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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Produrre energia pulita per salvare il futuro (e la democrazia)
post pubblicato in Ambiente, il 19 settembre 2011



di Hermes Pittelli ©



 L’energia, la madre di tutte le questioni.
Non solo in futuro, da subito: da oggi.
Mario Tozzi e Valerio Rossi Albertini, la strana coppia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR, ndr), uno geologo l’altro fisico nucleare, non hanno dubbi.
Il futuro dell’energia – non a caso titolo del libro che hanno scritto a quattro mani per le Edizioni Ambiente – influenzerà in modo diretto il futuro del pianeta.

Con le bollette energetiche più care d’Europa, amiamo ancora raccontarci la favoletta dell’Italia settimo paese più avanzato del mondo. Entro 5 anni il nostro esiguo vantaggio tecnologico nei confronti della Cina sarà azzerato. Per capire meglio i termini dell’immane sfida: i ricercatori del CNR, organismo scientifico più grande del Vecchio Continente, sono 8.000 e sono sempre più bistrattati dalla classe politica tricolore.
Gli scienziati cinesi impegnati nella ricerca sulle nuove fonti d’energia sono 100.000, ma nel solo distretto di Shangai e dispongono ogni anno di fondi pari a 50 miliardi di dollari. Senza tralasciare che la terra del dragone è ricca di materie prime e può vantare un’immensa forza lavoro a costi ridotti.
Se l’Italia non rimette in moto il volano della ricerca scientifica connessa alle rinnovabili e all’eccellenza tecnologica nello sfruttamento delle medesime si autocondanna a divenire subalterna e suddita nei confronti delle nuove potenze.

Negli anni ’80 del 1900 eravamo all’avanguardia nel solare fotovoltaico, poi qualcosa si è inceppato. Meglio, qualcuno ha voluto bloccare l’ingranaggio. Forse gli stessi potentati energetici padroni delle centrali (quelle esistenti, quelle in costruzione), quelli che decidono il costo delle bollette rincarate a dismisura, nonostante il prezzo del gas incida al 50% sulla cifra totale e alla borsa delle materie prime sia calato di 11 volte in questi ultimi anni. Un po’ come la benzina, il cui acquisto per il cittadino italiano è sempre un salasso, anche quando il prezzo del barile di petrolio precipita.
Ma il problema di riuscire ad “imbrigliare le fonti di energia naturale (raggi del sole, vento, calore della terra, maree), in modo naturale” non si può più dilazionare: le emissioni dei gas serra che hanno surriscaldato il pianeta e l’avvelenamento di terreni e falde idriche a causa degli scarti dei combustibili fossili stanno esaurendo tutta la sabbia nella clessidra.
Abbiamo scampato il ritorno al nucleare solo ‘grazie’ alla tragedia di Fukushima, altrimenti la lobby atomica ci avrebbe costretti ad una tecnologia costosissima e pericolosa. Valerio Rossi Albertini un po’ provoca, un po’ si accalora, ma sempre dicendo verità che in pochi conoscono. “In certi momenti della giornata, siamo noi a disporre di eccesso di produzione energetica e a rivenderla alla Francia. Eppure agli italiani è sempre stato raccontato il contrario. La considerazione poi che tanto anche non costruendo centrali le troviamo a pochi chilometri dai nostri confini, equivarrebbe a dare alle fiamme la propria casa sapendo che in giro c’è un piromane!”.

Si può utilizzare una busta di plastica per la spesa per far funzionare un pannello solare”. Sembrerebbe fantascienza, almeno alle nostre latitudini, ma V.R. Albertini garantisce che al CNR stanno sperimentando questa tecnologia che in California è già realtà.
Si tratta la plastica sia a livello fisico sia a livello chimico per ottenere polimeri plastici che abbiano caratteristiche di trasparenza, malleabilità, conduttività elettrica; evitando quindi il silicio il cui smaltimento è complicato e ha un forte impatto ambientale”.
Una tecnologia che sviluppata adeguatamente garantirebbe una efficienza ed una resa elevatissima dei pannelli a costi minori, diventando appetibile anche per quelle imprese e quei cittadini che in assenza di incentivi o sgravi fiscali al momento reputano eccessivo l’esborso economico per installare impianti solari.
In teoria, in un prossimo futuro, potremmo addirittura ‘spruzzare’ il pannello solare a polimeri plastici sugli edifici come fosse una sorta di velo in grado attraverso punti di contatto elettrici di rendere energeticamente autonome le costruzioni.
Eppure già oggi utilizzando infissi migliori, ottimizzando l’efficienza e il risparmio dell’energia, dotandoci di pannelli solari saremmo in grado di rendere autosufficienti le nostre abitazioni; ma i politici italiani non amano affrontare questi argomenti.

Tozzi e Albertini, attraverso il loro libro e la loro incessante azione divulgativa prefigurano in un futuro prossimo una rete energetica sempre più simile al web; nella quale ogni singola abitazione, ogni singola costruzione sarà in grado di produrre il proprio fabbisogno energetico e di cedere alla rete l’eventuale surplus.
A patto che la ricerca scientifica in questo campo non sia costretta a inventare miracoli con i fichi secchi, a patto che siano i cittadini a ‘costringere’ politica e amministrazioni ad affrontare la questione in modo intelligente, concreto, lungimirante; abbandonando la facile connivenza con gli attuali capataz dell’obsoleta e inquinante industria da fonti fossili.

Sviluppare tecnologia all’avanguardia per produrre energia pulita e rinnovabile molto presto non significherà solo tutelare stili di vita che diamo per scontati, ma la libertà, la democrazia e il futuro stesso del Pianeta.

Agenzia mineraria Vicari, i petrolieri ringraziano
post pubblicato in Economia (dal volto umano), il 22 luglio 2010




di Hermes Pittelli ©


 

 Un’Agenzia unica, istituita presso il Ministero dello Sviluppo economico per garantire maggiore sicurezza e competitività al comparto delle risorse minerarie ed energetiche italiane.
Un nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties, intrecciato a filo doppio con il federalismo fiscale prossimo alla luce.
Sono gli ambiziosi obiettivi fissati dal disegno di legge (ddl) n. 2267 firmato dalla senatrice palermitana Simona Vicari (PdL; cofirmatari i senatori e colleghi di partito Cursi, Gasparri e Quagliariello).

La marea nera del Golfo del Messico (cui si sono aggiunte quelle in Egitto e Cina) più che uno stimolo alla tutela ambientale e alla sicurezza sembra un cavallo di Troia per confezionare un dono estivo all’industria petrolifera.
Perché i contenuti e i principi ispiratori del ddl Vicari somigliano quasi fossero una copia carbone ai concetti espressi da Claudio Descalzi presidente di Assomineraria (nonché vice presidente di Confindustria Energia e direttore generale di Eni Spa) davanti all’assemblea di categoria, il 30 marzo 2010.
Per pura coincidenza quel giorno la senatrice Vicari era relatrice e ospite d’onore.
In quel contesto, il Dott. Descalzi lanciò quasi un aut aut alla politica italiana:
Serve un’agenzia governativa per iter più veloci, in modo da sbloccare progetti che garantirebbero 34.000 posti di lavoro e un risparmio in bolletta di 100 miliardi grazie ai giacimenti italiani non ancora sfruttati. Sono già pronti 57 progetti cantierabili per 5 miliardi di investimento”.
No all’aumento delle royalties, per impedire la fuga delle imprese petrolifere verso altre nazioni”, fece immediatamente eco la Senatrice Vicari.
Come se l’Italia fosse un deserto arabo e non uno scrigno di bellezze naturali, paesaggistiche e biodiversità.

Ecco dunque l’Agenzia mineraria configurata nel ddl (la discussione in aula dovrebbe cominciare a metà settembre).
Non l’ennesima authority – specifica il presidente della Commissione Industria e Attività produttive del Senato, Cursima un organismo in grado di accelerare il via libera alle estrazioni, visto che oggi bisogna attendere anche 4 o 5 anni, quando non 6 o 7”.
Il direttore generale sarà nominato direttamente dal premier su proposta del ministero per le Attività produttive e sarà individuato “tra persone di indiscussa moralità e indipendenza”.
Mistero sulla competenza e sull’autonomia decisionale, visto che il prescelto sarà comunque ‘un’emanazione’ del capo dell’esecutivo.

Come poi sia possibile conciliare la rapidità dell’iter con le adeguate valutazioni d’impatto ambientale e la sicurezza non è dato sapere. Standard di sicurezza dell’industria petrolifera tricolore comunque all’avanguardia mondiale – secondo la Senatrice – e in linea con le nuove direttive europee in materia.
Per Simona Vicari la probabilità di incidenti rilevanti sono praticamente nulle. Forse perché i media nazionali danno poco risalto ai frequenti incidenti che avvengono nel settore petrolifero sul patrio suolo.
Né lascia tranquilli la considerazione che il disastro targato British Petroleum “sia avvenuto a 1.500 metri di profondità, mentre nei mari italiani le perforazioni si effettuano tra i 20 e un massimo di 150 metri”.
In caso di fuoriuscita inarrestabile potremmo dire addio al nostro ecosistema marino, considerando che il Mediterraneo è un mare chiuso e poco profondo. La Senatrice dimentica di dire che già oggi il Mare Nostrum è il più inquinato del Pianeta e che le acque territoriali italiane sono solcate da 300 petroliere al giorno che scaricano senza controllo ogni tipo di sostanza di scarto e perfino il ‘risciacquo’ delle cisterne.

L’Italia descritta dalla Sen. Vicari è affamata di energia: è il quarto paese europeo dopo Germania, Francia e Regno Unito per consumi, con un utilizzo preponderante di fonti fossili (77%).
Nessun cenno al dato fornito da Confartigianato: nel 2009 le famiglie italiane sono riuscite a soddisfare il 100% del proprio fabbisogno elettrico grazie alle energie rinnovabili.
L’attuale svantaggio competitivo dell'Italia e la forte dipendenza energetica da altri paesi, secondo Vicari è da attribuire anche al referendum del 1987 con cui gli italiani rinunciarono al nucleare, senza però citare l’incidente di Chernobyl, né il fatto che al momento non sappiamo come e dove smaltire le scorie, né che Carlo Rubbia abbia bocciato come poco sicure anche le centrali di quarta generazione.
La senatrice lamenta che le risorse minerarie italiane siano poco sfruttate, nonostante un sistema infrastrutturale di altissimo livello. Non dice che bucherellare il suolo e i fondali marini, oltre a deturpare il paesaggio con le installazioni industriali, mette a rischio un paese dal delicatissimo equilibrio idrogeologico.
Racconta del miracolo economico del periodo 1950/1970 grazie allo sfruttamento del metano della Valle Padana e a quello nei fondali del Ravennate (magari anche il Piano Marshall ha dato una mano), ma tralascia di rammentare l’alluvione del Polesine o il fenomeno della subsidenza che ha fatto sprofondare il livello del suolo di 4/5 metri, a causa dell’attività estrattiva.

Il nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties.
Estrazioni in terraferma: 45% ai Comuni interessati, 45% alle Regioni, 10% ai residenti sotto forma di agevolazioni per l’acquisto di carburanti.
Estrazioni in mare: lo Stato, generoso, si fa da parte; 50% alle Regioni e 50% ai Comuni rivieraschi entro un raggio di 12 miglia dal punto di produzione. Per quanto riguarda la produzione in piattaforma continentale, il 100% delle royalties è destinato allo Stato.
L’entità delle royalties è stata lievemente ritoccata: per la produzione sulla terraferma di olio e gas si arriverà a un'aliquota unica del 10 per cento. Per la produzione in mare di olio si pagherà il 4 per cento fino a 250 mila tonnellate l'anno, il 7 per cento da 250 mila a 500 mila tonnellate l'anno e il 10 per cento oltre 500 mila tonnellate l'anno; per quella di gas l'aliquota sarà pari al 7 per cento fino a un miliardo di metri cubi l'anno e del 10 per cento oltre tale soglia.
Nulla di paragonabile al Regno Unito (51%, fonte The Economist) o alla Norvegia (76% fonte The Economist), anche se la senatrice Vicari insiste nel sostenere che in questi paesi non si pagano royalties (fonte Descalzi).
Briciole da gettare alle amministrazioni (con le casse sempre più vuote anche per la realizzazione del federalismo fiscale e quindi ‘costrette’ a ospitare i petrolieri) e alle popolazioni locali, inebriate dal miraggio di trasformarsi in sceicchi.
Bisognerebbe chiedere agli abitanti della Basilicata che anni fa hanno abboccato: annientata la Val d’Agri, avvelenate le falde acquifere, coltivazioni distrutte (uva, pesche e fagioli al petrolio), turismo e mercato immobiliare quasi azzerati, aumento vertiginoso delle patologie tumorali; e, come beffa, benzina più cara rispetto alle altre regioni italiane e un aumento di posti di lavoro insignificante.

A fronte di discutibili, ipotetici vantaggi, quanto costerebbero alle Regioni i danni ambientali permanenti (con addio al turismo, all’agricoltura, alla pesca, ecc.), quelli sanitari e quelli sociali? Nessuna risposta.

La proiezione dell’attuale governo al 2030 relativa al mix energetico italiano recita:
50% da fonti fossili, 25% da rinnovabili, 25% da nucleare.
Non si capisce perché decidere di considerare strategico lo sfruttamento di petrolio nostrano, scarso, difficile da estrarre, quasi tutto di pessima qualità, ricco di impurità sulfuree che poi i desolforatori a fiamma costante sputeranno nell’ambiente; distruggendo la natura e causando nei cittadini gravi disfunzioni sessuali e tumori.
Silenzio sui tagli del governo agli incentivi per il solare fotovoltaico.
Silenzio sugli investimenti straordinari che perfino un inquinatore da record come la Cina sta stanziando per le ‘energie verdi’ e sul fatto che a Shangai sia appena stata inaugurata la centrale solare più grande del mondo, in grado di soddisfare le necessità di 12.000 famiglie. Silenzio sul fatto che la green economy sia al momento uno dei pochi comparti che crea davvero decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in tutto il Pianeta.
Silenzio sul fatto che in California le industrie del petrolio sono costrette per legge (Prop65) ad ammettere che le attività legate allo sfruttamento degli idrocarburi rilasciano nell’ambiente sostanze cancerogene e in grado di causare gravissime disfunzioni sessuali.
Silenzio sulla martoriata Basilicata, silenzio sul triangolo siculo della morte Gela-Melilli-Priolo a causa del polo petrolchimico. Del resto, è stata proprio la senatrice a inaugurare con orgoglio a fine giugno la piattaforma petrolifera più grande d’Italia che brucia e vomita nell’ambiente sostanze di scarto 24 ore su 24, a sole 12 miglia dalla costa di Pozzallo (nel Ragusano).
Nessun cenno al principio di autodeterminazione dei popoli. In Abruzzo, un esempio a caso, il 75% dei cittadini ha espresso la chiara volontà di non ricorrere a strategie energetiche ed economiche basate sugli idrocarburi, ma sulle fonti rinnovabili, sulla bellezza e integrità dell’ambiente e sul turismo, appellandosi anche alla Convenzione di Aarhus (sottoscritta e recepita dall’Italia): in questo caso il governo centrale come si regola? Impone il petrolio con l’esercito (come accaduto per gli inceneritori e come dovrebbe accadere per le centrali nucleari)?

Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha scritto su La Repubblica a proposito della cementificazione selvaggia (altra faccia di queste presunte strategie economiche) che “il paesaggio incarna valori costituzionali primari e assoluti che sovrastano qualsiasi interesse economico, perciò esige un elevato livello di tutela, inderogabile da altre discipline di settore" (citando la sentenza n. 367 del 2007 della Corte Costituzionale).
Per Settis le risorse più preziose del Paese sono “il paesaggio e l’ambiente”.
Altro che gli ipocriti spot Magic Italy del governo.

Le industrie petrolifere straniere nei report ufficiali on line ai propri investitori già parlavano dell’Italia come di un ottimo posto dove fare business, grazie a bassi costi d’entrata, rischi politici e di protesta popolare quasi nulli e una rete infrastrutturale molto sviluppata. Se il ddl Vicari diventasse legge, scriverebbero di aver trovato l’ultimo Bengodi petrolifero in Terra.

Il Senatore Quagliariello ha concluso che “la geopolitica del 21° secolo rende finalmente adeguato e non ideologico l’approccio italiano alle tematiche energetiche”.
Cosa ci sia di ‘ideologico’ (orrendo stereotipo molto in voga nel politichese attuale) nella difesa della salute dei Cittadini e nella tutela dell’Ambiente resta tra i misteri dolorosi del nostro Paese.


(consulenza scientifica: Professoressa Maria Rita D’Orsogna, California State University at Northridge, Los Angeles)

Italia sempre più… Titanic
post pubblicato in Ambiente, il 21 maggio 2010


Tutto il mondo progetta un futuro ecosostenibile basato sulle fonti rinnovabili.
La Francia ci irride: ci vende la sua tecnologia obsoleta, pericolosa, costosissima e trasforma i Campi Elisi in un enorme giardino delle biodiversità. Friburgo in Germania è Solar City, San Francisco in California inventa la prima isola artificiale a impatto zero.
Il 'nostro' sole piace agli investitori stranieri, ma noi ci affidiamo alla roulette russa di idrocarburi, carbone e nucleare. Intanto,
il divario competitivo che accumuliamo,  rischia di diventare incolmabile.



di Hermes Pittelli ©


 Le fonti di energia rinnovabile sono la nuova cornucopia del business.
Anche in un momento di crisi economica globale.
Altrimenti non troverebbe spiegazione la volontà di un colosso come la Cina di varare fondi sempre più ingenti per sviluppare il fotovoltaico e l’eolico.

Il sole italiano poi nonostante questo governo abbia sposato strategie energetiche paleolitiche (idrocarburi, carbone, nucleare) attrae corposi investimenti dall’estero.
Un dato emerso con chiarezza nel corso di Solarexpo, rassegna veronese dedicata alle energie rinnovabili.
Il Veneto leghista è il territorio leader. La SunEdison ha infatti deciso di realizzare dalle parti di Rovigo, su una superficie ex agricola di 850mila mq, quello che è destinato a diventare il più grande parco fotovoltaico d’Europa. La potenza installata raggiungerà 72 megawatt, in grado di soddisfare il fabbisogno di 17mila famiglie e soprattutto evitando di immettere in atmosfera 41mila tonnellate di CO2 all’anno.
Perfino la vituperata BP, responsabile del disastro ambientale nel Golfo del Messico, con il proprio comparto dedicato al solare (domandina: ma visto che i petrolieri sanno benissimo che l’era idrocarburi è finita, perché non rinunciano a inquinare l’ambiente e non si dedicano direttamente alla riconversione totale alle rinnovabili?) è pronta a costruire in Italia impianti che svilupperanno 37 megawatt: così, altre migliaia di famiglie non avranno paura di restare al buio e al gelo, come qualcuno ha detto per giustificare gli sporchi affari con Gheddafi e Putin, e eviteremo di ammorbare l’aria che respiriamo con oltre 60mila tonnellate di CO2.

Questi due progetti da soli valgono 400 milioni di euro, giusto per informare coloro che interpretano la realtà solo attraverso il parametro monetario.

In Italia però, dal primo gennaio 2011 sarà più arduo realizzare piccoli impianti domestici per la scure che si abbatterà sugli incentivi e le agevolazioni; anche a causa di una sentenza della Corte Costituzionale che abolisce la procedura semplificata per le installazioni con potenza inferiore a 1 megaWatt, varata dalla regione Puglia con una propria legge del 2008.
Gli interessati potevano realizzare un impianto previo invio di semplice Dia (dichiarazione inizio attività) al Comune competente. Ora servirà la più complessa procedura di autorizzazione unica.
Ma questo non frenerà l’espansione del solare che come assicurano gli esperti della Iea Solar (Agenzia internazionale dell’energia solare) presenta enormi vantaggi competitivi.
Saranno proprio gli edifici ad ospitare nei prossimi anni almeno il 50% degli impianti: a causa della concorrenza delle altre fonti rinnovabili, ma anche perché non potremo stipare il territorio con grandi centrali fotovoltaiche.
Del resto, sempre la Puglia è all’avanguardia visto che il Governatore Vendola ha esortato i cittadini a seguire questa strategia in modo che i pannelli solari diventino in un prossimo futuro gli arredi urbani più comuni.

Peccato che l’esecutivo abbia in mente altri piani, nonostante sia evidente che le rinnovabili non solo alleggeriscono di molto la nostra impronta ambientale sull’ecosistema, ma sono anche decisamente remunerative.
La mozione D’Alì che nega i mutamenti climatici da inquinamento e che esorta l’Europa a basare il proprio sistema economico su ricette valide nell’800 (del millennio trapassato) all’epoca della prima rivoluzione industriale, testimoniano una visione della realtà gretta, limitata, oscurantista. Angolare, cioè ottusa.

La Germania, quasi una provocazione, detiene il record di pannelli solari fotovoltaici. Friburgo poi dovrebbe fungere da modello per ogni città europea del millennio attuale: qui hanno deciso già durante la crisi petrolifera degli anni ’70 (del 1900) di puntare tutto sulle rinnovabili; così oggi sono all’avanguardia. Non a caso Friburgo è stata ribattezzata Solar City. Edifici e case costruiti in legno, tranne le fondamenta per le quali si utilizzano comunque materiali naturali ecocompatibili, tripli vetri, efficienza energetica, pannelli fotovoltaici e termici. La mobilità poi sembra un audace sogno proibito: il 27% degli spostamenti (dati relativi al 2009) avviene in bicicletta, il 24% a piedi (lì non utilizzano il Suv per andare all’edicola a 5 metri da casa), il 20% con i mezzi pubblici, solo il 29% attraverso veicoli privati.
Altro che zone a traffico limitato e eco pass. Avete mai udito le municipalità di Roma e Milano proporre progetti di questo tipo?
A Friburgo – certo, i cervelli sono teutonici – il risparmio energetico e il poderoso abbattimento di emissioni di CO2 in atmosfera hanno innescato un volano virtuoso di incremento occupazionale, economico, turistico; senza bisogno di creare ministeri per l’immagine.

Ancora: acquistiamo dalla Francia un tecnologia nucleare non solo obsoleta, ma totalmente insicura. Tanto pagano sempre i cittadini. Bollette più salate, schiavitù dai paesi produttori d’uranio (in esaurimento, proprio come gli idrocarburi), nessuna soluzione per lo smaltimento delle scorie (per tacere dei potenziali incidenti, non così rari come possono testimoniare i nostri scaltri cugini d’Oltralpe).
Così, mentre Sarkozy intasca e ride, dal 22 maggio i Campi Elisi di Parigi si trasformeranno in un gigantesco giardino dedicato alla biodiversità (a Milano, il sindaco Moratti non ha voluto piantare 10.000 alberi, bollando l’investimento come spesa eccessiva). Uno dei viali più celebri al mondo diventerà una riserva naturale con orti e boschi, evento pratico per celebrare il 2010, anno planetario della Biodiversità.

E l’Italia resta affacciata all’oblò, pigra e anzi sempre più rabbiosa contro chi la esorta a non guardare il dito, ma la Luna.

Invece di gettarsi a capofitto in una progettazione mirata e capillare delle proprie vere risorse che consentirebbe a tutti i cittadini di vivere in un Paradiso terrestre, si accontenta di fare cassa con espedienti di bassa lega. Stefania Prestigiacomo però esulta perché è riuscita a sottrarre al federalismo demaniale parchi nazionali e aree protette: “Il patrimonio ambientale va salvaguardato”.
Perfetto, ma tutelare l'ambiente non significa farsi riprendere in bicicletta dalle telecamere del Tg1.
Come si conciliano piattaforme e raffinerie petrolifere, inceneritori, centrali nucleari e cementificazione selvaggia con il diritto dei cittadini di vivere in un ambiente sano e integro?
Solo una classe politica inutile e dannosa può parlare di questi argomenti con tanta superficialità e palesando una crassa ignoranza.

Cosa dire invece della lungimirante utopia verde di San Francisco?
Città che non solo può darci lezioni sulla raccolta spinta della differenziata, il riuso e il riciclo, ma che senza bacchetta magica riconvertirà l’isola del Tesoro (isola artificiale dedicata allo scrittore Robert Louis Stevenson) in un avamposto di Futuro, a impatto zero e indipendente energeticamente dalla terraferma.
Anche qui, non si sono persi d’animo (un mio professore di matematica diceva sempre: “come ha fatto Manzoni a scrivere I promessi sposi? Ci ha pensato su”), non hanno farfugliato "non si può", soprattutto hanno badato all’interesse dei cittadini e non delle cricche gelatinose: orientamento intelligente degli edifici, energia a basso impatto, impianti di ventilazione naturale e sotterranea, vetri isolanti, illuminazione efficiente, percorsi pedonali ombreggiati, pavimenti grezzi di colori chiari.

L’Italia indossa fiera la maglia nera, in tutti i sensi. Il divario che stiamo accumulando oggi rischia di diventare incolmabile, con danni ambientali e economici a carico delle prossime generazioni. Eppure esistono non solo tecnologie (disponibili già dagli anni 70/80 ma boicottate a causa del turbo liberalismo) efficienti e a basso impatto, ma addirittura progetti italiani per edificare intere città ecosostenibili che vincono gare d’appalto internazionali, ma non trovano spazio sul patrio suolo (ne parleremo prossimamente).

Il resto del mondo corre con gli stivali delle sette leghe verso il futuro, l’Italia è sempre più come il capitano del Titanic: avverte sinistri cigolii, preferisce ignorarli - "è solo un rumorino" - e continuare a ballare allegramente al suono dell’orchestrina, mentre affonda velocemente in un oscuro abisso.


Fonti: La Repubblica, Affari&Finanza (La Repubblica), Altreconomia

Il vento del Dragone spazza via il petrolio
post pubblicato in Ambiente, il 12 febbraio 2010

A sorpresa la Cina supera gli Stati Uniti per produzione di energia elettrica derivante dall’eolicoPechino per legge impone alle aziende energetiche di acquistare tutta l’elettricità generata grazie a Eolo “per spezzare la schiavitù imposta dall’oro nero”. E l’Italia? Con carbone, nucleare, idrocarburi retrocede al 20° secolo. Eppure grazie alle rinnovabili si potrebbe tenere la luce accesa 24 ore su 24, 7 giorni su 7


di Hermes Pittelli ©


Liberarsi dalla inaccettabile schiavitù del petrolio.
La Cina dice basta all’oro nero e punta in modo deciso verso l’approvvigionamento energetico garantito dalle fonti rinnovabili; l’eolico in particolare.
Forse perché l’Impero del Dragone capisce che la priorità, la vera sfida del III millennio è trovare, qui ed ora, le alternative sostenibili agli idrocarburi, fonti non solo altamente inquinanti, ma ormai agli sgoccioli.
Pechino è lontana da una vera democrazia. Eppure l’Assemblea nazionale del Popolo ha approvato un emendamento alla normativa sulle energie rinnovabili (varata nel 2006), con cui obbliga le società energetiche cinesi ad acquistare tutta l’energia prodotta dentro i propri confini attraverso turbine a vento e ogni altra fonte rinnovabile. Vera, non assimilata come accade in Italia.
In Cina, la dipendenza dal petrolio è ormai considerata “una debolezza economica strategica”; cioè, un fattore di vulnerabilità in grado di mettere in ginocchio l’economia di una potenza come quella del Dragone.
Dunque, ecco studiati e approvati senza indugi i piani che già nel 2009 hanno consentito alla Cina di scavalcare gli Stati Uniti per energia prodotta da fonti eoliche con 13 GigaWatt installati a fronte dei ‘soli’ 9,9 GW americani.

L’Italia, per gradire, non rientra tra le prime 10 nazioni produttrici di energia elettrica e, come si evince dalle bollette, ha un costo pro capite per KW/h tra i più salati in Europa.

Tra l’altro, è vero che Pechino resta tra i megainquinatori globali, riottosa a firmare accordi vincolanti per la tutela dell’ambiente e del clima, ma dimostra anche di non essere insensibile al problema: sempre nell’anno appena trascorso, è riuscita ad abbattere del 10% le emissioni da sostanze inquinanti rispetto al 2005.
Zhou Shengxian, ministro per la protezione ambientale, ha spiegato che l’agente inquinante più contrastato, con una riduzione di emissioni del 24,6% (sempre rispetto al 2005), è stata l’anidride solforosa (SO2); guarda caso il veleno letale più strettamente legato alla raffinazione degli idrocarburi.

Un risultato strabiliante se pensiamo che il Belpaese, invece, continua a pagare multe all’Unione Europea per consentire alle proprie obsolete industrie di inquinare a ritmi vertiginosi, procrastinando all’infinito l’adeguamento a standard di sicurezza, tutela ambientale, ricerca e innovazione degni di una società civile.
L’Europa ci chiede entro il 2020 di passare dal misero 5,2 % di energia rinnovabile prodotta nel 2005 ad un più dignitoso 17%.
La Germania già oggi è al livello che dovremmo faticosamente raggiungere nei prossimi 10 anni.

L’Italia avanza a grandi passi (del gambero) verso gli anni ’50: del 1900.
Carbone, atomo e petrolio, ecco la rivoluzionaria ricetta che piace al governo italiano.
La politica italiana nazionale e locale continua ad avallare e promuovere strategie industriali che nel resto del mondo sono considerate superate da decenni.
Scajola ad ogni occasione non fa che azionare il disco del nucleare taumaturgico. La Camera approva i criteri per il trionfale ritorno all’era atomica, ma l’esecutivo si guarda bene dal diramare la lista dei siti individuati per la costruzione delle centrali: l’amministratore delegato dell’Enel la conosce, i cittadini no.
Tutto molto trasparente e democratico, dalla Cina copiamo solo i difetti.
Come non bastassero i danni a Porto Tolle, Civitavecchia, Vado Ligure, Fiumesanto ecco una nuova centrale a carbone da piazzare a Saline Joniche (Reggio Calabria); ma forse avvelenare la Calabria è una sottile strategia per sconfiggere la n’drangheta.
Infine, sempre il ministro per le Attività produttive, ha rassicurato i petrolieri: “La crisi che mette a rischio la sorte delle raffinerie italiane è un fatto congiunturale, la ripresa arriverà a breve”.
E intanto, per incoraggiare l’ottimismo, tutta la dorsale adriatica della Penisola, isole comprese (ad es: le Tremiti), è a rischio petrolizzazione.

Senza andare troppo lontano, forse a Roma qualcuno potrebbe trarre ispirazione (o copiare di sana pianta) dalla Puglia verde di Nichi Vendola. Terra che malgrado i primati – in testa nelle classifiche italiane di produzione energetica da eolico e fotovoltaico - è comunque limitata dall’inadeguatezza strutturale delle reti di produzione e distribuzione da imputare soprattutto allo Stato. Per fortuna, nell’immediato futuro la Protezione Civile Spa e la Difesa Spa risolveranno magicamente ogni magagna.
La Cina è la Puglia del mondo, o la Puglia è la Cina d’Italia (in senso 'rinnovabile', ovvio), se preferite: tanto da potersi permettere il lusso di ‘regalare’ l’87% della propria produzione energetica alla rete nazionale.

Qualche ‘esperto’ (di solito quelli targati Eni) ama raccontare, paventando scenari drammatici di un’Italia costretta a regredire all’età della pietra, che senza il petrolio non si può vivere: addio a luce, riscaldamento (condizionamento), frigorifero.
A parte che se l’opzione fosse tra queste pigrizie/schiavitù moderne e la salvezza del pianeta, non ci sarebbe gara (a meno che gli alfieri del cagnaccio a sei zampe non preferiscano consegnare ai propri figli un futuro di devastazione, malattie e morte); ma forse anche dentro la torre eburnea del desolforatore Eni sarà giunta voce che esistono fonti alternative. E non si tratta delle giornate senza cravatta e senza climatizzatore lanciate da Paolo Scaroni con l'illusione di salvare l'ambiente.
Un dettagliato report di GreenPeace Italia dimostra che l’elettricità prodotta da rinnovabili e trasportata da reti efficienti (smart grids a livello locale, super grids per le grandi distanze) può garantire alla spaurita Italia di tenere accesa la luce 24 ore su 24, sette giorni su sette.

In Spagna in questo momento in alcune giornate le rinnovabili sono in grado di garantire il 50% del fabbisogno energetico nazionale.

A chi poi vaticina l’apocalisse occupazionale in caso di abbandono delle vecchie strategie energetiche, ecco giungere a sorpresa le previsioni del presidente di Enel Green Power, Francesco Starace: “In Italia entro il 2020 si potrebbero creare tra i 100.000 e i 175.000 posti di lavoro grazie alle rinnovabili, ma tutto dipende da quanto saremo capaci di sviluppare la filiera produttiva verde”.



FONTI: Affari&Finanza (La Repubblica), ItaliaOggi, Greenreport.it, Greenpeace.it

ABRUZZO, CHIODI GIURA: "NESSUN POZZO DI PETROLIO NEI PROSSIMI 10 ANNI"
post pubblicato in Società&Politica, il 23 luglio 2009

Il Governatore abruzzese, durante un ‘movimentato’ convegno a Cupello, si 'agita' dopo una domanda della Professoressa D’Orsogna, ma assicura che le ‘allarmistiche’ preoccupazioni di cittadini e ambientalisti sono prive di fondamento. Peccato che il Governo sia schierato con i petrolieri. Intanto, Remo Gaspari, democristiano di vecchia data in servizio permanente effettivo e tutor politico del governatore rampante, insulta le persone civili assetate di risposte istituzionali sulla sorte della ex Regione più verde d’Europa

 

(foto PamelaPiscicelli©)

 

di Hermes Pittelli ©

 

Abruzzo: quale futuro?
Convegno sull’economia, occupazione e sviluppo della Regione Abruzzo
Cupello, 22/07 ore 19

Intervengono:

- Matteo PARISIO Ing. Ambientale;
- Calogero MARROLLO, Pres. Conf. Abruzzo;
- Enrico DI GIUSEPPANTONIO, Pres. Prov. Di Chieti;
- Gianni CHIODI, Pres. Reg. Abruzzo;
- Silvio BELLANO, Pres. C.V.D.C

Conclude l’on. Remo GASPARI

 

 Una domanda, una semplice domanda è sufficiente oggi in Italia per causare il deragliamento delle ‘istituzioni’. Anche Gianni Chiodi, PdL, neogovernatore d’Abruzzo mostra questa bizzarra vulnerabilità. Nella Sala Consiliare del Municipio di Cupello (Ch) va in onda lo psicodramma che coinvolge l’ex sindaco di Teramo a conclusione del suo intervento. La Professoressa Maria Rita D’Orsogna chiede la parola, le passano il microfono, Lei, incauta e ingenua, formula la fatidica domanda; “Volevo chiedere al Presidente Chiodi: cosa pensa della decisione del governo centrale italiano di classificare l'Abruzzo distretto minerario, con il 50% del territorio coperto da permessi estrattivi?”.
Scattano gli applausi scroscianti dei cittadini preoccupati per la deriva petrolifera, applausi per il 'coraggio' della Prof. D'Orsogna, perché oggi in Italia porre questioni al 'potere' è sinonimo di impavidità.

Apriti cielo. Chiodi, visibilmente infastidito, si rialza e replica: "Le questioni possono essere affrontate in modo ideologico (chissà cosa c'entra l'ideologia con i pozzi di petrolio, ndr) oppure pragmatico. State ingigantendo un problema. Vi faccio un pronostico: tra 10 anni lei non troverà in Abruzzo di quei permessi - e ce ne sono tantissimi in Italia, ma la percentuale di trovare esito favorevole è limitata - lei non troverà quei paventati rischi (si deterge il sudore, ndr) e l'Abruzzo non diventerà un distretto di quel genere (evita di specificare il genere)". 
Chiodi però si agita, forse non gradisce la questione, i decibel della sua voce sfuggono al suo controllo: “Voi volete dare una rappresentazione di questo genere? Anche quando dissi che il centro oli (di Ortona, ndr) non sarebbe stato fatto, è sempre stato detto il contrario, e ancora oggi qualcuno dice che si fa. Questo non si fa!”.
In sala, i rappresentanti di Emergenza Ambiente srotolano mappe ministeriali (del ministero per le attività produttive) che dimostrano senza tema di smentita il risiko petrolifero che Eni e multinazionali straniere stanno giocando sulla pelle dell’Abruzzo inconsapevole.
Il governatore non demorde: "Oggi vi ripeto: tutto questo non si farà, anche perché non c'è alcuna prospettiva in questo senso. State millantando una situazione che è assolutamente falsa".
Applauso da parte dei 'fan' di Chiodi.
E si accascia esausto, mentre gli attivisti continuano a citare cifre e dati precisi che raccontano un’altra realtà. Qualche arrogante aspirante politico di primo pelo e dall’incerto bagaglio culturale insulta la Professoressa D’Orsogna, da due anni paladina californiana contro la deriva petrolifera dell’Abruzzo. Agli occhi di qualcuno, una colpa grave.
Lei continua a invocare una chiara presa di posizione da parte Chiodi, rammenta di avergli inviato decine di mail senza ottenere nemmeno una riga di risposta o un riscontro. Qualche membro dello staff si lamenta dicendo che la casella di posta elettronica del presidente è stata intasata dalle centinaia di missive relative al discorso petrolio. Forse perché la maggior parte degli abruzzesi crede sia un argomento grave e di fondamentale importanza per la propria vita nel territorio. 

Il preludio soft affidato all’ingegnere ambientale Matteo Parisio (presentato con il nome di 'Ingegner Tiberio') che illustra i vantaggi, non solo in termini ecologici, ma economici, di affidarsi alle fonti di energia rinnovabile (in particolare del fotovoltaico) in attesa dell’arrivo di Gianni Chiodi, appare a posteriori come la proverbiale bonaccia prima della tempesta. Anche perché in seguito gli interventi del governatore abruzzese e dell’inossidabile Gaspari, che elogia addirittura il nucleare (fu, tra l’altro, tra i sostenitori della Sangrochimica negli anni ’70, minaccia debellata da un’autentica rivolta popolare) non forniscono contributi concreti al tema della serata. Quasi tutto il mondo ha capito che scegliere le rinnovabili significa tentare di salvare il pianeta, ma nel nostro senato, menti geniali (Gasparri, Nania, Dell’Utri) presentano una mozione per imporre uno stop al solare termodinamico (a favore, magari, di carbone, petrolio, gas?).

Forse in Italia è stato cancellato per legge l’obbligo degli amministratori di rispondere ai quesiti dei cittadini/elettori/contribuenti. Un altro cittadino alza la mano e chiede la parola, ma uno degli organizzatori del convegno, Silvio Bellano (in quota Udc, anche lui allievo di 'Zio Remo'), comincia a straparlare di "irruenza, arroganza, mancanza di rispetto non solo verso gli ospiti, ma anche verso chi potrebbe intervenire". 
Chiodi allora non si argina più, riparte in quarta: "Scusate, siamo d'accordo su questa cosa. Non capisco per quale motivo nonostante io abbia detto che queste cose non si faranno, vi vedo tristi. Come mai siete tristi? Vorreste forse che si facessero? Non si faranno, non c'è niente da fare! Non si faranno e basta con queste strumentalizzazioni. Grazie".

La Prof. D'Orsogna e gli ambientalisti continuano a incalzare Chiodi. Silvio Bellano si erge a censore dei 'contestatori': "Grazie a Dio gli abruzzesi hanno punito la vostra arroganza e vi hanno mandato a casa. E' stata proprio la vostra parte politica ad essere punita dagli abruzzesi e dagli italiani che vi hanno mandato a casa. Avreste potuto chiedere di intervenire con dei supporti, invece, la vostra maleducazione nei confronti di chi ha affrontato un viaggio per stare qui, e la vostra irruenza vi ha penalizzati. Anche in Europa, anche l'Europa vi ha mandati a casa (a chi si riferisce? Mistero, ndr)".  
I cittadini e gli ambientalisti attoniti protestano la loro non appartenenza politica e insistono nella legittima richiesta di risposte istituzionali alla minaccia legata all’estrazione del pessimo petrolio locale.
Qualche zelante portaborse sbraita e chiede addirittura l’intervento dei Carabinieri e dei Vigili urbani con motivazione fantasiosa “Stanno attaccando (?) il presidente Chiodi”.

L’impegno ‘verbale’, sulla fiducia cristiana, di Chiodi evapora però nell’aria, senza un documento ufficiale o un atto scritto della Regione, quando poco prima lo stesso governatore aveva ammesso che, ad esempio, gli abusati protocolli d’intesa tra regioni e governo sono “nulla”, servono accordi quadro cogenti per l’esecutivo centrale.
Chissà come Chiodi intende convincere l’agguerrita compagine del ‘suo’ presidente Berlusconi a cancellare le concessioni petrolifere già autorizzate, a dismettere i pozzi già scavati (quasi 700 tra terraferma e mare), a varare strategie di sviluppo che favoriscano la tutela ambientale, l’agricoltura, la cultura, il turismo. Il petrolio, lo sanno anche le rocce del Gran Sasso, esclude tutto questo (e la sventurata Basilicata e il siracusano massacrato dal polo petrolchimico si sono stufati di essere citati come esempi negativi).
Prima dell’intermezzo, Chiodi si è scusato per il ritardo, ha incensato il suo mentore Remo Gaspari ("Quando l'Abruzzo era forte, e rimpiangiamo tutti quel periodo, c'erano dei motivi; primo, la stabilità politica grazie alla guida dell'On. Gaspari"), ha tenuto una dotta lectio magistralis di stampo bocconiano sulle cause della crisi economica in Abruzzo e sui rimedi per rilanciare la regione: una lezione infarcita di ‘master plan’, ‘fare sistema’, ‘road map’, per spiegare che si è insediato dal 27 gennaio, ha trovato un buco di bilancio pari a 4 miliardi di euro, ad aprile c’è stato il terremoto, ma lui ha strappato al governo (Tremonti definito ‘genio della finanza’) un’intesa quadro da 6 miliardi e commissariato 19 enti pubblici infestati da furbi succhia-risorse, rei di aver creato uno spaventoso debito pubblico, assieme a 38 aziende ospedaliere che non trovano giustificazione in relazione al numero di abitanti. Insomma, un modo per annunciare misure impopolari a base di lacrime e sangue (tasse salate e cinghia tirata) e per giustificare scelte strategiche poco gradite alla maggioranza degli abruzzesi (che fine ha fatto un sondaggio demoscopico del 2008 nel quale il 75% dei cittadini si dichiarava contrario alla petrolizzazione?).

Dopo l’interludio ‘sonoro’, ecco il vero show della serata, abilmente messo in scena da uno scafato commediante dell’arte: Remo Gaspari.
Il vecchio lupo democristiano ha perso il pelo, ma non il vizio. Rievoca con nostalgia l’età dell’oro del pentapartito (prima del 1992, cioé prima di Tangentopoli; poi, secondo lui, gli estremisti di sinistra hanno demolito tutto e causato gli attuali sconquassi italici), rivendica con orgoglio il suo curriculum: “Quaranta anni in Parlamento, 27 di governo. Quando c’era Remo, lavoravano tutti: democristiani, socialisti, comunisti. Quando c’ero io, l’Abruzzo era la prima regione d’Europa”.
Insomma, un mago delle clientele ancora stipendiato dal cittadino italiano.

Un autentico eroe della politica e un precursore: “Sono stato io nel 1987 a far costruire il primo impianto fotovoltaico italiano”. L’ex ministro per il Mezzogiorno (la Cassa per il Mezzogiorno non ha contribuito a formare l’attuale voragine del debito pubblico italico?) cita Obama, come il suo delfino: Obama è davvero trendy, con quella sua abbronzatura che non scolora mai!
Ma quale relazione esista tra le strategie energetiche ecosostenibili varate dall'inquilino della Casa Bianca e i sostenitori del petra oleum e del nucleare in Italia, nessuno riesce (o vuole) a spiegarlo.
L’Abruzzo deve tornare al progresso – e mostrando un voluminoso faldone del suo archivio personale – come quando il piano per lo smaltimento dei rifiuti era progettato dai migliori tecnici di Eni e Snam (ah, ecco!) e poi adottato dalla Regione”. Naturalmente, a intervalli regolari, insulta i facinorosi che hanno “preparato a freddo l’incidente per disturbare il coraggioso presidente Chiodi”.
Estremisti di sinistra scaricati perfino da Veltroni, fannulloni, gentarella da quattro soldi che inventa problemi per farsi pubblicità in piazza”, e via sfornando nuovi epiteti. Nella foga, si scaglia anche contro “i raccomandati”, creando sconcerto e apprensione tra i suoi stessi peones (“Ma sta parlando di noi?”).
A chi cerca d’intervenire alzando la mano, dice “Parla parla, tanto io non ti ascolto”. Questo dopo aver esortato in precedenza il delfino Chiodi – con aulico e infastidito gesto di mano – a “non rispondergli”. Un campione di democrazia.

Qualche cittadino più audace tenta di parlare senza ausilio del microfono, ma dalla claque indigena lo redarguiscono: “Abbiate rispetto per un uomo di 88 anni”. Caspita, quasi 90 anni ma quanta capacità polmonare per ‘etichettare’ senza appello insegnanti, cittadini, volontari del WWF di Pescara, dell’Arci di Vasto, del comitato Nuovo Senso Civico, studenti il cui solo torto è chiedere lumi sulla deriva petrolifera.

Resta una grande amarezza, la sensazione che se la Campania è stata strumentalizzata per creare l’emergenza monnezza pro business inceneritori, l’Abruzzo, ‘grazie’ anche al terremoto, sia diventato la cavia individuata dal governo per le brillanti strategie di progresso economico saldate a doppio filo ai vari business dei palazzinari, delle infrastrutture la cui realizzazione sarà affidata ai soliti famigerati noti, alla costruzione di moderni e sicuri termovalorizzatori e ‘frantoi petroliferi’.
Del resto, il capo del governo è stato chiaro: chi intralcerà il progetto di pseudosviluppo in salsa berlusconiana, dovrà vedersela con l’esercito. Quindi, non solo le amministrazioni locali sono di fatto esautorate da ogni parere vincolante sulla sorte del territorio, non solo chi dovesse ricorrere al Tar e uscire sconfitto al terzo grado di giudizio sarebbe costretto ad accollarsi tutte le spese legali e di risarcimento per il presunto mancato ‘progresso’, ora addirittura la minaccia dei soldati.
Ecco infine dispiegata in tutta la propria geometrica potenza ‘l’idea’ della degenerata classe politicante italiana (tutta, schieramenti complementari nel residence incantato) in merito alla democrazia.
Mancano solo l’avvelenamento dei giornalisti scomodi caro a certi ex agenti del Kgb e l’ordine di sparare sui cittadini (Iran tricolore?) che protestano contro le decisoni governative inique o cervellotiche.

Il suddito non abbia l’ardire e la sfrontatezza – mai – di chiedere conto ai propri dipendenti (almeno in questo caso, Grillo ha ragione). Resta la desolante certezza che il ‘potere’ sia gestito da arroganti e ignoranti, incapaci di rispondere a semplici domande di chi magari offre una visione del mondo alternativa a quella omologata e prefabbricata; un ‘potere’ nelle mani di chi brancola nelle tenebre dell’ortodossia imposta da un vertice e resta spiazzato e nudo se dalla platea non si levano applausi dai figuranti prezzolati.
(Per approfondire, ecco la cronaca precisa della grottesca serata di Cupello gentilmente scritta da Lorenzo Luciano)

Italia nel g8? Ma mi faccia il piacere!
Italia, anno di ‘disgrazia’ 2009, completamente fuori dal mondo.

Incubi e sogni sulle strategie energetiche dell’ex Belpaese
post pubblicato in Società&Politica, il 16 luglio 2009

Tra l’Italia immaginaria (auspicabile) e quella reale (detestabile) c’è sempre un incolmabile e tragico divario di menzogne, truffe, affari sporchi nati dalla collusione tra politicanti, mafie, multinazionali

 
 
 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 
 Il Belpaese sterza in modo deciso verso le fonti rinnovabili.
Eolico e solare saranno le energie che consentiranno all’Italia di affrancarsi dalla schiavitù commerciale nei confronti di paesi quali la Russia e la Libia.
Il governo ha progettato e varato una strategia energetica rivoluzionaria: addio al petrolio, al gas, al carbone, addio anche a tutti i rischi connessi alle centrali nucleari.
L’esecutivo guidato da Berlusconi, dopo i grandi successi al recente g8, ha visto approvare in via definitiva anche dal Senato il ddl sviluppo che proietta finalmente nel futuro ecosostenibile l’Italia.
Un paese a impatto zero, completamente autonomo e con milioni di posti di lavoro creati grazie alla realizzazione e alla manutenzione degli impianti per le rinnovabili, al rilancio del turismo, dell’accoglienza e della Cultura. Ecco l’ambizioso piano che già fa sussurrare ai cittadini comuni e perfino Oltretevere, nelle segrete stanze del Vaticano. “Silvio, santo subito!”.
 
L’Italia è un lembo di terra ferma che si allunga pigramente nel Mediterraneo e si vezzeggia con le sue meravigliose isole Sicilia e Sardegna.
Ecco, da oggi gli italiani potranno far funzionare l’indispensabile tv, l’irrinunciabile frigorifero, il vitale pc e tutti gli altri elettrodomestici con l’energia del vento e durante l’inverno otterranno il calore necessario dall’amico sole. Addirittura le case saranno dotate di caldaie alimentate da trucioli di legno e paglia.
La rivoluzione verde (non padana) delle rinnovabili consentirà di garantire il 100% del fabbisogno elettrico e il 70% di quello termico: addio salatissime bollette energetiche, addio sprechi, addio speculazioni dei colossi energetici; ogni cittadino italiano godrà di un surplus di energia che potrà rivendere.
Le emissioni di CO2 saranno abbattute del 140% e rispettare, superare e rendere reale l’accordo di Kyoto non sarà più solo una utopia, ma una travolgente e contagiosa realtà. E poi i trasporti non saranno più inquinanti: avremo auto e camion in grado di muoversi grazie all’idrogeno generato dalle pale eoliche!
Rifioriranno agricoltura e allevamenti biodinamici, la biodiversità non sarà più a rischio estinzione, i giovani dotati di intelletto e cultura non saranno più costretti ad emigrare all’estero per valorizzare i propri talenti e la propria sacrosanta voglia di ‘futuro concreto’.
 
Smaltiti gli inebrianti fumi del Nero d’Avola riprendo coscienza: come sempre, tra l’Italia immaginaria e quella reale c’è un un tragico divario di bugie, affari sporchi, truffe, business dei pochi e a vantaggio di pochi organizzato dalla collusione tra mafia, politica e multinazionali.
Quando politici e presunti grandi capitani coraggiosi (leggere come esempio la recente intervista concessa da Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, all’inserto economico di La Repubblica: l’unica preoccupazione è parlare del prezzo del greggio che una volta stabilizzato consentirebbe di abbattere i costi delle bollette e investire finalmente sulle rinnovabili... Silenzio sulla distruzione ambientale legata all’estrazione e alla lavorazione del petrolio, silenzio sull’imbroglio tutto italiano del Cip6) raccontano agli ignari, ignavi, pigri e proni sudditi italioti che le fonti rinnovabili costano troppo, sono difficili da realizzare e non assicurano alcun reale vantaggio economico e ambientale, come di consueto, mentono spudoratamente pro domo loro.
Il paradiso a impatto zero descritto poco fa esiste, si chiama Samso ed è un’isola danese che sta sperimentando con successo un progetto del Regno di Danimarca. Un’isola danese che, ad intuito può contare in abbondanza su correnti marine e potenza eolica, decide di affidarsi – e suona quasi come uno sberleffo nei nostri confronti – anche ad una impressionante batteria di pannelli solari!
Recentemente sono stato in Sicilia, nel siracusano, in gita-studio, e ho constato che nessuno quasi conosce l’esistenza di questi impianti (e di certo non sono le amministrazioni locali di concerto con le aziende indigene a favorire l’informazione e la diffusione dei pannelli solari!); tutti concentrati sugli ecoinsostenibili e depauperanti poli petrolchimici (passando in auto sull’autostrada Catania-Siracusa ho visto con i miei occhi carcasse di agnelli deformi in prossimità dell’uscita di Priolo).
Naturalmente, il vero ddl sottosviluppo lanciato in orbita da palazzo madama prevede di appoggiare i business inquinanti e criminosi legati al carbone, al nucleare, al petrolio (siamo così amici di Putin e di Gheddafi...); prevede l’esautorazione del parere vincolante delle amministrazioni locali: in sostanza non sono più i governatori locali, quelli che davvero conoscono i territori e le esigenze della gente, a poter decidere strategie politiche ed economiche davvero vantaggiose per la salute e le tasche dei cittadini, ma è il governo centrale, sentito il parere del fantasmatico ministero dell’Ambiente e con il supremo giudizio di quello delle Attività produttive , ad avere l’ultima parola sui destini delle popolazioni. Prepariamoci perché subiremo l’invasione degli ultracorpi: centri oli, inceneritori e centrali atomiche a go-go.
 
Come scrive Luciano Lorenzo, prendiamo nota di chi ha firmato (e votato alla Camera e al Senato) questa ennesima porcata (con rispetto per il porco vero), perché quando aumenteranno in modo esponenziale le patologie tumorali, le mutazioni del genoma umano, nasceranno bimbi morti e malformati, le madri avranno latte alla diossina, potremo guardare negli occhi e chiedere conto ai responsabili di questi disastri: TREMONTI, SCAJOLA, BRUNETTA, ALFANO, SACCONI, CALDEROLI (disegno di legge 1441), tutti alfieri e audaci paladini del governo Berlusconi.
 
La distruzione della nostra salute e l’assalto alla diligenza dei nostri risparmi passa sulle nostre teste rintronate e pigre, a vantaggio dei soliti noti (Eni, Enel, Impregilo, ecc.). Sono curioso di verificare quanti abruzzesi parteciperanno alla manifestazione di protesta contro la petrolizzazione d’Abruzzo prevista per sabato 18 luglio a Pescara; sono ansioso di constatare come i media la racconteranno (se...), come la politica locale e nazionale collusa tenterà di screditare e minimizzare le argomentazioni dei pericolosi ribelli ecointegralisti, come direbbe la petrolchimica Prestigiacomo che dovrebbe tutelare l’ambiente.
 
L’italia è ormai un paese antistorico; mi aspetto da un momento all’altro che diventi discarica per rottamare i veicoli, gli elettrodomestici arrugginiti e tutta la monnezza di Cina e India; accordo che la nostra politica firmerà in segreto sotto lauto pagamento di bustarelle e che sarà spacciato ai cittadini come necessaria e taumaturgica assicurazione per un avvenire di progresso e ricchezza.
Il belpaese, i cittadini italiani, si sono condannati all’esilio dalla realtà, sono carnefici e vittime di se stessi, a causa della propria mentalità obsoleta e inadeguata.
Obama quando vieni a salvarci? Ma lui ci direbbe, come ha fatto in Ghana con gli Africani, che il destino è nelle nostre mani e dobbiamo guadagnarcelo, lottare per costruircelo da soli!
 
C’è chi progetta la Los Angeles del 2030 come la prima Zero waste City.
C’è chi progetta (20 grandi aziende tedesche) di ‘catturare’ l’energia del deserto del Sahara per renderla disponibile, sempre, grazie ad una super-rete (un grande sistema integrato continentale, tutto basato sulle rinnovabili), per l'Africa del Nord e per il  Vecchio Continente; e c’è il famigerato pifferaio magico italiano che suona la nenia ipnotica sul petrolio foriero d’energia e ricchezza (Basilicata docet).
Un giornalista e saggista dei Paesi del Golfo (zona vagamente petrolifera) ha scritto: “La manna del petrolio è in realtà una disgrazia”.
Tahar Ben Jelloun, citando il Corano, ha vergato un commento alla notizia di questo progetto che renderebbe l’improduttiva, all’apparenza, distesa di sabbia una fonte di benessere per gran parte dell’umanità: “E’ la luce, non il petrolio, la vera ricchezza del deserto”.
Sempre lo scrittore e filosofo marocchino, vero baluardo contro ogni forma di razzismo, rammenta il poeta sufi Ibn Arabi, mistico: “Il deserto è l’immaginazione assoluta”.
L’immaginazione visionaria tradotta in progetti concreti è sempre stato l’unico motore dei reali progressi della razza umana.
 
Resta lo sconfortante sospetto che ormai in Italia l’unica luce che continua a brillare all’orizzonte sia la fiamma di un tetro e minaccioso desolforatore.
Berlusconi, il vecchio che avanza
post pubblicato in Società&Politica, il 31 marzo 2009




di Hermes Pittelli ©

“… alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici, se esiste l'imbecillità…”
(Up patriots to arms, Franco Battiato)

premessa: il segretario del Pd, Franceschini, mi ha un po' ‘bruciato’ il pezzo; quando l’ho scritto non ero al corrente delle sue dichiarazioni sulla vetustà anagrafica del nostro premier senza poteri (ipse dixit).


 Tra le tante ossessioni del nostro premier, spicca la sua inarrestabile smania di rappresentarsi come il creatore stesso della Modernità.
I comunisti, i magistrati, i giornalisti (in larga parte al suo servizio permanente ed effettivo, a giudicare dagli sguardi libidinosi, dalle bave gaudenti e dai commenti entusiastici di certi inviati all’apoteosi berlusconiana con il pretesto della nascita dell’azienda marchettara PdL) sono argomenti sui quali l’inquilino di palazzo Chigi è davvero “efferato”: dal 1994, anno della discesa in campo dopo opportuno doping sorbito dall’amaro calice, non ha mai smesso di aggredirli verbalmente (e anche con altre forme intimidatorie, ma i suoi scherani sono tutti ammaestrati a ripetere come un mantra che si tratta di storie antiche, ammuffite, come i problemini con la Giustizia). Ogni sortita pubblica è una buona occasione per dileggiare e screditare queste categorie che nella visione berluscocentrica del Paese costituiscono il male assoluto. Mentre il presunto alleato Fini (quanto lavoro per il suo analista!) disconosce le antiche origini ‘manganelliane’ e riconosce quali mali assoluti dell’umanità nazismo e fascismo, e da presidente della Camera, corregge e riprende volentieri il capo del governo per le sortite anticostituzionali e anti-istituzionali, ecco che il Cavaliere, colui che si è fatto da sé (ah, il luccicante mito americano del ‘self made man’…), continua a mostrarsi insofferente al cospetto di tutte quelle inutili e sterili pastoie (leggi, regole, regolamenti della vita repubblicana e democratica) che impediscono agli arditi imprenditori (come Lui) di traghettare finalmente l’Italia nel futuro, nella Modernità. Nella modernità in salsa berlusconiana, naturalmente.

Però, quanti però. Non bastano gli 8.000 delegati, quasi tutti con Suv ultrainquinante d’ordinanza, alla Nuova Fiera di Roma, non bastano i palchi da rock star un po’ groggy, non bastano i video wall per adolescenti ‘ahi tek!’ con le immagini doppiamente false di un Belpaese da spot del Mulino Bianco (con riprese sempre in campo lungo, perché anche un sola zoomata potrebbe rivelare le tante imbarazzanti magagne), non bastano i cori dei corifei, non bastano i casting per mostrare nelle prime tre file del pseudocongresso azzurro volti giovani e telegenici e la solita carrellata di smutandate rifattone, per potersi fregiare del titolo di ‘moderni’. Anzi, tutti questi trappoloni mediatici e artifizi da avanspettacolo, trasmettono l’idea di un’Italietta obsoleta, sorpassata, greve e pecoreccia, una penisola di italioti dediti alle pulsioni più basse, lieti di respirare aria fetida e continuare a gozzovigliare con gli scampoli di un impero ampiamente decaduto e crollato. Nemmeno durante il ventennio, quando c’era l’uomo che faceva arrivare in orario i treni e se non altro esisteva la consapevolezza di vivere sotto dittatura, la propoganda di regime con gli indimenticabili cinegiornali Luce riusciva a raggiungere fosse così profonde di involontaria e imbarazzante ilarità.

Rassegnatevi, Berlusconi è vecchio e rappresenta il vecchio che avanza. Almeno in questo Paese. E’ vecchio il suo linguaggio (ormai solo da noi resiste il trito luogo comune del grande comunicatore), sono vecchie le sue barzellette (quelle che piacciono a certi anziani grati al Cavaliere per il buonumore che dispensa durante i summit internazionali; siamo proprio una nazione che fa ridere il mondo), sono vecchie le sue categorie culturali (Dio – quale?, Patria – Arcore, Famiglie – varie ed eventuali), sono addirittura crollate insieme al muro di Berlino le sue categorie politiche e la sua visione del mondo. Berlusconi è vecchio anche anagraficamente (è un dato di fatto, anche se, per esempio, a nessuno verrebbe in mente di dire alla Professoressa Montalcini che è ‘vecchia’, questione di idee, bagaglio culturale, spessore morale, civile, sociale).
Eppure, riesce ancora a convincere troppi italiani di incarnare il progresso, la rivoluzione borghese moderata e liberale (cancellare o depotenziare il Parlamento, stravolgere la Costituzione per decidere tutto da solo).
E’ vecchia perfino la sua idea di imprenditoria; a meno che non disponiate anche voi di tessera di appartenenza a loggia massonica eversiva dello Stato di diritto e, soprattutto, di affidabile alleanza con mammasantissima politico in grado di varare leggi a condono e protezione delle vostre malefatte e speculazioni.
E’ vecchio il suo concetto di economia, fermo agli anni ’80 (del 1900) e al turboreaganismo edonistico, una delle cause principali dell’attuale crisi globale; l’ultraliberismo, il mercato allo stato brado, non aumenta il benessere dell’umanità, ma crea una forbice criminale tra pochi furbi sciacalli che moltiplicano a dismisura la propria ricchezza e milioni di esseri viventi accecati dal miraggio di possesso di oggetti inutili, costosi, inquinanti, resi frustrati dal vano inseguimento ad una prosperità che non si concretizzerà mai.
Vecchia la sua formula economica per risanare l’Italia: mattone (speculazione edilizia libera per tutti), aiuti di Stato ad aziende che sono buchi neri per i soldi dei contribuenti (Alitalia docet), imprese private che dovrebbero competere con le sole proprio forze (il rischio d’impresa dov’è – Fiat lux - se alla fine paga sempre ‘messer Pantalone il cittadino’ e i brillanti manager continuano a intascare bonus milionari?), banche che dovrebbero proteggere i risparmi dei clienti e non tentare di rapinarli in continuazione (prodotti finanziari banditeschi, iniqui tassi d’interesse, spese di gestione dei conti almeno doppie rispetto agli altri paesi d’Europa) per poi mendicare, anche loro senza vergogna, sussidi statali; e poi, ultimo argomento, ma non per gravità, gli inceneritori e le centrali atomiche, già rifiutate dagli italiani con un referendum incontrovertibile. Ma anche la serena accettazione della volontà popolare, non quella che lui inocula alla sua claque chiamata per vezzo popolo della libertà (partito degli italiani?), non fa parte delle prerogative ‘cavalleresche’.

La vera Nuova Economia, questa sì moderna, non ragiona in termini di prodotto interno (ba)lordo, non predica l’aumento illimitato e il consumo esponenziale delle merci con la diretta conseguenza dell’esaurimento delle risorse planetarie, la contaminazione dell’ambiente, l’annientamento della vita stessa sul globo.
La vera economia moderna tiene conto della qualità della vita dei cittadini, della loro serenità, della loro felicità. Sembra assurdo, ma la contentezza del cittadino è inversamente proporzionale al feticcio del pil: se l’accidente del pil decresce, aumenta la felicità dell’individuo. Questo grazie ad una autentica rivoluzione: cominciare a considerare le risorse non come prodotti di largo consumo usa e getta, ma beni preziosi da preservare per noi e per la collettività. Agricoltura biodinamica, prodotti agricoli a km 0, riuso, riciclo, raccolta differenziata seria dei rifiuti, fonti d’energia rinnovabili (non quelle truffa previste dal famigerato Cip6 all’italiana), risparmio energetico, reali tecnologie verdi (altro che ‘termovalorizzatori’, untori tecnologici del terzo millennio) sono alcuni dei comandamenti per chi davvero vuole planare nella Modernità. Addirittura, molti giovani architetti a livello mondiale stanno cominciando a progettare – o riprogettare – gli insediamenti urbani come grandi organismi viventi in grado di integrarsi armonicamente con la natura.

E noi qui, con l’ausilio dei plastici di Porta a Porta, perdiamo tempo in chiacchiere sui ‘Morboselli’ e con le sterili diatribe sul carbone, sul nucleare dalle scorie radioattive che tornano inerti dopo millenni, sui ‘termovalorizzatori’ che ci rendono ‘verdi’ con gentili inalazioni di diossina e nanoparticelle (chi vuole imbavagliare due veri Eroi della Scienza italiana che rispondono al nome di Professoressa Gatti e Professor Montanari?) .

Berlusconi (e la sua squadra, per restare nella metafora calcistica a lui cara) è il vecchio che avanza negli infallibili sondaggi perché l’Italia è un paese vecchio e inaridito, arrivato stancamente al capolinea della storia.

Berlusconi moderno? Una barzelletta, che non fa più ridere.

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