.
Annunci online

pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
C’è (sempre) un problema con l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 24 agosto 2012
 

Nell’Italia della corruzione, dei conflitti d’interesse e dell’informazione al guinzaglio, guai a chi scrive e pubblica inchieste che scoperchino il calderone degli affari poco limpidi dei ‘poteri forti’. Così, se una giornalista scientifica si permette d’indagare sul Cane nero, meglio cacciarla dalla redazione.



di Hermes Pittelli ©



 Informazione Italia.
Una brava giornalista scientifica s’imbatte in notizie strane che riguardano il cane nero a sei zampe. Da autentica professionista, si incuriosisce, comincia a indagare e scrivere reportage;
che non piacciono ai vertici dell’Ente fondato da Enrico Mattei.
Comincia così una logorante pressione psicologica nei confronti del direttore responsabile del quotidiano che ha osato pubblicare storie poco edificanti e affatto celebrative sulle manovre dell’Eni, “multinazionale etica” secondo il proprio amministratore delegato, Paolo Scaroni.
Fino a quando, l’impavido direttore (in arte e mestiere, Piero Sansonetti), esasperato (intimidito? lusingato?) sbotta: “C’è un problema con l’Eni”.
Soluzione? Prima, il progressivo isolamento della ‘pecora nera’, poi, il definitivo congedo della giornalista.
In sintesi, la storia di Sabina Morandi, ex collaboratrice della testata quotidiana (ex?) comunista,’Liberazione’.
Imputata al cospetto dello STIP, Santo Tribunale dell’Inquisizione Petrolifera, la rea confessa senza peccato Morandi è stata condannata per eccesso di prove. Ha smascherato i trucchi del Cane nero e li ha rivelati al volgo, ai cittadini medi italiani. Quelli che da perfetti sudditi subiscono senza fiatare, disinformati, lieti di non accollarsi imbarazzanti, quanto fastidiose responsabilità decisionali.

Il collaudato ‘metodo Eni’ (mazzette, bugie e videotape).
Si sfogliano le pagine del libro e, articolo dopo articolo, ci si sorprende, sempre più allibiti.
Nell’edizione del 28 aprile 2005, Morandi informa i lettori di Liberazione dello strano accordo dell’Agip-Eni con l’Ecuador che ai giorni nostri offre asilo politico al ribelle mediatico Julian Assange.
Qualche scodella di riso, “per rafforzare l’area dell’educazione aiutando i bambini in età scolastica nelle sei comunità” (interessate dalle estrazioni, ndr), qualche cucchiaiata di zucchero, sale e olio (d’oliva, si spera) e perché non manchi la possibilità del giusto tempo da dedicare all’attività ludica, qualche pallone da calcio, un fischietto per arbitro e un cronometro. Tutto questo in cambio dei circa 15.000 barili di petrolio che all’epoca il cane nero si pappava quotidianamente.
Le leggendarie perline dei moderni colonizzatori, le multinazionali, agli indigeni ignoranti e sottosviluppati. Perline ai popoli, ma cospicue mazzette a governanti corrotti; come in Nigeria, come in Iraq, come nelle repubbliche ex sovietiche.

Rinnovabili? No, grazie.
Per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni dal 2006 dopo brillante carriera in Enel, il mondo può stare tranquillo: esistono giacimenti ricchi di petrolio per il prossimo secolo e di gas addirittura per 200 anni. Saranno tranquilli gli azionisti di ‘Casa Mattei’, non certo l’Ambiente, né le popolazioni dei territori assaliti dalle trivelle. Ecco perché le strategie societarie trascurano le fonti rinnovabili, colpevoli tra l’altro, sempre secondo Scaroni, “di consumare ingenti risorse d’acqua”.
Come certifica Morandi, attraverso le sue inchieste, nonostante gli introiti miliardari, nonostante perfino i cannibali della Banca Mondiale abbiano consigliato d’investire nella ricerca per lo sviluppo dell’energia pulita, Eni continua a fare spallucce e a considerare il già troppo permissivo protocollo di Kyoto sulle emissioni, poco più di un fastidio transitorio. Del resto, il governo italiano dell’epoca (Berlusconi, con Stefania Prestigiacomo ministro dell’Ambiente) ha sì ratificato gli impegni per la tutela del clima contro il surriscaldamento globale, ma di fatto si è guardato bene dall’azione concreta; la consueta politica degli annunci ad effetto, per poi conservare intatto lo status quo a favore dei soliti ‘poteri forti’.

L’Italia ripudia la guerra, non i petrodollari.
L’Italia si è imbarcata nell’invasione dell’Iraq al seguito di Bush jr. per ragioni lontanissime dalla missione umanitaria. Nemmeno gli ingenui hanno mai creduto all’esportazione della Pace e della Democrazia sotto forma di ‘bombe intelligenti’. Con tanti saluti all’idealismo pacifista della Carta Costituzionale (carta, appunto).
La torta è gigantesca e molto appetitosa, da mesi nelle segrete stanze della politica e dell’economia i piranha del mercato si lustrano gli occhi e affilano i denti sognando i potenziali guadagni dell’affaire Iraq.
Morandi il 14 maggio 2005 scrive che nel febbraio dell’anno precedente la piccola fiera organizzata dall’Istituto per il Commercio estero e da Confindustria è stata letteralmente “presa d’assalto dalle aziende italiane” (non solo petrolifere, ingolosite dalle prospettive d’appalto), “tra le 300 e le 400”, come sottolineato da un gongolante Adolfo Urso, all’epoca viceministro alle Attività produttive.
Al grido di “Fino a quando c’è guerra, c’è speranza (di business)”, tutti vogliono gustare almeno una fetta di quella torta da 300 miliardi di dollari.
A Nassirya, mentre la propaganda del regime partitocratico italiota suona la grancassa della più bieca retorica patriottica, i Carabinieri proteggono gli affari petroliferi del cane a sei zampe. Lo stesso ex ministro degli Esteri, Frattini, nell’aprile del 2003 è costretto ad ammettere che la missione irachena "non prevede solo lo scopo emergenziale e umanitario”. Un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, chiarisce l’importanza strategica di Nassirya: “… le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all’alloggiamento dei militari italiani”.
Insomma, “i nostri ragazzi” sono lì per vegliare sulla sicurezza della raffineria e dei barili di oro nero, lo stesso petrolio che l’Eni prima pagava profumatamente al tiranno in disgrazia Saddam. Naturalmente – conclude Li Vigni – nessun telegiornale italiano ha mai inquadrato la raffineria”. Solo dopo l’attentato, nel quale perdono la vita 19 Carabinieri (12 novembre 2003), i media del Belpaese non possono più occultare le reali esigenze italiane in Iraq e rispolverano inchieste e servizi, risalenti anche a due anni prima, che spiegano la vera natura della missione. Dulce et decorum est pro Eni mori.
L’ipocrisia istituzionale ricopre le bare dei caduti con il Tricolore e tributa loro il titolo di ‘eroi’. Restano l’intitolazione di una sala di Palazzo Madama e la cruda verità: quegli uomini sono morti non perché i presunti terroristi li odiassero, ma perché volevano cacciare l’Eni dall’Iraq.

La bolla e la Balla del Gas.
Il film di maggiore impatto, però, un vero blockbuster in grado di sbancare al botteghino con incassi stratosferici, lo gira il regista Paolo Scaroni, da poco in sella al Cane nero. Nell’inverno del 2006 le acque sono un po’ agitate, il rendimento economico è stato inferiore alle attese e gli insaziabili grandi azionisti manifestano qualche malumore. L’Europa ha anche comminato una pesante multa per centinaia di milioni di euro per posizione monopolista che intralcia il ‘libero mercato’.
Il genio si sa è intuizione, colpo d’occhio, tempismo. Ecco quindi che sugli schermi italiani, senza nemmeno il 3D, ma con effetti speciali da brivido, si proietta ‘Italia, la piccola fiammiferaia nella morsa di Generale Inverno’.
Il filone catastrofico miete vittime e successi. L’Eni, letteralmente, si inventa un’emergenza gas inesistente, scatenando il panico nel Paese. Gli italiani, soprattutto gli anziani, sono atterriti all’idea di trascorrere la stagione più fredda senza riscaldamento; anche coloro che non conoscono la fiaba di Andersen si immaginano intenti a cercare un po’ di calore per i piedi nudi e le mani intirizzite, accendendo ‘svedesi’, come la piccola bimba danese. Russia e Ucraina, nostre fornitrici, litigano sul gas e questo ingrediente contribuisce al trionfo della pellicola.
Il picco del petrolio probabilmente è già stato superato e anche le riserve di gas, nonostante i proclami delle multinazionali, sono sufficienti solo per i prossimi tre decenni. Ma l’Eni, come scrive chiaramente nei propri documenti interni riservati (finiti nelle mani di Morandi grazie alla collaborazione di qualche ‘talpa’) sullo scenario energetico italiano 2010 – 2015, parla di “rischio bolla del gas”.
In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali, a pagare ai Paesi fornitori tutto il gas estratto.
Quei documenti, che nessuno avrebbe dovuto leggere sono doppiamente importanti, perché oltre a svelare ‘la Balla del Gas’, contengono altre ammissioni che svergognano non solo la dirigenza Eni, ma l’intera, imbelle, inadeguata classe politicante italiota: anche le più moderne centrali a carbone sono altamente inquinanti (nonostante la Prestigiacomo farnetichi di “carbone assolutamente pulito”) e costosissime sul piano economico; la tecnologia nucleare che improvvisamente torna di moda (sempre a cura del governo Berlusconi, ma con appoggi di insospettabili ex nemici dell’atomo) divora risorse incalcolabili, nettamente superiori ai calcoli ‘ufficiali’, nei quali – misteriosamente – gli esperti non includono, né lo smaltimento delle scorie, né la dismissione degli otto impianti previsti.
Insomma, una sedicente classe dirigente che paralizza il paese in un medioevo energetico. Ma tutto l’Occidente, dopo l’11 settembre 2001, ha optato per le vecchie rotte (e in questo caso, non sono sinonimo di saggezza, ma di triste conservatorismo): continuare nell’assurda economia ingorda di petrolio e gas, destinati ad esaurirsi in tempi comunque brevi; accumulando non solo un debito spaventoso di miliardi di dollari per inseguire “l’arcaico sogno ottocentesco”, non solo l’odio sconfinato delle popolazioni colonizzate e sfruttate, ma un ritardo che potrebbe rivelarsi fatale per la sorte del Pianeta.
L’Italia poi ha perduto per sempre la favolosa opportunità di tramutarsi nel Paese guida per l’illuminata transizione dall’obsoleta economia fossile, alla futuristica economia ‘rinnovabile’: sole, maree, venti, inusitate biodiversità. Tutto gettato in nome degli inceneritori, dell’acciaio, del cemento (del resto, la strategia di rilancio economico Monti/Passera offre questo menù); in nome soprattutto della divinità a sei zampe.
Per tacere della follia dei rigassificatori e delle navi criogeniche che trasportano gas liquido nel Mediterraneo, bombe atomiche innescate davanti alle nostre fragili coste e bombe galleggianti (il rischio terrorismo è reale o anche questo è solo teatrino politico-affaristico?) a spasso nei nostri mari; con la benedizione silenziosa (il secondo, tragico Prodi; 2006/2008 ndr) dell'attuale ‘leader’ del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, così sicuro di vincere le prossime elezioni politiche, da avere già spartito le poltrone importanti. Illo tempore, vestiva i panni di ministro dello Sviluppo, forse a sua insaputa, favorevole a tutte le tecnologie più inquinanti, demenziali, sorpassate; i cui rischi e costi esorbitanti vengono sempre fatti ricadere sul cittadino/contribuente. Bersani, lo stesso che si è fatto finanziare campagne elettorali dalla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto. Sarebbe ora che nel segreto dell’urna elettorale gli Italiani si facessero accompagnare da Memoria e Informazione.

Triste, solitario y final.
Il finale di partita, come in un romanzo latino-americano, tra Sabina Morandi e Liberazione, è venato di mestizia: il quotidiano, agitato all’interno per la maretta tra le opposte correnti che appoggiano, una Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista, dopo l’addio del sub comandante Fausto Bertinotti), l’altra Vendola (non ancora SELezionatosi), accusa gravi problemi economici (oggi, la direzione è cambiata, ma l’ultima apparizione in edicola risale ai primi di maggio, ndr).
Per ironia della sorte, è l’Eni che si propone di salvare la barca, con la consueta “campagna acquisti”. Allegare un opuscolo prodotto dal proprio ufficio stampa, intitolato ENERGeticamente, con temi che stanno a cuore al potentissimo, nuovo inserzionista;
senza contraddittorio, senza inchieste, senza reali interviste ai dirigenti del cane a sei zampe (i quali sono disponibili solo per colloqui in ginocchio; in ginocchio, ovvio, si posizionano i giornalisti). Svolta propiziata da un incontro tra Piero Sansonetti e Paolo Scaroni, durante il quale il direttore sembra sorpreso di trovarsi al cospetto di un uomo in carne ed ossa e non del Leviatano biblico.
Il fascino irresistibile del ‘vicentino giramondo’.
Tacita condicio sine qua non, Sabina Morandi, “la collaboratrice esterna”, può continuare a scrivere, di tutto, tranne che dell’Eni.
Nel frattempo, sempre grazie al generoso intervento di ‘Casa Mattei’, anche Liberazione si lancia nell’esperimento del free press; un foglio gratuito, inizialmente previsto solo per l’estate, per promuovere la testata presso il grande pubblico. Come argomenta Morandi, difficile stabilire il vero successo di un’iziativa gratuita, mentre sul quotidiano a pagamento, l’aumento del numero di copie è fedele sintomo che i lettori apprezzano un certo tipo di lavoro; difficile anche scrivere notizie vere che non incupiscano gli inserzionisti (quindi, di fatto, i proprietari) del free press.
L’ultimo pezzo firmato Morandi sul Cane a sei zampe risale al 15 gennaio 2008, il titolo è eloquente, anche troppo: “Kashagan, tornano le trivelle. Vince l’Eni, perde l’Ambiente”.
Il free press estivo, si trasforma in edizione della sera permanente; ma, in cambio, nessuno tocchi più Eni. La collaborazione prosegue ancora per qualche mese, fino a luglio, ma sopportando “una censura strisciante e rimbalzando contro un muro di gomma di omissioni e menzogne”.
L’epilogo vero giunge una mattina assolata di maggio 2008. La cronista pedala, “rabbiosamente”, verso l’annuale assemblea degli azionisti, in via del Serafico a Roma. Sa che non potrà scrivere resoconti, sa che in ogni caso non sarebbero pubblicati. Sa che non potrà informare i lettori (come avvenuto in passato) che i piccoli azionisti, sono i più acerrimi oppositori di Paolo Scaroni, al quale rinfacciano i numerosi conflitti d’interesse, l’abnorme compenso annuale, la titolarità di un conto presso un noto paradiso fiscale, la mancanza di figure femminili nel consiglio d'amministrazione, l'opacità e la obsolescenza delle strategie societarie. Roba da far tremare i polsi ai giornalisti italiani (molti a libro paga, come ad esempio l’intera Agi, la seconda agenzia d’informazione più importante del paese) e anche agli emissari dello Stato, proprietario di Eni al 30%; i quali si guardano bene dal sollevare obiezioni.
Morandi varca la fatidica soglia, viene riconosciuta e raggiunta da una signora, capo ufficio stampa del cane nero, che le chiede con cortesia: “Come va?”. La ‘sventurata’ risponde d’istinto: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale. Ma sempre qui pronta a prendere appunti. Prima o poi troverò qualcuno che mi pubblicherà”. L’interlocutrice, con “sincero imbarazzo”, mormora: “Mi dispiace”, e si allontana. In quel preciso istante, Morandi realizza che non solo cala il sipario sulla collaborazione con Liberazione (“dopo 12 anni, senza nemmeno una telefonata”), ma può anche dire addio per sempre alla possibilità di riciclare “una florida carriera in una delle numerose – e bellissime – testate dell’azienda”.

Sul libro, uscito nel 2010 per i tipi coraggiosi (nonostante il nome) della Coniglio Editore, dopo qualche efficace, affollata e partecipata presentazione in piccole librerie indipendenti, si è posato un velo di oblio e di silenzio.
Peccato, perché dovrebbe rientrare nella essenziale libreria di ogni cittadino italiano che voglia tutelare il bene comune del proprio Paese in modo informato e responsabile. Il volume di Sabina Morandi rappresenta un prezioso compendio sulle nefandezze non solo dei petrolizzatori (in questo caso, del nostro amato Eni), ma della politica, collusa in senso ampio e trasversale, e dei media che, da sedicenti cani da guardia (a quattro zampe) della democrazia, si fanno volentieri mettere la museruola e il guinzaglio dal grosso Cane nero a sei zampe.

Siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”, direbbe Totò: business is business.
Tutto è merce (risorse, ambiente, salute, giustizia, cultura, informazione, principi non barattabili), tutto ha un prezzo.
Per qualcuno, anche la Dignità.

La febbre dell’oro nero stende La Repubblica (sulle orme di Passera)
post pubblicato in Ambiente, il 14 agosto 2012


"Ogni uomo ha una precisa responsabilità nei confronti del genere umano e del pianeta Terra, perché esso è la sola nostra casa. Non abbiamo altro luogo, nell'universo, in cui rifugiarci. Ognuno di noi quindi non può venir meno alla propria responsabilità di operare non solo in difesa della razza umana, ma anche degli insetti, delle piante, degli animali che, con noi, abitano questo pianeta".
(Tenzin Gyatso, Dalai Lama)


di Hermes Pittelli ©


 La nuova febbre dell’oro nero miete vittime.
Anche La Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, si schiera a favore della ‘Strategia Passera’: da ottobre, via libera a trivella selvaggia sul suolo e nei fondali italiani. Ragazzi, c’è crisi, non è il momento di atteggiarsi a radical chic in favore dell’ambientalismo. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti, e accende i cuori dalle Alpi al Canale di Sicilia: trivellare!
Pochi, sporchi, maledetti e subito. Pecunia non olet, anche se puzza di zolfo.

Oggi Edmond Dantes e lo scienziato Faria non sprecherebbero anni e fatiche a scavare un tunnel per fuggire dal carcere dell’Isola di Montecristo; troverebbero il lavoro sporco già ultimato dai petrolizzatori. Non si tratta di uno scherzo sulfureo.
La gloriosa Key Petroleum Ltd ha davvero avanzato la richiesta di poter trivellare allegramente tra l’Isola d’Elba e quella resa celebre da Dumas.
E’ solo uno tra le decine di esempi e di scempi che da ottobre potrebbero diventare realtà grazie al piano energetico del governo Monti.
La novità è che La Repubblica, fino a ieri auto proclamata paladina della Democrazia (a Palazzo Chigi albergava un certo Cavaliere, rivale in affari ed interessi di un altro Cavaliere e Legionario d’Onore, De Benedetti), oggi è coricata su posizioni filo governative. A priori, acriticamente.
Non si spiegherebbe in altro modo, l’incredibile reportage (?) firmato da Ettore Livini sull’Italia, Eldorado degli idrocarburi. Toni solenni e trionfalistici, privi di dubbi. Siamo seduti sulla nostra fortuna e non lo sappiamo; abbiamo una ricchezza
t(r)aumaturgica sotto i nostri pedi e non la sfruttiamo a causa di noiose complicanze burocratiche, aggravate da quattro estremisti ambientalisti, nemici dello sviluppo.

Arpe celestiali in sottofondo a sottolineare “il soffio lento e gentile del gas che pulsa”; il ritornello già declamato da Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: la corsa autarchica al petrolio fai da te potrebbe regalarci “mezzo punto di Pil e 25.000 posti di lavoro in più”; in un crescendo che nemmeno Rossini tra fornelli e spartiti, ecco l’immancabile Descalzi, presidente dell’Asso(mineraria) nella manica di ogni politico e giornalista di vaglia, che con registratore di cassa alla mano, gongola: “Raddoppiando la produzione, si libererebbero 15 miliardi di investimenti”.
Cifre e dati liberati nell’aere senza una comparazione, senza una minima analisi dei risvolti negativi. Per tacere, ovvio, di fluidi e fanghi perforanti, anidride solforosa e tutte le gentili sostanze cancerogene riconducibili alle attività petrolifere.
Queste però sono ubbie ambientalistiche, un po’ come la subsidenza, cui accenna Livini, ma quasi in tono canzonatorio nei confronti di chi lancia questi allarmi.
L’Italia non è il Kuwait – concede il giornalista, bontà sua – non galleggia su un mare di petrolio”.
Però. Però c’è la crisi. Rendere il Belpaese un gruviera elvetico ridurrebbe la nostra dipendenza energetica dal 90 all’80%. Una mossa geniale, quindi.
E poi via con i dolori delle giovani multinazionali degli idrocarburi, generose Muse di sviluppo e ricchezza, limitate da una delle piaghe secolari del Paese, non il traffico tentacolare, ma la burocrazia: “Total e Shell hanno avuto bisogno di 400 permessi prima di far partire i lavori a Templa Rossa, in Basilicata”.
Non una parola sullo stato disastroso e tragico in cui versa la Val d’Agri, per non spaventare potenziali investitori stranieri.
Interminabili Odissee burocratiche per scavare sottoterra: nel 2010 sono state fatte solo 35 richieste per nuove perforazioni, il minimo dal 1949 – si duole Livini – di cui 34 per migliorare impianti già attivi e solo una per la ricerca di nuovi giacimenti”. Un autentico dramma, per i poveri petrolizzatori.
A causa di tutto questo, secondo il nobile foglio scalfariano, l’Italia è come le foglie sugli alberi d’autunno, dipende dai capricci e dai vezzi del Cremlino e dalla stabilità geopolitica di Algeria, Libia e Stretto di Hormuz.
Le colpe della nostra schiavitù energetica non sono attribuibili né alla politica, con la classe dirigente più antiquata e corrotta dell’Universo, né all’imprenditoria nostrane, zavorrate con il piombo alla metà del secolo passato. Per carità.
Vuoi vedere che anche in questo settore c’è lo zampino del marciatore Schwazer?
Per spillare il primo barile in Italia servono 11 anni contro i 6 del resto del mondo”.
Nessun cenno sulle leggi molto più rigide in materia di estrazione, sicurezza e sanità vigenti all’estero.
Sul tavolo della direzione generale per le risorse minerarie e geologiche giacciono 120 richieste di perforazione”. I “colossi dell’oro nero” stanno facendo una danza propiziatoria affinché il decreto, chiamato con somma ipocrisia salva-Italia, conceda il liberi tutti alle trivelle.
Ci pensa Descalzi via Livini a fugare ogni dubbio, esplodendo, come spesso capita alle piattaforme e ai serbatoi delle raffinerie, gli ultimi effetti pirotecnici:
Serve un patto per lo sviluppo (il famoso trucco dei mattatori, il Compromesso!) tra tutte le parti in causa. Se riusciremo a superare le barriere strutturali e temporali di burocrazia e amministrazione possiamo raddoppiare la nostra produzione nazionale”.
Risultato? 600 milioni di euro in più l’anno per il fisco nazionale e 250 milioni di royalties per le casse di Regioni e Comuni”.
Anche in questo caso, cifre gentilmente offerte da Assomineraria, senza altri parametri, senza cenno ai costi sociali, sanitari, ambientali di questo tripudio fossile. Nessuna menzione per le fonti rinnovabili, con l’Italia clamorosamente fanalino di coda del Vecchio Continente, nonostante l’invidiabile posizione geografica e nonostante fino alla prima metà degli anni ’80 del 1900 fosse all’avanguardia nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Livini, che si emoziona per questo “pieno d’energia autarchica all’Italia spa”, offre ai lettori una panoramica con tutti i presunti vantaggi della corsa all’estrazione del petrolio italico, ma evita in modo accurato di esporre i costi e i danni che questa strategia comporterebbe. Se questo è un reportage: sembra un comunicato di Assomineraria, vagamente imbellettato e infiocchettato per risultare appetibile al volgo e costituire l’ennesimo ultimatum per esecutivo, politica e amministrazioni; le quali, come appurato in Abruzzo non hanno nemmeno bisogno di incentivi per inginocchiarsi al cospetto dei Colonizzatori dell’oro nero.

Restano amarezza e sconforto. Il governo incostituzionale Monti, governo d’emergenza e ‘salute pubblica’, sarà anche formato da plurilaureati che conoscono l’inglese e hanno girato il Pianeta, ma non riesce a liberarsi dai consueti difetti genetici.
Benedetta Fisiognomica: l’antica furbizia all’italiana.

L’oro nero Eni e gli artisti caduti dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 giugno 2012


 

di Hermes Pittelli ©

 

 Eni scatenata e senza museruola.
Nuovi scintillanti spot, nuovi miraggi di ricchezza diffusa, creati dal pifferaio inquinatore Paolo Scaroni, intervistato in ginocchio come da prassi (o da contratto?) dai paladini dell’informazione e della democrazia (La Repubblica, venerdì 15 giugno 2012).

I momenti di crisi possono essere interpretati come opportunità. Anche da chi non persegue nobili obiettivi. Si può optare per una palingenesi e per la costruzione di un vero Progresso, oppure per arraffare senza rispetto tutto quello che si può contenere nelle fauci; lasciando macerie, degrado, distruzione e malattie alle generazioni future.
Il cane nero a sei zampe si distingue sempre nella seconda ipotesi. Ecco quindi la campagna cialtrona e ipocrita dei week end economici con la benzina scontata nelle ‘Eni station iperself’ (?), per “dare un passaggio agli italiani” e per favorire la ripresa del famigerato pil.

Un aiuto agli italiani in un momento difficile, come Mattei nel 1960”, Scaroni dixit.
L’amministratore delegato, cui nessuno del governo tecnico parsimonioso pensa di tagliare lo stratosferico stipendio, blatera di progetti Eni per un totale di 8 miliardi di euro e attacca ancora una volta l’inviso limite di 12 e/o 5 miglia marine dalla costa per le trivellazioni; secondo lui, un danno per i petrolizzatori, un lacciuolo burocratico solo italiano (peccato che negli Usa, ad esempio, la legge fissi il limite a 100 miglia!).
Per sommo pudore, non lo dice, ma si aspetterebbe dalla politica tutta e da palazzo Chigi una norma costituzionale per riscrivere così l’articolo 1 della nostra legge fondamentale: L’Italia è una repubblica petrolifera fondata sull’Eni. La sovranità appartiene alla dirigenza a sei zampe che la esercita nelle forme decise da sé e senza limiti”.

Nel frattempo, a chi viene affidato il compito di promuovere sui media la nuova via all’Eldorado della creatura assemblata da Mattei? A Rocco Papaleo, attore lucano, vecchia volpe dei palcoscenici, ma vecchia conoscenza anche per gli attivisti e gli scienziati ambientalisti che da anni si battono contro la petrolizzazione del Belpaese. Nel 2010 “l’eclettico insicuro” (coincidenza, anche lui intervistato da La Repubblica, domenica 17 giugno 2012), tenace e ammirevole nella gavetta tra turni di lavapiatti, spettacoli di mimo e nottate artistiche tra Roma e Milano, gira il suo primo film da regista, Basilicata Coast to Coast (premiato con due Nastri d’Argento, per la miglior regia esordiente e per la miglior colonna sonora).
Un road movie nel quale un gruppo d’amici di stanza a Maratea decide di partecipare al festival del teatro canzone di Scanzano Jonico; non percorrendo la comoda statale 653 ma camminando a piedi dalla costa tirrenica a quella jonica per riscoprire antichi sentieri, la propria identità e il volto di una regione che non esiste più. Un affresco corale, delicato e bucolico di una Basilicata che in effetti non esiste più davvero. Gli spettatori più avveduti all’epoca sono balzati sulla poltroncina leggendo tra i titoli di coda che la meritoria opera era finanziata, tra gli altri, dalla multinazionale petrolifera Total.

Il Papaleo dichiara commosso che “non smetterà mai di avere dentro le proprie origini, anche se il viaggio che ho davanti mi porta altrove”. Ebbene, lo sguardo dell’attore che a febbraio, assieme a Gianni Morandi, ha presentato il festival di Sanremo sponsorizzato dall’Eni (eccesso di coincidenze! qui la lettera aperta che la Professoressa D’Orsogna proprio in quei giorni ha scritto sul proprio blog all’artista), negli anni di sacrifici forse è stato colpito da miopia, non solo in senso oculistico. Un lucano, a meno che non abbia richiesto affiliazione alla tribù dei LuchEni, non può non sapere che la Basilicata è stata letteralmente distrutta dai petrolizzatori: assicura l’80% del greggio estratto in Italia anche se questo ‘oro nero’ soddisfa solo il 6% del fabbisogno energetico nazionale, le trivelle hanno invaso parchi naturali, aree in prossimità degli ospedali, inquinato le falde acquifere, annichilito l’agricoltura, generato l’impennata dei prezzi di ogni merce e/o bene di consumo, tra cui, per grottesco contrappasso anche quello della benzina, ridotto in miseria un popolo cui era stato promesso il miraggio della ricchezza stile emirati arabi.

La marcia Coast to Coast forse richiama, anche inconsapevolmente, l’esodo della famiglia Joad dall’Oklahoma alla California sulla leggendaria Route 66, ma in chi ama davvero la Basilicata lascia solo furore per una storia che nei sogni approdava ad un epilogo diverso; e che ora, forse, è arduo e tardivo riscrivere.


NON SOLO PAPALEO

Il casus Papaleo è eclatante, ma non unico. Si potrebbero citare decine di nomi appartenenti al mondo dell’informazione (es: Ferruccio De Bortoli, Lucia Annunziata), della cultura (es: il rettore di Ca’ Foscari, professor Carlo Carraro), della scienza e della medicina (es: Umberto Veronesi), dello sport (ah, gli atleti, soprattutto i calciatori, sempre pronti a schierarsi nella metà campo sbagliata) gentilmente sovvenzionati da Eni. Il cane nero a sei zampe, sorta di Mecenate post moderno, in cambio della generosità chiede e ottiene fedeltà e ubbidienza cieca e assoluta al proprio regime imperialistico, a quella che i manager definirebbero nel loro gergo da clan, ‘mission aziendale’.

Per loro fortuna e nostra massima colpa, la memoria storica è labile e pronta a rimuovere in fretta.
La lista degli artisti che sono stati e sono lieti di indossare magliette e caschetti griffati Eni è lunga; per correttezza, qualche esempio con nomi e cognomi:
Claudio Bisio, l’ineffabile, il brillante, ironico (com’è trendy questo aggettivo…), istrionico presentatore di numerose edizioni del cabaret televisivo Zelig (perfetto il riferimento al camaleontico personaggio inventato da Woody Allen, in grado di adattarsi e assumere le sembianze più consone ad ogni mutamento esterno) è stato protagonista di uno spot del 2004 per pubblicizzare l’acquisto delle azioni Eni.
Chi lo rammenta?
In tempi più recenti, anno 2009, anche l’impegnato, schierato, popolare attore romano Massimo Ghini non ha resistito al fascino del cane nero a sei zampe.
In fondo, quale altro volto più adatto del suo, capace di calarsi nei panni di Enrico Mattei per una prestigiosa fiction Rai e “privilegiato, onorato, emozionato” dopo essersi seduto a favore di telecamera dietro la storica scrivania appartenuta al fondatore di Eni?
O ancora, Ilana Yahav, rivoluzionaria e fantasiosa pittrice con la sabbia (bituminosa?); nel 2010 il filmato che propagandava i comandamenti del cagnaccio - “Innovazione, collaborazione, rispetto, cultura; con queste parole lavoriamo in oltre 70 paesi per portarvi energia” l’idilliaco quadretto – divenne, anche grazie alla canzoncina accattivante, una sorta di tormentone del piccolo schermo.

Possibile che tutte queste persone vivano sotto la campana di vetro del loro autoreferenziale microcosmo professionale? Possibile che non abbiano coscienza civile ed ecologica? Possibile che in nome dell’interesse egoistico (la visibilità, l’indubbia capacità remunerativa di Eni) non coltivino l’aspirazione e la lodevole, questa sì, ambizione di spendersi per il Bene Comune?
Questi artisti, queste persone appaiono come ingenui primitivi ancora rinchiusi nella caverna del mito platonico, ‘ominini’ non ancora caduti dal pero di un illusorio mondo senza male, senza vizi capitali.

Concediamo loro il beneficio del dubbio, concediamo loro la libertà di essere incoscienti ed ignoranti. Ma l’ignoranza non è ammessa al cospetto delle leggi umane, a maggior ragione di fronte a quelle della Natura. Se invece fossero in possesso di consapevolezza, la loro colpevolezza sarebbe grave e conclamata all’ennesima potenza: sarebbero i soliti furbastri, lanciatisi propria sponte dal pero per destreggiarsi abilmente al servizio di chi li vuole, alla bisogna del miglior offerente; che non può essere il Cittadino, non può essere l’Ambiente.

“Stop agli idrocarburi, l’Italia sia leader per una moratoria mediterranea”
post pubblicato in Ambiente, il 22 gennaio 2012



Questo il ‘rivoluzionario’ invito che la Professoressa D’Orsogna ha lanciato al Senato italiano durante la sua prima audizione informale presso la Commissione Industria Commercio Turismo. 
Assenti sottosegretari e ministri, assente la politica abruzzese.

 
di HermesPittelli ©

 
 
L’immagine dell’Italia nel mondo è legata alle bellezze artistiche e ambientali, le nostre vere risorse. Se volessimo dimostrare davvero coraggio, l’Italia dovrebbe ergersi a capofila dei paesi mediterranei per una moratoria contro le trivellazioni off shore”. 
Gentile, ma diretta e determinata come di consueto, la Professoressa D’Orsogna conclude così, con una sorta di ‘sfida’, la propria audizione informale al cospetto della X Commissione permanente del Senato (Industria Commercio Turismo).

Invitata dai senatori siciliani Antonio D’Alì (PdL) e Cesare Cursi (PdL), la Scienziata dei Due mondi non si è fatta intimorire dal contesto e in 25 minuti ha sfoderato una lectio magistralis serrata ed efficace al cospetto di una quindicina di senatori attenti e in qualche frangente sorpresi dalle informazioni scientifiche sugli effetti ambientali ed economici delle attività petrolifere.
A parte Salvatore Tomaselli, senatore pugliese del Pd fautore di una proposta di moratoria per la salvaguardia del Mare Adriatico, gli altri presenti si sono stupiti di apprendere quanto inquinamento producano ricerca, estrazione,lavorazione e trasporto degli idrocarburi.
La Professoressa D’Orsogna, nonostante l’orario infelice (mercoledì 18 gennaio2012, ore 14.00) e la brevità del tempo a disposizione, non ha omesso un solo particolare scabroso delle sue ormai celebri conferenze attraverso la proiezione di slide esplicative.
Dalla cartina dell’Italia, con le numerose aree sottoposte (dalla Laguna Veneta al Salento, dalle Isole Tremiti, alla Val di Noto, a Pantelleria) all’assalto dei petrolieri, alla tossicità dei fanghi e fluidi perforanti, dalla subsidenza (Venezia, Ravenna) agli incidenti spesso gravi (Manfredonia, Trecate, Genova, Golfo del Messico, Indonesia, Brasile, Nigeria) ma taciuti o minimizzati dai manager delle multinazionali, dal problema  della letale desolforazione attraverso i famigerati centri oli (Viggiano in Basilicata) alle piattaforme alle petroliere con desolforatore incorporato, i senatori, come diligenti studenti universitari hanno ascoltato con attenzione quelle informazioni che cittadini e ambientalisti italiani hanno imparato a memoria grazie all’incessante impegno scientifico e civile della scienziata abruzzo-californiana.

Curiose coincidenze: mentre la Professoressa stava per cominciare il proprio intervento, i vertici di Assomineraria telefonavano per rivendicare il diritto di replica; la nave da crociera Concordia, spiaggiata come un povero cetaceo, metteva a rischio l’ecosistema dell’isola del Giglio, eslodeva un metanodotto, il governo tentava di liberalizzare anche ‘trivella selvaggia’ (ma il ministro per la Tutela del Territorio e del Mare, Clini, smentiva prima attraverso una nota scritta e poi in diretta tv dagli studi di La7, anche se si attendono ‘trucchi di coda’ all’italiana), Paolo Scaroni, a.d. di Eni, felice per la missione in Tripolitania assieme alla ‘strano’ premier Monti, dalle pagine di La Repubblica rilanciava la vocazione internazionale di ricerca ed estrazione idrocarburi del cane a sei zampe “per soddisfare gli insaziabili appetiti dei 300.000 azionisti” e lamentadosi per l’italico divieto di trivellazione off shore fissato a 12 miglia marine; a suo dire, uno scandalo che non trova uguali nel mondo.
Come sempre, il super manager mente sapendo di mentire (la menzogna fa parte integrante delle strategie di Eni e delle companies dell’oro sporco): negli Stati Uniti infatti (Golfo del Messico a parte) è addirittura di 100 miglia!
Proprio questa informazione ha suscitato il massimo scalpore tra i senatori, assieme al triste esempio della Basilicata: 20 anni di scempio da parte di Eni e Total per diventare la regione più povera e più malata d’Italia (qui il tasso di tumori infantili è doppio rispetto al resto d’Europa).
La Professoressa ha incalzato gli astanti senza soluzione di continuità: “Petrolio uguale ricchezza per i popoli? No, solo per i petrolieri, si tratta di una forma di speculazione. Produrre un barile costa circa 11 dollari e ne frutta circa 100, il profitto resta tutto in tasca ai petrolizzatori. Dobbiamo decidere una volta per tutte il nostro modello di sviluppo, come la Florida negli Usa che rifiuta il petrolio per tutelare ambiente e turismo. Per restare ad un esempio italiano, dobbiamo optare tra il modello Taormina e il modello Gela; le vie di mezzo e i compromessi sono incompatibili”.

Il presidente di commissione D’Alì e il senatore Tomaselli hanno balbettato con imbarazzo che già difendere l’area di (sedicente) sicurezza delle 12 miglia è sempre un’impresa di stampo cavalleresco, perché la lobby del petrolio ha molti scaltri amici infiltrati in Camera e Senato che ad ogni nuovo decreto legge tentano di inserire articoli per abrogarla o riportarla almeno a 5 miglia. Quasi inutile segnalare ancora una volta il nome della senatrice Simona Vicari, anche lei siciliana e pidiellina, ma fiera paladina dei petrolizzatori.
D’Alì e Tomaselli, quasi con mesta rassegnazione, hanno anche evidenziato quanto sia complicato lanciare l’iniziativa di una moratoria mediterranea “perché questo sconvolgerebbe interessi commerciali di singoli paesi e trattati internazionali, difficili da armonizzare”.
La Professoressa D’Orsogna però ha rilanciato: “La politica italiana cominci allora da una moratoria per l’Adriatico e per sospendere nuove concessioni in Basilicata e nelle aree e parchi già istituiti”.

Non sono intervenuti ministri, né sottosegretari. Peccato, hanno perso un’occasione unica (forse, non irripetibile). Monti e i suoi scudieri avrebbero imparato come curricula e masters prestigiosi non servano per promuoversi con un velo di arrogante snobismo su giornali, tv o alla Borsa di Londra, ma per creare vera democrazia e progetti per il bene comune. Assenti ingiustificati, ma anche questa non è più una notizia, i politici abruzzesi.

Osservando Piazza Navona e Fontana di Trevi, Maria Rita D’Orsogna, al tramonto di questa giornata comunque storica, mentre al cellulare rispondeva paziente a numerose interviste, ha sussurrato:
Dal passato abbiamo ereditato senza merito tutta questa Bellezza,
noi cosa lasceremo alle generazioni future?
”.


 

Così ci uccidono: Emiliano Fittipaldi e un libro scomodo
post pubblicato in Ambiente, il 8 ottobre 2010


L'intervento scritto in occasione della presentazione del libro inchiesta di Emiliano Fittipaldi sull'Italia dei veleni e dei business realizzati sulla pelle dei cittadini.
Evento organizzato dall'Associazione culturale Il mondo delle Idee (grazie alla Dott.ssa Antonella Rizzo) e celebrato nella Biblioteca comunale di Lanuvio, in data 24 settembre 2010. Grazie anche a David Gramiccioli, notissimo giornalista, reporter e conduttore radiofonico, relatore insieme al sottoscritto in questa occasione.
 



di Hermes Pittelli ©


Le cose sono unite da legami invisibili: non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella
(Galileo Galilei)



 Difesa dell’ambiente e legalità, oggi in Italia chi si erge a paladino di questi valori rischia di essere ammazzato.
Come Angelo Vassallo, sindaco di Pollica.
Perché? Per la solita vecchia ragione. Per interessi economici, per il business, per la pecunia sterco del demonio che magari non olet, ma lascia delle coscienze sporche e sdrucite cui nemmeno una centrifuga miracolosa può restituire un minimo di candore.

Mezzo milione di malati e 35.000 morti: ogni anno sono queste le vittime delle sostanze tossiche che gli italiani mangiano e respirano.
Un territorio più esteso della Liguria - 6740 chilometri quadrati - rappresenta la superficie complessiva delle aree contaminate dai veleni nel nostro Paese.
Le persone che in Italia abitano in zone considerate ad alto rischio sanitario sono addirittura 15 milioni, ma nessuno ne parla.
Le cifre elencate sulla quarta di copertina e poi analizzate e descritte con precisione nel libro di Emiliano Fittipaldi ci raccontano che soprattutto negli ultimi 10 anni in Italia è in corso una guerra, una guerra silenziosa e non dichiarata, ma terribilmente reale e letale contro i cittadini.

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha opportunamente rammentato l’origine etimologica della parola coraggio. Qui siamo a Lanuvium quindi con il latino non ci sono problemi: cor habeo, ho cuore.
Fittipaldi ha scritto un libro coraggioso e necessario, quindi scomodo per il Paese nel quale viviamo; o tentiamo di sopravvivere.
Servirebbero cuore e, auspicabilmente, cervello. Avere a cuore le vere risorse del territorio, l’integrità ambientale e la salute umana; e i valori fondamentali della democrazia: legalità, partecipazione, controllo costante del Potere.
Cervello per proiettare una visione del futuro e soprattutto progettare un futuro: sostenibile, ecocompatibile, equo. Servirebbe una rivoluzione culturale economica, per giungere ad una vera forma di economia sociale, come sosteneva con argute analisi e argomentazioni il compianto Edmondo Berselli.

Non credo si possa scappare da questi precetti.

Nè il cittadino può sperare di aggrapparsi ai medici e agli scienziati, sempre più spesso conniventi per remunerati interessi personali. Un solo esempio: Umberto Veronesi, smemorato d'Ippocrate, sostenitore dell'energia nucleare e degli inceneritori.
Esistono, per fortuna, anche scienziati ‘buoni’: Gatti/Montanari, Maria Rita D’Orsogna, Francesco Gonella, Giorgio Nebbia, Laura Corradi.
Ma scontano l'ostracismo dei media e l'opposizione delle potenti industrie inquinanti.

Piccolo esempio di come funzionano le cose in Italia.  Due anni fa il giovane regista salentino/milanese Massimiliano Mazzotta ha girato un docu film intitolato ‘Oil’ sulla raffineria della famiglia Moratti a Sarroch; famiglia sempre in prima linea nella beneficenza, ma pronta a intentare causa civile per diffamazione: tra una festa scudetto e l’altra, una celebrazione trionfale del ‘triplete’ non trovano il tempo di parlare delle magagne della più grande raffineria d’Europa che avrebbe dovuto rendere ricca la Sardegna, mentre, chissà come mai, i soldi finiscono a Milano, le malattie, la povertà e la devastazione del territorio e del mare restano ai sardi.

Eni, vogliamo parlarne? Ci si può connettere al sito del cane nero a sei zampe e restare disorientati. Non si capisce se si occupino di petrolio o siano un’associazione umanitaria e filantropica. Finanziano mostre, restauro di opere d’arte, asili nido, ecc. Peccato nessuno spieghi l’origine della enorme disponibilità finanziaria di Eni. Chi mai ha saputo in Italia (dalla stampa nazionale, magari?) che Eni è stata condannata in Kazakhistan a pagare una multa di 210 milioni di dollari per danni ambientali? O che la Sec, la commissione americana per la sicurezza e la trasparenza nelle operazioni di borsa di New York, ha inflitto alla creatura di Mattei una delle multe più alte nella storia (254 milioni di dollari) per un'encomiabile vicenda di tangenti e bustarelle ai funzionari del governo nigeriano? Quanti italiani conoscono i danni ambientali che Eni combina nel delta del Niger? Devastano l’ambiente, facendo ammalare e morire i legittimi abitanti e proprietari di quel territorio. E in Italia? Sarebbe sufficiente fare un giro in Basilicata per capire cosa sia davvero l’Eni…

Ma il vero punto è sempre politico, nella accezione greca del termine.

Trovo sia aberrante dire che in certi territori l’unico sviluppo possibile sia quello assicurato dall’industria degli idrocarburi. Aberrante e falso. Ma il compito principale della politica qual è se non quello di amministrare la cosa pubblica per il bene comune? Qual è la dote principale di un vero politico se non – e ricorro un’altra volta al greco antico – la ‘pronoia’, la capacità di vedere prima, di avere una visione.
E capire che territori come la Sardegna, la Sicilia, l’Abruzzo, l’Italia intera hanno altri tesori, altre risorse da valorizzare.

La ‘mala politica’ appoggia la ‘mal imprenditoria’, la ‘mala scienza’ copre le vergogne: sopire, negare, anche contro l’evidenza.
Taranto e la Basilicata dovrebbero essere aree ricchissime, nelle quali parole come disoccupazione e emigrazione dovrebbero essere state cancellate dai dizionari. Invece, tutto procede al contrario.
Povertà, degrado, inquinamento, malattia. Questo è il progresso nell’Italia del III millennio.

La Basilicata, nonostante 15 anni di corsa all’oro nero, trivellata in lungo e in largo anche nei parchi nazionali, è la regione italiana più povera dove, per immane beffa o legge del contrappasso, la benzina costa più che in tutte le altre regioni.

Vendola nuovo campione dell’ecologia ha dichiarato che a Taranto non c’è alcuna emergenza ambientale, è favorevole agli inceneritori, colloca i pannelli solari sui campi agricoli facendo marcire la terra fertile, piazza il più grande parco di torri eoliche nel golfo di Otranto, proprio sulla rotta di alcune rare specie di uccelli migratori.

La politica italiana permette all’industria degli idrocarburi di chiamare ‘centro oli’ (dando l’idea di un bel frantoio in stile mulino bianco) quello che in realtà altro non è che una inquinante raffineria capace di sputare veleno nell’ambiente 24 ore su 24 attraverso desolforatori a fiammella costante.

La politica italiana considera l’organismo degli italiani simile a quello di Superman: se l’Organizzazione mondiale della Sanità (comunque non impermeabile alle pressioni delle lobbies) stabilisce che il corpo umano può tollerare H2S (idrogeno solforato, ndr) fino ad una soglia massima di 0,005 parti per milione (ppm) in italia la legge stabilisce un limite di 5 ppm per l’industria non petrolifera e addirittura 30 ppm per quella petrolifera:
6000 volte superiori a quello raccomandato dall’Oms.
Non si può avere fiducia in una politica che soccorre chi prospera sul malaffare e uccide i cittadini, cioé i soggetti che dovrebbe tutelare.

Paradigmatico in questo senso il caso ‘atrazina’ negli anni ’80: erbicida ad elevata persistenza ambientale, quindi difficile da smaltire.
Negli anni 80 si scoprono livelli altissimi di atrazina negli acquedotti e nelle falde di molti comuni italiani, soprattutto nell’area padana. Cosa fa la politica invece di intervenire e sanzionare i responsabili? Aumenta per legge, i limiti di tollerabilità alla sostanza da parte degli organismi degli italiani!!! Poi, nel 1992 l'abbiamo finalmente messo al bando, ma intanto per anni molti italiani hanno continuato a bere atrazina ‘tumorale’…

Capire che non è possibile individuare come uniche linee di sviluppo (che poi sviluppo non è e si riduce all’arricchimento dei soliti noti a scapito della salute dei cittadini, delle loro tasche e dell’ambiente) cementificazione (‘La colata’, altro esemplare libro inchiesta) e idrocarburi. Siamo il paese europeo, a fronte di un’estensione territoriale non certo ampia, che consuma più suolo: tradotto, sempre più colate di cemento, e sempre meno aree verdi, campagne, litorali.

Penso alla mia regione d’origine, il Friuli Venezia Giulia, o al vicino Veneto: ogni volta che torno a nord est resto sempre più allibito perché riconosco sempre meno il territorio. Capannoni industriali, cementifici, greti di fiumi e torrenti depredati dalla ghiaia, centri commerciali, rotonde. Rivoglio la mia regione!

Perché ‘se niente importa’, tanto per citare il titolo di un altro bellissimo libro ad alto tasso di contenuto ambientale di Jonathan Safran Foer, ma importa solo il business, ecco che ci ritroviamo nella condizione terribile, descritta in modo mirabile da Fittipaldi.
Siamo quindi destinati a soccombere? Una volta c’erano le 5 Regioni a statuto speciale (ci sono ancora, per carità) ma è come se l’Italia fosse tutta intera una nazione a statuto speciale per quello che avviene qui. Non che all’estero non esistano situazioni altrettanto gravi, ma l’impressione è che la società civile abbia maggiori anticorpi, abbia una capacità di reazione al momento sconosciuta alle nostre latitudini.

La Costituzione ci ha protetti ed è una legge fondamentale meravigliosa visto che qualcuno ne ha talmente paura da volerla incenerire.
La Costituzione però ci fa da scudo se noi la tuteliamo: non può fare tutto da sola.
La democrazia è partecipazione diretta, è impegno in prima persona.

Vorrei chiudere con le parole di Rita Atria, coraggiosa ragazza siciliana di Partanna nel Belice, capace di diventare collaboratrice di giustizia dopo aver visto ucciso il padre, piccolo boss di paese.
Per questo ripudiata dalla madre, dalla famiglia, dal fidanzato. Ma protetta da Paolo Borsellino che la convinse a trasferirsi a Roma e ad entrare nel programma di protezione dello Stato.
Dopo l’uccisione del magistrato, Rita Atria si suicidò lanciandosi nel vuoto.
Ma il suo esempio e questa frase in particolare, estratta dal suo tema di maturità sulla morte di Giovanni Falcone, dovrebbero convincerci che siamo sconfitti solo se rinunciamo a lottare:

Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare.
Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Agenzia mineraria Vicari, i petrolieri ringraziano
post pubblicato in Economia (dal volto umano), il 22 luglio 2010




di Hermes Pittelli ©


 

 Un’Agenzia unica, istituita presso il Ministero dello Sviluppo economico per garantire maggiore sicurezza e competitività al comparto delle risorse minerarie ed energetiche italiane.
Un nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties, intrecciato a filo doppio con il federalismo fiscale prossimo alla luce.
Sono gli ambiziosi obiettivi fissati dal disegno di legge (ddl) n. 2267 firmato dalla senatrice palermitana Simona Vicari (PdL; cofirmatari i senatori e colleghi di partito Cursi, Gasparri e Quagliariello).

La marea nera del Golfo del Messico (cui si sono aggiunte quelle in Egitto e Cina) più che uno stimolo alla tutela ambientale e alla sicurezza sembra un cavallo di Troia per confezionare un dono estivo all’industria petrolifera.
Perché i contenuti e i principi ispiratori del ddl Vicari somigliano quasi fossero una copia carbone ai concetti espressi da Claudio Descalzi presidente di Assomineraria (nonché vice presidente di Confindustria Energia e direttore generale di Eni Spa) davanti all’assemblea di categoria, il 30 marzo 2010.
Per pura coincidenza quel giorno la senatrice Vicari era relatrice e ospite d’onore.
In quel contesto, il Dott. Descalzi lanciò quasi un aut aut alla politica italiana:
Serve un’agenzia governativa per iter più veloci, in modo da sbloccare progetti che garantirebbero 34.000 posti di lavoro e un risparmio in bolletta di 100 miliardi grazie ai giacimenti italiani non ancora sfruttati. Sono già pronti 57 progetti cantierabili per 5 miliardi di investimento”.
No all’aumento delle royalties, per impedire la fuga delle imprese petrolifere verso altre nazioni”, fece immediatamente eco la Senatrice Vicari.
Come se l’Italia fosse un deserto arabo e non uno scrigno di bellezze naturali, paesaggistiche e biodiversità.

Ecco dunque l’Agenzia mineraria configurata nel ddl (la discussione in aula dovrebbe cominciare a metà settembre).
Non l’ennesima authority – specifica il presidente della Commissione Industria e Attività produttive del Senato, Cursima un organismo in grado di accelerare il via libera alle estrazioni, visto che oggi bisogna attendere anche 4 o 5 anni, quando non 6 o 7”.
Il direttore generale sarà nominato direttamente dal premier su proposta del ministero per le Attività produttive e sarà individuato “tra persone di indiscussa moralità e indipendenza”.
Mistero sulla competenza e sull’autonomia decisionale, visto che il prescelto sarà comunque ‘un’emanazione’ del capo dell’esecutivo.

Come poi sia possibile conciliare la rapidità dell’iter con le adeguate valutazioni d’impatto ambientale e la sicurezza non è dato sapere. Standard di sicurezza dell’industria petrolifera tricolore comunque all’avanguardia mondiale – secondo la Senatrice – e in linea con le nuove direttive europee in materia.
Per Simona Vicari la probabilità di incidenti rilevanti sono praticamente nulle. Forse perché i media nazionali danno poco risalto ai frequenti incidenti che avvengono nel settore petrolifero sul patrio suolo.
Né lascia tranquilli la considerazione che il disastro targato British Petroleum “sia avvenuto a 1.500 metri di profondità, mentre nei mari italiani le perforazioni si effettuano tra i 20 e un massimo di 150 metri”.
In caso di fuoriuscita inarrestabile potremmo dire addio al nostro ecosistema marino, considerando che il Mediterraneo è un mare chiuso e poco profondo. La Senatrice dimentica di dire che già oggi il Mare Nostrum è il più inquinato del Pianeta e che le acque territoriali italiane sono solcate da 300 petroliere al giorno che scaricano senza controllo ogni tipo di sostanza di scarto e perfino il ‘risciacquo’ delle cisterne.

L’Italia descritta dalla Sen. Vicari è affamata di energia: è il quarto paese europeo dopo Germania, Francia e Regno Unito per consumi, con un utilizzo preponderante di fonti fossili (77%).
Nessun cenno al dato fornito da Confartigianato: nel 2009 le famiglie italiane sono riuscite a soddisfare il 100% del proprio fabbisogno elettrico grazie alle energie rinnovabili.
L’attuale svantaggio competitivo dell'Italia e la forte dipendenza energetica da altri paesi, secondo Vicari è da attribuire anche al referendum del 1987 con cui gli italiani rinunciarono al nucleare, senza però citare l’incidente di Chernobyl, né il fatto che al momento non sappiamo come e dove smaltire le scorie, né che Carlo Rubbia abbia bocciato come poco sicure anche le centrali di quarta generazione.
La senatrice lamenta che le risorse minerarie italiane siano poco sfruttate, nonostante un sistema infrastrutturale di altissimo livello. Non dice che bucherellare il suolo e i fondali marini, oltre a deturpare il paesaggio con le installazioni industriali, mette a rischio un paese dal delicatissimo equilibrio idrogeologico.
Racconta del miracolo economico del periodo 1950/1970 grazie allo sfruttamento del metano della Valle Padana e a quello nei fondali del Ravennate (magari anche il Piano Marshall ha dato una mano), ma tralascia di rammentare l’alluvione del Polesine o il fenomeno della subsidenza che ha fatto sprofondare il livello del suolo di 4/5 metri, a causa dell’attività estrattiva.

Il nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties.
Estrazioni in terraferma: 45% ai Comuni interessati, 45% alle Regioni, 10% ai residenti sotto forma di agevolazioni per l’acquisto di carburanti.
Estrazioni in mare: lo Stato, generoso, si fa da parte; 50% alle Regioni e 50% ai Comuni rivieraschi entro un raggio di 12 miglia dal punto di produzione. Per quanto riguarda la produzione in piattaforma continentale, il 100% delle royalties è destinato allo Stato.
L’entità delle royalties è stata lievemente ritoccata: per la produzione sulla terraferma di olio e gas si arriverà a un'aliquota unica del 10 per cento. Per la produzione in mare di olio si pagherà il 4 per cento fino a 250 mila tonnellate l'anno, il 7 per cento da 250 mila a 500 mila tonnellate l'anno e il 10 per cento oltre 500 mila tonnellate l'anno; per quella di gas l'aliquota sarà pari al 7 per cento fino a un miliardo di metri cubi l'anno e del 10 per cento oltre tale soglia.
Nulla di paragonabile al Regno Unito (51%, fonte The Economist) o alla Norvegia (76% fonte The Economist), anche se la senatrice Vicari insiste nel sostenere che in questi paesi non si pagano royalties (fonte Descalzi).
Briciole da gettare alle amministrazioni (con le casse sempre più vuote anche per la realizzazione del federalismo fiscale e quindi ‘costrette’ a ospitare i petrolieri) e alle popolazioni locali, inebriate dal miraggio di trasformarsi in sceicchi.
Bisognerebbe chiedere agli abitanti della Basilicata che anni fa hanno abboccato: annientata la Val d’Agri, avvelenate le falde acquifere, coltivazioni distrutte (uva, pesche e fagioli al petrolio), turismo e mercato immobiliare quasi azzerati, aumento vertiginoso delle patologie tumorali; e, come beffa, benzina più cara rispetto alle altre regioni italiane e un aumento di posti di lavoro insignificante.

A fronte di discutibili, ipotetici vantaggi, quanto costerebbero alle Regioni i danni ambientali permanenti (con addio al turismo, all’agricoltura, alla pesca, ecc.), quelli sanitari e quelli sociali? Nessuna risposta.

La proiezione dell’attuale governo al 2030 relativa al mix energetico italiano recita:
50% da fonti fossili, 25% da rinnovabili, 25% da nucleare.
Non si capisce perché decidere di considerare strategico lo sfruttamento di petrolio nostrano, scarso, difficile da estrarre, quasi tutto di pessima qualità, ricco di impurità sulfuree che poi i desolforatori a fiamma costante sputeranno nell’ambiente; distruggendo la natura e causando nei cittadini gravi disfunzioni sessuali e tumori.
Silenzio sui tagli del governo agli incentivi per il solare fotovoltaico.
Silenzio sugli investimenti straordinari che perfino un inquinatore da record come la Cina sta stanziando per le ‘energie verdi’ e sul fatto che a Shangai sia appena stata inaugurata la centrale solare più grande del mondo, in grado di soddisfare le necessità di 12.000 famiglie. Silenzio sul fatto che la green economy sia al momento uno dei pochi comparti che crea davvero decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in tutto il Pianeta.
Silenzio sul fatto che in California le industrie del petrolio sono costrette per legge (Prop65) ad ammettere che le attività legate allo sfruttamento degli idrocarburi rilasciano nell’ambiente sostanze cancerogene e in grado di causare gravissime disfunzioni sessuali.
Silenzio sulla martoriata Basilicata, silenzio sul triangolo siculo della morte Gela-Melilli-Priolo a causa del polo petrolchimico. Del resto, è stata proprio la senatrice a inaugurare con orgoglio a fine giugno la piattaforma petrolifera più grande d’Italia che brucia e vomita nell’ambiente sostanze di scarto 24 ore su 24, a sole 12 miglia dalla costa di Pozzallo (nel Ragusano).
Nessun cenno al principio di autodeterminazione dei popoli. In Abruzzo, un esempio a caso, il 75% dei cittadini ha espresso la chiara volontà di non ricorrere a strategie energetiche ed economiche basate sugli idrocarburi, ma sulle fonti rinnovabili, sulla bellezza e integrità dell’ambiente e sul turismo, appellandosi anche alla Convenzione di Aarhus (sottoscritta e recepita dall’Italia): in questo caso il governo centrale come si regola? Impone il petrolio con l’esercito (come accaduto per gli inceneritori e come dovrebbe accadere per le centrali nucleari)?

Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha scritto su La Repubblica a proposito della cementificazione selvaggia (altra faccia di queste presunte strategie economiche) che “il paesaggio incarna valori costituzionali primari e assoluti che sovrastano qualsiasi interesse economico, perciò esige un elevato livello di tutela, inderogabile da altre discipline di settore" (citando la sentenza n. 367 del 2007 della Corte Costituzionale).
Per Settis le risorse più preziose del Paese sono “il paesaggio e l’ambiente”.
Altro che gli ipocriti spot Magic Italy del governo.

Le industrie petrolifere straniere nei report ufficiali on line ai propri investitori già parlavano dell’Italia come di un ottimo posto dove fare business, grazie a bassi costi d’entrata, rischi politici e di protesta popolare quasi nulli e una rete infrastrutturale molto sviluppata. Se il ddl Vicari diventasse legge, scriverebbero di aver trovato l’ultimo Bengodi petrolifero in Terra.

Il Senatore Quagliariello ha concluso che “la geopolitica del 21° secolo rende finalmente adeguato e non ideologico l’approccio italiano alle tematiche energetiche”.
Cosa ci sia di ‘ideologico’ (orrendo stereotipo molto in voga nel politichese attuale) nella difesa della salute dei Cittadini e nella tutela dell’Ambiente resta tra i misteri dolorosi del nostro Paese.


(consulenza scientifica: Professoressa Maria Rita D’Orsogna, California State University at Northridge, Los Angeles)

Nemmeno Goldrake può salvare il Pianeta dalla 'stupidità petrolifera'
post pubblicato in Ambiente, il 15 giugno 2010

Go Nagai, papà di Atlas Ufo Robot e di altri celebri manga, nel 1975 scrive una storia che ‘annuncia’ la vicenda della marea petrolifera sgorgata dai fondali del Golfo del Messico.
Solo un fumetto o un profetico monito all’umanità?
Cousteau Jr., oceanografo figlio del leggendario Jacques, sembra confermare le ‘folli visioni’ dell’artista nipponico: “Queste bombe tossiche navigheranno fino alla fine del mondo in tutti gli oceani, non solo in quelli americani”






di Hermes Pittelli ©



 Un mostro petrolifero inarrestabile minaccia l’esistenza del pianeta e della razza umana.
Dopo un letargo millenario negli abissi marini, avanza inesorabile e fagocita con crudeltà tutto quello che incontra, seminando morte e distruzione.

Con la sensibilità un po’ folle, sicuramente misteriosa che caratterizza gli artisti, Go Nagai, papà di Goldrake, nella prima metà degli anni ’70 (del 1900) scrive e disegna un’avventura profetica che coinvolge il suo più celebre robottone, alleato per l’occasione con una formidabile compagine di altre fantasmagoriche macchine antropomorfe: il Grande Mazinger, Getter Robot, Venus A e Dianan A.
La famiglia dei super robot si trova a fronteggiare la terribile emergenza del dragosauro, una sorta di enorme dinosauro marino multicefalo, in grado anche di volare, che per cause ignote si risveglia improvvisamente.
Nel corso dei secoli è mutato geneticamente a causa degli idrocarburi che ha assimilato attraverso il bio accumulo. Ora attraverso i processi metabolici produce enzimi ‘petroliferi’ e soprattutto più divora idrocarburi più cresce e più avverte il bisogno di ingoiarne ancora, diventando sempre più grosso e letale.

Una storia fantascientifica a fumetti, da cui la casa di produzione Toei Animation di Tokyo realizzò anche un mediometraggio che quasi tutti i rappresentanti della generazione italica del ‘70 hanno visto al cinema o nelle recenti versioni in video cassetta e dvd.

Una vicenda che somiglia e per certi versi anticipa quella della marea nera causata dalla British Petroleum, un disastro ecologico superiore a quello della Exxon Valdez (la super petroliera affondata in Alaska nel 1989, disperdendo in mare 40,9 milioni di litri di petrolio), frutto della superficialità, dell’arroganza, dell’imperizia, della tracotanza e della cupidigia dei petrolieri; ma anche dei politici (perfino Obama) che per basse ragioni di tornaconto economico concedono alla lobby petrolifera con facilità disarmante permessi di trivellazione e raffinazione.
Salvo poi chiedersi quali natiche devono essere prese a calci: potrebbero cominciare dalle proprie.
Intanto, ogni giorno the black hole in the Gulf riversa in mare circa 600.000 mila litri di petra oleum; ad oggi, mentre niente e nessuno riesce ad arginare la voragine senza fondo, le stime scientifiche americane, certificano che più di 300 milioni di litri di peste liquida sono finiti nell’ecosistema marino.

Il figlio di Jacques Cousteau, Philippe, oceanografo come il leggendario padre, fondatore dell’EarthEchoInternational e di Azure WorldWide si è più volte recato nel Golfo del Messico e in Lousiana per studiare e fotografare il disastro;
un cataclisma ecologico con le sembianze del dragosauro.
Nella mia ultima immersione sono stato assalito da banchi di greggio a una profondità di 20 metri”.
Cousteau Jr. sottolinea anche le continue falsità dei petrolieri, non solo responsabili di questo delitto ambientale, ma privi di vergogna e moralità fino al punto da millantare una situazione quasi sotto controllo: “Non è affatto vero che abbiamo cominciato a risalire la china; anzi, il petrolio non è più solo in superficie perché l’additivo chimico usato per scioglierlo ha seminato una vera e propria zuppa rossa tossica nei fondali, ancora più velenosa rispetto a quella di partenza”.
Per immergersi è stato costretto a indossare una tuta protettiva speciale, “altrimenti sarei morto avvelenato”.
La sorte crudele toccata a migliaia di incolpevoli animali che Cousteau Jr ha invano tentato di sottrarre al mortale abbraccio del dragosauro petrolifero: “Aironi, sternidi, pellicani, tartarughe, tutti avvolti in un maleodorante e vischioso manto marrone cui nessun essere vivente, uomo o animale, riuscirebbe a sopravvivere”.

Il dragosauro targato BP fa paura.
Ancora Cousteau Jr racconta che durante l’ultima immersione si è davvero spaventato. “Sono stato investito da violente raffiche di petrolio granulare simile ad una pioggia di meteoriti. Una volta riemerso ho dovuto sottopormi ad una purificatrice e accuratissima doccia. Perché basta anche un minimo residuo di quel liquame per contrarre orribili bruciature alla pelle”.
La Convenzione Internazionale di Ramsar che in teoria rendeva intoccabile dalle losche attività industriali dell’uomo le Wetlands della Lousiana, habitat favoloso di uccelli e paradiso incontaminato dove numerose specie marine si riproducevano in santa pace, oggi vede le affascinanti mangrovie ridotte a scarti petroliferi e l’intera area una desolante discarica di putrido fango contaminato dal veleno nero.

Nel fumetto nipponico del 1975, mentre l’Armata dei Robot appare impotente contro il letale dragosauro, uno degli scienziati che coordina il disperato tentativo di salvataggio dell’umanità dice sconsolato e rabbioso: “Da anni noi esseri umani inquiniamo il mare con migliaia di ettolitri di idrocarburi generati dall’inquinamento e dagli scarichi industriali. Ora ci troviamo a subirne le conseguenze”.

Forse i politici italiani (ma non solo) così amici dei petrolieri e i presunti grandi capitani d’industria dovrebbero leggere e imparare a memoria questo storico manga del maestro Nagai.
A 35 anni dalla sua pubblicazione, davvero non vogliamo capire, né imparare;
tanto che Cousteau Jr conclude con una previsione che ammanta di tenebra il futuro del pianeta.
E’ un dramma senza via d’uscita. Quelle bombe tossiche navigheranno, trasportate dalle correnti, fino alla notte del mondo. E in tutti gli oceani, non solo quelli americani”.

Forse solo Goldrake e i suoi amici potrebbero otturare la falla che vomita petrolio nel Golfo del Messico e salvarci dal tragico dragosauro del III millennio; che abbiamo creato e risvegliato con le nostre mani.
Ma contro l’avidità, l’ingordigia, la stupidità della razza umana, nemmeno l’Armata dei Robot troverebbe rimedi taumaturgici.

Infatti, Goldrake ha deciso di tornare sul suo pianeta natale (Fleed) molto tempo fa.


Fonti: Professoressa Maria Rita D’Orsogna, Corriere della Sera, Go Nagai
Anche i politici italiani leggono, ma non imparano (e polemizzano)
post pubblicato in Ambiente, il 1 giugno 2010
La Professoressa D’Orsogna scrive un articolo sulla senatrice palermitana Simona Vicari, sostenitrice di un’economia basata su petrolio e inceneritori.
Da Palazzo Madama qualcuno si connette al blog della Scienziata californiana e dopo qualche ora misteriosamente compare un commento firmato ‘Stefania’ che si scaglia contro “l’ambientalismo di tendenza sinistroide”.
Vaglielo a spiegare che salute e ambiente libero da inquinamento sono valori universali...


di Hermes Pittelli
ã


 Anche i politici italiani (e i petrolieri) leggono. 
Ebbene sì, frequentano i blog degli attivisti e degli Scienziati che si battono per la tutela dell’ambiente e della salute.
Nonostante questo, non si ravvedono sulla via di Damasco.
Dal punto di vista di chi fa business con gli idrocarburi (ancora per poco, belli!) è quasi una condanna esistenziale, resta invece lo sconcerto per la totale mancanza di comprensione da parte di chi dovrebbe rappresentare e tutelare il bene comune.
La Professoressa D’Orsogna lo scorso 22 maggio in un post sul proprio blog ci ha raccontato la vicenda di una senatrice italiana che, ospite del convegno di Assomineraria, forse per eccesso di cortesia, si è lanciata in una elegiaca arringa pro petrolieri; ventilando riforme parlamentari in favore della ‘vessata categoria’.
La scienziata abruzzocaliforniana ha evidenziato come sempre le clamorose incongruenze di alcune tesi sostenute nel discorso.
La senatrice in questione si chiama Simona Vicari, laureata in architettura, palermitana, senatrice della Repubblica, fa parte della Commissione Industria di Palazzo Madama.
Ebbene l’architetto siculo sostiene che i poveri petrolieri italiani rischiano l’indigenza a causa di ‘lacci e lacciuoli burocratici’; di royalties troppo alte in rapporto ai rischi minerari, mentre in Norvegia, Inghilterra, Danimarca non sarebbero applicate tasse sulle attività estrattive; la senatrice propone quindi di ovviare a questi impedimenti che soffocano l’imprenditorialità di industriali seri, pronti ad agire nel rispetto della tutela ambientale e con le più elevate misure di sicurezza, attraverso una rivoluzione in tre fasi:
1) una semplificazione delle procedure autorizzative oggi in vigore;
2) una rivisitazione dei prelievi fiscali e dei meccanismi di ridistribuzione sui territori coinvolti;
3) affidamento delle competenze di controllo e autorizzazione ad un’apposita agenzia.

Argomenti che sembrano una copia conforme della relazione con cui Claudio Descalzi ha infiammato la platea della potente lobby mineraria; solo che Descalzi, laureato in fisica ed esperto di igegneria, è il presidente di Assomineraria, nonché vice presidente di Confindustria Energia e, ciliegina sulla torta, direttore generale di Eni Spa.
Mentre la senatrice Vicari dovrebbe ergersi a paladina del popolo italiano.

Per questo la Prof. D’Orsogna si è permessa di rammentare che il petrolio con ambiente, agricoltura, pesca, turismo, salute non ci azzecca proprio: del resto in California sono gli stessi petrolieri che per legge (la celebre Prop65) avvisano la popolazione che estrazione e raffinazione di idrocarburi rischiano di causare tumori vari. Per tacere poi dei disastri tipo golfo del Messico o nei confini italici, la ‘meschina’ (come direbbero a Palermo) Val D’Agri.
Ma la senatrice sembra ignorare non solo questi fatti, ma anche l’esistenza di royalties molto salate in Norvegia, Danimarca e Inghilterra, informazione garantita dall’Economist, mica dal bollettino del mercatino rionale.
Come sembra ignorare che la ricostruzione post bellica fu possibile soprattutto grazie al Piano Marshall e non certo all’Eni, le cui operazioni off shore sono state causa dell’alluvione in Polesine e della subsidenza di cui soffrono ancora oggi Ravenna e la costa ravennate.

Ma il 'giallo' si concretizza quando sul blog della Scienziata compare un commento firmato da una misteriosa Stefania che si scaglia con veemenza contro la Prof. D’Orsogna.
Il mistero è fitto perché questa signora si è loggata da Palazzo Madama, sede del Senato italiano.
A meno che non si tratti della corregionale e compagna di compagine politica (PdL) Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente (altra simpatizzante di petrolio, inceneritori e 'carbone pulito'), intervenuta motu proprio per difendere le posizioni della collega.

Comincio dalla fine del commento vergato elettronicamente da Stefania: “Non serve fare stupido allarmismo se incompetenti. Bisogna costruire progetti razionali lasciando fuori beghe politiche e personali”.
Non si sa se ridere o piangere; preferibilmente la seconda opzione.
Maria Rita D’Orsogna potrà anche non risultare simpatica a qualcuno, ma sulla competenza scientifica e professionale non si può discutere (infatti, perfino i tecnici Eni hanno dovuto ritirarsi con la coda tra le ‘zampe’); la fantomatica Stefania invece non fornisce curriculum, né spiega quali sarebbero i ‘progetti razionali’.
Sulle beghe politiche e personali invece c’è proprio da sganasciarsi, perché la Scienziata vive e lavora in California, stipendiata dalla CSUN, non ha tessere di partito né amici imprenditori, e il suo credo ‘politico’ si basa solo su tre pilastri: democrazia, meritocrazia, onestà (in alphabetical order).

Altre considerazioni in libertà: solo la 'furbizia' di connettersi dal senato italiota per poi vomitare schiocchezze sotto falsa identità dovrebbe fornirci l'indice di 'qualità' della classe politicante.
Per esempio, al governo c'è chi con un unico 'colpo di genio' risolve i problemi della scuola e del turismo. Oplà, cittadini sempre meno scolarizzati (che poi se hanno cultura e sviluppano autonomo ragionamento diventano pericolosi) e vacanze perenni: l'Italia del III millennio!
Tra l'altro, visto che questa maggioranza e questo esecutivo ad ogni occasione non fanno che sproloquiare di turismo quale risorsa strategica per la nostra economia,  chiedo se faccia parte del pacchetto la visita guidata a piattaforme, raffinerie, inceneritori e centrali nucleari.

Eh, signora mia: Stefania o Simona, fa lo stesso. Gli stranieri non hanno l'anello al naso come gli indigeni ormai con la scatola cranica vuota grazie al vuoto della scatola televisiva; agli stranieri non basta che appaia qualche tizio in video, il quale senza nessuno che gli faccia domande dica: "tutto va bene, il sole splende, l'aria e il mare sono puliti", anche se la realtà è esattamente contraria. Gli stranieri vedono, non tornano e soprattutto poi diffondono informazioni.
In questo periodo, come Ella certo saprà, una delegazione norvegese è in missione esplorativa sulla costa vastese: sono rimasti incantati dalla bellezza dell’ecosistema locale e dallo straordinario livello enogastronomico.
I norvegesi non cercano il petrolio né le piattaforme qui da noi (ne hanno in abbondanza a casa loro), ma il mare incontaminato e il pesce buono (senza mercurio, né idrocarburi).
La signora Stefania scrive di non essere riuscita a concludere la lettura del post, forse perché disabituata ai fatti e alle verità scomode (un virus che in Italia sta mietendo più vittime della pandemia da febbre suina nel mondo): quelle che di solito ci costringono a fare i conti con la nostra coscienza e ad agire per il bene comune; se abbiamo un briciolo di onestà, almeno intellettuale (non chiedo troppo).
Sul “delirio da ambientalismo sinistroide”, ha risposto la Professoressa: “ambientalismo di tendenza californiana, più che sinistroide”.
Tirare fuori la storiella degli idrocarburi indispensabili (secondo Stefania, la razza umana rischia di tornare all’età della pietra focaia), mentre gli idrocarburi sono al canto del cigno è patetico; come voler insegnare l'educazione a un bambino scoraggiando presunti atteggiamenti sbagliati con la minaccia dell'arrivo del lupo cattivo.
La signora Stefania, visto che frequenta il senato, certo avrà accesso a media e documenti molto più ampi e dettagliati di quelli a disposizione di un normale cittadino: quindi si sarà accorta che la Cina da lei citata sta investendo somme enormi nel fotovoltaico e nell'eolico.
Tra l'altro, proprio il colosso orientale si fa progettare intere città ecosostenibili da un gruppo di architetti italiani.
Ma Stefania saprà anche questo.

Agli italiani che usano il suv (ma poi dichiarano di essere indigenti) per raggiungere l'edicola a 10 metri da casa non farebbe poi male un ritorno alla pietra focaia; anzi; personalmente li obbligherei per legge a spostarsi solo in bicletta, a piedi, a dorso di mulo quando mi sento generoso.
Alla gentile Stefania, suggerirei che il problema non è il modo di ragionare della Professoressa D'Orsogna (magari potessimo trovare anche solo un politico italiano così intelligente, preparato, onesto, completamente libero da vincoli familistici e clientelari), il problema è continuare ad avere una visione limitata e acefala della realtà, da tradursi nell’elementare binomio destra/sinistra (tra l'altro, già defunto da almeno 20 anni, come da referto obitoriale firmato da Norberto Bobbio).
Un binomio triste che però appassiona ancora qualche italiano nostalgico del campanilismo tra Comuni o tra guelfi e ghibellini; senza accorgersi che la politica italiana è solo la terra incantata dei ladri di Pisa (si litiga di giorno a favore di telecamera, per spartirsi il bottino di notte alla faccia dei cittadini e degli interessi pubblici).

Cara Stefania, la Professoressa D’Orsogna si diverte a propagare stupido allarmismo? Abbiamo tecnologie in continuo miglioramento?
Dunque, al senato non è giunta la notizia del disastro ambientale causato nel Golfo del Messico dai petrolieri della British Petroleum (incapaci e corrotti, Obama dixit)...
Forse lì non siete connessi a Gogol News!

Dove sono i progetti razionali di cui parla?
Magari certificati da Veronesi (lo smemorato d’Ippocrate che in tv va berciando di inceneritori quali impianti a zero emissioni) o come Angela Senior che sbertuccia l'eolico, ma dall'alto della 'sua scienza' non propone alternative (il nucleare?).

Stefania, lei sa che il piccolo bacino del Mediterraneo rappresenta solo l'1% dei mari del pianeta; stranamente però è il più inquinato. Forse perché qui si concentra il 20% del traffico mondiale delle petroliere che (senza includere i continui incidenti) riversano in acqua allegre e impunite ogni tipo di scarto e persino il 'risciacquo' delle cisterne.

Stefania/Simona, doppelganger a Palazzo Madama.
Roba buona per una puntata di Mistero;
non certo per un binomio Scienza/Politica davvero al lavoro per il bene dei cittadini.

Lettera aperta al Governatore d'Abruzzo
post pubblicato in Ambiente, il 15 maggio 2010
 
(Gianni Chiodi, presidente della Regione Abruzzo)


di Hermes Pittelli ©



 Gentile Presidente Gianni Chiodi,

mi chiamo Hermes Pittelli, giornalista professionista free lance, vivo e lavoro a Roma.
Sono friulano di nascita, ma da 6 anni a questa parte l’Abruzzo è entrato prepotentemente nella mia vita e nel mio cuore, come fosse la mia terra natale, una regione dell’anima, un luogo incantato con scambio ininterrotto e inossidabile ‘di amorosi sensi e affinità elettive’.

Mi rivolgo direttamente a Lei perché nel corso della campagna elettorale aveva promesso misure concrete contro la deriva petrolifera della Regione. Un impegno che ha ribadito nella ‘famigerata’ serata di Cupello, alla quale ho assistito di persona e durante la quale, Lei, con toni vibranti al cospetto della cartina che illustra il 50% del territorio (compreso i tratti di mare) interessato da richieste di permessi per la trivellazione, ha escluso che si potessero realizzare.
Le problematiche di tutela del territorio sono prioritarie. L’impegno del governo regionale è quello di contrastare ogni forma di trivellazione in Abruzzo”. Sono parole Sue, recentissime, rilasciate al quotidiano on line Prima Da Noi.

E’ il momento di agire, il momento dei fatti, caro Governatore. Il tempo è scaduto.

Allibisco nell’apprendere che l’assalto di compagnie petrolifere più o meno importanti e potenti (dall’Eni in giù) non conosce soste. Ora è il turno della Forest Oil di Denver che senza ritegno e senza pudore, né un livello minimo di raziocinio propone addirittura di trivellare il lago di Bomba.
Non esistono più nemmeno aggettivi per definire l’insensatezza di questi ‘progetti’.
Un’impresa cui ha rinunciato nel 1992 perfino l’Agip (cioè sempre Eni), che magari trivella e piazza rigassificatori nella Laguna Veneta (per tacer della subsidenza), ma qui abdica per non incorrere nel rischio, elevatissimo, di un nuovo Vajont.

Forse all’estero non hanno capito che non è più possibile considerare tutti gli italiani dei tapini, degli ingenui da turlupinare per realizzare profitti, fuggire con il bottino e lasciare macerie di ogni tipo: ambientale, sociale, sanitario, economico.
E’ tramontata l’era dell’italiano pizza, mafia e mandolino o in alternativa Mamma, nazionale di calcio, Ferrari e moda. Spero che non sia la classe politica e dirigente abruzzese a volerla tenere ancora in vita. Le popolazioni d’Abruzzo non sono sprovvedute; hanno ormai capito che tutte le fasi legate alla ricerca, estrazione, raffinazione e trasporto degli idrocarburi comportano rilascio di sostanze tossiche nell’ambiente; uso di componenti chimici responsabili di varie e gravi patologie tra cui quelle tumorali (idrogeno solforato, nemico pubblico numero uno); sanno che le infrastrutture petrolifere non sono sicure: è quasi superfluo citare quanto accaduto nel Golfo del Messico al gioiello tecnologico Deepwater Horizon della British Petroleum, con il risultato strepitoso dell’annientamento dell’ecosistema marino di 5 stati americani.

In Italia non può accadere? Ma è già successo: a Trecate nel 1994 e solo un crollo casuale ha bloccato la fuoriuscita inarrestabile di petrolio. Mica sono state le infrastrutture dei petrolieri e le pseudo misure di sicurezza che avrebbero dovuto garantire e scongiurare anche ‘l’inopinato’, anche ‘l’impossibile’.
E per inciso il Mediterraneo, mare chiuso e poco profondo, è gia oggi il più inquinato del pianeta.

Presidente Chiodi lei ha una spada di Damocle sul capo che deriva dalla delicatezza delle Sue responsabilità istituzionali e politiche. Però ha anche una grande opportunità.
Spetta solo a Lei decidere se passare alla Storia come il Governatore che ha condannato l’Abruzzo ad una catastrofe ambientale, umana, sociale senza precedenti (Basilicata docet) o come l’Uomo che ha proiettato questa terra meravigliosa nel futuro. Adesso. Perché non è vero che i sogni o perfino le utopie siano fatti di sostanza volatile che evapora alla velocità del pensiero: basta la tetragona volontà di trasformarli in progetti concreti.
Presidente Chiodi, ci rifletta davvero. Abbandoni il manuale Cencelli, gli intrighi e i compromessi della politicuccia all’italiana; metta da parte le meschine rendite immediate e si abbandoni a prospettive di ampio respiro; cestini il codice machiavellico. Indossi un paio di ali vere, non quelle di cera di Icaro.
Viva il Suo incarico come un Politico di stampo ellenico, nell’accezione più nobile e scintillante del ruolo, non solo come fosse una banale ‘carriera professionale’.
Il Politico è dotato di pronoia, capacità di ‘vedere prima’, di intuire le trasformazioni del mondo ed elaborare progetti formidabili per il progresso e il bene comune della Polis.
Presidente Chiodi perché non trasformare l’Abruzzo in un avanzatissimo laboratorio italiano di energie rinnovabili? Lasci perdere idrocarburi, inceneritori e nucleare; sono strumenti di morte che non solo non hanno futuro, ma lo fagocitano, come il Nulla oscuro che nel romanzo La Storia Infinita cancella il regno di Fantàsia.
Grazie a Lei l’Abruzzo potrebbe diventare la locomotiva siderale che trascina l’Italia nel III millennio, da protagonista positiva, da paese guida esemplare che ha scelto come nell’epoca d’oro del Rinascimento di porre al centro dell’Universo l’Uomo, l’Umanesimo, il Culto per la Bellezza che non può non passare dalla cura dell’Ambiente, della Cultura, dell’Arte; tutte ricchezze che nell’Abruzzo come lo conosciamo fino ad oggi abbondano e sono benedizioni, ma che come tutte le risorse non sono infinite e hanno bisogno di attenzioni, dedizione, pianificazione puntigliosa, intelligente, sensibile, etica.

‘Tornando a Bomba’: il progetto della Forest Oil prevede l’estrazione di gas e di petrolio amaro e pesante nei pressi di una diga ed in un territorio altamente sismico, geologicamente instabile, soggetto a frane, smottamenti, subsidenza e rischio di cedimento della diga stessa.
Lo ammette la stessa ditta proponente nella sua Valutazione di Impatto Ambientale. Come non fosse sufficiente, la Forest Oil aggiunge la ciliegina di un desolforatore che incenerirà - per i prossimi 20 anni, ininterrottamente - idrogeno solforato ed altri scarti petroliferi, fra cui metalli pesanti altamente tossici e cancerogeni. Giusto per non far mancare nulla agli sventurati abitanti dell’area.
Le chiedo: quale sorte attende tutti gli incantevoli agriturismi della zona, come quelli a Villa Santa Maria, frequentati da migliaia di turisti, non solo, abruzzesi in ogni stagione dell’anno?
O l’incredibile rocca di Pietra Ferrazzana, paesino che in qualunque altra nazione europea sarebbe consacrato a monumento nazionale, dove, a dispetto, dei circa 200 abitanti, c’è una vitalità incredibile che sfocia in continue attività e manifestazioni culturali e di recupero della musica popolare autoctona?
Cosa dire di Torricella Peligna, dove ogni estate si svolge il festival letterario dedicato a John Fante, i cui figli dagli Stati Uniti si sono preoccupati di tutelare la loro antica e lontana regione d’origine? Come è possibile che dell’integrità del territorio e della salute dei cittadini, si preoccupino di più gli emigranti o addirittura gli stranieri, e non la politica locale che dovrebbe assurgere al ruolo di paladina senza macchia e senza paura dell’Abruzzo?
Sono questi i ‘veri gioielli’ del territorio: i flussi di turismo naturalistico o sportivo (tra cui numerose società di varie discipline che spesso decidono di venire in ritiro qui per la preparazione agonistica) che vede al centro dell’interesse il lago di Bomba.

Cosa racconteremo alle generazioni future? Che abbiamo bruciato le vere risorse dell’Abruzzo per raschiare il fondo del barile degli idrocarburi? Che abbiamo devastato la Natura e la Salute per consentire a qualche rapace petroliere, avido e senza scrupoli, di arricchirsi ancora un po’?

Presidente Chiodi, non mi permetterei mai di farle lezioni o peggio la morale: Lei sa meglio di me, che sono solo un abruzzese ‘acquisito’, che la petrolizzazione dell’Abruzzo è in totale contrasto con l’attuale assetto della regione, stravolgerebbe tutta l’economia, basata sulla storica e vincente vocazione al turismo di qualità, sull’agricoltura d’eccellenza (il Montepulciano e lo straordinario olio d’oliva praticamente senza acidità, possono bastare come esempi?) e su un’immagine di territorio sano e sostenibile.
Le attività della Forest Oil Corporation quale contributo positivo porteranno all’Abruzzo?
La migliore delle ipotesi, è che la ditta in questione contribuisca solo allo 0.6% del fabbisogno nazionale di energia (per un solo anno!): una quantità ridicola, risibile e insignificante se paragonata alla distruzione dell’economia attuale.
Tutte le attività e le ‘manovre’ relative e riconducibili agli idrocarburi sono da mettere al bando, senza appello, una volta per tutte.

Infine, anche se spesso pochi lo rammentano in quanto dato di fatto scomodo, il trattato di Aarhus, recepito dall’Italia, afferma che le popolazioni hanno il diritto di esprimere le proprie valutazioni in merito alle strategie economiche ed energetiche che vanno a incidere sul territorio in cui vivono e che possono avere forti impatti sulla salute umana; queste valutazioni, in base al trattato danese, “sono vincolanti”.

Presidente Chiodi, Le invio un cordiale saluto con l’auspicio, sincero, che il Suo lavoro sia ‘buono e giusto’.

 

Fonte scientifica: Professoressa Maria Rita D'Orsogna

Storia della Scienziata americana che sconfisse (forse) le trivelle
post pubblicato in Ambiente, il 27 aprile 2010


Intervista esclusiva alla Professoressa Maria Rita D’Orsogna
(I parte)



di Hermes Pittelli ©


 Quindici ottobre 2007: tutto comincia in questa data.
E’ il giorno in cui la vita della Professoressa Maria Rita D’Orsogna si sdoppia. Laureata in fisica, docente di matematica applicata presso la California State University at Northridge di Los Angeles, una lontana origine abruzzese (madre di Ortona, padre di Lanciano, emigrante di successo nel settore edile a New York), ha cominciato quasi tre anni fa la sua battaglia contro la petrolizzazione d’Abruzzo.

D. In Abruzzo si vivono strani giorni. Domenica 18 aprile 5.000 cittadini abruzzesi hanno sfidato la pioggia a San Vito Chietino per dire no al petrolio e sì alle energie rinnovabili. Sono arrivati a cavallo, in bicicletta, in treno sulla linea Sangritana. Ma la politica locale, salvo splendide eccezioni (i sindaci di Pineto e Silvi, ad esempio) latita. E il governatore Chiodi, dopo aver varato una legge incostituzionale e fuori tempo massimo sulla scadenza della moratoria anti trivellazioni, oggi dice che la situazione è trasparente e queste manifestazioni sono manovre dell’opposizione per creare scompiglio. Lei cosa pensa osservando tutto questo dalla California?

R. "Contenta per la manifestazione, alla quale purtroppo non ho potuto partecipare causa Giove Cinereo (la nube vulcanica islandese, n.d.r.) ma cauta per quanto riguarda la politica abruzzese. 
Ho pochissima stima dei membri della giunta regionale, compresi Daniela Stati (assessore all'Ambiente), Mauro Febbo (assessore alle Politiche agricole) e Gianni Chiodi (presidente della Regione) che si sono dimostrati davvero antidemocratici in molte occasioni.

Penso alla legge regionale che avrebbe dovuto proteggere l’Abruzzo dal petrolio. Una legge palesemente incostituzionale, arrivata in fretta e furia, un attimo prima che scadesse la moratoria anti trivelle, bocciata dalla Corte Costituzionale.
Una legge in cui si parla di “divieto di estrarre oli combustibili”. Frase senza senso. Gli oli combustibili sono un derivato industriale del petrolio e non si estraggono. Perché c’è così paura di usare la parola idrocarburi? Forse perché è troppo assoluta? Si parla di divieto di prima raffinazione. E la seconda? Quella la accettiamo invece?
A me sarebbe piaciuta una dicitura del tipo: “Su tutto il suolo regionale è vietata qualsiasi attività collegata allo sfruttamento di idrocarburi, incluse - ma non solo – l’esplorazione, l’estrazione, il trivellamento, la coltivazione, lo stoccaggio, e il raffinamento a qualsiasi stadio di idrocarburi, fra cui oli pesanti e leggeri, gas e sabbie bituminiche”.

Non sono un legislatore, ma io pretendo chiarezza: in modo che tra due, cinque, dieci anni non ci sia qualcuno che trovi “nuove interpretazioni” alla legge. Allo stesso modo, occorre proteggere il mare, ed essere sicuri che tutte le zone di terra siano protette, non solo le aree speciali. Non ha senso proteggere sei aree, come la regione propone, se poi si può trivellare a cento metri da queste aree.

Ancora, si è deciso di proteggere i vigneti. Ma chi classifica le aree protette e i “vigneti”? Se uno acquista un vigneto – come per esempio ha fatto l’ENI ad Ortona per costruirci la raffineria – e poi decide di spiantare la vigna, quella zona è ancora protetta? Chissà.
Non sarebbe stato meglio scrivere, senza possibilità di fraintendimenti, “tutto l’Abruzzo”?
La Regione ha avuto l’opportunità di scrivere una legge chiara, invece il testo prodotto - ai miei occhi anglosassoni almeno - appare qualcosa di molto astruso e che lascia spazio a molte ambiguità.

Credo che in questi mesi noi tutti attivisti abbiamo dimostrato di essere molto più intelligenti di tutte le furbizie proposteci dalla giunta regionale. Ricordo la proposta di legge di Mauro Febbo dove per rabbonire la popolazione, si proponeva di spartire più diffusamente i proventi economici delle estrazioni fra le cittadinanze coinvolte, invece che vietarle. Come se la salute avesse un prezzo! Ricordo che Daniela Stati a tutt’oggi non ha detto nulla di concreto sul petrolio – ed è l’assessore all’ambiente in cui vivono un milione di persone. Ricordo che Gianni Chiodi a Cupello promise che quei pozzi su una cartina ministeriale non si sarebbero mai materializzati, come per magia.
Oggi quella cartina esiste ancora al ministero per sviluppo e le attività produttive; spuntano nuovi progetti come quello di trivellare un territorio particolarmente fragile come il lago di Bomba.
Chiodi però continua a sostenere che la situazione è trasparente e manifestazioni come quella di San Vito sono solo manovre dell’opposizione per creare confusione.

Come si può avere fiducia di queste persone?
In questi mesi non hanno mai chiesto la partecipazione dei cittadini e degli ambientalisti alla stesura di questo testo. Poi penso alla dicitura “estrazioni di oli combustibili” e capisco da sola.

Ma la domanda più difficile è: se non ci fossero stati gli attivisti, la regione si sarebbe mai anche solo posto il problema delle estrazioni di petrolio in Abruzzo?


A 23 anni, dopo la laurea conseguita a Padova con 110 e lode e in tempi lontani dalla laurea breve, dopo due master conseguiti con il massimo dei voti (uno nel Maryland, uno in California) la Prof. D’Orsogna ha deciso di stabilirsi Oltreoceano. Da sola e senza alcuna garanzia alle spalle. Oggi, l’impegno contro la deriva petrolifera della ex regione più verde d’Europa, unitamente alle lezioni in ateneo, non le lasciano più nemmeno il tempo di dedicarsi al volontariato o coltivare la passione per la recitazione con il suo gruppo teatrale.
Anche perché nel frattempo, la sua fama di paladina dell'ambiente è divenuta nazionale e sempre più spesso risponde agli appelli di soccorso lanciati anche da altre regioni esposte all'attacco di 'Big Oil' (es: Lombardia, Veneto, Puglia)
 


(San Vito Chietino, 18 aprile 2010; manifestazione No petrolio, sì energie rinnovabili. Foto per gentile concessione di Marzia Ferrante ©)


D. Riavvolgiamo il nastro. Come è nata la sua resistenza scientifica, civile e ambientale contro la deturpazione dell’Abruzzo?

R. "E’ nata per caso. Da una telefonata con un amico di Lanciano, appunto il 15 ottobre 2007, in cui mi si diceva di un non meglio specificato “centro oli” per Ortona e che addirittura avevano trovato il petrolio in Abruzzo. Non ne sapevamo quasi niente nessuno dei due. Dopo quella telefonata, ho iniziato ad indagare, avevo un sentore che c’era qualcosa di sbagliato e che occorreva andare a fondo, capire, studiare la faccenda. All’inizio le persone più vicine a me, mi hanno affettuosamente suggerito di lasciar perdere: vivevo troppo lontano, era stato già tutto deciso, l’ENI è potente. Forse conoscendomi, sapevano che mi ci sarei gettata anima e corpo.
E invece no. Ho voluto capire e una volta capito, ho sentito il dovere di dirlo a tutti e di cercare di fare quello che potevo affinché l’Abruzzo non diventasse un campo petrolifero. Questo a prescindere da dove vivessi e quanta energia mi sarebbe costata. Ho contattato il primo comitato spontaneo sorto in difesa del territorio – il Comitato Natura Verde – e da lì sono partita. In questi due anni il movimento si è allargato, sono nati altri gruppi, e molti sono stati i singoli che hanno deciso di lavorare. E’ nata così Emergenza Ambiente Abruzzo, dove non c’è un presidente, uno statuto, regole e cosi via.
Tutti mettiamo quello che possiamo in termini di competenze, di tempo, di energie.

Abbiamo creato qualcosa di molto bello: se ci pensa, siamo riusciti a rivoltare l’opinione pubblica in tutta la regione, ciascuno mettendoci il proprio tempo, le proprie competenze e senza nessuno sponsor politico, economico. Siamo stati guidati solo dal nostro idealismo.
Nel corso dei mesi ho conosciuto e lavorato con tante persone eccezionali: Fabrizia, Giosuè, Lorenzo, Antonio, Assunta, Danilo, Ines.
E’ stata molto bella anche l’amicizia e la sintonia che si è creata fra noi.

Sfoglia luglio        settembre