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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
FINCHE' C'E' ENI, CI SARA' ENERGIA...
post pubblicato in Società&Politica, il 30 giugno 2009

Una promessa o una minaccia? La frase è una citazione da uno spot Eni del 1989. Nel frattempo, la società fondata dal corruttore onesto Mattei non ha mai smesso di fare danni, in Italia e nel mondo. Eppure gli agnostici investitori italiani, ottenebrati dall’ignoranza e da aggressive campagne di marketing, premiano il mostriciattolo a sei zampe esaurendo a tempo di record il bond da 2 miliardi di euro. Per la gioia dell’eroico ad Scaroni

 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 Potenza di uno spot e tanta ignoranza. Eni chiude addirittura in anticipo la collocazione sul mercato italiano del bond da due miliardi di euro.
 
Lo spot. Massimo Ghini, volto ‘televisivo’ di Mattei, esce da una casa mostrando il simbolo dell’Eni stampato su un foglio bianco e con voce stentorea comincia il racconto: “Il sogno di Mattei era dare energia agli italiani”. Poi comincia un percorso idilliaco nel fantastico mondo Eni: passa davanti a degli scogli che delimitano un mare sfortunato nel quale in lontananza, mentre il sole sorge (o si affonda nelle onde, per lo sconforto), si staglia l’imponente sagoma di una piattaforma petrolifera. L’attore romano intanto ci dice: “Oggi quel sogno si chiama Eni, la più grande compagnia energetica italiana, presente nel mondo in oltre 70 paesi”. Breve pausa, Ghini passa davanti alla ricostruzione in studio di un candido ambiente familiare (quasi da Mulino Bianco, tanto per rimanere nell’incantato paese delle ipocrisie) e sussurra, accompagnando con gesto aulico: “E anche nella tua vita”.
Rapido passaggio ad un ambiente urbano notturno con vista su distributore di benzina Agip e Ghini, impietoso, incalza: “Un’azienda che guarda al futuro e investe nella ricerca per darti un’energia sempre più sostenibile...”.
Intanto, compare un poveraccio che con una cima nodosa trascina l’ultimo fondale dello spot (un campo con montagne alle spalle, dalle quali il benedetto sole tenta ancora di sorgere), Ghini ci guarda negli occhi e sfoderando il sorriso dell’uomo autorevole, che guarda con fiducia al domani e a cui affideresti la tua vita in caso di pericolo imminente, conclude la sua markettata pro Eni: “... E per continuare a crescere, insieme a te. Per questo oggi Eni ti offre le sue obbligazioni. Rimetti in circolo l’energia”.
 
L’offerta era valida dal 15 giugno al 3 luglio, ma come detto, le obbligazioni sono state letteralmente ‘ingurgitate’ dai risparmiatori italiani. Addirittura, a fronte di un bond pari a 2 miliardi di euro, la richiesta è stata stimata prossima ai 6 miliardi. Un successone, però...
 
Però, quanti tra gli investitori italici sono realmente a conoscenza di cosa sia Eni? Quanti si sono lasciati abbindolare dal marchio, dalle intrusive e persuasive reclame, dagli inviti pressanti e mediatici del governo ad essere ottimisti e a rimettere in moto l’economia (con consumi e investimenti. Resta il dubbio: ma se uno i soldi non li ha, li stampa come facevano Totò e Peppino nella ‘Banda degli onesti’?), senza capire e sapere in quale azienda hanno realmente investito i propri risparmi?
 
Il sogno di Mattei. Un uomo ambizioso, con intuizioni sicuramente notevoli nel campo del business, capace, pur di raggiungere i propri obiettivi, di scendere a compromessi (quelli di cui parlano sempre i dirigenti o gli stipendiati Eni, quando qualcuno fa notare i danni correlati all’estrazione e alla lavorazione del petrolio) con il potere o i potenti di turno. Non a caso, aderì al partito fascista.
Salvò l’Agip dal fallimento e la fece diventare una pietra fondamentale dell’Eni.
Le perforazioni petrolifere nella pianura padana non sono una tragica invenzione di oggi, ma una sua idea; la rete di gasdotti che attraversa il sismico suolo italiano è un suo progetto, l’apertura all’energia nucleare è ascrivibile sempre a lui; importanti concessioni petrolifere in Medio Oriente sono frutto della sua ‘abilità’ strategica, grazie alla quale strappò accordi commerciali addirittura all’Unione Sovietica (oggi il gas con cui arricchiamo Putin arriva fino a noi grazie al ‘tubo’ Eni).
 
Più di 70 paesi ‘godono’ dei benifici derivanti dalle attività di Eni. Non solo l’Italia (Gela, Augusta, Melilli, Priolo, Manfredonia, Falconara, la Basilicata, domani l’Abruzzo) l’elenco dei danni all’ambiente e alla salute umana è lunghissimo e si estende anche oltre i confini nazionali: Europa, Africa (accordo con l’Egitto per trivellare il Monte Sinai, Nigeria annichilita dall’inquinamento e dalla repressione violenta dei diritti umani; inutile varare campagne di restyling della propria immagine per favorire lo sviluppo socioeconomico degli agricoltori del delta del Niger, se prima costruisci infrastrutture sulle loro terre senza nemmeno chiedere permesso, se bruci l’idrogeno solforato senza nemmeno prima edificare i famigerati ‘centri oli’, ma direttamente nell’aria, se inquini fiumi e terre e distruggi ogni possibilità agricola e comprometti la salute umana), Russia, Cina, Afghanistan, Pakistan, Thailandia, India, Papuasia, Australia, America del Nord, Sud America (chiedete notizie dell’Ecuador); le bandierine del risiko espansionistico di Eni spuntano in quasi tutte le aree del globo.
 
Eni nella vita degli italiani. Tremonti & company annunciano incredibili riduzioni nelle bollette energetiche degli italiani, che però, chissà perché, continuano ad essere tra le più salate in Europa. Forse perché l’Italia non dispone attualmente di un progetto strategico relativo all’energia; intanto, il Congresso americano, pur tra divisioni e critiche, approva il piano Obama che prevede autonomia energetica grazie alle vere fonti rinnovabili (solare, eolico) e battaglia alle vecchie, inquinanti fonti fossili. Gli italiani non si fanno domande. Del resto, non pongono quesiti gli ectoplasmi che dovrebbero farlo per mestiere e deontologia, figuriamoci i proni cittadini comuni. Il commento tipico del suddito: “Se nei palazzi del potere hanno già deciso, noi non possiamo farci nulla”.
In Italia politicanti in combutta con multinazionali del petrolio spacciano alla gente la convinzione che trivellare tutto il territorio alla ricerca di gas e oro nero, costruire centrali atomiche e ‘termovalorizzatori’ sia la risposta alla nostra presunta carenza energetica.
 
Il futuro e l’energia sempre più sostenibile di Eni. Quale futuro? Quello toccato alla Basilicata, che ha creduto al miraggio di un destino di ricchezza da sceicchi arabi e si ritrova con un territorio devastato (parco della Val d’Agri inquinato per sempre, cancellata ogni coltura tipica e di qualità, niente più vino, niente fagioli Sarconi), un mercato immobiliare crollato con la gente che abbandona le case e fugge, zero turismo, un’immagine deturpata irrimediabilmente e la maglia nera nella classifica dell’economia regionale italiana.
Energia ‘più’ sostenibile? Una formula interessante, tipicamente italiota. Una forma di energia o è sostenibile, o non lo è, tertium non datur. Sostenibile, rinnovabile, non come quelle del nostro canagliesco Cip6 che recita “e/o assimilabile”.
Sostenibile con i pesci e le altre forme di vita marine che bioaccumulano mercurio? Sostenibile con l’uva (dimostrato da esperimenti scientifici degli anni ’70 nelle università californiane) che puzza di petrolio e spremuta origina un liquido nero, nauseabondo e tossico? Sostenibile come l’inquinamento che nei pressi dei pozzi scavati in Abruzzo nel 2008 in soli tre mesi è passato da basso a medio?
 
Continuare a crescere, insieme a te. Ecco il senso del lancio obbligazionario di Eni, la crescita. Naturalmente del proprio fatturato, anche se furbe formule di marketing fanno sognare ai clienti ricchezze da far impallidire Creso. Non può esserci crescita per i cittadini se l’ambiente viene annientato, se l’agricoltura è annichilita dall’inquinamento, se il turismo muore, se l’immagine del paese del sole del mare della cultura e del buon cibo viene deturpata da una fiammata che lascia nell’aria l’irrespirabile puzzo dell’idrogeno solforato, se la salute delle persone diventa una chimera.
Ancora il mito superato e fallimentare del Pil, della crescita continua e inarrestabile, la solita sporca filosofia economica che ha trascinato il Pianeta sull’orlo del collasso.
Obama aiutaci tu a rinsavire, a illuminare certe menti deteriorate.
 
Oltre il danno anche la beffa, Eni premiato “per lo sviluppo sostenibile”: il Foreign Policy Association (FPA) ha assegnato all’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, il ‘prestigioso’ (chissà perché quando si tratta di media stranieri o di associazioni con nome inglese, per i giornalisti italiani scatta in automatico l’aggettivo ‘prestigioso’) Foreign Policy Association's Corporate Social Responsibility Award.
Uffa, già la lunghezza del riconoscimento fa sospettare ad una bufala (alla diossina...); quando poi si scoprono le motivazioni del premio, la certezza diventa matematica.
Dunque, secondo questa FPA (organizzazione non-profit americana che si è posta l’obiettivo di far conoscere ai cittadini statunitensi le realtà socioeconomiche e politiche mondiali, incoraggiandoli a partecipare e contribuire ai processi di politica estera Usa) l’Eni si sarebbe distinto “nello sviluppo sostenibile e nella responsabilità sociale d’impresa”.
Dobbiamo sganasciarci dalle risate o abbandonarci ad un pianto fluviale ed inconsolabile?
Questa FPA, anche gli americani toppano di brutto, deve basarsi su fonti non troppo attendibili.
Paolo Scaroni è uno degli ‘eroi’ di Tangentopoli, uno dei martiri del giustizialismo perpetrato all’inizio degli anni ’90 dalle Toghe Rosse: arrestato per aver pagato tangenti al Psi del santo Craxi per conto della Techint, nell’ambito di un affare sulla centrale elettrica di Brindisi. Ha patteggiato davanti al Tribunale di Milano la pena di reclusione ad un anno e quattro mesi.
Poi, visto che in Italia essere condannati per tangenti non costituisce ostacolo a ricoprire ruoli in aziende pubbliche o semi-pubbliche, ecco il premio con la nomina ad amministratore delegato di Enel (presidente Piero Gnudi) su proposta del Tesoro. Addirittura il conferimento dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, firmata (ahi, caro nonno, che svista!) da Carlo Azeglio Ciampi, nell’ottobre del 2004 (governo Berlusconi; forse non per caso Scaroni detiene una piccola quota di azioni del Milan AC, grazioso omaggio del Cavaliere stesso).
Ma nel brillante curriculum di Scaroni figura anche il processo davanti al Tribunale di Adria per essere riuscito ad inquinare in modo irrimediabile il parco fluviale del Delta del Po ‘grazie’ alla centrale Enel di Porto Tolle. Sempre lui, imprenditore e manager senza macchia (d’olio) e senza paura, è fiero censore della miopia politica italiana (durante il governo Prodi, ndr) e dell’ambientalismo populista, fattori che ostacolano la realizzazione di grandi opere e soprattutto non consentono l’adeguato sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas e petrolio presenti nel sottosuolo del Belpaese. Incubo per fortuna finito grazie alle visioni energetiche rivoluzionarie di Berlusconi, Scajola e Prestigiacomo.
 
Ora, tralasciando per carità umana altri particolari, questo personaggio esporrà in bacheca il premio della FPA. Scaroni ha così commentato la notizia relativa al ‘prestigioso’ riconoscimento: “Siamo molto soddisfatti per il traguardo raggiunto. Il Foreign Policy Association's Corporate Social Responsibility Award rappresenta la prova concreta del forte impegno di Eni per la responsabilità sociale, da sempre parte integrante della nostra storia e della nostra cultura fin dai tempi di Enrico Mattei”.
 
Ah, già: Enrico Mattei, il grande corruttore dalla straordinaria onestà personale di cui sopra, paradigma perfetto degli eroi e dei simboli che storicamente piacciono alla società italiana.
 
Mattei-Scaroni-Eni, una grande storia italiana nel solco della tradizione.
 
Jeb Bush (fratello di George jr), il texano che disse “No all’Oro Nero”
post pubblicato in Società&Politica, il 25 giugno 2009
di Hermes Pittelli ã


 Giorgio Walker (‘il Camminatore’) Bush è stato, lo dicono gli stessi americani, il peggior presidente nella storia degli Usa. Ma per un istante cerchiamo di rimuovere lui e le sue nefaste azioni ‘politiche’ dalla nostra memoria storica collettiva.

Forse non tutti rammentano che il prode George (inquietante somiglianza antropologica con il maldestro personaggio dei cartoon ‘George della Jungla’, aspirante Tarzan) ha un fratello minore di nome John Ellis, per tutti Jeb.
Jeb (acronimo derivante dalle sue iniziali), repubblicano per nascita e vocazione, può vantare nel curriculum personale la carica di 43° governatore della Florida.

La famiglia Bush, covo di pericolosi eversori comunisti, arricchita inventandosi affarucci con l’industria del petrolio e degli armamenti, pare discenda in qualche modo dal capitano di ventura Goffredo di Buglione e abbia aderito a società massoniche dalle finalità non proprio cristalline.
Ma non facciamo i moralisti, come direbbe qualche furbo censore mercenario alle nostre latitudini.

Dunque, tornando a Jeb, è importante sapere che il fratello minore di George il crociato, è stato in carica in Florida per due mandati (dal 5 gennaio 1999 al 2 gennaio 2007).
Sicuramente nessuno in Italia sa che un rampollo di tale schiatta si è opposto alla deriva petrolifera nello stato americano che lo ha scelto – con il 55% delle preferenze nella prima occasione, il 56% nella seconda - quale proprio governatore (non come padrone assoluto, ma come delegato del popolo alla gestione della res publica).

La Florida che si affaccia sul golfo del Messico vanta terraferma e fondali marini rigogliosi di ottimo petrolio (dolce e leggero, a differenza di quello abruzzese, amaro e pesante).
Ebbene, nel gennaio del 2001, Jeb scrisse al fratellone (Big Brother?) presidente - vincente nella sfida contro l’ecologista Al Gore grazie a incomprensibili errori di punzonatura delle schede elettorali – una missiva alquanto ‘energica’, sintetizzabile con una frase: “Caro George, sarai anche inquilino della Casa Bianca, ma tiene giù le zampe dalla Florida”.
Già, perché il Bush amico di Berlusconi, in testa (?), oltre al cappello da cow-boy, aveva idee rivoluzionarie in materia economica ed energetica: il petrolio già cominciava a scarseggiare quindi per Georgino (non il mezzobusto del Tg1) la soluzione era liberarsi dalla schiavitù targata Opec, trivellando a tutto spiano la Florida (ma anche il resto degli Usa, dall’Alaska in giù), stato a vocazione turistica balneare grazie al clima mite, nonché meta prediletta di tutti i facoltosi anziani d’America per sfuggire ai disagi della stagione invernale.

Ebbene, Jeb Bush, mostrando una sensibilità umana, ambientale e politica che dovrebbe far arrossire di vergogna quasi tutti i nostri politicanti, amministratori locali, industriali, pseudoscienziati, considerando l’importante ruolo di flora e fauna marine della Florida per l’equilibrio ecosistemico del Sud degli Stati Uniti, ha detto a muso duro: “No alla devastazione e all’inquinamento derivanti dall’oro nero, preferiamo salvare l’ambiente e potenziare l’economia turistica”.
Semplice. Due opzioni strategiche, antitetiche. Jeb ha scelto la più giusta, non per il suo tornaconto personale (o per quello dei suoi parenti e amici degli amici), ma per le popolazioni e le terre affidate alla sua amministrazione.

In Italia avremmo assistito a teatrini, compromessi e alla fine della fiera, alla vittoria dell’intrallazzo. L’esempio dell’eutanasia della Basilicata è sotto gli occhi di chi vuole vedere. Ora il rischio Basilicata è esteso a tutto il Belpaese, Abruzzo in primis.

Jeb Bush subito dopo essere asceso alla carica di governatore ha mostrato ai cittadini che aveva davvero a cuore il loro bene e i loro interessi, disperdendo, prima ancora del fratello, quelli che il Corriere della Sera aveva definito ‘i predatori del petrolio’, in questo caso con l’uniforme della Chevron, ingolositi dalla smania di trivellare i fondali a soli 40 km dalla costa di Pensacola (in Usa, il limite, lo rammentiamo è di 160 km; in Italia, non esiste).
Jeb Bush in campagna elettorale aveva dichiarato e promesso agli elettori senza formule politichesi tipicamente italiche che “il Golfo del Messico è intoccabile”.
E da uomo serio e responsabile, prima ancora che da politico, ha mantenuto fede alla promessa.

Giova rammentare anche che perfino Bush padre nel 1990 vietò l’apertura di nuovi pozzi off-shore (in mare, gli ultimi erano stati aperti nel 1988), decisione poi confermata e blindata da Clinton.

Sarà per questo che negli Stati Uniti le patologie tumorali regrediscono, mentre in Italia, un tempo patria di navigatori santi e poeti ed oggi invece di petrolieri e ‘termovalorizzatori’, aumentano a livello esponenziale?

La scienziata abruzzocaliforniana Maria Rita D’Orsogna si chiede spesso con sgomento come mai negli Usa le celebrities, le star, i vip siano tutti impegnati in qualche grande causa umanitaria (il Ruanda, il Tibet, la lotta contro i mutamenti climatici...) e in Italia, in Abruzzo in particolare, non si muova e smuova foglia.
Una prima risposta potrebbe essere che non annoveriamo vere personalità di carisma internazionale (salvo qualche rarissima eccellenza), ma personaggi d’avanspettacolo, figuranti da reality, comparse di modesto livello in una commedia dell’arte minore. Una seconda ragione si potrebbe cercare nei rapporti di clientela di tanti, troppi politicanti, attori, giornalisti, presunti scienziati con le aziende e le multinazionali responsabili dei disastri ambientali e dei danni alla salute umana; e si sa, quando un italiano si assume un impegno lo porta a termine con coerenza, cascasse il mondo.

In Florida, un figlio di petrolieri, un privilegiato grazie al business petrolifero ha dimostrato il buon senso e il coraggio di scegliere la salvaguardia ambientale che tutela la salute umana e favorisce il volano del turismo (e attività indotte) contro la devastazione legata all’estrazione dell’oro nero; in Norvegia, nazione ricca grazie al petrolio, il governo centrale dichiara in modo limpido e trasparente che l’attività estrattiva è dannosa e inquinante (lo scrive sul proprio sito internet ufficiale, in modo che i cittadini siano informati; in Italia, non solo siamo negazionisti, ma a dispetto delle frottole sulla sicurezza civica, non siamo in grado di scrivere nemmeno un canovaccio di piano d’evacuazione in caso d’incidente: Trecate e Manfredonia insegnano...)

La dipendenza dal petrolio (...) unita a quella dei cambiamenti climatici potrebbero sfociare in violenti conflitti, terribili tempeste, restringimento delle coste e altre irreversibili catastrofi (...)
Rigide ideologie hanno dominato sulla scienza. Interessi particolari hanno messo in ombra il buon senso. La retorica non ci ha portato al duro lavoro necessario per ottenere i risultati (...)
(...) nel vento e nel sole, abbiamo le risorse per cambiare.
I nostri scienziati, imprenditori e lavoratori hanno la capacità di farci andare avanti. Ricade su di noi la scelta se rischiare i pericoli della via vecchia, o perseguire l'indipendenza energetica. E per il bene della nostra sicurezza, dell'economia e del pianeta
dobbiamo avere il coraggio e l'impegno di cambiare (...)
Non posso promettere soluzioni rapide. Nessuna tecnologia speciale o serie di leggi potrà venire a salvarci. Ma noi ci dedicheremo seriamente al costante, focalizzato e pragmatico perseguire un Paese libero dalla dipendenza energetica e alimentato da una nuova economia energetica che darà lavoro a milioni di cittadini”.

Questo Discorso sull’Energia è stato pronunciato da una personalità politica di rilievo il 28 gennaio 2009.
Quiz a bruciapelo: chi è? Forse Berlusconi? No.
Forse Claudio Scajola? No.
Forse Stefania Prestigiacomo? No.
Forse, anche se non è un politico, Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni? Noooo.

Risposta esatta: Mr. Obamaaaaaaaaaaaaaa!

Bye bye, little, very old Italy.



Fonti: grazie, come sempre, a quell’ineasauribile ‘pozzo’ di informazioni, stimoli, cultura rappresentato dalla Professoressa Maria Rita D’Orsogna.
Corriere della Sera.it

MAGIC ITALY, ITINERARIO TURISTICO TRA RAFFINERIE E INCENERITORI
post pubblicato in Società&Politica, il 23 giugno 2009
Berlusconi, prima della tornata elettorale europea, aveva annunciato il ‘brand’ (da Lui stesso ideato) per rilanciare alla grande il turismo internazionale nel Belpaese. Il ‘marchio’ dovrebbe certificare, rivalorizzare e accreditare i nostri patrimoni artistici, culturali, monumentali, paesaggistici, enograstonomici, naturali presso i potenziali visitatori stranieri. Sempre ammesso che petrolio e nanopolveri risparmino almeno qualche rudere






di Hermes Pittelli ã


 Magic Italy, ecco il brand che rilancerà il turismo internazionale in Italia.
L’ha pensato il presidente del Consiglio. Nonostante debba barcamenarsi tra congiure eversive rosse e rave party, attorniato dai migliori esperti di marketing indigeni, ancora una volta ha dovuto pensarci Lui in prima persona.

L’Italia nel 2008 ha perso la tradizionale leadership (che linguaggio tecnico, eh?) di meta più desiderata dai turisti di tutto il mondo, scavalcata da Australia, Canada e Stati Uniti. Manteniamo il primato dell’appeal europeo, ma certo queste classifiche (oserei dire sondaggi) solleticano sempre l’interesse e l’orgoglio del premier. Ecco spiegata la ragione della sua nuova campagna.
Il logo presentato dalla vulcanica – e rossa! – ministra del Turismo Brambilla per la verità ha già suscitato più di qualche critica per una qualità grafica non eccelsa, capace di ottenere un effetto deterrente più che ammaliante nei confronti dei potenziali clienti delle bellezze italiche.
L’annuncio, come ricorderete, è stato dato quasi di sfuggita dal Cavaliere stesso durante l’ultima conferenza stampa pre-elettorale relativa alle elezioni europee.

Resta un mistero per chi però conosce e si informa quotidianamente sulla salute ambientale italiana quale tipo di accoglienza potremmo mai offrire alle orde di turisti scatenati che piomberanno sul patrio suolo.
Perché, al di là delle formulette markettare, i visitatori pretendono non ‘loghi’, ma ‘prodotti’, quelli che storicamente hanno permesso al Belpaese di assurgere nell’immaginario globale a ‘luogo mito’, ‘luogo incantato’, ‘sogno del saper vivere’: quindi la bellezza e la straordinaria varietà ambientale, il patrimonio artistico e culturale, i prodotti enogastronomici, i manufatti del nostro originalissimo e unico artigianato.
Assediati nella morsa di raffinerie (quasi 7.000 pozzi scavati ad oggi) e inceneritori (51) più che di un magico brand avremmo bisogno di un miracolo, in grado di risvegliare di colpo le menti e le coscienze dei cittadini italiani, finalmente pronti ad informarsi grazie al Tridente degli Scienziati Veri (Gatti, Montanari, D’Orsogna) e capaci di opporsi alle criminali strategie di sviluppo economico perpetrate dalla politica e dall’industria autoctone. Qualcosa si muove, per esempio l’attivissimo ed audace comitato brianzolo ‘No al pozzo’, ma la sabbia nella clessidra si sta esaurendo e i segnali di rinascita sociale, civile, politica sono ancora troppo episodici e flebili.


Dunque, immaginiamo i torpedoni (sono tornati di moda, vista la crisi) di turisti che percorreranno in lungo e in largo l’Italia, isole comprese. Ne vedranno delle belle (e non parlo di veline)!

Potrebbero cominciare dalla Valle D’Aosta, regione bonsai, ma gradevole: visita alla discarica di Brissogne. Qui la Regione pare sia stata colta da una sorta di folgorazione ecologista e il presidente Augusto Rollandin ha dichiarato di voler “trasformare la Valle in un laboratorio alpino di energie rinnovabili”. Magari non quelle del Cip6. Speriamo che tra un Blac Morgex accompagnato da fette di Motzetta e pezzetti di Toma di Gressoney il locale Comitato Rifiuti Zero vigili con attenzione. Evitando di accendere il fuoco nel caminetto con partite di legna radioattiva.

In Piemonte i nostri amici turisti possono cominciare ad ammirare il progresso che l’industria petrolifera regala ai territori in cui si installa. Oppure l’inceneritore di Vercelli o quello di Gerbido, ai quali, grazie ad una sentenza del Tar, potrebbero essere affiancati altri sei impianti gemelli, in modo da risolvere drasticamente il problema rifiuti. A Torino poi ci sono marciapiedi radioattivi e il tarassaco mutante fotografato da Roberto Topino che cresce casualmente in tutte le ex aree industriali della città: mutazioni stimolate da sostanze patogene, quindi pericolose per il genoma umano, o scherzi di natura? Chissà. Però che effetti speciali per questi turisti. E se cercano montagne ‘elvetiche’ (traforate come gruviera), i cantieri per la Tav Lione-Torino potrebbero rappresentare un interessante passatempo.
Strano che alle recenti elezioni, nei comuni della Val di Susa, l’abbiano spuntata tutti candidati favorevoli o ‘non pregiudizialmente ostili’ alla grandiosa opera.

La Liguria del G8 genovese 2001, non vanta al momento derive petrolifere o inceneritori, ma è pur sempre la patria di Claudio Scajola, attuale ministro delle Attività produttive; in compenso, la terra del Pesto è da troppo tempo paradiso di commistioni tra politica e imprenditoria (refrain vecchio, ma evergreen), legato alle strategie di deindustrializzazione che si tramutano in cementificazioni selvagge e speculazioni edilizie vergognose. Una bella colata di cemento, moderno, progressista e addio alle anticaglie naturali, tipo Sestri Levante, Sestri Ponente, Vado Ligure, Finale Ligure, Alassio, Bordighera, Sanremo, Ventimiglia.
In fondo, anche il Santuario dei Cetacei, forse l’area faunisticamente più ricca del Mediterraneo, è ormai obsoleto.

Oh, la Lombardia. Dei rischi che corre il Parco naturale di Montevecchia e Valle del Curone, abbiamo detto. I turisti faranno bene ad accelerare la loro visita qui, perché vista l’aria che tira, salvia e rosmarino rischiano l’estinzione precoce...
Ma la deriva petrolifera è assai più estesa. La Regione del presidente Formigoni può poi vantarsi di aver fatto 13! Tredici inceneritori, record italiano. E a Milano, amministrata dalla petroliera Letizia Moratti, il museo pseudoscientifico Leonardo mette in bella mostra il plastico (molto invidiato da Vespa!) che riproduce in miniatura l’impianto Silla2 e una simpatica filastrocca pro ‘termovalorizzatori’ per i bambini delle scuole. Cari stranieri, vigilate sui vostri pargoli!
La casseula all’idrogeno solforato chissà come profuma e quanto gusto sprigiona.

Una regione progredita come il Trentino Alto Adige, non ha bisogno di petrolio puzzolente, ma a Bolzano l’inceneritore per fortuna c’è. Quello che preoccupa però è la smania di cementificazione che sembra colpire una delle aree più verdi d’Italia. Un articolo del marzo 2008 di Giorgia Cardini del quotidiano L’Adige informava che nel periodo 2000/06 in tutto il Trentino è stato possibile costruire 26.400.000 metri cubi di nuovi edifici (per ogni uso e destinazione), di cui 9.500.000 destinati all’industria. Senza tenere conto di aree ormai dismesse, magari utilizzabili cambiando la destinazione d’uso, senza tutelare il vero patrimonio locale, cioé la Natura. Tanto che perfino il Wwf ha lanciato l’allarme: “Esiste un’emergenza cementificazione”. La replica della politica e dell’imprenditoria locale è stata affidata all’abusato ritornello: “Le industrie sono ricchezza”. Visioni logore e corporative sono i peggiori virus contro un vero e necessario Rinascimento italiano.

In Veneto l’oro nero zampilla. In terra e in mare. In più, oltre ai disastri di Porto Marghera e di Mestre, hanno voluto calare i quattro assi, ovvero 4 inceneritori (Padova, Verona, Schio, Venezia). Il sindaco di Venezia, il filosofico Cacciari, difende a spada tratta il polo petrolchimico, che assicura lavoro a molte persone. Bisognerebbe domandarsi se questo polo, dietro il cui ventilato affossamento potrebbe celarsi la speculazione di qualche gigante del petrolio (toh, l’Eni?), sia foriero di salute e integrità ambientale. I morti e gli incidenti causati dal petrolchimico a Marghera sono una teoria lunghissima e impressionante: lo sversamento in Adriatico di fanghi chimici tossici, dice qualcosa? Dell’indagine del pm Felice Casson contro Montedison, Enichem, Enimont qualcuno rammenta piccoli particolari? Sui danni ormai quasi irreversibili contro il prezioso ecosistema marino della laguna veneta, dell’avvelenamento delle acque e delle colture agricole poniamo un pietra tombale?Carissimi turisti, occhio a vongole e telline...

Friuli Venezia Giulia, niente petrolio o gas, ‘solo’ l’inceneritore di Trieste. In compenso, ad Aviano continua ad esserci una base Nato che nel proprio ventre custodisce gelosamente ordigni nucleari, ma sulla pedemontana c’è anche il Cro (Centro ricerche oncologiche) che, guarda caso, registra patologie tumorali in continuo aumento. Inoltre, la regione di gente unica, ha trovato lo stratagemma perfetto per battere la crisi: asfalto e cemento. Bisogna avere un Pil così sullo stomaco per ignorare la ‘sostenibilità’ di certi progetti (tipo distese di inutili capannoni industriali o il saccheggio della ghiaia da fiumi e torrenti), per ignorare che la recessione sta sbaragliando soprattutto i comparti del mobile, siderurgico e manifatturiero rispetto a quello edilizio. Ma l’azzurro presidente Tondo è un esemplare discepolo delle teorie berlusconiane.
Lo scandalo del depuratore di Tolmezzo, costruito – male – con i soldi pubblici e per ‘depurare’ gli scarichi della cartiera Burgo? Il mancato dragaggio dei fanghi dai canali della laguna di Grado e Marano? Il probabilissimo via libera (business da 150 milioni di euro) alle casse di ‘devastazione/espansione’ sul medio Tagliamento? Basta non parlarne. E chi si accontenta di degustare frico, prosciutto di Sauris e refosco dal peduncolo rosso, si muova perché anche a nordest il futuro e il progresso non aspettano.

Emilia Romagna, 8 inceneritori e tanto petrolio, meglio di così... Nella gaudente regione della Professoressa Gatti e del Professor Montanari possono stare tranquilli: Pil e patologie tumorali andranno a gonfie vele. Qui i turisti potranno, dopo aver firmato opportuna liberatoria, andare a visitare alcuni bambini malformati grazie alle ‘0’ emissioni, comunque non inquinanti, degli impianti di termovalorizzazione.
Il Prof. Montanari è riuscito a ‘intrufolarsi’ nel comune di Nonantola, chissà se riuscirà a convincere i tanti suoi nuovi ‘colleghi’ che inceneritori, cementifici, discariche sono forieri di malattie e distruzione ambientale.

Anche la Toscana esibisce 8 inceneritori e qualche area petrolifera (Tombolo, Belforte, Siena, Cinigiano, Grosseto, Fiume Bruna). Le dolci colline toscane, la coltura della vite, i casali e gli agriturismi trarranno gran giovamento da queste attività di progresso.

Marche, solo 1 inceneritore, ma con il polo petrolchimico di Falconara, i turisti non si annoieranno di certo. Soprattutto con quel gioco di società che prevede la fuga precipitosa dalla spiaggia quando dallo stabilimento industriale a pochi metri partono le acute note di una sirena e cominciano a lampeggiare a tutto spiano lucette rosse. Tranquilli, di solito non accade nulla, è tutto altamente sicuro e se anche qualche sostanza superasse i filtri tecnologici, intelligenti e potentissimi, non sarebbe pericolosa per l’organismo umano. Il petrolio è progresso, il petrolio è ricchezza. Ridete felici.

Umbria, una regione davvero triste: 1 inceneritore e nemmeno l’ombra di pozzetti petroliferi. Cosa ci sarà mai d’interessante a Spoleto, Gubbio, Norcia, Todi, Perugia, Assisi, Orvieto, Foligno? Se volete, cari turisti stranieri, potete bypassare questa inutile area della Penisola.

Nel Lazio gli inceneritori sono quattro di cui tre sotto sequestro per inchieste della magistratura sulle ecoballe tossiche e sulle truffe realizzate nel campo remunerativo della monnezza. Il presidente Marrazzo, fidati degli insospettabili, pare abbia una predilezione per gli inceneritori, ma ad Albano Laziale, dove vorrebbero costruirne un altro, la gente non è favorevole e si batte contro l’ennesima follia della politica e del business. I castelli e i prodotti del Lazio in discarica? Crimine, ma voi stranieri, cantate qualche stornello che vi passa. E non badate ai tentacoli petroliferi che spuntano anche qui.

Abruzzo, dolenti note petrolifere: 722 pozzi già scavati; il centro oli di Ortona ‘rimandato’, ma le trivelle spietate già puntano la Val Vibrata e non rispettano la costa teatina; di fronte alla riserva naturale di Punta Aderci ecco una meravigliosa piattaforma a soli 3 km da calette e spiagge di roccia di purezza inusitata (prima). Qualcuno ha proposto alla Professoressa D’Orsogna il ruolo di presidentessa dell’eventuale coordinamento nazionale dei comitati italiani ‘no petrolio’: il curriculum e l’onestà personale depongono a suo favore; in più, è conosciuta a livello internazionale e da qualche giorno è amica del duo Gatti/Montanari.
Il petrolio non si concilia con il vino, con tutta l’agricoltura, arreca danno all’ambiente e alla salute, rovina per sempre l’immagine di quella che fu la regione più verde d’Europa, come era stata celebrata dallo stesso Berlusconi che in campagna elettorale dice una cosa, poi lascia mano libera a Scajola che firma le concessioni. Requiem per l’Abruzzo! Così, fortunati turisti, al viaggio potete abbinare anche la musica classica.

In Molise, terra natia del 'giustizialista' Di Pietro, ancora non hanno varato inceneritori, in compenso il petrolio è diventato risorsa invasiva più che mai. A Mafalda, dove qualche settimana fa ha parlato di nanopatologie il Prof. Montanari, a Colle Ginestre, a Colle di Lauro, a Isernia e Campobasso, l'avanzamento della deriva petrolifera a tappe forzate e stadi più o meno evoluti sembra senza argini.
E poi ecco la cementificazione della costa, termolese in particolare, sfregiata da obbrobri edilizi che servono come di consueto a fare cassa. Volendo si può fare il giro delle discariche abusive con possibilità di filmare o fotografare materiali e articoli di vario genere: materassi, cassette di frutta, scarti imprenditoriali di palazzinari e industriali d'assalto (quelli che assicurano il progresso al territorio), polistirolo, eternit... Una bruschetta all'eternit è una raffinatezza da autentici gourmet!
Infine, per dimostrare di non avere nulla da invidiare alla Campania, cercando con puntiglio non italico, si possono reperire siti di smaltimento di ecoballe provenienti dal Veneto (ma questo è tutto un altro tour).


Basilicata
, la terra dei morti viventi. Due inceneritori (Melfi, Potenza) e il parco nazionale della Val d’Agri annichilito dall’estrazione, raffinazione, trasporto di oro nero. Nero di sporcizia, malattia e morte. La campagna Eni in demoniaco connubio con il Wwf (scandaloso!) per la salvaguardia della biodiversità è un’ipocrisia che poteva trovare spazio solo in Italia. Proviamo a raccontarle agli stranieri, le stesse balle. Intanto, agricoltura e turismo sono finiti, alla faccia dei politici e degli imprenditori che celebravano l’Era della Trivella come manna del cielo.

Campania, le mozzarelle alla diossina, l’ecocamorra, la camorra tradizionale, il petrolio, l’inceneritore di Acerra costruito dagli eroi di Impregilo, battistrada di tanti altri taumaturgici termovalorizzatori. E poi Roberto Saviano, autore di Gomorra, prigioniero di se stesso e del suo coraggio, celebrato da chi con la malavita organizzata fa affari ed in cuore suo spera che prima o poi... Un po’ come i giudici Falcone e Borsellino, ricordati ogni anno dallo Stato che ha contribuito a farli eliminare. Pizza, mandolino, una gita sulla costiera sorrentina dove si sversano acque reflue e fanghi industriali alla luce del sole, Paisà! Comme si´ bello – turista straniero - a cavallo a stu camello, cu ´o binocolo a tracolla, cu ´o turbante e ´o narghilè!...
Napoli petrolifera, Napoli milionaria!

Puglia, oro nero, 2 inceneritori (uno non operativo, l’altro sotto sequestro per le solite vicende). Il Salento, la notte della taranta, i cantieri abusivi con gli operai in nero e le morti bianche, i braccianti schiavi – migranti ‘irregolari’ – che raccolgono frutta e pomodori e muiono ma non finiscono nelle statistiche; la diossina dell’Ilva di Taranto. Straniero – mamma li turchi – ti basta?

Calabria, Calabria Saudita, quindi viva il petrolio. E poi viva l’inceneritore di Gioia Tauro, in contrada Cicerna, costruito da una ditta spezzina, ma sotto sequestro perché ampiamente fuori norma per l’alto impatto urbanistico e ambientale, in grado di mettere a rischio l’intera Piana. La Calabria della n’drangheta, delle amministrazioni più che infiltrate, completamente in mano alla criminalità, dell’omicidio Fortugno perché anche la sanità è la cloaca degli sporchi affari della politica. Turista dal mondo, mica ti annoierai proprio qui? Con i pomodori essicati, il peperoncino di Diamante e la n’duja?

Restano le isole.

La Sicilia del polo petrolchimico siracusano. Industrie che appartengono alla famiglia Prestigiacomo. Caro straniero, non ti stupire se la rampolla di casa è ministro dell’Ambiente: sei in Italia. Augusta Melilli Priolo, il triangolo della morte; alla carenza d’acqua (anche questa, criminale) hanno sostituito l’acqua avvelenata, le patologie tumorali, le leucemie, i feti malformati, le neomamme che dai seni offrono latte alla diossina. Via, scaccia i pensieri, magari ammirando la vicina Libia del nostro prestigioso e intelligentissimo alleato Gheddafi.

Sardegna. Perdas Defogu e Sarroch. Turista straniero, a Parigi avranno Eurodisney, ma qui giochiamo alle guerre spaziali nel poligono interforze più bello d’Europa e al piccolo petroliere texano nella raffineria più grande del bacino mediterraneo.
Gli agnellini con le orecchie al posto degli occhi sono frutto di effetti speciali che nemmeno puoi immaginare; per non parlare, anche qui, ultima stazione della via crucis, dei soliti tumori, della morte dell’agricoltura, dell’ecosistema marino avvelenato. In fondo, qualche operaio morto sul lavoro alla Saras morattiana rende il viaggio on the road un vero reality da duri.

Fine del viaggio nella Magic Italy!

Curioso notare che tra i parametri utilizzati dal ‘Country brand index’ per stilare la classifica dei Paesi più desiderati dai turisti compaia anche la voce ‘libertà politica’ che tiene conto del tasso democratico delle istituzioni e del grado di libertà civile. L’Olanda è prima, l’Italia non figura tra le prime 10; unito al fatto che nella classifica della libertà di stampa siamo retrocessi, unico paese dell’Europa occidentale (insieme ‘all’europea’ Turchia), a ‘paese parzialmente libero’, ecco spiegato come mai gli italiani sappiano poco della deriva petrolifera e dei nefasti effetti delle nanoparticelle che inceneritori e cementifici dispensano in quantità... industriali.

Aleggia nell’aria, che non puzza più di monnezza (incenerita) ma di zolfo (grazie all’idrogeno solforato del petrolio), l’amletico quesito: basterà un loghetto markettaro a infinocchiare gli stranieri?

BRIANZA, NO AL PETROLIO SENZA 'SE' E SENZA 'MA'
post pubblicato in Società&Politica, il 19 giugno 2009


(foto tratta dal sito della Po Valley Energy. Un esempio di come potrebbe mutare il paesaggio nel Parco del Curone)


di Hermes Pittelli ã



 Mettete un’afosa serata di quasi estate nel cuore della Brianza.
Pensate ad un ex cinema parrocchiale stipato all’inverosimile (quasi 400 persone, con gente in piedi e perfino all’esterno), per ascoltare una conferenza della Professoressa Maria Rita D’Orsogna, fisica e matematica, ricercatrice alla California State University di Los Angeles, capace di condensare in 35 minuti tirati un’autentica lectio scientifica sui nefasti influssi causati dall’estrazione petrolifera sulla salute umana e sull’ambiente.

Immaginate sindaci, amministratori locali, esponenti della società civile, agenti per la salvaguardia ambientale, semplici cittadini – mamme nonne figli nipoti studentesse e studenti – schierati tutti da una sola parte, senza divisioni politiche sociali di censo, per ribadire un no forte e convinto al criminoso progetto di trivellazione all’interno del Parco di Montevecchia e della valle del Curone.

Il Parco di Montevecchia e della valle del Curone, un’impensabile, preziosissimo polmone verde che offre ossigeno, respiro e relax ad un’area comunque fortemente urbanizzata e densa di aziende, uno sfogo naturalistico non solo per i brianzoli, ma anche per moltissimi milanesi ultrastressati che durante i week end cercano di ritrovare una dimensione umana lontani da smog e caos della città di S. Ambrogio.

Ma questo irrinunciabile ‘tesoro’ è minacciato dalle folli mire della Po Valley Energy, società che fa capo ad una multinazionale australiana del petrolio che, come tante altre oil companies, ha capito quanto l’Italia rappresenti una pacchia per chi vuole fare business con ‘l’oro nero’: nessun ostacolo in entrata, royalties ridicole da pagare, disponibilità totale da parte della politica, cittadini ignari e spesso ignavi. Ma non qui, a Rovagnate, profonda Brianza.

In 20 giorni sono stati capaci di mettere in piedi un comitato civico, un comitato che ha subito ottenuto 500 adesioni e ha stampato una petizione (già firmata da 1500 cittadini) da presentare poi ai politici regionali e ai parlamentari lombardi affinché intervengano nell’aula della Camera per presentare emendamenti contrari a questo progetto, furbescamente accorpato al varo, scontato, della legge finanziaria nel cosiddetto ‘pacchetto energia’ (quello che contiene tra l’altro le strategie per la costruzione di centrali nucleari nel Belpaese che fu). Obiettivo ambizioso: raccogliere entro il 12 luglio almeno 5.000/6.000 firme, anche se la speranza è di arrivare a decine di migliaia di no per respingere le trivelle australiane.

Ormai, nelle italiche regioni non si fa in tempo a scongiurare gli assalti dell’Eni (belli lo spot con l’attore Ghini, il Mattei della fiction tv, e la campagna per il lancio del bond!) che subito si presentano petrolieri da ogni parte del globo per contribuire alla distruzione delle poche aree incontaminate che restano a disposizione dei cittadini italiani.

La Professoressa D’Orsogna, per la prima volta in trasferta nordica, ha spiegato come sempre in modo efficace, sintetico, accessibile anche ai non eruditi in chimica, le criticità connesse alle attività esplorative, estrattive, di raffinazione e trasporto dell’ormai quasi esaurito petra oleum.
Le sostanze chimiche utilizzate dalle compagnie per la formula segreta dei fanghi di trivellazione sono tutte altamente tossiche (tra le altre, cadmio e mercurio).
Il petrolio italiano è quasi tutto di pessima qualità, quindi deve essere necessariamente sottoposto a desolforazione; o in loco o nella raffineria più vicina, nello specifico quella famigerata di Trecate, provincia di Novara, già esplosa nel 1994 e responsabile di una devastazione ambientale non ancora bonificata del tutto. Inoltre, il trasporto prevede infrastrutture, oleodotti, cisterne sempre ad alto tasso d’incidenti perché la sicurezza è un miraggio: non esistono trattamenti sicuri per quanto riguarda il petrolio e i recenti incidenti mortali a Sarroch e a Riva Ligure lo dimostrano tragicamente una volta di più (l’Inail ha diffuso una statistica relativa al periodo 2003/07 che certifica nel settore petrolifero 12 morti e addirittura 2040 incidenti, tra scoppi, riversamenti indesiderati, intossicazioni).

La Professoressa D’Orsogna ha poi fatto notare che quando le multinazionali replicano “Noi rispettiamo i limiti imposti dalla legge italiana” esprimono concetti senza senso: per il semplice motivo che le norme nostrane sono largamente elastiche e amplificano a dismisura la soglia sopportabile dall’organismo umano stabilita dall’Organizzazione mondiale della Sanità (0,005 parti per milione, 30 per la lex indigena che in nome del denaro se ne infischia di salute e ambiente).
L’identico meccanismo che viene messo in atto per quanto riguarda polveri sottili, PM10, particolato e diossine in modo da garantire prosperità ai costruttori d’inceneritori.
Il limite di legge non significa tollerabile dall’organismo dell’uomo, soprattutto se l’esposizione è costante, progressiva, in quantità eccessive e prolungate nel tempo.
Tumori, leucemie, disfunzioni sessuali, senso di nausea, difficoltà respiratorie si materializzano non più come rischi, ma come inevitabili conseguenze del remunerativo affaire petrolifero.
Con danni irrimediabili per l’agricoltura e l’ambiente; chiedere informazioni in Basilicata, nel parco nazionale della Val d’Agri, ormai irrimedibilmente contaminata nel terreno e nelle falde acquifere. Grazie al fantastico Eni che poi per ripulirsi la faccia vara campagne per preservare la biodiversità in codominio niente di meno che con il Wwf: un binomio raccapricciante e davvero contro natura.

La scienziata abruzzocaliforniana, spesso applaudita a scena aperta durante il proprio intervento, ha sfatato anche il mito texano legato all’arrivo delle trivelle; la stessa Basilicata non solo è ormai una regione morta, ma è la più povera in Italia. Quindi chi prospetta alle popolazioni e alle amministrazioni locali un futuro da nababbi alla JR di Dallas o da novelli califfi arabi, mente sapendo di mentire.
Il petrolio porta degrado ambientale sociale umano e arricchisce solo i petrolieri.
Farvi trivellare il vostro meraviglioso Parco non vi assicurerà più ‘dané’ in tasca”, ha chiosato con una battuta la Prof. D’Orsogna. E alla parola dané la sala è letteralmente esplosa in un boato di applausi ed entusiasmo.

La serata è proseguita con i tanti contributi che i promotori del comitato ‘No al pozzo’, con in testa il presidente Alberto Saccardi, hanno voluto offrire ai cittadini come analisi e spunto per una battaglia che si annuncia lunga e senza esclusione di colpi (bassi, soprattutto da parte della multinazionale che al tavolo delle trattative aveva ‘dimenticato’ di invitare Eugenio Mascheroni, presidente dell’ente Parco). Il lavoro da portare avanti è tanto, il tempo stringe, servono anche ‘sghei’ perché una campagna contro una multinazionale comporta anche esborso economico. Per questo è stata avviata una raccolta fondi affidata alla generosità e al buon senso dei cittadini.

Ma forse in Brianza contano di spuntarla fidando anche in qualche aiuto ‘dall’Alto’; qualche settimana fa durante l’omelia domenicale don Giorgio De Capitani, parroco della frazione di Monte, ha ammonito: “Mi chiedo se la gente abbia capito che è fondamentale rispettare l’ambiente, perché è il nostro habitat e riguarda tutta l’umanità”. Un ‘anatema’ in perfetta simbiosi con Papa Ratzinger che durante la presentazione della Pentecoste ha condannato l’inquinamento morale e ambientale, rammentando “la priorità dell’impegno ecologico”.

Chissà se il concetto è chiaro ai politici. L’ingegner Castelli brianzolo doc, sottosegretario al ministero per le Infrastrutture, cultore di inceneritori, dirama un comunicato stampa ‘equivoco’: “Secondo il collegato alla finanziaria che tra pochi giorni diventerà legge dello Stato, il parere degli enti locali è obbligatorio per poter approvare l’apertura di un pozzo esplorativo per la ricerca di idrocarburi in terraferma. Al Parco del Curone nessuno potrà fare mai perforazioni se il Comune è contrario. Tutti i comuni interessati hanno le armi legislative per dire no all’esplorazione”.

I paladini del Comitato si domandano preoccupati se ‘obbligatorio’ abbia valore di ‘vincolante’.

S’insinua il sospetto che l’ultima parola spetti comunque al governo attraverso il ministero delle Attività produttive, dove siede Scajola, l’amico dei petrolieri; nonostante gli Enti Locali abbiano già per ben due volte respinto il progetto della Po Valley.

Ma qui in Brianza, nonostante il direttore generale nonché portavoce di Po Valley, Michael Masterman, tenti le consuete tattiche multinazionali blaterando di “formali autorizzazioni”, di “opportune concertazioni” e “dialoghi per evitare fraintedimenti”, la posizione trasversale degli amministratori locali sembra trovare la sintesi nelle parole del sindaco di Olgiate Molgora, Alessandro Brambilla: “No alle trivelle, dentro o fuori il Parco”; ribadite e rafforzate dalla decisione del presidente del Parco, Mascheroni: “Non accetteremo di sederci al tavolo di una commissione di impatto ambientale o ad una conferenza di servizi assieme alla Po Valley; dire sì alla trattativa equivarrebbe a dire sì alle trivelle, nel momento in cui ci sediamo diventiamo perdenti perché da lì in avanti passa tutto in mano alla burocrazia”.

Insomma, nonostante in Brianza non disdegnino i dané, il no al petrolio che devasta l’ambiente e nega il futuro alle nuove generazioni, è davvero senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Un esempio da seguire, magari creando un coordinamento nazionale per gestire in modo più funzionale ed efficace la resistenza che i tanti comitati civici regionali stanno sostenendo singolarmente contro i ricchi e potenti nemici del nostro fantastico ecosistema.

Ad alimentare il pessimismo però intervengono la memoria e la constatazione dei fatti: nove anni fa il ministero dell’Ambiente dichiarò “priorità nazionale preservare il territorio, non trivellarlo”; oggi la titolare dell’ente è Stefania Prestigiacomo, rampolla della famiglia proprietaria del terribile polo petrolchimico siracusano.

Quanti indizi servono per fare una prova?

ITALIA SURREALE: LOS ANGELES 'RIFIUTI ZERO', NOI IN CENERE
post pubblicato in Società&Politica, il 13 giugno 2009
 

(foto tratta dal sito dell'amministrazione municipale di Los Angeles, CA)


di Hermes Pittelli ã


 “Surreale”. Così Roberto Castelli ha definito l’ultima puntata di AnnoZero, alla quale lui ha partecipato in qualità di rappresentante del governo italiano.

L’esponente leghista si riferiva soprattutto all’ex pm De Magistris e al giornalista Marco Travaglio che per la prima volta in un’arena televisiva hanno timidamente bocciato i termovalorizzatori tanto cari all’attuale esecutivo italico. Sono poi stati soverchiati dalla reazione baldanzosa, dal consueto tono irridente del sottosegretario alle Infrastrutture che li ha incalzati dicendo “E i cumuli di rifiuti dove li mettiamo?”.
Loro hanno balbettato qualcosa a proposito di raccolta differenziata ma si capiva che non sono poi così preparati sull’argomento. Tanto che Castelli ha ribattuto che la differenziata è complicata da attuare e al limite si tratta di un discorso valido per un prossimo, imprecisato, futuro. Sempre ammesso, come sostengo, che ce ne lascino uno.
Il duo De Magistris/Travaglio avrebbe potuto ‘incenerire’ l’ingegner Castelli con paroline semplici: Vedelago, ridente località veneta della cerchia dei comuni virtuosi nei quali la differenziata funziona come un cucù elvetico, e ‘legge di Lavoisier’ (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma). Avrebbero fatto un figurone da scienziati veri, come quei concorrenti che durante quiz televisivi in voga, rispondendo a quesiti banali, suscitano l’entusiasmo e gli applausi scroscianti del pubblico bue.

Caro ingegner Castelli, come Lei certo saprà, ma forse non vuole rivelare ai cittadini, se bruciamo un qualunque materiale, non otteniamo l’effetto distruzione definitiva, ma solo trasformazione in qualcosa d’altro. Nella fattispecie, particolato, polveri fini e nanopolveri; letali e genotossiche.
Ma qualche cittadino, più ignorante di certi politici e di certi pseudoscienziati, è felice di trovare fuori dalla porta di casa il fido inceneritore perché, come per una magia di Silvan, non vede più il cumulo di munnezza e non avverte più i fetori nauseabondi dei rifiuti organici marcescenti.

Il Problema però non si risolve punto, anzi si moltiplica in modo esponenziale.

Mi chiedo sempre perché, quando dimostriamo di non essere in grado di affrontare una questione pratica, non mostriamo l’umiltà di rivolgerci a chi ne sa più di noi. Al limite di copiare. Forse, perchè anche per copiare serve materia grigia, forse perché adottare i sistemi che funzionano in Germania o in California metterebbe a rischio consolidati meccanismi di business (dei soliti, pochi noti) all’interno dei nostri confini nazionali.

Eppure, proprio a Los Angeles l’amministrazione sta lavorando per ottenere un primato, questo sì, davvero encomiabile: diventare la prima zero waste city nel mondo, la prima città a rifiuto zero.

Los Angeles, dove vive e lavora la Professoressa Maria Rita D’Orsogna paladina della lotta contro la deriva petrolifera in Abruzzo, è la città che chiede ai propri abitanti come immaginano l’assetto urbanistico per il 2030, quali sono le priorità strategiche per la loro vita, perfino come ritengono sia più funzionale tracciare le strisce che delimitano i parcheggi! Pura fantascienza per chi si barcamena con l’arretratezza mentale e culturale italiana.

L’amministrazione di Los Angeles ha dato il via al countdown per il raggiungimento di questo obiettivo concreto studiando e progettando lo SWIRP (Solid Waste Integrated Resources Plan).
Tre sono le aree individuate per un cambiamento radicale che passa necessariamente da una rivoluzione culturale, civica, sociale, umana, ambientale, economica:

1) produzione dei prodotti (processo produttivo e imballaggio);

2) uso dei prodotti (uso sostenibile, attraverso utilizzo di prodotti riciclati e riciclabili);

3) smaltimento dei prodotti (recupero delle risorse o interramento, solo di materiali inerti).

Il municipio di Los Angeles rammenta ai cittadini che lo SWIRP è un progetto di progresso che non cala dall’alto, che non è un intervento di qualche deus ex machina, ma che richiede la partecipazione e l’impegno di ogni singolo cittadino (“Remember... It's not a Plan Without You!”).

Esiste un calendario già programmato, fitto di conferenze cittadine, dibattiti, laboratori e corsi per informare in modo preciso e puntiglioso sia gli operatori economici (ai quali viene chiesto di suggerire soluzioni o di formulare quesiti per migliorare il progetto), sia la cittadinanza e soprattutto per trasferire le istruzioni necessarie per rendere operativo lo ‘Zero Waste Plan’. Anche attraverso le nuove tecnologie con invio di mail a singoli cittadini e comitati civici.

Un po’ quello che ho auspicato per l’Italia sul blog del Professor Montanari dopo aver assistito allo sconfortante show di Castelli da Santoro; è strano che i fondi per aspiranti eurodeputate, voli di stato per rave party in Sardegna o per le pensioni d’oro dei politici si trovino sempre, mentre non esistano per stampare qualche opuscolo o per organizzare incontri informativi nelle circoscrizioni comunali per la salvaguardia della salute e dell’ambiente.
La Campania strumentalizzata per la tragica sceneggiata sull’emergenza rifiuti è la scandalosa regione che pochi anni fa ha stanziato fondi pubblici per formare le aspiranti veline (sì, quelle che sculettano in tv!). Ecco le priorità della politica e delle amministrazioni che governano la res publica...

La municipalità di Los Angeles dichiara senza timori o senza formule di compromesso tipicamente italiane che la propria ‘mission’ - per esibire un termine caro ai markettari tricolori – consiste nella protezione della salute pubblica (aggettivo ormai desueto alle nostre latitudini) e dell’ambiente.

Lo SWIRP dimostra agli inetti e furbi politicanti e imprenditori italiani, tenacemente abbarbicati a un mondo obsoleto, a strategie superate e bocciate dalla Storia, che non esistono ‘utopie’, perché basta solo avere l’intelligenza e il coraggio di trasformarle in progetti, con mete concrete da raggiungere passo dopo passo con metodo, impegno, serietà, onestà. Intellettuale e morale prima di tutto.

Qui sono elencati i goals (non è calcio, sono gli obiettivi) dello SWIRP.

Chi racconta con tracotanza (curiosa rima con ‘ignoranza’) che investire sulla rivoluzione verde (fonti rinnovabili, bioarchitettura, bioedilizia, tecnologie sostenibili, raccolta differenziata, riuso, riciclo, smaltimento a freddo) è troppo oneroso economicamente o inattuabile, mente per mancanza di preparazione culturale o perché nasconde un secondo fine egoistico: di sicuro non lavora per il bene della collettività.

Lo SWIRP si propone di realizzare ‘equità ambientale, non ci saranno discriminazioni tra le categorie abbienti e quelle in difficoltà, compiti e benefici saranno equamente ripartiti. Perché salute e integrità ambientale non sono priorità di una fazione politica o di un ceto socioeconomico, ma valori della comunità.

Sviluppare i lavori e i settori economici legati alla ‘green economy’, assumere i giovani, tutto questo crea un volano di reale progresso e sviluppo, non solo economico (il profitto come fine ultimo ha causato i disastri cui oggi dobbiamo porre rimedio), ma sociale e civico, genera l’orgoglio di appartenere ad una comunità che lavora per il bene comune.

Considerare le risorse naturali come ‘valore’ e non come merci usa e getta da produrre e consumare all’infinito, conservare l’acqua, educare le persone a riciclare e riusare di più, sempre di più.
La buona amministrazione delle risorse solide porterà ad una progressiva riduzione dei costi, a quartieri più sicuri, ad una salute pubblica migliore.

Si potrebbe continuare all’infinito. Resta da registrare un dato: tra 20 anni a partire da oggi Los Angeles, non nella fantasia nelle canzoni nei romanzi o in un film, ma nella realtà. sarà una città moderna con cieli blu, più trasporto pubblico alimentato da energie verdi, meno traffico privato.

E l’Italia? Con i profeti degli inceneritori e delle raffinerie è destinata ad un tetro destino di tumori, leucemie, mutazioni del genoma, distruzione ambientale.

Quando le priorità sono chiare e non negoziabili – bene pubblico, salute dei cittadini, conservazione e valorizzazione delle risorse naturali, integrità ambientale – i progetti socio-politico-economici vengono studiati, integrati e armonizzati tra loro per il raggiungimento dei fini superiori. E il bisnis non soffre, anzi.
Ma l’ex Belpaese è la nazione delle mille corporazioni, delle mille sette, delle mille conventicole capaci solo di strepitare e reclamare il proprio spicchio di torta, senza una vera visione senza un vero programma per il Futuro comune.

A Los Angeles stanno tutti lavorando per consegnare ai propri figli un mondo migliore, noi per rubarglielo e distruggerlo.


Los Angeles 2030: Zero Waste City

Italia 2030: Zero assoluto?




Fonti
: ringrazio pubblicamente la Professoressa Maria Rita D'Orsogna per le preziose informazioni.

UN DITTATORE PER AMICO, MILIARDI DI MOTIVI...
post pubblicato in Società&Politica, il 12 giugno 2009
 


foto tratta da
http://impertinenza.blogspot.com/2008/07/boicottiamo-la-tamoil.html


di Hermes Pittelli ã


 Dopo The Big Brother ('1984', pubblicato per la prima volta 60 anni fa), The Brother Leader.
Ovvero il nostro amicone Gheddafi, il Fratello Leader, secondo la definizione che lui stesso fornisce di sé, nella sua immensa saggezza, sul suo sito personale. Sito che raccoglie la summa delle sue ispirate riflessioni e della visione del mondo dalla tenda nel deserto.

Noi italiani, proni e cialtroni più che mai, lo abbiamo accolto con scene degne di una farsa d’avanspettacolo mal riuscita; un campionario di situazioni grottesche e surreali che nemmeno Woody Allen, ‘il dittatore dello stato libero di Bananas’, avrebbe potuto concepire.

Però, forse esistono miliardi (in euro e dollari) di buoni motivi, per coprirci ancora una volta di vergogna e ridicolo. I buoni motivi stanno a cuore più ai soliti noti che ai cittadini semplici. Tradotto: i vantaggi della generosa assoluzione che il Rais ci ha accordato per la nostra epoca coloniale e della neonata amicizia italo-libica finiranno nelle tasche della consueta cricca di furbetti.

Si parla di Gheddafi e si sente olezzo di zolfo. Atmosfera luciferina? No, gas e petrolio. E nell’aere il vento del deserto sussurra nomi musicali: Eni, Enel, Tronchetti Provera (amico e socio dei Moratti)...

Dunque, “la Libyan Investment Authority (LIA) è un’organizzazione governativa libica fondata il 28 Agosto 2006 dal General People's Committee of Libya (GPCO) per gestire i proventi del fatturato legato al petrolio della Libia e diversificare la dipendenza del reddito del paese. LIA è una holding che gestisce fondi d'investimento del governo che provengono dall'industria del petrolio e del gas in varie aree del mercato finanziario internazionale. LIA è responsabile dei beni della Libyan Arab Foreign Investment Company (LAFICO) e di Oilinvest. Altre attività della LIA sono relative all'Economic and Social Development Fund (ESDF), che gestisce proprietà in Libia a beneficio della popolazione libica”.

La Libia ha affidato a Mediobanca il ruolo di Virgilio (guida, nei gironi infernali in questo caso) per concretizzare gli investimenti libici in Italia e il fondo d’investimento gheddafiano proprio a marzo ha chiesto, ottenendo una risposta entusiastica, a fratel Marco Tronchetti Provera, responsabile di qualche dissesto e scandaluccio in ambito Telecom, di entrare a far parte del proprio board commitee.

Marco Tronchetti, è uno dei vicepresidenti di Mediobanca, “gruppo bancario leader in Italia da 60 anni”, gruppo capitanato da un certo Cesare Geronzi (anche lui, come il Colonnello, amico di Andreotti, nonché editore di successo, nonché petroliere con l’Italpetroli che controlla il 67% della Roma Calcio, nonché implicato, certo per errori giudiziari, nei crac Parmalat, Cirio, Italcase e nell’affaire Telecom. Uff!).

Spulciando nel consiglio d’amministrazione, spuntano altri nomi importanti: Tarak Ben Ammar (produttore cinematografico, proprietario di Sportitalia, amico fraterno e socio arabo di Berlusconi), Marina Berlusconi (ma no!) figlia vera di 'Papi', Gilberto Benetton (la famiglia dei maglioni colorati, proprietaria di Autostrade Spa e con interessi ramificati in Patagonia dove espropria i mapuche dalle loro terre), Ennio Doris (quello che ti costruisce la banca intorno, anche lui socio del Cavaliere), Jonella Ligresti (rampolla di un’altra famiglia con tanti interessi: Fondiaria Sai, Immobiliare Lombarda che nel 2007 si è comprata un buon pezzo dell'isola La Maddalena, Premafin Finanziaria, Rcs Media Group, ecc. il patriarca Salvatore, non c’è bisogno di pubblicare intercettazioni, nel 1992 fu coinvolto in Tangentopoli), e tanti altri.

Arriviamo al nodo gordiano della questione. Paolo Scaroni, gran mogol di Eni, quel mostriciattolo a sei zampe fondato da un corruttore di straordinaria onestà personale, a maggio si era lamentato per lo yo-yo del prezzo del greggio; un’altalenanza che danneggerebbe tutti (chi?), un’oscillazione così imprevedibile e molesta da spingere l’amministratore delegato della bad oil company a invocare un ‘dogwatch’.
Forse il cane da guardia, ruolo svolto un tempo dal giornalismo, servirebbe per smascherare le attività criminose dei petrolieri e dei governanti loro amici.
Almeno in Italia.
Citare ancora una volta il triangolo della morte Agusta Melilli Priolo in Sicilia, Falconara nelle Marche, Manfredonia in Puglia, la Basilicata e la deriva petrolifera che sta attanagliando l’Abruzzo sembra un crudele rimestare il coltello nella piaga, ma la coscienza civile e politica dei cittadini italiani resta sopita.

Oggi, Scaroni esulta perché il prezzo dell’oro nero è tornato sui 70 dollari al barile, un prezzo che lui ritiene giusto; e nella gioia annuncia il lancio, avallato dalla Consob, di un bond del valore pari a 1 miliardo di euro (raddoppiabile in caso di forte domanda) riservato ai fortunati risparmiatori italiani. Ai quali la parola bond forse causerà più di qualche ulcera perforante.
Ma c’è da sfruttare l’effetto Gheddafi. Eni, per sua e nostra fortuna, è entrata nelle grazie del Rais.

Così Claudio Scajola, il ministro delle attività produttive che sta cedendo per trenta denari le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri che devasteranno a dovere ecosistema e salute umana, conferma che il fondo d’investimento libico guarda ad Eni ed Enel con molta simpatia e pupilla a forma di dollaro. Hanno molta liquidità (dispongono in patria di ricchi giacimenti di petrolio e gas) – analizza Scajola – e vogliono investire in diversi settori industriali italiani”.
Decisioni e annunci che al cittadino dovrebbero far tremare i polsi.
Con i
nostri comportamenti politici, nella vita pubblica, civile, sociale, attiriamo solo scherno e compatimento dal resto del mondo: Usa, Spagna, Germania, Francia, Inghilterra.

L’accordicchio con il furbo dittatore arabo è servito a lui per farsi propaganda in Libia, a qualcuno dei nostri campioni politici e imprenditoriali per lucrare, non avrà effetti benefici per i cittadini semplici: condanneremo ad una sorte terribile i migranti, continueremo a far inquinare le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri, autorizzandoli a esportare danni anche all’estero (tipo Nigeria o Ecuador).

Gheddafi nuovo amico del popolo italiano, dunque.
Ma forse, sempre per restare nelle metafore orwelliane, più amico di certi italiani.

LAUREA A GHEDDAFI. IN CRIMINOLOGIA?
post pubblicato in Società&Politica, il 10 giugno 2009

di Hermes Pittelli ©


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 N
on è uno schema calcistico, è il numero di civili uccisi dai servizi segreti libici nel periodo tra il 1969 e il 1994 (fonte:
www.stopqaddafi.org).

Amnesty International e Humah Rights Watch da anni descrivono la Libia come paese che calpesta impunemente i diritti umani: torture e persecuzione nei confronti degli oppositori del regime, reato d’opinione, omicidi politici. Trattamenti disumani e degradanti nei centri riservati ai migranti, detenuti, torturati e spesso rispediti verso gli inferni da cui tentano di fuggire.

Il colonnello Gheddafi giunge in Italia, accolto con gli onori riservati ai grandi statisti mondiali, quelli capaci di cambiare il corso della storia. E nessuno solleva obiezioni sul suo macchiato curriculum da spietato dittatore, salito al potere in Libia nel 1969 grazie ad un colpo di stato.

Non basta che il ‘nuovo’ Tg1 targato Minzolini faccia un’intervista ad Andreotti (non è stato assolto per i suoi rapporti con la mafia, è caduto in prescrizione il reato!) capace con abilità di dipingere un ritratto oleografico del leader tripolitano, capace di affermare – senza obiezione da parte dell’intervistatore – che lui non ha mai conosciuto personaggi politici che non riservassero sorprese, nel bene e nel male. Un ragionamento che giustifica ogni crimine, ogni sopruso in nome della famigerata ragion di stato.

Dunque, evviva Gheddafi. Risolverà, a modo suo, il nostro piccolo fastidio razzista nei confronti dei migranti. Tra l’altro, non certo in nome di un’amicizia disinteressata: il 30 agosto scorso a Bengasi è stato Berlusconi a firmare un trattato che prevede l’esborso da parte dell’Italia di 5 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni.
Soldi pubblici spesi bene. Un po’ cari questi inviti esclusivi alle feste sotto la tenda nel deserto.

Deserto di intelligenza, deserto di legalità, deserto di umanità. Pare che questo accordo così vantaggioso e irrinunciabile per entrambi i contraenti sia nato anche per una sorta di risarcimento dovuto dall’Italia per i guai combinati durante la funesta epoca del colonialismo.
Sembra quasi che gli italiani in Libia, al netto delle atrocità che ogni conflitto comporta, anche quelli combattuti ‘per la libertà’ (chiedere in Sicilia cosa facevano i garibaldini alle monache dei conventi o alle donne dei villaggi; o più di recente, i soldati americani in Iraq), siano stati feroci invasori equiparabili ai nazisti.
Ho conosciuto personalmente italiani e italiane, poi espulsi nel 1970 dal colonnello democratico (tra l’altro attendono ancora il risarcimento per le case e le attività abbandonate a forza), che in Libia hanno lavorato duramente e con passione, che non hanno mai visto un’arma nemmeno in fotografia, che hanno regalato competenze agricole, imprenditoriali, industriali. Oltre ai danni, gli italiani hanno anche lasciato una trascurabile eredità di infrastrutture – strade, ponti, acquedotti – che prima erano lungi dall’essere anche solo immaginati.
Quindi, la fragile giustificazione si dissolve come sabbia travolta dal vento.

In più, per non smentirci, abbiamo voluto aggiungere la proposta di laurea ad honorem in diritto internazionale, proposta formulata dal preside della facoltà di Giurisprudenza di Sassari, Giovanni Lobrano. Magari ispirata da qualcuno. Già, perché nel fenomale trattato di amicizia italo-libico si sente puzza anche di gas e petrolio che non possono mai mancare.

Quella vergognosa pergamena dovrebbe essere controfirmata anche da “Fathi el-Jahmi, attivista politico, arrestato nel 2004 per aver chiesto riforme democratiche e criticato Gheddafi durante alcune interviste televisive. Nel 2005 venne condannato per «tentativo di rovesciare il governo, insulti al colonnello Gheddafi e contatti con le autorità estere». E nel 2006 venne giudicato mentalmente inabile e trasferito in un manicomio. È morto il 21 maggio 2009, dopo essere caduto in coma”.

O da “Idriss Boufayed e altri 11 attivisti condannati a pene dai 6 ai 25 anni di carcere per «tentativo di rovesciare il sistema politico», «diffusione di false notizie sul regime libico» e «comunicazione con le potenze nemiche». Erano stati arrestati nel febbraio 2007 per aver organizzato la commemorazione dell’uccisione di 12 persone a Benghazi, durante una manifestazione nel febbraio 2006. La sentenza è stata emanata dalla Corte di Stato della Sicurezza, istituita nel 2007 per casi di attività politiche non autorizzate. Tra ottobre e novembre 2008, nove degli 11 prigionieri sono stati rimessi in libertà”. (fonte: www.carta.org)

L’impressione è che qualcuno in Italia ammiri molto il livello democratico libico e voglia importare quel modello anche nel Belpaese.

Quindi, accogliamo il colonnello a braccia aperte. Come faranno sicuramente Napolitano (presidente della Repubblica?) e Berlusconi (naturale), Schifani e l’aula di palazzo madama che lo applaudirà in veste di presidente di turno dell’Unione Africana; Gianni Alemanno, sindaco della Roma sporca come una città africana, gli studenti della Sapienza; poi, visto che nessun vip italiano vuole mancare, ecco Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, Letizia Moratti (Moratti?) sindaco di Milano, altra città che sembra Africa, Mara Carfagna ministro delle ‘Papi opportunità’ (pari opportunità, perdonate il lapsus) e anche 700 donne italiche rappresentanti del mondo imprenditoriale, culturale e della società civile. Magari Beppe Pisanu, ex ministro dell’interno che nel 2004 firmò espulsioni collettive da Lampedusa, attirando sull’Italia la denuncia della Corte Europea per i diritti dell’uomo.
Per concludere, anche Gianfranco Fini.
Proprio una bella agenda.

Dovremmo chiedere a Carlo Lucarelli di avvicinare Gheddafi per svelare almeno uno dei terribili misteri italiani, quello della strage di Ustica. Il dittatore libico ha spesso dichiarato di essere stato testimone oculare visto che lui in quel momento stava volando su quel tratto di mare, eppure ad oggi ha sempre osservato un’omertà invidiabile; a meno che non abbia confessato tutto ai suoi amici più fidati.
Bisognerebbe chiedere ai media e ai cittadini italiani che hanno diritto di voto di rammentare che i ‘ladri di Pisa’ di destra e sinistra sono in realtà tutti amici di Gheddafi: nel 2007 il grande mediatore con il colonnello, il primo a favorire l’accordo poi perfezionato dal Cavaliere, è stato un certo Massimo D’Alema.

L’unica realtà politica che si sta opponendo all’infamia della laurea ad honorem a Gheddafi è rappresentata dai soliti Radicali, quelli sbertucciati in diretta dal principe dell’anti-informazione Bruno Vespa. Pannella e Bonino hanno raccolto le firme di 563 docenti universitari contrari al conferimento e hanno anche rivolto un’interrogazione parlamentare ai ministri Gelmini e Frattini; tre settimane fa. Silenzio totale.

Come dice Pannella, c’è la ressa dei politici italiani di ogni schieramento per intrufolarsi nella tenda del colonnello, fanno a gomitate pur di sedersi accanto a un dittatore che da 40 anni vessa un popolo che non lo ha votato democraticamente e che riserva trattamenti disumani ai migranti.

La Libia non riconosce la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, definisce l’Alta corte di Giustizia dell’Aja un covo di terroristi, ma nel proprio codice prevede il reato di tortura (anche se poi la pratica quotidianamente senza problemi).
L’Italia no, non ha mai modificato il proprio codice penale configurando il reato di tortura.
Niente tortura, soprattutto niente coscienza. In fondo, oggi ricordiamo i 20 anni della strage di piazza Tien an Men e ci scandalizziamo per la Cina antidemocratica, ma solo un anno fa, siamo stati felicissimi di sgambettare ipocritamente a Pechino per i giochi olimpici.

Niente informazione, nessuna realtà, zero memoria.

Dunque, benevenuto Gheddafi, laureato in criminologia, ma taumaturgo di tutti i nostri mali.
Riciclati e signorine buonasera: ecco l’Italia in Europa
post pubblicato in Società&Politica, il 9 giugno 2009

Per un mese la propaganda mediatica e partitica ci ha subissati con l’elenco delle loro qualità, della loro competenza, della loro professionalità; spacciandoli/le per i migliori candidati possibili. Poi, al risveglio dall’ipnosi, il cittadino si accorge di aver spedito all’Europarlamento: De Mita, Mastella, tre ex veline (non chiamatele così, sono suscettibili) scampate alla furia dell’uragano... Lario. Ma per fortuna la politica continentale non ci interessa, ci basta quella, così divertente, di casa nostra





di Hermes Pittelli ã


 Trombati e veline, ecco la creme politica che ci rappresenterà a Bruxelles e Strasburgo. Con qualche consolante eccezione, per fortuna. Ma la sostanza non muta.

L’Europa, forse, non ama l’Italia (magari con qualche fondato motivo), ma di sicuro l’Italia non ama l’Europa. Basta scorrere nomi e curricula di alcuni, molti, eletti all’Europarlamento.
L’astensionismo e il disinteresse per le questioni continentali, ma anche una carsica e rancorosa antipatia, alimentata dai nostri illuminati politici, nei confronti dell’Unione, che dovrebbe rappresentare il nostro futuro, producono gli attuali risultati.

Anomalo che uno dei Paesi fondatori organismo continentale, in realtà lo disprezzi così profondamente, tanto da identificarlo come un terribile moloch che distrugge i nostri interessi e ostacola ogni nostra iniziativa di sviluppo. Forse i continui richiami e le continue ammende che l’Europa ci riserva non sono la prova di un sentimento anti-italiano, ma di un Belpaese che vorrebbe esportare i soliti, famigerati vizi anche oltreconfine: aggiramento delle norme, furbizia, clientelismo, nessun rispetto per il bene pubblico, zero senso civico, sottozero amore per la cultura e rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Delle note liete, non parliamo; come l’avvocato friulano di origini romane Debora Serracchiani, capace di ottenere nel nordest padano e leghista più voti dell’invincibile Berlusconi. Alla signora Serracchiani, i complimenti e un modesto consiglio: stia attenta soprattutto ai presunti amici di partito, oggi le sorridono, ma forse le faranno pagare cara, nel tempo, una vittoria che scompagina la status quo. Con l’auspicio di sbagliarci.

Più interessanti (o più aberranti, de gustibus) i casi di tre trionfatori della tornata europea: ovvero Ciriaco De Mita, Clemente Mastella e Barbara Matera.

Ciriaco De Mita, ex leader storico della Balena Bianca quando l’Italia era gravata dalla presenza del Pentapartito e la Democrazia cristiana dettava legge. Irpino, scaltrissimo, segretario potentissimo dello scudocrociato, presidente del consiglio nel 1988, poi presidente della Commissione bicamerale per gli affari istituzionali dal 1992 al 1993. Infine, un apparente oblio in seguito alla disgregazione del Pentapartito, causa Mani Pulite.
Gianni Agnelli lo definiva “un intellettuale della Magna Grecia”; il grande Indro Montanelli, velenoso toscanaccio, offriva una sua versione, riveduta e corretta: “De Mita intelletuale della Magna Grecia? Non capisco cosa c’entri la Grecia...”.
Ogni riferimento alla scandalosa vicenda dei fondi per la ricostruzione in Irpinia dopo il terribile sisma del 1980 e finiti per la maggior parte in tasche sconosciute, era puramente voluto. Oggi, grazie a Casini e all’Udc, ecco l’eterno ritorno di uno degli highlander della politica italiana, con buona pace dei progetti di rinnovamento e di una visione del Futuro. Le visioni credevamo di averle noi quando abbiamo letto i risultati. Chapeau!

Clemente Mastella, il killer buono del governo Prodi. L’uomo più amato dal Pdl per il ruolo non secondario nella fine dell’era prodiana, riporta se stesso alla ribalta e trascina Ceppaloni in Europa. L’Italia, chissà. Un anno di purgatorio – ma tanto lo hanno abolito – e il politico più acrobatico del Belpaese (per le giravolte), nonostante la mole, guadagna il posto che gli spetta. I riflettori mediatici, uno scranno (cadreghino) prestigioso. Berlusconi, si sa, mantiene sempre le promesse.
Da autentico volpone, oggi che ha vinto, finge ‘clemenza’ (“Non porto rancore”) verso chi – ironia del destino - lo accompagnerà a Buxelles, quell’ex pm De Magistris (eletto con la casacca dell’Idv) che osò indagare su di lui e sulla moglie, ma come tutti gli ex democristiani forse medita una vendetta a freddo (“La partita tra me e quel pm, comunque, non è ancora finita...”).
Forse non tutti sanno che il fondatore dell’Udeur (dopo l’estinzione della Balena Bianca) è un filosofo con tesserino da giornalista professionista. E che per misteriose coincidenze della vita, fu proprio De Mita a farlo assumere in Rai, dopo amichevole e generosa ‘segnalazione’. Ma sono maldicenze degli invidiosi.
Nel 1994 è stato ministro del Lavoro nel primo governo Berlusconi, per Berlusconi ha svolto un lavoretto sopraffino, oggi, grazie a Berlusconi, riconquista un ‘posto’ nel mondo del suo lavoro prediletto.

Barbara Matera, ex letteronza (chissà cosa significa) e annunciatrice Rai. Primo, non chiamatela velina, potrebbe offendersi, come quelle vere, sempre assai suscettibili nel rivendicare che oltre le ‘natiquette’ (il galateo per il sussultare delle natiche in tv) c’è anche sostanza, sostanza grigia. Lei, non solo è una delle sopravvissute all’uragano Lario (l’invettiva anti ciarpame politico pronunciata dall’ex signora Berlusconi) ma si ritrova proiettata nel palazzo delle favole, l’Europarlamento.
Un successo incredibile, da stropicciarsi gli occhi, la più votata al Sud dopo il suo Pigmalione; politico, per carità. Sulle capacità politiche e oratorie della “laureata, laureatissima” come assicura il Cavaliere (anche se lei stessa ammette che non è proprio così) attendiamo prove più attendibili.
Durante la campagna elettorale, più che una candidata, sembrava una di queste ospiti vip che girano per le discoteche italiane a gettone: qualche meraviglioso sorriso per fotografi e folla curiosa, qualche cenno con la manina, un ringraziamento di 30 secondi (“Per un intero comizio non mi sento ancora pronta”). Chissà in Europa come si esprimerà la ‘laureatissima’ che da noi ha mostrato più di qualche impaccio con il congiuntivo; ma visto il risultato, la assolveremmo con ‘il condizionale’...
Meno male che a Bruxelles, più che con l’italiano, dovrà cimentarsi con l’inglese ed il francese, lingue che di sicuro padroneggia senza esitazioni.
Il suo commento a caldo dopo i risultati è da consegnare ad un’incisione marmorea: “L’elettorato mi ha premiata perché sono donna, giovane, del Sud”. Certo, nessuna forma di razzismo contro queste caratteristiche; resta il dubbio se riesca ad abbinare anche capacità e competenze politiche.
La signora Franca Valeri, attrice di garbo classe intelligenza e cultura, anni fa, all’alba del fenomeno ‘velinismo in tv’, in un’intervista disse: “Non ho nulla contro queste ragazze carine che si agitano seminude davanti alle telecamere, in fondo la bellezza femminile ornamentale nello spettacolo è sempre esistita, la vera crudeltà consiste nel farle parlare”.

E meno male che nel Vecchio Continente, dove già ci considerano clown dal talento inarrivabile, ci siamo almeno risparmiati Emanuele Filiberto, il principe velino...

Peccato, però, continuare a considerare l’Europa come una qualunque via di una nostra città: dissestata, sporca, discarica a cielo aperto da imbrattare con rifiuti e tristi manifesti elettorali, ormai sbiaditi e laceri.
‘BERLUSCONI PALLONE’ (l’ha scritto il PdL...)
post pubblicato in Società&Politica, il 7 giugno 2009




testi e foto di Hermes Pittelli ã


 
Il nostro thai-kun (o come si scrive) che si sacrifica per noi e guida con maestria il nostro paesucolo, mi ha convinto. Voglio votare per lui.

Ma se scrivo così, come ho visto su certi orrendi manifesti elettorali griffati PdL (Partito dei Lavoratori?), non è che poi rischio una denuncia per diffamazione? Sia mai che poi mi si accusi di orchestrare una campagna d’odio e invidia.

Oh, BERLUSCONI PALLONE è stato stampato dal suo glorioso partito, sia chiaro; io non sono responsabile di questo misfatto, di questa vergognosa lesa maestà.


Quando poi si parla di Roma e Milano sporche come città africane (eh, il razzismo è una brutta bestia, pensi di poterla controllare, ma sfugge da tutte le parti...), a me viene il forte dubbio che contribuiscano moltissimo non solo i graffiti degli artisti metropolitani, ma soprattutto l’inciviltà e la maleducazione dei cittadini italiani, istigati dall’esempio dei campioni della politica: imbrattare continuamente i muri dei nostri spazi urbani (sia legali, sia abusivi!) con orridi manifesti di questua elettorale non è un saggio di galateo civile. Senza dimenticare i pessimi cartelloni pubblicitari con cui ci sommergono i markettari prezzolati dagli inutili brend di ogni genere e specie di commercio.

L’affluenza alle urne è in calo, calo della libido politica. Servirebbe forse qualche pillolina blu con le stelline gialle, come la bandiera d’Europa. Curioso che l’Europa non ci interessi, visto che tutto sommato l’Italia è stata promotrice della genesi dell’Unione Europea. Curioso che la gente attanagliata dalla crisi, preferisca sempre e comunque la gita, il ponte festivo, la vacanzetta.

Curioso che la politica italiana ridotta a becero tifo da stadio tra opposte fazioni di ultras, nel momento culminante dell’orgia elettorale, registri cittadini capaci di rinunciare ad esercitare quel piccolo, miracoloso, grandioso diritto/dovere costato la vita e sofferenze indicibili a migliaia di nostri compatrioti.

Curioso che nel pieno dell’onda razzista, con le balle sugli sbarchi di orde di migranti a Lampedusa (che tra l’altro rappresentano solo il 5% degli ingressi irregolari in Italia), a Milano la Lega faccia affiggere/affliggere i suoi manifesti da immigrati e la stessa cosa accada a Roma con le affiches del PdL.

Ho visto con i miei occhi ragazzi africani, muniti di furgoncino scassato, girare per la città ad incollare i famigerati manifesti ‘BERLUSCONI PALLONE’ e maliziosamente ho pensato: o è una forma di protesta contro la politiche razziali del governo, oppure qualcuno fa come sempre il furbo, giocando con l’ignoranza degli indigeni (gli italioti, ndr) che poi (aiutomamma!) andranno alle urne.

Chissà se quei giovanotti dalla cute abbronzata, molto abbronzata, sono immigrati ‘regolari’, assunti con ‘regolare contratto di lavoro’...

Chissà...

Difesa ambientale, noi e gli Americani
post pubblicato in Società&Politica, il 5 giugno 2009

5 giugno, giornata mondiale dell’ambiente. Quanta ipocrisia, quanti proclami vuoti, quanti inutili polemiche pre-elettorali tra ‘ladri di Pisa’. Una sola realtà: tra agenzie ecologiche truffaldine e scelte strategiche che consegnano la nostra Terra ai petrolieri, ai palazzinari e ai costruttori di inceneritori ci stiamo giocando l’ormai ex Belpaese


(foto tratta da www.ecostiera.it)


di Hermes Pittelli ã


 Il cuore del Parco del Circeo trasformato in una discarica a cielo aperto; una scuola romana collocata vicino a edifici militari ormai dismessi ma con tetti ricoperti di salubre amianto che nessuno ha bonificato, la costruzione inarrestabile di inceneritori e raffinerie.

Piccoli esempi della nostra cultura ambientale, della nostra lotta quotidiana per la nostra salute e per garantire un Paese sano ed ecosostenibile ai nostri figli.

Ma perché l’Italia si vuole autodistruggere, perché gli italiani sono così trogloditi da fare come la simpatica testuggine: ritirano la testa nel proprio guscio e quello che accade fuori non li riguarda più?

Altro edificante aneddoto: l’Aragona Servizi Ecologia (sigh!) in combutta con 60 albergatori di Ischia e con i soliti amministratori al di sotto di ogni sospetto (quelli che nelle uscite pubbliche straparlano di sinergie tra imprenditoria, cultura e territorio per lo sviluppo economico) sversava le acque reflue non depurate di strutture alberghiere e termali dell’isola campana direttamente nelle fogne pubbliche a due passi dalla splendida spiaggia, non più incontaminata, dei Maronti.

Il misfatto è stato scoperto dai Carabinieri del nucleo ecologico di Napoli con un’indagine durata 9 mesi e denominata, a ragione, ‘Dirty Island’. Purtroppo.

I circa 70 lestofanti autori dell’ennesimo scempio (5 agli arresti domiciliari, 3 con obbligo di firma, 60 albergatori indagati) avevano concertato di inscenare una procedura regolare per la raccolta e lo smaltimento dei liquami di risulta delle strutture: la società Aragona avrebbe dovuto asportare i materiali di scarto dalle griglie in cui si depositano. Quasi tutti gli alberghi di Ischia, infatti, in assenza di una vera rete fognaria provvista di depuratori, sono dotati di vasche a tenuta stagna per lo stoccaggio momentaneo delle acque reflue.

Gli albergatori, lieti di togliersi un’incombenza fastidiosa, firmavano finti formulari che gli operatori della società avrebbero dovuto compilare per legge; in realtà, una sorta di foglio di via, grazie al quale i ‘prelievi’ sfuggivano alla certificazione per finire direttamente a sfregiare il mare e l’ecosistema marino.

Per tutta la banda di avvelenatori i reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, falso ideologico e truffa in atto pubblico e attività di gestione di rifiuti non autorizzata.

Sotto sequestro sono finiti la società Aragona, il laboratorio di analisi chimiche che produceva falsi referti e i 4 autocarri utilizzati per questa meritoria missione.

I carabinieri hanno anche accertato che i fanghi di sedimentazione sono stati riversati direttamente sul terreno in un’area all’interno del comune di Ischia, ma di proprietà della sedicente agenzia ecologica. Un espediente che permetteva di abbattere i costi del 50%.

A peggiorare il peggio, cui in Italia sembra non esserci argine, l’Aragona imbrogliava addirittura il centro dialisi dell’Asl 2 di Napoli: prendeva in carico i rifiuti della Asl, ma classificandoli con un codice diverso da quello indicato, a completa insaputa della azienda sanitaria. I rifiuti pericolosi diventavano magicamente puliti e potevano quindi essere trasportati in tutta tranquillità a bordo dei traghetti che fanno spola tra le due isole e Napoli.

C’è da auspicare massima severità, c’è da auspicare se il Codice penale è carente in materia che la difesa ambientale venga ampliata sempre di più e che i criminali che infrangono le norme siano condannati a pene esemplari: potrebbero, ad esempio, oltre alla sanzione pecuniaria salata, all’interdizione da ogni incarico pubblico e da quello che ricoprivano, essere costretti a bonificare il territorio che hanno inquinato. Ma davvero, non all’italiana.

Dagli Usa giunge un storia da cui dovremmo imparare molto.

Chissà perché coltiviamo sempre i miti americani sbagliati, o forse quelli che ci permettono di assecondare i nostri vizi secolari.

Dunque, in Texas, stato petrolifero che più petrolifero non si può, nel 2000 la società Texas Oil and Gathering ha pensato di cominciare a risparmiare sugli inutili costi previsti per lo smaltimento a norma dei materiali di scarto pericolosi (qui la storia completa).

Quale luogo migliore di alcuni pozzi ormai dismessi? La geniale pensata è frutto di due capoccioni: il proprietario e il manager delle operazioni logistiche, tali John Kessel e Edgar Pettijohn.

Il portentoso duo compilava documenti e verbali ufficiali che attestavano la ‘non tossicità’ dei materiali parlando solo di brine e acque saline; in realtà, trafficavano con munnezza che conteneva dosi elevate di toluene, xylene, benzene; sostanze altamente cancerogene.

Il bisniss ha funzionato a gonfie vele per 3 anni, poi uno dei pozzi sotterranei è esploso e tre innocenti operai sono morti. La deflagrazione non è avvenuta in uno dei pozzi della vergogna, però la magistratura comunista si è insospettita e ha voluto capire cosa andasse a finire in quei luoghi.

I due ‘audaci imprenditori’ hanno dovuto rispondere di 14 imputazioni per crimini contro l’ambiente e la collettività (negli Usa! in Texas!), tra cui cospirazione, violazione delle leggi per la sicurezza dell'acqua potabile (The Safe Drinking Water Act) e violazione delle leggi per la conservazione delle risorse (The Resource Conservation and Recovery Act).

Si sono dichiarati colpevoli, la sentenza definitiva è attesa a settembre 2009. L’accusa ha chiesto di condannare la società ad una multa di 500.000 dollari, e 500.000 dollari ciascuno dovranno sborsare anche entrambi i soci. In più, nonostante l’ammissione di responsabilità, potrebbero finire dietro le sbarre per 8 anni.

L'ufficio per il controllo dei crimini ambientali di Dallas del ministero americano dell´ambiente l'EPA, (the Environmental Protection Agency) ha dichiarato:

“I due accusati hanno cercato di raggirare le nostre leggi sulla protezione dell'ambiente per aumentare i loro profitti. Queste condanne ci ricordano che chiunque decidera' di commettere crimini contro l'ambiente verra' portato in tribunale, e non solo la compagnia, ma anche gli individui responsabili”.

Difesa ambientale, Italia e Usa, realtà agli antipodi, parallele che non si incontreranno mai.

Qui, Aniello Cimitile (Pd, per dovere di cronaca), indagato nell’ambito dell’operazione sulle ecoballe campane, già strepita: “Sono turbato e amareggiato (Lui. E la salute dei cittadini? E l’integrità dell’ambiente?). Verrebbe voglia di mollare tutto (già, dimissioni zero. Come ‘zero emissioni’...). Però ho fiducia nella giustizia(Ti pareva...). Ho ricevuto tanta solidarietà. Persino da Cicchitto”. Senza commento.

Rincara la dose il Capo della Protezione civile: “Il termovalorizzatore (di Acerra, ndr) è una realtà”. Una realtà preoccupante, purtroppo. Ma per chi ha rimosso dalla mente e dalla coscienza le leggi di fisica, chimica e tossicologia, non è un problema: basta annunciare ai sudditi che l’impianto sta già producendo energia elettrica. Sui lievi contrattempi della produzione di nanopolveri genotossiche silenzio-assenso.

Regioni svendute ai petolieri, regioni massacrate dagli inceneritori. Mari con presunte bandiere blu che si trasformano in chiazze nere.

Dobbiamo poi sorbirci le menzogne di un governo, attraverso la voce del ministro Prestigiacomo, che assicura quanto all’imminente inutile, ridicolo G8 il tema ambientale sia una delle priorità in agenda. E che l’Italia farà la sua parte.

Un’autentica minaccia.


P.S.
Così, intanto, grazie alla nostra incuria, al nostro vergognoso menefreghismo, alla nostra egoistica, balorda e miope ignavia ci giochiamo la meravigliosa
Costiera Sorrentina. Lo denuncia da anni il Wwf locale, ma certo la politica e la coscienza civica dei cittadini sono impegnate in cause più importanti.

Nella giornata mondiale dell’ambiente è stato diffuso il primo film (30 minuti circa) a ‘impatto zero’ (speriamo non sia quello di Veronesi...). Alcuni dei marchi che hanno sponsorizzato l’opera non sono certo cristallini, concediamo loro il beneficio del dubbio nella speranza che comincino un reale mutamento della propria filosofia aziendale e ambientale.

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