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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Vandana Shiva: Sette generazioni di pratiche virtuose per salvare (forse) la Terra
post pubblicato in Ambiente, il 14 settembre 2017


testo e foto di Hermes Pittelli ©

 

 La Terra non potrà mai perdonarci 70 volte 7, come da precetto evangelico; troppe volte, negli ultimi decenni, l’abbiamo offesa, infliggendole ferite quasi mortali.

Servirebbero, invece, almeno 7 generazioni dotate di volontà e di capacità per progettare e attuare buone e virtuose pratiche in grado di guarirla e, forse, di salvarla. Sette generazioni!

Questa la convinzione di Vandana Shiva, ambientalista e attivista indiana, nota universalmente per l’impegno di una vita spesa nelle battaglie per tutelare il pianeta dallo sfruttamento distruttivo delle multinazionali e le comunità di contadini indiani dall’imperialismo del mercato globale.

La globalizzazione è entrata nel lessico comune da circa 20 anni, ma esiste da almeno 5 secoli. Le guerre sono sempre esistite, i piccoli o grandi avventurieri, dalla scoperta di Colombo in poi, anche. In India, la prima forma di corruzione ammontò a 10 rupie”.

Non solo: “I modelli di comportamento del vituperato colonialismo sono stati replicati identici dalla lodata globalizzazione moderna: nessuna tassa per gli invasori e gli sfruttatori, contadini locali ridotti alla fame”.

Come sempre, la riscossa e la capacità di reagire nonostante la soverchiante forza degli avversari, parte dalle Donne: “In India sono state le Donne le prime a mobilitarsi, a organizzarsi in un movimento di protesta e azione per garantire agli agricoltori indigeni libertà di coltivazione, che poi si è tradotto in una battaglia di libertà tout court”.

In questa manifestazione letteraria e di libero pensiero chiamata Pordenonelegge.it, in ogni edizione, gli ospiti hanno spesso sottolineato l’importanza delle parole, del loro significato, la capacità di difenderle e utilizzarle bene per descrivere la realtà. Anche Vandana Shiva lo conferma: “Attenzione a non confondere la globalizzazione con il concetto di cittadinanza globale; la prima è solo uno strumento, un fenomeno economico creato dalle multinazionali per dominare il mercato mondiale”.

Nonostante le strategie delle companies siano un autentico pericolo globale, la studiosa indiana  riesce a scherzare: “In India il commercio esisteva anche prima del loro arrivo. Tessile, agricolo: le nostre sete e le nostre spezie erano apprezzate a Londra e a Venezia! Noi purtroppo siamo rimasti vittime di una svista di  Cristoforo Colombo…”.

Bisognerebbe rammentare la Storia, senza inopportuni, strumentali aggiustamenti, imparare dal passato a non commettere sempre gli stessi errori, a non finire preda degli stessi vetusti tranelli.

Gli inglesi divennero invidiosi delle immense ricchezze che i reali di Spagna carpivano al Sudamerica, per questo affidarono a una delegazione di 360 avventurieri, con il benestare e l’intercessione della nobiltà, la richiesta alla Regina di concedere il via libera alle imprese di colonizzazione”.

Il feticcio del libero mercato, quello che secondo i presunti geni dell’economia sarebbe in grado di autoregolamentarsi, “non è altro che una strategia per annientare le piccole economie locali. Gli inglesi distrussero il fiorente commercio indiano tessile, giungendo perfino a amputare i pollici delle donne indiane, in modo da impedire loro non solo di filare, ma perfino di tramandare la tecnica di lavorazione della seta”.

Shiva rammenta l’anno della svolta, per il mondo dell’agricoltura e per la sua vita: il 1987. All’epoca, le corporations della chimica, decisero di invadere il mercato di antiparassitari e fertilizzanti chimici. “La mia battaglia è cominciata in quel momento. Perché non si trattava di opporsi solo allo smercio di veleni, ma anche alla pretesa di estendere la proprietà intellettuale sui semi per poi costringere i contadini a utilizzare gli ogm. Costoro non hanno inventato nulla! Chi può ergersi a padrone della Vita?”.

Nell’ottica del ‘libero mercato globale’, Monsanto sarebbe l’azienda che ha creato i semi (sembrerebbe una vecchia barzelletta sui matti, se non si trattasse di una tragedia moderna).

Una rivendicazione folle e distorta, eppure la multinazionale americana (talvolta con l’appoggio di qualche piccolo agricoltore locale che ha completamente travisato il fine ultimo di queste vertenze…) sempre spesso intenta cause legali contro i contadini indigeni, in particolare quelli indiani.

I semi sono il simbolo dell’auto organizzazione della vita, come si può mettere un brevetto e un marchio su questo? Piante, animali, sementi non sono invenzioni, sono il frutto dell’evoluzione e della complessità della Natura. Monsanto è solo interessata vendere i propri prodotti e a intascare le relative royalties”.

Le strategie di Monsanto sono note, la stessa Vandana Shiva le ha descritte nel saggio di denuncia ‘I semi del suicidio’. “In India 300.000 contadini hanno preferito togliersi la vita, dopo essersi resi conto che i debiti contratti con la multinazionale non si possono estinguere mai”.

Nonostante l’evidenza delle pratiche al limite della legalità e dell’umanità, nessun governo o organismo internazionale appare in grado, o anche solo intenzionato, a bloccare l’arroganza delle companies. “Solo io e … Trump vogliamo uscire una volta per tutte dalla globalizzazione! In realtà, lui dice questo per deresponsabilizzarsi. Ormai tutti hanno verificato che le roboanti promesse della globalizzazione, lavoro e ricchezza per ogni essere umano, erano falsità che ci hanno portati a maggior disoccupazione, aumento della povertà, quasi totale distruzione della biosfera”.

La forbice, il divario tra ricchi e poveri è diventato più ampio che mai, incolmabile. soprattutto, mai nella storia si era verificata una tale concentrazione di risorse e quindi di potere decisionale (di vita o di morte) nelle mani di sole 8 persone sul Pianeta, quelle che nel 2016 sono state indicate come le dominatrici di quasi il 90% delle ricchezze disponibili.

La finanziarizzazione dell’economia e la continua deregulation pretesa e imposta dalle multinazionali, puntano a un obiettivo preciso:privatizzare tutto, salute, scuola, perfino la democrazia”.

Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, spesso con la nostra collusa ignavia e/o passivo disinteresse. “La libertà e la democrazia stanno diventando merci rare e preziose, appannaggio dei pochissimi che potranno comprarsele. Le leggi e perfino le Costituzioni sono state stravolte e depotenziate dall’interno”.

Il quadro è catastrofico per le sorti dell’Umanità, ma Vandana Shiva non cede al pessimismo e alla rassegnazione: “Possiamo ancora opporci, possiamo lottare, adottando la strategia che ci ha insegnato Gandhi. Costruiamo il telaio da soli, ognuno impari a tessere la propria tela. Esiste un movimento transnazionale di liberazione dei semi  - http://seedfreedom.info/per dire basta a combustibili fossili, ai pesticidi, al glifosato (micidiale erbicida targato Monsanto, ndr) che inquinano la Terra e ci uccidono. Per riconquistare la libertà di coltivare con i semi naturali e di nutrirci in modo sano. Io sono in disaccordo con il mio amico astrofisico Hawkins, non possiamo pensare di colonizzare altri Pianeti. Dobbiamo lottare qui e ora per salvare il nostro, unico mondo disponibile. La democrazia della Terra è sinonimo di libertà della VitaCompiere le scelte giuste oggi e praticarle per 7 generazioni è l’unica via”.

Un solo piccolo seme (naturale) è davvero il simbolo della resistenza, della resilienza, della Vita. Nonostante tutto.

Sperando che attecchisca soprattutto nei cuori e nelle menti dei tanti Giovani che anche stavolta sono accorsi a Pordenonelegge per ascoltare le parole di Vandana Shiva.

Le verità di Mario Sechi
post pubblicato in Ambiente, il 29 agosto 2012

Il direttore del quotidiano Il Tempo in un recente editoriale lancia un duro ‘j’accuse’ contro le ideologie responsabili della preoccupante perdita dei posti di lavoro in Italia. Citando a sostegno l’incolpevole Costituzione italiana che, per fortuna, è robusta di suo…


di Hermes Pittelli ©


 La verità, vi prego, sulla disintegrazione del lavoro in Italia.
Secondo l’Istat, a giugno i disoccupati sono giunti alla cifra record (negativo) di 2,8 milioni, con una perdita secca del 37,5% di posti, nel giro di un solo anno.
C’è un uomo, un giornalista, che sulle ragioni del disastro occupazionale può fornire solo verità assolute: le sue, naturalmente. Mario Sechi, direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, inquadra nel suo mirino analitico le ideologie a suo dire colpevoli senza appello della situazione; e le impallina senza pietà.
Ideologie deambulanti sulle gambe di certa magistratura che vorrebbe chiudere l’acciaieria più grande d’Europa (anche la più letale e corrotta, ma il direttore è distratto dallo spread e dal fiscal compact), di certa politica come il sindaco Pietro Tidei, Pd, reo di minacciare lo stop alla centrale elettrica a carbone Enel di Civitavecchia (per Sechi, il carbone più pulito del Mondo, una valutazione forse ereditata da Stefania Prestigiacomo) e naturalmente i cattivi sindacati che pretendono lavoratori trattati come esseri umani, invece che da perfetti robot (ma ci arriveremo, Sechi si tranquillizzi) al servizio del dio bifronte Sviluppo/Industria.

Insomma, ideologie nemiche che attentano ai posti di lavoro e tradiscono la sacralità della Costituzione.
Verità? Pirandello si farebbe matte risate.
Uscendo dal teatro del grande siculo ed entrando in quello surreale del paese alla rovescia, ci si chiede dove sia la sinistra che secondo alcuni, tra i quali Sechi, terrebbe in ostaggio le mirabolanti sorti di una nazione, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, politicamente ed economicamente.

In giro, si notano rigurgiti fascisti di varia intensità, a cominciare dalla strana coppia Bersani-Vendola (questi i più pericolosi, perché mascherati da progressisti).

Il direttore del Tempo – bisogna riconoscerlo - è un abile manipolatore dell’informazione e della Costituzione, che viene bastonata o brandita a seconda degli interessi di cui lui è portavoce.
La proprietà di questo quotidiano fa parte di quella vasta schiera imprenditoriale che considera la nostra Legge fondamentale, nella migliore delle ipotesi un ferro vecchio, nella peggiore un ingombrante ostacolo al vero sviluppo, da rimuovere ed abolire una volta per tutte.

Se è vero che la Costituzione pone come pilastro della Repubblica il Lavoro, Mario Sechi, maliziosamente, evita di citare gli articoli (per i più trasgressivi: il 9, il 32, il 41), chiarissimi, che per la nostra Carta indicano come centro della società l’Essere Umano, la Persona, il Cittadino; evita di dire ai suoi lettori e rammentare alle istituzioni e ai politicanti che la Costituzione tutela la Dignità e la Sicurezza dei cittadini lavoratori, la Salute, il Paesaggio, il Patrimonio artistico e culturale.
Evita di specificare che il male che ha colpito il mondo globalizzato e lo sta conducendo alla catastrofe è stata la logica del ‘profitto per il profitto’, si guarda bene dallo smascherare e condannare le imprese e le industrie dedite al ‘business’ come mezzo e fine ultimo e incapaci di realizzare progetti che concorrano al Progresso armonico, spirituale e sociale del paese.

L’Ilva, l’Eni, l’Enel, tanto per non fare nomi ed esempi lampanti, in spregio al dettato costituzionale e ad ogni legge, sono state lasciate a briglia sciolta dalla politica (collusa per ovvi e bassi interessi) si sono arrogate il diritto di imporre le proprie regole (inquinando, devastando, sfruttando vite umane e territori), facendo il bello e il cattivo tempo (cattivo, soprattutto), infischiandosene perfino di pagare l’Ici senza che nessuna istituzione o organo di controllo abbia sentito come preciso, ineludibile dovere l’obbligo di chiederne conto.

E' curioso che oggi Pdl e Pd (bella accoppiata!) parlino di indebita invasione di campo da parte della magistratura. Spesso, le norme italiane in materia di tutela ambientale e sanitaria sono risibili o edulcorate (Sechi rammenta che un anno fa il Parlamento fu aperto in fretta e furia a ferragosto per approvare un testo pro Ilvam per consentire l’innalzamento ad libitum delle emissioni del cancerogeno benzoapirene?), ma considerando la latitanza e la collusione di politica e scienza 'ufficiale', a chi spetta il compito di far rispettare la Legge (Costituzione in primis)???

La scienza ufficiale è quella rappresentata da Piero Angela che a Superquark spaccia l’ennesimo spot pro Eni quale inchiesta sull’industria petrolifera italiana (addirittura capace secondo lui di favorire la proliferazione della fauna ittica) o dal divulgatore Alessandro Cecchi Paone che dalle pagine di una delle patinatissime riviste del cane a sei zampe si lancia in uno sperticato elogio dell’oro della Val d’Agri, paradigma del connubio armonico e perfetto tra ambiente, patrimonio culturale e attività estrattive.

Tutto questo Alice non lo sa, come canta il Poeta, ma Mario Sechi sì e finge di essere agnostico, racconta ai suoi lettori un altro paese, il mondo posticcio e artificiale che piace ai sedicenti grandi manager e sedicenti politici italioti.
Mario Sechi finge di non sapere che l’industria fossile è la principale imputata dei cambiamenti climatici che sconvolgono il Pianeta (aumento incontrollabile di CO2, con effetto serra causa dell’alternanza tra siccità e alluvioni che mettono in pericolo le produzioni agricole e le riserve di acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, innalzamento dei mari), in ossequio alle farneticazioni dei petrolizzatori sulla sicurezza della loro tecnologia, Sechi non vede la più grande raffineria del Venezuela esplodere, uccidere 48 persone e bruciare senza posa per quattro giorni consecutivi, spargendo nell’aria altre sostanze tossiche; o restando nei nostri martoriati confini, non registra che in un giorno e mezzo a Pisticci, in Basilicata Saudita, sono andati in fumo 1.500 ettari di patrimonio boschivo, annientati come scrive la Gazzetta del Mezzogiornoda una autentica apocalisse di fiamme”. E sull’aridità che favorisce i crimini dolosi di piromani bene ammaestrati, torni ai capoversi precedenti.

Come diceva sempre il grande oncologo, lui sì, Renzo Tomatis, le generazioni future, se ci saranno, non avranno pietà di noi: giustamente.
Lo sviluppo garantito dall’industria fossile che tanto piace a Mario Sechi è davvero ardente. Mentre incassa i profitti, brucia allegramente le risorse, la salute, la democrazia, la libertà e la Costituzione:
incenerisce la Vita.


Fonti: Il Tempo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituzione Repubblica italiana

Zygmunt Bauman: nel ‘mondo liquido’ senza più barriere, siamo tutti migranti
post pubblicato in Società&Politica, il 25 settembre 2011


di Hermes Pittelli ©


 Un mondo sferico, dove tutto scorre in barba a teorie e confini arbitrari. 
Realtà comune in ogni paese, anche negli aspetti negativi; i governi ad ogni latitudine promettono misure drastiche per aumentare la sicurezza dei cittadini e debellare l’immigrazione. Viviamo immersi nella realtà di un pianeta senza più barriere: popoli e merci viaggiano in modi impensabili solo fino a pochi anni fa. Promesse da mercanti e marinai, contro la storia e contro una società ormai nei fatti globale e ‘liquida’.  

L’immigrazione: un falso problema, uno spauracchio da agitare per conservare il potere, dimenticando ad esempio che tra il 19° e il 20° secolo l’Europa che oggi non vuole gli immigrati vide partire 50 milioni di propri cittadini verso altri continenti. Non perché non amassero i propri paesi, ma in cerca di migliori condizioni economiche (quindi di vita) per sé e per le proprie famiglie. 

Il Professor Zygmunt Bauman, sociologo di origine ebreo-polacca, a lungo docente presso l’Università di Leeds (Inghilterra), teorizzatore della società liquida, con una ‘intervista magistralis’ durante il Festival letterario Pordenonelegge.it spiega con semplicità perché in fondo tutti possiamo considerarci migranti: In tutte le famiglie c’è qualche avo o parente che in passato o nel presente è partito in cerca di fortuna verso altri lidi”.

L’intera storia dell’Umanità è costellata di viaggi e migrazioni.

Gli stili di vita imposti dalla sedicente modernità hanno avuto come controindicazione la creazione di lavoratori considerati ‘esuberi’; ad ogni riordinamento della società e ad ogni rivoluzione industriale ed economica gli esuberi sono aumentati. La prima a varcare le soglie della modernità e a sperimentare questo fenomeno è stata proprio l’Europa. La produzione sempre più massiccia di merci, a costi sempre più ridotti e con minor necessità di mano d’opera rende gli esuberi disoccupati strutturali. Un tempo il problema locale si risolveva in modo globale attraverso le colonie. Oggi non esistono più terre disabitate e il problema è divenuto planetario. Per questo la migrazione è un fatto destinato a restare con noi adesso e in futuro. Chi non dispone di pane e acqua potabile continuerà a cercarli altrove. L’Occidente poi al di là delle ipocrisie ha bisogno dei migranti. Le industrie devono poter contare su mano d’opera che svolga lavori pesanti e poco piacevoli che gli autoctoni non sono più disposti a sobbarcarsi”. 

Nell’Unione Europea vivono al momento circa 330 milioni di persone, senza migranti si ridurrebbero in pochi anni a 240. In epoche passate, con una riduzione così drastica di abitanti, intere civiltà entravano in crisi e scomparivano. Bauman non concede spazio a dubbi: “Noi abbiamo bisogno dei migranti per mantenere i nostri stili di vita”. Una questione egoistica, se non di puro buon senso; a seconda dell’ottica con la quale analizziamo il fenomeno. 

'L’inventore' della modernità liquida non può non accennare “allo sradicamento degli individui dall’epoca della modernità solida. Come sappiamo tutti, una pianta sradicata è difficile da ripiantare. Lo dico per rammentare quanto sia importante l’identità per ogni persona. Oggi, grazie ai nuovi media, è facile inventarsi o cambiare più volte identità. Si pensi ai social network. Sartre parlava di modelli di vita, oggi siamo sottomessi alla tirannide del momento. Come un’àncora che si getta o si ritira dove meglio si crede. Ma non si forma senso di appartenenza, elemento fondamentale dell’identità. Una volta l’appartenenza si acquisiva nascendo in una certa comunità nella quale da stranieri era difficilissimo entrare; e anche dopo molto tempo ci si sentiva sempre sotto esame e a rischio di espulsione. Ora al concetto di comunità si è sostituito quello di rete. Sono sufficienti una rubrica su un telefonino o l’elenco dei contatti su Facebook. La comunità era intransigente e quasi impermeabile, ma garantiva grande sicurezza; nella rete c’è grande libertà, ma nessuna sicurezza e tutto dipende dalla connessione o disconnessione”.

Sicurezza e libertà sono pilastri delle nostra società, li pretendiamo anche se spesso non ci accorgiamo che sono fattori in conflitto e non riflettiamo su quanto sia complicato trovare il giusto punto d'equilibrio. Sicurezza senza libertà è schiavitù, libertà senza sicurezza è il kaos”. Altro effetto destabilizzante di questo nuovo mondo globalizzato è che anche i sentimenti diventano ‘liquidi’, precari, sempre più instabili. Storici e antropologi hanno studiato e studiano formule adeguate alla vita di un cittadino del III millennio, “ma nessuna soluzione mi convince perché nessuno ha trovato un vero equilibrio tra libertà e sicurezza” chiosa Bauman. Le promesse dei governi mondiali abbondano, ma risultano vane.

Dovremmo forse rispolverare qualche pensiero di Kant, non sulle Categorie, quanto le sue argute riflessioni sull’essenza di un mondo sferico che, nonostante gli artifici e i compromessi della politica, impedisce una reale separazione tra i popoli. Al momento, conclude Bauman, siamo lontani dal raggiungere questo traguardo; vivere su questo pianeta sarà più piacevole per tutti quando capiremo che non possiamo più considerarci come singole nazioni, ma solo come esseri umani, con difficoltà simili, disposti al dialogo e all’accoglienza reciproci; non certo progettando barriere e leggi contro i migranti. La solidarietà è più importante della tolleranza, perché quest'ultima implica sempre un certo senso di superiorità nei confronti dell’altro”.

Problemi epocali e planetari (la crisi economica, la devastazione dell’Ambiente; ndr) che riusciremo a risolvere solo come Umanità, cominciando a pensare alla nostra identità imitando Albert Einstein; fuggito dalla Germania nazista, sul questionario da compilare per l’immigrazione negli Usa, alla richiesta di indicare la propria razza, rispose senza esitazioni: Umana”.


Totti, gol alla Lega
post pubblicato in Società&Politica, il 18 luglio 2010

 

di Hermes Pittelli ©



 Il genio è semplicità.
Il vero genio riesce a trovare le soluzioni in apparenza più semplici, portandole a termine con contegno naturale, come si trattasse di bere un bicchiere d’acqua o respirare.
Il calciatore normale è quello che effettua le giocate banali, il campione effettua le giocate difficili, ma il fuoriclasse è colui che immagina uno spazio che non esiste e lo crea, determina una distorsione dello spazio tempo per mandare al potere il proprio estro creativo (in concreto, assist e goal impossibili).

Ecco perché Francesco Totti capitano della Roma ha segnato un grande goal alla propaganda padana. Con una frase semplice, ma dall’effetto mortifero di una rovesciata, di un colpo di tacco o di un tunnel ad uno stopper disorientato.
Ribaltando la logica 'barbara' e aggressiva dell’apparato ideologico lumbard, appropriandosi e utilizzandola come un boomerang della categoria dell’invidia; quella tanto sfruttata dal premier Berlusconi contro chi osa criticarlo, quella che per riflesso d’alleanza è diventata un’arma politica della stessa Lega: Roma (e il Sud) ruba perché sarebbe invidiosa della ricchezza padana (frutto di presunti sacrifici industriosi e laboriosi).

Una Padania che non esiste, non è nemmeno un’espressione geografica, come disse con spregio il Principe di Metternich riferendosi al Belpaese (aggiungendo anche che era un pollaio, visto che tutti gli italiani acclamavano il Papa urlando: Pio, Pio…).
L’Italia covo delle cricche del malaffare almeno geograficamente ha una propria identità, la Padania leghista è una pura invenzione di marketing politico, quindi priva anche del fascino arcano dei miti e delle leggende (che sempre si nutrono di schegge di realtà).

Il Capitano giallorosso che infilza in contropiede la Lega diventa un eroe da film cappa e spada, un Errol Flynn in veste di Capitan Blood, un Corsaro con la camicia della Maggica, un condottiero ribelle alla Capitan Harlock che sotto il proprio vessillo raccoglie tutti quelli che urlano insieme: IRONIA&LIBERTA’.

Libertà dalle nebbie della Padania che anche in questo caso non sono mero fenomeno naturale, né il coro irridente delle tifoserie del Sud ("solo la nebbia, avete solo la nebbia!"), ma calcolo politicante: intercettare infondati malumori popolari per trasformarli in voti e diventare apparato di potere.
Potere per fare soldi, soldi per incrementare il potere. Infatti, dopo i recenti successi alle urne cosa ha immediatamente rivendicato il capo tribù Bossi?
Poltrone di comando nelle banche, nelle società finanziare, nei consigli di amministrazione delle autostrade e così via. Un assalto alla diligenza, ai gangli del potere di democristiana memoria; senza nemmeno quel poco di stile dei boiardi storici della Balena Bianca, ma con la cialtroneria tipica del cumenda brianzolo in gita premio, molto più volgare e sgangherato del romanaccio doc di tante pellicole di Sergio Corbucci o giù di lì.

"La Padania è invidiosa di Roma perché la Capitale è la città più bella del mondo" resterà negli Annali come la prodezza verbale più 'estetica', politica e geniale di Francesco Totti.
Uno sberleffo senza pernacchia, un’ironia genuina e diretta, lontana anni luce da certi eccessi che talvolta offuscano l’immagine del Pupone, bravo ragazzo de borgata e bravo pater familias (lo sputo a Poulsen, i calcioni da bullo rifilati a Balotelli per vendicare una lesa romanità, le frequenti parolacce agli arbitri).

Non è vero, come ha scritto qualche ‘grande giornalista’ sulle pagine di certi importanti quotidiani settentrionali, che Totti abbia siglato un’autorete o fornito un assist ai polemisti in camicia verde in servizio permanente effettivo. Tutto l’opposto. Totti ha svelato il bluff di chi si propone da 20 anni come movimento anti governativo (infatti…), anti clericale (salvo poi scendere a patti con il Vaticano per conservare le poltroncine romane), anti partitico: giurano sulla Costituzione ma poi sputano sul tricolore, parlano di Roma ladrona ma da quando sono entrati nelle stanze dei bottoni hanno lucrato a man bassa, accusano il sud opportunista, sprecone e parassitario ma poi fanno pagare ai cittadini italiani le multe europee per le truffe dei grandi allevatori padani o l’evasione fiscale degli industrialotti brianzoli (quelli che al fisco dichiarano di essere indigenti ma hanno fabbrichette, ville, fuori strada e per i figli chiedono le borse di studio!).
Ai ‘cornuti’ (nel senso dell’elmo) del Carroccio che sostengono “Roma bella sì ma con i soldini del nord” pare superfluo consigliare la lettura del Bignami di Storia: si accorgerebbero che l’Urbe è stata edificata ed è divenuta culla di una grande civiltà qualche secolo prima della nascita di una qualunque, vaga forma di sedicente nazione padana.

E, sia detto senza offesa, se dobbiamo aggrapparci a Totti per un po’ di sana autocritica e autoironia, significa che in questo sbrindellato paese siamo messi proprio male.
Allo yogurt rancido più che alla frutta.

Buon compleanno, ‘Re Publica’
post pubblicato in Società&Politica, il 2 giugno 2010

(piccola preghiera laica)






di Hermes Pittelli ©


 Non comprendo perché il compleanno della Repubblica sia ancora celebrato con una parata militare.

Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra.

Ci esaltiamo per cingolati e strumenti di morte come fosse un retaggio del regime o un auspicio per un potenziale futuro sempre incombente, schegge di un passato che non riusciamo ad archiviare perché ancora non abbiamo fatto i conti con la nostra coscienza?

Questa grottesca sfilata mi fa pensare (parallelismo solo 'coreografico', per nostra fortuna) alle muscolari e tragiche esibizioni di geometrica potenza della Corea di Kim Yong Il o della Cina pseudo repubblicana,
colosso economico non democratico.

E se volessimo davvero bene agli uomini e alle donne che hanno scelto di indossare una divisa non li manderemmo a morire per proteggere gli interessi delle multinazionali.

Se volessimo bene a questa Repubblica non avremmo ministri pagati (lautamente) dai cittadini, pronti ad usare la bandiera come carta igienica e fieri di rappresentare una fantomatica nazione straniera.

Se volessimo bene alla nostra Repubblica non devasteremmo la sua Costituzione, la sua Natura, la sua Cultura, il suo Territorio.

Se amassimo la Repubblica, in tempi di crisi dovremmo amare ancora di più la Verità e la Legalità (presupposti di Libertà e Democrazia);

invece di tagliare dovremmo moltiplicare i finanziamenti alla Ricerca, allo Studio, all’Arte, ai Servizi sociali e alla Sanità.

Se amassimo la nostra Repubblica, fischieremmo un calciatore di serie A che, reso orfano dalla camorra, invece di condannare pubblicamente la criminalità organizzata e la violenza in genere, critica chi denuncia gli sporchi affari della malavita.

Se amassimo la Repubblica, pretenderemmo politici con tre sole caratteristiche: intelligenza, competenza, onestà.
Con quattro punti base di programma, indipendentemente dall’orientamento politico: acqua potabile pubblica, energia da fonti rinnovabili, cultura per tutti, lotta senza quartiere ad ogni tipo di crimine (dall’evasione fiscale, alla corruzione, all’associazione di stampo mafioso).

Buon compleanno mia amata, odiata Repubblica.
Incolpevole vittima delle colpe dei tuoi scellerati figli.

Ancora incerto se augurarti un'estrema catarsi dal morbo che ti affligge come quella che auspicava per Te il sommo Pasolini:
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”.

In un anfratto dell’anima in frantumi, spero ancora che sia Tu a guarirci:
libera nos a malo, se puoi,
Re Publica.

A(à)ncora sul 25 Aprile: libertà scaccia Liberazione
post pubblicato in Società&Politica, il 3 maggio 2009
 

Una bella vignetta di Mauro Biani in occasione del 25 Aprile 2005: un partigiano italiano in versione 'Voltaire'.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.


(Libertà - Giorgio Gaber, 1972)


Democrazia istantanea (?) scaccia democrazia e consenso sondaggistico a pagamento scaccia elezioni? Applauso a comando scaccia senso critico? Chip neuronale scaccia cervello?


di Hermes Pittelli ã


 Si sostituisce una parolina, nient’altro. Questo abbiamo sentito ripetere in tono monocorde e ossessivo da tutti gli schieramenti (più o meno), da tutti – più o meno - i politologi a pagamento che finiscono a scrivere editoriali sui quotidiani nazionali o in prima serata nelle trasmissioni d’informazione, lo abbiamo udito perfino dalla balda opposizione – meno meno - e da giornalisti in apparenza ‘nemici’ del Cavaliere dimezzato (nel senso di Veronica, non dell’altezza).

Liberazione scompare, cede il posto a libertà (contenitore così vago e ampio che il significato autentico sfuma verso un imprecisato orizzonte). Come in uno sciocco quiz televisivo. Il gioco è fatto. Ad Omnibus (qualche mattina fa), su La7, avevo ‘il cuore e gli occhi gonfi di stupore’ nell’udire cronisti sinistrorsi per formazione e carriera vaticinare che era venuto il tempo della pacificazione nazionale, era giusto abbandonare vetusti simboli ideologici (il 25 aprile, la celebrazione del mito della Liberazione dal nazifascismo e le bandiere rosse) per abbracciarci tutti, in concordia e unità nazionali finalmente realizzate.

Oibò, una tesi sorprendente e assai discutibile. Dunque, se una parte, si presuppone la sinistra (quella rappresentata dai comuni cittadini che ancora ci credono, non quella politicante e furbastra), in nome della serenità, della cooperazione, dell’ipocrisia ‘bipartisan’ (termine di pornografica bruttezza e idiozia), del ‘politically correct’ (e vai con lo scimmiottamento di espressioni anglofone che fanno ‘trend’, ma che nessuno capisce) deve rinunciare alle proprie sovrastrutture simboliche, mi aspetterei – per ‘par condicio’ (tié, ve la siete voluta!) – che l’altra parte, quella oggi così in voga, rinunciasse alle sue: le bandiere azzurre, gli slogan rubati alla Nazionale di calcio per ottenere il massimo dell’audience presso un popolo di podofili, le trucide battute e volgarità da Bar Sport, l’ostentazione del presunto benessere (suv, veline, imprese), ecc.

Difficile dialogare con chi di solito tiene acceso il televisore, ma costantemente spento, forse per non turbarsi, il cervello. Difficile trovare un appiglio quando la gioiosa resa al Sultano (grazie Professor Sartori) è così oceanica, supina e ‘bulgara’. Difficile trovare un appiglio di salvezza per ‘allegri naufraghi’ che ostinatamente, malgrado le disavventure costanti e continue, non si arrendono e riprendono a navigare.

Questi signori che invocano come manna dall’Altissimo (non mister Levissimo) l’indolore sostituzione di una paroletta – Liberazione – con un’altra, più marketing oriented, più gradita al ‘padrone’, dovrebbero andare di corsa, sotto il pungolo di qualche decisa scudisciata, a ristudiare la Storia dell’umanità, dei totalitarismi, magari aggiungendo la lettura di alcuni geniali romanzi che hanno previsto con decadi di anticipo come il lato oscuro del Potere si sarebbe impossessato della vita stessa delle masse (Orwell dove sei?).

Si comincia così, in modo lieve. Si svuotano di significato le parole, che da sempre nella storia dell’umanità hanno rappresentato il fulcro della conoscenza, della sapienza, quindi dell’unico vero Potere (strano che tutti i nostri politicanti beghini non rammentino mai che ‘In principio era il Verbo’). Si confondono le scatole craniche delle persone, svuotandole dagli impegnativi e pesanti neuroni, per riempirle di ottimistiche sciocchezze miscelate come il proseccco e l’aperol.

Poi si eliminano le paroline sgradite attribuendo loro la sconveniente caratteristica di ‘antichità/ ideologismo’ (chissà perché, a me invece piace, visto che contiene in sé la radice di ‘idea’, altro che il vuoto pneumatico assoluto da cui ci stiamo facendo fagocitare) e si presentano al pubblico plaudente i sostantivi moderni, quelli giusti, quelli vincenti: libertà, democrazia istantanea (giuro, è il titolo di un libercolo partorito da Daniele ‘Capezzino’. Chissà perché nessuno si prende la briga di spiegare al rampante berlusconiano – ex radicale – che l’aggettivo ‘istantanea’ confligge ontologicamente con il sostantivo ‘Democrazia’!!!), mercato, televoto, consigli per gli acquisti.

Via, nella discarica radioattiva e poi nell’inceneritore letale, il ciarpame del passato. Una mano di vernice fresca ed ecco, magia alla Silvan, la Democrazia non c’è più, la nostra stupenda Legge fondamentale – la Sacra Costituzione repubblicana – snaturata e riscritta da qualche piede di porcellum, il diritto/dovere di voto sostituito dal sondaggio plebiscitario a pagamento, il diritto/dovere di senso critico sostituito dall’applauso permanente a comando, la materia grigia sostituita con un chip collegato direttamente al Viminale.

Questo è ‘il mondo che vorrei?’. Questa è l’Italia del futuro che immaginiamo a colpi di sondaggi, traffico paralizzato verso gli esodi vacanzieri e affollando gli ormai insostituibili centri commerciali?
Per le vie di Roma ho notato affiches che celebravano il 25 Aprile, al contrario però. Gli attribuivano la valenza di giorno di lutto, di trionfo dei vili e dei codardi a scapito dei veri, eroici patrioti. Ecco, mi auguro che davvero si instauri una nuova forma di Fascismo, come sembra auspichi la stragrande maggioranza degli italiani.
Gli
autori di questi farneticanti manifesti capirebbero forse solo in quel momento che la Liberazione dal nazifascismo ha regalato loro la libertà di esprimere senza timore di rappresaglia e persecuzione opinioni così 'opinabili' (a proposito, ma da quando è decaduto il reato di apologia del fascismo?).

La libertà di cui godiamo (o di cui dovremmo godere) è una conseguenza diretta della Liberazione, non può quindi sostituirla o peggio cancellarla. Ma la Libertà, come Storia c’insegna, non è un diritto divino, ma una condizione che richiede lotta quotidiana.

La Libertà va difesa, costruita e progettata giorno per giorno.


Nota a margine: il Primo Maggio (cancelliamolo, è vecchio. Aboliamo lo statuto dei lavoratori, risale al 1970, come me. Io per dare il buon esempio mi eliderò da solo) tribù di italioti, tra cui spiccavano accenti padani, erano accampati sulla scalinata di Trinità dei Monti e in piazza di Spagna, trasformate per l’occasione in discariche a cielo aperto, in cloache di somma indecenza e vergogna: lattine di birra, bottiglie vuote rotte e quindi pericolose, cartacce, sacchi aperti d’immondizia, cibo gettato, mozziconi di sigaretta. Da vomitare.
Chissà lor signori cosa avrebbero detto se lo stesso misfatto fosse stato compiuto da extracomunitari o romeni (e documentato opportunamente dai Tg nazionali), chissà perché in giro non si scorgeva un vigile urbano, un carabiniere o un reclamizzato poliziotto di quartiere.
A queste amebe che credono che ‘libertà’ sia lordare il bene pubblico, arrogandosi il diritto di disporre dei giorni di festa come di una sospensione autorizzata della legalità e dei doveri civici e sociali, io infliggerei trattamenti nazisti (così imparerebbero a proprie spese) con la condanna a sanzione pecuniaria salatissima con l'obbligo coatto a ripulire strade e piazze a mani nude, anche dalle fragranti deiezioni dei loro simpatici animaletti da compagnia.

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