.
Annunci online

pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Cronache californiane: Il bus per Downtown
post pubblicato in Diario, il 27 novembre 2009
“La signora in rosso e l’Audrey Hepburn afroamericana”.
Piccola lezione socioantropologica vivente sugli abitanti di Los Angeles



di Hermes Pittelli ©


 Per andare da Santa Monica a Downtown, da sud a est di L.A., l’imperativo categorico e’ uno solo: utilizzare il bus metro express della linea 720.
Diventa un’avventura di circa un’ora e 20 minuti, tanto quanto dura il tragitto per chi ha voglia di visitare il Moca – che non e’ la macchinetta per preparare finalmente un buon caffe’ da far assaggiare ai californiani – ma il Museum of Contemporary Art della citta’ degli angeli.
Non solo un divertimento, ma una sorta di lezione vivente di socioantropologia per imparare a conoscere la composita popolazione autoctona.
Il biglietto, virtuale per evitare consumo di carta e abbattimento di alberi, si paga all’autista, in modo molto piu’ pratico e veloce se forniti di quarti di dollaro (1 corsa costa 1 dollaro e 25 cents, quindi servono 5 monetine da 0,25).
A bordo, in una sorta di agora’ davvero democratica e senza distinzioni di classe, si puo’ incontrare il manager in giacca e cravatta, la signora elegante e agguerrita pronta per una sessione di hard shopping in Beverly Drive, fino all’homeless carico delle sue infinite borse di plastica e cartone.

La manovra per accogliere a bordo una signora paralizzata e’ rapida ed efficiente. La signora, seduta su sedia a rotelle automatica, e’ vestita completamente di rosso, dalle scarpe al cappellino da baseball patriottico ornato con l’acquila e la bandiera americane. Alla signora in rosso non mancano le cuffiette stereo d’ordinanza per ascoltare in mp3 rilassanti brani di musica classica.

Poi salgono gruppi di immigrati e fratelli neri. Ondeggiano, danzano, cantano. Nessuno, nemmeno I veri poveri, mostrano insofferenza, stress o maleducazione. Sorridere e salutare, ringraziare la persona che cede il posto o agevola il passaggio e’ pratica diffusa e connaturata.
Bambini sudamericani, dagli occhi ardenti e curiosi, ridono con allegria contagiosa.
Qualcuno si informa con le news pubblicate dal Los Angeles Times, lenzuolo formato da doppio tabloid sovrapposto (del resto, dove se non qui tutto deve essere big?), qualcuno, turista a caccia d’emozioni, studia la mappa della citta’ per individuare le mete di pellegrinaggio artistico, consumistico o ludico.
Quando il bus attraversa Beverly Hills l’esagerazione e l’opulenza attraversano I finestrini e si stampano contro la faccia: le boutique delle griffe, le palestre dei vip, la concessionaria Ferrari/Maserati, Hokusai che non e’ l’artista nipponico della Grande Onda ma un rinomato sushi bar.
Se poi si e’ cosi’ sfortunati da incappare in uno dei giorni di chiusura del Moca (accade anche qui, non solo a Roma o Firenze) si puo’ sempre cercare consolazione con una capatina alla libreria del museo o, da veri americani, perdersi con una passeggiata tra le vie di Downtown, nucleo originario da cui poi si e’ sviluppata la L.A. che conosciamo oggi.
E prima di ripartire per Santa Monica, ‘gustare’ un morning muffin – senza tentare di indovinarne gli ingredienti ne’ il sapore – e un single italian espresso a Bunker Hill One, per abbandonarsi al naufragio emotivo negli stessi sogni di John Fante.

Se l’autista che ti riporta a casa e’ nero, evento molto probabile, apprezzerai la giovialita’ e l’umanita’ con cui accoglie a bordo con una parola buona o una battuta ogni singolo passeggero, la simpatia con cui saluta I bambini che agli incroci gli fanno ciao con la manina, la suonata di clacson agli amici sui marciapiedi, o la spudorata audacia con la quale s’inventa una fermata non prevista in mezzo a Rodeo Drive per attirare l’attenzione di una sua amica con ampi cenni delle braccia e richiami sonori e offrirle un passaggio fino alla meta.
Una ragazza, nemmeno serve specificarlo, terribilmente carina, una sorta di Audrey Hepburn afroamericana che – questa volta senza possibilita’ di altre interferenze – monopolizza la sua attenzione per il resto del tragitto…





permalink | inviato da erikfortini il 27/11/2009 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Cronache californiane: la meritocrazia
post pubblicato in Società&Politica, il 25 novembre 2009

di Hermes Pittelli ©


 Una formula abusata dai politici italiani quando vogliono approvare leggi incostituzionali e antidemocratiche recita: “E’ una riforma necessaria per rendere moderno il Paese. E’ cosi’ in tutte le domocrazie piu’ evolute del mondo”. E quando vogliono proprio troncare il discorso e impedire ogni ulteriore obiezione aggiungono: “E’ come negli Usa”. Indagando sul campo, in presa diretta, chissa’ perche’ si scoprono sempre altre realta’,verita’ opposte a quelle descritte e predicate dai politicanti italioti. Argomento a caso: la meritocrazia. Necessaria in ogni settore della vita pubblica, amministrativa, istituzionale di una qualunque nazione. 

Viene il sospetto che piu’ una materia anima annosi dibattiti, tanto meno viene vissuta e applicata nella vita quotidiana. Mai come in questo periodo della storia repubblicana italiana abbiamo assistito allo spettacolino di ministri, ministre, sottosegretari, portaborse e affini sproloquiare ai quattro venti sull’urgenza di riforme per consentire ai piu’meritevoli e competenti, ad esempio, di accedere alle cattedre della scuola pubblica o alle aule degli atenei o agli uffici della pubblica amministrazione.

Cosa accade in America? Non esistono concorsi pubblici (da noi, oltre ad essere uno strumento facilmente manipolabile per i soliti imbrogli clientelari, di casta e di famiglia, sono anche divenuti piu’ rari del passaggio della cometa di Halley). Le universita’ pubblicano sui quotidiani o sulle bacheche on line e su tutti i veicoli mediatici che reputano adatti annunci con la descrizione delle figure professionali di cui hanno bisogno. Gli interessati inviano i propri curricula e i quattro o cinque ritenuti piu’ interessanti sono selezionati per trascorrere tre giorni all’interno dell’ateneo. Ogni spesa e’ a carico dell’universita’, le 72 ore sono utilizzate per sottoporre il candidato ad una serie di interviste utili per mettere in luce ogni aspetto non solo della sua reale preparazione, ma anche della personalita’, della capacita’ di agire sotto pressione, di rispondere in modo corretto e in tempi brevi a imprevisti e difficolta’, alla sua disponibilita’ e propensione a lavorare in un team e per il bene della squadra.

Nel curriculum il candidato deve inserire solo la propria formazione culturale e le esperienze professionali accumulate. Ogni altra informazione di carattere personale e’ vietata, per legge. E se l’Universita’ la richiede commette un’illegalita’ ed e’ passibile di denuncia. Notizie sullo stato di famiglia, sugli orientamenti politici, sui gusti sessuali, su eventuali conoscenze, referenze o amicizie sono considerate una indebita violazione della privacy. Soprattutto sono considerate ininfluenti ai fini dell’individuazione di un buon docente o ricercatore per l’ateneo. E’ ritenuto addirittura sconveniente  che un laureato voglia cercare lavoro presso l’universita’ nella quale ha studiato: e’ considerato un segnale di pigrizia, un impedimento alla circolazione del sapere, delle idee, degli stimoli creativi. 

Solo in un secondo momento, quando l’universita’ reputa un candidato idoneo alle proprie necessita’ e intende formulare una proposta di collaborazione, cerca di sondare in modo molto garbato – chiedendo senza chiedere – se la persona abbia motivi o legami particolari che potrebbero impedirgli di lavorare serenamente. Se un laureato in California ad esempio deve trasferirsi a Boston, ma la sua famiglia risiede a Pasadena, l’universita’ cerca di dargli una mano a trovare un posto di lavoro alla moglie o al marito, un asilo per i figli e cosi’ via. Ma tutto questo avviene non per generosita’, ma perche’ qui ogni ‘azienda’ e quindi anche le universita’, sanno che un lavoratore distratto da altre necessita’ non sara’ produttivo ai massimi livelli.

Insomma, l’universita’ cerca non solo i migliori, ma tenta di metterli nelle migliori condizioni di lavoro per egoismo, perche’ da quelle persone vuole trarre il massimo profitto per i propri interessi.

Qualche settimana fa, alcuni noti bloggers di Los Angeles hanno pubblicato una serie di articoli su una ministra dell’attuale governo italiano: e’ stata descritta come esempio vivente di donna non solo di aspetto gradevole, ma anche preparata, intelligente, capace di ricoprire ruoli di responsabilita’. A parte la banalita’ dello spunto di discriminazione sessista da cui sono partiti, e’ interessante notare che in America anche l’uomo comune, il cosiddetto uomo della strada, da’ per scontato che i posti di prestigio e responsabilita’ siano appannaggio delle persone piu’ meritevoli.

Qui il rispetto delle leggi e la meritocrazia, che tanto fanno apparire gli americani come un popolo ‘rigido’ ai nostri occhi, sono concetti inscritti nel genoma di ogni cittadino.

Vallo a spiegare agli ingenui ‘stars andstripes’ che in Italia, piu’ che la meritocrazia, vige - al di la’ di ogni genere sessuale o schieramento politico - la meretriciocrazia. 



Cronache californiane: le domeniche della Memoria
post pubblicato in Diario, il 23 novembre 2009


di Hermes Pittelli ©


 Spiaggia di Santa Monica, una domenica mattina come tante in quest'angolo di California.
Sole, aria primaverile, gruppi di ragazzi che giocano a beach volley, fanno jogging o pedalano sulle mountain bike. I piu' intrepidi si tuffano nell'Oceano.
Eppure dal
2003 ogni domenica su questa sabbia accade qualcosa di straordinario, ma poco in sintonia con il clima d'allegria spensierata delle famigliole che affollano il mercatino rionale (farmers' market) dei coltivatori diretti.
Al mattino presto residenti volontari e l'associazione californiana dei
veterani (reduci dei vari conflitti cui hanno partecipato gli Usa) per la pace allestiscono un cimitero con piccole croci lignee bianche e rosse per ricordare i caduti in Iraq e in Afghanistan, sia americani, sia iracheni e afghani (un fatto anomalo, a queste latitudini). Sotto ogni croce, un fiore una piantina una foto un biglietto, una frase dedicata alle vittime, con riflessioni sulle nostre vite, con una reale presa di coscienza sull'inutilita' crudele di ogni guerra, sulla falsita' delle motivazioni poltiche ed economiche che predicano la santita' e l'ortodossia dei conflitti.
C'e' un registro aggiornato con il censimento preciso sul numero e sull'identita' di tutte le persone che hanno pagato con la morte violenta il tributo agli intrallazzi della business politica (le cifre sono superiori alle 'stime governative' e includono anche i suicidi di chi non ha retto l'impatto agli orrori del conflitto sul campo).
Solo qui l'America puo' guardare in faccia quale sporco affare sia la guerra, quale sia il biglietto da pagare, senza le ipocrite censure dei media e delle istituzioni: foto nitide e spietate mostrano i cadaveri, i corpi straziati, le terribili menomazioni dei sopravvissuti.
L'hanno ribattezzato
Arlington West (Arlington e' il cimitero degli 'eroi' di Washington dove sono sepolti gli americani uccisi nei vari conflitti o gli uomini di stato come JFK) ed e' straziante il contrasto tra i turisti domenicali che sciamano rumorosamente e disordinatamente sul pontile a sinistra, l'apparizione di Malibu beach sulla destra e i tendoni del cirque du soleil alle spalle, mentre attraversi afono e meditabondo questo santuario della memoria sull'arenile e ascolti le note commoventi del silenzio che una signora americana con pareo arancione crea con il flauto, a piedi scalzi tra queste mille croci di legno.
Un cartello spiega che camminando un passo dopo l'altro per ogni vittima della guerra in Iraq ti fermeresti solo dopo aver percorso
190 miglia.
Prima di lasciarti nuovamente coinvolgere dal traffico della Main Street, tra i Suv dei ricconi e il lento vagabondare degli homeless in cerca di scarti di cibo o di una panchina dove dormire, un anziano veterano con baffi e pizzetto che devono avere attraverso piu' di una tempesta, ti scruta negli occhi e ti indica un cartello scritto a mano: 
"
Quanti morti ancora?".

SE QUESTO E' UNO STATO...
post pubblicato in Società&Politica, il 18 novembre 2009


Scudo fiscale per i bottini delle mafie, appropriazione indebita dei risparmi dei cittadini, regalie illegittime alla Chiesa, privatizzazione di acqua e servizi fondamentali. E sulla sicurezza solo annunci a effetto che innescano il razzismo, mentre per arrestare i criminali i poliziotti onesti pagano di tasca propria


di Hermes Pittelli ©


 Uno Stato allo sbando, zona franca per i delinquenti, zona rossa per i cittadini onesti.
Scudo fiscale per ripulire il denaro della criminalità organizzata, tagli continui ai fondi per forze dell’ordine e ricerca scientifica, 8 per mille destinato a opere laiche che misteriosamente viene assegnato come fosse una regalia occulta alla Chiesa cattolica e infine conti e polizze dormienti sottratti arbitrariamente alla legittima disponibilità del cittadino per dirottarli ad aziende ‘amiche’. Intanto, l’iter di privatizzazione di acqua e servizi fondamentali cominciato con una legge vergogna nel 1994 è stato approvato grazie al solito dl (Ronchi, ndr) blindato su cui il governo ha posto per la ‘centesima’ volta la fiducia.
Quando il cittadino ottuso e rintronato esulta per presunte abolizioni di tasse, dovrebbe prima riflettere su quali servizi gli saranno poi sottratti; e sulle imposte che paga sarebbe saggio se esercitasse il diritto/dovere di conoscere la destinazione e l’uso finale dei suoi soldini.

Scudo fiscale o ‘’scudo d’onore? Qualche settimana fa Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera ed esponente della maggioranza, sbraitava in tv contro Marco Travaglio accusandolo di dire falsità sullo ‘strumento’ dello scudo fiscale. Strumento che secondo il governo sarebbe la panacea per rimpinguare le esauste casse statali e da cui attingere fondi per rilanciare l’economia, la ricerca, l’arrugginita e farraginosa macchina burocratica.
Uno speciale di Report ha definitivamente fugato i dubbi: lo scudo è un mega condono, un bel pacco dono alle mafie che in tutta privacy, con un obolo ridicolo del 5%, possono ripulire i proventi di traffici illeciti. Negli Usa, ad esempio, lo Stato accorda la possibilità di ravvedimento al cittadino, ma è un ravvedimento oneroso (deve versare il 50% del maltolto) e virtuoso (il cittadino, nome e cognome, deve spiegare per filo e per segno i metodi che gli hanno consentito di raggirare il fisco).
Gli strilloni del governo quando rammentano che questo esecutivo è il più attivo contro la mafia perché ha inasprito il 41bis dovrebbero spiegare al cittadino come mai nella legge di conversione dello scudo (dl 103/2009) siano contenute indicazioni sull’individuazione di sedi giuridiche in cui lo strumento non può essere utilizzato a sfavore del contribuente; sia raccomandata maggiore copertura ai fini penali (si estinguono con bacchetta magica dichiarazione fraudolenta su imposte sui redditi e Iva, dichiarazioni infedeli, omesse dichiarazioni, occultamento o distruzione di documenti finalizzati a evasioni delle imposte su redditi e sull’Iva, false comunicazioni sociali e tutta una serie di reati di contorno); dulcis in fundo, le operazioni di rimpatrio e regolarizzazione di capitali sono escluse dal novero delle segnalazioni di operazioni sospette ai fini della normativa antiriciclaggio.
Come non bastasse, lo Stato a questa torta golosa ha aggiunto anche i bigné delle aste pubbliche per la vendita dei beni confiscati alla mafia; così i fantocci prestanome dei clan, mentre i boss scontano il carcere duro, possono tranquillamente riportare quei beni tra i tentacoli della piovra. Come se il vero potere della mala non fosse la proprietà della ‘robba’ con cui controlla e estende il proprio dominio sul territorio e sui cittadini. Meno male che almeno la Regione Piemonte si è schierata in modo netto contro questo scempio della legalità proponendo di assegnare quei beni alle cooperative sociali come Libera.
Alla faccia della lotta dura senza paura contro la criminalità organizzata, apprendiamo che il governo lancia proclami mediatici, ma poi i poliziotti che hanno arrestato i boss Raccuglia (il più recente), Lo Piccolo e Provenzano hanno dovuto autotassarsi per avere gli strumenti adeguati per combattere la mafia.
I ricconi evasori intanto non 'scuderanno', ma continueranno a nascondere i capitali nei paradisi fiscali di Antigua, Cayman e isolette varie (attenzione, perché l’innalzamento dei mari può giocare brutti scherzi) o in qualche trust blindato in Svizzera o Lussemburgo.

Lo Stato, sceriffo di Nottingham. Come lo sceriffo della contea di Nottingham, acerimmo nemico di Robin Hodd, taglieggiava i cittadini per conto dell’usurpatore di Riccardo Cuor di Leone, principe Giovanni Senzaterra, così lo Stato italiano – attraverso un esecutivo che si vanta di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani (forse usa una lenza alla Tom Sawyer) – sottrae non solo i fondi contenuti nei conti dormienti presso istituti di credito o filiali della posta, ma ora addirittura quelli di polizze assicurative stipulate con i sacrifici di una vita.
Emblematico il caso di una famiglia di pescatori di calamari di Lampedusa: la madre, Vincenza Partinico, licenza elementare, nel 2005 con soldi guadagnati davvero con sangue e sudore, pensa ai 7 figli e stipula 7 polizze con Poste Vita, una per ciascuno, del valore pro capite di 14.000 euro. Totale: 98.000 euro. La signora Partinico ha avuto il torto di morire nel 2006. Lo Stato vorace vara una legge con effetto retroattivo (n.166, ottobre 2008) che stabilisce la caduta in prescrizione della polizza vita se nessuno la reclama entro 2 anni dal decesso del contraente. I fratelli Partinico, sapendo che Poste Vita attua la politica di non avvalersi della prescrizione per i 10 anni successivi alla morte del contraente, decidono di non intascare la somma. Ma quando Concetta, la più piccola della famiglia, nel marzo di quest’anno manifesta la necessità di accedere a quel gruzzoletto, Poste Vita, con imbarazzo, informa i fratelli Partinico che dei loro 98.000 euro non è rimasto un centesimo. Perché la legge 166/2008 altro non è che il famigerato ‘decreto Alitalia’, quello nato per salvare un’azienda che in tutto il mondo sarebbe stata lasciata fallire a causa dell’incompetenza dei manager ma che da noi è uno dei tanti eterni carrozzoni clientelari. Così, in nome dell’italianità, ai tanti fratelli Partinico dell’ex Balpaese (tra cui molti terremotati d’Abruzzo) lo stato ha rubato una cifra che Poste Vita, al cospetto di circa 5.000 casi, stima per difetto sui 30 milioni di euro.
Un’operazione che ha fatto impallidire lo sceriffo di Nottingham.

Quanto costa la benedizione silenziosa del Vaticano. I politici italiani poligami, divorziati, frequentatori di bordelli, cocainomani, spacciatori, spalloni di capitali italiani verso banche svizzere conoscono, se non la strada per il Paradiso, almeno il modo più sicuro per acquistare le indulgenze della Chiesa cattolica. Facile, basta dirottare i quasi 44 milioni di euro derivanti dall’8 per mille Irpef che i contribuenti hanno creduto di destinare a finalità umanitarie, volontariato o opere laiche. 10.586.000 euro spetterebbero ai ‘Beni culturali’, invece saranno utilizzati per completare o restaurare immobili ecclesiastici. 14.692.000 euro dovrebbero andare agli interventi post sisma in Abruzzo, ma si sa, la Divina Provvidenza ha fatto sì che le richieste siano partite prima del terremoto del 6 aprile 2009 e riguardino tutte opere ecclesiastiche.
Infine, governanti italiani brava gente, fare un discorso agli inutili vertici Fao procura buona immagine, ma poi gli 814.192 euro accordati alle associazioni umanitarie per il Terzo Mondo sono stati ritenuti dallo stesso Parlamento un insulto alla gente che soffre (17.000 bambini muoiono di fame ogni giorno e 300 milioni sono sfruttati come mano d’opera nel lavoro nero).
Il decreto che ripartisce i ricavi dell’8 per mille è stato firmato il 23 settembre dal presidente del consiglio, cavalier Silvio Berlusconi.

Postilla sulla sicurezza. La lotta alla clandestinità e ai reati commessi dagli stranieri è solo un ulteriore capitolo degli annunci mediatici di certa politica irresponsabile, politica che per intascare premi elettorali e economici, innesca pericolose derive razziste. Le cifre raccontano altre realtà. Su 10 reati commessi in Italia, 8 sono commessi da nostri connazionali. L’equazione immigrato=delinquente è falsa.
Nelle nostre sovraffollate e disumane carceri su 65.147 detenuti (dato aggiornato al 7 novembre 2009), 24.088 sono stranieri. La maggior parte ha commessi reati di poco conto e deve scontare pene inferiori ai 2 anni. Rientra quindi nella normativa Bossi/Fini (lg. 189/2002) che prevede l’espulsione e il rimpatrio per questo genere di pene (detentiva, anche residua, non superiore ai due anni; sanzione sostitutiva per condanne inferiori ai 2 anni). Lo stato italiano però, se il detenuto non dispone di denaro, non attua questa normativa sostenendo di non avere i fondi per pagare i biglietti aerei o per altro mezzo di trasporto (costo medio 200/300 euro). Ogni detenuto costa allo stato (al contribuente, quello che paga le tasse, ovvio) 200 euro al giorno. Così lo stato preferisce ‘risparmiare’ 300 euro, ma spenderne, se consideriamo, ad esempio, una condanna di un anno, 73.000.

Insomma lo stato italiano è un Robin Hood al contrario. Meglio, è come Superciuk, uno dei personaggi parodia creati dalla mente e dalla matita geniali di Max Bunker (alias Luciano Secchi).
Superciuk è uno dei più spassosi nemici di Alan Ford e del gruppo T.N.T., negli anni ‘70 (del 1900) rubava ai proletari per donare ai ricchi, simbolo, per lui reietto della società (netturbino comunale), di agi, ordine, eleganza, pulizia.
Non certo di nitore etico e morale, però.
Con Superciuk si rideva, con lo stato italiano che ruba ai cittadini soldi e diritti non resta che piangere.

Fonti: La Repubblica, ItaliaOggi, RadioRadicale, Altreconomia, Istituto di Ricerca dei Dottori commercialisti, CorriereEconomia

VANZAGO, OASI NATURALE A RISCHIO BITUME
post pubblicato in Ambiente, il 16 novembre 2009
di Hermes Pittelli © 


 Oasi naturalistica di Vanzago (WWF), provincia di Milano: 143 ettari di autentico eden per specie rare di fauna e flora, un centro all’avanguardia per la cura e la riabilitazione di animali feriti.
Il luogo migliore per progettare la realizzazione di un impianto industriale previa ampliamento di una preesistente cava (cava di San Giuseppe) nel limitrofo Parco del Roccolo. Impianto che servirebbe per il recupero di materiali di scarto edilizi e soprattutto per la produzione di conglomerati bituminosi.
Sembra impossibile eppure nell’Italia moderna che si vanta a vanvera di occupare la settima piazza tra i paesi più avanzati (di sicuro, non più civili e sulla ‘modernità’ la discussione è aperta) nel mondo, esistono aziende pseudo ecologiche che studiano piani di business di questo genere; e, ancora più grave, amministrazioni e governi che li prendono in considerazione.
Il direttore dell’ente gestore del “Bosco Wwf di Vanzago”, dottor Andrea Maria Longo, ha inviato all’Ersaf, ente regionale del sistema agroforestale (e per conoscenza a tutti i comuni interessati, alla Via, al Parco del Roccolo e a tutti gli enti provinciali e regionali che si occupano di tutela del territorio e delle biodiversità) un parere documentato e articolato contro la realizzazione di questo impianto industriale.

La ditta che intende realizzare il progetto si chiama Ecoter Spa, con sede nell’industriosa Milano, la Milano degli imprenditori che esportano capitali nei territori mistici di isole della filibusta o nei trust impermeabili di banche svizzere e lussemburghesi.
La Ecoter sul proprio sito dichiara di essere al servizio della collettività, delle imprese con servizi per il territorio e per l’ambiente, nel pieno rispetto delle norme sull’ecosostenibilità. Le attività principali del gruppo riguardano il recupero di rifiuti derivanti da attività di costruzione e demolizione, riduzione dell’impatto ambientale tramite trattamento in cave di materiale inerte di produzione antropica da reimmettere nel ciclo produttivo, produzione di aggregati riciclati da destinare alla realizzazione di sottofondi stradali e lavori di ingegneria civile. Il gruppo Ecoter è inoltre titolare di 3 impianti di recupero dislocati nei comuni di Corbetta, Nerviano, Legnano dove ogni anno vengono trattate 500.000 tonnellate di rifiuti provenienti dal settore edilizio.

Difficile comprendere cosa ci sia di ecologico nel bitume, bitume che serve per produrre l’asfalto che finisce sulle nostre strade e autostrade, sui nostri marciapiedi, sugli spiazzi delle aziende dove si recano a lavorare migliaia di persone ogni giorno.
Il bitume non è altro che una roccia piuttosto dura, formata da un impasto tra argilla e sabbia impregnata di idrocarburi, cioè petrolio. Una mistura che, cito un ottimo servizio andato in onda su Tg3 Lombardia, “inquina solo a sentirla nominare”.
Non servirebbe nemmeno la perizia di scienziati per dedurre che petrolio o suoi derivati non si coniugano bene con una riserva naturale e nemmeno con insediamenti umani.

Il bitume, per le sue caratteristiche, non si presta alla lavorazione e alla commercializzazione. E’ troppo denso e non scorre nelle tubature. Come spiega la Professoressa D’Orsogna, attivista contro la deriva petrolifera in Abruzzo: “Occorre prima scavare il terreno, creando delle buche abbastanza grandi, e poi cercare di ridurre la viscosità delle sabbie petrolizzate con apposite sostanze chimiche, vapori o mescolando il bitume a petrolio più liquido per favorirne la mobilità. Occorrono ingenti dosi di acqua, più che per il petrolio normale, per trattare questo tipo di roccia, il cui petrolio è chiamato "extra pesante" a causa delle molte impurità presenti. La percentuale di zolfo nel bitume è attorno al 5%, una percentuale elevatissima”.
Fino a qualche anno fa, nessuno si sognava di fare business con il bitume, proprio a causa dei costi elevati e antieconomici del suo trattamento. Poi, con la carenza di fonti fossili che attanaglia il folle Occidente capitalistico, il Canada, soprattutto nella regione dell’Alberta vicino a Calgary, ha cominciato a concedere lo sfruttamento a compagnie e aziende petrolifere da ogni parte del globo.
Il Canada è così diventato il maggior esportatore di petrolio nei confinanti Usa, ma pagando un prezzo terribile. L’Alberta da regione naturalistica si è trasformata in un inferno. La Professoressa D’Orsogna spiega cosa è successo ‘grazie’ allo sfruttamento del bitume: Puzza permanente di idrogeno solforato e di idrocarburi nelle maggiori citta' della zona, specie Fort McMurray, la scomparsa della pesca e delle alci. Fiumi inquinati. Pesci deformi. Fuoriuscite di petrolio nei laghetti e nei fiumi un tempo pristini. Morie di animali. Tumori e malattie rare. Concentrazioni di arsenico 500 volte maggiore rispetto ai limiti di legge. Tubature, pozzi di scarto sparsi ovunque. Enormi quantita' di terreno scavato con sostanze tossiche rilasciate in aria. Acqua scarseggiante mentre le acque di risulta sono pari a quanto tutta l'acqua utilizzata dall'Egitto in un anno. Il popolo indigeno, circa seimila indiani d'America dice che
i pesci hanno un sapore diverso. Intanto il cancro aumenta”.
Il cancro aumenta in un’area dove l’incidenza tumorale era praticamente sconosciuta.

Naturalmente, le compagnie petrolifere (soprattutto la Shell; la nostra gloriosa Eni, intanto, è ingolosita dalle cave di bitume in Congo e nel martoriato Abruzzo) che hanno causato il disastro ambientale si sono arricchite a dismisura, hanno detto che non toccava a loro ‘bonificare’, ma al governo regionale.

A Vanzago si sta ripetendo il canovaccio già andato in scena a fine primavera in Brianza, per difendere il Parco del Curone dalle trivelle dall’australiana Po Valley.
L’11 novembre nella sede del Wwf di Vanzago è nato il comitato “No agli impianti industriali nella Cava”, su iniziativa dei cittadini che abitano nei comuni interessati dagli effetti del progetto Ecoter: Arluno, Rogorotto, Pogliasca, Mantegazza e, appunto, Vanzago stesso.
La cava di San Giuseppe diverrebbe meta di un intenso traffico di mezzi pesanti e sede di trattamento di materiale pericoloso per un volume di 112.500 tonnellate all’anno.
I cittadini si sono espressi in modo chiaro, temono “Emissioni di polveri sottili, gas di scarto, ossidi di zolfo, composti organici volanti, ma anche aumento del traffico pesante. Non solo. I fumi prodotti dall’impianto sono destinati a espandersi e invadere metà della riserva, che è ritenuta di rilevanza comunitaria, e gli abitati. Un progetto che è ritenuto una seria minaccia per l’ambiente e la salute dei cittadini”.
Il comitato si è mostrato anche troppo ragionevole; non pretende che l'impianto non si realizzi, ma che non sorga in quest'area. In fondo, appare un ragionamento degno del dottor Watson, un impianto industriale dovrebbe essere costruito in zona industriale e non tra due parchi naturali.

L’auspicio è che le amministrazioni locali, proprio come accaduto in Brianza, si schierino compatte con i cittadini. Esistono interessi superiori al profitto delle aziende, esiste un bene universale – no, non è il famigerato Pil – che si chiama ‘qualità della vita’.
Tra laghi, boschi, colture biologiche, salice bianco, pioppi, ontani, conigli selvatici, lepri, tassi, ricci, aironi e petrolio (o suoi scarti) non c’è gara, non c’è da avere dubbi nemmeno per un istante.

Rigassificatori, metaniere, pozzi di petrolio: mari italiani sempre più infiammabili
post pubblicato in Ambiente, il 6 novembre 2009
di Hermes Pittelli ©



 Un mostro “grande due volte lo stadio di San Siro”.
Ecco il rigassificatore dei record, quello entrato in funzione il 20 ottobre a Porto Levante (provincia di Rovigo, paese del tartassato Delta del Po). Un’opera attesa 12 anni, la prima struttura al mondo nel suo genere completamente off shore (circa 15 km dalla costa).

Naturalmente, il sito del governo ha commentato con toni trionfalistici: il rigassificatore targato (anche) Edison "è finalmente operativo". Una meraviglia della tecnologia, tutta in cemento armato, alta 47 metri, larga 88, lunga 180, capace di espletare le funzioni di ricezione, stoccaggio e rigassificazione del GNL (gas naturale liquido) e di assicurare 8 milardi di metri cubi in più all’anno alla freddolosa Italia (circa il 10% del fabbisogno nazionale, sempre secondo fonte governativa).
Berlusconi prima del misterioso viaggio da Putin, non si è perso l’occasione di brindare a questo nuovo miracolo italiano nella cornice dello storico teatro veneziano La Fenice.

Misteriosi anche i toni celebrativi con cui ne ha parlato Giorgio Lonardi, inviato del quotidiano La Repubblica. Dopo aver definito appunto ‘mostro’ il terminale GNL Adriatico, afferma che per quest’anno gli italiani – manco fossero tutti cuginetti della piccola fiammiferaia – potranno dormire senza incubi, sicuri che d’inverno non resteranno al freddo e al gelo.
Il mostro, 290.000 tonnelate di peso, è costato 2 miliardi di euro.
I
l sito di Palazzo Chigi è prodigo di elogi e assicura che la struttura ha ottenuto pareri favorevoli a 4 valutazioni d'impatto ambientale; ma chi conosce un fenomeno chiamato subsidenza resta interdetto leggendo: "questa piattaforma è stata realizzata rispettando i più elevati standard internazionali di sicurezza e di tutela ambientale".
Del resto, che anche l'Alto Adriatico sia nelle voraci mire delle companies energetiche non è una novità: l'Agip (alias Eni) vuole costruire piattaforme per estrarre gas nella laguna veneta a 5 km dalla costa, ma lì le popolazioni preferirebbero evitare di vedere le proprie città storiche, le proprie abitazioni e le proprie vite sommerse dalle acque.

Nell’esecutivo faber che sta rivoluzionando l’Italia, si distingue il ministro Scajola che da sempre sostiene la competenza esclusiva del governo in materia di politiche energetiche. Il titolo V della Costituzione le attribuisce invece in maniera concorrente allo Stato e alle Regioni, ma sono intoppi e lungaggini che la compagine berlusconiana sta eliminando. Un modo per scoraggiare eventuali ambientalisti estremisti, quelli che sanno dire solo no a inceneritori, pozzi di petrolio, centrali nucleari; quelli che non accettano compromessi, magari una regalia in denaro (spiccioli) o una scuola nuova (quelle così belle e friabili) in cambio del silenzio su opere che ingrassano ‘i grandi capitani d’industria’, ma avvelenano l’ambiente e l’organismo umano. Del resto, per chi considera decidere e agire un’azione unica e immediata esistono ricette semplici: piazzare nelle Regioni persone di fiducia, che non abbiano ubbie per la testa e che alle richieste dei cittadini oppongano il bel tacer che non fu mai scritto. Ogni riferimento all’Abruzzo incenerito dalla deriva petrolifera e ora anche termovalorizzatrice è puramente voluto.

Tornando al rigassificatore Edison, tutte le caratteristiche addirittura taumaturgiche della struttura come descritta sul sito di Palazzo Chigi, sono garantite, come qualche ingenuo potrebbe attendersi, non da studiosi ed esperti ‘terzi e indipendenti’, ma dalla stessa Edison. Perché sprecare altro tempo e dilapidare denaro pubblico? Tutto si compie nell’interesse collettivo; ma qualche trascurabile obiezione nasce spontanea.
Perché la sicurezza di queste strutture non è proprio garantita, anche escludendo l’errore umano sempre in agguato. Il comitato per la difesa del golfo di Trieste ha pubblicato un elenco dettagliato degli incidenti relativi ai rigassificatori nel mondo (51 attualmente operativi).
Sempre i nostri amici americani, ci informano con uno studio del Pentagono del 1982 e uno più recente (2003) della Commissione energetica della California che se nell’apoteosi di tecnologie infallibili e procedure a prova di attacco alieno qualcosina dovesse comunque non funzionare, magari a bordo delle navi metaniere che trasportano il gas reso liquido con il freddo, lo scenario coinvolto si presenterebbe “simile a quello di un’esplosione nucleare”.
Un tratto di mare così stretto come l’Alto Adriatico sarà inoltre interessato da un sensibile aumento di traffico marittimo. Il Terminale GNL Adriatico che fa capo ad una società partecipata - Qatar Terminal Limited (45%), ExxonMobil Italiana Gas (45%) e Edison (10%) – non può restare certo inoperoso; così, già il I agosto, una metaniera proveniente dal ricco giacimento North Field in Qatar è approdata al rigassificatore veneto.

Queste maestose caravelle moderne sono definite dagli interessati inaffondabili, ma sappiamo che l’aggettivo in questione non porta bene. Il doppio scafo delle metaniere, come quello delle famigerate petroliere che spesso affondano o si incendiano causando disastri ecologici, è garantito a prova di bomba, ma esistono studi che proverebbero come sia sufficiente un’arma di medio calibro per perforarlo.
Sappiamo che nemmeno i reattori atomici di quarta generazione sono considerati sicuri da eventuali attacchi terroristici, escludiamo lo siano queste imbarcazioni.
Ma anche ignorando ipotesi apocalittiche, il rischio di collisioni non è così campato in aria. Forse il governo ha previsto un piano per limitare o sospendere il traffico marittimo nell’area quando transitano le metaniere: al momento non è dato saperlo.

Intanto, anche in altre regioni si progettano scempi dello stesso genere. In Calabria, dovrebbe sorgere un bel mostro a Gioia Tauro, nelle previsioni operativo dal 2014: nella prima conferenza di servizi, le amministrazioni interessate hanno fornito all’unanimità parere favorevole. Le popolazioni, chissà.
Nella Sicilia ‘lombarda’ (nel senso del governatore Raffaele Lombardo), povera Trinacria, all’orizzonte ci sono addirittura due impianti: uno a Priolo (come dire? Piove sul bagnato) e uno, connubio perfetto con il panorama, di fronte alla Valle dei Templi di Agrigento.
Così gli abruzzesi della costa teatina non potranno più lamentarsi commentando gli obbrobri, chimati piattaforme petrolifere, visibili a occhio nudo dalle loro ex incontaminate coste.
Con notevole umorismo, Enel, promotore del rigassificatore agrigentino sostiene che “sarà invisibile dalla casa di Pirandello”. Certo, gran parte della struttura verrà interrata sul fondale; permane sempre il dubbio sulla subsidenza e sul fatto che non è plausibile paragonare l’impatto ambientale di questi agglomerati industriali a quelli di edifici, magari inestetici, ma ‘urbani’.
Originale poi la teoria del ‘lontano dagli occhi lontano dal cuore’, come se la pericolosità e la sostenibilità ambientale di tali strutture dipendessero dalla visibilità da parte dei cittadini.
Cittadini spesso all’oscuro delle manovre che queste compagnie orchestrano insieme al governo e, ancora più riprovevole, con la complicità delle amministrazioni locali. I ‘sudditi’ hanno il diritto di esprimere la loro adesione o il loro rifiuto a questi progetti attraverso lo strumento del referendum; previa opportuna e circostanziata informazione da parte degli amministratori della cosa pubblica. Peccato che spesso (sempre) la documentazione fornita da multinazionali e grandi gruppi dell’energia sia composta da faldoni zeppi di dati tecnici incomprensibili e sia spuria dell’obbligatoria sintesi ‘non tecnica’ per consentire ai profani la comprensione di quanto dovrebbe avvenire sulle loro terre e sui loro mari.

Tra pozzi di petrolio, rigassificatori, flotte di metaniere che dal Golfo arabico raggiungeranno le nostre coste non si può più, per ovvi motivi, nemmeno accendere il proverbiale cero per chiedere protezione ai santi.
Sfoglia ottobre        dicembre