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Maria Rita D’Orsogna, estate di conferenze e polemiche
post pubblicato in Ambiente, il 12 giugno 2013

di Hermes Pittelli ©


 Meglio di una rock star.

Ogni nuovo viaggio italiano di Maria Rita D'OrsognaProfessoressa anti petrolizzazione, si trasforma ormai in un vero e proprio serratissimo tour di conferenze in tutta Italia.

Ad un ritmo e ad una frequenza di impegni che nemmeno Bono Vox o Bruce Springsteen tornati ventenni sarebbero in grado di sopportare.

Del resto, la situazione ambientale italiana è precaria. L’obsoleta industria fossile ormai alla canna del gas, in tutti i sensi, trova vantaggioso speculare sulla pelle degli italiani e del delicato assetto idrogeologico dell’ex Belpaese. Se un barile di oro nero viene venduto a 100 o anche a 90 dollari e il costo di estrazione e lavorazione di quello italiano, nonostante sia una melma di pessima qualità, non supera i 20, è lampante quanto il business sia lucroso; per i corsari degli idrocarburi.

Con la consueta insipienza e collusione dei politici, anche quelli per anagrafe più giovani, ma con una forma mentis bloccata alla metà del secolo precedente.

I territori e i mari tricolori sono assediati dall’assalto belluino di trivelle e oggi dalla nuova follia chiamata shale gas, da estrarre attraverso la tecnica denominata fracking, cioè la fratturazione indotta delle rocce che lo imprigionano.

Paolo Scaroni, gran capo del cane nero a sei zampe Eni, di ritorno da una missione negli Usa del deludente Obama, ha lanciato il suo diktat in questo senso. Ma ancora prima, visto che certi italiani sono sudditi nel dna e adorano correre in soccorso dei presunti potenti, il traballante capo del governo incostituzionale, Letta Enrico, si era lanciato in uno sproloquio sulla nuova strategia energetica, a base di fonti rinnovabili e gas di scisti, senza tralasciare la speranza cara agli oscurantisti fossili di trasformare la penisola nell’hub europeo del metano.

Un misto fritto, senza capo né coda, con argomenti tra loro incompatibili e acrobazie non euclidee che al confronto le convergenze parallele di antica memoria diventano una passeggiata di salute. Peccato non vivere in Polonia: lì i Contadini, gente seria e intelligente, si è messa di traverso ai progetti di fratturazione delle rocce di una famigerata multinazionale e ha fondato Occupy Chevron

In Polonia…

Ecco perché la Professoressa D’orsogna è chiamata a presenziare a destra e a manca per sensibilizzare ed informare cittadini ed istituzioni che ancora non abbiano una visione chiara della minaccia. Le sue ormai celebri lectiones magistrales, a base di dettagliatissime slides ottengono quasi ovunque il ‘tutto esaurito’; tranne in qualche caso sporadico di intoppo organizzativo, come avvenuto di recente a Parma, dove la concomitanza di altri eventi di richiamo, ha penalizzato quello forse più importante e vitale.

In un giugno parossistico, la Scienziata dei Due Mondi porta il verbo dell’energia pulita e della democrazia delle scelte per il bene comune, attraverso l’intero paese:

dalla Lombardia, all’Emilia Romagna dove ad un anno dal terremoto la gente si chiede con preoccupazione se tutta questa frenesia da trivellazione sia responsabile, direttamente o indirettamente, degli eventi sismici; all’amato Abruzzo e alla Sardegna dove tutto va bene, se lo dicono i Moratti, se lo dicono i ‘signori’del poligono sperimentale di Perdas de Fogu o gli emiri cui viene concessa la libertà di comprarsi una delle coste più belle del mondo per cementificare in nome del falso dio sviluppo; nel silenzio assenso della politica. Salvo poi tacciare gli ambientalisti di allarmismo, estremismo, luddismo, assolutismo e, nuova recentissima definizione, ‘iperambientalismo’.

Tutto questo spreco di fantasia, meriterebbe cause dedicate al bene comune, come stabilito dalla Costituzione ‘bolscevica’. Le criticità ecologiche italiane sono tante e non per tutte esiste una Professoressa D’Orsogna capace di accendere i riflettori e coinvolgere l’opinione pubblica.

Ecco perché da almeno cinque anni a questa parte l’allarme petrolizzazione (neologismo coniato dalla stessa studiosa abruzzocaliforniana, ndr) domina il dibattito ambientale nazionale. Anche con effetti esilaranti, qualche volta, se i pericoli connessi non fossero tragici. Ora all’improvviso tutti si scoprono esperti di idrogeno solforato, centri oli, fanghi di perforazione, fracking, shale gas e gas flaring. La nazione che, secondo il grande filosofo del calcio Arrigo Sacchi, vantava 60 milioni di commissari tecnici, ora al bar, tra un cornetto e un cappuccino, discetta con sapienza di H2S come si trattasse della formazione della squadra del cuore.

Anche i prestigiosi quotidiani italioti, sempre buoni ultimi nel cogliere i veri grandi assilli del paese, hanno fiutato con sopraffina sensibilità, la valenzadel tema.

Di recente, l’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, ha firmato un editoriale di viva e vibrante contrarietà al progetto di perforazione a mare, denominato Ombrina 2. Progetto targato MedOil Gas (Mog) e incombente su uno dei tratti rivieraschi più belli della costa abruzzese. Il responsabile italiano della Mog, Sergio Morandi, ha subito replicato con una lettera di protesta e smentita, citando le solite ovvietà dei petrolizzatori (occasione di sviluppo e lavoro, ricchezza per tutti, massima compatibilità tra sicurezza, tutela della salute e dell’ambiente). Il Galli della Loggia, forse sorpreso dalla sua stessa audacia, invece di ribattere punto per punto con solide e documentate argomentazioni, ha pensato bene di chiudere il discorso affermando, in sintesi, “io non sono poi così competente su questi argomenti, ma mi fido del materiale della Professoressa D’Orsogna”.

Ebbene sì, il noto giornalista ha scritto il proprio editoriale basandosi esclusivamente sulle ricerche della Scienziata dei Due Mondi, guardandosi bene dal citare la fonte (tra l’altro, il materiale gli era stato inviato da un’associazione ambientalista nazionale, così maldestra da non chiedere il permesso, né previa avviso alla Professoressa in questione).

Così funziona ‘l’informazione’ in Italia. Galli della Loggia, sentendosi pressato, si è tolto d’impaccio, addossando tutta la responsabilità sulle spalle di Maria Rita D’Orsogna.

Alla quale, per la cronaca, il direttore De Bortoli (membro della Fondazione Mattei,ndr) ha prima garantito la possibilità di intervento, salvo poi rimangiarsi la parola, in modo inspiegabile.

Aspargere ulteriore benzina (liquido appropriato) sul fuoco delle polemiche è giunto poi Tabarelli, direttore di Nomisma Energia, sedicente società di consulenza in temi energetici; il quale durante una trasmissione di Rai3, FuoriTg, dedicata proprio agli allarmi che si moltiplicano in tutta Italia per lo‘tsunami fossile’, non ha trovato argomenti più convincenti di una intemerata “contro certe professoresse, chissà quanto esperte, che non arrivano certo dagli Stati Uniti a nuoto e chissà quali alternative propongono”.

Il Tabarelli, accanto a quello ecologico, possiede uno spiccato senso estetico: si commuove al cospetto delle raffinerie in Val d’Agri. Magari ne ha fatta erigere una anche nel giardino di casa sua, giusto per coltivare l’idillio petrolifero ogni mattina, al risveglio.

Peccato che a smentire i triti quadretti oleografici – in tutti i sensi – siano giunti due fatti (accidenti alla realtà!) inattesi: la seconda bocciatura consecutiva ad un progetto della solita Mog in località Scerni, vicino alla splendida Vasto degli Abruzzi; e l’ennesima marea nera inquinante e tossica a Gela, nella martoriata Sicilia, oggi regione più povera in Italia (ultimi dati Istat, come certificato dalla stessa Professoressa D’Orsogna), nonostante la follia pluridecennale del petrolchimico.

Uno degli ‘argomenti’ più utilizzati dai petrolizzatori e dai loro disinteressati compari, per denigrare la Professoressa D’Orsogna, consiste nel puntare il dito contro le sue lauree in matematica e in fisica: non la renderebbero competente sull’industria degli idrocarburi. Concezione italica del sapere specialistico a compartimenti stagni. Eppure sono proprio i geologi italiani più coscienziosi ad ammettere che la nostra conoscenza del sottosuolo è ancora troppo vaga e imperfetta per escludere che sollecitazioni drastiche dei delicati strati rocciosi italiani non siano la causa scatenante di terremoti devastanti. Molte ricerche scientifiche del Massachussets Institute of Technology di Boston lo dimostrano già senza tema di smentita. In una vasta regione d'Olanda colpita da eventi tellurici improvvisi, dove - guarda il caso - si pratica allegramente il fracking, senza che nessuno le tirasse in ballo o le accusasse di qualcosa, sono state le stesse companies del fossile a stanziare centinaia di milioni di dollari a titolo di risarcimento danni.  

Come diceva Flaiano, siamo nel medio evo degli specialisti (saggi?): oggi anche il cretino è specializzato. E’ comprensibile il fastidio verso una Scienziata, libera e indipendente che agisce solo per amore del bene comune; comprensibile anche l’invidia di chi conta come il due di picche e non viene certo invitato in Cina all’incontro dei dieci giovani Ricercatori più preparati del Globo. Invidia che talvolta affiora anche tra le fila ambientaliste e rischia di compromettere l’obiettivo finale, ma questo fa parte in fondo dell’inumana commedia.

Sul tavolo, restano alcune domande per i petrolieri in affanno perenne:

se la D’Orsogna è così incompetente e disinformata perché da anni perdete ilvostro prezioso tempo in campagne intimidatorie e diffamatorie? perché avvertite l’urgenza di smentire a mezzo stampa ogni sua affermazione? perché siete colti da attacchi di panico ogni volta che varca l’Oceano?

Soprattutto, come proposto dal Morandi della Mog, invece di chiedere un confronto pubblico con i vescovi - loschi e notissimi terroristi ambientalisti - (con tutto il rispetto, quale competenza petrolifera in più vanterebbero rispetto alla Scienziata?), perché non accettate il guanto di sfida lanciato da Maria Rita D’Orsogna?

Lei da sola, con la sua onestà, con la sua intelligenza, con la sua cultura, contro tutti voi potentissimi signori dell’oro nero.

 

Una vittoria facile facile, sulla carta.

Torna a casa Rocco e ricade dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 agosto 2012


L’artista lucano, ormai uomo immagine Eni, festeggia il compleanno in Basilicata con uno spettacolo, accolto e omaggiato dal sindaco di Latronico, che glissa sull’attività promozionale dell’attore: “Le trivellazioni non le decide mica lui. Ha esportato la nostra immagine nel mondo”. Quale immagine?




di Hermes Pittelli ©



 Rocco (Papaleo) torna a casa, nonostante l’Eni.
Rocco non lascia, anzi raddoppia. Dopo il film da regista/protagonista sponsorizzato dalla Total (Basilicata Coast to Coast, 2010), l’estate dell’artista lucano è stata caratterizzata dalla campagna promozionale per i carburanti del Cane nero a sei zampe.
Quelli che in tempi di spread, di vampirismi montiani e di crisi globale permanente avrebbero dovuto far ripartire l’Italia e gli italiani (esclusivamente durante i week end, fine settimana suona provinciale e proletario).
A ripartire – sussistevano dubbi? – sono invece solo i profitti della creatura assemblata da Enrico Mattei, anche perché, nonostante, le favolose promozioni, la benzina italiana si conferma la più costosa in Europa.
Come le bollette energetiche, del resto, e chissà se esistono nessi, connessioni, spiegazioni al misterioso fenomeno.
Così molti italiani, quelli che possono, alla faccia del Cane nero e dell’imperturbabile Rocco, si mettono in viaggio, ma per andare oltre confine (in Slovenia, Austria e Germania) a rifornirsi di scorte di carburante più economico per affrontare il lungo ‘autunno caldo’.

Intanto, Rocco torna a casa sua, in Basilicata, nella natia Lauria, per festeggiare il compleanno (16/08/1958, auguri) con uno spettacolo.
Viene accolto a Latronico in Municipio dal sindaco Fausto De Maria, alla stregua di una nobile personalità, capace di dare lustro alla madre patria. Papaleo sorride, come sempre e riceve lieto l’omaggio ideato solo per lui, una pietra locale.
Clima festoso e battute a go go. Nessun cenno alla disastrosa situazione socio economica lucana, nessun riferimento alla distruzione ambientale e sanitaria della regione ‘grazie’ alle multinazionali dell’oro nero, tra le quali Total e Eni, così importanti per Papaleo.
Per il primo cittadino, che accoglie l’attore con fascia tricolore d’ordinanza, non c’è scandalo e lo spiega attraverso uno dei social network oggi in voga (attraverso il quale è stato abile a costruire la propria recente vittoria elettorale): “Rocco è un bravo artista ed è lucano. Non competeva e non compete a lui prendere decisioni sulle estrazioni. Rimane un bravo attore che con le sue capacità artistiche è riuscito a portare la Basilicata fuori dai propri confini e questo non può essere cancellato da uno spot”.
Il ‘borgomastro’ di Latronico divaga con considerazioni scontate e stereotipate, ma è troppo esperto nell’uso dei nuovi media e delle tecniche di comunicazione per non sapere che accettare il ruolo di uomo immagine Eni significa veicolare un messaggio devastante, almeno quanto gli effetti dell’economia fossile: estrarre petrolio è cosa buona, giusta e virtuosa. Un paradosso terribile se il messaggio è poi affidato ad un artista lucano che dovrebbe essere cosciente e informato sulla prostrazione ‘totale’ della Basilicata dopo più di 20 anni di colonizzazione petrolifera; dovrebbe sapere che nonostante i miraggi e gli illusionismi di una Lucania Saudita creati dai petrolizzatori, le famiglie locali sono sempre più indebitate (tra gli 11.000 e i 12.000 euro all'anno).
Il sindaco De Maria si illude di glissare in modo spigliato, ma qualche voce critica e dissonante esiste.
Quella del battagliero segretario dei Radicali, Maurizio Bolognetti, latronichese d’adozione e da anni impegnato nella denuncia contro gli abusi e gli inquinamenti delle multinazionali dell’oro nero: “Papaleo non è Cristicchi – afferma anche lui attraverso la bacheca virtuale della rete, rivolgendosi al primo cittadino – A volte, offrire la propria immagine, se non stai attento, può servire per operazioni strumentali e si corre il rischio di assumere la veste dell’utile idiota, perdona la citazione letteraria”.
Papaleo, pomo della discordia, dunque, durante questo controverso ritorno alle origini.
Papaleo però, da attore ormai esperto e navigato, passato attraverso mille tempeste, non può non sapere che un vero artista non vive in un universo ideale fuori dalla realtà, ma partecipa in modo attivo e completo al proprio tempo presente e diventa tanto più grande e immortale se ha il coraggio e la capacità di affidare al mestiere Messaggi e Valori che non subiscono ingiuria né sfregi, non solo da parte delle miserie umane, ma dello stesso Kronos.

Ecco perché come direbbe la Professoressa D’Orsogna, iniziative come questa o come i premi a Vasto e la cittadinanza onoraria a Cupello (in Abruzzo) riservati a Paolo Scaroni, grande capo dell’Eni, sono sempre più “uno schiaffo morale” in faccia e contro l’impegno di chi difende l’Ambiente e la Salute e propone un Progresso eco sostenibile.

Insomma, Rocco ricade dal pero; ma dopo l’incontro e l’attrazione fatali con le multinazionali dell’Oro nero, quasi una folgorazione sulla via di Damasco, cadrà sempre in piedi.
Con lo sguardo del pistolero infallibile che estrae le pistole al distributore di benzina,
proprio come in uno degli insulsi spot girati per l’Eni.
E pazienza se la Basilicata (insieme all’Italia intera) sarà sempre più preda del Far West petrolifero.


Fonti: La Nuova del Sud, Maurizio Bolognetti, Professoressa Maria Rita D'Orsogna

La febbre dell’oro nero stende La Repubblica (sulle orme di Passera)
post pubblicato in Ambiente, il 14 agosto 2012


"Ogni uomo ha una precisa responsabilità nei confronti del genere umano e del pianeta Terra, perché esso è la sola nostra casa. Non abbiamo altro luogo, nell'universo, in cui rifugiarci. Ognuno di noi quindi non può venir meno alla propria responsabilità di operare non solo in difesa della razza umana, ma anche degli insetti, delle piante, degli animali che, con noi, abitano questo pianeta".
(Tenzin Gyatso, Dalai Lama)


di Hermes Pittelli ©


 La nuova febbre dell’oro nero miete vittime.
Anche La Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, si schiera a favore della ‘Strategia Passera’: da ottobre, via libera a trivella selvaggia sul suolo e nei fondali italiani. Ragazzi, c’è crisi, non è il momento di atteggiarsi a radical chic in favore dell’ambientalismo. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti, e accende i cuori dalle Alpi al Canale di Sicilia: trivellare!
Pochi, sporchi, maledetti e subito. Pecunia non olet, anche se puzza di zolfo.

Oggi Edmond Dantes e lo scienziato Faria non sprecherebbero anni e fatiche a scavare un tunnel per fuggire dal carcere dell’Isola di Montecristo; troverebbero il lavoro sporco già ultimato dai petrolizzatori. Non si tratta di uno scherzo sulfureo.
La gloriosa Key Petroleum Ltd ha davvero avanzato la richiesta di poter trivellare allegramente tra l’Isola d’Elba e quella resa celebre da Dumas.
E’ solo uno tra le decine di esempi e di scempi che da ottobre potrebbero diventare realtà grazie al piano energetico del governo Monti.
La novità è che La Repubblica, fino a ieri auto proclamata paladina della Democrazia (a Palazzo Chigi albergava un certo Cavaliere, rivale in affari ed interessi di un altro Cavaliere e Legionario d’Onore, De Benedetti), oggi è coricata su posizioni filo governative. A priori, acriticamente.
Non si spiegherebbe in altro modo, l’incredibile reportage (?) firmato da Ettore Livini sull’Italia, Eldorado degli idrocarburi. Toni solenni e trionfalistici, privi di dubbi. Siamo seduti sulla nostra fortuna e non lo sappiamo; abbiamo una ricchezza
t(r)aumaturgica sotto i nostri pedi e non la sfruttiamo a causa di noiose complicanze burocratiche, aggravate da quattro estremisti ambientalisti, nemici dello sviluppo.

Arpe celestiali in sottofondo a sottolineare “il soffio lento e gentile del gas che pulsa”; il ritornello già declamato da Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: la corsa autarchica al petrolio fai da te potrebbe regalarci “mezzo punto di Pil e 25.000 posti di lavoro in più”; in un crescendo che nemmeno Rossini tra fornelli e spartiti, ecco l’immancabile Descalzi, presidente dell’Asso(mineraria) nella manica di ogni politico e giornalista di vaglia, che con registratore di cassa alla mano, gongola: “Raddoppiando la produzione, si libererebbero 15 miliardi di investimenti”.
Cifre e dati liberati nell’aere senza una comparazione, senza una minima analisi dei risvolti negativi. Per tacere, ovvio, di fluidi e fanghi perforanti, anidride solforosa e tutte le gentili sostanze cancerogene riconducibili alle attività petrolifere.
Queste però sono ubbie ambientalistiche, un po’ come la subsidenza, cui accenna Livini, ma quasi in tono canzonatorio nei confronti di chi lancia questi allarmi.
L’Italia non è il Kuwait – concede il giornalista, bontà sua – non galleggia su un mare di petrolio”.
Però. Però c’è la crisi. Rendere il Belpaese un gruviera elvetico ridurrebbe la nostra dipendenza energetica dal 90 all’80%. Una mossa geniale, quindi.
E poi via con i dolori delle giovani multinazionali degli idrocarburi, generose Muse di sviluppo e ricchezza, limitate da una delle piaghe secolari del Paese, non il traffico tentacolare, ma la burocrazia: “Total e Shell hanno avuto bisogno di 400 permessi prima di far partire i lavori a Templa Rossa, in Basilicata”.
Non una parola sullo stato disastroso e tragico in cui versa la Val d’Agri, per non spaventare potenziali investitori stranieri.
Interminabili Odissee burocratiche per scavare sottoterra: nel 2010 sono state fatte solo 35 richieste per nuove perforazioni, il minimo dal 1949 – si duole Livini – di cui 34 per migliorare impianti già attivi e solo una per la ricerca di nuovi giacimenti”. Un autentico dramma, per i poveri petrolizzatori.
A causa di tutto questo, secondo il nobile foglio scalfariano, l’Italia è come le foglie sugli alberi d’autunno, dipende dai capricci e dai vezzi del Cremlino e dalla stabilità geopolitica di Algeria, Libia e Stretto di Hormuz.
Le colpe della nostra schiavitù energetica non sono attribuibili né alla politica, con la classe dirigente più antiquata e corrotta dell’Universo, né all’imprenditoria nostrane, zavorrate con il piombo alla metà del secolo passato. Per carità.
Vuoi vedere che anche in questo settore c’è lo zampino del marciatore Schwazer?
Per spillare il primo barile in Italia servono 11 anni contro i 6 del resto del mondo”.
Nessun cenno sulle leggi molto più rigide in materia di estrazione, sicurezza e sanità vigenti all’estero.
Sul tavolo della direzione generale per le risorse minerarie e geologiche giacciono 120 richieste di perforazione”. I “colossi dell’oro nero” stanno facendo una danza propiziatoria affinché il decreto, chiamato con somma ipocrisia salva-Italia, conceda il liberi tutti alle trivelle.
Ci pensa Descalzi via Livini a fugare ogni dubbio, esplodendo, come spesso capita alle piattaforme e ai serbatoi delle raffinerie, gli ultimi effetti pirotecnici:
Serve un patto per lo sviluppo (il famoso trucco dei mattatori, il Compromesso!) tra tutte le parti in causa. Se riusciremo a superare le barriere strutturali e temporali di burocrazia e amministrazione possiamo raddoppiare la nostra produzione nazionale”.
Risultato? 600 milioni di euro in più l’anno per il fisco nazionale e 250 milioni di royalties per le casse di Regioni e Comuni”.
Anche in questo caso, cifre gentilmente offerte da Assomineraria, senza altri parametri, senza cenno ai costi sociali, sanitari, ambientali di questo tripudio fossile. Nessuna menzione per le fonti rinnovabili, con l’Italia clamorosamente fanalino di coda del Vecchio Continente, nonostante l’invidiabile posizione geografica e nonostante fino alla prima metà degli anni ’80 del 1900 fosse all’avanguardia nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Livini, che si emoziona per questo “pieno d’energia autarchica all’Italia spa”, offre ai lettori una panoramica con tutti i presunti vantaggi della corsa all’estrazione del petrolio italico, ma evita in modo accurato di esporre i costi e i danni che questa strategia comporterebbe. Se questo è un reportage: sembra un comunicato di Assomineraria, vagamente imbellettato e infiocchettato per risultare appetibile al volgo e costituire l’ennesimo ultimatum per esecutivo, politica e amministrazioni; le quali, come appurato in Abruzzo non hanno nemmeno bisogno di incentivi per inginocchiarsi al cospetto dei Colonizzatori dell’oro nero.

Restano amarezza e sconforto. Il governo incostituzionale Monti, governo d’emergenza e ‘salute pubblica’, sarà anche formato da plurilaureati che conoscono l’inglese e hanno girato il Pianeta, ma non riesce a liberarsi dai consueti difetti genetici.
Benedetta Fisiognomica: l’antica furbizia all’italiana.

La Tempesta è in arrivo
post pubblicato in Ambiente, il 12 agosto 2012
Mare incatramato tra Vasto e Termoli, moria di tartarughe e delfini; le autorità invocano prudenza "per non creare inutili allarmismi". Intanto, il governo Monti prepara la rivoluzione d'ottobre: l'Italia diventerà un immenso campo di gas e petrolio, ma con molta green economy...  


di Hermes Pittelli ©


 Spiaggiamenti e moria di tartarughe e delfini, mare incatramato da Vasto a Termoli.
Le autorità preposte ai controlli della balneabilità e alla tutela ambientale e sanitaria predicano però “prudenza, per non creare inutili allarmismi”.
Come scrive la Professoressa D’Orsogna sul proprio blog:
Tutto dorme in questo gentile agosto 2012”.
Manca solo la famosa orchestrina del Titanic e il quadro sarebbe davvero completo.
Nell’assordante silenzio delle istituzioni e della politica abruzzesi e molisane, solo Massimo Romano, consigliere regionale del Molise, area Costruire Democrazia, ha avvertito l’esigenza di ottenere risposte chiare su questi fenomeni allarmanti e sull’ennesimo episodio di ‘marea marrone’.
Romano ha presentato un esposto alla Procura di Vasto (Chieti) e a quella di Larino (Campobasso) per chiedere una perizia tecnica che accerti senza ombra di dubbio “le cause dell’inquinamento dell’acqua”. E magari anche i potenziali effetti nocivi per l’habitat e per la salute umana, considerando che, come sottolinea giustamente preoccupato il consigliere, “le autorità preposte non forniscono dati o si limitano a comunicati generici”.
In fondo, siamo a Ferragosto, gli italiani sono già assillati dal caldo torrido, dallo spread, dagli aumenti ingiustificati del costo dei carburanti (l’Eni sempre pronto a rimettere in moto se stesso) e dalle nuove, brillanti idee del governo Monti; sarebbe una crudeltà angustiarli con la notizia di ulteriori minacce da parte dei petrolizzatori.
Solo una sfortunata coincidenza che in questo tratto di Adriatico siano attive tre piattaforme petrolifere Edison (erede della vecchia e famigerata Montedison), denominate collettivamente Rospo Mare (A,B e C)?

La Scienziata dei Due Mondi non si capacita ancora per l’inadeguatezza dei politici:
Non sanno usare internet, non sanno leggere in inglese (e i testi delle multinazionali ai propri investitori o gli articoli della stampa internazionale sono quasi sempre redatti in questa lingua), non hanno il cervello per pensare che certe cose occorre combatterle in prima persona e non a traino, non sanno spiegare i fatti alla gente, non hanno il coraggio di dire con chiarezza cosa sia giusto e cosa sbagliato, non hanno il coraggio di agire di conseguenza”.
Perché una volta che si stabilisce una netta linea di demarcazione tra bene e male, non si possono più organizzare gli inciuci all’italiana; le priorità sono lampanti. Mica come le nuove fantasiose invenzioni di Passera, ministro per lo sviluppo economico; tra ottobre e dicembre ecco la strategia ad hoc (o shock?) per rilanciare il Paese, la Rivoluzione d'Ottobre: l’Italia dovrà trasformarsi nello snodo chiave per la distribuzione europea del gas proveniente dall’Africa settentrionale e dai paesi dell’Est; in più – udite udite la lieta novella – asso (Assomineraria, soprattutto) nella manica dell’esecutivo, il rilancio dei piani nazionali per l’estrazione degli idrocarburi indigeni.
Senza però tralasciare la green economy, nella quale siamo clamorosamente fanalino di coda nel Vecchio Continente. Insomma, il consueto guazzabuglio tricolore, un misto fritto a base di tutto e del suo esatto contrario. Solo un governo di ignoranti (o collusi) può definire le centrali a biomasse, green economy.
Insomma, l'Italia del futuro sarà in cielo, in terra e in mare, un immenso campo di gas e petrolio, ma in salsa verde!

E poi la Professoressa abruzzocaliforniana, allibisce al cospetto dell’inadeguatezza dei primi cittadini d’Abruzzo. Qualcuno, dopo gli svarioni dei Tecnici, davvero riesce ad immaginare questi sindaci (ancora legati alla 'scuola di zio Remo Gaspari') che al mattino si dedicano alla rassegna stampa nazionale ed internazionale? Davvero qualcuno li immagina in grado di allargare lo sguardo oltre il confine del proprio orticello elettorale?

Dopo aver udito con sommo disgusto i cantici d’amore di Lapenna (sindaco di Vasto) e di Pollutri (sindaco di Cupello) dedicati a Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, aleggia un po’ di pessimismo: non solo costoro sono rei confessi, ma sono complici anche tutti gli altri esponenti istituzionali (ad es: Enrico Di Giuseppantonio, presidente della provincia di Chieti; Giovanni Legnini, senatore del Pd) che erano comunque presenti alla santificazione del Cane Nero a sei zampe e per calcolo e/o vigliaccheria hanno taciuto.
Il loro concetto di sviluppo, dunque, corrisponde ad un Abruzzo formato Basilicata.
Se così sarà, saranno responsabili di fronte a Dio e agli Uomini.
Il progetto ‘Abruzzo Catalogna italiana’, sembra essersi già dissolto come miraggio nel deserto. Forse a causa, come avrebbe detto (sempre attuale) l’impareggiabile Totò, “di questo maledetto sole africano!”.
Balle, solo balle”, chiosa oggi con amarezza la Professoressa D’Orsogna che vibra l’ennesima stoccata ai rappresentanti locali dei Cittadini: “Molli, molli, molli”.
Curioso poi: quello che dovrebbe essere evidente a tutti costoro, politici, amministratori, ma anche e soprattutto cittadini ignavi ( a Vasto, solo un ristretto manipolo di anime a contestare il gran capo dell'Eni), si trovi, in sintesi mirabile, nel testo di una canzone (scritta da Artisti di caratura diversa rispetto al Rocco Papaleo):

"La tua terra perfetta
Che non sai abitare
Verrà umiliata e distrutta
Sarai obbligato a lottare".
(da La Tempesta è in arrivo - Afterhours)

Grazie alla Professoressa D’Orsogna e alle associazioni e movimenti ambientalisti, la Battaglia continua.
Con un'unica avvertenza per i Popoli: non vi venga voglia di lottare il Giorno della Fine.
A quel punto, l’Inglese e la Resistenza non vi serviranno più.



Fonti: Termoli.tv, Chietitoday.it, La Repubblica, Professoressa Maria Rita D’Orsogna

Paolo Scaroni, l’imperatore di Vasto
post pubblicato in Ambiente, il 6 agosto 2012



di Hermes Pittelli
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 In ginocchio da te.
La celebre canzone di Gianni Morandi offre il senso e la perfetta sintesi della serata vastese dedicata a Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, ringalluzzito da un primo semestre 2012 di nuovi successi economici e finanziari.
I politici del Basso Abruzzo (tra gli altri, Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti) accorsi a celebrare il divo Paolo hanno fatto a gara per dimostrargli a parole e con i fatti “la grande amicizia e riconoscenza che da sempre lega il Vastese all’Eni e a Paolo Scaroni, prima come dirigente Pilkington/Siv e ora come grande manager di un’azienda mondiale”.
Avvezzo ai duelli sulle spietate arene della globalizzazione planetaria, al gran capo del cane nero non è parso vero di trovare un clima così favorevole e durante la consegna del premio Silvio Petroro (fondatore dell’Associazione Pro Emigranti, oggi guidata dal figlio Gianni e sostenuta dalla Banca Popolare di Lanciano e Sulmona) negli incantevoli giardini di Palazzo D’Avalos, ha offerto il meglio del repertorio.
L’ouverture affidata al sindaco locale, Luciano Lapenna, fornisce il là al gran capo del Cane Nero a sei zampe; se non ci trovassimo in Italia, sarebbe quasi difficile credere che il signore con la fascia tricolore sia la stessa persona che un anno fa, seduto accanto alla Professoressa D’Orsogna, a proposito delle trivelle giurava il suo incontrovertibile “No pasaran”; difficile reperire tracce di quella risolutezza nell’inno declamato alle virtù t(r)aumaturgiche dell’Eni e di Scaroni, profeti e propagatori di sviluppo, benessere e civiltà: una resa totale e incondizionata con la scusa della grave crisi globale.
Il Divo Paolo, sorridente come non mai, accompagnato dalla moglie, va a briglia sciolta, perché la programmata intervista con il serrato fuoco di fila di domande incrociate dei giornalisti Mauro Tedeschini (neo direttore del quotidiano Il Centro) e Nino Germano (Tgr Abruzzo, non insensibile alla questione ambientale) si rivela una serena chiacchierata con gradevole contrappunto, una litania autocelebrativa con i grandi successi della creatura matteiana e la filosofia ‘etica’ di Eni.
“Le rinnovabili non sono una priorità, anche perché per produrre biocarburanti c’è bisogno di quantità immani d’acqua; al mondo c’è petrolio per altri cento anni e gas, soprattutto shale gas, per altri due secoli” (Un manager con una grande visione, mentre perfino la Cina ha capito che la vera rivoluzione è quella delle fonti rinnovabili).
“Emigrare per lavoro non è un male, io sono vicentino e a casa mia non ho mai lavorato. Le vostre espressioni sono dubbiose, ma avete torto. Chi non trova lavoro, è perché non vuole davvero lavorare e sacrificarsi” (Emigrare con ruoli dirigenziali e lauti stipendi garantiti è forse più agevole che partire con la classica valigia di cartone e dentro una maglia di lana più tante speranze).
“Eni, sulla base della grande lezione di Enrico Mattei, opera sempre nel rispetto della sostenibilità, per evitare ogni possibile forma d’inquinamento, come ad esempio il gas flaring” (in Nigeria non si sono accorti di tanta cautela e sensibilità).
“Appena arrivato in Eni, un dirigente di lungo corso mi disse di tenere sempre presente che il petrolio non è mio. Da allora ho sempre agito in base a questa lezione. Come in Africa, dove siamo la multinazionale più forte, perché non solo prendiamo, ma restituiamo sotto forma di formazione professionale e richezza e molti stati ci considerano amici” (forse confonde i governanti con i governati; di solito i governi del Continente Nero sono così accoglienti con Eni soprattutto per le cospicue donazioni che ricevono in cambio).
“Eni è sempre pronta ad investire in Abruzzo, anche perché qui il mix tra economia tradizionale e moderna è già stato realizzato, ma sul Centro Oli di Ortona non abbiamo più interessi. Abbiamo peccato nella divulgazione corretta del progetto, ma non possiamo sprecare energia a spiegare sempre in dettaglio i nostri piani; se la politica e soprattutto le popolazioni non ci vogliono, investiamo altrove” (Il consueto ricatto occupazionale che poi nella realtà non trova mai riscontri).
Infine, un commiato condito d’ottimismo, da campagna elettorale (o nuova campagna colonizzatrice): “Sono ottimista per natura, non vedo una situazione così grave, né per l’Italia, né per questo territorio da sempre caratterizzato dall’ingegno e dalla laboriosità e su questi aspetti non temiamo concorrenza in nessun paese al mondo”.

L’onorevole cittadino Scaroni.
In precedenza, Paolo Scaroni, planato con l’elicottero aziendale, aveva ricevuto dal sindaco di Cupello, Angelo Pollutri, la cittadinanza onoraria del piccolo comune chietino che ospita un sito di stoccaggio gas targato Eni. Anche qui, solo lodi, sorrisoni e vigorose strette di mano e sottomissione.
Anche qui tutto per e in nome dell’Amicizia, una cittadinanza “concessa 50 anni fa a Enrico Mattei e che io accolgo in vece sua come a compimento di un arco di Storia. Vi assicuro che questo territorio mi ha regalato più di quanto io non abbia saputo dare (Un’ammissione involontaria?)”.
Poi, una nota di rammarico, l’unica, per la mancata realizzazione del "dono" sotto forma del Centro di Ricerca Eni presso l’ateneo dell’Aquila.

Il colpo di Teatro o dei due cavalli di Troia.
L’istituto tecnico industriale Enrico Mattei istoniense e il pianto greco (è proprio il caso di dirlo) degli amministratori vastesi, potrebbero rappresentare i due cavalli di Troia per tornare all’assalto degli idrocarburi nascosti nel territorio e nel mare abruzzesi. Scaroni ne parla in tono quasi rassegnato, distaccato, ma le sue pupille rivelano il classico luccichio della volpe che escogita ogni strategia per giungere all’uva, soprattutto quella off shore. Cioé i fondali marini della regione nero-verde.
Da mattatore navigato, Scaroni annuncia che devolverà (con incremento generoso offerto dall’Eni, con formula marketing: 5 x 10 x 2) il premio Petroro (5.000 euro) all’Istituto Mattei. Un escamotage per rilanciare il progetto del Centro di Ricerca nel Vastese, come auspicato dallo stesso Pollutri? Mentre sindaci, amministratori e banchieri a corto di inventiva e competenze invocano la nuova colonizzazione Eni, Scaroni gongola e pregusta l’epilogo già vissuto con la Pilkington: congedato con tutti gli onori dopo la privatizzazione (anche se una ex dipendente che vuole mantenere l’anonimato racconta di “mattanza di posti di lavoro, con Paolo Scaroni nel ruolo di tagliatore di teste”), fu richiamato dopo un anno di dissesti per assumere la guida dell’azienda.

La protesta.
All’esterno di Palazzo D’Avalos pochi, irriducibili ambientalisti fanno sentire le voci dissonanti di chi difende l’integrità dell’ambiente e la salute, auspicando una svolta economica attraverso le fonti d’energia pulita. Le instancabili ragazze del Wwf della Zona Frentana con due striscioni che rammentano la volontà popolare più volte espressa in questi anni: sì al parco della costa teatina e no al petrolio, sì alle energie rinnovabili e basta con l’economia fossile. Peccato che in un’afosissima serata d’agosto la cosiddetta società civile abbia preferito lasciare a questo sparuto manipolo di volenterosi, tra cui l’ingegner Lorenzo Luciano e Filippo D’Orsogna, papà della Professoressa Maria Rita D’Orsogna, il compito di rammentare non solo a Paolo Scaroni, ma ai politici del Vasto che il territorio pretende di assecondare la propria natura storica: biodiversità, agricoltura di qualità, arte, cultura, turismo.
Scaroni se ne va sulla berlina blù, scortato dalle forze dell’ordine, come sempre sicuro delle proprie certezze (la collaborazione supina della politica), senza degnare di uno sguardo i fastidiosi ambientalisti, senza rispondere alle vere domande.
In fondo, suoi migliori alleati, sono tutti quelli che anche stasera hanno scelto di rimanere in spiaggia a baloccarsi tra sabbia e mare, optando per il meglio qui ed ora, senza orizzonti: non ci sarà sempre una Scienziata dei Due Mondi a salvare la regione e quando invece del paradiso di Punta Aderci si troveranno stremati tra piattaforme, centri oli e centrali a biomasse, dovranno guardarsi allo specchio per trovare i veri responsabili dello scempio.

Vampe d’agosto in Abruzzo: Scaroni cittadino onorario
post pubblicato in Ambiente, il 31 luglio 2012

Il Municipio di Cupello decide di concedere la cittadinanza onoraria a Paolo Scaroni, ad di Eni.
In contemporanea, l’associazione Pro Emigranti di Vasto attribuisce al noto paladino dell’Ambiente il Premio Silvio Petroro “per coloro che lasciano un segno nel territorio e nel mondo”…

 
di Hermes Pittelli ©

 
Vampe di piena estate in provincia di Chieti.
Sono autentici colpi di calore quelli che hanno investito l’amministrazione di Cupello e il Comitato dell’associazione istoniense Pro Emigranti.
Vampe, come le fiammate tipiche dei desolforatori, simbolo delle salubri cornucopie del cane nero a sei zampe e delle sue consorelle multinazionali.
Il 5 agosto sarà dunque una data fatidica per l’Abruzzo: il municipio di Cupello assegnerà a Paolo Scaroni amministratore delegato dell’Eni la cittadinanza onoraria. Come non bastasse, il gran capo del cane nero a sei zampe sarà premiato a Vasto dalla locale associazione Pro Emigranti con il riconoscimento annuale intitolato al fondatore ‘Silvio Petroro’. Un premio nell’ambito della tradizionale Festa del Ritorno, assegnato dal comitato associativo “a coloro che lasciano un segno nel territorio e nel mondo”.
Le due notizie sono state abilmente celate all’italiana, con la formula del segreto di Pulcinella.
Nessuna conferma ufficiale, ma molti sussurri, molti spifferi; per creare attesa e ottenere comunque visibilità. Fino all’inevitabile e prevedibile disvelamento della Verità

Il Divo Paolo planerà a Vasto in elicottero, come i veri top manager. Si trasferirà a Cupello per la cerimonia di cittadinanza, ma tornerà poi nel centro istoniense per essere ricevuto con tappeto rosso, fanfare e fasti assortiti a Palazzo d’Avalos dal sindaco Luciano Lapenna e dai segretari della Triplice sindacale (Angeletti, Camusso, Bonanni) con i quali si confronterà su temi di rilevanza nazionale; tra gli altri, l’approvvigionamento energetico per il futuro dell’Italia.
Una giornata celebrativa dedicata a Scaroni sconcertante, quanto le motivazioni che l’hanno ispirata.
Uno schiaffo morale”, come ha commentato la Professoressa D’Orsogna da Los Angeles, nei confronti dell’Abruzzo che anche e soprattutto grazie al suo impegno divulgativo è diventato il simbolo e la roccaforte dell’Italia che si ribella alla colonizzazione dei petrolizzatori.
Per descrivere il curriculum dell’ad dell’Eni, basterebbe rammentare che in qualità di ex dirigente dell’Enel è stato condannato in via definitiva dal tribunale di Venezia per il disastro ambientale della centrale elettrica di Porto Tolle all’interno del Parco nazionale fluviale sul Delta del Po, Patrimonio Unesco.
Basterebbe rammentare i disastri che semina oggi Eni con il polo petrolchimico in Sicilia o, tanto per restare in ambito fluviale, sul delta del Niger in Africa.
Da questo punto di vista il Comitato della Pro Emigranti ha proprio ragione, Scaroni è un uomo che senza dubbio “lascia segni profondi sul territorio e nel mondo”.
Nel frattempo, le associazioni ambientaliste stanno decidendo se organizzare una contro manifestazione di protesta o, in alternativa, l’ennesima puntuale opera di informazione della popolazione sulle reali mire dell’Eni e sulla complice cooperazione di istituzioni e politica.


Tutto cominciò a Cupello.
Il Municipio di Cupello forse si sentiva in colpa. Perché se è storia che la madre della resistenza contro la petrolizzazione sia stata la battaglia per impedire la costruzione del Centro Oli Eni ad Ortona, la dimostrazione plastica della mentalità antistorica, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, della acefala collusione delle amministrazioni con i Predatori dei Territori, si palesò proprio a Cupello la sera del 22 luglio 2009. Anche all’epoca, in gran segreto, il locale municipio da sempre sottomesso alle strategie del cane nero (per la presenza di un sito di stoccaggio gas e per il manifesto appoggio al Centro Oli) aveva organizzato una serata celebrativa nella quale l’evanescente governatore Gianni Chiodi, invitato dal giovane esponente locale dell’Udc Silvio Bellano, avrebbe potuto illustrare senza contraddittorio le magnifiche sorti progressive dell’Abruzzo grazie alla sua guida illuminata, corroborato dalla presenza di Calogero Marrollo (Confindustria Abruzzo), Enrico Di Giuseppantonio (presidente Provincia Chieti), il fu Remo Gaspari (ex leone rampante della Democrazia Cristiana) e un giovane ingegnere (anche lui in odore di zolfo Eni) quale moderatore.
Rimasero spiazzati dalla massiccia presenza di attivisti e ambientalisti con in testa la stessa Professoressa D’Orsogna, la quale dopo mesi di frustranti tentavi via mail, poteva rivolgere di persona e sulla base di dati inoppugnabili domande dirette sulla questione petrolifera. Gianni Chiodi, Remo Gaspari e Silvio Bellano furono colti da crisi di nervi e poco avvezzi ai quesiti seri e al confronto democratico, finirono con l’insultare in modo scomposto i cittadini. Gianni Chiodi si dileguò nella notte a bordo dell’auto blu presidenziale, dopo aver chiamato la forza pubblica, per evitare ogni reale contatto con il Pubblico.
Forse per redimere il proprio onore ferito nell’occasione, il Municipio di Cupello ha partorito questa alzata d’ingegno.

La Professoressa D’Orsogna, nata nel Bronx e operativa a livello accademico in California, per sua origine, sorte e formazione culturale ha una mente anglosassone quindi pragmatica, aliena dai sofismi italiani, dalle infinite discussioni prive di senso, contenuti, dati reali, dagli accordi al ribasso frutto di compromessi tra gli istinti e gli interessi più retrivi; rammenta sempre che è giunto il momento di una scelta chiara e non più procrastinabile tra il modello di sviluppo Taormina e il modello di sviluppo Gela, tanto per restare nell’alveo degli esempi lampanti. Tertium non datur.

Con la consapevolezza che optando per il modello Gela dopo circa un decennio ci si ritrova avviluppati mortalmente al disastro sociale, ambientale, economico, sanitario. Del resto, l’Italia è disseminata diquesti scempi biblici: la Basilicata petrolizzata, Taranto ammorbata dalla diossina dell’Ilva, la Sardegna del poligono radioattivo e della raffineria dei Moratti. L’Abruzzo delle cementificazioni selvagge, delle piattaforme petrolifere, delle centrali a turbogas o quelle a biomasse, la regione un tempo più verde e incontaminata d’Europa che riesce con un misterioso gioco di prestigio (o dell’oca) del Tar di Pescara a riportare in auge, dopo sonora bocciatura insede di via (valutazione impatto ambientale, ndr) un folle e criminoso progetto di centrale gas sulla diga del lago di Bomba: un’autentica bomba ecologica innescata in nome della letale logica del ‘profitto per il profitto’, in questo caso griffata Forest Oil.

Tutto questo è accaduto e accade per colpa nostra, cittadini troppo spesso ignavi, passivi, disinformati. La politica e l’imprenditoria, locali e nazionali, sono solo la perfetta ‘copia carbone’ delle nostre pessime identità e coscienze.

Saremo maledetti nei secoli dalle generazioni future, se non agiremo e non spazzeremo una volta per tutte i nostri vizi atavici. Non avranno giustamente indulgenza per la nostra stupidità, né per ‘l’intollerabile tolleranza’ concessa alla furbizia dei nostri imprenditori e dei nostri politici.

Furbizia che sempre, sempre, è la negazione dell’Intelligenza per il Bene Comune.

 

 Fonti: Primadanoi.it, PiazzaRossetti.it, La Repubblica, Professoressa Maria Rita D’Orsogna

L’oro nero Eni e gli artisti caduti dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 giugno 2012


 

di Hermes Pittelli ©

 

 Eni scatenata e senza museruola.
Nuovi scintillanti spot, nuovi miraggi di ricchezza diffusa, creati dal pifferaio inquinatore Paolo Scaroni, intervistato in ginocchio come da prassi (o da contratto?) dai paladini dell’informazione e della democrazia (La Repubblica, venerdì 15 giugno 2012).

I momenti di crisi possono essere interpretati come opportunità. Anche da chi non persegue nobili obiettivi. Si può optare per una palingenesi e per la costruzione di un vero Progresso, oppure per arraffare senza rispetto tutto quello che si può contenere nelle fauci; lasciando macerie, degrado, distruzione e malattie alle generazioni future.
Il cane nero a sei zampe si distingue sempre nella seconda ipotesi. Ecco quindi la campagna cialtrona e ipocrita dei week end economici con la benzina scontata nelle ‘Eni station iperself’ (?), per “dare un passaggio agli italiani” e per favorire la ripresa del famigerato pil.

Un aiuto agli italiani in un momento difficile, come Mattei nel 1960”, Scaroni dixit.
L’amministratore delegato, cui nessuno del governo tecnico parsimonioso pensa di tagliare lo stratosferico stipendio, blatera di progetti Eni per un totale di 8 miliardi di euro e attacca ancora una volta l’inviso limite di 12 e/o 5 miglia marine dalla costa per le trivellazioni; secondo lui, un danno per i petrolizzatori, un lacciuolo burocratico solo italiano (peccato che negli Usa, ad esempio, la legge fissi il limite a 100 miglia!).
Per sommo pudore, non lo dice, ma si aspetterebbe dalla politica tutta e da palazzo Chigi una norma costituzionale per riscrivere così l’articolo 1 della nostra legge fondamentale: L’Italia è una repubblica petrolifera fondata sull’Eni. La sovranità appartiene alla dirigenza a sei zampe che la esercita nelle forme decise da sé e senza limiti”.

Nel frattempo, a chi viene affidato il compito di promuovere sui media la nuova via all’Eldorado della creatura assemblata da Mattei? A Rocco Papaleo, attore lucano, vecchia volpe dei palcoscenici, ma vecchia conoscenza anche per gli attivisti e gli scienziati ambientalisti che da anni si battono contro la petrolizzazione del Belpaese. Nel 2010 “l’eclettico insicuro” (coincidenza, anche lui intervistato da La Repubblica, domenica 17 giugno 2012), tenace e ammirevole nella gavetta tra turni di lavapiatti, spettacoli di mimo e nottate artistiche tra Roma e Milano, gira il suo primo film da regista, Basilicata Coast to Coast (premiato con due Nastri d’Argento, per la miglior regia esordiente e per la miglior colonna sonora).
Un road movie nel quale un gruppo d’amici di stanza a Maratea decide di partecipare al festival del teatro canzone di Scanzano Jonico; non percorrendo la comoda statale 653 ma camminando a piedi dalla costa tirrenica a quella jonica per riscoprire antichi sentieri, la propria identità e il volto di una regione che non esiste più. Un affresco corale, delicato e bucolico di una Basilicata che in effetti non esiste più davvero. Gli spettatori più avveduti all’epoca sono balzati sulla poltroncina leggendo tra i titoli di coda che la meritoria opera era finanziata, tra gli altri, dalla multinazionale petrolifera Total.

Il Papaleo dichiara commosso che “non smetterà mai di avere dentro le proprie origini, anche se il viaggio che ho davanti mi porta altrove”. Ebbene, lo sguardo dell’attore che a febbraio, assieme a Gianni Morandi, ha presentato il festival di Sanremo sponsorizzato dall’Eni (eccesso di coincidenze! qui la lettera aperta che la Professoressa D’Orsogna proprio in quei giorni ha scritto sul proprio blog all’artista), negli anni di sacrifici forse è stato colpito da miopia, non solo in senso oculistico. Un lucano, a meno che non abbia richiesto affiliazione alla tribù dei LuchEni, non può non sapere che la Basilicata è stata letteralmente distrutta dai petrolizzatori: assicura l’80% del greggio estratto in Italia anche se questo ‘oro nero’ soddisfa solo il 6% del fabbisogno energetico nazionale, le trivelle hanno invaso parchi naturali, aree in prossimità degli ospedali, inquinato le falde acquifere, annichilito l’agricoltura, generato l’impennata dei prezzi di ogni merce e/o bene di consumo, tra cui, per grottesco contrappasso anche quello della benzina, ridotto in miseria un popolo cui era stato promesso il miraggio della ricchezza stile emirati arabi.

La marcia Coast to Coast forse richiama, anche inconsapevolmente, l’esodo della famiglia Joad dall’Oklahoma alla California sulla leggendaria Route 66, ma in chi ama davvero la Basilicata lascia solo furore per una storia che nei sogni approdava ad un epilogo diverso; e che ora, forse, è arduo e tardivo riscrivere.


NON SOLO PAPALEO

Il casus Papaleo è eclatante, ma non unico. Si potrebbero citare decine di nomi appartenenti al mondo dell’informazione (es: Ferruccio De Bortoli, Lucia Annunziata), della cultura (es: il rettore di Ca’ Foscari, professor Carlo Carraro), della scienza e della medicina (es: Umberto Veronesi), dello sport (ah, gli atleti, soprattutto i calciatori, sempre pronti a schierarsi nella metà campo sbagliata) gentilmente sovvenzionati da Eni. Il cane nero a sei zampe, sorta di Mecenate post moderno, in cambio della generosità chiede e ottiene fedeltà e ubbidienza cieca e assoluta al proprio regime imperialistico, a quella che i manager definirebbero nel loro gergo da clan, ‘mission aziendale’.

Per loro fortuna e nostra massima colpa, la memoria storica è labile e pronta a rimuovere in fretta.
La lista degli artisti che sono stati e sono lieti di indossare magliette e caschetti griffati Eni è lunga; per correttezza, qualche esempio con nomi e cognomi:
Claudio Bisio, l’ineffabile, il brillante, ironico (com’è trendy questo aggettivo…), istrionico presentatore di numerose edizioni del cabaret televisivo Zelig (perfetto il riferimento al camaleontico personaggio inventato da Woody Allen, in grado di adattarsi e assumere le sembianze più consone ad ogni mutamento esterno) è stato protagonista di uno spot del 2004 per pubblicizzare l’acquisto delle azioni Eni.
Chi lo rammenta?
In tempi più recenti, anno 2009, anche l’impegnato, schierato, popolare attore romano Massimo Ghini non ha resistito al fascino del cane nero a sei zampe.
In fondo, quale altro volto più adatto del suo, capace di calarsi nei panni di Enrico Mattei per una prestigiosa fiction Rai e “privilegiato, onorato, emozionato” dopo essersi seduto a favore di telecamera dietro la storica scrivania appartenuta al fondatore di Eni?
O ancora, Ilana Yahav, rivoluzionaria e fantasiosa pittrice con la sabbia (bituminosa?); nel 2010 il filmato che propagandava i comandamenti del cagnaccio - “Innovazione, collaborazione, rispetto, cultura; con queste parole lavoriamo in oltre 70 paesi per portarvi energia” l’idilliaco quadretto – divenne, anche grazie alla canzoncina accattivante, una sorta di tormentone del piccolo schermo.

Possibile che tutte queste persone vivano sotto la campana di vetro del loro autoreferenziale microcosmo professionale? Possibile che non abbiano coscienza civile ed ecologica? Possibile che in nome dell’interesse egoistico (la visibilità, l’indubbia capacità remunerativa di Eni) non coltivino l’aspirazione e la lodevole, questa sì, ambizione di spendersi per il Bene Comune?
Questi artisti, queste persone appaiono come ingenui primitivi ancora rinchiusi nella caverna del mito platonico, ‘ominini’ non ancora caduti dal pero di un illusorio mondo senza male, senza vizi capitali.

Concediamo loro il beneficio del dubbio, concediamo loro la libertà di essere incoscienti ed ignoranti. Ma l’ignoranza non è ammessa al cospetto delle leggi umane, a maggior ragione di fronte a quelle della Natura. Se invece fossero in possesso di consapevolezza, la loro colpevolezza sarebbe grave e conclamata all’ennesima potenza: sarebbero i soliti furbastri, lanciatisi propria sponte dal pero per destreggiarsi abilmente al servizio di chi li vuole, alla bisogna del miglior offerente; che non può essere il Cittadino, non può essere l’Ambiente.

Idrocarburi, terremoti e la metafora del sacco
post pubblicato in Ambiente, il 12 giugno 2012


Schema di fracking in Texas, fonte Epa



di Hermes Pittelli ©

 
Fratturare la roccia per estrarre ‘preziosi’ idrocarburi, shale gas in particolare.
La traduzione, magari un po’ grossolana e semplicistica (giornalistica…), del termine inglese ‘fracking’ rende intuitiva e immediata la percezione di quanto questa tecnica estrattiva sia traumatica per il territorio nel quale viene praticata.
Con buona pace dei petrolizzatori e dei loro compari politici, tecnici, sedicenti studiosi indipendenti (stranamente sul libro paga delle multinazionali) negazionisti.

Insomma, a qualche scienziato catastrofista (Professoressa Maria Rita D’Orsogna, in primis), sostenuto come di consueto da una ‘minoranza’ di ambientalisti estremisti, è balenato l’insano sospetto che l’ondata di terremoti che sta martoriando l’Emilia e parte dell’Italia settentrionale abbia cause non proprio naturali. Un sospetto che si è diffuso anche tra chi è vittima diretta del sisma e possiede memoria storica e materia grigia funzionanti, non obnubilate dalle chiacchiere e dalla disinformazione interessata, propalate degli sciacalli predatori (le consuete cricche italiote di vario genere e specie).

In poche parole, si trivella uno strato roccioso di territorio, si iniettano fluidi (acqua, ma spesso cocktail misteriosi di sostanze chimiche) per aumentare la pressione in modo da indurre la creazione e/o propagazione della frattura e il gioco è fatto: le rocce si sbriciolano e dallo scrigno esce il tesoro. Peccato che questa felice pratica lasci in eredità contaminazione delle falde acquifere e micro terremoti. Ufficialmente, in Italia il fracking non è praticato dai petrolizzatori. Ufficialmente però è un avverbio vuoto e privo di valore. Come molte norme di tutela ambientale della salute sono prive di reale valore scientifico e medico (cfr. ‘termovalorizzatori’ per morire a norma di legge, come evidenzia sempre più disgustato il Dottor Stefano Montanari).
Peccato che proprio Maria Rita D'Orsogna, indagando da sola, abbia scoperto che la ditta Erg Storage, la stessa dello stoccaggio Rivara in Emilia, abbia utilizzato questa tecnica nel 2009 a Ribolla che non è un vino pregiato, ma un paesino toscano in provincia di Grosseto. Nel colpevole silenzio della politica, delle istituzioni, dei media.
In Italia, non esiste legislazione che regolamenti queste attivià. Del resto, siamo la repubblica fondata sul cane nero a sei zampe, quindi le opeazioni petrolifere sono pianificate, autorizate e controllate direttamente dall'Eni, da Assomineraria e compagnia cantante. Inutile perdere tempo e denaro spiegando tutti quei termini inglesi complicati alle popolazioni locali, inutile farsi intralciare dai lacci e lacciuoli della Costituzione e delle Leggi.

Sul tappeto, anzi al suolo, restano le macerie, i cadaveri e, soprattutto, domande e dubbi angosciosi, ai quali politicanti e tecnici non risponderanno o propineranno le consuete falsità. Sappiamo ormai a menadito la vera storia del petrolchimico italico, con tutto il suo carico di sfruttamento, distruzione ambientale,degrado sanitario e sociale: la dimenticata Basilicata vale davvero quale esempio e monito per tutti. L’Emilia Romagna è comunque regione di stoccaggio ed estrazione di idrocarburi; abbiamo rimosso, solo per citare un disastro, l’alluvione del Polesine e la subsidenza del litorale ravennate?
Ancora la scienziata abruzzocaliforniana rammenta un rapporto datato 12 aprile 2012 redatto da un gruppo di ricercatori (estremisti ideologizzati anche costoro?) dello US Geological Survey, il Dipartimento geologico degli Stati Uniti, sul numero di terremoti negli stati centrali americani: 50 nel 2009, 87 nel 2010, 134 nel 2011.
Un incremento progressivo proprio in aree fra Colorado, Ohio e Oklahoma ,sottoposte ad alta concentrazione di smaltimento di acque residue da fracking in pozzi dismessi. Come dice qualcuno, forse non esiste prova scientifica al di là di ogni ragionevole dubbio di correlazione tra fracking e terremoti, ma nemmeno del contrario. Mentre è noto a livello internazionale che in zone desertiche a bassa sismicità dell’ex Unione Sovietica l’intensa e prolungata attività estrattiva abbia causato terremoti di potenza spaventosa. Per la cronaca, all’interno della esile e traballante Unione Europea, Francia e Bulgaria (!), forse in omaggio al sano e proverbiale principio di precauzione, hanno messo al bando la tecnica del fracking.

In un paese come l’Italia, dall’assetto idrogeologico fragile al di là di mappe più o meno ragionate e indicative di rischio, appare una follia continuare a concedere permessi a cuor leggero per trivella selvaggia. Eppure accade ogni maledetto giorno. Clini e Passera, ambiente e sviluppo, procedono d’amore e d’accordo,tra affinità elettive e scambio di amorosi sensi. Come interpretare la retromarcia del divieto di attività petrolifere dalle già ridicole 12 miglia marine a 5 miglia dalle coste?
Come interpretare la bieca e ottusa volontà di puntare ancora tutte le fiches dell’approvvigionamento energetico su strategia obsolete, letali, ormai antistoriche (l’economia degli idrocarburi) rinnegando la via delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica che, piccolo particolare, potrebbe creare 250.000 nuovi posti di lavoro entro il 2020?  

Inascoltato, ma infaticabile, ennesimo Don Chisciotte della Sofia, anche il Professor Salvatore Settis procede tetragono nella divulgazione della cultura attraverso libri, articoli, conferenze, appelli alla (in)sensibilità delle istituzioni. Quelle, le istituzioni, anzi le persone che le occupano abusivamente, fanno orecchie da mercante. Ma da mercato basso e levantino, orientato solo ad un lucro immediato, senza progettualità, senza prospettive, senza futuro. Da sempre, Settis, richiamando il contenuto inequivocabile dell’articolo 9 della Costituzione, propone l’accorpamento di tutela ambientale e tutela del patrimonio artistico in un unico ministero; per ragioni così lampanti che ci potrebbero arrivare perfino i politici o i tecnici italiani.  In proposito, basti pensare allo scabroso recente caso della potenziale discarica a 700 metri in linea d'aria di Villa Adriana nel Lazio.
Non è vero che l’Utopia (il Bene Comune) sia un’idea non realizzabile, è sufficiente trasformarla in progetto concreto. Diventa missione impossibile solo quando manca la volontà di base.

Ecco quindi che la metafora di Corona (Mauro, naturalmente: scalatore, scultore ligneo, scrittore di successo), uomo e artista friulano al di là di ogni sospetto, assurge a metafora universale della nostra stupidità e della nostra ignavia, di cittadini pavidi lieti di recitare da passivi sudditi. Non servono scienziati per dimostrare queste verità; gli scienziati possono poi spiegarci il perché e il come, insegnarci come applicare i principi per tutelarci o risolvere un danno, quando ancora si può.

L’Uomo di Erto sostiene che la Terra sia paragonabile ad un sacco colmo di risorse meravigliose; il sacco si regge fino a quando è pieno, ma se cominciamo a svuotarlo senza criterio depredandone il contenuto, rapidamente si affloscia su se stesso.
Ora, i petrolizzatori e gli eserciti di tecnici lanzichenecchi al loro servizio potranno blaterare all’infinito sull'assenza di studi scientifici che dimostrino la correlazione tra le attività petrolifere e quelle telluriche, eppure di questa evidenza non c’è alcun bisogno: basta osservare e utilizzare la materia grigia.

Ecco perché la metafora di Corona vale doppio: perché quel sacco non rappresenta solo la nostra unica e bistrattata Terra, ma anche l’ignobile, scriteriato, criminale saccheggio che stiamo perpetrando ai suoi (e nostri) danni. Del resto, ennesima conferma del neo oscuro basso evo nel quale ci siamo cacciati da soli, il 7 giugno su Raitre una nota giornalista ha concluso una puntata di Fuori Tg dedicata all’emergenza rifiuti e agli inceneritori con una sentenza di brillante intelligenza:
La federazione dei medici dell’Emilia Romagna ha esortato a non costruire più impianti di questo genere, anche se al momento non è ancora chiaro quali effetti abbiano sulle persone che vivono nelle vicinanze”.

L'unico sacco che dovremmo svuotare una volta per tutte, resta drammaticamente sempre pieno: quello della nostra idiozia.




Fonti
: consulenza scientifica Profesoressa Maria Rita D'Orsogna, Dottor Stefano Montanari; Costituzione italiana, Messaggero Veneto, Il Venerdì (La Repubblica), La fine del mondo storto (Mauro Corona, Ed. Mondadori), L'imbroglio energetico (Cristiano Lucchi e Gianni Sinni, Ed. Nuovi Mondi)

“Stop agli idrocarburi, l’Italia sia leader per una moratoria mediterranea”
post pubblicato in Ambiente, il 22 gennaio 2012



Questo il ‘rivoluzionario’ invito che la Professoressa D’Orsogna ha lanciato al Senato italiano durante la sua prima audizione informale presso la Commissione Industria Commercio Turismo. 
Assenti sottosegretari e ministri, assente la politica abruzzese.

 
di HermesPittelli ©

 
 
L’immagine dell’Italia nel mondo è legata alle bellezze artistiche e ambientali, le nostre vere risorse. Se volessimo dimostrare davvero coraggio, l’Italia dovrebbe ergersi a capofila dei paesi mediterranei per una moratoria contro le trivellazioni off shore”. 
Gentile, ma diretta e determinata come di consueto, la Professoressa D’Orsogna conclude così, con una sorta di ‘sfida’, la propria audizione informale al cospetto della X Commissione permanente del Senato (Industria Commercio Turismo).

Invitata dai senatori siciliani Antonio D’Alì (PdL) e Cesare Cursi (PdL), la Scienziata dei Due mondi non si è fatta intimorire dal contesto e in 25 minuti ha sfoderato una lectio magistralis serrata ed efficace al cospetto di una quindicina di senatori attenti e in qualche frangente sorpresi dalle informazioni scientifiche sugli effetti ambientali ed economici delle attività petrolifere.
A parte Salvatore Tomaselli, senatore pugliese del Pd fautore di una proposta di moratoria per la salvaguardia del Mare Adriatico, gli altri presenti si sono stupiti di apprendere quanto inquinamento producano ricerca, estrazione,lavorazione e trasporto degli idrocarburi.
La Professoressa D’Orsogna, nonostante l’orario infelice (mercoledì 18 gennaio2012, ore 14.00) e la brevità del tempo a disposizione, non ha omesso un solo particolare scabroso delle sue ormai celebri conferenze attraverso la proiezione di slide esplicative.
Dalla cartina dell’Italia, con le numerose aree sottoposte (dalla Laguna Veneta al Salento, dalle Isole Tremiti, alla Val di Noto, a Pantelleria) all’assalto dei petrolieri, alla tossicità dei fanghi e fluidi perforanti, dalla subsidenza (Venezia, Ravenna) agli incidenti spesso gravi (Manfredonia, Trecate, Genova, Golfo del Messico, Indonesia, Brasile, Nigeria) ma taciuti o minimizzati dai manager delle multinazionali, dal problema  della letale desolforazione attraverso i famigerati centri oli (Viggiano in Basilicata) alle piattaforme alle petroliere con desolforatore incorporato, i senatori, come diligenti studenti universitari hanno ascoltato con attenzione quelle informazioni che cittadini e ambientalisti italiani hanno imparato a memoria grazie all’incessante impegno scientifico e civile della scienziata abruzzo-californiana.

Curiose coincidenze: mentre la Professoressa stava per cominciare il proprio intervento, i vertici di Assomineraria telefonavano per rivendicare il diritto di replica; la nave da crociera Concordia, spiaggiata come un povero cetaceo, metteva a rischio l’ecosistema dell’isola del Giglio, eslodeva un metanodotto, il governo tentava di liberalizzare anche ‘trivella selvaggia’ (ma il ministro per la Tutela del Territorio e del Mare, Clini, smentiva prima attraverso una nota scritta e poi in diretta tv dagli studi di La7, anche se si attendono ‘trucchi di coda’ all’italiana), Paolo Scaroni, a.d. di Eni, felice per la missione in Tripolitania assieme alla ‘strano’ premier Monti, dalle pagine di La Repubblica rilanciava la vocazione internazionale di ricerca ed estrazione idrocarburi del cane a sei zampe “per soddisfare gli insaziabili appetiti dei 300.000 azionisti” e lamentadosi per l’italico divieto di trivellazione off shore fissato a 12 miglia marine; a suo dire, uno scandalo che non trova uguali nel mondo.
Come sempre, il super manager mente sapendo di mentire (la menzogna fa parte integrante delle strategie di Eni e delle companies dell’oro sporco): negli Stati Uniti infatti (Golfo del Messico a parte) è addirittura di 100 miglia!
Proprio questa informazione ha suscitato il massimo scalpore tra i senatori, assieme al triste esempio della Basilicata: 20 anni di scempio da parte di Eni e Total per diventare la regione più povera e più malata d’Italia (qui il tasso di tumori infantili è doppio rispetto al resto d’Europa).
La Professoressa ha incalzato gli astanti senza soluzione di continuità: “Petrolio uguale ricchezza per i popoli? No, solo per i petrolieri, si tratta di una forma di speculazione. Produrre un barile costa circa 11 dollari e ne frutta circa 100, il profitto resta tutto in tasca ai petrolizzatori. Dobbiamo decidere una volta per tutte il nostro modello di sviluppo, come la Florida negli Usa che rifiuta il petrolio per tutelare ambiente e turismo. Per restare ad un esempio italiano, dobbiamo optare tra il modello Taormina e il modello Gela; le vie di mezzo e i compromessi sono incompatibili”.

Il presidente di commissione D’Alì e il senatore Tomaselli hanno balbettato con imbarazzo che già difendere l’area di (sedicente) sicurezza delle 12 miglia è sempre un’impresa di stampo cavalleresco, perché la lobby del petrolio ha molti scaltri amici infiltrati in Camera e Senato che ad ogni nuovo decreto legge tentano di inserire articoli per abrogarla o riportarla almeno a 5 miglia. Quasi inutile segnalare ancora una volta il nome della senatrice Simona Vicari, anche lei siciliana e pidiellina, ma fiera paladina dei petrolizzatori.
D’Alì e Tomaselli, quasi con mesta rassegnazione, hanno anche evidenziato quanto sia complicato lanciare l’iniziativa di una moratoria mediterranea “perché questo sconvolgerebbe interessi commerciali di singoli paesi e trattati internazionali, difficili da armonizzare”.
La Professoressa D’Orsogna però ha rilanciato: “La politica italiana cominci allora da una moratoria per l’Adriatico e per sospendere nuove concessioni in Basilicata e nelle aree e parchi già istituiti”.

Non sono intervenuti ministri, né sottosegretari. Peccato, hanno perso un’occasione unica (forse, non irripetibile). Monti e i suoi scudieri avrebbero imparato come curricula e masters prestigiosi non servano per promuoversi con un velo di arrogante snobismo su giornali, tv o alla Borsa di Londra, ma per creare vera democrazia e progetti per il bene comune. Assenti ingiustificati, ma anche questa non è più una notizia, i politici abruzzesi.

Osservando Piazza Navona e Fontana di Trevi, Maria Rita D’Orsogna, al tramonto di questa giornata comunque storica, mentre al cellulare rispondeva paziente a numerose interviste, ha sussurrato:
Dal passato abbiamo ereditato senza merito tutta questa Bellezza,
noi cosa lasceremo alle generazioni future?
”.


 

Una notte d'agosto (a Torricella Peligna)
post pubblicato in Ambiente, il 6 settembre 2010
Il testo integrale dell'intervento che avevo preparato in occasione della conferenza della Prof. Maria Rita D'Orsogna a Torricella Peligna (6 agosto 2010).
Altro territorio in provincia di Chieti a rischio danni da petrolizzazione, con la Forest Oil di Denver che vorrebbe trivellare la fragile e delicata area del lago di Bomba, dove l'assetto idrogeologico e la presenza della diga sconsiglierebbero di piantare anche solo uno spillo.
Il mio intervento è stato poi abbreviato e aggiustato 'in corsa' a braccio, causa inconveniente tecnico che ha costretto la Scienziata abruzzo-californiana a cominciare la propria relazione con quasi un'ora di ritardo.



di Hermes Pittelli ©
 



 Buonasera.
Grazie ad Antonio Piccoli per l’invito;
è una grande gioia essere qui con voi questa sera, detto senza piaggeria o doveri di ospitalità.
Sono friulano di nascita, vivo a Roma da 10 anni, ma da 7 frequento assiduamente quello che il Times di Londra ha definito il Tibet d’Europa, cioè l’Abruzzo e ne sono innamorato come fosse la mia terra natale.
Il mio intervento verte sull’importanza della memoria e della Verità – ove possibile – storica; ma non preoccupatevi per questa premessa, mi impegno ad essere sintetico. Credo sia già indispensabile una testimonianza storica, da parte di un umile scriba che da un anno e mezzo segue la vicenda della petrolizzazione.
Il prossimo 15 ottobre la Professoressa D’Orsogna festeggerà il terzo complenno della sua vita parallela.
Credo la conosciate tutti: la sua vita ufficiale è (o dovrebbe essere) un’altra; ricercatrice e docente della California State University at Northridge di Los Angeles.
Nel paese dalla memoria labile, dalla memoria ad orologeria, che si attiva a seconda della direzione dei venti e delle convenienze del momento c’è bisogno di riavvolgere il nastro e fare chiarezza.
Questo è ormai un paese dove la soglia d’attenzione dei cittadini è precipitata ai minimi livelli o si è proprio azzerata, nel quale assistiamo alla continua riscrittura della realtà ad uso e consumo dei furbi ed è falso e ingiusto che la ragione sia attribuita a chi urla più forte e il merito venga riconosciuto a chi riesce a pronunciare per ultimo uno stupido slogan di marketing.
Il grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht aveva le idee chiare:
Chi non conosce la verità, è uno stolto. Ma chi, conoscendola, la chiama menzogna è un delinquente”.
Qui in Abruzzo in piena lotta anti petrolizzazione – con l’esito ancora incertissimo, con la netta disparità di forze tra i cittadini e le associazioni ambientaliste da una parte e la politica e i petrolieri dall’altra – qualcuno dopo tre anni di battaglie sta già tentando di fornire una nuova versione della vicenda per attribuirsi medaglie che non gli spettano; in vista di un chiaro interesse di bottega strettamente personale ed egoistico. La politica italiana, come ha detto Agnese Moro figlia di Aldo Moro a proposito della strage di Bologna, dovrebbe essere in grado di reggere il peso della Verità.

Prendiamo Gianni Chiodi, da me ribattezzato il Temporeggiatore perché rimanda di continuo una vera decisione per proteggere l’Abruzzo, tutto terra e mare, dalla petrolizzazione; ora è in carica da due anni.
Certo, il governo di Roma non lo agevola nominandolo commissario speciale per tutto: per la ricostruzione e per i disavanzi di bilancio nella sanità.
Dopo aver
vinto le elezioni, non ha fatto in tempo a insediarsi che già riceveva la prima lettera dalla Professoressa (in cui lo esortava ad una posizione ufficiale e a decisioni concrete anti petrolio) e lui, non avendo capito di che tempra fosse la nostra Erin Brocovich, ha risposto con toni melliflui e retorici, concludendo ‘Spero di conoscerla presto’.
Quando poi un anno fa, a Cupello (consiglio la visione dei filmati su YouTube per coloro che non erano presenti), se l’è ritrovata davanti in carne, ossa e domande è sbiancato, si è agitato, gli è venuto il fiato corto e una copiosa sudorazione, ha farfugliato parole incomprensibili. Una semplice domanda, diretta, chiara, su basi incontrovertibili è sufficiente per mandare in crisi i nostri politici;
come agitare un crocifisso davanti ad un vampiro: impazzisce di terrore e dolore.
Poi Gianni Chiodi è fuggito nella notte a bordo della sua torpedo blù, protetto dalla scorta, dicendo di essere stato aggredito.
Ma voi riuscite a immaginare qualcuno più educato, rispettoso e democratico della Professoressa? Vi immaginate la Professoressa capace di ‘aggredire’ qualcuno, fosse pure il cane nero a sei zampe dell’Eni, fattosi persona???
Per la cronaca, Gianni Chiodi è indagato per disastro ambientale, per la vicenda del crollo della discarica La Torre all’epoca in cui ricopriva la carica di sindaco di Teramo. Oggi infatti, per non ritrovarsi più la ‘monnezza’ tra i piedi, è favorevole alla costruzione degli inceneritori: un vero amico dell’Ambiente che di continuo rammenta ai cittadini: “Vi avevo promesso che il Centro Oli di Ortona non sarebbe stato realizzato e infatti è andata così”.
Omette di specificare che la questione in realtà è sospesa. Perché Eni è ancora titolare dei permessi e potrebbe anche decidere di sfruttarli in futuro o venderli a qualche altra compagnia.

Pro inceneritori anche l’ex assessore regionale all’Ambiente, Daniela Stati.
Sulla petrolizzazione non ha mai spiccicato parola, salvo – da un festival dell’Ambiente a Rimini – affermare con sprezzo del pericolo e del ridicolo che gli inceneritori in Abruzzo sono imprescindibili.
Assomiglia come figura istituzionale alla sua omologa a livello nazionale, Stefania Prestigiacomo (la quale invece parla spesso, per sostenere le centrali nucleari o stabilire che le piattaforme petrolifere a 5 o 9 miglia dalla costa tutelano l’ecosistema marino e i litorali).
In comune, hanno dei papà ‘ingombranti’.
Di Daniela Stati e del padre Ezio non aggiungo altro a quanto sta emergendo dalle cronache, per pudore. Delle aziende della famiglia Prestigiacomo cosa dire se non che sono collocate nel triangolo siculo della morte Augusta-Melilli-Priolo e che risultano tra le più impattanti per la salute e l’ambiente?
Infatti, la bucolica Stefania è ministro per la tutela ambientale…

C’è Enrico Di Giuseppantonio, ex sindaco di Fossacesia, anche lui contrario alle piattaforme accanto ai Trabocchi, ma poi ‘Prudentissimo’ sulla questione della Perimetrazione del Parco marino che avrebbe potuto scongiurare almeno questo pericolo. Qualche giorno fa, l’attuale presidente della Provincia di Chieti, da un palco assiepato di sindaci con fascia tricolore e gagliardetto municipale, forse galvanizzato dalla presenza di tante telecamere e flash, ha tuonato, rivendicando i meriti della sua istituzione: le osservazioni contrarie alle piattaforme a mare inviate ai ministeri romani. Ho scritto in un articolo che uno degli effetti collaterali dell’idrogeno solforato, di cui sembra che tutti siano diventati esperti in regione, è la pandemia di amnesie che si sta diffondendo in Abruzzo: quelle osservazioni e tutto quello che i politici e amministratori locali sanno – e oggi vanno ripetendo come fossero gli eredi del pappagallo di Portobello - sull’industria degli idrocarburi è frutto da cima a fondo del lavoro di ricerca, sensibilizzazione e divulgazione della Professoressa. Frutto di lavoro gratuito, per amore solo per amore; con notti insonni e senza più periodi di vacanza, come dimostra anche questa estate 2010, costellata di conferenze ed interviste.
Di Giuseppantonio, mentre i petrolieri e le trivelle avanzano veloci, equidistante, misurato, sempre pronto a rammentare la complessità degli itinera istituzionali, la mancanza di veri poteri, blatera di tavoli tecnici da formare a settembre.
Mentre a settembre a Roma partirà la discussione in aula del disegno di legge firmato dalla senatrice palermitana Simona Vicari per concedere i permessi di ricerca ed estrazione in modo molto più celere e semplificato.
Tradotto: ancora minori vincoli legislativi e burocratici per i comodacci dei petrolieri.
Del resto, Di Giuseppantonio è uno dei pupilli (assieme a Chiodi) di Remo Gaspari; è come se avesse un marchio di qualità: DOCG, denominazione di origine controllata e garantita, il massimo. Anzi, con una battuta: DC OG, democrazia cristiana… origine garantita!
Remo Gaspari ancora oggi viaggia con i faldoni dei piani industriali Eni sottobraccio e rimpiange nostalgico i 'tempi d'oro', quando in base alle esigenze del cane nero a sei zampe venivano scritti i progetti ambientali della Regione.
Di Giuseppantonio dovrebbe magari spiegare come mai assessore al turismo della Prov. Di Chieti sia l’avvocato Remo Di Martino, storico sostenitore del Centro Oli Eni di Ortona, oggi convertitosi – sostiene lui – all’ambientalismo … sulla via dei Trabocchi! E’ così ambientalista che partecipa alle passeggiate ecologiche, ma poi esprime parere favorevole per mutare la destinazione d’uso ai terreni di Contrada Feudo: da agricoli a industriali. Mah…

Tutto questo avviene ‘per colpa nostra’. Che tra l’altro è il titolo di un ottimo docu film sul terremoto dell’Aquila, per la regia di Walter Nanni, abruzzese doc, basato sull’inchiesta giornalistica di Giuseppe Caporale giornalista de La Repubblica che della vicenda si occupa dal momento del sisma.
Perché il vero dramma dell’Aquila, della petrolizzazione e di tutte le altre porcherie che si stanno consumando in Italia, consiste nella nostra abdicazione al ruolo di cittadini, con diritti e doveri. Ci siamo consegnati e abbiamo firmato una delega senza garanzie a questi personaggi. Negli ultimi 20 anni ci siamo sempre più trasformati in ‘crash test dummies’: avete presente i manichini che le aziende automobilistiche utilizzano per collaudare l’affidabilità dei sistemi di sicurezza delle vetture, tipo gli airbag. Ecco, quelli.
Solo che noi siamo diventati semplici manichi, senza più l’airbag della nostra coscienza civile, senza più l’utilizzo della nostra materia grigia per vedere e intervenire sull’illegalità che si consuma tutti i giorni davanti ai nostri occhi, alla luce del sole.
Com’è possibile si chiedeva la scorsa settimana a Spinazzola, Carlo Vulpio (giornalista CorSera) che sulle Ande colombiane la popolazione degli indigeni U’wa, appoggiata dai contadini della regione Aruca, tutti analfabeti senza nemmeno licenza elementare, abbiano resistito per 10 anni e vinto contro le multinazionali del petrolio; contro il governo colombiano capace di inviare 5.000 soldati in assetto di guerra che non si sono fatti scrupoli di trucidare donne e bambini; come è possibile che minacciando un suicidio di massa (come ai tempi dei Conquistadores spagnoli, gente coriacea questi indigeni) siano riusciti a difendere ciò che considerano più prezioso di tutto, Sacro: la Madre Terra, il Planeta Azul (il pianeta azzurro, ndr).
Com’è possibile che noi abbiamo smarrito la memoria di cos’era questo paese nel ‘500 durante il Rinascimento?
Quello, integrato e aggiornato alla realtà del 2010 con la green economy – quella vera! - , è il modello di sviluppo da seguire. Le famiglie nobili, le signorie erano sì prodighe e dedite al mecenatismo, ma avevano fiuto per il business, come diremmo oggi: arte, cultura, ambiente, enogastronomia di qualità rendevano, eccome!
E l’Italia era considerata il giardino incantato d’Europa. Basti pensare che i celebrati giardini all’inglese in realtà sono stati copiati dai giardini toscani, tipo i giardini di Boboli a Firenze.
Dov’è la nostra strombazzata fantasia, dov’è la creatività, il genio? Dove è finita la spinta vitale che sempre consente ad un popolo di uscire dai bassifondi della Storia in cui ogni tanto precipita?
Sembra quasi che siamo già stanchi della Costituzione che risale solo al 1948 o della Repubblica (non il quotidiano…) nata con il referendum del 2 giugno 1946…
Stanchi della felicità e del benessere generale che potremmo avere, un po’ come gli abitanti di Atlantide che assuefatti e incapaci di gestire troppa grazia affondarono nella corruzione, nelle liti meschine, nella insensata violenza, nell’incapacità di immaginare e progettare ancora il domani.

Sempre Bertolt Brecht diceva “Sventurato il paese che ha bisogno di eroi”.
Non costringiamo Maria Rita D’Orsogna a diventare un eroe, oltre – molto oltre – le sue intenzioni; peggio, non rendiamola una martire della lotta contro la petrolizzazione.
Ci sono decine di iniziative che ciascuno di noi può mettere in atto: sensibilizzare parenti amici e conoscenti; scrivere lettere di protesta e osservazioni alle istituzioni, ai ministeri, ai media locali nazionali internazionali, alla Comunità europea facendo riferimento al Trattato di Aarhus (testo straordinario perché coniuga il diritto/dovere delle popolazioni locali alla salute e all'integrità ambientale con il principio di autodeterminazione);
fare pressione continua sui politici locali, sugli amministratori locali, magari ogni giorno incontrandoli per strada o al bar:
Cosa state facendo contro la petrolizzazione? Ma anche contro gli inceneritori, le discariche abusive di rifiuti tossici, gli sversamenti illegali di sostanze chimiche nei nostri corsi d’acqua da parte delle industrie?”.
E’ una fatica? Certo, ma è il nostro preciso dovere morale.
Ci dobbiamo meritare l’amore e l’impegno della Professoressa D’Orsogna.
Ci dobbiamo meritare la democrazia, dobbiamo meritarci la fortuna di essere nati in questo paese, dobbiamo meritarci e costruirci un futuro.
Adesso, perché la sabbia nella clessidra è già tutta scesa e non possiamo più rigirarla.

Diamoci da fare per non dover poi dire come il Riccardo II di Shakespeare:
Ho sciupato il tempo, ora il tempo sciupa me”.

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