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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Impronta ecologica: una casa che consuma come una lampadina
post pubblicato in Ambiente, il 28 maggio 2010

 

di Hermes Pittelli ©


 Uno degli argomenti più gettonati dai negazionisti del climate change riguarda le ‘insostenibili comodità’ che il mondo occidentale considera ormai acquisite per diritto divino.
Il riscaldamento, la doccia calda, l’illuminazione artificiale, il condizionamento, il trasporto privato.
Il Professor Giorgio Nebbia docente emerito di Merceologia all’Università di Bari da tempo sostiene la necessità di progettare e costruire una nuova economia, equa sostenibile amica dell’ambiente; in grado di permetterci di continuare ad usare gli agi del progresso tecnologico, ma in modo intelligente, senza annichilire le risorse del pianeta e senza devastare gli ecosistemi.

“Senza petrolio, carbone, nucleare torneremmo all’età della pietra. le nostre case resterebbero al buio e sarebbero gelide d’inverno e bollenti d’estate”. Quante volte abbiamo udito intonare questo leitmotiv da classi politiche senza cultura, senza visione del futuro, legate da vincoli clientelari ai cavalieri dell’apocalisse che prosperano con questi business?

Per queste yes people prezzolate le fonti pulite e rinnovabili costituiscono un’eresia, un’ideologica e acefala adesione ‘ad un ambientalismo di tendenza sinistroide’.

Come se l’integrità dell’ambiente da cui dipende in massima parte la salute degli esseri umani fossero tormentoni di una fazione politicante da estrarre o riporre in un cassetto a seconda delle stagioni e delle convenzioni elettorali. Già solo questa tesi fornisce l’indice di qualità sulle persone cui affidiamo la gestione del bene comune in Italia.

In California, dove difficilmente si trovano 'integralisti rossi', i candidati alle elezioni inseriscono nei propri curricula e nelle proprie schede di presentazione la qualifica di ‘ambientalista’ come un vanto e un punto d’onore.

Non sentiremo mai un qualunque politicante italiota di bassa lega o di frequentazioni romane parlare ad esempio di risparmio di combustibili fossili, di strategia energetica combinata tra efficienza e produzione da fonti rinnovabili. Nessuno di questi figuri (né la cricca degli pseudo scienziati che per tornaconto bancario spaccia falsità e disinformazione ai cittadini) dirà mai che evitare di bruciare combustibili fossili non solo ci aiuta a difendere il clima del pianeta, ma contribuisce a rendere più ricchi sia i cittadini, sia le imprese. Ma forse il problema è proprio questo.

Limitiamoci agli sprechi di energia. Nel 2005 (giusto per avere un dato di riferimento) sono costati all’economia globale più di mille miliardi di dollari: una cifra folle. Con la quale, invece di surriscaldare l’atmosfera terrestre e creare minusvalore economico, avremmo potuto rispettare l’ambiente e risolvere i problemi dei nostri fratelli tagliati fuori dall’accesso all’acqua potabile, costretti a sopravvivere con meno di una ciotola di riso al giorno e senza neppure una vaga speranza di servizi sanitari minimi. Alla faccia delle ipocrite campagne dei parrucconi plutocrati dell’Onu, della Fao e dell’Oms.

La classe dirigente di questo bislacco paese chiede sacrifici sempre ai cittadini che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo, poi magari fa cassa concedendo favori a grandi evasori e palazzinari, attraverso scudi fiscali e condoni edilizi mascherati.

Perché non progettare piani edilizi ecosostenibili, a basso impatto ambientale e alta efficienza energetica?
Ristrutturare gli edifici dei nostri centri urbani con questi criteri rappresenterebbe un impulso economico per cittadini e imprese.
Come sarebbe sensato scrivere una legge che preveda l’obbligo di costruire nuove case, palazzi, centri residenziali adottando questi criteri.

Negli Usa, a Snowmass, in Colorado, un certo signor Amory B. Lovins, ha costruito la propria casa dopo averla progettata da cima a fondo, in modo molto puntiglioso e preciso.
C’è da rilevare che da quelle parti l’inverno è piuttosto rigido: la colonnina di mercurio può scendere fino a 44, 45 gradi Celsius sotto lo zero.
Eppure mister Lovins non ha voluto in casa sua alcun tipo di impianto di riscaldamento convenzionale. Un folle?
Considerato che lui, la sua famiglia e il suo cane godono di ottima salute, bisogna escludere questa ipotesi.
Il signor Lovins in effetti è uno scienziato, laureato in Fisica e fondatore del Rocky Mountain Institute, organizzazione di studiosi che propone una nuova rivoluzione industriale basata sui dettami della green economy.
Ma non si è affidato a nessuna magia con l’aiuto di Gandalf o Merlino, né all’uso di tecnologie avanzatissime ancora sconosciute al resto della razza umana, nè ad incredibili incontri ravvicinati con i parenti di E.T.
Il tetto dell’abitazione è isolato con circa 30 cm di schiuma poliuretanica; le pareti in muratura sono spesse 40 centimetri e contengono un’intercapedine di 10 cm contenente ancora la stessa schiuma.
Le finestre a doppi vetri sono dotate di tre pellicole trasparenti colme di gas cripton isolante, come se alle stesse finestre fossero fissati dagli 8 ai 14 strati di vetro.
Un ottimo sistema di ventilazione dell’aria in sinergia con questi accorgimenti consentono di superare le perdite di calore di circa l’1% rispetto al calore prodotto dalla luce solare, dalle apparecchiature e dalle altre persone che abitano all’interno. Sembra quasi un racconto ai confini della realtà, ma Mr. B. Lovins compensa questa ‘falla’ del sistema giocando un po’ con il cane (azione che genera 50 watt e raddoppia fino a 100 watt lanciando una pallina al simpatico quadrupede).
Sono infine stati implementati dispositivi per risparmiare il 50% di acqua, il 99% dell’energia necessaria a riscaldarla, il 90% dell’elettricità. Sul tetto della casa sono montati pannelli solari che generano da 5 a 6 volte l’energia necessaria alla casa, mentre l’eccedenza viene venduta al gestore della rete elettrica.

La casa di Mister Lovins consuma poco più di una lampadina da 100 watt (solo per dare un'idea, visto che nell'area Ue le classiche smerigliate sono state messe al bando dal I settembre 2009).

Piccolo particolare da rivelare a quanti sproloquiano di ritorno alla preistoria senza idrocarburi e senza cemento: questa abitazione è stata costruita nel 1984.


Fonti:
Le Scienze, Rocky Mountain Institute
Storia della Scienziata americana che sconfisse (forse) le trivelle
post pubblicato in Ambiente, il 27 aprile 2010


Intervista esclusiva alla Professoressa Maria Rita D’Orsogna
(I parte)



di Hermes Pittelli ©


 Quindici ottobre 2007: tutto comincia in questa data.
E’ il giorno in cui la vita della Professoressa Maria Rita D’Orsogna si sdoppia. Laureata in fisica, docente di matematica applicata presso la California State University at Northridge di Los Angeles, una lontana origine abruzzese (madre di Ortona, padre di Lanciano, emigrante di successo nel settore edile a New York), ha cominciato quasi tre anni fa la sua battaglia contro la petrolizzazione d’Abruzzo.

D. In Abruzzo si vivono strani giorni. Domenica 18 aprile 5.000 cittadini abruzzesi hanno sfidato la pioggia a San Vito Chietino per dire no al petrolio e sì alle energie rinnovabili. Sono arrivati a cavallo, in bicicletta, in treno sulla linea Sangritana. Ma la politica locale, salvo splendide eccezioni (i sindaci di Pineto e Silvi, ad esempio) latita. E il governatore Chiodi, dopo aver varato una legge incostituzionale e fuori tempo massimo sulla scadenza della moratoria anti trivellazioni, oggi dice che la situazione è trasparente e queste manifestazioni sono manovre dell’opposizione per creare scompiglio. Lei cosa pensa osservando tutto questo dalla California?

R. "Contenta per la manifestazione, alla quale purtroppo non ho potuto partecipare causa Giove Cinereo (la nube vulcanica islandese, n.d.r.) ma cauta per quanto riguarda la politica abruzzese. 
Ho pochissima stima dei membri della giunta regionale, compresi Daniela Stati (assessore all'Ambiente), Mauro Febbo (assessore alle Politiche agricole) e Gianni Chiodi (presidente della Regione) che si sono dimostrati davvero antidemocratici in molte occasioni.

Penso alla legge regionale che avrebbe dovuto proteggere l’Abruzzo dal petrolio. Una legge palesemente incostituzionale, arrivata in fretta e furia, un attimo prima che scadesse la moratoria anti trivelle, bocciata dalla Corte Costituzionale.
Una legge in cui si parla di “divieto di estrarre oli combustibili”. Frase senza senso. Gli oli combustibili sono un derivato industriale del petrolio e non si estraggono. Perché c’è così paura di usare la parola idrocarburi? Forse perché è troppo assoluta? Si parla di divieto di prima raffinazione. E la seconda? Quella la accettiamo invece?
A me sarebbe piaciuta una dicitura del tipo: “Su tutto il suolo regionale è vietata qualsiasi attività collegata allo sfruttamento di idrocarburi, incluse - ma non solo – l’esplorazione, l’estrazione, il trivellamento, la coltivazione, lo stoccaggio, e il raffinamento a qualsiasi stadio di idrocarburi, fra cui oli pesanti e leggeri, gas e sabbie bituminiche”.

Non sono un legislatore, ma io pretendo chiarezza: in modo che tra due, cinque, dieci anni non ci sia qualcuno che trovi “nuove interpretazioni” alla legge. Allo stesso modo, occorre proteggere il mare, ed essere sicuri che tutte le zone di terra siano protette, non solo le aree speciali. Non ha senso proteggere sei aree, come la regione propone, se poi si può trivellare a cento metri da queste aree.

Ancora, si è deciso di proteggere i vigneti. Ma chi classifica le aree protette e i “vigneti”? Se uno acquista un vigneto – come per esempio ha fatto l’ENI ad Ortona per costruirci la raffineria – e poi decide di spiantare la vigna, quella zona è ancora protetta? Chissà.
Non sarebbe stato meglio scrivere, senza possibilità di fraintendimenti, “tutto l’Abruzzo”?
La Regione ha avuto l’opportunità di scrivere una legge chiara, invece il testo prodotto - ai miei occhi anglosassoni almeno - appare qualcosa di molto astruso e che lascia spazio a molte ambiguità.

Credo che in questi mesi noi tutti attivisti abbiamo dimostrato di essere molto più intelligenti di tutte le furbizie proposteci dalla giunta regionale. Ricordo la proposta di legge di Mauro Febbo dove per rabbonire la popolazione, si proponeva di spartire più diffusamente i proventi economici delle estrazioni fra le cittadinanze coinvolte, invece che vietarle. Come se la salute avesse un prezzo! Ricordo che Daniela Stati a tutt’oggi non ha detto nulla di concreto sul petrolio – ed è l’assessore all’ambiente in cui vivono un milione di persone. Ricordo che Gianni Chiodi a Cupello promise che quei pozzi su una cartina ministeriale non si sarebbero mai materializzati, come per magia.
Oggi quella cartina esiste ancora al ministero per sviluppo e le attività produttive; spuntano nuovi progetti come quello di trivellare un territorio particolarmente fragile come il lago di Bomba.
Chiodi però continua a sostenere che la situazione è trasparente e manifestazioni come quella di San Vito sono solo manovre dell’opposizione per creare confusione.

Come si può avere fiducia di queste persone?
In questi mesi non hanno mai chiesto la partecipazione dei cittadini e degli ambientalisti alla stesura di questo testo. Poi penso alla dicitura “estrazioni di oli combustibili” e capisco da sola.

Ma la domanda più difficile è: se non ci fossero stati gli attivisti, la regione si sarebbe mai anche solo posto il problema delle estrazioni di petrolio in Abruzzo?


A 23 anni, dopo la laurea conseguita a Padova con 110 e lode e in tempi lontani dalla laurea breve, dopo due master conseguiti con il massimo dei voti (uno nel Maryland, uno in California) la Prof. D’Orsogna ha deciso di stabilirsi Oltreoceano. Da sola e senza alcuna garanzia alle spalle. Oggi, l’impegno contro la deriva petrolifera della ex regione più verde d’Europa, unitamente alle lezioni in ateneo, non le lasciano più nemmeno il tempo di dedicarsi al volontariato o coltivare la passione per la recitazione con il suo gruppo teatrale.
Anche perché nel frattempo, la sua fama di paladina dell'ambiente è divenuta nazionale e sempre più spesso risponde agli appelli di soccorso lanciati anche da altre regioni esposte all'attacco di 'Big Oil' (es: Lombardia, Veneto, Puglia)
 


(San Vito Chietino, 18 aprile 2010; manifestazione No petrolio, sì energie rinnovabili. Foto per gentile concessione di Marzia Ferrante ©)


D. Riavvolgiamo il nastro. Come è nata la sua resistenza scientifica, civile e ambientale contro la deturpazione dell’Abruzzo?

R. "E’ nata per caso. Da una telefonata con un amico di Lanciano, appunto il 15 ottobre 2007, in cui mi si diceva di un non meglio specificato “centro oli” per Ortona e che addirittura avevano trovato il petrolio in Abruzzo. Non ne sapevamo quasi niente nessuno dei due. Dopo quella telefonata, ho iniziato ad indagare, avevo un sentore che c’era qualcosa di sbagliato e che occorreva andare a fondo, capire, studiare la faccenda. All’inizio le persone più vicine a me, mi hanno affettuosamente suggerito di lasciar perdere: vivevo troppo lontano, era stato già tutto deciso, l’ENI è potente. Forse conoscendomi, sapevano che mi ci sarei gettata anima e corpo.
E invece no. Ho voluto capire e una volta capito, ho sentito il dovere di dirlo a tutti e di cercare di fare quello che potevo affinché l’Abruzzo non diventasse un campo petrolifero. Questo a prescindere da dove vivessi e quanta energia mi sarebbe costata. Ho contattato il primo comitato spontaneo sorto in difesa del territorio – il Comitato Natura Verde – e da lì sono partita. In questi due anni il movimento si è allargato, sono nati altri gruppi, e molti sono stati i singoli che hanno deciso di lavorare. E’ nata così Emergenza Ambiente Abruzzo, dove non c’è un presidente, uno statuto, regole e cosi via.
Tutti mettiamo quello che possiamo in termini di competenze, di tempo, di energie.

Abbiamo creato qualcosa di molto bello: se ci pensa, siamo riusciti a rivoltare l’opinione pubblica in tutta la regione, ciascuno mettendoci il proprio tempo, le proprie competenze e senza nessuno sponsor politico, economico. Siamo stati guidati solo dal nostro idealismo.
Nel corso dei mesi ho conosciuto e lavorato con tante persone eccezionali: Fabrizia, Giosuè, Lorenzo, Antonio, Assunta, Danilo, Ines.
E’ stata molto bella anche l’amicizia e la sintonia che si è creata fra noi.

Ballata del mare salato: Ettore il pescatore e il Golfo di Vasto
post pubblicato in Ambiente, il 14 aprile 2010


(foto per gentile concessione Pamela Piscicelli © )

Ode all’Abruzzo, Tibet d’Europa in lotta contro la petrolizzazione.
Per salvare il proprio patrimonio di ecosistemi e biodiversità, per tramandare alle generazioni future una regione ancora verde, dicendo no alla intollerabile schiavitù degli idrocarburi che seminano distruzione e malattie e optando per le fonti di energia rinnovabile.


di Hermes Pittelli ©



Navigavamo orientandoci con le stelle, oggi abbiamo il gps”.
Alba sul golfo di Vasto (provincia di Chieti, Abruzzo), Ettore Primiceri, pescatore per scelta, da 20 anni una vita legata a doppia nodo con questo tratto di Adriatico, con questo ecosistema marino, si prepara a salpare.
Se lo avesse conosciuto Hugo Pratt, ne sarebbe rimasto affascinato e magari avrebbe creato il personaggio di Ettore, detto Corto Vastese.
Avvolto in una foschia portata dallo Scirocco, inalando salsedine e iodio, mette in moto la sua barca da sei metri, con l’ansia e l’incertezza di sapere se anche in questo nuovo giorno che nasce dalle onde, il mare ha dispensato pesce con generosità nelle sue reti gettate a 2 miglia e mezza dalla costa.
Un’arte antica, di fatica e sopravvivenza, un lavoro in armonia con la Natura, da parte di un uomo che rispetta tempi esigenze e modi della biodiversità marina, ma sa apprezzare l’aiuto offerto dalla tecnologia.
Come il navigatore satellitare o il motorino collocato sul lato destro della prua per issare a bordo le reti.
Fino a 2 anni fa lo facevo a mano, oggi devo tutelare la schiena, quindi mi sono rassegnato a utilizzare questo strumento che fa un baccano snervante e spezza il silenzio d’oro che c’è in mezzo al mare, ma mi evita di spezzarmi la colonna vertebrale”.

Il Times ha definito l’Abruzzo il Tibet d’Europa, indicandolo come una delle 10 avventure imperdibili nell'arco dell'esistenza, una meta da visitare senza indugi.
Pochi speculatori senza scrupoli hanno però in mente un futuro diverso per questa terra, senza rispetto per la storica vocazione naturalistica, agricola, marittima e turistica in nome di una falsa modernità che passerebbe attraverso una criminale devastazione a base di estrazione e raffinazione di idrocarburi.

Il mare per me è la mia vita – racconta Ettore mentre dopo essere rientrato raccoglie dalle reti il risultato di una fatica che non si conclude mai – sono sempre stato nel mare: quello che decide il mare va sempre bene, quello che crede di decidere l’uomo, no”.

Quest’uomo che sul volto abbronzato mostra con fierezza le tracce di più di qualche maretta, confessa con candore che c’è chi soffre di mal d’Africa, mentre “io soffro di mal di mare, nel senso che non riesco a starne lontano per più di una settimana, poi mi assale la nostalgia”.

Ho interrotto una tradizione familiare di lavoratori impiegati in fabbrica o attività del genere. La mia scelta di diventare pescatore è stata accolta quasi come una tragedia. Ha destato scalpore e smarrimento, pescare non rientrava tra le aspirazioni che i miei familiari speravano per me. Forse perché esisteva ancora il mito del posto di lavoro sicuro e garantito. Anche se oggi, forse, sto più tranquillo io. Ma in me il richiamo del mare è più forte di tutto, ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e non ne sono più uscito”.

Ettore è consapevole della minaccia petrolifera che rischia di distruggere in poco tempo i sogni e i sacrifici di una vita. Se davvero si realizzassero tutto queste installazioni petrolifere di cui si parla, purtroppo non abbiamo metri di paragone per valutare davvero quale sarebbe l’impatto, ma io credo potrebbe accadere… l’infinito. Nel senso che il mare potrebbe essere davvero devastato e subire dei danni irreparabili”.

In realtà, purtroppo, sappiamo già quale devastazione ambientale possono causare i frequenti incidenti che coinvolgono petroliere, piattaforme e raffinerie sia galleggianti, sia sulla terraferma. Le cronache di questi disastri sono ormai quasi quotidiane.
Ma per uno dei pochi pescatori ancora all’antica (non quelli industriali che se ne infischiano delle regole e degli equilibri dell’ecosistema marino, utilizzando reti a strascico e depredandolo come fosse una sorta di pozzo di San Patrizio) è inconcepibile anche solo ipotizzare simili follie criminali.
Il pericolo rappresentato dalle multinazionali dell’oro nero “è per molti versi sottovalutato. Sia dai miei colleghi, sia dalla gente. Perché forse non si parla della questione in maniera adeguata, perché forse non si sensibilizza abbastanza. E perché forse molti lo considerano un problema che non li riguarda, perché tanto è in mare e non sulla terraferma. Infatti, la vicenda è stata presentata come se tutto girasse attorno al centro oli di Ortona. Ma le piattaforme in mare farebbero guasti ancora peggiori, metterebbero a repentaglio il paesaggio, il turismo, la vita di quanti come me vivono solo di questo regalo della Natura”.

Non entro nel merito dell’azione della politica locale. Però già il fatto che si informi poco e i cittadini siano poco sensibilizzati sui rischi, la dice lunga sull’impegno di chi amministra questi territori e questo mare. E poi i petrolieri sono molto bravi a fare tutto in silenzio. Se mettono le piattaforme, poi non se ne vanno più”.

Ettore è uno scrigno vivente di racconti sulla bellezza e sull’importanza del mare.
L’anno passato, non so per quale ragione, questo tratto di costa è stato spesso meta di numerosi esemplari di tartarughe.
Alcune sono rimaste impigliate nelle nostre reti, non per cattiveria nostra. E’ capitato anche a me, ma ancora oggi ho la gioia nel cuore perché quella tartaruga è sopravvissuta. Era un esemplare davvero grande e credevo fosse morta. Ho tentato di issarla a bordo perché comunque volevo avvisare le autorità marittime del ritrovamento di questo esemplare. Magnifico, era addirittura etichettato, veniva da Tunisi: pensa che viaggio ha fatto! Non sono riuscito a caricarla, era pesantissima. Ma forse afferrandola per le zampe posteriori e tenendola in verticale – oh, non lo so, non sono veterinario – l’acqua è uscita dai polmoni e dagli organi interni. Allora ho deciso di aspettare i miei colleghi per farmi aiutare, ma intanto l’ho rimessa a pancia in giù, perché era pure rovesciata. Quando finalmente l’abbiamo tratta a bordo, abbiamo visto che muoveva la testa ed è cominciata una festa bellissima. Una cosa incredibile, era morta e l’abbiamo vista resuscitare!”.

Corto Vastese ama il ‘suo’ mare. I piccoli crostacei e le piccole razze sono lasciati liberi di continuare a sguazzare ancora nel regno di Nettuno. Ettore non abusa mai della generosità del continente sommerso e rispetta i periodi di ferma.
E’ giusto che i pesci abbiano il tempo di riprodursi. Io poi credo che sia meglio pescare meno, ma pescare tutti. Qui siamo in 6 a fare questo lavoro, poi da Vasto Marina fino a Punta Penna ci saranno altri 10 colleghi”.

Ettore sa che non esiste alcuna garanzia di sicurezza per quanto concerne le piattaforme del petrolio. “Errare è umano. Come si può dire che queste installazioni sono sicure al 100%? E’ lo stesso discorso dei cataclismi. Se si dovesse verificare un cataclisma naturale, poi come la mettiamo?”.
Qualcuno sta pianificando un futuro petrolifero per la ex regione più verde d’Europa, un connubio strepitoso di biodiversità e ecosistemi, sul baratro di un avvelenamento che durerà secoli, solo per raschiare il fondo del barile degli idrocarburi.
Qui, un tratto di mare dove ti può capitare di uscire a pesca e essere lietamente scortato da famiglie di delfini, qui dove vivono anche cormorani e transitano le tartarughe giganti. Qui dove esiste un’area protetta (almeno in teoria) di ripopolamento ittico.

Ettore esprime in modo schietto la sua visione del futuro: “Se passasse la petrolizzazione, non vedo una situazione rosea. Permettimi una battuta: con il petrolio, il futuro dell’Abruzzo lo vedo… nero”.
Né amministratori, né presunti imprenditori o industriali possono intonare il trito ritornello dell’ingenuità ambientalista, quando non del catastrofismo disfattista (evergreen – definizione volutamente ironica – rispolverato dal presidente del consiglio).
Solo chi per tutta la vita si è confrontato giorno dopo giorno con questa terra e questo mare può parlarne con cognizione di causa. Non si possono affidare decisioni sulle sorti di una regione a chi è totalmente scollato dalla realtà e, blindato in una stanza chiusa, si preoccupa solo di realizzare business politico ed economico.

Ettore Primiceri legge, si informa, comprede, riflette. E propone
Questo Golfo di Vasto è qualcosa di eccezionale, di paradisiaco. E allora perché non cercare di lasciarlo così, di preservarlo? Ma non per restare all’età delle caverne, ma per consentire a chi verrà dopo di noi di continuare a godere di qualcosa di naturale, di infinito che è difficile trovare da altre parti in condizioni ancora così buone. Salviamo questa zona, perché imbruttire o distruggere un così grande regalo?
Siamo tutti schiavi del petrolio, ma dovremmo cominciare a pensare a energie alternative.
Magari, ma è sempre una mia opinione personale, non il nucleare!

L’amore per la bellezza della Natura, il rispetto per l’Ambiente e in sostanza per la Vita, ci dovrebbero trasmettere l’amore e il rispetto per la legalità e le regole.
Il privilegio di trascorrere una giornata nella vita di Ettore il pescatore ci insegna ad amare il mare, a rispettarlo e proteggerlo.
La tempra morale ed etica di questo 'Corto Vastese' ci fa capire una volta di più quanto la politica locale e nazionale sia estranea e aliena, allergica alla realtà del Paese.
Ma la fatica quotidiana di Ettore, la sua stessa vita dedicata all'ecosistema marino, ci concedono uno spiraglio di ottimismo.
Peccato solo che lui, 'malato di mare', non abbia alcuna intenzione di abbandonarlo nemmeno per un istante, per fornire qualche lezione alla pseudo classe dirigente di un’Italia smemorata e incurante dei suoi veri tesori.

Italia, massa all'ammasso
post pubblicato in Diritti, il 14 aprile 2010

 
di Hermes Pittelli ©

 
 Ieri mi è capitato tra le mani il libro 'Massa e Potere', di Elias Canetti (il geniale autore di 'Auto da fé').
mi è venuta la curiosità di capire l'origine etimologica di 'massa'.
perché conoscere il vero significato delle parole è lo strumento più formidabile per capire la realtà; e non farsi raggirare dal leviatano, dal nuovo dio pagano uno e trino costituito da potere economico, politico, mediatico.
ebbene, il termine ci è stato tramandato dai soliti antichi greci: maza, ovvero 'impasto', 'pasta'. Materia manipolabile, malleabile.
per immediata associazione di idee, mi è venuto in mente che uno dei grandi problemi di questo paese avviato ad un declino tragico e inarrestabile, consiste nella trasformazione del popolo dei cittadini in 'massa'.
Constatare che siano bastati 20 anni di culi e tette in tv per ridurre le nostre menti ad un livello pre-primordiale, aggiunge tristezza a tristezza.

Ci stiamo consegnando inermi al leviatano di cui sopra: stiamo cedendo i nostri diritti democratici, repubblicani, i nostri territori, le nostre vite, il futuro e le vite delle giovani generazioni ad una brutale arretratezza, come non si riscontrava dai secoli oscuri del Medio Evo.
Basti riflettere su un fatto significativo: mentre perfino la Cina investe sulle fonti di energia rinnovabile, l'italia manda in Europa documenti partoriti dal nostro senato con cui mette in dubbio i mutamenti climatici da inquinamento e esorta un ritorno all'obsoleta e letale economia basata su carbone e petrolio. Per tacere del nucleare.

E il leviatano si permette anche di aggiungere al danno la beffa, spacciando la regressione per 'modernità e riforme'.
FINCHE' C'E' ENI, CI SARA' ENERGIA...
post pubblicato in Società&Politica, il 30 giugno 2009

Una promessa o una minaccia? La frase è una citazione da uno spot Eni del 1989. Nel frattempo, la società fondata dal corruttore onesto Mattei non ha mai smesso di fare danni, in Italia e nel mondo. Eppure gli agnostici investitori italiani, ottenebrati dall’ignoranza e da aggressive campagne di marketing, premiano il mostriciattolo a sei zampe esaurendo a tempo di record il bond da 2 miliardi di euro. Per la gioia dell’eroico ad Scaroni

 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 Potenza di uno spot e tanta ignoranza. Eni chiude addirittura in anticipo la collocazione sul mercato italiano del bond da due miliardi di euro.
 
Lo spot. Massimo Ghini, volto ‘televisivo’ di Mattei, esce da una casa mostrando il simbolo dell’Eni stampato su un foglio bianco e con voce stentorea comincia il racconto: “Il sogno di Mattei era dare energia agli italiani”. Poi comincia un percorso idilliaco nel fantastico mondo Eni: passa davanti a degli scogli che delimitano un mare sfortunato nel quale in lontananza, mentre il sole sorge (o si affonda nelle onde, per lo sconforto), si staglia l’imponente sagoma di una piattaforma petrolifera. L’attore romano intanto ci dice: “Oggi quel sogno si chiama Eni, la più grande compagnia energetica italiana, presente nel mondo in oltre 70 paesi”. Breve pausa, Ghini passa davanti alla ricostruzione in studio di un candido ambiente familiare (quasi da Mulino Bianco, tanto per rimanere nell’incantato paese delle ipocrisie) e sussurra, accompagnando con gesto aulico: “E anche nella tua vita”.
Rapido passaggio ad un ambiente urbano notturno con vista su distributore di benzina Agip e Ghini, impietoso, incalza: “Un’azienda che guarda al futuro e investe nella ricerca per darti un’energia sempre più sostenibile...”.
Intanto, compare un poveraccio che con una cima nodosa trascina l’ultimo fondale dello spot (un campo con montagne alle spalle, dalle quali il benedetto sole tenta ancora di sorgere), Ghini ci guarda negli occhi e sfoderando il sorriso dell’uomo autorevole, che guarda con fiducia al domani e a cui affideresti la tua vita in caso di pericolo imminente, conclude la sua markettata pro Eni: “... E per continuare a crescere, insieme a te. Per questo oggi Eni ti offre le sue obbligazioni. Rimetti in circolo l’energia”.
 
L’offerta era valida dal 15 giugno al 3 luglio, ma come detto, le obbligazioni sono state letteralmente ‘ingurgitate’ dai risparmiatori italiani. Addirittura, a fronte di un bond pari a 2 miliardi di euro, la richiesta è stata stimata prossima ai 6 miliardi. Un successone, però...
 
Però, quanti tra gli investitori italici sono realmente a conoscenza di cosa sia Eni? Quanti si sono lasciati abbindolare dal marchio, dalle intrusive e persuasive reclame, dagli inviti pressanti e mediatici del governo ad essere ottimisti e a rimettere in moto l’economia (con consumi e investimenti. Resta il dubbio: ma se uno i soldi non li ha, li stampa come facevano Totò e Peppino nella ‘Banda degli onesti’?), senza capire e sapere in quale azienda hanno realmente investito i propri risparmi?
 
Il sogno di Mattei. Un uomo ambizioso, con intuizioni sicuramente notevoli nel campo del business, capace, pur di raggiungere i propri obiettivi, di scendere a compromessi (quelli di cui parlano sempre i dirigenti o gli stipendiati Eni, quando qualcuno fa notare i danni correlati all’estrazione e alla lavorazione del petrolio) con il potere o i potenti di turno. Non a caso, aderì al partito fascista.
Salvò l’Agip dal fallimento e la fece diventare una pietra fondamentale dell’Eni.
Le perforazioni petrolifere nella pianura padana non sono una tragica invenzione di oggi, ma una sua idea; la rete di gasdotti che attraversa il sismico suolo italiano è un suo progetto, l’apertura all’energia nucleare è ascrivibile sempre a lui; importanti concessioni petrolifere in Medio Oriente sono frutto della sua ‘abilità’ strategica, grazie alla quale strappò accordi commerciali addirittura all’Unione Sovietica (oggi il gas con cui arricchiamo Putin arriva fino a noi grazie al ‘tubo’ Eni).
 
Più di 70 paesi ‘godono’ dei benifici derivanti dalle attività di Eni. Non solo l’Italia (Gela, Augusta, Melilli, Priolo, Manfredonia, Falconara, la Basilicata, domani l’Abruzzo) l’elenco dei danni all’ambiente e alla salute umana è lunghissimo e si estende anche oltre i confini nazionali: Europa, Africa (accordo con l’Egitto per trivellare il Monte Sinai, Nigeria annichilita dall’inquinamento e dalla repressione violenta dei diritti umani; inutile varare campagne di restyling della propria immagine per favorire lo sviluppo socioeconomico degli agricoltori del delta del Niger, se prima costruisci infrastrutture sulle loro terre senza nemmeno chiedere permesso, se bruci l’idrogeno solforato senza nemmeno prima edificare i famigerati ‘centri oli’, ma direttamente nell’aria, se inquini fiumi e terre e distruggi ogni possibilità agricola e comprometti la salute umana), Russia, Cina, Afghanistan, Pakistan, Thailandia, India, Papuasia, Australia, America del Nord, Sud America (chiedete notizie dell’Ecuador); le bandierine del risiko espansionistico di Eni spuntano in quasi tutte le aree del globo.
 
Eni nella vita degli italiani. Tremonti & company annunciano incredibili riduzioni nelle bollette energetiche degli italiani, che però, chissà perché, continuano ad essere tra le più salate in Europa. Forse perché l’Italia non dispone attualmente di un progetto strategico relativo all’energia; intanto, il Congresso americano, pur tra divisioni e critiche, approva il piano Obama che prevede autonomia energetica grazie alle vere fonti rinnovabili (solare, eolico) e battaglia alle vecchie, inquinanti fonti fossili. Gli italiani non si fanno domande. Del resto, non pongono quesiti gli ectoplasmi che dovrebbero farlo per mestiere e deontologia, figuriamoci i proni cittadini comuni. Il commento tipico del suddito: “Se nei palazzi del potere hanno già deciso, noi non possiamo farci nulla”.
In Italia politicanti in combutta con multinazionali del petrolio spacciano alla gente la convinzione che trivellare tutto il territorio alla ricerca di gas e oro nero, costruire centrali atomiche e ‘termovalorizzatori’ sia la risposta alla nostra presunta carenza energetica.
 
Il futuro e l’energia sempre più sostenibile di Eni. Quale futuro? Quello toccato alla Basilicata, che ha creduto al miraggio di un destino di ricchezza da sceicchi arabi e si ritrova con un territorio devastato (parco della Val d’Agri inquinato per sempre, cancellata ogni coltura tipica e di qualità, niente più vino, niente fagioli Sarconi), un mercato immobiliare crollato con la gente che abbandona le case e fugge, zero turismo, un’immagine deturpata irrimediabilmente e la maglia nera nella classifica dell’economia regionale italiana.
Energia ‘più’ sostenibile? Una formula interessante, tipicamente italiota. Una forma di energia o è sostenibile, o non lo è, tertium non datur. Sostenibile, rinnovabile, non come quelle del nostro canagliesco Cip6 che recita “e/o assimilabile”.
Sostenibile con i pesci e le altre forme di vita marine che bioaccumulano mercurio? Sostenibile con l’uva (dimostrato da esperimenti scientifici degli anni ’70 nelle università californiane) che puzza di petrolio e spremuta origina un liquido nero, nauseabondo e tossico? Sostenibile come l’inquinamento che nei pressi dei pozzi scavati in Abruzzo nel 2008 in soli tre mesi è passato da basso a medio?
 
Continuare a crescere, insieme a te. Ecco il senso del lancio obbligazionario di Eni, la crescita. Naturalmente del proprio fatturato, anche se furbe formule di marketing fanno sognare ai clienti ricchezze da far impallidire Creso. Non può esserci crescita per i cittadini se l’ambiente viene annientato, se l’agricoltura è annichilita dall’inquinamento, se il turismo muore, se l’immagine del paese del sole del mare della cultura e del buon cibo viene deturpata da una fiammata che lascia nell’aria l’irrespirabile puzzo dell’idrogeno solforato, se la salute delle persone diventa una chimera.
Ancora il mito superato e fallimentare del Pil, della crescita continua e inarrestabile, la solita sporca filosofia economica che ha trascinato il Pianeta sull’orlo del collasso.
Obama aiutaci tu a rinsavire, a illuminare certe menti deteriorate.
 
Oltre il danno anche la beffa, Eni premiato “per lo sviluppo sostenibile”: il Foreign Policy Association (FPA) ha assegnato all’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, il ‘prestigioso’ (chissà perché quando si tratta di media stranieri o di associazioni con nome inglese, per i giornalisti italiani scatta in automatico l’aggettivo ‘prestigioso’) Foreign Policy Association's Corporate Social Responsibility Award.
Uffa, già la lunghezza del riconoscimento fa sospettare ad una bufala (alla diossina...); quando poi si scoprono le motivazioni del premio, la certezza diventa matematica.
Dunque, secondo questa FPA (organizzazione non-profit americana che si è posta l’obiettivo di far conoscere ai cittadini statunitensi le realtà socioeconomiche e politiche mondiali, incoraggiandoli a partecipare e contribuire ai processi di politica estera Usa) l’Eni si sarebbe distinto “nello sviluppo sostenibile e nella responsabilità sociale d’impresa”.
Dobbiamo sganasciarci dalle risate o abbandonarci ad un pianto fluviale ed inconsolabile?
Questa FPA, anche gli americani toppano di brutto, deve basarsi su fonti non troppo attendibili.
Paolo Scaroni è uno degli ‘eroi’ di Tangentopoli, uno dei martiri del giustizialismo perpetrato all’inizio degli anni ’90 dalle Toghe Rosse: arrestato per aver pagato tangenti al Psi del santo Craxi per conto della Techint, nell’ambito di un affare sulla centrale elettrica di Brindisi. Ha patteggiato davanti al Tribunale di Milano la pena di reclusione ad un anno e quattro mesi.
Poi, visto che in Italia essere condannati per tangenti non costituisce ostacolo a ricoprire ruoli in aziende pubbliche o semi-pubbliche, ecco il premio con la nomina ad amministratore delegato di Enel (presidente Piero Gnudi) su proposta del Tesoro. Addirittura il conferimento dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, firmata (ahi, caro nonno, che svista!) da Carlo Azeglio Ciampi, nell’ottobre del 2004 (governo Berlusconi; forse non per caso Scaroni detiene una piccola quota di azioni del Milan AC, grazioso omaggio del Cavaliere stesso).
Ma nel brillante curriculum di Scaroni figura anche il processo davanti al Tribunale di Adria per essere riuscito ad inquinare in modo irrimediabile il parco fluviale del Delta del Po ‘grazie’ alla centrale Enel di Porto Tolle. Sempre lui, imprenditore e manager senza macchia (d’olio) e senza paura, è fiero censore della miopia politica italiana (durante il governo Prodi, ndr) e dell’ambientalismo populista, fattori che ostacolano la realizzazione di grandi opere e soprattutto non consentono l’adeguato sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas e petrolio presenti nel sottosuolo del Belpaese. Incubo per fortuna finito grazie alle visioni energetiche rivoluzionarie di Berlusconi, Scajola e Prestigiacomo.
 
Ora, tralasciando per carità umana altri particolari, questo personaggio esporrà in bacheca il premio della FPA. Scaroni ha così commentato la notizia relativa al ‘prestigioso’ riconoscimento: “Siamo molto soddisfatti per il traguardo raggiunto. Il Foreign Policy Association's Corporate Social Responsibility Award rappresenta la prova concreta del forte impegno di Eni per la responsabilità sociale, da sempre parte integrante della nostra storia e della nostra cultura fin dai tempi di Enrico Mattei”.
 
Ah, già: Enrico Mattei, il grande corruttore dalla straordinaria onestà personale di cui sopra, paradigma perfetto degli eroi e dei simboli che storicamente piacciono alla società italiana.
 
Mattei-Scaroni-Eni, una grande storia italiana nel solco della tradizione.
 
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