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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
L’orecchino di Maradona nel paese degli illustri delinquenti
post pubblicato in Diritti, il 7 febbraio 2010




di Hermes Pittelli ©


Maradona è stato senza dubbio un fuoriclasse del pallone, ma si è segnalato anche per altre imprese straordinarie; in ambito extracalcistico.
Nel paese dei furbi e dei mariuoli, si è integrato così bene che nel periodo di militanza partenopea ha accumulato un debito con l’erario italiano superiore a 30 milioni di euro.
Nel settembre del 2009 gli ispettori della Guardia di Finanza e i funzionari dell’agenzia Equitalia hanno sequestrato a Merano uno dei celebri orecchini tempestati di diamanti dell’ex Pibe de Oro e lo hanno posto all’incanto. L’oggetto è finito nelle mani di una signora (che ha preferito mantenere l’anonimato) lieta di sborsare 25.000 euro per aggiudicarsi il prezioso feticcio.
Venticinquemila euro, una goccia nel mare rispetto a quanto Maradona, con abile dribbling mancino, ha sottratto al fisco tricolore.

Ma l’aspetto più sconcertante della vicenda riguarda l’atteggiamento di Equitalia, la spa a totale capitale pubblico (51% Agenzia delle Entrate, 49% Inps) che si propone di realizzare “una maggiore equità fiscale”; presente in tutte le regioni, tranne la Sicilia.
Ci si potrebbe già chiedere perché “maggiore” e non, semplicemente, “l’equità fiscale” punto.
Per capire l’entità del fenomeno 'evasione', nel 2008 l’imponibile evaso ammonta alla cifra di circa 311 miliardi di euro: 125,8 miliardi depredati dalle casse dello Stato, fondi che servirebbero a garantirci servizi essenziali quali la sanità, l’istruzione, le pensioni.

Comunque, il direttore generale Marco Cuccagna si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per gettare visibilità mediatica sull’evento. Come se riscuotere i giusti tributi dovuti allo Stato o stanare gli evasori facesse parte  dell’unreality horror show permanente in cui tutti i cittadini italiani vivono da 20 anni a questa parte.
Risultano allarmanti soprattutto le parole del dirigente Equitalia: “A prescindere dal caso Maradona, l’attività dell’agenzia prosegue incessantemente nei confronti di tutti gli evasori, illustri o meno che siano”.

Abbiamo quindi scoperto che esiste la categoria sociale degli ‘evasori illustri’, riconosciuta ufficialmente dall’agenzia statale che si occupa di intascare le tasse pagate dai cittadini onesti.
Un lapsus verbale rivelatore di una forma mentis e di una corruzione morale che sta devastando quello che resta di questo paese.
Come direbbe Scajola, sarò all’antica, ma un evasore, peggio se benestante quando non plutocrate, è solo un delinquente.
L’aggettivo illustre è appannaggio esclusivo di persone di cristallina e non negoziabile moralità.
Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Rita Levi Montalcini, giusto per fare dei nomi.
In italia invece cerchiamo da troppo tempo questa commistione tra sacro e profano, come se immergere nello stesso calderone primordiale gli onesti e i disonesti servisse da lavacro morale (anzi, amorale) per cancellare i peccati dei birboni; peggio, per collocare i primi e i secondi sul medesimo piano sociale. Ma se tutti rubano o uccidono e io mi adeguo, non sono innocente, né le mie azioni possono finire nella centrifuga che regala l’amnistia e il condono universali.

Da noi qualcuno continua a rivendicare tagli d’imposte immaginari, mentre per ridurre l’iniqua pressione fiscale su chi le tasse le paga davvero basterebbe non varare scudi fiscali per i ‘grandi e illustri evasori’ (quelli che hanno i conti blindati nei paradisi fiscali), o per le varie potentissime mafie (sempre nel 2008, l’economia del crimine organizzato ha fatturato 120 miliardi di euro, con un ammanco di entrate fiscali pari a 40 miliardi); magari eliminare – quelle sì autentiche gabelle truffaldine – le bollette energetiche gonfiate con gli incentivi Cip 6 per le fonti rinnovabili e/o assimilabili (fonti alternative che non esistono in Europa, ma solo in Italia).

L’ex Belpaese detiene, tra i tanti, un primato negativo: è primo in Europa per evasione fiscale. Del resto, alla faccia di J.F. Kennedy, non siamo tutti berlinesi.
Già, perché i tedeschi, a differenza degli altri cittadini continentali (sugli italiani poi meglio stendere una pietosa coltre di silenzio) le tasse le pagano e anche salate: nel 2008, 605 miliardi, e con l’Iva che ha raggiunto quasi i 180 miliardi di euro.
E alle ventilate ipotesi di taglio delle aliquote avanzate da Angela Merkel, hanno risposto: “No, grazie”.
Mica perché i teutonici siano fessi, solo hanno fatto quattro conti e si sono accorti che l’equilibrio delle finanze nazionali non consente questi espedienti propagandistici.

L’Italia invece resta il (al) palo della cuccagna dei furbi che trascinano il resto del paese in rovina. In fondo, ci siamo già passati nel 1992.
Ma lo abbiamo dimenticato.
Infatti stiamo beatificando corrotti, corruttori e illustri evasori.


FONTI:
La Repubblica, NuovoFiscoOggi, EquitaliaSpa

SE QUESTO E' UNO STATO...
post pubblicato in Società&Politica, il 18 novembre 2009


Scudo fiscale per i bottini delle mafie, appropriazione indebita dei risparmi dei cittadini, regalie illegittime alla Chiesa, privatizzazione di acqua e servizi fondamentali. E sulla sicurezza solo annunci a effetto che innescano il razzismo, mentre per arrestare i criminali i poliziotti onesti pagano di tasca propria


di Hermes Pittelli ©


 Uno Stato allo sbando, zona franca per i delinquenti, zona rossa per i cittadini onesti.
Scudo fiscale per ripulire il denaro della criminalità organizzata, tagli continui ai fondi per forze dell’ordine e ricerca scientifica, 8 per mille destinato a opere laiche che misteriosamente viene assegnato come fosse una regalia occulta alla Chiesa cattolica e infine conti e polizze dormienti sottratti arbitrariamente alla legittima disponibilità del cittadino per dirottarli ad aziende ‘amiche’. Intanto, l’iter di privatizzazione di acqua e servizi fondamentali cominciato con una legge vergogna nel 1994 è stato approvato grazie al solito dl (Ronchi, ndr) blindato su cui il governo ha posto per la ‘centesima’ volta la fiducia.
Quando il cittadino ottuso e rintronato esulta per presunte abolizioni di tasse, dovrebbe prima riflettere su quali servizi gli saranno poi sottratti; e sulle imposte che paga sarebbe saggio se esercitasse il diritto/dovere di conoscere la destinazione e l’uso finale dei suoi soldini.

Scudo fiscale o ‘’scudo d’onore? Qualche settimana fa Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera ed esponente della maggioranza, sbraitava in tv contro Marco Travaglio accusandolo di dire falsità sullo ‘strumento’ dello scudo fiscale. Strumento che secondo il governo sarebbe la panacea per rimpinguare le esauste casse statali e da cui attingere fondi per rilanciare l’economia, la ricerca, l’arrugginita e farraginosa macchina burocratica.
Uno speciale di Report ha definitivamente fugato i dubbi: lo scudo è un mega condono, un bel pacco dono alle mafie che in tutta privacy, con un obolo ridicolo del 5%, possono ripulire i proventi di traffici illeciti. Negli Usa, ad esempio, lo Stato accorda la possibilità di ravvedimento al cittadino, ma è un ravvedimento oneroso (deve versare il 50% del maltolto) e virtuoso (il cittadino, nome e cognome, deve spiegare per filo e per segno i metodi che gli hanno consentito di raggirare il fisco).
Gli strilloni del governo quando rammentano che questo esecutivo è il più attivo contro la mafia perché ha inasprito il 41bis dovrebbero spiegare al cittadino come mai nella legge di conversione dello scudo (dl 103/2009) siano contenute indicazioni sull’individuazione di sedi giuridiche in cui lo strumento non può essere utilizzato a sfavore del contribuente; sia raccomandata maggiore copertura ai fini penali (si estinguono con bacchetta magica dichiarazione fraudolenta su imposte sui redditi e Iva, dichiarazioni infedeli, omesse dichiarazioni, occultamento o distruzione di documenti finalizzati a evasioni delle imposte su redditi e sull’Iva, false comunicazioni sociali e tutta una serie di reati di contorno); dulcis in fundo, le operazioni di rimpatrio e regolarizzazione di capitali sono escluse dal novero delle segnalazioni di operazioni sospette ai fini della normativa antiriciclaggio.
Come non bastasse, lo Stato a questa torta golosa ha aggiunto anche i bigné delle aste pubbliche per la vendita dei beni confiscati alla mafia; così i fantocci prestanome dei clan, mentre i boss scontano il carcere duro, possono tranquillamente riportare quei beni tra i tentacoli della piovra. Come se il vero potere della mala non fosse la proprietà della ‘robba’ con cui controlla e estende il proprio dominio sul territorio e sui cittadini. Meno male che almeno la Regione Piemonte si è schierata in modo netto contro questo scempio della legalità proponendo di assegnare quei beni alle cooperative sociali come Libera.
Alla faccia della lotta dura senza paura contro la criminalità organizzata, apprendiamo che il governo lancia proclami mediatici, ma poi i poliziotti che hanno arrestato i boss Raccuglia (il più recente), Lo Piccolo e Provenzano hanno dovuto autotassarsi per avere gli strumenti adeguati per combattere la mafia.
I ricconi evasori intanto non 'scuderanno', ma continueranno a nascondere i capitali nei paradisi fiscali di Antigua, Cayman e isolette varie (attenzione, perché l’innalzamento dei mari può giocare brutti scherzi) o in qualche trust blindato in Svizzera o Lussemburgo.

Lo Stato, sceriffo di Nottingham. Come lo sceriffo della contea di Nottingham, acerimmo nemico di Robin Hodd, taglieggiava i cittadini per conto dell’usurpatore di Riccardo Cuor di Leone, principe Giovanni Senzaterra, così lo Stato italiano – attraverso un esecutivo che si vanta di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani (forse usa una lenza alla Tom Sawyer) – sottrae non solo i fondi contenuti nei conti dormienti presso istituti di credito o filiali della posta, ma ora addirittura quelli di polizze assicurative stipulate con i sacrifici di una vita.
Emblematico il caso di una famiglia di pescatori di calamari di Lampedusa: la madre, Vincenza Partinico, licenza elementare, nel 2005 con soldi guadagnati davvero con sangue e sudore, pensa ai 7 figli e stipula 7 polizze con Poste Vita, una per ciascuno, del valore pro capite di 14.000 euro. Totale: 98.000 euro. La signora Partinico ha avuto il torto di morire nel 2006. Lo Stato vorace vara una legge con effetto retroattivo (n.166, ottobre 2008) che stabilisce la caduta in prescrizione della polizza vita se nessuno la reclama entro 2 anni dal decesso del contraente. I fratelli Partinico, sapendo che Poste Vita attua la politica di non avvalersi della prescrizione per i 10 anni successivi alla morte del contraente, decidono di non intascare la somma. Ma quando Concetta, la più piccola della famiglia, nel marzo di quest’anno manifesta la necessità di accedere a quel gruzzoletto, Poste Vita, con imbarazzo, informa i fratelli Partinico che dei loro 98.000 euro non è rimasto un centesimo. Perché la legge 166/2008 altro non è che il famigerato ‘decreto Alitalia’, quello nato per salvare un’azienda che in tutto il mondo sarebbe stata lasciata fallire a causa dell’incompetenza dei manager ma che da noi è uno dei tanti eterni carrozzoni clientelari. Così, in nome dell’italianità, ai tanti fratelli Partinico dell’ex Balpaese (tra cui molti terremotati d’Abruzzo) lo stato ha rubato una cifra che Poste Vita, al cospetto di circa 5.000 casi, stima per difetto sui 30 milioni di euro.
Un’operazione che ha fatto impallidire lo sceriffo di Nottingham.

Quanto costa la benedizione silenziosa del Vaticano. I politici italiani poligami, divorziati, frequentatori di bordelli, cocainomani, spacciatori, spalloni di capitali italiani verso banche svizzere conoscono, se non la strada per il Paradiso, almeno il modo più sicuro per acquistare le indulgenze della Chiesa cattolica. Facile, basta dirottare i quasi 44 milioni di euro derivanti dall’8 per mille Irpef che i contribuenti hanno creduto di destinare a finalità umanitarie, volontariato o opere laiche. 10.586.000 euro spetterebbero ai ‘Beni culturali’, invece saranno utilizzati per completare o restaurare immobili ecclesiastici. 14.692.000 euro dovrebbero andare agli interventi post sisma in Abruzzo, ma si sa, la Divina Provvidenza ha fatto sì che le richieste siano partite prima del terremoto del 6 aprile 2009 e riguardino tutte opere ecclesiastiche.
Infine, governanti italiani brava gente, fare un discorso agli inutili vertici Fao procura buona immagine, ma poi gli 814.192 euro accordati alle associazioni umanitarie per il Terzo Mondo sono stati ritenuti dallo stesso Parlamento un insulto alla gente che soffre (17.000 bambini muoiono di fame ogni giorno e 300 milioni sono sfruttati come mano d’opera nel lavoro nero).
Il decreto che ripartisce i ricavi dell’8 per mille è stato firmato il 23 settembre dal presidente del consiglio, cavalier Silvio Berlusconi.

Postilla sulla sicurezza. La lotta alla clandestinità e ai reati commessi dagli stranieri è solo un ulteriore capitolo degli annunci mediatici di certa politica irresponsabile, politica che per intascare premi elettorali e economici, innesca pericolose derive razziste. Le cifre raccontano altre realtà. Su 10 reati commessi in Italia, 8 sono commessi da nostri connazionali. L’equazione immigrato=delinquente è falsa.
Nelle nostre sovraffollate e disumane carceri su 65.147 detenuti (dato aggiornato al 7 novembre 2009), 24.088 sono stranieri. La maggior parte ha commessi reati di poco conto e deve scontare pene inferiori ai 2 anni. Rientra quindi nella normativa Bossi/Fini (lg. 189/2002) che prevede l’espulsione e il rimpatrio per questo genere di pene (detentiva, anche residua, non superiore ai due anni; sanzione sostitutiva per condanne inferiori ai 2 anni). Lo stato italiano però, se il detenuto non dispone di denaro, non attua questa normativa sostenendo di non avere i fondi per pagare i biglietti aerei o per altro mezzo di trasporto (costo medio 200/300 euro). Ogni detenuto costa allo stato (al contribuente, quello che paga le tasse, ovvio) 200 euro al giorno. Così lo stato preferisce ‘risparmiare’ 300 euro, ma spenderne, se consideriamo, ad esempio, una condanna di un anno, 73.000.

Insomma lo stato italiano è un Robin Hood al contrario. Meglio, è come Superciuk, uno dei personaggi parodia creati dalla mente e dalla matita geniali di Max Bunker (alias Luciano Secchi).
Superciuk è uno dei più spassosi nemici di Alan Ford e del gruppo T.N.T., negli anni ‘70 (del 1900) rubava ai proletari per donare ai ricchi, simbolo, per lui reietto della società (netturbino comunale), di agi, ordine, eleganza, pulizia.
Non certo di nitore etico e morale, però.
Con Superciuk si rideva, con lo stato italiano che ruba ai cittadini soldi e diritti non resta che piangere.

Fonti: La Repubblica, ItaliaOggi, RadioRadicale, Altreconomia, Istituto di Ricerca dei Dottori commercialisti, CorriereEconomia

Ambiente italiano: gli scandali, le scelte responsabili
post pubblicato in Società&Politica, il 14 maggio 2009

a cura di Hermes Pittelli ã


 Stati generali dell’Associazione Italiana Costruttori Edili (Cementopoli?).
Naturalmente basta scorrere l’elenco dei potenti - apertura dei lavori del sindaco di Roma Gianni Alemanno e del presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, partecipa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; interventi del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, del presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, dei leader dell'opposizione Antonio Di Pietro (Idv), on. Pierluigi Bersani (Pd), on. Pierferdinando Casini (Udc) - che corrono a omaggiare la lobby del cemento selvaggio per capire senza sforzo molte cosette sulle vicende italiche.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma tu ce l’hai con tutti, non ti sta bene niente!”.
E’ così, di come vanno le cose oggi in Italia non mi sta bene niente, non condivido le strategie politiche (?) che prevedono intrallazzi con le mafie e con le multinazionali della morte; non voglio subire passivamente decisioni antidemocratiche e incostituzionali che violano ogni trattato internazionale e ogni dichiarazione universale sui diritti dell’umanità in senso politico, sociale, ambientale, e senza rispetto per la salute e la dignità dei cittadini.

Come disse qualcuno: “A questo gioco al massacro, dico NO”.
Il problema è che i nostri nemici dispongono di mezzi (economici, finanziari, mediatici) potenti e gettano negli occhi della popolazione inconsapevole fumo... di inceneritori.

Oggi vorrei proporVi la visione di qualche video che si trova facilmente in rete e che documenta, non solo la criminale collusione tra politica, istituzioni, informazione (attenti ai presunti martiri del giornalismo italiano!) e mafie, ma anche, per spargere un po’ di ottimismo (quello vero), l’esistenza di alternative al mondo che stanno tentando di imporci: si possono compiere gesti semplici e quotidiani per una nuova società (finalmente civile) davvero ecocompatibile e sostenibile.
Purtroppo, la formula che ancora non abbiamo trovato riguarda la possibilità di depurarci dal polticume italiano. Ma a forza di smascherarli riusciremo a debellare il virus che minaccia il Paese.

Torniamo sul ‘Caso Campania’. Il professor Montanari ha già spiegato in modo efficace come il bubbone sia stato creato ad arte per consentire poi il business della costruzione di inceneritori in Italia (grazie eroi di Impregilo) paventando una moltiplicazione virale dell’emergenza rifiuti in tutte le Regioni della Penisola (il Lazio sta seguendo a grandi passi le orme campane, il Cavaliere ha esortato la Lombardia a costruire ‘termovalorizzatori’ per scongiurare ogni pericolo).

Ecco un filmato che merita di essere visto con attenzione sull’apocalisse munnezza: http://www.youtube.com/watch?v=CDeLWeW-67A&feature=related

Tante belle picconate ai film virtuali del potere e dell’informazione prona (che riempie le nostre teste di ricette culinarie, servizi sull’Italia in vacanza e il gossip sulle very inutily persons) arrivano dall’intervista realizzata da Matteo Incerti all’assessore tecnico all’Ambiente della Campania, Walter Ganapini, in carica dal 14 febbraio 2008, membro onorario dell’Agenzia Europea dell’Ambiente: http://www.youtube.com/watch?v=syJzVR9uzzU&feature=related

Come promesso, chiusura ottimistica con un video divulgativo che illustra le alternative alla politica furba e losca che vorrebbe soffocarci e farci ammalare tra inceneritori e mega discariche:
http://www.youtube.com/watch?v=o8De1Qt_wGU&feature=related

L'Italia del futuro: inceneritori, petrolchimico, cemento e centrali nucleari
post pubblicato in Società&Politica, il 29 aprile 2009

Il Belpaese a rischio Manfredonia 1976 (grazie, nostra gloriosa arsENIchem)




di Hermes Pittelli ©


 Centrali nucleari e inceneritori a perdita d’occhio. E naturalmente tutto intorno torri di fumo dalle raffinerie petrolifere e distese di cemento. Ecco la visione belusconiana dell’Italia del futuro. Una visione condivisa dai suoi accoliti – ci mancherebbe – ma anche dalle amministrazioni locali, da chi davvero conosce il territorio, i suoi abitanti, i problemi di ogni giorno; ma evidentemente ha stretto un patto col Diavolo (e non si tratta del Milan, ovvio).
Il capo del governo dalla Polonia dirama il suo editto; questa volta non è bulgaro, non contiene liste di proscrizione, ma solo la conferma di una strategia politica che, al di là dei proclami ambientalisti per ottenere la simpatia del resto del mondo (Stati Uniti, Inghilterra), prevede la definitiva e completa distruzione del territorio e dell'ambiente italiani.
Si vede che l’Europa dell’est ispira in modo particolare il Cavaliere. Purtroppo non possiamo commentare la campagna acquisti elettorale fatta a suon di veline ignoranti e soliti trombati pronti a riciclarsi (ecco l’unico riciclo dannoso e che non serve ai cittadini: quello dei politicanti voltagabbana, sempre pronti ad accomodarsi sulla carrozza del regnante di turno. Mastella docet).

Il problema è più grave perché riguarda i progetti che bisogna cominciare a realizzare adesso per costruire il Paese di domani; il Paese che immaginiamo, il Paese che vorremmo per noi e per i nostri figli.

E le emergenze attuali pare non servano a risvegliare cittadini rintronati dalla psichedelia catodica e dagli annunci roboanti con effetti speciali incorporati.
Eppure, sono sufficienti piogge un po’ più abbondanti del normale e venti più sostenuti per mettere in ginocchio e paralizzare un Paese che ama autocompiacersi ospitando i nani del G8 e lucidando la medaglietta onanistica e falsa di settima potenza industriale del pianeta.
Tra l’altro, chissenefrega! Quando la pioggia allaga le strade e non si riesce a circolare per il traffico impazzito e intasato, quando l’asfalto si sbriciola con poche gocce d’acqua aprendo crateri insidiosi per chi viaggia in moto, motorino o bicicletta (sì, bicicletta), quando i fiumi esondano non a causa di precipitazioni eccezionali ma perché le rive sono state disboscate selvaggiamente in nome del business dei palazzinari e degli abusivismi, dissertare di nazione nell’olimpo del progresso è solo l’ennesima, clamorosa presa per i fondelli.

Strano che i cittadini in sede elettorale non rammentino nulla, strano che si facciano imporre nelle liste fantocci e teatranti, smutandate ignoranti e personaggi loschi dalla fedina penale che nemmeno qualche acido ultrapotente riuscirebbe a pulire almeno un po’.

Le vittime del terremoto in Abruzzo, più della fede e della speranza che un papa isolato dal mondo nel suo palazzo d’ori crede di dispensare con la comparsata di un’ora, sarebbero confortate e onorate sapendo che i loro familiari sopravvissuti non continueranno a rischiare la pelle per colpa di amministratori-tecnici-costruttori in combutta per spartirsi una montagna di soldi; sarebbero onorate sapendo che da oggi saranno cestinati e perseguiti piani edilizi criminali, in zone fortemente sismiche, con materiali scadenti e senza rispetto delle più elementari norme di sicurezza e tecnologia antisismica.
Eppure tutti in Italia si vantano – e le classifica di vendita lo certificano – forse perché dona un’aura di impegno civile e sociale e culturale, di aver letto Gomorra di Saviano; strano, perché l’autore campano descrive in modo chiaro e inequivocabile come si alimenta l’affarismo dei palazzinari ai danni dell’incolumità e dei risparmi dei cittadini: “Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. A Castel Volturno nessuno dimentica i camion che depredavano il Volturno dalla sabbia. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova”.
E' lampante: nessuno può sentirsi al sicuro in un Paese con amministratori così, con imprenditori così, un Paese in cui le varie mafie accumulano con le loro illecite attività quasi un terzo del famigerato pil nazionale. Questo accade perché c’è un evidente e innaturale connubio tra politica, affarismo e criminalità organizzata: con reciproca soddisfazione, ai danni dei soliti fessi, cioé i cittadini onesti e ignari, ma ignari molto spesso per pigrizia e per renitenza all’informazione e alla conoscenza (non mi stancherò mai di ripeterlo. Leggete i blog degli scienziati veri: Maria Rita D’Orsogna, Stefano Montanari e gli altri come loro).

Berlusconi continua a raccontare la balla della necessità delle centrali nucleari per l’approvigionamento energetico, auspica una Bielorussia ragionevole (con i metodi di Putin, magari), ribadisce che quella dei ‘termovalorizzatori’ è l’unica via per lo smaltimento di rifiuti: balle, balle, balle! Non ecoballe: panzane, menzogne, mistificazioni calcolate. Il suo amico abbronzato Obama parla di altro, parla di fonti rinnovabili (non il truffaldino Cip6 italico), parla di bioarchitettura e agricoltura biodinamica, parla di un mondo libero dalle emissioni di CO2 e dalla minaccia nucleare.
Se l’Italia investisse seriamente in queste tecnologie (e sul compostaggio, riciclo, riuso) si renderebbe energeticamente indipendente e potrebbe dedicarsi al ritorno a giardino incantato, a paradiso di biodiversità, di naturale e incomparabile bellezza, una culla di arte, civiltà e cultura invidiate nel mondo.

Invece, continua a lasciare il proprio destino in mano ai criminali.

Caso esemplare, tra i troppi, quello avvenuto il 26 settembre 1976:
l’impianto Enichem di Manfredonia, in provincia di Foggia, esplose liberando nell’aria e sul territorio 32 tonnellate di anidride arseniosa (As2 O3). Quella fabbrica, targata ENI, produceva fertilizzanti (FERTILIZZANTI, finiscono nei prodotti alimentari che noi introduciamo nel nostro stomaco, finiscono dentro di noi!) con l’ARSENICO (Lupin non c’entra, purtroppo).
La disinformazione di regime si attivò subito; alla popolazione allarmata dalla tetra visione di quella nube nera sulle proprie teste e che avvolgeva l’intera città venne raccontato che l’inquinamento era pari a quello del fumo di una sigaretta (un po’ come gli inceneritori di Berlusconi. E’ incredibile quanto le bugie abbiano gambe e memoria corte!), a quei disperati venne assicurato che non ci sarebbero stati rischi per la loro salute: qui trovate la storia completa http://dorsogna.blogspot.com/2009/04/leni-manfredonia.html.

Come si può facilmente immaginare, arsenico e anidride arseniosa sono vagamente cancerogeni.

La nostra gloriosa ENI, non contenta di aver gettato tutto quel veleno su 2.000 operai e 50.000 cittadini, affidò ad alcuni dipendenti il compito di ‘ripulire’ la zona: a mani nude e con delle scope (non è uno scherzo, è la tragica realtà).

Fra questi martiri c’era Nicola Lovecchio, all’epoca 30enne, che tra l’altro continuò a lavorare alla ENIchem fino al 1996, quando fu costretto ad andare in pensione dopo aver scoperto di essere stato colpito da tumore ai polmoni; piccolo ininfluente particolare: non fumatore.

L’ENIchem, anche dopo la deflagrazione, ha continuato a produrre indisturbata arsenico, senza preoccuparsi della tutela e della salute di lavoratori e cittadini. Ha avvelenato il territorio, ha avvelenato il ciclo alimentare, ha avvelenato le falde acquifere e perfino un ampio tratto di costa (con moria di delfini e tartarughe).

Alcuni bambini sono nati con il fegato spappolato dall’arsenico.

Ma con un tipico colpo di scena all’italiana nel 1994 la Regione Puglia (Vendola, tu che fai?) decide di reindustrializzare la zona di Manfredonia senza alcun tipo di valutazione d’impatto ambientale e riconcede le sovvenzioni all’ENIchem.

Nel 2002 l’Europa apre una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, ma ad oggi i governi Berlusconi-Prodi non hanno provveduto a sanare la situazione e il territorio di Manfredonia è lontanissimo da una seria e accurata bonifica dei veleni prodotti dall’Eni.

Intanto, le analisi delle urine dei lavoratori continuano a rivelare una presenza di arsenico leggermente superiore alla norma: 14.000 volte più di quanto possa tollerare l’organismo umano. Ma medici compiacenti (e compiaciuti di essere foraggiati dall’Eni), oggi come allora, certificano che la causa è della voracità degli operai, i quali ghiotti di aragoste (crostacei che bioaccumulano arsenico senza espellerlo) ne mangiano troppe. Insomma, i dipendenti della ENIchem si ‘autoavvelenano’ di arsenico perché – sorta di moderno contrappasso dantesco – sono degli inguaribili mangioni!

Nel frattempo, 23 operai di quelli costretti a ripulire l’area senza alcun tipo di protezione sono morti a causa di patologie tumorali manifestatesi in età relativamente giovane.

Nel frattempo, l’ENI si è lucidata la coscienza nel solito modo tipico alle nostre latitudini: elargendo laute mazzette. Ai sindaci dei comuni interessati dal disastro, perfino alle famiglie delle vittime di oggi e di ieri e alle associazioni ambientaliste; così, anche chi si era costituito parte civile contro ENI non si è poi presentato al processo.

La Regione Puglia e lo Stato si guardano bene dal prendere provvedimenti.

Il 5 ottobre 2007 la ‘giudice’ Michela Valente emette il verdetto: il fatto non sussiste, l’ENI è innocente e pura come un puttino scolpito nel marmo.

Come dice la Professoressa Maria Rita D’Orsogna, “tutta colpa delle aragoste”.

Nicola Lovecchio, morto di tumore a 50 anni nel 1997, ringrazia.

La nostra Vita - o i brandelli ancora in nostro possesso - è adesso, il futuro è oggi.
Gli attuali politici italiani stanno progettando un paese avvelenato, contaminato a causa di un territorio completamente disseminato di inceneritori, centrali nucleari, poli petrolchimici, cemento a cascata.
Rischiamo tutti di finire come il povero Nicola Lovecchio, come i morti in Abruzzo, come coloro che ogni giorno periscono sulle strade e sul lavoro e poi, durante 45 secondi sui tg, vengono elogiati quali inevitabili vittime sull’altare della nostra inarrestabile modernità.
Rischiamo di finire come quelle aragoste.

E i responsabili di queste tragedie, di questi autentici crimini contro l'umanità, consolati e redenti da conti bancari sempre più pingui nei vari eden fiscali, ripetono a favore di telecamera: “Mai più”.

Nanopatologie e bugie nel Paese dei Nani
post pubblicato in Società&Politica, il 17 febbraio 2009

di Hermes Pittelli ©

 Nel Paese dei nani (il nostro, purtroppo non è una favola) di nanopatologie – e di bugie – si muore.
Questo amaro risveglio alla realtà vi può capitare durante la presentazione di un libro. A caso, Perdas De Fogu di Massimo Carlotto. Credete di trascorrere un paio d’ore piacevoli tra discorsi letterari in compagnia del Re del noir mediterraneo, invece vi allarmate e vi rendete conto che in una libreria qualcuno tenta disperatamente di informarvi su quello che i politicanti, le grandi aziende e la criminalità organizzata ordiscono ai vostri danni per sete di soldi.
Vi accorgete che in quelle due ore si fa politica vera (nell’accezione etimologica del termine), si partecipa ad un flusso di coscienza civile e resistenza sociale per non lasciarsi come sempre fagocitare passivamente dai famigerati ‘poteri forti’, così definiti in modo furbo da chi non vuole far emergere la verità. Ma i mostri che insieme formano il Leviatano incombente su tutti noi hanno nomi e cognomi e sono identificabili. Peccato che i cani da guardia della democrazia siano assopiti o felicemente al guinzaglio dei nuovi padroni della nostre sorte e in definitiva delle nostre vite.

Tanto per fare un esempio, leggo (riesco ancora – beata ingenuità senile – ad allibire) a pagina 25 (sigh!!!) dell’autorevole quotidiano La Repubblica di venerdì 13 febbraio 2009 una notiziola sbattuta in taglio medio laterale tra le brevi: “Viterbo, altro militare morto per possibile contaminazione da uranio impoverito (http://www.nanodiagnostics.it/Caso.aspx?ID=10). Lo denuncia la sorella della vittima. Il militare, originario di Montefiascone, aveva 31 anni ed è deceduto il 10 giugno 2008. La notizia è stata resa pubblica solo ora. Aveva prestato servizio nel poligono di Perdasdefogu in Sardegna”.
Sobbalzo. E, povero me, mi chiedo come mai (ma forse sarò smentito nei prossimi giorni) una notizia del genere finisca tra le brevi, invece di fornire il là per un’inchiesta spietata sull’argomento.

Il romanzo, questo sì inchiesta, di Carlotto è ambientato, pura coincidenza, in Sardegna, attorno al poligono di Salto di Quirra. Zona nella quale una coraggiosa ricercatrice veterinaria sta conducendo uno studio sugli effetti dell’inquinamento bellico ai danni degli animali.
E dalla fiction (mica tanto), si passa traumaticamente alla realtà. Perché il famigerato poligono esiste realmente ed è il terzo poligono interforze più importante del mondo (composto da due aree distinte: il Poligono "a terra", con sede a Perdasdefogu (NU) e il Poligono "a mare", con sede a Capo San Lorenzo); perché all’interno del perimetro del poligono vengono realizzati esperimenti con razzi, missili e ralative installazioni, con materiali d’armamento di lancio e caduta, perché il poligono è una base d’appoggio Nato che avrebbe dovuto essere dismessa (si tratta però di demanio militare) come da promessa ai cittadini, ma che invece continuerà a svolgere indisturbata la propria attività (ancora di più adesso, dopo la vittoria del Pdl alle regionali), visto che tra l’altro diventerà anche testa di ponte per eventuali missioni militari (militari, per i più distratti) in Africa sotto l’egida atlantica.

E a proposito di buone notizie, la base Nato di Vicenza sarà raddoppiata, anche qui in barba alla volontà popolare, quella di Aviano continua a custodire soavemente nel proprio ventre testate nucleari e, udite udite, una nuova di zecca sorgerà in Trentino, altra regione (come la Sardegna) a vocazione prevalentemente turistica.
Qualcuno potrebbe commentare “Embé?”. Cosa c’entra tutto questo con la salute dei cittadini, la salvaguardia dell’ambiente e la fortuna delle attività turistiche?

Entrano in gioco le famigerate nanoparticelle e le nanopatologie che danno il titolo a questo accorato sfogo più che articolo.
Entrano in gioco due scienziati di stanza a Modena, Stefano Montanari (direttore scientifico della Nanodiagnostics, autore tra l’altro del volume scientifico ‘Il girone delle polveri sottili’ che ha ispirato Carlotto) e sua moglie Antonietta Gatti (ricercatrice dell'Università di Modena e Reggio Emilia, nonché genitrice della materia), di cui forse l’opinione pubblica non sa nulla perché la politica e la (dis)informazione italiane tentano con accurata opera di cancellarli.
Ad esempio, alle recenti elezioni poltiche, Stefano Montanari era uno dei 15 candidati alla carica di premier, ma sfido chiunque a rammentare se i vari tg o giornali italiani gli abbiano concesso lo spazio garantito dalla Costituzione e dalle leggi.
Dunque, Stefano Montanari e Antonietta Gatti sono i più autorevoli studiosi ed esperti (cliccate sui link in alto a destra per farvi un’idea precisa del loro fondamentale quanto oscuro lavoro) delle nanoparticelle e delle nanopatologie. Per evitare di propinarvi sciocchezze, cito direttamente loro per la sintetica spiegazione dei concetti: “
Per "nanopatologie" s'intendono le malattie provocate da micro e nanoparticelle inorganiche che sono riuscite, per inalazione od ingestione, ad insinuarsi nell’organismo e si sono stabilite in un organo o in un tessuto. Le particelle sono liberate naturalmente in atmosfera dai vulcani attivi, dagl’incendi, dall’erosione delle rocce, dalla sabbia sollevata dal vento, ecc. In genere, le particelle di queste provenienze sono piuttosto grossolane. Spesso più sottili e normalmente assai più numerose, sono le particelle originate dalle attività umane, soprattutto quelle che prevedono l’impiego di processi ad alta temperatura. Tra questi processi, il funzionamento dei motori a scoppio, dei cementifici, delle fonderie e degl’inceneritori.
I concetti fondamentali da ricordare sono:
1. Qualsiasi sorgente ad alta temperatura provoca la formazione di particolato.
2. Più elevata è la temperatura, minore è la dimensione delle particelle prodotte.
3. Più la particella è piccola, più questa è capace di penetrare nei tessuti.
4. Non esistono meccanismi biologici od artificiali conosciuti capaci di eliminare il particolato una volta che questo sia stato sequestrato da un organo o un tessuto”.

Ora, è facile intuire che chi vive (o tenta di sopravvivere) nei pressi di inceneritori (termovalorizzatori, nell’eufemistica e ipocrita definizione dei politici), cementifici, fonderie, basi militari, ma anche arterie stradali o ferroviarie o aeroporti, non può abbandonarsi a manifestazioni di giubilo. Ma nemmeno il resto della popolazione può sospirare di sollievo. Perché le infide nanoparticelle hanno la sinistra prerogativa, una volta disperse nell'aria, di scendere dall'alto verso il basso e depositarsi sulle coltivazioni, sui terreni, nelle falde acquifere.

Verità scomode abilmente occultate. Politici e la maggior parte dei media italiani sono maestri in quest’opera di obnubilamento delle coscienze e delle menti dei cittadini. Perché lo fanno?
Naturale, perché di solito (sempre) hanno bisogno di coprire con un velo di ipocrisia accettabile un business criminale e gigantesco. Per dirla volgarmente, per coprire un enorme giro di denaro sporco originato da azioni illegali ai danni della salute e del portafoglio delle persone normali, cittadini che devono restare agnostici e passivi.

La globalizzazione si è rivelata la migliore invenzione per la criminalità organizzata, per le mafie mondiali perché ha moltiplicato a dismisura i mercati e le opportunità di guadagno. Il centro del Mediterraneo, tra l'altro, è l'area preferita dai criminali di ogni latitudine per il riciclo del denaro sporco.
Una torta avvelenata, in tutti i sensi, per gli esseri umani onesti e inconsapevoli, ma appetibile e irrinunciabile per le varie cupole e per politici, governi, industrie farmaceutiche e alimentari, grandi aziende che in modo vorace partecipano compiacenti e conniventi a questo demoniaco banchetto.

Altra piccola digressione: sapete perché è scoppiato l’infetto bubbone della ‘monnezza’ in Campania? Non si tratta di un’emergenza improvvisa, ma di un disegno studiato e orchestrato nei minimi particolari. La Campania è stata scelta perché più di altre è la Regione che incarna i vizi italici: la pigrizia, il fatalismo, la furbizia dalla vista e dalle gambe corte, il disinteresse per la cosa e i beni pubblici. In questo quadro è stato facile riversare sul territorio veleni e rifiuti tossici e poi sfruttare la gran cassa mediatica per urlare: “Vedete? Anche voi rischiate la stessa fine se non ci permettete di costruire gli inceneritori!”. Ecco svelato l’inghippo: il colossale affare legato agli appalti della costruzione di nuovi inceneritori su tutto il territorio nazionale. Ma come abbiamo visto gli inceneritori non risolvono affatto il problema dello smaltimento di rifiuti, sono solo degli strumenti altamenti inquinanti, forieri di malattie e morte. Eppure (cliccate sempre in alto a destra sul sito dei comuni virtuosi) un’altra via, efficace, è possibile attraverso la vera raccolta differenziata e il riciclo. Informiaci per agire.

Amaro epilogo: calato un triste sipario su politici e governanti (perché non li cacciamo a pedate? Per loro servirebbero davvero i fogli di via), tra gli imputati spiccano i media, rei di intontirci con il gossip (le tette del Grande Fratello o gli eliminati di X Factor), con i continui Morboselli (servizi morbosi di cronaca nera, conio Carlotto) per evitare di affrontare le vere inchieste di cui dovrebbero occuparsi. La fine è nota, lampante come la Verità. I media sono concentrati nelle mani di pochi editori tutt’altro che puri, editori che allungano i propri arti vogliosi in altri settori (altamente remunerativi) che hanno nulla da spartire con l’informazione. Le riunioni di redazione partono dal presupposto che non si pubblicano notizie potenzialmente scomode o pericolose per il Padrone; altro principio sacro e inviolabile: non si pubblicano e nemmeno si pensano inchieste imbarazzanti sui comportamenti poco virtuosi degli inserzionisti; quelli che pagano l’invadente pubblicità sui giornali e sulle televisioni, quelli che assicurano i reali introiti ai media. Quindi, perché difendere i diritti e gli interessi dello sventurato e squattrinato cittadino/lettore (se alfabetizzato e disposto a leggere, ovvio), quando la ciotola con il cibo è garantita da altre ‘entità’?
Per documentarvi sul laocoontico intreccio tra editoria e affarismo vi consiglio l’ottimo e rigoroso libro inchiesta di Giulio SensiInformazione, istruzioni per l’uso” (Ed. Altreconomia) di cui trovate uno stralcio che comunque rende bene l’idea sul numero di febbraio di Altreconomia (sito: http://www.altreconomia.it/site/).

Purtroppo viviamo davvero nella Repubblica delle banane, siamo il Paese dei Nani al potere (e non solo per la statura fisica…). Come dice ogni tanto con sarcasmo una donna di Puglia: “Anche come rape, non siete certo delle cime…”.
Il guaio è che sono avvolti nella più bieca furbizia, la tipica maschera che occulta la mancanza di intelligenza e la palese voracità di denaro. Ma ogni cittadino, informandosi e costruendo reti virtuose, li può denudare e inchiodare alle proprie responsabilità. Per immaginare e realizzare concretamente un futuro migliore, un Paese finalmente progredito in senso umano, civile, democratico.
Almeno proviamoci, per non macerarci nel rimorso quando il Tempo sarà scaduto.

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