti contro gli uomini in divisa. Vi risulta?
R. Questa sono le affermazioni più false e gravi. Centinaia di video lo testimoniano. Vorremmo vedere quelli della Questura. In quello mostrato al TG1 non si vede nulla che possa supportare le gravi affermazioni del Giannini.
Conosciamo uno per uno chi era li, compreso il suo albero genealogico. All'Aquila ci conosciamo tutti. Non ci lamentiamo delle botte subite, siamo la città del rugby, i colpi li sappiamo assorbire. Ma non possiamo accettare che il capo della Digos di Roma, il Questore di Roma fino al capo della Polizia, dott. Manganelli, mentano sapendo di mentire per coprire le proprie responsabilità. E' un atteggiamento questo che non è permesso a persone che ricoprono ruoli di grande responsabilità e per questo andrebbero immediatamente rimossi dai loro incarichi. Attendiamo l'esito dell'inchiesta annunciata dal Ministro Maroni, che speriamo sia rapida e approfondita. Fin da subito siamo a disposizione del Ministro se riterrà che le nostre testimonianze possano essere utili all'inchiesta
.

R. Qualche manifestante ha lanciato bottiglie, lattine, o vibrato colpi con le aste delle bandiere all’indirizzo dei reparti in tenuta anti sommossa delle forze dell’ordine?
D. Abbiamo subito le botte, con le braccia alzate. Nei momenti di concitazione ho contato due bottiglie di PLASTICA vuote volare e un colpo su uno scudo con un asta di bandiera fina e di plastica leggera che non fa del male nemmeno per scherzo. La nostra reazione è stata questa. Le abbiamo prese senza reagire.

D. Quale è stata la reazioni degli aquilani dopo aver visto le teste di Marco e Vincenzo, rotte dalle manganellate?
R. Di indignazione veramente generale. Quelle botte le hanno date a tutta la città e i suoi borghi. Non verranno dimenticate presto. Da tutti.

D. La Digos parla di carica di alleggerimento, non indiscriminata e comunque con conseguenze lievi per le due persone che hanno subito lesioni…
R. Sì, questo è vero, le cariche non sono state particolarmente violente, anche se ci chiediamo, riprendendo la prima pagina del Secolo d'Italia: "Ma ce n'era bisogno?". Eravamo lì in modo assolutamente pacifico! Ha visto la foto di un anziano col capello che si oppone alla polizia? Avrà più di ottanta anni!

D. Dopo aver manifestato accanto a palazzo Chigi, visto che piazza Montecitorio era occupata dalla contemporanea manifestazione di protesta dei disabili, il corteo avrebbe dovuto raggiungere palazzo Madama, sede del Senato. In realtà, poi i cittadini aquilani si sono radunati in piazza Navona. Il passaggio per via del Plebiscito dove c’è palazzo Grazioli, residenza del capo del governo, era previsto o è stata un’iniziativa nata al momento?
R. Chi conosce Roma sa che è la via più breve per arrivare da piazza Venezia al Senato. Quando ci è stata sbarrata, abbiamo semplicemente fatto retromarcia e imboccato un’altra via.

D. La stampa nazionale secondo voi ha informato correttamente gli italiani su quanto accaduto mercoledì nella Capitale? I tg più seguiti (visto che pochi italiani leggono i giornali) hanno tralasciato di specificare le richieste degli aquilani, mentre hanno dato grande risalto alla decisione del governo di diluire le tasse da pagare in 10 anni invece di 5...
R. E' da un anno che i telegiornali non dicono la verità: la ricostruzione ancora non è iniziata, i fondi messi a disposizione sono totalmente insufficienti e con copertura finanziaria incerta (lo dice la Corte dei Conti). E' stata fatta una gigantesca opera di disinformazione oltre a una colossale speculazione edilizia a vantaggio delle cricche delle Protezione Civile. Di quelli che quella tragica notte ridevano sulla nostra tragedia e sui nostri lutti. Gli aquilani non si rassegnano però a veder morire così la propria Terra.

D. Cosa resta agli Aquilani dopo questa ‘invasione’ di Roma? E quale messaggio lanciano a Gianni Chiodi, presidente d’Abruzzo nonché commissario speciale del Governo per la ricostruzione, che si è subito allineato alla versione di manifestazione rovinata da infiltrati violenti?
R. Un presidente di Regione, un Commissario per la ricostruzione dovrebbe difendere i propri cittadini pacifici aggrediti. Anche da lui attendiamo le prove sugli infiltrati violenti, altrimenti si dimetta.



Piccola postilla personale: nel luglio 2001 ho seguito, in qualità di inviato del quotidiano elettronico RomaOne.it (una prece), il G8 di Genova; dalle strade, non dal centro stampa allestito al porto, con aria condizionata e ricco buffet gratuito.
Sulla disastrosa gestione dell’ordine pubblico (diretta conseguenza di una politica che allora come oggi teme il libero pensiero dei Cittadini), la magistratura e decine di reportages giornalistici hanno acclarato la verità.
Nel 2002, ero presente, sempre per lo stesso quotidiano, al Forum Sociale Europeo di Firenze: dove si temeva una tragica replica dei misfatti liguri durante il corteo (quasi 1 milione di persone) contro la guerra. Invece tutto si svolse in modo ordinato e pacifico. Merito di una gestione soft, senza militarizzazione della città, senza reparti in assetto antisommossa, ma con piccoli gruppi di agenti dislocati ‘discretamente’ lungo il tragitto. Un raro esempio di efficienza, di programmazione intelligente, coniugata ad una sensibilità di stampo oserei dire umanistico, più che poliziesco.
Perché da quel momento non è stato adottato lo stesso modello per le grandi manifestazioni?
Bisognerebbe chiederlo alla gelatinosa casta politicante che si blinda nei palazzi, terrorizzata dal confronto con i Cittadini; quelli veri, in carne e ossa, percepiti come
il Problema’.

Urla (di protesta) nel silenzio (di politica e informazione)
post pubblicato in Società&Politica, il 8 luglio 2010
Quando il 'potere' ha paura dei cittadini in carne e ossa e dei loro problemi.
La pacifica manifestazione di 5.000 terremotati aquilani diventa l'ennesima giornata di vergogna per le istituzioni della II, decadente Repubblica






di Hermes Pittelli ©



 Grida di dolore. E rabbia.
Ma con dignità e tanta civiltà.
L’Aquila invade Roma. La potente Capitale, la sede dei poteri forti e occulti, quelli che decidono a tavolino la sorte di un popolo.
Ma i 5.000 aquilani ‘TerremoTosti’ giunti fino a qui con 45 pullman e molti mezzi privati costringono la Città Eterna e le sue caste a fare i conti con la realtà.
A fare i conti con la coscienza. E non bastano le ingiustificabili manganellate di uomini in tenuta anti sommossa, male informati e peggio diretti, ad arginare la voglia di riscatto di una gens ormai satura di vane promesse e fatui spot televisivi.

Eccoli i pericolosi terroristi, gli abruzzesi ‘forti e gentili sì, fessi no’, quelli che si organizzano in corteo autorizzato dalla questura per esprimere la propria frustrazione davanti ai palazzi del ‘potere’.
Più che un manipolo di rivoltosi o sfaccendati (come da descrizione di certe caricature di tg e caricature di rappresentanti delle istituzioni) sembrano la tribù fiera e irriducibile dei Galli creati da Goscinny e Uderzo, tribù che non vuole sottomettersi alle trame e agli interessi criminali di Roma.
Una sensazione confortata dal cartello che compare in testa al corteo, ‘Ecco le nostre armi’, raffigurante un fiasco di vino rosso e una allegra forma di cacio.

Qualcuno annidato nelle famigerate stanze dei bottoni forse sperava in un nuovo G8 di genovese memoria?
Come spiegare altrimenti quei mezzi blindati, parcheggiati di traverso per sbarrare l’accesso a via del Corso?
Come spiegare l’autorizzazione contemporanea a due diverse manifestazioni alla stessa ora, nello stesso luogo (anche i disabili italiani stanno in questi giorni ringraziando l’esecutivo del fare)?
Come spiegare la volontà di lasciare per 4 ore sotto il sole cocente di luglio 5.000 persone esasperate a respirare lo smog di polveri ultra fini e nano polveri della Città Eterna (finché dura)?
Come spiegare la scelta di accogliere gli aquilani con cordoni di agenti di Polizia, Carabinieri e Fiamme Gialle in tenuta anti sommossa, con scudi e manganelli sguainati?
Mancava solo Robocop per respingere le donne, i giovani, gli anziani giunti dall’Aquila a far scoccare il redde rationem per l’esecutivo degli annunci roboanti senza fatti concreti (tranne i business delle cricche che ridono sulla tragedia dei terremotati).

Il sangue dei due ragazzi manganellati, colpevoli di sopravvivere in un camper da più di un anno, resterà indelebile come un marchio scarlatto apposto sul quadrilatero capitolino delle stanze dei bottoni, sorta di memorandum delle infamie.

Cosa salvare in mezzo ad un oceano di vergogna, nell’ennesima buia giornata di una II Repubblica figlia degenere della I? La solidarietà della maggior parte dei ragazzi in divisa, che ha compreso le ragioni degli aquilani e mostrato imbarazzo per gli ordini ricevuti ‘dall’alto’.
La pia azione dei volontari della Protezione civile che si sono preoccupati di distribuire migliaia di bottigliette di acqua minerale, mentre i grandi capi restavano rintanati per non essere costretti a guardare negli occhi queste persone.

Cosa dire di figurine minori e trasparenti, come la sagoma di cartone che occupa la poltrona della Farnesina e le cui gesta più mirabili compaiono solo tra le pagine di qualche settimanale di pettegolezzi per parrucchiere? Un tizio che si permette di dire “Ho udito solo qualche fischietto. Non ho rispetto per coloro che si sono intrufolati nel corteo e hanno attaccato la polizia”.
Nella lunga, affollata, colorata, composta colonna di aquilani non c’erano infiltrati (coda di paglia da G8 genovese?), non c’erano rappresentanti dell’area antagonista dei centri sociali (forse la tragedia del terremoto è poco mediatica anche per costoro) e nessuno ha attaccato la Polizia.

E gli ‘intrufolati’ sono coloro che occupano abusivamente le istituzioni in questo Paese; dovrebbero inginocchiarsi sui sanpietrini ardenti a mezzogiorno e chiedere perdono agli abruzzesi.
Il governatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, invece di ripetere a pappagallo le veline che gli giungono da Palazzo Chigi dovrebbe preoccuparsi di salvare la regione dalla petrolizzazione, dagli inceneritori, dal nucleare.
Avrebbe dovuto essere qui per accompagnare i suoi concittadini e difendere le loro richieste.

In un altro paese, il capo del governo e i suoi ministri sarebbero scesi in piazza per incontrare le persone, i cittadini, ascoltare le loro istanze; confrontarsi, anche con idee diverse, anche in modo vibrante.
E’ troppo facile organizzare passerelle trionfali al cospetto di platee selezionate e già schierate dalla propria parte.

E’ triste l’immagine di un gruppuscolo che si auto innalza ad elite, al di sopra delle leggi e della realtà, blindato in saloni sontuosi ad ingozzarsi a quattro palmenti, mentre migliaia di connazionali da 15 mesi sono condannati all’agonia di un eterno presente, nell’incertezza e nell’emergenza, con un orizzonte di detriti che non contempla futuro.
E’ triste l’immagine di una casta al crepuscolo - che dovrebbe essere classe dirigente al servizio dei cittadini - capace solo di opporre un imbarazzante silenzio, appaltando una cortina fumogena di colossali bugie ai mercenari della disinformazione per evitare di occuparsi dei problemi della gente.
E’ triste l’immagine di una corporazione di non viventi (defunti che si illudono di essere ancora al mondo) così terrorizzata dai cittadini in carne e ossa da costringere le forze dell’ordine a malmenare coloro che dovrebbero essere protetti.

Sarebbe stato bello vedere il presunto grande comunicatore uscire da palazzo Grazioli (palazzo D’Addario, come è stato ribattezzato da alcuni ragazzi dell’Arma che preferiscono serbare l’anonimato), come ha fatto in tante occasioni con la sicurezza di una folla plaudente, per andare incontro agli Aquilani;
e per una volta, invece di ergersi a divus, ascoltare.

Ma per compiere un gesto così coraggioso, bisognerebbe prima essere uomini.
Veri.

Se il Crocifisso è solo un brand
post pubblicato in Società&Politica, il 6 luglio 2010
Storicamente, il simbolo della Croce è stata utilizzato in modo distorto per coprire con una patina di santità imprese sanguinarie e predatorie. Oggi furbi politicanti, sostenuti da spericolati porporati, praticano marketing politico, religioso, culturale, economico. In nome di Gesù...





di Hermes Pittelli ©



La nuova crociata è partita.
Questa volta non per liberare la Terra Santa, ma contro l’Unione europea;
rea, secondo la motivazione ufficiale dei neo paladini (auto proclamati) di Cristo, di propagare nel continente ateismo e paganesimo. E di negare, contro ogni evidenza storica, le radici giudaico cristiane dell’Europa.
Il ricorso è stato presentato alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, ma la sentenza arriverà solo fra sei mesi. A novembre 2009, la stessa Corte aveva accolto l’istanza di una cittadina italiana di origine finlandese vietando l’esposizione del simbolo religioso nelle aule scolastiche, ritenendolo un elemento in grado di mettere a rischio “la libertà di religione degli alunni”.
Naturalmente, i politici italiani di ogni schieramento si sono scatenati nella gara alla difesa del crocifisso (o nelle genuflessione al Vaticano) e hanno subito offerto il proprio petto alle cannonate giacobine “ideologiche” dei giudici rossi e atei dell’Unione Europea.
Come ha scritto Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano (5 novembre 2009) nessuno di questi tromboni, né porporati ha però saputo trovare le parole per spiegare cosa sia davvero quella croce: “Se è solo un arredo, meglio toglierlo subito”. Invece, da duemila anni, è fonte di scandalo perché rappresenta: “L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”)”.

Al pari incomprensibile la posizione della Corte europea:
come può un qualunque simbolo religioso, se sincero simbolo di ricerca trascendente dell’uomo, ferire la sensibilità di un appartenente a fede diversa?
Il Mahatma Gandhi sosteneva che le molte religioni dei popoli della Terra non sono altro che sentieri diversi attraverso cui gli uomini si incamminano verso la dimensione divina.
Ma forse Gandhi, che qualche tapino markettaro ha profanato costringendolo in uno sciocco spot, è ancora troppo rivoluzionario per le società europee culturalmente involute del III millennio.
La sensazione, spiacevole ma fondata su fatti conclamati (per tacere degli scandali odierni, tra cricche e pedofilia), è che la Croce sia ridotta solo a ‘brand’, un marchio come tanti altri al servizio di un qualunque marketing affaristico: un marchio indubbiamente molto più potente ed efficace di quelli tradizionali.

La donazione di Costantino (che occupò un trono, ma non fu tronista ante litteram della De Filippi) è un falso storico, come ampiamente dimostrato dal filologo Lorenzo Valla; condannata per i suoi nefasti effetti anche da Dante nella Divina Commedia (Inferno, XIX: 115-117).
Un potere temporale (come quello delle dinastie reali europee che asserivano di averlo ricevuto direttamente da Dio) originato quindi con un artificio.
Storicamente la figura di Cristo nulla ha avuto da spartire con le atrocità commesse in nome del suo ‘brand’.
La stessa Oriana Fallaci, autrice nell’ultima parte della sua esistenza (dall’11 settembre 2001 fino al 2006), di pamphlet opinabili, ma vigorosi, in difesa dei valori cristiani contro l’avanzare impetuoso dell’Islamismo, definiva le Crociate “spedizioni per rientrare in possesso del Santo Sepolcro
(La forza e la ragione, 2004; Ed. Rizzoli).

Le 8 crociate ufficiali (la nona viene ritenuta da molti storici la seconda parte dell’ottava), al di là delle motivazioni formali – portare soccorso ai fratelli d’oriente minacciati dal Jihad (guerra santa) arabo – si trasformarono in scorrerie brutali, con insensati massacri e razzie predatorie.
Durante la prima spedizione, ad esempio, i crociati, dopo aver trucidato tutti gli uomini della città siriana Ma’arrat al-Nu’man, vendettero come schiavi donne e bambini; a Gerusalemme poi passarono a fil di spada tutti gli ebrei e gli abitanti musulmani della Città Santa, tranne i soldati della guarnigione fatimide che pagarono un riscatto monetario altissimo per riacquistare il proprio diritto alla vita.
O durante la quarta, che registrò la conquista di Costantinopoli, poi rasa al suolo dopo indicibili efferatezze commesse ai danni della popolazione. Tanto che Giovanni Paolo II il 4 marzo 2001 chiese perdono al Patriarca di Costantinopoli per le atrocità commesse dai cristiani latini contro i cristiani greci.
I Pontefici dell’epoca non erano all’oscuro dei fatti.
Nel Dictatus Papae di Gregorio VII si legge infatti: “I cavalieri di Cristo combattono invece le battaglie del loro Signore e non temono né di peccare uccidendo i nemici, né di dannarsi se sono essi a morire: poiché la morte, quando è data o ricevuta nel nome di Cristo, non comporta alcun peccato e fa guadagnare molta gloria. Nel primo caso infatti si vince per Cristo, nell'altro si vince Cristo stesso: il quale accoglie volentieri la morte del nemico come atto di giustizia, e più volentieri ancora offre se stesso come consolazione al Cavaliere caduto”.

Non fu pacifica, né incruenta nemmeno l’evangelizzazione delle civiltà precolombiane all’epoca dei Conquistadores, per aggiungere un altro esempio storico di sfruttamento distorto del simbolo della Croce.

Tornando all’attualità, siamo sicuri che Gesù si rallegrerebbe sapendo che Licio Gelli, venerabile maestro della eversiva ma sdoganata P2, ha fondato il Medic (Movimento etico per la difesa internazionale del crocifisso)?
Movimento presentato in pompa magna e alla luce del sole nella sala congressi dell’albergo Michelangelo, a pochi metri dal Vaticano, con grande presenza di abiti talari, giacche scure politicanti e mise pseudo nobiliari (“E’ più facile che una gomena passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli…”).
E quale attinenza può avere quel consigliere comunale del Campidoglio, dedito a festini a base di coca, trans e deliri nazifascisti (corroborati da porto d’armi), con la difesa del simbolo cristiano?

Siamo sicuri che Cristo approverebbe gli intrallazzi di soldi e di potere di una Chiesa così pronta a scomunicare comunisti e divorziati, ma mai l’antistato delle quattro mafie che ammorba l’Italia (cosa nostra sicula, camorra napoletana, sacra corona unita pugliese, n’drangheta calabrese)?

Noi fingiamo di non rammentare, o non lo sappiamo, ma Cristo conosce benissimo il retroscena che ha condotto all’esposizione della Croce nelle classi degli istituti statali. Si trattò solo di un accordo mercantile tra regime fascista e Vaticano (Gesù cacciò in malo modo i mercanti dal Tempio): un accordo perfezionato tra il 1923 e il 1929, una sorta di preambolo ai Patti Lateranensi.
Ebbene, la Santa Sede in cambio della presenza dell’immagine di Cristo e dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, cedette la preziosa Villa Pamphilj
Per questo, se oggi lo Stato italiano, decidesse di rimuovere la Croce dalle aule, dovrebbe individuare una contropartita concreta (edifici, terreni, benefici di vario genere) gradita alla Chiesa.
Alla faccia della sacralità del simbolo.

Le ragioni della difesa della Croce sono molto, troppo terrene: sono solo squallido e calcolato opportunismo per benefici altrettanto concreti, poco affini alla religiosità e alla ricerca di un mondo trascendentale.
Siamo sicuri che Gesù voglia tutto questo? Saremmo pronti a mettere la mano sul fuoco affermando che Cristo pretende da noi ‘guerre sante’ (aggettivo che elide automaticamente il sostantivo)?

Don Andrea Gallo, prete dei ghetti in direzione ostinata e contraria, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto (di Genova), l’anno scorso su La Repubblica ha scritto delle parole ispirate e illuminanti: “Al Cristianesimo servono testimoni non testimonial. Mi chiedo frastornato: come mai così tanto zelo nel difendere il “Crocifisso” nelle scuole non si estende ai nove milioni di poveri, ai precari, ai senza lavoro, ai “senza identità, ai senza casa, ai migranti, ai “Clandestini”, ai Detenuti, alla salute di tutti?”.
Domande ancora e sempre più eluse, basti pensare alla tragica vicenda dei 300 profughi eritrei nelle mani dei sicari di Gheddafi con la complicità del governo italiano.

Se Gesù fosse uomo oggi, forse si sentirebbe condannato al supplizio di una nuova croce dagli infiniti chiodi della nostra nauseante ipocrisia.



Fonti: ItaliaOggi, I preti e i mafiosi (Elia Sales, Ed. Baldini Castoldi Dalai), Wikipedia, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano
 

Sfoglia giugno        agosto