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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
I veri padroni d'Italia: Eni, Enel, Finmeccanica, Gheddafi...
post pubblicato in Società&Politica, il 26 agosto 2009
di Hermes Pittelli ©  


 Italiani popolo di Pulcinella, di Pupi nelle mani di pochi furbi politici e loschi industriali.
Solo così si spiega la sceneggiata che la pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori sarà costretta ad allestire in Libia.
Mentre tutto il mondo civile prende le distanze da Tripoli che ha festeggiato come un eroe l'attentatore di Lockerbie, ecco che l'Italia ancora una volta si pone al di fuori della Storia e del comune senso del pudore, della moralità, della legalità. Tra l'altro, è la seconda volta in un breve arco temporale che facciamo 'alterare' la Casa Bianca.
Inutile quindi, come fanno Berlusconi e i suoi seguaci, intonare lo sciocco e insostenibile refrain delle 'critiche ideologiche strumentali'. Sembra che in Italia il diritto di critica e il dovere delle istituzioni a rispondere alle istanze dei cittadini siano esercizi prescritti, cestinati, esautorati.
Quando si levano voci di dissenso all'ordine unico che cala dall'alto ecco i corifei che distribuiscono le veline ciclostilate con la formuletta per non rispondere alle questioni sul tavolo, e per indottrinare i sudditi rintronati.

Un po' come accade in Abruzzo, dove il governatore Gianni Chiodi fa orecchie da mercante nei confronti dei comitati civici e ambientalisti che da mesi pretendono una posizione chiara e coerente sulla deriva petrolifera che dal I gennaio 2010 (quando scadrà la moratoria sulle attività estrattive) trasfomerà l'ex regione più verde d'Europa in una tetra trafila di pozzi di petrolio e infrastrutture per la lavorazione e il trasporto del letale veleno; per la gioia e il profitto dei soliti noti.

L'Italia si genufletterà quindi al cospetto degli stivali di Gheddafi, li leccherà con gusto per rendere omaggio ai primi 40 anni di dittatura del nostro fedele, soprattutto ricco e spregiudicato, 'alleato'. Quello che con metodi democratici e liberali ha promesso, dietro lauto compenso pagato dall'allocco cittadino italico, di difendere le nostre coste dagli sbarchi dei migranti (non hanno la forza di respirare, ma certi razzisti xenofobi li descrivono come pericolosi lestofanti in grado di mettere a ferro e fuoco l'Italietta).
Ma i veri motivi della spedizione libica sono altri. I veri motivi sono riconducibili a nomi famigerati, sempre gli stessi. Lo spiega bene un articolo del 25 agosto 2009 pubblicato su La Repubblica. Eni Enel Telecom Finmeccanica (per tacere di Impregilo, non citata ma sempre presente). E poi anche Unicredit. Insomma cerchiamo di tenerci buono il Colonnello che ha irrorato con i suoi capitali le casse di queste gloriose aziende tricolori.
Aziende che non contribuiscono in alcun modo a creare progresso e benessere per il Paese, anzi inseguono profitti che vengono spartiti solo tra i privilegiati dei consigli d'amministrazione. Naturalmente, previa donazioni private, 'lubrificanti' e riconoscenti ai politicanti che favoriscono il loro volano di business. Aziende che da manuale del perfetto liberista dovrebbero assumere su se stesse il rischio d'impresa, invece sanno sempre di poter contare, in caso di disastro causato da geniali manager, sul paracadute dello Stato, cioé del cittadino italico contribuente (i fessi che pagano tasse e bollette!).

Chissà quale shock, quale tsunami economico, sociale, politico, culturale potrebbe avere l'effetto di risvegliare il popolo italiano dal letargo. Si narra che l'italiano si attivi solo quando gli mettono le mani in tasca e qualcuno tenta di invadere il suo orticello.
Ebbene, evidentemente non funziona più nemmeno questo sistema. Il cervello dell'italiota è stato anestetizzato e polverizzato così bene che le reazioni neuronali sono ormai annichilite. Queste truffe, questi raggiri sono lapalissiani. L'arroganza della politica e dell'imprenditoria all'italiana è tale da dispiegarsi nella propria geometrica potenza alla luce del sole.
Ad esempio, la notizia dei salassi sulle bollette energetiche, in arrivo per il mancato rispetto del protocollo di Kyoto, non è un mistero. La Professoressa D'Orsogna analizza in modo lucido la sperequazione di trattamento da parte delle istituzioni nei confronti delle multinazionali e dei cittadini. All'Eni o alla Saras dei Moratti, multe ridicole per aver violato le norme sulla tutela ambientale, a 'Pantalone' l'obbligo di sobbarcarsi l'onere delle ammende pecuniarie causate dagli intrallazzi di imprenditori e politici recalcitranti al rispetto delle regole e restii a progettare un futuro sostenibile, sano, giusto.
In sostanza, il cittadino italiano pagherà 40 euro in più nel 2010. Il governo invece di porre rimedio concreto al problema multando le società elettriche che non rispettano i vincoli legati alle emissioni di CO2, invece di pianificare strategie energetiche incentrate sulle fonti rinnovabili, non trova di meglio che imputare all'esecutivo targato Prodi questa ennesima onta tricolore: Prodi reo di non aver saputo 'contrattare' in sede europea un tetto di emissioni inquinanti più alto.
La nostra solita mentalità meschina e truffaldina. Una legge si rispetta o si infrange; non la si può adattare agli interessi particolari di pochi 'amici' a danno del bene comune.
Del resto, il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo è sempre in prima fila nell'opera pia di giustificazione e protezione delle industrie più inquinanti; era stata proprio lei a dichiarare che il protocollo di Kyoto è troppo rigido e che avrebbe penalizzato in modo iniquo le grandi aziende che fanno prosperare l'Italia (?).

L'italiota medio non solo non si scuote più davanti alla sottrazione indebita dei suoi risparmi, ma nemmeno quando gli avvelenano l'ambiente in cui vive.
Perfino gli scienziati cinesi, osservando la velocità spaventosa con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai del Tibet, hanno dovuto ammettere che i gas serra stanno alterando in modo drammatico il clima del pianeta e che se non mutiamo drasticamente le nostre abitudini energetiche, rischiamo il collasso globale entro 10/15 anni. La Cina si prepara quindi al summit climatico di Copenhagen con un atteggiamento più flessibile per salvare economia e natura.

In Italia discutiamo sul sesso degli angeli, per non agire, per lasciare inalterate le storture che ingrassano la congrega del magna-magna.
Non ci interessa nemmeno il futuro che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Chissà perché in Italia i tumori infantili crescono ad un ritmo vertiginoso, doppio rispetto al resto d'Europa e agli Stati Uniti. Recenti ricerche scientifiche, come sempre occultate da politica e media asserviti, hanno dimostrato che estrazione e lavorazione di idrocarburi, tetti in amianto, industrie siderurgiche, antenne dei telefonini, cementifici, inceneritori, centrali a turbogas sono responsabili dell'aumento delle patologie tumorali, delle mutazioni genetiche, dell'avvelenamento dell'ecosistema. L'Espresso ne ha parlato due anni fa, ma il clamore non c'è, o è stato spento in fretta. Soppiantato da qualche inchiesta sulle nuove mete turistiche degli italiani o sui gusti sessuali delle divette tv.

Il dibattito verte sull'incapacità dell'ex governo 'comunista' di strappare a Bruxelles il permesso per le nostre industrie di avvelenare l'aria e la natura (e contribuire alla distruzione del pianeta) un po' di più.
Intanto andiamo in ginocchio da Gheddafi perché abbiamo preso un impegno, d'onore, e si sa che noi gli impegni li rispettiamo.
Ad ogni costo.
Tanto il Colonnello ha promesso che la festicciola sarà tutta a carico suo; tranne le spese per... la benzina, ovvio.

Il governo ‘protegge’ l’ambiente: favorendo petrolio, gas (russo), inceneritori...
post pubblicato in Società&Politica, il 19 agosto 2009

di Hermes Pittelli ©

 
 
 Quanto sono belle le campagne di sensibilizzazione ambientale varate dall’attuale governo.
La Prestigiacomo, ministro petrolchimico dell’ambiente, superata la crisetta estiva per non essere stata invitata ad un simposio governativo, si è lanciata in prima persona per tutelare la natura della penisola dai consueti vandali estivi.
 
Così su carta stampata e tv vediamo passare messaggi impegnati e impegnativi per stimolare la coscienza civica e ambientale del vacanziero italico: il ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare fa sapere a chi lorda le spiagge che la natura per smaltire (purificarsi, se così possiamo dire) ad esempio 1 quotidiano impiega un anno, 2 anni per le sigarette, 300 anni per un piatto o un contenitore di plastica, 1000 anni per una tessera telefonica e per le lattine in alluminio, addirittura – chiusura con il botto – 4000 anni per una bottiglia di vetro.
Nulla da eccepire (ribadisco la mia proposta: chi viene colto in flagranza, paga una multa salatissima e bonifica l’ambiente con le proprie mani).
Ma per ‘educare’ i cittadini ci vorrebbero una rivoluzione culturale e esempi comportamentali da emulare a partire dal vertice della piramide di cui al momento non si colgono segnali; nemmeno scrutando l’orizzonte più lontano. Anche perché vicino alla riva è difficile scorgere il mare attraverso il grumo di idioti a bordo di inquinanti gommoni a motore, motoscafi, panfili, yacht di lusso e, naturalmente, piattaforme petrolifere.
 
Il ministero dell’ambiente dovrebbe spiegare come si concilia la presenza di pozzi e piattaforme petrolifere a 3 km dalla battigia sulla costa dei trabocchi in Abruzzo con la tutela del territorio e del mare; dovrebbe spiegare come mai lo sversamento di liquami tossici non rappresenti un’eccezione, ma una comoda, consolidata usanza italica (vedere la Grotta Azzurra a Capri, o qualche mese fa, la Costiera sorrentina); dovrebbe spiegare come mai le multe inflitte a certe compagnie petrolifere ‘di bandiera’ (Eni, Saras morattiana, ecc.) siano ridicole mentre all’estero, come ci informa la Professoressa D’Orsogna, non si scherza con la severità delle norme che riguardano la protezione della natura.
 
Il governo italiano dovrebbe spiegare come si conciliano gli annunci roboanti sulla creazione di ‘marchi’ (Magic Italy, ci vorrebbe un piano Marshall contro certe trovate markettare, ndr) e costosi siti internet propedeutici al rilancio del turismo internazionale con il disinteresse e lo sfregio continuo nei confronti della nostra favolosa biodiversità, nei confronti della cultura e della civiltà dell’accoglienza. Difficile invogliare visitatori più scafati ed esigenti rispetto all’italiota medio proponendo mare inquinato (malgrado certi bluff legati a bandierine colorate...), parchi nazionali devastati dalle immancabili e famigerate multinazionali del petrolio (un esempio a caso: Eni in Val D’Agri), ostacoli burocratici per chi vuole investire su fotovoltaico ed eolico, aprendo invece autostrade americane per chi propina nucleare, carbone (magari ‘pulito’, come sostiene Stefania Prestigiacomo), cemento a pioggia, inceneritori (per la serie: raccolta differenziata, riciclo e riuso – questi sconosciuti).
 
Permettiamo a Remo Gaspari, democristiano ‘post litteram’, dinosauro del Pentapartito ladrone di scorrazzare indisturbato per l’Abruzzo propinando ancora le formule che hanno condotto l’Italia e il Pianeta sull’orlo della catastrofe economica e ambientale; siamo culturalmente e ‘mediaticamente’ isolati dal resto del pianeta: crediamo alle fandonie interessate divulgate a piene mani da ciarpame politicante e pseudoinformativo e non cogliamo i segnali tangibili e visibili ad occhio nudo attorno a noi. Le piattaforme petrolifere davanti alla costa teatina non sono miraggi, sono raggiungibili a nuoto, ma il popolo abruzzese, tranne pochi ‘ribelli’, rimane inerte al cospetto dello strepitante Gianni Chiodi; forse tra dieci anni, come lui sostiene, non ci saranno i pozzi (anche perché nel frattempo, il petrolio sarà finalmente esaurito), ma non ci sarà più nemmeno il fantastico ecosistema locale. Tutto per qualche inutile e stupido barile di puzzolente e mortale petra oleum.
 
Gli Stati Uniti saranno anche nostri amiconi, ma oltre ad essere inflessibili con chi viola le norme sulla tutela ambientale, sono vagamente ‘irritati’ (gergo diplomatico, ndr) con il nostro governo un po’ troppo ‘amico’ di Eni, l’infestante cane a sei zampe.
La società fondata da Mattei, l’onesto corruttore, sta valutando se ritirarsi dai giacimenti ormai quasi a secco in Valle Padana e nell’Adriatico; naturalmente tentando di lucrare su ‘infrastrutture’ (tanto care a certi amministratori della res publica) che potrebbero ancora tornare buone come siti di stoccaggio (procrastinando i disastri per l’ambiente e per la salute umana).
Ma quello che infastidisce davvero la Casa Bianca sono le dubbie frequentazioni internazionali del nostro premier, capace di correre in Turchia per sugellare con rito sacro il patto tra Erdogan e Putin (ex Kgb, notoriamente paladino di diritti umani e democrazia); accordo che garantirà alla russa Gazprom lo sfruttamento ultravantaggioso e monopolistico del gasdotto South Stream.
Esponenti dell’amministrazione a stelle e strisce hanno commentato così l’ennesima scelta strategica errata da parte di Berlusconi in tema di politica energetica: L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento, mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca”.
 
Aumenta la nostra dipendenza da Mosca. Grazie a Berlusconi e alla sua amicizia con lo zar Putin. Un’amicizia redditizia per lui e per i suoi amici, ma deleteria per i cittadini italiani sul piano economico e ambientale.
Una dipendenza che affonda le radici nel passato (vedi Mattei ed Eni, tanto per cambiare), radici che non riusciamo e non vogliamo recidere.
 
Blob, trasmissione cult di RaiTre, ha mostrato ieri uno spot Enel di qualche anno fa (nel quale l’ente per l’energia elettrica si autocelebrava dicendo di fornire energia all’Italia nel rispetto della natura), montando in rapida successione un servizio sulla catastrofe ambientale in Alaska causata dalla petroliera Exxon Valdez e che la Exxon aveva deciso di non bonificare.
 
In Italia stiamo rischiando la stessa fine: spot ipocriti sulla tutela del territorio e del mare, mentre sottobanco, per ignavia e servilismo, ci facciamo scippare ricchezze e salute dai masnadieri del petrolio, del gas, degli inceneritori e compagnia brutta e letale.
 
Distruggere la terra sulla quale dovrebbero vivere i nostri figli; morire di cancro, ma con ottimismo (a favore di telecamera, per 15 secondi di celebrità).

Ingrassando i soliti noti.




permalink | inviato da erikfortini il 19/8/2009 alle 18:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
L’idiozia degli italiani non va in vacanza
post pubblicato in Società&Politica, il 14 agosto 2009

A poche ore dalle follie del Ferragosto, momento che demarca l’estate tricolore, un altro comportamento stupido si aggiunge alla collezione di usi e costumi di solito adottati dalla ‘massa’ per scimmiottare qualche presunto potente o famoso: la guida con un braccio fuori dal finestrino


di Hermes Pittelli ©



 Stimolati da modelli sociali e antropologici sempre più beceri, gli italiani si adeguano volentieri al trionfo dell’idiocrazia.

Lo ha scritto anche Michele Serra su La Repubblica nella sua amaca quotidiana: l’estate italiana sembra ormai un arido e desolante momento in cui assistiamo al triste spettacolo di gretti individui tatuati senza un centesimo bucato che si ammassano con invidia per osservare gretti individui tatuati con le tasche gonfie di soldi (veri o virtuali).

Dal mio modesto osservatorio personale, rilevo con crescente sconforto che l’italiota medio si è trasformato in una spugna che assorbe a velocità supersonica ogni vizio (più è stupido meglio è), mentre erge a difesa del proprio diritto all’autolobotomia barriere refrattarie ad ogni stimolo culturale.
Forse non a caso, vantiamo primati poco invidiabili: un’allergia quasi genetica per la lettura di libri e quotidiani, un preoccupante tasso di analfabetismo in crescita costante, laureati che paradossalmente sono analfabeti di ritorno; e una politica che, senza distinzione di casacche e grado, programma in modo scientifico la distruzione di scuola università e ricerca (ovvero, gli strumenti attraverso cui i cittadini potrebbero dotarsi di un bagaglio di conoscenza e libero pensiero per poi scegliere in autonomia la propria ‘sorte’ civica e politica).


Così in questa folle estate 2009, l’estate della grande crisi (forse c’è, forse è solo un condizionamento psicologico indotto dai media ‘deviati’, forse è stata superata; forse brancoliamo nel buio e non sappiamo un accidente di quello che accade...) l’italiota medio si ‘distingue’ per l’atteggiamento spigliato, giovane, rivoluzionario e trendy di guidare con il braccio sinistro fuori dal finestrino. Un’idiozia, una delle innumerevoli che ormai marchiano a fuoco un popolo disgregato, incapace di affrancarsi mentalmente e culturalmente dai prototipi, dai paradigmi imposti con furbe ma elementari e grevi strategie mediatiche da una politica di basso impero e da un sistema mediatico asservito.

Non si capisce di quale refrigerio ci si possa giovare quando un’auto procede sotto il solleone estivo per il solo fatto di abbassare il finestrino e ‘sventolare’ l’arto mancino (anche perché a queste prodezze non si abbina mai moderazione della velocità, prudenza e rispetto del codice stradale): è insensato e pericoloso e le varie pattuglie di polizia e carabinieri dovrebbero tentare di spiegarlo ai conducenti che si esibiscono in queste evoluzioni acrobatiche; naturalmente dopo aver elevato salatissime contravvenzioni!
Gli italiani al volante spengono il cervello (come davanti alla tv, del resto), all’interno di un abitacolo di una stupida, costosa e inquinante scatoletta di latta e plastica si credono divinità immortali e intangibili, si illudono di convogliare magicamente nelle proprie cellule le capacità automobilistiche di Schumacher (eppure, anche il teutonico robot ha dovuto arrendersi di fronte all’età e agli acciacchi; historia magistra vitae si diceva una volta).

Assisto quindi con sgomento – assieme a quella trentina di amici per fortuna ancora immuni all’omologazione selvaggia e inarrestabile – alle penose contorsioni da fachiro di chi si ostina a guidare con una mano sul volante e con l’altra che volteggia nell’aere: è stupido e insidioso, per se stessi e per l’incolumità di chi tenta di rispettare le norme dei codici e dell’intelligenza, è letale per se stessi, per chi viaggia con questi idioti e per chi ha la sventura di incrociarli.
Senza dimenticare che ormai l’italiota medio al volante si produce in una serie di attività alternative alla semplice guida: chiacchiera di gossip al cellulare (ma revocare le patenti in modo permanente, no?), trasforma l’abitacolo in una discoteca, in un salone da coiffeur, in un lounge bar per l’irrinunciabile happy hour autostradale, perfino in un cinema o in una sala giochi.

Come sembrano lontane e quanta nostalgia per le ere che vedevano minuscole utilitarie con a bordo coppiette alla spasmodica ricerca di angoli bucolici per ottenere un po’ di riservatezza da dedicare a scabrose effusioni.
Oggi, non c’è tempo: bisogna polverizzare il record da casello a casello, superare l’odiato connazionale che tenta di soffiarci il parcheggio ‘dentro’ il mare, correre in edicola a 10 metri da casa con il volgare ed arrogante Suv d’ordinanza (naturalmente questi signori - anche signore, purtroppo - non hanno mai visto il celebre film di Dino RisiIl sorpasso’, ma solo lo spot che recita “scarica sul tuo cellulare questa fantastica suoneria... per distinguerti!”).
Rigorosamente con una mano fuori dal finestrino e l’altra sul volante; qualcuno sulle parti basse, in uno spontaneo gesto apotropaico per esorcizzare l’idiozia italiana che non conosce vacanze o scioperi: l’unica caratteristica nazionale a coltivare lo stakanovismo ad oltranza.

Poveri noi e sereno Ferragosto, se potete.

Petrolieri avidi, politici conniventi: tutela ambientale addio
post pubblicato in Società&Politica, il 10 agosto 2009

I signori dell’oro nero rifiutano l’invito di Scajola a calmierare il prezzo dei carburanti e in caso di listini sorvegliati minacciano di andarsene (magari fosse vero). Non contenti delle royalties ridicole, della facilità con cui ottengono le concessioni, dei profitti vergognosi senza ricadute virtuose sul Paese, continuano a devastare l’ecosistema italiano. Grazie anche al governo che affossa le fonti rinnovabili per favorire il solito petrolio e il nucleare

 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 Petrolieri sempre più avidi. Questa volta, perfino Scajola – è giusto riconoscerlo – ha tentato di porre un freno all’ingordigia senza limiti delle compagnie minerarie.
Il titolare del dicastero per lo Sviluppo economico, sollecitato dalle associazioni dei consumatori esasperati dai continui ed immotivati rincari del prezzo della benzina, ha convocato i petrolieri per chiedere spiegazioni e invitarli a calmierare i listini.
Ma come sempre il volto dell’ingordigia si è mostrato senza maschere: i signori dell’oro nero hanno respinto ogni addebito e con tracotanza, alla proposta di listini controllati, hanno addirittura minacciato un possibile ritiro dall’Italia. Per le persone di buon senso, più che una minaccia, una speranza, da suggellare magari con un giuramento d’onore.
 
Naturalmente, non andrà così. Perché l’Italia continua a rappresentare un paradiso per chi traffica con il business petrolifero: le royalties sono ridicole (innalzate di recente al 10%, ma sempre esigue), le concessioni facili grazie a governanti e politici più che compiacenti, i profitti sono stratosferici e non si traducono mai in una ricaduta virtuosa per il Paese.
Il Belpaese insomma, come accade per le bollette energetiche, resta un’anomalia europea con il costo dei carburanti mediamente più salato rispetto al resto del Vecchio Continente, anche quando il prezzo del greggio sui mercati internazionali scende vertiginosamente. Mistero: doloroso, mesta antifona, per cittadini e consumatori.
 
L’Italia è il miraggio, l’Eldorado per le multinazionali che al cospetto dell’esaurimento inevitabile delle fonti fossili, tentano di raschiare, è il caso di dirlo, il fondo del barile. Preoccupandosi solo di accumulare ulteriori incassi e senza il minimo rispetto per i diritti delle popolazioni che abitano da generazioni territori per loro classificabili alla voce ‘campi petroliferi’. Del resto, la tutela dell’ambiente, della salute delle persone, il rispetto delle norme nazionali e di quelle stabilite dall’Organizzazione mondiale della sanità non sono mai stati problemi in passato, figuriamoci oggi che la pacchia sta per concludersi.
Come dimostra il caso della new entry nella lista delle multinazionali che hanno puntato occhi e brame di sfruttamento sul martoriato Abruzzo: la Professoressa D’Orsogna ci segnala che questa volta è il turno dei canadesi della CyGam Energy.
E se in Brianza si festeggia per la precipitosa ritirata della Po Valley, nella regione governata da Gianni Chiodi i cittadini di buona volontà attendono ancora di capire come mai il 50% del territorio figuri nelle mappe dell’esecutivo berlusconiano come regione mineraria.
Chiodi a parole dice che le concessioni non si tramuteranno mai in pozzi, ma intanto i pozzi esplorativi ed estrattivi aumentano, i metanodotti si moltiplicano e l’ex sindaco di Teramo – in perfetta sintonia con il premier – discetta ovunque di ‘master plan’ per la rinascita abruzzese sostenendo la necessità di non meglio precisate infrastrutture.
In più, sembrerebbe una barzelletta, qualcuno presenta una biografia dedicata ad un grande sostenitore e compare dell’Eni, l’immarcescibile democristiano Remo Gaspari. Forse c’è davvero da piangere.
 
In Italia, come da tradizione secolare o millenaria, i problemi si affrontano solo quando si tramutano in emergenze nazionali; soprattutto, non si lavora mai ad un progetto di ampio respiro, per il reale progresso del Paese, ma solo con interventi tampone che servono ai soliti noti per attingere ulteriori risorse dalle mammelle dello Stato, cioé dei cittadini/contribuenti. In una perversa e al momento indistruttibile matassa di clientele e affari sporchi. Sempre la Professoressa D’Orsogna ci informa che nella ‘fiabesca’ Los Angeles i giochi olimpici del 1984 sono stati valorizzati come un’opportunità per fornire ai giovani che vogliono praticare sport una chance concreta. E l’oculata e onesta gestione dei fondi (risparmiati 200 milioni di dollari, riammodernando strutture già esistenti e non edificandole ex novo) consente bilanci sani ed in attivo ancora oggi.
Da noi, basti pensare anche a manifestazioni recenti quali i mondiali di calcio del 1990, o per restare legati all’attualità, alle Universiadi in Abruzzo e ai mondiali di nuoto a Roma, gli eventi di rilievo internazionale sono solo una manna per le famigerate e note cricche: costruttori, politici, malavita organizzata e sottobosco clientelare che gravita attorno. Nessun ciclo virtuoso per il territorio, i cittadini, i giovani. Le tanto sbandierate infrastrutture, di solito edificate con materiali di scarto, restano poi cattedrali nel deserto per tramutarsi nel tempo in ecomostri o oggetti da inserire in nuove losche speculazioni.
 
Questo è davvero il Paese che vogliamo? Il responsabile del Progetto chimica sostenibile del Cnr, Maurizio Peruzzini, spiega che il riciclo dell’inquinante e invasiva plastica, magari non subito, ma in un prossimo futuro, potrebbe diventare una delle risposte plausibili all’esaurimento dei carburanti di origine fossile. Già, perché qualche folle in giro per il pianeta, guarda caso all’università californiana di San Diego, sostiene che le tonnellate di monnezza a galla nei mari e che mettono a rischio l’intera catena alimentare (i pesci bioaccumulano le sostanze tossiche, ndr), potrebbero essere recuperate salvando l’ecosistema marino e trasformate in biocarburante attraverso un enzima – la cutinasi – in grado di spezzare le molecole della plastica. Il processo, in teoria semplice, risulta al momento poco praticabile a causa dei costi elevati.
Però in California e negli Stati Uniti le amministrazioni locali e centrali finanziano questo tipo di ricerche, ricerche che possono trasformarsi in un ‘bene’ per l’intera comunità, per tutto il pianeta.
In Italia, la cultura e la ricerca scientifica sono ‘scientificamente’ ostracizzate e sottoposte a trattamenti di annientamento.
 
Da noi, la solita Prestigiacomo, petrolchimica ambientale, prima recita la parte dell’offesa per essere stata esclusa da un simposio di governo a Palazzo Grazioli (nota residenza capitolina del premier); poi concede un’intervista piccata al Corriere della sera con la quale rivendica i grandi successi del suo ministero (tra cui, la riconversione della centrale Enel di Porto Tolle, centrale che ha causato l’avvelenamento non bonificabile del delta del Po, crimine per il quale è stato condannato l’attuale amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, in centrale a carbone pulito; il giornalista Sergio Rizzo alla definizione di carbone pulito non ha sollevato obiezioni), poi è tornata ad illuminare la maggioranza con il suo radioso sorriso siculo una volta rassicurata: sulla costruzione delle nuove centrali elettriche anche lei potrà esprimere il proprio fondamentale e competente parere (ma non potrà sollevare ciglio su quelle nucleari, così impara a ‘ribellarsi’).
 
Qualche ingenuo o agnostico potrebbe ancora credere che anche il governo italiano si stia impegnando per la salvaguardia del nostro prezioso patrimonio ambientale.
Naturalmente la ricetta di Berlusconi per il pomposo piano Marshall pro Sud prevede rilancio del turismo e – una costante immutabile – infrastrutture. Nessuno mai si chiede se queste mirabolanti infrastutture siano necessarie, razionali, funzionali, sostenibili, ecocompatibili.
 
Resterebbe come sempre da spiegare agli inguaribili scettici (o semplicemente raziocinanti), quale nesso esista tra la proclamata volontà di salvare la natura italiana e le strategie che mirano ad affossare le fonti rinnovabili, eolico e solare in particolare, per fare spazio alle centrali nucleari.
Sì, l’esecutivo berlusconiano, ha reso più complicato installare pannelli solari e pale eoliche aumentando in modo cervellotico – ma non casuale – le certificazioni da presentare.
 
Infatti, come i tanti laureati analfabeti italici sanno, sole e vento sono molto più letali per la salute umana rispetto alle scorie nucleari radioattive; che prima di tornare inerti, impiegano millenni.
Come la gramigna di malaffare e ignoranza che sta intossicando e affossando senza rimedio questo Paese.
 
 
 
Missioni di pace, quanta ipocrisia per la cupidigia dei politicanti
post pubblicato in Società&Politica, il 8 agosto 2009

In Afghanistan (ma non solo) ragazzi italiani, convinti di rischiare la pelle per nobili ideali, continuano ad essere utilizzati come ‘carne da macello’ per lustrare l’impresentabile curriculum di governanti assetati di potere e ricchezza. Ecco perché certi ‘esecutivi’ dichiarano guerra alla cultura e all’informazione: perchè basterebbe leggere qualche articolo o qualche libro anche solo ogni tanto per smascherarli e cacciarli a pedate.

 
 
di Hermes Pittelli © 
 
 
 
 Le missioni militari di pace italiane, una contraddizione evidente già dal nome, sono una delle più criminose e vergognose ipocrisie perpetrate dai soliti politicanti ai danni dei cittadini e di chi, in paesi sconvolti da faide e conflitti, non di rado trova una morte violenta.
I militari italiani, come purtroppo raccontano anche cronache recenti, sono spesso ragazzi che credono davvero in ideali di libertà, giustizia e democrazia. Peccato vengano utilizzati, come fossero fantocci privi di identità e vita, quale autentica carne da macello per aumentare a dismisura potere e ricchezza dei politicanti che al sicuro di confortevoli salotti e tavolate imbandite decidono, per ‘il trionfo del bene’, di farli massacrare.
Di quali missioni di pace parliamo, inviando militari, di solito male equipaggiati e con mezzi antiquati (antico vizio italico, uno dei tanti che non riusciamo a debellare), in aree del pianeta sconvolte da guerre tribali o da guerre volutamente scatenate da quegli stessi paesi che a parole dichiarano di voler combattere il terrorismo internazionale e di voler ‘esportare la democrazia’?
Ecco perché certi governi agiscono, in modo nemmeno troppo velato, per disintegrare completamente la cultura e l’informazione libera e indipendente: perché poi basterebbe leggere un articolo o un libro, anche ogni tanto, per smascherarli e convincere la gente a cacciarli a pedate.
Queste presunte ‘missioni di pace’ sono solo uno sporco strumento attraverso il quale inetti e impresentabili governanti e politicanti dagli imbarazzanti curricula ‘penali’ credono di ripulirsi la faccia ottenendo qualche riconiscimento internazionale presso i nostri alleati atlantici.
Questo putroppo è accaduto, accade e accadrà sia con le mezze figure della destra, sia con quelle della sinistra che nel residence incantato della politica indigena sono non omologhe ma complementari: e mentre fingono di litigare, proteggono a vicenda le proprie magagne per preservare in eterno privilegi che non spettano loro e che in qualunque altra nazione civile li condurrebbe ai lavori forzati per il resto della vita.
Mi viene in mente il caso ‘Afghanistan’ e curiosamente molte risposte ad una delle situazioni geopolitiche al momento più esplosive, in tutti i sensi, e ingarbugliate del pianeta si trovano nella preziosa autobiografia romanzata di Gregory David Roberts, intitolata ‘Shantaram’. Il protagonista si ritrova a combattere al fianco dei mujahidin afghani contro i soldati sovietici. Per entrare in Afghanistan, atterra con un volo di linea dall’India al Pakistan e segue le piste poco battute delle impervie catene montuose.
Riporto il passaggio in versione quasi integrale.
 
A quell’epoca (prima metà degli anni ’80 del Novecento, ma la situazione oggi sia in Pakistan, sia in Afghanistan, non è molto diversa, ndr) Karachi era una città pericolosa e piena di tensioni. Da diversi anni la giunta militare che aveva preso il potere dopo aver giustiziato Zulfikar Ali Bhutto, il premier democraticamente eletto, governava la nazione alimentando profonde divisioni interne. Il governo approfittava delle ancestrali rivalità fra gruppi etnici e religiosi per provocare violenti conflitti. I gruppi etnici locali – in particolare sindhi, pashtun e panjabi – venivano aizzati contro gli immigrati (una tattica che qualcuno usa con successo anche presso certe incolte genti dell’Italia settentrionale, ndr), i cosiddetti mohajir, che si erano rifugiati in Pakistan dopo la Partizione. L’esercito sosteneva segretamente gli estremisti delle fazioni rivali fornendo armi, soldi e una quantità ben dosata di favori. Quando le rivolte fomentate e foraggiate dall’esercito finalmente scoppiavano, i generali ordinavano alla polizia di aprire il fuoco. L’indignazione verso la polizia veniva tenuta a bada schierando i militari in assetto di guerra.
In questo modo l’esercito ... appariva l’unica forza in grado di mantenere l’ordine e fare osservare la legge.
Massacri e vendette si susseguivano con crescente brutalità, rapimenti e torture erano all’ordine del giorno. I fanatici di un gruppo sequestravano i rivali e infierivano sadicamente su di loro. Molte vittime dei rapimenti morivano durante la prigionia, alcuni scomparivano e i corpi non venivano mai più ritrovati. Quando un gruppo diventava troppo potente e rischiava di alterare l’equilibrio di quel gioco mortale, i generali scatevano conflitti all’interno del gruppo stesso per indebolirlo. A quel punto i fanatici iniziavano scontri fratricidi, uccidendo e torturando i membri delle loro stesse comunità etniche.
Ogni nuovo ciclo di violenza e di vendetta consolidava la forza dell’esercito ...
Nonostante la drammatica tensione – e a causa di essa – Karachi era un buon posto per fare affari. I generali erano come un clan mafioso, senza il coraggio, lo stile e il senso dell’onore dei criminali della vecchia scuola. Avevano conquistato il paese con la forza, lo tenevano in ostaggio con le armi e lo spolpavano a loro piacimento. Dopo aver preso il potere, i militari si erano affrettati a comunicare alle grandi potenze e a tutte le nazioni produttrici di armi che le forze armate pakistane avrebbero accolto i loro traffici a braccia aperte.
Le nazioni civili risposero con entusiasmo e per anni Karachi ospitò festosi gruppi di trafficanti d’armi provenienti da America, Inghilterra, Cina, Svezia, Italia e altri paesi.
 
Italia, sì il Belpaese. Fabbrichiamo ed esportiamo – perchè con ‘trafficanti d’armi’ non si pensi solo a figuri dall’aspetto losco, ma anche ad eleganti e stimati business men - in giro per il pianeta armi che poi servono a massacrare, come in Darfur, milioni di civili inermi.
L’Italia così pia, così cristiana cattolica apostolica, così ricettiva nello schierarsi con il Papa contro aborto ed eutanasia in nome della difesa ad oltranza della vita, contribuisce in modo rilevante ad ingrassare le industrie belliche, uno dei pochi settori autoctoni che stranamente non conosce crisi.
L’Italia così buona, prima costruisce e smercia armi, poi s’immola in missioni di pace.
 
Quando qualche nostra faccia di bronzo politica ha l’ardire di sproloquiare: “Andiamo (?) in missione di pace per difendere dal terrorismo internazionale anche chi è contrario a queste missioni”, dovrebbe prima sciacquarsi la coscienza (se ne conserva una) e la bocca.
Con l’acido muriatico.  
LA BRIANZA RESPINGE LE TRIVELLE, L'ABRUZZO DORME
post pubblicato in Società&Politica, il 2 agosto 2009



di Hermes Pittelli ©


 La Brianza respinge le trivelle, in Abruzzo sporche manovre politiche e mediatiche continuano ad alimentare la deriva petrolifera.
La buona notizia c'è. Il Parco del Curone non diventerà il campo giochi petrolifero della multinazionale australiana Po Valley per conto di Edison Spa. Almeno per ora.
Lo comunica in modo ufficiale il ministero per lo sviluppo economico.

Istanza di permesso di ricerca BERNAGA (OSSOLA). Con nota in data 30 luglio 2009 la Società Po Valley Operations Pty Ltd (r.u.), in nome proprio e per conto della contitolare Edison S.p.A., ha rinunciato all'istanza di permesso di ricerca originariamente denominata "Ossola" e successivamente riperimetrata e denominata "Bernaga", ubicata in territorio della Regione Lombardia. È pertanto annullato il relativo iter procedimentale di conferimento. 

Il presente comunicato sarà pubblicato nel BUIG anno LIII n. 7. 

Roma, 30 luglio 2009 

Il Direttore Generale: TERLIZZESE” 


http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/istanze/dettaglio.asp?cod=67

http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/veloce/avvisi/avviso19.htm



I promotori del comitato 'no al Pozzo' però si chiedono con lungimiranza se non si tratti di una mossa per sviare l'attenzione da una questione che ha sollevato l'indignazione (e l'azione) popolare e quella degli amministratori locali, tutti pronti a schierarsi in modo unitario a difesa del territorio e della salute dei cittadini. Nessuno si abbandona a trionfalismi, ma il risultato ottenuto dovrebbe costituire una bella lezione per i passivi ad oltranza, per quanti sono rassegnati a subire sempre e comunque imposizioni inique dall'alto.
In Brianza sono concreti e non abbassano la guardia: hanno subito pensato di scrivere una lettera aperta a tutti i parlamentari e senatori della provincia di Lecco (Bodega, Castelli, Codurelli , Rusconi ), a tutti i capi gruppo della Camera dei Deputati : (Brugger, Casini, Cicchitto, Cota, Donadi, Soro), al relatore Raisi del DDL “Energia”, 1441-ter-C in discussione al Parlamento ed ai sottosegretari Romani, Saglia e Urso, nonché alla Commissione Attività Produttive nelle persone del Presidente: Andrea Gibelli e dei Vicepresidenti Raffaello Vignali e Laura Froner.
Missiva per rammentare che il comitato civico NoAlPozzo è apartitico, espressione delle associazioni e dei residenti brianzoli, nato per difendere il parco regionale dall'ipotesi di trivellazione, e che in una sola settimana ha raccolto 3000 firme per una petizione destinata al ministero per lo sviluppo (quindi, a Scajola). Petizione legata all'articolo 27 del DDL Energia (approvato dalla Camera, modificato in Senato, e quindi ora di nuovo al vaglio della Camera) relativo all'estrazione di idrocarburi e soprattutto per scongiurare che la centralizzazione delle decisioni per concedere le concessioni (norma che di fatto esautora le amministrazioni locali) danneggi quelle aree storicamente già dichiarate protette a livello regionale e comunitario.
Una lettera che a nome del comitato e dei cittadini firmatari della petizione chiede ai politici 'nominati' di favorire con il voto e con l'azione parlamentare emendamenti che introducano nella legge l'impossibilità di effettuare ricerca o coltivazione di idrocarburi nelle aree già di Parco o Riserva Naturale ed in quelle limitrofe contro la volontà degli enti locali.


In Abruzzo invece dopo la farsa grottesca del convegno a Cupello tutto tace;
quindi procede a gonfie vele per le multinazionali che hanno allungato le grinfie sul 50% del territorio grazie alle concessioni previste dal solito ministero per lo sviluppo. Le amministrazioni hanno lasciato placare la buriana sollevata dalla presenza ingombrante e 'indagatoria' della Professoressa D'Orsogna e dei comitati civici per rilanciare mediaticamente, grazie ad un lungo servizio mandato in onda da Teleradio S. Pietro, la criminale tesi del petrolio foriero di ricchezza e progresso. Come segnalato da
Lorenzo Luciano, la tv locale ha montato le immagini della sala stracolma intenta ad ascoltare i prestigiosi ospiti e soprattutto una serie di dichiarazioni dei relatori ad una giornalista che fungeva da semplice reggi microfono: nessun contraddittorio, nessuna domanda sul petrolio, nessun accenno alle contestazioni civili e documentate dei cittadini, una mediocre e ipocrita litania di fole con la chicca finale della necessità di rilanciare il turismo in Abruzzo. Turismo tra i pozzi? Con l'aria che puzza di uova marce?
Restano quindi tutte sul tavolo le perplessità e le critiche esposte dalla Professoressa D'Orsognacome mai un convegno aperto al pubblico, ma stranamente poco pubblicizzato dalle amministrazioni locali, è stato aperto da un perito che lavora per l'Eni, che attribuisce all'estrazione e alla lavorazione del petrolio proprietà taumaturgiche, ma preferisce non identificarsi? Come può il presidente abruzzese Gianni Chiodi affermare che tutte le concessioni pendenti sull'Abruzzo non si trasformeranno in pozzi? Sa qualcosa di ignoto ai cittadini? E perché allora non la divulga e non prende una chiara posizione ufficiale come hanno fatto i sindaci del lecchese?
E cosa pensa il governatore d'Abruzzo di tutti i pozzi già scavati e delle piattaforme che si moltiplicano a vista d'occhio sulla costa teatina?
Perché in una serata che dovrebbe illustrare le strategie politiche per il rilancio dell'ABruzzo si parla solo delle magagne passate ed esistenti e non si trova traccia di una sola proposta concreta? Perché si celebra un 'mostro sacro' come Zio Remo Gasperi che, forse incautamente rispetto a Chiodi, si sbilancia a favore dell'Eni e si esibisce in una vergognosa celebrazione dei 'suoi tempi d'oro', quelli delle ruberie e delle clientele care al Pentapartito, senza che nessuno provi indignazione (a parte i pericolosi “estremisti di sinistra fannulloni” additati dallo stesso campione ex dc)?
Gasperi ha nostalgia della Cassa del Mezzogiorno, uno strumento infernale che ha divorato risorse pubbliche ingenti, che ha causato l'aumento smisurato del debito pubblico italiano, che ha favorito le clientele e il foraggiamento del malaffare. E che magicamente quel 'genio' di Tremonti (così definito da Chiodi, ndr) ha prontamente rispolverato per risolvere la secolare questione meridionale.

Peccato che in Italia si guardi solo al passato e non esista mai una seria programmazione del futuro, peccato che i problemi vengano affrontati solo quando si tramutano in emergenze o servono a qualche casta per attingere al denaro dei contribuenti; peccato che con il megadecretone anti crisi votato in fretta e furia il 1 agosto per non costringere gli stakanovisti della politica a rimandare le ferie si scelga ancora una volta la formula che olezza di stantio e imbroglio: il famigerato piano casa che è solo un favore ai palazzinari e ridarà stura alla cementificazione selvaggia dell'Italia (a proposito degli incendi, bisognerebbe capire a vantaggio di chi vanno le migliaia di ettari di natura in cenere), l'affiancamento del ministero di Scajola a quello dell'ambientalista petrolifera Prestigiacomo per le decisioni sulle centrali elettriche e, appunto, la neocassa del Mezzogiorno. Una legge truffa, tanto per non cambiare mai.


Nel mondo, c'è chi pensa di sfruttare l'eolico del Sahara, chi si spende in ricerche scientifiche come Michael McElroy della Harvard Boston University che sostiene la possibilità di soddisfare la richiesta mondiale di energia elettrica attraverso una rete di turbine da 2,5 megawatt di potenza, posizionate in modo da non danneggiare l'ambiente e gli insediamenti urbani (da verificare, certo, ma sono passi da gigante rispetto alla mummificazione italica); c'è chi come Obama, attraverso il buon esempio, tenta di convincere i colossi Cina e India ad accettare di ridurre le proprie emissioni inquinanti per la salvezza del Pianeta.


E c'è chi come la maggior parte degli italiani (brianzoli a parte, eccezione esemplare) e gli abruzzesi in particolare crede ancora che l'idrogeno solforato migliorerà la qualità delle colture, dell'ambiente e incrementerà a dismisura la corsa al turismo.


La prossima estate, ne riparleremo.

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