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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Quello che i media non dicono (sulle guerre contemporanee)
post pubblicato in Società&Politica, il 16 aprile 2015

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in una lectio magistralis di geopolitica, racconta quelle verità che noi occidentali non vogliamo vedere e che l’informazione embedded (aggregata al seguito) non ha interesse a rivelare ai Cittadini

 


di Hermes Pittelli ©

 

 Siamo in guerra, lo dicono tutti: incantatori di serpenti e populisti imbonitori.

Lo ripetono e lo scrivono con insistenza i media.

Guerra vera, guerra armata e cruenta

Almeno questo dato sembrerebbe certo.

Non sappiamo contro chi e spesso nemmeno su quale scenario, ma il pianeta è purtroppo attraversato da costanti e diffusi conflitti a varia intensità, dalle scaramucce ai massacri.

Spesso non siamo consapevoli, o percepiamo l'evento come lontano, perché tutto sommato il nord e l’occidente del globo sono al riparo dagli effetti negativi. O così crediamo e vogliono farci credere.

Anche se i recenti e luttuosi fatti di cronaca smentiscono le nostre certezze consolatorie.

Anche se gli Usa sono in armi contro il terrorismo globale dall’11 settembre 2001, anche se Russia e India, per citare altre aree del pianeta, vivono terribili conflitti dentro i propri confini, con tangibili risvolti sul resto del mondo.

I mediamainstream’ (dominanti, di massa), ‘embedded’ (aggregati al seguito), diffondono volentieri la versione ufficiale dei governi occidentali. Così, se più o meno tutte le persone che hanno voglia di informarsi quotidianamente, sanno che i conflitti più gravi e sanguinosi si stanno verificando in Afghanistan, Siria e Iraq, nessuno troverà mai sui giornali o nei servizi televisivi un solo accenno alla guerra intra musulmana.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, nel corso di una lectio magistralis al Maxxi di Roma (nell’ambito del ciclo di conferenze L’ora di Storia), spiega senza perifrasi che “non esiste alcuno scontro di civiltà; al momento i conflitti più terribili avvengono all’interno del mondo musulmano e le vittime di questi scontri sono al 90% musulmane. Solo che per i media, perdonate la rudezza, fanno più notizia 2 morti occidentali che 20.000 siriani uccisi”.

Con l’aiuto di mappe multimediali interattive, Caracciolo evidenzia poi che i conflitti contemporanei si svolgono su territori e rotte precisi, non casuali: quelli di mercati di cui siamo protagonisti, consapevoli o meno, mercati che non riguardano solo gli idrocarburi, ma le armi le droghe, gli schiavi del III millennio e perfino le opere d’arte (qualche noto e celebre museo occidentale acquista volentieri reperti archeologici dai terroristi, finanziandoli allegramente).

Naturalmente, preferiamo ignorare queste verità. Si potrebbe azzardare con un semplice sillogismo che non ci fossimo noi occidentali – il mercato e i mercanti! – non esisterebbero loro…

Si discetta spesso a sproposito di Stato islamico, ma al Califfo al Baghdadi bisogna riconoscere di essere un abile e intuitivo uomo di marketing che sfrutta le opportunità della globalizzazione e della comunicazione virtuale; sapendo di non poter raggiungere l’obiettivo di federare tutti i Musulmani e di imporre il proprio dominio su tutto il mondo, ha creato un marchio riconoscibile e fortissimo, capace di attrarre clienti e scherani non necessariamente di fede musulmana. Perché, al di là di terrorismi e integralismi religiosi, non è possibile comprendere il fenomeno se non consideriamo il fattore economico, ancora e sempre determinante. Al Baghdadi ha creato un vero e proprio brand, con una propaganda virtuale e contagiosa, capace di affascinare non solo disperati e militari da ogni angolo della Terra, ma anche figli bizzarri e senza orizzonti delle nostre borghesie occidentali, magari ansiosi di vivere sulla propria pelle le emozioni dei giochi di guerra o dei video di proselitismo che infestano la Rete.

Ci si indigna per le efferatezze dell’Isis, ma si chiudono gli occhi al cospetto delle centinaia di esecuzioni pubbliche che ogni settimana l’Arabia Saudita allestisce in piazza come fossero spettacoli teatrali. Forse perché i miliardari di quelle latitudini, assieme a quelli della Cina, si sono comprati molte delle nostre ‘eccellenze’. Paradossi degli interessi economici e geopolitici: la stessa Arabia Saudita (non solo) ha foraggiato e armato i gruppi che oggi formano l’esercito di al Baghdadi, credendo di poterli utilizzare a piacimento per contrastare la nemica Persia (Iran) che aspira a diventare potenza nucleare. Ora li considera nemici mortali e al Baghdadi, viceversa, accusa i Sauditi di essere dei musulmani rinnegati al servizio del satana occidentale.

 


Non solo petrolio, conferma giustamente Caracciolo durante il suo lucido excursus. Un altro vero tema è il controllo dell’Oro blu, l’acqua. L’accesso alle risorse idriche diventa un’arma potentissima, per questo la Mesopotamia,la leggendaria mezza luna fertile tra i fiumi Tigri e Eufrate è uno scenario imprescindibile per capire i conflitti contemporanei. Ancora di più oggi, con un pianeta sempre più caldo, in ogni senso, e sempre più in balìa dei mutamenti climatici, che in quell’area hanno causato una devastante e lunghissima siccità.

Quando parliamo dell’esercito in nero, dobbiamo rammentare che molti dei soldati sono ex combattenti di Saddam; tra i grandi errori compiuti dagli Usa, non solo la figuraccia imposta nel 2003 a Colin Powell, spedito al palazzo di vetro dell’Onu per giustificare sulla base di rapporti falsi (con il contributo dei servizi segreti italiani) l’invasione dell’Iraq per smantellare armi di distruzione di massa inesistenti; ma anche lo scioglimento di quei corpi militari che sono passati in massa prima tra le fila della resistenza anti americana e ora sotto la bandiera del Califfato. 

Califfato che può essere chiamato stato perché in zone della Terra dove i presunti governi ed eserciti regolari (imposti in modo ‘artificiale’dalle strategie occidentali) non sono in grado di garantire nessun tipo di servizio alla popolazione civile, offre una sorta di welfare, compresi polizia, ospedali, tribunali, anche se non laici, ma religiosi e obbedienti alla Sharia.

Questi conflitti sono ciclici, registrano picchi di violenza e momenti di pausa. Sono i risultati negativi e sgraditi della globalizzazione, dell’annientamento di ogni tipo di valore in nome del libero mercato, della disgregazione di fatto delle frontiere e dei confini, anche se la vera e totale libertà di circolazione spetta più alle merci e al denaro che non agli esseri umani.

Caracciolo in appendice, stimolato dalle domande del folto e attento pubblico, fa notare anche l’apparente disinteresse di Israele nei confronti dello Stato islamico. Lo dimostra il fatto che il ‘marchio’ Is compare nella black list degli stati canaglia solo a partire dal 3 settembre 2014. Israele gradisce la confusione attorno ai propri confini e ritiene positiva e ‘pro domo sua’ questa guerra intra musulmana, anche pensando alle tensioni con l’Iran. Forse però Gerusalemme sottovaluta il rischio: questi focolai potrebbero presto trasformarsi in una minaccia reale anche dentro le mura di casa.

Per il direttore di Limes però il vero scacchiere geopolitico critico per l’Occidente (interessi energetici e economici compresi) si chiama Ucraina. Tanto è vero che Usa, Germania, Francia e Inghilterra si mobilitano con le proprie strategie diplomatiche molto più per ricomporre la questione che agita le acque del Mar Nero rispetto alla travagliata saga medio orientale.

L’Italia come sempre trascura, non comprende o tenta di traccheggiare. Si preoccupa di tutelare gli interessi dell’Eni in Libia, stato che non è mai esistito storicamente, se non nel periodo compreso tra Italo Balbo e il nostro ex amico e alleato colonnello Gheddafi, e sembra ignorare che nella regione vige ormai una confusione tribale ingovernabile.

Se è vero che le guerre contemporanee non sono conflitti con la G maiuscola come i due mondiali, è anche vero che sul piano della tetra contabilità delle vittime non sono paragonabili (milioni di morti nel 1914-1918 e nel 1939-1945); bisogna però anche ammettere che le guerre mondiali avevano sempre una conclusione, mentre queste sono permanenti e carsiche, rischiano di riaffiorare, più virulente di prima, quando meno ce lo aspettiamo (ad esempio, nei Balcani). 

Rischiamo di ritrovarci completamente invischiati e travolti in ostilità perenni, con la doppia sciagura di non sapere perché, fingendo, come sempre, di saperlo, in nome della nostra proverbiale e sedicente scaltrezza; che spesso si è tramutata in orrori e tragedie insanabili

I veri padroni d'Italia: Eni, Enel, Finmeccanica, Gheddafi...
post pubblicato in Società&Politica, il 26 agosto 2009
di Hermes Pittelli ©  


 Italiani popolo di Pulcinella, di Pupi nelle mani di pochi furbi politici e loschi industriali.
Solo così si spiega la sceneggiata che la pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori sarà costretta ad allestire in Libia.
Mentre tutto il mondo civile prende le distanze da Tripoli che ha festeggiato come un eroe l'attentatore di Lockerbie, ecco che l'Italia ancora una volta si pone al di fuori della Storia e del comune senso del pudore, della moralità, della legalità. Tra l'altro, è la seconda volta in un breve arco temporale che facciamo 'alterare' la Casa Bianca.
Inutile quindi, come fanno Berlusconi e i suoi seguaci, intonare lo sciocco e insostenibile refrain delle 'critiche ideologiche strumentali'. Sembra che in Italia il diritto di critica e il dovere delle istituzioni a rispondere alle istanze dei cittadini siano esercizi prescritti, cestinati, esautorati.
Quando si levano voci di dissenso all'ordine unico che cala dall'alto ecco i corifei che distribuiscono le veline ciclostilate con la formuletta per non rispondere alle questioni sul tavolo, e per indottrinare i sudditi rintronati.

Un po' come accade in Abruzzo, dove il governatore Gianni Chiodi fa orecchie da mercante nei confronti dei comitati civici e ambientalisti che da mesi pretendono una posizione chiara e coerente sulla deriva petrolifera che dal I gennaio 2010 (quando scadrà la moratoria sulle attività estrattive) trasfomerà l'ex regione più verde d'Europa in una tetra trafila di pozzi di petrolio e infrastrutture per la lavorazione e il trasporto del letale veleno; per la gioia e il profitto dei soliti noti.

L'Italia si genufletterà quindi al cospetto degli stivali di Gheddafi, li leccherà con gusto per rendere omaggio ai primi 40 anni di dittatura del nostro fedele, soprattutto ricco e spregiudicato, 'alleato'. Quello che con metodi democratici e liberali ha promesso, dietro lauto compenso pagato dall'allocco cittadino italico, di difendere le nostre coste dagli sbarchi dei migranti (non hanno la forza di respirare, ma certi razzisti xenofobi li descrivono come pericolosi lestofanti in grado di mettere a ferro e fuoco l'Italietta).
Ma i veri motivi della spedizione libica sono altri. I veri motivi sono riconducibili a nomi famigerati, sempre gli stessi. Lo spiega bene un articolo del 25 agosto 2009 pubblicato su La Repubblica. Eni Enel Telecom Finmeccanica (per tacere di Impregilo, non citata ma sempre presente). E poi anche Unicredit. Insomma cerchiamo di tenerci buono il Colonnello che ha irrorato con i suoi capitali le casse di queste gloriose aziende tricolori.
Aziende che non contribuiscono in alcun modo a creare progresso e benessere per il Paese, anzi inseguono profitti che vengono spartiti solo tra i privilegiati dei consigli d'amministrazione. Naturalmente, previa donazioni private, 'lubrificanti' e riconoscenti ai politicanti che favoriscono il loro volano di business. Aziende che da manuale del perfetto liberista dovrebbero assumere su se stesse il rischio d'impresa, invece sanno sempre di poter contare, in caso di disastro causato da geniali manager, sul paracadute dello Stato, cioé del cittadino italico contribuente (i fessi che pagano tasse e bollette!).

Chissà quale shock, quale tsunami economico, sociale, politico, culturale potrebbe avere l'effetto di risvegliare il popolo italiano dal letargo. Si narra che l'italiano si attivi solo quando gli mettono le mani in tasca e qualcuno tenta di invadere il suo orticello.
Ebbene, evidentemente non funziona più nemmeno questo sistema. Il cervello dell'italiota è stato anestetizzato e polverizzato così bene che le reazioni neuronali sono ormai annichilite. Queste truffe, questi raggiri sono lapalissiani. L'arroganza della politica e dell'imprenditoria all'italiana è tale da dispiegarsi nella propria geometrica potenza alla luce del sole.
Ad esempio, la notizia dei salassi sulle bollette energetiche, in arrivo per il mancato rispetto del protocollo di Kyoto, non è un mistero. La Professoressa D'Orsogna analizza in modo lucido la sperequazione di trattamento da parte delle istituzioni nei confronti delle multinazionali e dei cittadini. All'Eni o alla Saras dei Moratti, multe ridicole per aver violato le norme sulla tutela ambientale, a 'Pantalone' l'obbligo di sobbarcarsi l'onere delle ammende pecuniarie causate dagli intrallazzi di imprenditori e politici recalcitranti al rispetto delle regole e restii a progettare un futuro sostenibile, sano, giusto.
In sostanza, il cittadino italiano pagherà 40 euro in più nel 2010. Il governo invece di porre rimedio concreto al problema multando le società elettriche che non rispettano i vincoli legati alle emissioni di CO2, invece di pianificare strategie energetiche incentrate sulle fonti rinnovabili, non trova di meglio che imputare all'esecutivo targato Prodi questa ennesima onta tricolore: Prodi reo di non aver saputo 'contrattare' in sede europea un tetto di emissioni inquinanti più alto.
La nostra solita mentalità meschina e truffaldina. Una legge si rispetta o si infrange; non la si può adattare agli interessi particolari di pochi 'amici' a danno del bene comune.
Del resto, il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo è sempre in prima fila nell'opera pia di giustificazione e protezione delle industrie più inquinanti; era stata proprio lei a dichiarare che il protocollo di Kyoto è troppo rigido e che avrebbe penalizzato in modo iniquo le grandi aziende che fanno prosperare l'Italia (?).

L'italiota medio non solo non si scuote più davanti alla sottrazione indebita dei suoi risparmi, ma nemmeno quando gli avvelenano l'ambiente in cui vive.
Perfino gli scienziati cinesi, osservando la velocità spaventosa con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai del Tibet, hanno dovuto ammettere che i gas serra stanno alterando in modo drammatico il clima del pianeta e che se non mutiamo drasticamente le nostre abitudini energetiche, rischiamo il collasso globale entro 10/15 anni. La Cina si prepara quindi al summit climatico di Copenhagen con un atteggiamento più flessibile per salvare economia e natura.

In Italia discutiamo sul sesso degli angeli, per non agire, per lasciare inalterate le storture che ingrassano la congrega del magna-magna.
Non ci interessa nemmeno il futuro che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Chissà perché in Italia i tumori infantili crescono ad un ritmo vertiginoso, doppio rispetto al resto d'Europa e agli Stati Uniti. Recenti ricerche scientifiche, come sempre occultate da politica e media asserviti, hanno dimostrato che estrazione e lavorazione di idrocarburi, tetti in amianto, industrie siderurgiche, antenne dei telefonini, cementifici, inceneritori, centrali a turbogas sono responsabili dell'aumento delle patologie tumorali, delle mutazioni genetiche, dell'avvelenamento dell'ecosistema. L'Espresso ne ha parlato due anni fa, ma il clamore non c'è, o è stato spento in fretta. Soppiantato da qualche inchiesta sulle nuove mete turistiche degli italiani o sui gusti sessuali delle divette tv.

Il dibattito verte sull'incapacità dell'ex governo 'comunista' di strappare a Bruxelles il permesso per le nostre industrie di avvelenare l'aria e la natura (e contribuire alla distruzione del pianeta) un po' di più.
Intanto andiamo in ginocchio da Gheddafi perché abbiamo preso un impegno, d'onore, e si sa che noi gli impegni li rispettiamo.
Ad ogni costo.
Tanto il Colonnello ha promesso che la festicciola sarà tutta a carico suo; tranne le spese per... la benzina, ovvio.

UN DITTATORE PER AMICO, MILIARDI DI MOTIVI...
post pubblicato in Società&Politica, il 12 giugno 2009
 


foto tratta da
http://impertinenza.blogspot.com/2008/07/boicottiamo-la-tamoil.html


di Hermes Pittelli ã


 Dopo The Big Brother ('1984', pubblicato per la prima volta 60 anni fa), The Brother Leader.
Ovvero il nostro amicone Gheddafi, il Fratello Leader, secondo la definizione che lui stesso fornisce di sé, nella sua immensa saggezza, sul suo sito personale. Sito che raccoglie la summa delle sue ispirate riflessioni e della visione del mondo dalla tenda nel deserto.

Noi italiani, proni e cialtroni più che mai, lo abbiamo accolto con scene degne di una farsa d’avanspettacolo mal riuscita; un campionario di situazioni grottesche e surreali che nemmeno Woody Allen, ‘il dittatore dello stato libero di Bananas’, avrebbe potuto concepire.

Però, forse esistono miliardi (in euro e dollari) di buoni motivi, per coprirci ancora una volta di vergogna e ridicolo. I buoni motivi stanno a cuore più ai soliti noti che ai cittadini semplici. Tradotto: i vantaggi della generosa assoluzione che il Rais ci ha accordato per la nostra epoca coloniale e della neonata amicizia italo-libica finiranno nelle tasche della consueta cricca di furbetti.

Si parla di Gheddafi e si sente olezzo di zolfo. Atmosfera luciferina? No, gas e petrolio. E nell’aere il vento del deserto sussurra nomi musicali: Eni, Enel, Tronchetti Provera (amico e socio dei Moratti)...

Dunque, “la Libyan Investment Authority (LIA) è un’organizzazione governativa libica fondata il 28 Agosto 2006 dal General People's Committee of Libya (GPCO) per gestire i proventi del fatturato legato al petrolio della Libia e diversificare la dipendenza del reddito del paese. LIA è una holding che gestisce fondi d'investimento del governo che provengono dall'industria del petrolio e del gas in varie aree del mercato finanziario internazionale. LIA è responsabile dei beni della Libyan Arab Foreign Investment Company (LAFICO) e di Oilinvest. Altre attività della LIA sono relative all'Economic and Social Development Fund (ESDF), che gestisce proprietà in Libia a beneficio della popolazione libica”.

La Libia ha affidato a Mediobanca il ruolo di Virgilio (guida, nei gironi infernali in questo caso) per concretizzare gli investimenti libici in Italia e il fondo d’investimento gheddafiano proprio a marzo ha chiesto, ottenendo una risposta entusiastica, a fratel Marco Tronchetti Provera, responsabile di qualche dissesto e scandaluccio in ambito Telecom, di entrare a far parte del proprio board commitee.

Marco Tronchetti, è uno dei vicepresidenti di Mediobanca, “gruppo bancario leader in Italia da 60 anni”, gruppo capitanato da un certo Cesare Geronzi (anche lui, come il Colonnello, amico di Andreotti, nonché editore di successo, nonché petroliere con l’Italpetroli che controlla il 67% della Roma Calcio, nonché implicato, certo per errori giudiziari, nei crac Parmalat, Cirio, Italcase e nell’affaire Telecom. Uff!).

Spulciando nel consiglio d’amministrazione, spuntano altri nomi importanti: Tarak Ben Ammar (produttore cinematografico, proprietario di Sportitalia, amico fraterno e socio arabo di Berlusconi), Marina Berlusconi (ma no!) figlia vera di 'Papi', Gilberto Benetton (la famiglia dei maglioni colorati, proprietaria di Autostrade Spa e con interessi ramificati in Patagonia dove espropria i mapuche dalle loro terre), Ennio Doris (quello che ti costruisce la banca intorno, anche lui socio del Cavaliere), Jonella Ligresti (rampolla di un’altra famiglia con tanti interessi: Fondiaria Sai, Immobiliare Lombarda che nel 2007 si è comprata un buon pezzo dell'isola La Maddalena, Premafin Finanziaria, Rcs Media Group, ecc. il patriarca Salvatore, non c’è bisogno di pubblicare intercettazioni, nel 1992 fu coinvolto in Tangentopoli), e tanti altri.

Arriviamo al nodo gordiano della questione. Paolo Scaroni, gran mogol di Eni, quel mostriciattolo a sei zampe fondato da un corruttore di straordinaria onestà personale, a maggio si era lamentato per lo yo-yo del prezzo del greggio; un’altalenanza che danneggerebbe tutti (chi?), un’oscillazione così imprevedibile e molesta da spingere l’amministratore delegato della bad oil company a invocare un ‘dogwatch’.
Forse il cane da guardia, ruolo svolto un tempo dal giornalismo, servirebbe per smascherare le attività criminose dei petrolieri e dei governanti loro amici.
Almeno in Italia.
Citare ancora una volta il triangolo della morte Agusta Melilli Priolo in Sicilia, Falconara nelle Marche, Manfredonia in Puglia, la Basilicata e la deriva petrolifera che sta attanagliando l’Abruzzo sembra un crudele rimestare il coltello nella piaga, ma la coscienza civile e politica dei cittadini italiani resta sopita.

Oggi, Scaroni esulta perché il prezzo dell’oro nero è tornato sui 70 dollari al barile, un prezzo che lui ritiene giusto; e nella gioia annuncia il lancio, avallato dalla Consob, di un bond del valore pari a 1 miliardo di euro (raddoppiabile in caso di forte domanda) riservato ai fortunati risparmiatori italiani. Ai quali la parola bond forse causerà più di qualche ulcera perforante.
Ma c’è da sfruttare l’effetto Gheddafi. Eni, per sua e nostra fortuna, è entrata nelle grazie del Rais.

Così Claudio Scajola, il ministro delle attività produttive che sta cedendo per trenta denari le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri che devasteranno a dovere ecosistema e salute umana, conferma che il fondo d’investimento libico guarda ad Eni ed Enel con molta simpatia e pupilla a forma di dollaro. Hanno molta liquidità (dispongono in patria di ricchi giacimenti di petrolio e gas) – analizza Scajola – e vogliono investire in diversi settori industriali italiani”.
Decisioni e annunci che al cittadino dovrebbero far tremare i polsi.
Con i
nostri comportamenti politici, nella vita pubblica, civile, sociale, attiriamo solo scherno e compatimento dal resto del mondo: Usa, Spagna, Germania, Francia, Inghilterra.

L’accordicchio con il furbo dittatore arabo è servito a lui per farsi propaganda in Libia, a qualcuno dei nostri campioni politici e imprenditoriali per lucrare, non avrà effetti benefici per i cittadini semplici: condanneremo ad una sorte terribile i migranti, continueremo a far inquinare le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri, autorizzandoli a esportare danni anche all’estero (tipo Nigeria o Ecuador).

Gheddafi nuovo amico del popolo italiano, dunque.
Ma forse, sempre per restare nelle metafore orwelliane, più amico di certi italiani.

LAUREA A GHEDDAFI. IN CRIMINOLOGIA?
post pubblicato in Società&Politica, il 10 giugno 2009

di Hermes Pittelli ©


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 N
on è uno schema calcistico, è il numero di civili uccisi dai servizi segreti libici nel periodo tra il 1969 e il 1994 (fonte:
www.stopqaddafi.org).

Amnesty International e Humah Rights Watch da anni descrivono la Libia come paese che calpesta impunemente i diritti umani: torture e persecuzione nei confronti degli oppositori del regime, reato d’opinione, omicidi politici. Trattamenti disumani e degradanti nei centri riservati ai migranti, detenuti, torturati e spesso rispediti verso gli inferni da cui tentano di fuggire.

Il colonnello Gheddafi giunge in Italia, accolto con gli onori riservati ai grandi statisti mondiali, quelli capaci di cambiare il corso della storia. E nessuno solleva obiezioni sul suo macchiato curriculum da spietato dittatore, salito al potere in Libia nel 1969 grazie ad un colpo di stato.

Non basta che il ‘nuovo’ Tg1 targato Minzolini faccia un’intervista ad Andreotti (non è stato assolto per i suoi rapporti con la mafia, è caduto in prescrizione il reato!) capace con abilità di dipingere un ritratto oleografico del leader tripolitano, capace di affermare – senza obiezione da parte dell’intervistatore – che lui non ha mai conosciuto personaggi politici che non riservassero sorprese, nel bene e nel male. Un ragionamento che giustifica ogni crimine, ogni sopruso in nome della famigerata ragion di stato.

Dunque, evviva Gheddafi. Risolverà, a modo suo, il nostro piccolo fastidio razzista nei confronti dei migranti. Tra l’altro, non certo in nome di un’amicizia disinteressata: il 30 agosto scorso a Bengasi è stato Berlusconi a firmare un trattato che prevede l’esborso da parte dell’Italia di 5 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni.
Soldi pubblici spesi bene. Un po’ cari questi inviti esclusivi alle feste sotto la tenda nel deserto.

Deserto di intelligenza, deserto di legalità, deserto di umanità. Pare che questo accordo così vantaggioso e irrinunciabile per entrambi i contraenti sia nato anche per una sorta di risarcimento dovuto dall’Italia per i guai combinati durante la funesta epoca del colonialismo.
Sembra quasi che gli italiani in Libia, al netto delle atrocità che ogni conflitto comporta, anche quelli combattuti ‘per la libertà’ (chiedere in Sicilia cosa facevano i garibaldini alle monache dei conventi o alle donne dei villaggi; o più di recente, i soldati americani in Iraq), siano stati feroci invasori equiparabili ai nazisti.
Ho conosciuto personalmente italiani e italiane, poi espulsi nel 1970 dal colonnello democratico (tra l’altro attendono ancora il risarcimento per le case e le attività abbandonate a forza), che in Libia hanno lavorato duramente e con passione, che non hanno mai visto un’arma nemmeno in fotografia, che hanno regalato competenze agricole, imprenditoriali, industriali. Oltre ai danni, gli italiani hanno anche lasciato una trascurabile eredità di infrastrutture – strade, ponti, acquedotti – che prima erano lungi dall’essere anche solo immaginati.
Quindi, la fragile giustificazione si dissolve come sabbia travolta dal vento.

In più, per non smentirci, abbiamo voluto aggiungere la proposta di laurea ad honorem in diritto internazionale, proposta formulata dal preside della facoltà di Giurisprudenza di Sassari, Giovanni Lobrano. Magari ispirata da qualcuno. Già, perché nel fenomale trattato di amicizia italo-libico si sente puzza anche di gas e petrolio che non possono mai mancare.

Quella vergognosa pergamena dovrebbe essere controfirmata anche da “Fathi el-Jahmi, attivista politico, arrestato nel 2004 per aver chiesto riforme democratiche e criticato Gheddafi durante alcune interviste televisive. Nel 2005 venne condannato per «tentativo di rovesciare il governo, insulti al colonnello Gheddafi e contatti con le autorità estere». E nel 2006 venne giudicato mentalmente inabile e trasferito in un manicomio. È morto il 21 maggio 2009, dopo essere caduto in coma”.

O da “Idriss Boufayed e altri 11 attivisti condannati a pene dai 6 ai 25 anni di carcere per «tentativo di rovesciare il sistema politico», «diffusione di false notizie sul regime libico» e «comunicazione con le potenze nemiche». Erano stati arrestati nel febbraio 2007 per aver organizzato la commemorazione dell’uccisione di 12 persone a Benghazi, durante una manifestazione nel febbraio 2006. La sentenza è stata emanata dalla Corte di Stato della Sicurezza, istituita nel 2007 per casi di attività politiche non autorizzate. Tra ottobre e novembre 2008, nove degli 11 prigionieri sono stati rimessi in libertà”. (fonte: www.carta.org)

L’impressione è che qualcuno in Italia ammiri molto il livello democratico libico e voglia importare quel modello anche nel Belpaese.

Quindi, accogliamo il colonnello a braccia aperte. Come faranno sicuramente Napolitano (presidente della Repubblica?) e Berlusconi (naturale), Schifani e l’aula di palazzo madama che lo applaudirà in veste di presidente di turno dell’Unione Africana; Gianni Alemanno, sindaco della Roma sporca come una città africana, gli studenti della Sapienza; poi, visto che nessun vip italiano vuole mancare, ecco Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, Letizia Moratti (Moratti?) sindaco di Milano, altra città che sembra Africa, Mara Carfagna ministro delle ‘Papi opportunità’ (pari opportunità, perdonate il lapsus) e anche 700 donne italiche rappresentanti del mondo imprenditoriale, culturale e della società civile. Magari Beppe Pisanu, ex ministro dell’interno che nel 2004 firmò espulsioni collettive da Lampedusa, attirando sull’Italia la denuncia della Corte Europea per i diritti dell’uomo.
Per concludere, anche Gianfranco Fini.
Proprio una bella agenda.

Dovremmo chiedere a Carlo Lucarelli di avvicinare Gheddafi per svelare almeno uno dei terribili misteri italiani, quello della strage di Ustica. Il dittatore libico ha spesso dichiarato di essere stato testimone oculare visto che lui in quel momento stava volando su quel tratto di mare, eppure ad oggi ha sempre osservato un’omertà invidiabile; a meno che non abbia confessato tutto ai suoi amici più fidati.
Bisognerebbe chiedere ai media e ai cittadini italiani che hanno diritto di voto di rammentare che i ‘ladri di Pisa’ di destra e sinistra sono in realtà tutti amici di Gheddafi: nel 2007 il grande mediatore con il colonnello, il primo a favorire l’accordo poi perfezionato dal Cavaliere, è stato un certo Massimo D’Alema.

L’unica realtà politica che si sta opponendo all’infamia della laurea ad honorem a Gheddafi è rappresentata dai soliti Radicali, quelli sbertucciati in diretta dal principe dell’anti-informazione Bruno Vespa. Pannella e Bonino hanno raccolto le firme di 563 docenti universitari contrari al conferimento e hanno anche rivolto un’interrogazione parlamentare ai ministri Gelmini e Frattini; tre settimane fa. Silenzio totale.

Come dice Pannella, c’è la ressa dei politici italiani di ogni schieramento per intrufolarsi nella tenda del colonnello, fanno a gomitate pur di sedersi accanto a un dittatore che da 40 anni vessa un popolo che non lo ha votato democraticamente e che riserva trattamenti disumani ai migranti.

La Libia non riconosce la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, definisce l’Alta corte di Giustizia dell’Aja un covo di terroristi, ma nel proprio codice prevede il reato di tortura (anche se poi la pratica quotidianamente senza problemi).
L’Italia no, non ha mai modificato il proprio codice penale configurando il reato di tortura.
Niente tortura, soprattutto niente coscienza. In fondo, oggi ricordiamo i 20 anni della strage di piazza Tien an Men e ci scandalizziamo per la Cina antidemocratica, ma solo un anno fa, siamo stati felicissimi di sgambettare ipocritamente a Pechino per i giochi olimpici.

Niente informazione, nessuna realtà, zero memoria.

Dunque, benevenuto Gheddafi, laureato in criminologia, ma taumaturgo di tutti i nostri mali.
'No all'Italia multietnica'. Chissà con chi hanno fornicato le nostre nonne...
post pubblicato in Società&Politica, il 11 maggio 2009


Una 'foto' di Lucy, la nostra progenitrice africana
(più di 3 milioni di anni e non sentirli...)


Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 10.
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.


di Hermes Pittelli ©

"Non vogliamo un'Italia multietnica". Chi l'ha detto?
Ma sempre Lui, l'anziano più malato di protagonismo in questo sgangherato Paese.
Dimostrando come sempre di essere un uomo sorpassato in tutto e per tutto, di rappresentare un microcosmo pseudoculturale meschino, xenofobo, antiquato, totalmente antistorico.
La cosiddetta linea della fermezza sulla delicata questione dei Migranti è solo un nauseabondo pedaggio 'politico' che il Cavaliere paga alla "fedele e leale alleanza" della leghina bossiana.

Questa volta però gli hanno risposto i suoi grandi amici Vescovi della Cei: "L'Italia di fatto è già una società multietnica. La multiculturalità è un Valore".
E il cardinale Dionigi Tettamanzi, vescovo di Mediolanum, ha citato nell'incipit al suo intervento su la Repubblica un passo del Deuteronomio: "Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nel paese d'Egitto".
Perfino Dario Franceschini, segretario pro tempore (?) del Pd (police department?), tra una polemica sugli antiquari romani e una sul gossip matrimoniale, rammenta
al premier che la tanto ammirata America è multietnica e "l'amico Obama", quello con un'invidiabile abbronzatura, è il frutto di una sintesi multietnica; e che senza trasmigrare oltre Oceano, qui in Europa, Inghilterra Francia Germania, potenze del Vecchio Continente, sono realtà multiculturali molto più variegate dell'Italia.
Basterebbe rispolverare, e magari leggere con un po' di attenzione, qualche sussidiario anni '70 delle scuole elementari (oggi con la demolizione della scuola pubblica, dovrebbero essere chiamate 'primarie') che le migrazioni umane sono cominciate dalla preistoria; chissà tra l'altro quale tuffo al cuore per gli orgogliosi padani scoprire che tutti siamo discendenti di Lucy, gentile Australopithecus afarensis vissuta più di tre milioni di anni fa, il cui scheletro fossilizzato fu ritrovato in Etiopia nel 1973 da Donald Johanson.
Insomma, per sintetizzare con citazione kennediana 'Siamo tutti africani'.

Eh sì, ci si può anche truccare da Asterix&Obelix o da Vicky il vichingo, inventarci riti pagani (cosa dice il Vaticano in proposito?) sul sacro fiume Po (se è sacro, smettete di inquinarlo con i rifiuti tossici delle vostre fabbrichette!), scrivere o riscrivere patti di Pontida, ma la realtà storica è una sola: la culla della civiltà (perduta, purtroppo) si trova nel cuore dell'Africa.

Già quell'Africa dalla quale provengono la maggior parte dei migranti disperati che fuggono da persecuzioni politiche religiose civili e che stremati e mezzi morti si riversano sulle nostre coste in cerca di un futuro, in cerca di dignità, in cerca, se possibile, di un po' di felicità.
Ma il cattivissimo Maroni, paladino della lega, li rispedisce indietro, nell'inferno dei centri di detenzione libici, dove, quasi con certezza, subiranno torture e violenze indicibili. Grazie al Cavaliere ora il colonnello Gheddafi, che non riconosce la convenzione di Ginevra sui diritti umani, è nostro amico (magari grazie anche a tutti i miliardi di euro che gli ignari contribuenti italiani hanno versato nelle casse del furbo beduino) e questi fastidi ce li risolve lui; con i suoi metodi, naturalmente. Insomma, un patto scellerato e fuori legge.
Ma a noi non deve importare, dobbiamo solo rallegrarci di essere cittadini illuminati da una marmaglia politicante che risolve i problemi nascondendo il pattume sotto il tappeto persiano, allestendo un set di cartapesta, sproloquiando con paroloni altisonanti e vuoti.

Dunque, ora va di moda l'equazione 'migrante' - 'delinquente'. Potrei proporre la stessa equazione sostituendo il sostantivo 'migrante' con 'politico italiano'. Verrei subito sbranato, accusato di qualunquismo, di accanimento ideologico. Eppure è facile prendersela con i Migranti, orchestrare campagne di terrorismo psicologico e poi varare leggi vergogna che condonino o cancellino le malefatte del Sultano e della sua corte, è facile approvare con adesione bipartisan e compatta decreti salva trombati (ovvero, chi resta appiedato per un turno dal Bengodi di Parlamento, Senato o ministeri gode di una corsia preferenziale per la direzione di Asl e ospedali; e le competenze?), è facile strillare e straparlare di sicurezza e legalità e poi fare sontuosi business con le mafie, depenalizzare il falso in bilancio, affossare la class action (e tanti saluti a tutti i risparmiatori truffati da Cirio, Parmalat e dalle banche italiane), comodo dopo il teatrino davanti alle telecamere ritrovarsi tutti gaudenti e ridenti nel segreto dei palazzi a spartirsi la torta.

Tra l'altro, si continua a praticare la tattica della disinformazione istituzionale per conferire autorevolezza a decisioni che contrastano ogni logica umana e ogni norma di diritto. Maroni sostiene che il governo italiano agisce nel rispetto dei trattati e delle convenzioni internazionali; peccato che "a vietare tassativamente il respingimento di rifugiati o richiedenti asilo sono gli obblighi internazionali che nascono, nello specifico, dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967, dalla Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici, dalla Convenzione Onu contro la tortura, dalla Convenzione europea sulla protezione dei diritti umani". "Tutto il sistema normativo europeo in materia d'asilo si basa sulla convenzione di Ginevra. Quindi, di nuovo, sul principio del non respingimento. Tra l'altro, la convenzione europea sui diritti umani vieta "la tortura (ah già, quel reato non previsto dal nostro Codice Penale), il trattamento disumano e degradante" e la Corte di Strasburgo per i diritti umani applica questo divieto anche nei contesti di respingimento ed espulsione. E neanche si può circoscrivere la questione alle acque di competenza. L'obbligo di non-respingimento non comporta alcuna limitazione geografica - secondo le convenzioni - e si applica a tutti gli agenti statali nell'esercizio delle loro funzioni all'interno o all'esterno del territorio nazionale".
"A questo proposito, il diritto è ancora più preciso: nel caso di richiedenti asilo che affrontano un viaggio via mare, il non-respingimento si applica all'interno delle 12 miglia di acque territoriali, così come nelle acque contigue, in mare aperto e nelle acque costiere di paesi terzi. Praticamente senza limitazioni". (Fonte: Vittorio Longhi - LaRepubblica.it)

Come diceva e scriveva spesso Enzo Biagi: "Chissà con chi sono andate a letto le nostre nonne". Sì, le nonne di tutti noi, anche quelle dei padani. In quali attributi consisterebbe la purezza di una razza che è stata 'contaminata' nei secoli da tutte le invasioni barbariche possibili e immaginabili? Frisi, Sassoni, Franchi, Alemanni, Burgundi, Marcomanni, Quadi, Lugi, Vandali, Iutungi, Gepidi e Goti, le tribù daciche dei Carpi, quelle sarmatiche di Iazigi, Roxolani ed Alani, oltre a Bastarni, Sciti, Borani, Eruli ed Unni; tutti questi signori si sono presi la briga di fare una gitarella in Italia e, naturale, dare sfogo ai propri ormoni in subbuglio con le pulzelle italiche che trovavano lungo il percorso, pulzelle disponibili o meno alla fornicazione. Le nostre nonne, appunto.
Poi, come trascurare il passaggio anche di Turchi ("Mamma li turchi!") o della civiltà araba (i famigerati e temuti Mori); giova rammentare ai padani il Moro di Venezia, aiuterebbe la comprensione e una minore intransigenza rammentare che tutti i cognomi settentrionali che posseggono la radice 'moro' (Moro, Moretton, Morettin, ecc.) o 'turco' (Turchet, Turchettin, ecc.) altro non sono che il rimando storico agli incontri sessuali delle nostre trisavole con gli invasori di turno.
Poi, se davvero vogliamo essere tetragoni e coerenti con la strategia del respingimento, allora proporrei per i 300.000 padani pronti a imbracciare il fucile come minaccia Bossi ogni volta che non ottiene ciò che vuole, di prepararsi a sostenere i lavori che oggi che siamo diventati un popolo di 'sciuri' (ricchi signori, in slang padano) affidiamo ai migranti: braccianti nei campi, badanti dei nostri bimbi, malati, anziani, operai senza protezione e garanzie nei cantieri, ecc.

Insomma, nonostante Bossi Maroni Berlusconi (chissà le loro nonne con chi si sono accoppiate...), è arduo affermare che l'Italia non abbia origini multietniche.
Noi, oggi, in modo incontrovertibile, siamo il risultato (magari non esaltante, magari un po' avariato) dei 'lascivi imenei' delle nostre antiche progenitrici.

Un popolo di migranti senza memoria che condanna a morte i migranti moderni si macchia di crimine contro l'umanità e non merita comprensione, né assoluzione.

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