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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Quello che i media non dicono (sulle guerre contemporanee)
post pubblicato in Società&Politica, il 16 aprile 2015

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in una lectio magistralis di geopolitica, racconta quelle verità che noi occidentali non vogliamo vedere e che l’informazione embedded (aggregata al seguito) non ha interesse a rivelare ai Cittadini

 


di Hermes Pittelli ©

 

 Siamo in guerra, lo dicono tutti: incantatori di serpenti e populisti imbonitori.

Lo ripetono e lo scrivono con insistenza i media.

Guerra vera, guerra armata e cruenta

Almeno questo dato sembrerebbe certo.

Non sappiamo contro chi e spesso nemmeno su quale scenario, ma il pianeta è purtroppo attraversato da costanti e diffusi conflitti a varia intensità, dalle scaramucce ai massacri.

Spesso non siamo consapevoli, o percepiamo l'evento come lontano, perché tutto sommato il nord e l’occidente del globo sono al riparo dagli effetti negativi. O così crediamo e vogliono farci credere.

Anche se i recenti e luttuosi fatti di cronaca smentiscono le nostre certezze consolatorie.

Anche se gli Usa sono in armi contro il terrorismo globale dall’11 settembre 2001, anche se Russia e India, per citare altre aree del pianeta, vivono terribili conflitti dentro i propri confini, con tangibili risvolti sul resto del mondo.

I mediamainstream’ (dominanti, di massa), ‘embedded’ (aggregati al seguito), diffondono volentieri la versione ufficiale dei governi occidentali. Così, se più o meno tutte le persone che hanno voglia di informarsi quotidianamente, sanno che i conflitti più gravi e sanguinosi si stanno verificando in Afghanistan, Siria e Iraq, nessuno troverà mai sui giornali o nei servizi televisivi un solo accenno alla guerra intra musulmana.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, nel corso di una lectio magistralis al Maxxi di Roma (nell’ambito del ciclo di conferenze L’ora di Storia), spiega senza perifrasi che “non esiste alcuno scontro di civiltà; al momento i conflitti più terribili avvengono all’interno del mondo musulmano e le vittime di questi scontri sono al 90% musulmane. Solo che per i media, perdonate la rudezza, fanno più notizia 2 morti occidentali che 20.000 siriani uccisi”.

Con l’aiuto di mappe multimediali interattive, Caracciolo evidenzia poi che i conflitti contemporanei si svolgono su territori e rotte precisi, non casuali: quelli di mercati di cui siamo protagonisti, consapevoli o meno, mercati che non riguardano solo gli idrocarburi, ma le armi le droghe, gli schiavi del III millennio e perfino le opere d’arte (qualche noto e celebre museo occidentale acquista volentieri reperti archeologici dai terroristi, finanziandoli allegramente).

Naturalmente, preferiamo ignorare queste verità. Si potrebbe azzardare con un semplice sillogismo che non ci fossimo noi occidentali – il mercato e i mercanti! – non esisterebbero loro…

Si discetta spesso a sproposito di Stato islamico, ma al Califfo al Baghdadi bisogna riconoscere di essere un abile e intuitivo uomo di marketing che sfrutta le opportunità della globalizzazione e della comunicazione virtuale; sapendo di non poter raggiungere l’obiettivo di federare tutti i Musulmani e di imporre il proprio dominio su tutto il mondo, ha creato un marchio riconoscibile e fortissimo, capace di attrarre clienti e scherani non necessariamente di fede musulmana. Perché, al di là di terrorismi e integralismi religiosi, non è possibile comprendere il fenomeno se non consideriamo il fattore economico, ancora e sempre determinante. Al Baghdadi ha creato un vero e proprio brand, con una propaganda virtuale e contagiosa, capace di affascinare non solo disperati e militari da ogni angolo della Terra, ma anche figli bizzarri e senza orizzonti delle nostre borghesie occidentali, magari ansiosi di vivere sulla propria pelle le emozioni dei giochi di guerra o dei video di proselitismo che infestano la Rete.

Ci si indigna per le efferatezze dell’Isis, ma si chiudono gli occhi al cospetto delle centinaia di esecuzioni pubbliche che ogni settimana l’Arabia Saudita allestisce in piazza come fossero spettacoli teatrali. Forse perché i miliardari di quelle latitudini, assieme a quelli della Cina, si sono comprati molte delle nostre ‘eccellenze’. Paradossi degli interessi economici e geopolitici: la stessa Arabia Saudita (non solo) ha foraggiato e armato i gruppi che oggi formano l’esercito di al Baghdadi, credendo di poterli utilizzare a piacimento per contrastare la nemica Persia (Iran) che aspira a diventare potenza nucleare. Ora li considera nemici mortali e al Baghdadi, viceversa, accusa i Sauditi di essere dei musulmani rinnegati al servizio del satana occidentale.

 


Non solo petrolio, conferma giustamente Caracciolo durante il suo lucido excursus. Un altro vero tema è il controllo dell’Oro blu, l’acqua. L’accesso alle risorse idriche diventa un’arma potentissima, per questo la Mesopotamia,la leggendaria mezza luna fertile tra i fiumi Tigri e Eufrate è uno scenario imprescindibile per capire i conflitti contemporanei. Ancora di più oggi, con un pianeta sempre più caldo, in ogni senso, e sempre più in balìa dei mutamenti climatici, che in quell’area hanno causato una devastante e lunghissima siccità.

Quando parliamo dell’esercito in nero, dobbiamo rammentare che molti dei soldati sono ex combattenti di Saddam; tra i grandi errori compiuti dagli Usa, non solo la figuraccia imposta nel 2003 a Colin Powell, spedito al palazzo di vetro dell’Onu per giustificare sulla base di rapporti falsi (con il contributo dei servizi segreti italiani) l’invasione dell’Iraq per smantellare armi di distruzione di massa inesistenti; ma anche lo scioglimento di quei corpi militari che sono passati in massa prima tra le fila della resistenza anti americana e ora sotto la bandiera del Califfato. 

Califfato che può essere chiamato stato perché in zone della Terra dove i presunti governi ed eserciti regolari (imposti in modo ‘artificiale’dalle strategie occidentali) non sono in grado di garantire nessun tipo di servizio alla popolazione civile, offre una sorta di welfare, compresi polizia, ospedali, tribunali, anche se non laici, ma religiosi e obbedienti alla Sharia.

Questi conflitti sono ciclici, registrano picchi di violenza e momenti di pausa. Sono i risultati negativi e sgraditi della globalizzazione, dell’annientamento di ogni tipo di valore in nome del libero mercato, della disgregazione di fatto delle frontiere e dei confini, anche se la vera e totale libertà di circolazione spetta più alle merci e al denaro che non agli esseri umani.

Caracciolo in appendice, stimolato dalle domande del folto e attento pubblico, fa notare anche l’apparente disinteresse di Israele nei confronti dello Stato islamico. Lo dimostra il fatto che il ‘marchio’ Is compare nella black list degli stati canaglia solo a partire dal 3 settembre 2014. Israele gradisce la confusione attorno ai propri confini e ritiene positiva e ‘pro domo sua’ questa guerra intra musulmana, anche pensando alle tensioni con l’Iran. Forse però Gerusalemme sottovaluta il rischio: questi focolai potrebbero presto trasformarsi in una minaccia reale anche dentro le mura di casa.

Per il direttore di Limes però il vero scacchiere geopolitico critico per l’Occidente (interessi energetici e economici compresi) si chiama Ucraina. Tanto è vero che Usa, Germania, Francia e Inghilterra si mobilitano con le proprie strategie diplomatiche molto più per ricomporre la questione che agita le acque del Mar Nero rispetto alla travagliata saga medio orientale.

L’Italia come sempre trascura, non comprende o tenta di traccheggiare. Si preoccupa di tutelare gli interessi dell’Eni in Libia, stato che non è mai esistito storicamente, se non nel periodo compreso tra Italo Balbo e il nostro ex amico e alleato colonnello Gheddafi, e sembra ignorare che nella regione vige ormai una confusione tribale ingovernabile.

Se è vero che le guerre contemporanee non sono conflitti con la G maiuscola come i due mondiali, è anche vero che sul piano della tetra contabilità delle vittime non sono paragonabili (milioni di morti nel 1914-1918 e nel 1939-1945); bisogna però anche ammettere che le guerre mondiali avevano sempre una conclusione, mentre queste sono permanenti e carsiche, rischiano di riaffiorare, più virulente di prima, quando meno ce lo aspettiamo (ad esempio, nei Balcani). 

Rischiamo di ritrovarci completamente invischiati e travolti in ostilità perenni, con la doppia sciagura di non sapere perché, fingendo, come sempre, di saperlo, in nome della nostra proverbiale e sedicente scaltrezza; che spesso si è tramutata in orrori e tragedie insanabili

Maria Rita D’Orsogna, estate di conferenze e polemiche
post pubblicato in Ambiente, il 12 giugno 2013

di Hermes Pittelli ©


 Meglio di una rock star.

Ogni nuovo viaggio italiano di Maria Rita D'OrsognaProfessoressa anti petrolizzazione, si trasforma ormai in un vero e proprio serratissimo tour di conferenze in tutta Italia.

Ad un ritmo e ad una frequenza di impegni che nemmeno Bono Vox o Bruce Springsteen tornati ventenni sarebbero in grado di sopportare.

Del resto, la situazione ambientale italiana è precaria. L’obsoleta industria fossile ormai alla canna del gas, in tutti i sensi, trova vantaggioso speculare sulla pelle degli italiani e del delicato assetto idrogeologico dell’ex Belpaese. Se un barile di oro nero viene venduto a 100 o anche a 90 dollari e il costo di estrazione e lavorazione di quello italiano, nonostante sia una melma di pessima qualità, non supera i 20, è lampante quanto il business sia lucroso; per i corsari degli idrocarburi.

Con la consueta insipienza e collusione dei politici, anche quelli per anagrafe più giovani, ma con una forma mentis bloccata alla metà del secolo precedente.

I territori e i mari tricolori sono assediati dall’assalto belluino di trivelle e oggi dalla nuova follia chiamata shale gas, da estrarre attraverso la tecnica denominata fracking, cioè la fratturazione indotta delle rocce che lo imprigionano.

Paolo Scaroni, gran capo del cane nero a sei zampe Eni, di ritorno da una missione negli Usa del deludente Obama, ha lanciato il suo diktat in questo senso. Ma ancora prima, visto che certi italiani sono sudditi nel dna e adorano correre in soccorso dei presunti potenti, il traballante capo del governo incostituzionale, Letta Enrico, si era lanciato in uno sproloquio sulla nuova strategia energetica, a base di fonti rinnovabili e gas di scisti, senza tralasciare la speranza cara agli oscurantisti fossili di trasformare la penisola nell’hub europeo del metano.

Un misto fritto, senza capo né coda, con argomenti tra loro incompatibili e acrobazie non euclidee che al confronto le convergenze parallele di antica memoria diventano una passeggiata di salute. Peccato non vivere in Polonia: lì i Contadini, gente seria e intelligente, si è messa di traverso ai progetti di fratturazione delle rocce di una famigerata multinazionale e ha fondato Occupy Chevron

In Polonia…

Ecco perché la Professoressa D’orsogna è chiamata a presenziare a destra e a manca per sensibilizzare ed informare cittadini ed istituzioni che ancora non abbiano una visione chiara della minaccia. Le sue ormai celebri lectiones magistrales, a base di dettagliatissime slides ottengono quasi ovunque il ‘tutto esaurito’; tranne in qualche caso sporadico di intoppo organizzativo, come avvenuto di recente a Parma, dove la concomitanza di altri eventi di richiamo, ha penalizzato quello forse più importante e vitale.

In un giugno parossistico, la Scienziata dei Due Mondi porta il verbo dell’energia pulita e della democrazia delle scelte per il bene comune, attraverso l’intero paese:

dalla Lombardia, all’Emilia Romagna dove ad un anno dal terremoto la gente si chiede con preoccupazione se tutta questa frenesia da trivellazione sia responsabile, direttamente o indirettamente, degli eventi sismici; all’amato Abruzzo e alla Sardegna dove tutto va bene, se lo dicono i Moratti, se lo dicono i ‘signori’del poligono sperimentale di Perdas de Fogu o gli emiri cui viene concessa la libertà di comprarsi una delle coste più belle del mondo per cementificare in nome del falso dio sviluppo; nel silenzio assenso della politica. Salvo poi tacciare gli ambientalisti di allarmismo, estremismo, luddismo, assolutismo e, nuova recentissima definizione, ‘iperambientalismo’.

Tutto questo spreco di fantasia, meriterebbe cause dedicate al bene comune, come stabilito dalla Costituzione ‘bolscevica’. Le criticità ecologiche italiane sono tante e non per tutte esiste una Professoressa D’Orsogna capace di accendere i riflettori e coinvolgere l’opinione pubblica.

Ecco perché da almeno cinque anni a questa parte l’allarme petrolizzazione (neologismo coniato dalla stessa studiosa abruzzocaliforniana, ndr) domina il dibattito ambientale nazionale. Anche con effetti esilaranti, qualche volta, se i pericoli connessi non fossero tragici. Ora all’improvviso tutti si scoprono esperti di idrogeno solforato, centri oli, fanghi di perforazione, fracking, shale gas e gas flaring. La nazione che, secondo il grande filosofo del calcio Arrigo Sacchi, vantava 60 milioni di commissari tecnici, ora al bar, tra un cornetto e un cappuccino, discetta con sapienza di H2S come si trattasse della formazione della squadra del cuore.

Anche i prestigiosi quotidiani italioti, sempre buoni ultimi nel cogliere i veri grandi assilli del paese, hanno fiutato con sopraffina sensibilità, la valenzadel tema.

Di recente, l’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, ha firmato un editoriale di viva e vibrante contrarietà al progetto di perforazione a mare, denominato Ombrina 2. Progetto targato MedOil Gas (Mog) e incombente su uno dei tratti rivieraschi più belli della costa abruzzese. Il responsabile italiano della Mog, Sergio Morandi, ha subito replicato con una lettera di protesta e smentita, citando le solite ovvietà dei petrolizzatori (occasione di sviluppo e lavoro, ricchezza per tutti, massima compatibilità tra sicurezza, tutela della salute e dell’ambiente). Il Galli della Loggia, forse sorpreso dalla sua stessa audacia, invece di ribattere punto per punto con solide e documentate argomentazioni, ha pensato bene di chiudere il discorso affermando, in sintesi, “io non sono poi così competente su questi argomenti, ma mi fido del materiale della Professoressa D’Orsogna”.

Ebbene sì, il noto giornalista ha scritto il proprio editoriale basandosi esclusivamente sulle ricerche della Scienziata dei Due Mondi, guardandosi bene dal citare la fonte (tra l’altro, il materiale gli era stato inviato da un’associazione ambientalista nazionale, così maldestra da non chiedere il permesso, né previa avviso alla Professoressa in questione).

Così funziona ‘l’informazione’ in Italia. Galli della Loggia, sentendosi pressato, si è tolto d’impaccio, addossando tutta la responsabilità sulle spalle di Maria Rita D’Orsogna.

Alla quale, per la cronaca, il direttore De Bortoli (membro della Fondazione Mattei,ndr) ha prima garantito la possibilità di intervento, salvo poi rimangiarsi la parola, in modo inspiegabile.

Aspargere ulteriore benzina (liquido appropriato) sul fuoco delle polemiche è giunto poi Tabarelli, direttore di Nomisma Energia, sedicente società di consulenza in temi energetici; il quale durante una trasmissione di Rai3, FuoriTg, dedicata proprio agli allarmi che si moltiplicano in tutta Italia per lo‘tsunami fossile’, non ha trovato argomenti più convincenti di una intemerata “contro certe professoresse, chissà quanto esperte, che non arrivano certo dagli Stati Uniti a nuoto e chissà quali alternative propongono”.

Il Tabarelli, accanto a quello ecologico, possiede uno spiccato senso estetico: si commuove al cospetto delle raffinerie in Val d’Agri. Magari ne ha fatta erigere una anche nel giardino di casa sua, giusto per coltivare l’idillio petrolifero ogni mattina, al risveglio.

Peccato che a smentire i triti quadretti oleografici – in tutti i sensi – siano giunti due fatti (accidenti alla realtà!) inattesi: la seconda bocciatura consecutiva ad un progetto della solita Mog in località Scerni, vicino alla splendida Vasto degli Abruzzi; e l’ennesima marea nera inquinante e tossica a Gela, nella martoriata Sicilia, oggi regione più povera in Italia (ultimi dati Istat, come certificato dalla stessa Professoressa D’Orsogna), nonostante la follia pluridecennale del petrolchimico.

Uno degli ‘argomenti’ più utilizzati dai petrolizzatori e dai loro disinteressati compari, per denigrare la Professoressa D’Orsogna, consiste nel puntare il dito contro le sue lauree in matematica e in fisica: non la renderebbero competente sull’industria degli idrocarburi. Concezione italica del sapere specialistico a compartimenti stagni. Eppure sono proprio i geologi italiani più coscienziosi ad ammettere che la nostra conoscenza del sottosuolo è ancora troppo vaga e imperfetta per escludere che sollecitazioni drastiche dei delicati strati rocciosi italiani non siano la causa scatenante di terremoti devastanti. Molte ricerche scientifiche del Massachussets Institute of Technology di Boston lo dimostrano già senza tema di smentita. In una vasta regione d'Olanda colpita da eventi tellurici improvvisi, dove - guarda il caso - si pratica allegramente il fracking, senza che nessuno le tirasse in ballo o le accusasse di qualcosa, sono state le stesse companies del fossile a stanziare centinaia di milioni di dollari a titolo di risarcimento danni.  

Come diceva Flaiano, siamo nel medio evo degli specialisti (saggi?): oggi anche il cretino è specializzato. E’ comprensibile il fastidio verso una Scienziata, libera e indipendente che agisce solo per amore del bene comune; comprensibile anche l’invidia di chi conta come il due di picche e non viene certo invitato in Cina all’incontro dei dieci giovani Ricercatori più preparati del Globo. Invidia che talvolta affiora anche tra le fila ambientaliste e rischia di compromettere l’obiettivo finale, ma questo fa parte in fondo dell’inumana commedia.

Sul tavolo, restano alcune domande per i petrolieri in affanno perenne:

se la D’Orsogna è così incompetente e disinformata perché da anni perdete ilvostro prezioso tempo in campagne intimidatorie e diffamatorie? perché avvertite l’urgenza di smentire a mezzo stampa ogni sua affermazione? perché siete colti da attacchi di panico ogni volta che varca l’Oceano?

Soprattutto, come proposto dal Morandi della Mog, invece di chiedere un confronto pubblico con i vescovi - loschi e notissimi terroristi ambientalisti - (con tutto il rispetto, quale competenza petrolifera in più vanterebbero rispetto alla Scienziata?), perché non accettate il guanto di sfida lanciato da Maria Rita D’Orsogna?

Lei da sola, con la sua onestà, con la sua intelligenza, con la sua cultura, contro tutti voi potentissimi signori dell’oro nero.

 

Una vittoria facile facile, sulla carta.

Le verità di Mario Sechi
post pubblicato in Ambiente, il 29 agosto 2012

Il direttore del quotidiano Il Tempo in un recente editoriale lancia un duro ‘j’accuse’ contro le ideologie responsabili della preoccupante perdita dei posti di lavoro in Italia. Citando a sostegno l’incolpevole Costituzione italiana che, per fortuna, è robusta di suo…


di Hermes Pittelli ©


 La verità, vi prego, sulla disintegrazione del lavoro in Italia.
Secondo l’Istat, a giugno i disoccupati sono giunti alla cifra record (negativo) di 2,8 milioni, con una perdita secca del 37,5% di posti, nel giro di un solo anno.
C’è un uomo, un giornalista, che sulle ragioni del disastro occupazionale può fornire solo verità assolute: le sue, naturalmente. Mario Sechi, direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, inquadra nel suo mirino analitico le ideologie a suo dire colpevoli senza appello della situazione; e le impallina senza pietà.
Ideologie deambulanti sulle gambe di certa magistratura che vorrebbe chiudere l’acciaieria più grande d’Europa (anche la più letale e corrotta, ma il direttore è distratto dallo spread e dal fiscal compact), di certa politica come il sindaco Pietro Tidei, Pd, reo di minacciare lo stop alla centrale elettrica a carbone Enel di Civitavecchia (per Sechi, il carbone più pulito del Mondo, una valutazione forse ereditata da Stefania Prestigiacomo) e naturalmente i cattivi sindacati che pretendono lavoratori trattati come esseri umani, invece che da perfetti robot (ma ci arriveremo, Sechi si tranquillizzi) al servizio del dio bifronte Sviluppo/Industria.

Insomma, ideologie nemiche che attentano ai posti di lavoro e tradiscono la sacralità della Costituzione.
Verità? Pirandello si farebbe matte risate.
Uscendo dal teatro del grande siculo ed entrando in quello surreale del paese alla rovescia, ci si chiede dove sia la sinistra che secondo alcuni, tra i quali Sechi, terrebbe in ostaggio le mirabolanti sorti di una nazione, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, politicamente ed economicamente.

In giro, si notano rigurgiti fascisti di varia intensità, a cominciare dalla strana coppia Bersani-Vendola (questi i più pericolosi, perché mascherati da progressisti).

Il direttore del Tempo – bisogna riconoscerlo - è un abile manipolatore dell’informazione e della Costituzione, che viene bastonata o brandita a seconda degli interessi di cui lui è portavoce.
La proprietà di questo quotidiano fa parte di quella vasta schiera imprenditoriale che considera la nostra Legge fondamentale, nella migliore delle ipotesi un ferro vecchio, nella peggiore un ingombrante ostacolo al vero sviluppo, da rimuovere ed abolire una volta per tutte.

Se è vero che la Costituzione pone come pilastro della Repubblica il Lavoro, Mario Sechi, maliziosamente, evita di citare gli articoli (per i più trasgressivi: il 9, il 32, il 41), chiarissimi, che per la nostra Carta indicano come centro della società l’Essere Umano, la Persona, il Cittadino; evita di dire ai suoi lettori e rammentare alle istituzioni e ai politicanti che la Costituzione tutela la Dignità e la Sicurezza dei cittadini lavoratori, la Salute, il Paesaggio, il Patrimonio artistico e culturale.
Evita di specificare che il male che ha colpito il mondo globalizzato e lo sta conducendo alla catastrofe è stata la logica del ‘profitto per il profitto’, si guarda bene dallo smascherare e condannare le imprese e le industrie dedite al ‘business’ come mezzo e fine ultimo e incapaci di realizzare progetti che concorrano al Progresso armonico, spirituale e sociale del paese.

L’Ilva, l’Eni, l’Enel, tanto per non fare nomi ed esempi lampanti, in spregio al dettato costituzionale e ad ogni legge, sono state lasciate a briglia sciolta dalla politica (collusa per ovvi e bassi interessi) si sono arrogate il diritto di imporre le proprie regole (inquinando, devastando, sfruttando vite umane e territori), facendo il bello e il cattivo tempo (cattivo, soprattutto), infischiandosene perfino di pagare l’Ici senza che nessuna istituzione o organo di controllo abbia sentito come preciso, ineludibile dovere l’obbligo di chiederne conto.

E' curioso che oggi Pdl e Pd (bella accoppiata!) parlino di indebita invasione di campo da parte della magistratura. Spesso, le norme italiane in materia di tutela ambientale e sanitaria sono risibili o edulcorate (Sechi rammenta che un anno fa il Parlamento fu aperto in fretta e furia a ferragosto per approvare un testo pro Ilvam per consentire l’innalzamento ad libitum delle emissioni del cancerogeno benzoapirene?), ma considerando la latitanza e la collusione di politica e scienza 'ufficiale', a chi spetta il compito di far rispettare la Legge (Costituzione in primis)???

La scienza ufficiale è quella rappresentata da Piero Angela che a Superquark spaccia l’ennesimo spot pro Eni quale inchiesta sull’industria petrolifera italiana (addirittura capace secondo lui di favorire la proliferazione della fauna ittica) o dal divulgatore Alessandro Cecchi Paone che dalle pagine di una delle patinatissime riviste del cane a sei zampe si lancia in uno sperticato elogio dell’oro della Val d’Agri, paradigma del connubio armonico e perfetto tra ambiente, patrimonio culturale e attività estrattive.

Tutto questo Alice non lo sa, come canta il Poeta, ma Mario Sechi sì e finge di essere agnostico, racconta ai suoi lettori un altro paese, il mondo posticcio e artificiale che piace ai sedicenti grandi manager e sedicenti politici italioti.
Mario Sechi finge di non sapere che l’industria fossile è la principale imputata dei cambiamenti climatici che sconvolgono il Pianeta (aumento incontrollabile di CO2, con effetto serra causa dell’alternanza tra siccità e alluvioni che mettono in pericolo le produzioni agricole e le riserve di acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, innalzamento dei mari), in ossequio alle farneticazioni dei petrolizzatori sulla sicurezza della loro tecnologia, Sechi non vede la più grande raffineria del Venezuela esplodere, uccidere 48 persone e bruciare senza posa per quattro giorni consecutivi, spargendo nell’aria altre sostanze tossiche; o restando nei nostri martoriati confini, non registra che in un giorno e mezzo a Pisticci, in Basilicata Saudita, sono andati in fumo 1.500 ettari di patrimonio boschivo, annientati come scrive la Gazzetta del Mezzogiornoda una autentica apocalisse di fiamme”. E sull’aridità che favorisce i crimini dolosi di piromani bene ammaestrati, torni ai capoversi precedenti.

Come diceva sempre il grande oncologo, lui sì, Renzo Tomatis, le generazioni future, se ci saranno, non avranno pietà di noi: giustamente.
Lo sviluppo garantito dall’industria fossile che tanto piace a Mario Sechi è davvero ardente. Mentre incassa i profitti, brucia allegramente le risorse, la salute, la democrazia, la libertà e la Costituzione:
incenerisce la Vita.


Fonti: Il Tempo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituzione Repubblica italiana

C’è (sempre) un problema con l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 24 agosto 2012
 

Nell’Italia della corruzione, dei conflitti d’interesse e dell’informazione al guinzaglio, guai a chi scrive e pubblica inchieste che scoperchino il calderone degli affari poco limpidi dei ‘poteri forti’. Così, se una giornalista scientifica si permette d’indagare sul Cane nero, meglio cacciarla dalla redazione.



di Hermes Pittelli ©



 Informazione Italia.
Una brava giornalista scientifica s’imbatte in notizie strane che riguardano il cane nero a sei zampe. Da autentica professionista, si incuriosisce, comincia a indagare e scrivere reportage;
che non piacciono ai vertici dell’Ente fondato da Enrico Mattei.
Comincia così una logorante pressione psicologica nei confronti del direttore responsabile del quotidiano che ha osato pubblicare storie poco edificanti e affatto celebrative sulle manovre dell’Eni, “multinazionale etica” secondo il proprio amministratore delegato, Paolo Scaroni.
Fino a quando, l’impavido direttore (in arte e mestiere, Piero Sansonetti), esasperato (intimidito? lusingato?) sbotta: “C’è un problema con l’Eni”.
Soluzione? Prima, il progressivo isolamento della ‘pecora nera’, poi, il definitivo congedo della giornalista.
In sintesi, la storia di Sabina Morandi, ex collaboratrice della testata quotidiana (ex?) comunista,’Liberazione’.
Imputata al cospetto dello STIP, Santo Tribunale dell’Inquisizione Petrolifera, la rea confessa senza peccato Morandi è stata condannata per eccesso di prove. Ha smascherato i trucchi del Cane nero e li ha rivelati al volgo, ai cittadini medi italiani. Quelli che da perfetti sudditi subiscono senza fiatare, disinformati, lieti di non accollarsi imbarazzanti, quanto fastidiose responsabilità decisionali.

Il collaudato ‘metodo Eni’ (mazzette, bugie e videotape).
Si sfogliano le pagine del libro e, articolo dopo articolo, ci si sorprende, sempre più allibiti.
Nell’edizione del 28 aprile 2005, Morandi informa i lettori di Liberazione dello strano accordo dell’Agip-Eni con l’Ecuador che ai giorni nostri offre asilo politico al ribelle mediatico Julian Assange.
Qualche scodella di riso, “per rafforzare l’area dell’educazione aiutando i bambini in età scolastica nelle sei comunità” (interessate dalle estrazioni, ndr), qualche cucchiaiata di zucchero, sale e olio (d’oliva, si spera) e perché non manchi la possibilità del giusto tempo da dedicare all’attività ludica, qualche pallone da calcio, un fischietto per arbitro e un cronometro. Tutto questo in cambio dei circa 15.000 barili di petrolio che all’epoca il cane nero si pappava quotidianamente.
Le leggendarie perline dei moderni colonizzatori, le multinazionali, agli indigeni ignoranti e sottosviluppati. Perline ai popoli, ma cospicue mazzette a governanti corrotti; come in Nigeria, come in Iraq, come nelle repubbliche ex sovietiche.

Rinnovabili? No, grazie.
Per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni dal 2006 dopo brillante carriera in Enel, il mondo può stare tranquillo: esistono giacimenti ricchi di petrolio per il prossimo secolo e di gas addirittura per 200 anni. Saranno tranquilli gli azionisti di ‘Casa Mattei’, non certo l’Ambiente, né le popolazioni dei territori assaliti dalle trivelle. Ecco perché le strategie societarie trascurano le fonti rinnovabili, colpevoli tra l’altro, sempre secondo Scaroni, “di consumare ingenti risorse d’acqua”.
Come certifica Morandi, attraverso le sue inchieste, nonostante gli introiti miliardari, nonostante perfino i cannibali della Banca Mondiale abbiano consigliato d’investire nella ricerca per lo sviluppo dell’energia pulita, Eni continua a fare spallucce e a considerare il già troppo permissivo protocollo di Kyoto sulle emissioni, poco più di un fastidio transitorio. Del resto, il governo italiano dell’epoca (Berlusconi, con Stefania Prestigiacomo ministro dell’Ambiente) ha sì ratificato gli impegni per la tutela del clima contro il surriscaldamento globale, ma di fatto si è guardato bene dall’azione concreta; la consueta politica degli annunci ad effetto, per poi conservare intatto lo status quo a favore dei soliti ‘poteri forti’.

L’Italia ripudia la guerra, non i petrodollari.
L’Italia si è imbarcata nell’invasione dell’Iraq al seguito di Bush jr. per ragioni lontanissime dalla missione umanitaria. Nemmeno gli ingenui hanno mai creduto all’esportazione della Pace e della Democrazia sotto forma di ‘bombe intelligenti’. Con tanti saluti all’idealismo pacifista della Carta Costituzionale (carta, appunto).
La torta è gigantesca e molto appetitosa, da mesi nelle segrete stanze della politica e dell’economia i piranha del mercato si lustrano gli occhi e affilano i denti sognando i potenziali guadagni dell’affaire Iraq.
Morandi il 14 maggio 2005 scrive che nel febbraio dell’anno precedente la piccola fiera organizzata dall’Istituto per il Commercio estero e da Confindustria è stata letteralmente “presa d’assalto dalle aziende italiane” (non solo petrolifere, ingolosite dalle prospettive d’appalto), “tra le 300 e le 400”, come sottolineato da un gongolante Adolfo Urso, all’epoca viceministro alle Attività produttive.
Al grido di “Fino a quando c’è guerra, c’è speranza (di business)”, tutti vogliono gustare almeno una fetta di quella torta da 300 miliardi di dollari.
A Nassirya, mentre la propaganda del regime partitocratico italiota suona la grancassa della più bieca retorica patriottica, i Carabinieri proteggono gli affari petroliferi del cane a sei zampe. Lo stesso ex ministro degli Esteri, Frattini, nell’aprile del 2003 è costretto ad ammettere che la missione irachena "non prevede solo lo scopo emergenziale e umanitario”. Un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, chiarisce l’importanza strategica di Nassirya: “… le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all’alloggiamento dei militari italiani”.
Insomma, “i nostri ragazzi” sono lì per vegliare sulla sicurezza della raffineria e dei barili di oro nero, lo stesso petrolio che l’Eni prima pagava profumatamente al tiranno in disgrazia Saddam. Naturalmente – conclude Li Vigni – nessun telegiornale italiano ha mai inquadrato la raffineria”. Solo dopo l’attentato, nel quale perdono la vita 19 Carabinieri (12 novembre 2003), i media del Belpaese non possono più occultare le reali esigenze italiane in Iraq e rispolverano inchieste e servizi, risalenti anche a due anni prima, che spiegano la vera natura della missione. Dulce et decorum est pro Eni mori.
L’ipocrisia istituzionale ricopre le bare dei caduti con il Tricolore e tributa loro il titolo di ‘eroi’. Restano l’intitolazione di una sala di Palazzo Madama e la cruda verità: quegli uomini sono morti non perché i presunti terroristi li odiassero, ma perché volevano cacciare l’Eni dall’Iraq.

La bolla e la Balla del Gas.
Il film di maggiore impatto, però, un vero blockbuster in grado di sbancare al botteghino con incassi stratosferici, lo gira il regista Paolo Scaroni, da poco in sella al Cane nero. Nell’inverno del 2006 le acque sono un po’ agitate, il rendimento economico è stato inferiore alle attese e gli insaziabili grandi azionisti manifestano qualche malumore. L’Europa ha anche comminato una pesante multa per centinaia di milioni di euro per posizione monopolista che intralcia il ‘libero mercato’.
Il genio si sa è intuizione, colpo d’occhio, tempismo. Ecco quindi che sugli schermi italiani, senza nemmeno il 3D, ma con effetti speciali da brivido, si proietta ‘Italia, la piccola fiammiferaia nella morsa di Generale Inverno’.
Il filone catastrofico miete vittime e successi. L’Eni, letteralmente, si inventa un’emergenza gas inesistente, scatenando il panico nel Paese. Gli italiani, soprattutto gli anziani, sono atterriti all’idea di trascorrere la stagione più fredda senza riscaldamento; anche coloro che non conoscono la fiaba di Andersen si immaginano intenti a cercare un po’ di calore per i piedi nudi e le mani intirizzite, accendendo ‘svedesi’, come la piccola bimba danese. Russia e Ucraina, nostre fornitrici, litigano sul gas e questo ingrediente contribuisce al trionfo della pellicola.
Il picco del petrolio probabilmente è già stato superato e anche le riserve di gas, nonostante i proclami delle multinazionali, sono sufficienti solo per i prossimi tre decenni. Ma l’Eni, come scrive chiaramente nei propri documenti interni riservati (finiti nelle mani di Morandi grazie alla collaborazione di qualche ‘talpa’) sullo scenario energetico italiano 2010 – 2015, parla di “rischio bolla del gas”.
In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali, a pagare ai Paesi fornitori tutto il gas estratto.
Quei documenti, che nessuno avrebbe dovuto leggere sono doppiamente importanti, perché oltre a svelare ‘la Balla del Gas’, contengono altre ammissioni che svergognano non solo la dirigenza Eni, ma l’intera, imbelle, inadeguata classe politicante italiota: anche le più moderne centrali a carbone sono altamente inquinanti (nonostante la Prestigiacomo farnetichi di “carbone assolutamente pulito”) e costosissime sul piano economico; la tecnologia nucleare che improvvisamente torna di moda (sempre a cura del governo Berlusconi, ma con appoggi di insospettabili ex nemici dell’atomo) divora risorse incalcolabili, nettamente superiori ai calcoli ‘ufficiali’, nei quali – misteriosamente – gli esperti non includono, né lo smaltimento delle scorie, né la dismissione degli otto impianti previsti.
Insomma, una sedicente classe dirigente che paralizza il paese in un medioevo energetico. Ma tutto l’Occidente, dopo l’11 settembre 2001, ha optato per le vecchie rotte (e in questo caso, non sono sinonimo di saggezza, ma di triste conservatorismo): continuare nell’assurda economia ingorda di petrolio e gas, destinati ad esaurirsi in tempi comunque brevi; accumulando non solo un debito spaventoso di miliardi di dollari per inseguire “l’arcaico sogno ottocentesco”, non solo l’odio sconfinato delle popolazioni colonizzate e sfruttate, ma un ritardo che potrebbe rivelarsi fatale per la sorte del Pianeta.
L’Italia poi ha perduto per sempre la favolosa opportunità di tramutarsi nel Paese guida per l’illuminata transizione dall’obsoleta economia fossile, alla futuristica economia ‘rinnovabile’: sole, maree, venti, inusitate biodiversità. Tutto gettato in nome degli inceneritori, dell’acciaio, del cemento (del resto, la strategia di rilancio economico Monti/Passera offre questo menù); in nome soprattutto della divinità a sei zampe.
Per tacere della follia dei rigassificatori e delle navi criogeniche che trasportano gas liquido nel Mediterraneo, bombe atomiche innescate davanti alle nostre fragili coste e bombe galleggianti (il rischio terrorismo è reale o anche questo è solo teatrino politico-affaristico?) a spasso nei nostri mari; con la benedizione silenziosa (il secondo, tragico Prodi; 2006/2008 ndr) dell'attuale ‘leader’ del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, così sicuro di vincere le prossime elezioni politiche, da avere già spartito le poltrone importanti. Illo tempore, vestiva i panni di ministro dello Sviluppo, forse a sua insaputa, favorevole a tutte le tecnologie più inquinanti, demenziali, sorpassate; i cui rischi e costi esorbitanti vengono sempre fatti ricadere sul cittadino/contribuente. Bersani, lo stesso che si è fatto finanziare campagne elettorali dalla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto. Sarebbe ora che nel segreto dell’urna elettorale gli Italiani si facessero accompagnare da Memoria e Informazione.

Triste, solitario y final.
Il finale di partita, come in un romanzo latino-americano, tra Sabina Morandi e Liberazione, è venato di mestizia: il quotidiano, agitato all’interno per la maretta tra le opposte correnti che appoggiano, una Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista, dopo l’addio del sub comandante Fausto Bertinotti), l’altra Vendola (non ancora SELezionatosi), accusa gravi problemi economici (oggi, la direzione è cambiata, ma l’ultima apparizione in edicola risale ai primi di maggio, ndr).
Per ironia della sorte, è l’Eni che si propone di salvare la barca, con la consueta “campagna acquisti”. Allegare un opuscolo prodotto dal proprio ufficio stampa, intitolato ENERGeticamente, con temi che stanno a cuore al potentissimo, nuovo inserzionista;
senza contraddittorio, senza inchieste, senza reali interviste ai dirigenti del cane a sei zampe (i quali sono disponibili solo per colloqui in ginocchio; in ginocchio, ovvio, si posizionano i giornalisti). Svolta propiziata da un incontro tra Piero Sansonetti e Paolo Scaroni, durante il quale il direttore sembra sorpreso di trovarsi al cospetto di un uomo in carne ed ossa e non del Leviatano biblico.
Il fascino irresistibile del ‘vicentino giramondo’.
Tacita condicio sine qua non, Sabina Morandi, “la collaboratrice esterna”, può continuare a scrivere, di tutto, tranne che dell’Eni.
Nel frattempo, sempre grazie al generoso intervento di ‘Casa Mattei’, anche Liberazione si lancia nell’esperimento del free press; un foglio gratuito, inizialmente previsto solo per l’estate, per promuovere la testata presso il grande pubblico. Come argomenta Morandi, difficile stabilire il vero successo di un’iziativa gratuita, mentre sul quotidiano a pagamento, l’aumento del numero di copie è fedele sintomo che i lettori apprezzano un certo tipo di lavoro; difficile anche scrivere notizie vere che non incupiscano gli inserzionisti (quindi, di fatto, i proprietari) del free press.
L’ultimo pezzo firmato Morandi sul Cane a sei zampe risale al 15 gennaio 2008, il titolo è eloquente, anche troppo: “Kashagan, tornano le trivelle. Vince l’Eni, perde l’Ambiente”.
Il free press estivo, si trasforma in edizione della sera permanente; ma, in cambio, nessuno tocchi più Eni. La collaborazione prosegue ancora per qualche mese, fino a luglio, ma sopportando “una censura strisciante e rimbalzando contro un muro di gomma di omissioni e menzogne”.
L’epilogo vero giunge una mattina assolata di maggio 2008. La cronista pedala, “rabbiosamente”, verso l’annuale assemblea degli azionisti, in via del Serafico a Roma. Sa che non potrà scrivere resoconti, sa che in ogni caso non sarebbero pubblicati. Sa che non potrà informare i lettori (come avvenuto in passato) che i piccoli azionisti, sono i più acerrimi oppositori di Paolo Scaroni, al quale rinfacciano i numerosi conflitti d’interesse, l’abnorme compenso annuale, la titolarità di un conto presso un noto paradiso fiscale, la mancanza di figure femminili nel consiglio d'amministrazione, l'opacità e la obsolescenza delle strategie societarie. Roba da far tremare i polsi ai giornalisti italiani (molti a libro paga, come ad esempio l’intera Agi, la seconda agenzia d’informazione più importante del paese) e anche agli emissari dello Stato, proprietario di Eni al 30%; i quali si guardano bene dal sollevare obiezioni.
Morandi varca la fatidica soglia, viene riconosciuta e raggiunta da una signora, capo ufficio stampa del cane nero, che le chiede con cortesia: “Come va?”. La ‘sventurata’ risponde d’istinto: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale. Ma sempre qui pronta a prendere appunti. Prima o poi troverò qualcuno che mi pubblicherà”. L’interlocutrice, con “sincero imbarazzo”, mormora: “Mi dispiace”, e si allontana. In quel preciso istante, Morandi realizza che non solo cala il sipario sulla collaborazione con Liberazione (“dopo 12 anni, senza nemmeno una telefonata”), ma può anche dire addio per sempre alla possibilità di riciclare “una florida carriera in una delle numerose – e bellissime – testate dell’azienda”.

Sul libro, uscito nel 2010 per i tipi coraggiosi (nonostante il nome) della Coniglio Editore, dopo qualche efficace, affollata e partecipata presentazione in piccole librerie indipendenti, si è posato un velo di oblio e di silenzio.
Peccato, perché dovrebbe rientrare nella essenziale libreria di ogni cittadino italiano che voglia tutelare il bene comune del proprio Paese in modo informato e responsabile. Il volume di Sabina Morandi rappresenta un prezioso compendio sulle nefandezze non solo dei petrolizzatori (in questo caso, del nostro amato Eni), ma della politica, collusa in senso ampio e trasversale, e dei media che, da sedicenti cani da guardia (a quattro zampe) della democrazia, si fanno volentieri mettere la museruola e il guinzaglio dal grosso Cane nero a sei zampe.

Siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”, direbbe Totò: business is business.
Tutto è merce (risorse, ambiente, salute, giustizia, cultura, informazione, principi non barattabili), tutto ha un prezzo.
Per qualcuno, anche la Dignità.

Torna a casa Rocco e ricade dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 agosto 2012


L’artista lucano, ormai uomo immagine Eni, festeggia il compleanno in Basilicata con uno spettacolo, accolto e omaggiato dal sindaco di Latronico, che glissa sull’attività promozionale dell’attore: “Le trivellazioni non le decide mica lui. Ha esportato la nostra immagine nel mondo”. Quale immagine?




di Hermes Pittelli ©



 Rocco (Papaleo) torna a casa, nonostante l’Eni.
Rocco non lascia, anzi raddoppia. Dopo il film da regista/protagonista sponsorizzato dalla Total (Basilicata Coast to Coast, 2010), l’estate dell’artista lucano è stata caratterizzata dalla campagna promozionale per i carburanti del Cane nero a sei zampe.
Quelli che in tempi di spread, di vampirismi montiani e di crisi globale permanente avrebbero dovuto far ripartire l’Italia e gli italiani (esclusivamente durante i week end, fine settimana suona provinciale e proletario).
A ripartire – sussistevano dubbi? – sono invece solo i profitti della creatura assemblata da Enrico Mattei, anche perché, nonostante, le favolose promozioni, la benzina italiana si conferma la più costosa in Europa.
Come le bollette energetiche, del resto, e chissà se esistono nessi, connessioni, spiegazioni al misterioso fenomeno.
Così molti italiani, quelli che possono, alla faccia del Cane nero e dell’imperturbabile Rocco, si mettono in viaggio, ma per andare oltre confine (in Slovenia, Austria e Germania) a rifornirsi di scorte di carburante più economico per affrontare il lungo ‘autunno caldo’.

Intanto, Rocco torna a casa sua, in Basilicata, nella natia Lauria, per festeggiare il compleanno (16/08/1958, auguri) con uno spettacolo.
Viene accolto a Latronico in Municipio dal sindaco Fausto De Maria, alla stregua di una nobile personalità, capace di dare lustro alla madre patria. Papaleo sorride, come sempre e riceve lieto l’omaggio ideato solo per lui, una pietra locale.
Clima festoso e battute a go go. Nessun cenno alla disastrosa situazione socio economica lucana, nessun riferimento alla distruzione ambientale e sanitaria della regione ‘grazie’ alle multinazionali dell’oro nero, tra le quali Total e Eni, così importanti per Papaleo.
Per il primo cittadino, che accoglie l’attore con fascia tricolore d’ordinanza, non c’è scandalo e lo spiega attraverso uno dei social network oggi in voga (attraverso il quale è stato abile a costruire la propria recente vittoria elettorale): “Rocco è un bravo artista ed è lucano. Non competeva e non compete a lui prendere decisioni sulle estrazioni. Rimane un bravo attore che con le sue capacità artistiche è riuscito a portare la Basilicata fuori dai propri confini e questo non può essere cancellato da uno spot”.
Il ‘borgomastro’ di Latronico divaga con considerazioni scontate e stereotipate, ma è troppo esperto nell’uso dei nuovi media e delle tecniche di comunicazione per non sapere che accettare il ruolo di uomo immagine Eni significa veicolare un messaggio devastante, almeno quanto gli effetti dell’economia fossile: estrarre petrolio è cosa buona, giusta e virtuosa. Un paradosso terribile se il messaggio è poi affidato ad un artista lucano che dovrebbe essere cosciente e informato sulla prostrazione ‘totale’ della Basilicata dopo più di 20 anni di colonizzazione petrolifera; dovrebbe sapere che nonostante i miraggi e gli illusionismi di una Lucania Saudita creati dai petrolizzatori, le famiglie locali sono sempre più indebitate (tra gli 11.000 e i 12.000 euro all'anno).
Il sindaco De Maria si illude di glissare in modo spigliato, ma qualche voce critica e dissonante esiste.
Quella del battagliero segretario dei Radicali, Maurizio Bolognetti, latronichese d’adozione e da anni impegnato nella denuncia contro gli abusi e gli inquinamenti delle multinazionali dell’oro nero: “Papaleo non è Cristicchi – afferma anche lui attraverso la bacheca virtuale della rete, rivolgendosi al primo cittadino – A volte, offrire la propria immagine, se non stai attento, può servire per operazioni strumentali e si corre il rischio di assumere la veste dell’utile idiota, perdona la citazione letteraria”.
Papaleo, pomo della discordia, dunque, durante questo controverso ritorno alle origini.
Papaleo però, da attore ormai esperto e navigato, passato attraverso mille tempeste, non può non sapere che un vero artista non vive in un universo ideale fuori dalla realtà, ma partecipa in modo attivo e completo al proprio tempo presente e diventa tanto più grande e immortale se ha il coraggio e la capacità di affidare al mestiere Messaggi e Valori che non subiscono ingiuria né sfregi, non solo da parte delle miserie umane, ma dello stesso Kronos.

Ecco perché come direbbe la Professoressa D’Orsogna, iniziative come questa o come i premi a Vasto e la cittadinanza onoraria a Cupello (in Abruzzo) riservati a Paolo Scaroni, grande capo dell’Eni, sono sempre più “uno schiaffo morale” in faccia e contro l’impegno di chi difende l’Ambiente e la Salute e propone un Progresso eco sostenibile.

Insomma, Rocco ricade dal pero; ma dopo l’incontro e l’attrazione fatali con le multinazionali dell’Oro nero, quasi una folgorazione sulla via di Damasco, cadrà sempre in piedi.
Con lo sguardo del pistolero infallibile che estrae le pistole al distributore di benzina,
proprio come in uno degli insulsi spot girati per l’Eni.
E pazienza se la Basilicata (insieme all’Italia intera) sarà sempre più preda del Far West petrolifero.


Fonti: La Nuova del Sud, Maurizio Bolognetti, Professoressa Maria Rita D'Orsogna

La Tempesta è in arrivo
post pubblicato in Ambiente, il 12 agosto 2012
Mare incatramato tra Vasto e Termoli, moria di tartarughe e delfini; le autorità invocano prudenza "per non creare inutili allarmismi". Intanto, il governo Monti prepara la rivoluzione d'ottobre: l'Italia diventerà un immenso campo di gas e petrolio, ma con molta green economy...  


di Hermes Pittelli ©


 Spiaggiamenti e moria di tartarughe e delfini, mare incatramato da Vasto a Termoli.
Le autorità preposte ai controlli della balneabilità e alla tutela ambientale e sanitaria predicano però “prudenza, per non creare inutili allarmismi”.
Come scrive la Professoressa D’Orsogna sul proprio blog:
Tutto dorme in questo gentile agosto 2012”.
Manca solo la famosa orchestrina del Titanic e il quadro sarebbe davvero completo.
Nell’assordante silenzio delle istituzioni e della politica abruzzesi e molisane, solo Massimo Romano, consigliere regionale del Molise, area Costruire Democrazia, ha avvertito l’esigenza di ottenere risposte chiare su questi fenomeni allarmanti e sull’ennesimo episodio di ‘marea marrone’.
Romano ha presentato un esposto alla Procura di Vasto (Chieti) e a quella di Larino (Campobasso) per chiedere una perizia tecnica che accerti senza ombra di dubbio “le cause dell’inquinamento dell’acqua”. E magari anche i potenziali effetti nocivi per l’habitat e per la salute umana, considerando che, come sottolinea giustamente preoccupato il consigliere, “le autorità preposte non forniscono dati o si limitano a comunicati generici”.
In fondo, siamo a Ferragosto, gli italiani sono già assillati dal caldo torrido, dallo spread, dagli aumenti ingiustificati del costo dei carburanti (l’Eni sempre pronto a rimettere in moto se stesso) e dalle nuove, brillanti idee del governo Monti; sarebbe una crudeltà angustiarli con la notizia di ulteriori minacce da parte dei petrolizzatori.
Solo una sfortunata coincidenza che in questo tratto di Adriatico siano attive tre piattaforme petrolifere Edison (erede della vecchia e famigerata Montedison), denominate collettivamente Rospo Mare (A,B e C)?

La Scienziata dei Due Mondi non si capacita ancora per l’inadeguatezza dei politici:
Non sanno usare internet, non sanno leggere in inglese (e i testi delle multinazionali ai propri investitori o gli articoli della stampa internazionale sono quasi sempre redatti in questa lingua), non hanno il cervello per pensare che certe cose occorre combatterle in prima persona e non a traino, non sanno spiegare i fatti alla gente, non hanno il coraggio di dire con chiarezza cosa sia giusto e cosa sbagliato, non hanno il coraggio di agire di conseguenza”.
Perché una volta che si stabilisce una netta linea di demarcazione tra bene e male, non si possono più organizzare gli inciuci all’italiana; le priorità sono lampanti. Mica come le nuove fantasiose invenzioni di Passera, ministro per lo sviluppo economico; tra ottobre e dicembre ecco la strategia ad hoc (o shock?) per rilanciare il Paese, la Rivoluzione d'Ottobre: l’Italia dovrà trasformarsi nello snodo chiave per la distribuzione europea del gas proveniente dall’Africa settentrionale e dai paesi dell’Est; in più – udite udite la lieta novella – asso (Assomineraria, soprattutto) nella manica dell’esecutivo, il rilancio dei piani nazionali per l’estrazione degli idrocarburi indigeni.
Senza però tralasciare la green economy, nella quale siamo clamorosamente fanalino di coda nel Vecchio Continente. Insomma, il consueto guazzabuglio tricolore, un misto fritto a base di tutto e del suo esatto contrario. Solo un governo di ignoranti (o collusi) può definire le centrali a biomasse, green economy.
Insomma, l'Italia del futuro sarà in cielo, in terra e in mare, un immenso campo di gas e petrolio, ma in salsa verde!

E poi la Professoressa abruzzocaliforniana, allibisce al cospetto dell’inadeguatezza dei primi cittadini d’Abruzzo. Qualcuno, dopo gli svarioni dei Tecnici, davvero riesce ad immaginare questi sindaci (ancora legati alla 'scuola di zio Remo Gaspari') che al mattino si dedicano alla rassegna stampa nazionale ed internazionale? Davvero qualcuno li immagina in grado di allargare lo sguardo oltre il confine del proprio orticello elettorale?

Dopo aver udito con sommo disgusto i cantici d’amore di Lapenna (sindaco di Vasto) e di Pollutri (sindaco di Cupello) dedicati a Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, aleggia un po’ di pessimismo: non solo costoro sono rei confessi, ma sono complici anche tutti gli altri esponenti istituzionali (ad es: Enrico Di Giuseppantonio, presidente della provincia di Chieti; Giovanni Legnini, senatore del Pd) che erano comunque presenti alla santificazione del Cane Nero a sei zampe e per calcolo e/o vigliaccheria hanno taciuto.
Il loro concetto di sviluppo, dunque, corrisponde ad un Abruzzo formato Basilicata.
Se così sarà, saranno responsabili di fronte a Dio e agli Uomini.
Il progetto ‘Abruzzo Catalogna italiana’, sembra essersi già dissolto come miraggio nel deserto. Forse a causa, come avrebbe detto (sempre attuale) l’impareggiabile Totò, “di questo maledetto sole africano!”.
Balle, solo balle”, chiosa oggi con amarezza la Professoressa D’Orsogna che vibra l’ennesima stoccata ai rappresentanti locali dei Cittadini: “Molli, molli, molli”.
Curioso poi: quello che dovrebbe essere evidente a tutti costoro, politici, amministratori, ma anche e soprattutto cittadini ignavi ( a Vasto, solo un ristretto manipolo di anime a contestare il gran capo dell'Eni), si trovi, in sintesi mirabile, nel testo di una canzone (scritta da Artisti di caratura diversa rispetto al Rocco Papaleo):

"La tua terra perfetta
Che non sai abitare
Verrà umiliata e distrutta
Sarai obbligato a lottare".
(da La Tempesta è in arrivo - Afterhours)

Grazie alla Professoressa D’Orsogna e alle associazioni e movimenti ambientalisti, la Battaglia continua.
Con un'unica avvertenza per i Popoli: non vi venga voglia di lottare il Giorno della Fine.
A quel punto, l’Inglese e la Resistenza non vi serviranno più.



Fonti: Termoli.tv, Chietitoday.it, La Repubblica, Professoressa Maria Rita D’Orsogna

Paolo Scaroni, l’imperatore di Vasto
post pubblicato in Ambiente, il 6 agosto 2012



di Hermes Pittelli
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 In ginocchio da te.
La celebre canzone di Gianni Morandi offre il senso e la perfetta sintesi della serata vastese dedicata a Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, ringalluzzito da un primo semestre 2012 di nuovi successi economici e finanziari.
I politici del Basso Abruzzo (tra gli altri, Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti) accorsi a celebrare il divo Paolo hanno fatto a gara per dimostrargli a parole e con i fatti “la grande amicizia e riconoscenza che da sempre lega il Vastese all’Eni e a Paolo Scaroni, prima come dirigente Pilkington/Siv e ora come grande manager di un’azienda mondiale”.
Avvezzo ai duelli sulle spietate arene della globalizzazione planetaria, al gran capo del cane nero non è parso vero di trovare un clima così favorevole e durante la consegna del premio Silvio Petroro (fondatore dell’Associazione Pro Emigranti, oggi guidata dal figlio Gianni e sostenuta dalla Banca Popolare di Lanciano e Sulmona) negli incantevoli giardini di Palazzo D’Avalos, ha offerto il meglio del repertorio.
L’ouverture affidata al sindaco locale, Luciano Lapenna, fornisce il là al gran capo del Cane Nero a sei zampe; se non ci trovassimo in Italia, sarebbe quasi difficile credere che il signore con la fascia tricolore sia la stessa persona che un anno fa, seduto accanto alla Professoressa D’Orsogna, a proposito delle trivelle giurava il suo incontrovertibile “No pasaran”; difficile reperire tracce di quella risolutezza nell’inno declamato alle virtù t(r)aumaturgiche dell’Eni e di Scaroni, profeti e propagatori di sviluppo, benessere e civiltà: una resa totale e incondizionata con la scusa della grave crisi globale.
Il Divo Paolo, sorridente come non mai, accompagnato dalla moglie, va a briglia sciolta, perché la programmata intervista con il serrato fuoco di fila di domande incrociate dei giornalisti Mauro Tedeschini (neo direttore del quotidiano Il Centro) e Nino Germano (Tgr Abruzzo, non insensibile alla questione ambientale) si rivela una serena chiacchierata con gradevole contrappunto, una litania autocelebrativa con i grandi successi della creatura matteiana e la filosofia ‘etica’ di Eni.
“Le rinnovabili non sono una priorità, anche perché per produrre biocarburanti c’è bisogno di quantità immani d’acqua; al mondo c’è petrolio per altri cento anni e gas, soprattutto shale gas, per altri due secoli” (Un manager con una grande visione, mentre perfino la Cina ha capito che la vera rivoluzione è quella delle fonti rinnovabili).
“Emigrare per lavoro non è un male, io sono vicentino e a casa mia non ho mai lavorato. Le vostre espressioni sono dubbiose, ma avete torto. Chi non trova lavoro, è perché non vuole davvero lavorare e sacrificarsi” (Emigrare con ruoli dirigenziali e lauti stipendi garantiti è forse più agevole che partire con la classica valigia di cartone e dentro una maglia di lana più tante speranze).
“Eni, sulla base della grande lezione di Enrico Mattei, opera sempre nel rispetto della sostenibilità, per evitare ogni possibile forma d’inquinamento, come ad esempio il gas flaring” (in Nigeria non si sono accorti di tanta cautela e sensibilità).
“Appena arrivato in Eni, un dirigente di lungo corso mi disse di tenere sempre presente che il petrolio non è mio. Da allora ho sempre agito in base a questa lezione. Come in Africa, dove siamo la multinazionale più forte, perché non solo prendiamo, ma restituiamo sotto forma di formazione professionale e richezza e molti stati ci considerano amici” (forse confonde i governanti con i governati; di solito i governi del Continente Nero sono così accoglienti con Eni soprattutto per le cospicue donazioni che ricevono in cambio).
“Eni è sempre pronta ad investire in Abruzzo, anche perché qui il mix tra economia tradizionale e moderna è già stato realizzato, ma sul Centro Oli di Ortona non abbiamo più interessi. Abbiamo peccato nella divulgazione corretta del progetto, ma non possiamo sprecare energia a spiegare sempre in dettaglio i nostri piani; se la politica e soprattutto le popolazioni non ci vogliono, investiamo altrove” (Il consueto ricatto occupazionale che poi nella realtà non trova mai riscontri).
Infine, un commiato condito d’ottimismo, da campagna elettorale (o nuova campagna colonizzatrice): “Sono ottimista per natura, non vedo una situazione così grave, né per l’Italia, né per questo territorio da sempre caratterizzato dall’ingegno e dalla laboriosità e su questi aspetti non temiamo concorrenza in nessun paese al mondo”.

L’onorevole cittadino Scaroni.
In precedenza, Paolo Scaroni, planato con l’elicottero aziendale, aveva ricevuto dal sindaco di Cupello, Angelo Pollutri, la cittadinanza onoraria del piccolo comune chietino che ospita un sito di stoccaggio gas targato Eni. Anche qui, solo lodi, sorrisoni e vigorose strette di mano e sottomissione.
Anche qui tutto per e in nome dell’Amicizia, una cittadinanza “concessa 50 anni fa a Enrico Mattei e che io accolgo in vece sua come a compimento di un arco di Storia. Vi assicuro che questo territorio mi ha regalato più di quanto io non abbia saputo dare (Un’ammissione involontaria?)”.
Poi, una nota di rammarico, l’unica, per la mancata realizzazione del "dono" sotto forma del Centro di Ricerca Eni presso l’ateneo dell’Aquila.

Il colpo di Teatro o dei due cavalli di Troia.
L’istituto tecnico industriale Enrico Mattei istoniense e il pianto greco (è proprio il caso di dirlo) degli amministratori vastesi, potrebbero rappresentare i due cavalli di Troia per tornare all’assalto degli idrocarburi nascosti nel territorio e nel mare abruzzesi. Scaroni ne parla in tono quasi rassegnato, distaccato, ma le sue pupille rivelano il classico luccichio della volpe che escogita ogni strategia per giungere all’uva, soprattutto quella off shore. Cioé i fondali marini della regione nero-verde.
Da mattatore navigato, Scaroni annuncia che devolverà (con incremento generoso offerto dall’Eni, con formula marketing: 5 x 10 x 2) il premio Petroro (5.000 euro) all’Istituto Mattei. Un escamotage per rilanciare il progetto del Centro di Ricerca nel Vastese, come auspicato dallo stesso Pollutri? Mentre sindaci, amministratori e banchieri a corto di inventiva e competenze invocano la nuova colonizzazione Eni, Scaroni gongola e pregusta l’epilogo già vissuto con la Pilkington: congedato con tutti gli onori dopo la privatizzazione (anche se una ex dipendente che vuole mantenere l’anonimato racconta di “mattanza di posti di lavoro, con Paolo Scaroni nel ruolo di tagliatore di teste”), fu richiamato dopo un anno di dissesti per assumere la guida dell’azienda.

La protesta.
All’esterno di Palazzo D’Avalos pochi, irriducibili ambientalisti fanno sentire le voci dissonanti di chi difende l’integrità dell’ambiente e la salute, auspicando una svolta economica attraverso le fonti d’energia pulita. Le instancabili ragazze del Wwf della Zona Frentana con due striscioni che rammentano la volontà popolare più volte espressa in questi anni: sì al parco della costa teatina e no al petrolio, sì alle energie rinnovabili e basta con l’economia fossile. Peccato che in un’afosissima serata d’agosto la cosiddetta società civile abbia preferito lasciare a questo sparuto manipolo di volenterosi, tra cui l’ingegner Lorenzo Luciano e Filippo D’Orsogna, papà della Professoressa Maria Rita D’Orsogna, il compito di rammentare non solo a Paolo Scaroni, ma ai politici del Vasto che il territorio pretende di assecondare la propria natura storica: biodiversità, agricoltura di qualità, arte, cultura, turismo.
Scaroni se ne va sulla berlina blù, scortato dalle forze dell’ordine, come sempre sicuro delle proprie certezze (la collaborazione supina della politica), senza degnare di uno sguardo i fastidiosi ambientalisti, senza rispondere alle vere domande.
In fondo, suoi migliori alleati, sono tutti quelli che anche stasera hanno scelto di rimanere in spiaggia a baloccarsi tra sabbia e mare, optando per il meglio qui ed ora, senza orizzonti: non ci sarà sempre una Scienziata dei Due Mondi a salvare la regione e quando invece del paradiso di Punta Aderci si troveranno stremati tra piattaforme, centri oli e centrali a biomasse, dovranno guardarsi allo specchio per trovare i veri responsabili dello scempio.

Vampe d’agosto in Abruzzo: Scaroni cittadino onorario
post pubblicato in Ambiente, il 31 luglio 2012

Il Municipio di Cupello decide di concedere la cittadinanza onoraria a Paolo Scaroni, ad di Eni.
In contemporanea, l’associazione Pro Emigranti di Vasto attribuisce al noto paladino dell’Ambiente il Premio Silvio Petroro “per coloro che lasciano un segno nel territorio e nel mondo”…

 
di Hermes Pittelli ©

 
Vampe di piena estate in provincia di Chieti.
Sono autentici colpi di calore quelli che hanno investito l’amministrazione di Cupello e il Comitato dell’associazione istoniense Pro Emigranti.
Vampe, come le fiammate tipiche dei desolforatori, simbolo delle salubri cornucopie del cane nero a sei zampe e delle sue consorelle multinazionali.
Il 5 agosto sarà dunque una data fatidica per l’Abruzzo: il municipio di Cupello assegnerà a Paolo Scaroni amministratore delegato dell’Eni la cittadinanza onoraria. Come non bastasse, il gran capo del cane nero a sei zampe sarà premiato a Vasto dalla locale associazione Pro Emigranti con il riconoscimento annuale intitolato al fondatore ‘Silvio Petroro’. Un premio nell’ambito della tradizionale Festa del Ritorno, assegnato dal comitato associativo “a coloro che lasciano un segno nel territorio e nel mondo”.
Le due notizie sono state abilmente celate all’italiana, con la formula del segreto di Pulcinella.
Nessuna conferma ufficiale, ma molti sussurri, molti spifferi; per creare attesa e ottenere comunque visibilità. Fino all’inevitabile e prevedibile disvelamento della Verità

Il Divo Paolo planerà a Vasto in elicottero, come i veri top manager. Si trasferirà a Cupello per la cerimonia di cittadinanza, ma tornerà poi nel centro istoniense per essere ricevuto con tappeto rosso, fanfare e fasti assortiti a Palazzo d’Avalos dal sindaco Luciano Lapenna e dai segretari della Triplice sindacale (Angeletti, Camusso, Bonanni) con i quali si confronterà su temi di rilevanza nazionale; tra gli altri, l’approvvigionamento energetico per il futuro dell’Italia.
Una giornata celebrativa dedicata a Scaroni sconcertante, quanto le motivazioni che l’hanno ispirata.
Uno schiaffo morale”, come ha commentato la Professoressa D’Orsogna da Los Angeles, nei confronti dell’Abruzzo che anche e soprattutto grazie al suo impegno divulgativo è diventato il simbolo e la roccaforte dell’Italia che si ribella alla colonizzazione dei petrolizzatori.
Per descrivere il curriculum dell’ad dell’Eni, basterebbe rammentare che in qualità di ex dirigente dell’Enel è stato condannato in via definitiva dal tribunale di Venezia per il disastro ambientale della centrale elettrica di Porto Tolle all’interno del Parco nazionale fluviale sul Delta del Po, Patrimonio Unesco.
Basterebbe rammentare i disastri che semina oggi Eni con il polo petrolchimico in Sicilia o, tanto per restare in ambito fluviale, sul delta del Niger in Africa.
Da questo punto di vista il Comitato della Pro Emigranti ha proprio ragione, Scaroni è un uomo che senza dubbio “lascia segni profondi sul territorio e nel mondo”.
Nel frattempo, le associazioni ambientaliste stanno decidendo se organizzare una contro manifestazione di protesta o, in alternativa, l’ennesima puntuale opera di informazione della popolazione sulle reali mire dell’Eni e sulla complice cooperazione di istituzioni e politica.


Tutto cominciò a Cupello.
Il Municipio di Cupello forse si sentiva in colpa. Perché se è storia che la madre della resistenza contro la petrolizzazione sia stata la battaglia per impedire la costruzione del Centro Oli Eni ad Ortona, la dimostrazione plastica della mentalità antistorica, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, della acefala collusione delle amministrazioni con i Predatori dei Territori, si palesò proprio a Cupello la sera del 22 luglio 2009. Anche all’epoca, in gran segreto, il locale municipio da sempre sottomesso alle strategie del cane nero (per la presenza di un sito di stoccaggio gas e per il manifesto appoggio al Centro Oli) aveva organizzato una serata celebrativa nella quale l’evanescente governatore Gianni Chiodi, invitato dal giovane esponente locale dell’Udc Silvio Bellano, avrebbe potuto illustrare senza contraddittorio le magnifiche sorti progressive dell’Abruzzo grazie alla sua guida illuminata, corroborato dalla presenza di Calogero Marrollo (Confindustria Abruzzo), Enrico Di Giuseppantonio (presidente Provincia Chieti), il fu Remo Gaspari (ex leone rampante della Democrazia Cristiana) e un giovane ingegnere (anche lui in odore di zolfo Eni) quale moderatore.
Rimasero spiazzati dalla massiccia presenza di attivisti e ambientalisti con in testa la stessa Professoressa D’Orsogna, la quale dopo mesi di frustranti tentavi via mail, poteva rivolgere di persona e sulla base di dati inoppugnabili domande dirette sulla questione petrolifera. Gianni Chiodi, Remo Gaspari e Silvio Bellano furono colti da crisi di nervi e poco avvezzi ai quesiti seri e al confronto democratico, finirono con l’insultare in modo scomposto i cittadini. Gianni Chiodi si dileguò nella notte a bordo dell’auto blu presidenziale, dopo aver chiamato la forza pubblica, per evitare ogni reale contatto con il Pubblico.
Forse per redimere il proprio onore ferito nell’occasione, il Municipio di Cupello ha partorito questa alzata d’ingegno.

La Professoressa D’Orsogna, nata nel Bronx e operativa a livello accademico in California, per sua origine, sorte e formazione culturale ha una mente anglosassone quindi pragmatica, aliena dai sofismi italiani, dalle infinite discussioni prive di senso, contenuti, dati reali, dagli accordi al ribasso frutto di compromessi tra gli istinti e gli interessi più retrivi; rammenta sempre che è giunto il momento di una scelta chiara e non più procrastinabile tra il modello di sviluppo Taormina e il modello di sviluppo Gela, tanto per restare nell’alveo degli esempi lampanti. Tertium non datur.

Con la consapevolezza che optando per il modello Gela dopo circa un decennio ci si ritrova avviluppati mortalmente al disastro sociale, ambientale, economico, sanitario. Del resto, l’Italia è disseminata diquesti scempi biblici: la Basilicata petrolizzata, Taranto ammorbata dalla diossina dell’Ilva, la Sardegna del poligono radioattivo e della raffineria dei Moratti. L’Abruzzo delle cementificazioni selvagge, delle piattaforme petrolifere, delle centrali a turbogas o quelle a biomasse, la regione un tempo più verde e incontaminata d’Europa che riesce con un misterioso gioco di prestigio (o dell’oca) del Tar di Pescara a riportare in auge, dopo sonora bocciatura insede di via (valutazione impatto ambientale, ndr) un folle e criminoso progetto di centrale gas sulla diga del lago di Bomba: un’autentica bomba ecologica innescata in nome della letale logica del ‘profitto per il profitto’, in questo caso griffata Forest Oil.

Tutto questo è accaduto e accade per colpa nostra, cittadini troppo spesso ignavi, passivi, disinformati. La politica e l’imprenditoria, locali e nazionali, sono solo la perfetta ‘copia carbone’ delle nostre pessime identità e coscienze.

Saremo maledetti nei secoli dalle generazioni future, se non agiremo e non spazzeremo una volta per tutte i nostri vizi atavici. Non avranno giustamente indulgenza per la nostra stupidità, né per ‘l’intollerabile tolleranza’ concessa alla furbizia dei nostri imprenditori e dei nostri politici.

Furbizia che sempre, sempre, è la negazione dell’Intelligenza per il Bene Comune.

 

 Fonti: Primadanoi.it, PiazzaRossetti.it, La Repubblica, Professoressa Maria Rita D’Orsogna

L’oro nero Eni e gli artisti caduti dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 giugno 2012


 

di Hermes Pittelli ©

 

 Eni scatenata e senza museruola.
Nuovi scintillanti spot, nuovi miraggi di ricchezza diffusa, creati dal pifferaio inquinatore Paolo Scaroni, intervistato in ginocchio come da prassi (o da contratto?) dai paladini dell’informazione e della democrazia (La Repubblica, venerdì 15 giugno 2012).

I momenti di crisi possono essere interpretati come opportunità. Anche da chi non persegue nobili obiettivi. Si può optare per una palingenesi e per la costruzione di un vero Progresso, oppure per arraffare senza rispetto tutto quello che si può contenere nelle fauci; lasciando macerie, degrado, distruzione e malattie alle generazioni future.
Il cane nero a sei zampe si distingue sempre nella seconda ipotesi. Ecco quindi la campagna cialtrona e ipocrita dei week end economici con la benzina scontata nelle ‘Eni station iperself’ (?), per “dare un passaggio agli italiani” e per favorire la ripresa del famigerato pil.

Un aiuto agli italiani in un momento difficile, come Mattei nel 1960”, Scaroni dixit.
L’amministratore delegato, cui nessuno del governo tecnico parsimonioso pensa di tagliare lo stratosferico stipendio, blatera di progetti Eni per un totale di 8 miliardi di euro e attacca ancora una volta l’inviso limite di 12 e/o 5 miglia marine dalla costa per le trivellazioni; secondo lui, un danno per i petrolizzatori, un lacciuolo burocratico solo italiano (peccato che negli Usa, ad esempio, la legge fissi il limite a 100 miglia!).
Per sommo pudore, non lo dice, ma si aspetterebbe dalla politica tutta e da palazzo Chigi una norma costituzionale per riscrivere così l’articolo 1 della nostra legge fondamentale: L’Italia è una repubblica petrolifera fondata sull’Eni. La sovranità appartiene alla dirigenza a sei zampe che la esercita nelle forme decise da sé e senza limiti”.

Nel frattempo, a chi viene affidato il compito di promuovere sui media la nuova via all’Eldorado della creatura assemblata da Mattei? A Rocco Papaleo, attore lucano, vecchia volpe dei palcoscenici, ma vecchia conoscenza anche per gli attivisti e gli scienziati ambientalisti che da anni si battono contro la petrolizzazione del Belpaese. Nel 2010 “l’eclettico insicuro” (coincidenza, anche lui intervistato da La Repubblica, domenica 17 giugno 2012), tenace e ammirevole nella gavetta tra turni di lavapiatti, spettacoli di mimo e nottate artistiche tra Roma e Milano, gira il suo primo film da regista, Basilicata Coast to Coast (premiato con due Nastri d’Argento, per la miglior regia esordiente e per la miglior colonna sonora).
Un road movie nel quale un gruppo d’amici di stanza a Maratea decide di partecipare al festival del teatro canzone di Scanzano Jonico; non percorrendo la comoda statale 653 ma camminando a piedi dalla costa tirrenica a quella jonica per riscoprire antichi sentieri, la propria identità e il volto di una regione che non esiste più. Un affresco corale, delicato e bucolico di una Basilicata che in effetti non esiste più davvero. Gli spettatori più avveduti all’epoca sono balzati sulla poltroncina leggendo tra i titoli di coda che la meritoria opera era finanziata, tra gli altri, dalla multinazionale petrolifera Total.

Il Papaleo dichiara commosso che “non smetterà mai di avere dentro le proprie origini, anche se il viaggio che ho davanti mi porta altrove”. Ebbene, lo sguardo dell’attore che a febbraio, assieme a Gianni Morandi, ha presentato il festival di Sanremo sponsorizzato dall’Eni (eccesso di coincidenze! qui la lettera aperta che la Professoressa D’Orsogna proprio in quei giorni ha scritto sul proprio blog all’artista), negli anni di sacrifici forse è stato colpito da miopia, non solo in senso oculistico. Un lucano, a meno che non abbia richiesto affiliazione alla tribù dei LuchEni, non può non sapere che la Basilicata è stata letteralmente distrutta dai petrolizzatori: assicura l’80% del greggio estratto in Italia anche se questo ‘oro nero’ soddisfa solo il 6% del fabbisogno energetico nazionale, le trivelle hanno invaso parchi naturali, aree in prossimità degli ospedali, inquinato le falde acquifere, annichilito l’agricoltura, generato l’impennata dei prezzi di ogni merce e/o bene di consumo, tra cui, per grottesco contrappasso anche quello della benzina, ridotto in miseria un popolo cui era stato promesso il miraggio della ricchezza stile emirati arabi.

La marcia Coast to Coast forse richiama, anche inconsapevolmente, l’esodo della famiglia Joad dall’Oklahoma alla California sulla leggendaria Route 66, ma in chi ama davvero la Basilicata lascia solo furore per una storia che nei sogni approdava ad un epilogo diverso; e che ora, forse, è arduo e tardivo riscrivere.


NON SOLO PAPALEO

Il casus Papaleo è eclatante, ma non unico. Si potrebbero citare decine di nomi appartenenti al mondo dell’informazione (es: Ferruccio De Bortoli, Lucia Annunziata), della cultura (es: il rettore di Ca’ Foscari, professor Carlo Carraro), della scienza e della medicina (es: Umberto Veronesi), dello sport (ah, gli atleti, soprattutto i calciatori, sempre pronti a schierarsi nella metà campo sbagliata) gentilmente sovvenzionati da Eni. Il cane nero a sei zampe, sorta di Mecenate post moderno, in cambio della generosità chiede e ottiene fedeltà e ubbidienza cieca e assoluta al proprio regime imperialistico, a quella che i manager definirebbero nel loro gergo da clan, ‘mission aziendale’.

Per loro fortuna e nostra massima colpa, la memoria storica è labile e pronta a rimuovere in fretta.
La lista degli artisti che sono stati e sono lieti di indossare magliette e caschetti griffati Eni è lunga; per correttezza, qualche esempio con nomi e cognomi:
Claudio Bisio, l’ineffabile, il brillante, ironico (com’è trendy questo aggettivo…), istrionico presentatore di numerose edizioni del cabaret televisivo Zelig (perfetto il riferimento al camaleontico personaggio inventato da Woody Allen, in grado di adattarsi e assumere le sembianze più consone ad ogni mutamento esterno) è stato protagonista di uno spot del 2004 per pubblicizzare l’acquisto delle azioni Eni.
Chi lo rammenta?
In tempi più recenti, anno 2009, anche l’impegnato, schierato, popolare attore romano Massimo Ghini non ha resistito al fascino del cane nero a sei zampe.
In fondo, quale altro volto più adatto del suo, capace di calarsi nei panni di Enrico Mattei per una prestigiosa fiction Rai e “privilegiato, onorato, emozionato” dopo essersi seduto a favore di telecamera dietro la storica scrivania appartenuta al fondatore di Eni?
O ancora, Ilana Yahav, rivoluzionaria e fantasiosa pittrice con la sabbia (bituminosa?); nel 2010 il filmato che propagandava i comandamenti del cagnaccio - “Innovazione, collaborazione, rispetto, cultura; con queste parole lavoriamo in oltre 70 paesi per portarvi energia” l’idilliaco quadretto – divenne, anche grazie alla canzoncina accattivante, una sorta di tormentone del piccolo schermo.

Possibile che tutte queste persone vivano sotto la campana di vetro del loro autoreferenziale microcosmo professionale? Possibile che non abbiano coscienza civile ed ecologica? Possibile che in nome dell’interesse egoistico (la visibilità, l’indubbia capacità remunerativa di Eni) non coltivino l’aspirazione e la lodevole, questa sì, ambizione di spendersi per il Bene Comune?
Questi artisti, queste persone appaiono come ingenui primitivi ancora rinchiusi nella caverna del mito platonico, ‘ominini’ non ancora caduti dal pero di un illusorio mondo senza male, senza vizi capitali.

Concediamo loro il beneficio del dubbio, concediamo loro la libertà di essere incoscienti ed ignoranti. Ma l’ignoranza non è ammessa al cospetto delle leggi umane, a maggior ragione di fronte a quelle della Natura. Se invece fossero in possesso di consapevolezza, la loro colpevolezza sarebbe grave e conclamata all’ennesima potenza: sarebbero i soliti furbastri, lanciatisi propria sponte dal pero per destreggiarsi abilmente al servizio di chi li vuole, alla bisogna del miglior offerente; che non può essere il Cittadino, non può essere l’Ambiente.

“Stop agli idrocarburi, l’Italia sia leader per una moratoria mediterranea”
post pubblicato in Ambiente, il 22 gennaio 2012



Questo il ‘rivoluzionario’ invito che la Professoressa D’Orsogna ha lanciato al Senato italiano durante la sua prima audizione informale presso la Commissione Industria Commercio Turismo. 
Assenti sottosegretari e ministri, assente la politica abruzzese.

 
di HermesPittelli ©

 
 
L’immagine dell’Italia nel mondo è legata alle bellezze artistiche e ambientali, le nostre vere risorse. Se volessimo dimostrare davvero coraggio, l’Italia dovrebbe ergersi a capofila dei paesi mediterranei per una moratoria contro le trivellazioni off shore”. 
Gentile, ma diretta e determinata come di consueto, la Professoressa D’Orsogna conclude così, con una sorta di ‘sfida’, la propria audizione informale al cospetto della X Commissione permanente del Senato (Industria Commercio Turismo).

Invitata dai senatori siciliani Antonio D’Alì (PdL) e Cesare Cursi (PdL), la Scienziata dei Due mondi non si è fatta intimorire dal contesto e in 25 minuti ha sfoderato una lectio magistralis serrata ed efficace al cospetto di una quindicina di senatori attenti e in qualche frangente sorpresi dalle informazioni scientifiche sugli effetti ambientali ed economici delle attività petrolifere.
A parte Salvatore Tomaselli, senatore pugliese del Pd fautore di una proposta di moratoria per la salvaguardia del Mare Adriatico, gli altri presenti si sono stupiti di apprendere quanto inquinamento producano ricerca, estrazione,lavorazione e trasporto degli idrocarburi.
La Professoressa D’Orsogna, nonostante l’orario infelice (mercoledì 18 gennaio2012, ore 14.00) e la brevità del tempo a disposizione, non ha omesso un solo particolare scabroso delle sue ormai celebri conferenze attraverso la proiezione di slide esplicative.
Dalla cartina dell’Italia, con le numerose aree sottoposte (dalla Laguna Veneta al Salento, dalle Isole Tremiti, alla Val di Noto, a Pantelleria) all’assalto dei petrolieri, alla tossicità dei fanghi e fluidi perforanti, dalla subsidenza (Venezia, Ravenna) agli incidenti spesso gravi (Manfredonia, Trecate, Genova, Golfo del Messico, Indonesia, Brasile, Nigeria) ma taciuti o minimizzati dai manager delle multinazionali, dal problema  della letale desolforazione attraverso i famigerati centri oli (Viggiano in Basilicata) alle piattaforme alle petroliere con desolforatore incorporato, i senatori, come diligenti studenti universitari hanno ascoltato con attenzione quelle informazioni che cittadini e ambientalisti italiani hanno imparato a memoria grazie all’incessante impegno scientifico e civile della scienziata abruzzo-californiana.

Curiose coincidenze: mentre la Professoressa stava per cominciare il proprio intervento, i vertici di Assomineraria telefonavano per rivendicare il diritto di replica; la nave da crociera Concordia, spiaggiata come un povero cetaceo, metteva a rischio l’ecosistema dell’isola del Giglio, eslodeva un metanodotto, il governo tentava di liberalizzare anche ‘trivella selvaggia’ (ma il ministro per la Tutela del Territorio e del Mare, Clini, smentiva prima attraverso una nota scritta e poi in diretta tv dagli studi di La7, anche se si attendono ‘trucchi di coda’ all’italiana), Paolo Scaroni, a.d. di Eni, felice per la missione in Tripolitania assieme alla ‘strano’ premier Monti, dalle pagine di La Repubblica rilanciava la vocazione internazionale di ricerca ed estrazione idrocarburi del cane a sei zampe “per soddisfare gli insaziabili appetiti dei 300.000 azionisti” e lamentadosi per l’italico divieto di trivellazione off shore fissato a 12 miglia marine; a suo dire, uno scandalo che non trova uguali nel mondo.
Come sempre, il super manager mente sapendo di mentire (la menzogna fa parte integrante delle strategie di Eni e delle companies dell’oro sporco): negli Stati Uniti infatti (Golfo del Messico a parte) è addirittura di 100 miglia!
Proprio questa informazione ha suscitato il massimo scalpore tra i senatori, assieme al triste esempio della Basilicata: 20 anni di scempio da parte di Eni e Total per diventare la regione più povera e più malata d’Italia (qui il tasso di tumori infantili è doppio rispetto al resto d’Europa).
La Professoressa ha incalzato gli astanti senza soluzione di continuità: “Petrolio uguale ricchezza per i popoli? No, solo per i petrolieri, si tratta di una forma di speculazione. Produrre un barile costa circa 11 dollari e ne frutta circa 100, il profitto resta tutto in tasca ai petrolizzatori. Dobbiamo decidere una volta per tutte il nostro modello di sviluppo, come la Florida negli Usa che rifiuta il petrolio per tutelare ambiente e turismo. Per restare ad un esempio italiano, dobbiamo optare tra il modello Taormina e il modello Gela; le vie di mezzo e i compromessi sono incompatibili”.

Il presidente di commissione D’Alì e il senatore Tomaselli hanno balbettato con imbarazzo che già difendere l’area di (sedicente) sicurezza delle 12 miglia è sempre un’impresa di stampo cavalleresco, perché la lobby del petrolio ha molti scaltri amici infiltrati in Camera e Senato che ad ogni nuovo decreto legge tentano di inserire articoli per abrogarla o riportarla almeno a 5 miglia. Quasi inutile segnalare ancora una volta il nome della senatrice Simona Vicari, anche lei siciliana e pidiellina, ma fiera paladina dei petrolizzatori.
D’Alì e Tomaselli, quasi con mesta rassegnazione, hanno anche evidenziato quanto sia complicato lanciare l’iniziativa di una moratoria mediterranea “perché questo sconvolgerebbe interessi commerciali di singoli paesi e trattati internazionali, difficili da armonizzare”.
La Professoressa D’Orsogna però ha rilanciato: “La politica italiana cominci allora da una moratoria per l’Adriatico e per sospendere nuove concessioni in Basilicata e nelle aree e parchi già istituiti”.

Non sono intervenuti ministri, né sottosegretari. Peccato, hanno perso un’occasione unica (forse, non irripetibile). Monti e i suoi scudieri avrebbero imparato come curricula e masters prestigiosi non servano per promuoversi con un velo di arrogante snobismo su giornali, tv o alla Borsa di Londra, ma per creare vera democrazia e progetti per il bene comune. Assenti ingiustificati, ma anche questa non è più una notizia, i politici abruzzesi.

Osservando Piazza Navona e Fontana di Trevi, Maria Rita D’Orsogna, al tramonto di questa giornata comunque storica, mentre al cellulare rispondeva paziente a numerose interviste, ha sussurrato:
Dal passato abbiamo ereditato senza merito tutta questa Bellezza,
noi cosa lasceremo alle generazioni future?
”.


 

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