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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Pordenonelegge, tra primati (non scimmie, record!) e insidie da gigantismo
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 2 ottobre 2015



di Hermes Pittelli ©


 Il battello a vapore era partito placido e in sordina, 16 anni fa, dalle rive di Portus Naonis.

Sbuffando  e abbrivando sulle acque del sacro fiume.

Un festival dei libri con gli autori nel centro storico di Pordenone?

Un progetto da pazzi. In un paese come l’Italia, in fondo alle classifiche europee per lettura di libri e quotidiani e con l’esplosione del preoccupante fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, laureati e masterizzati compresi. Una regione, il Friuli Venezia Giulia (rigorosamente senza trattino divisorio), nota più per l’attenzione ai bes (soldini) che alla cultura (sulla definizione del termine, potremmo discettare a lungo). Invece, sognare e progettare l’improbabile, si è rivelato il modo più efficace per realizzare l’impossibile, l'apoteosi del libro e della letteratura.

Alla fine della 16° edizione, Pordenonelegge registra con merito e legittimo orgoglio l’ennesima sfilza di primati numerici (non i nostri preistorici antenati o gli abitanti del Pianeta delle Scimmie): quasi 150.000 visitatori, anche da altre regioni del Belpaese e perfino dall’estero, nell’arco dei 5 giorni (dal 16 al 20 settembre), il 53% del budget complessivo coperto dai privati, gli amici della manifestazione abbonati prima ancora di conoscere il programma completo, le scuole che hanno prenotato gli incontri loro dedicati in poche ore on line (meglio di un concerto di qualche stella del rock!), 300 incontri giovani e forti, 460 autori, 40 palchi… Vi basta?

Il mio naturale istinto da polemista e bastian contrario, mi porterebbe a interpellare quell’ex ministro, auto proclamato genio dell’economia, che non troppo anni fa (maledetta memoria che ancora funzioni!), tra gli sghignazzi generali di allocchi e servi sciocchi, sibilò con sicumera: con la cultura non si mangia… Infatti, ogni euro investito in Pordenonelegge, ne restituisce sette (7) al territorio! Gli chiederei come potrebbe, dunque, spiegare questo miracolo che ogni anno si rinnova (meglio del fenomeno del sangue di San Gennaro, 19 settembre,quest’anno in contemporanea con la presenza di Maurizio De Giovanni, scrittore partenopeo, parte napoletano…) e non si verifica, magari con l’intercessione della dea bendata, una tantum: che vuol dire una volta soltanto e non una ogni tanto!

In mezzo al diluvio di complimenti, esiste però un rischio,quello della sindrome da gigantismo, quello del delirio di (onni)potenza che spesso è tipico delle ‘multinazionali’. Nonostante gli innegabili progressi registrati negli anni, non sempre gli esercenti (alcuni, la minoranza) del centro storico si sono mostrati all’altezza dell’evento. Una certa ‘timidezza’ congenita, una mancanza di savoir faire che stride, molto, con il livello della manifestazione e con la gentilezza, l’educazione, il garbo adeguati alle ‘vetrine internazionali’. Anche le schiere di fans ogni tanto cadono in antichi vizi italopitechi: il sedicente vip (vera incivile persona) o figlio di vip o amico/a di vip ha ancora oggi la tentazione di non attendere in santa pazienza il proprio turno in fondo alla coda… Si creano quindi quelle antipatiche e ignobili triple, quarte file parallele nelle quali trionfa solo il peggio della ferina natura sub umana. Sommersi da una valanga modernista di corsi inutili, suggerisco corsi obbligatori di educazione civica, da ripristinare con urgenza, nelle famiglie, nelle scuole, nelle sedi istituzionali.

Dal punto di vista artistico, soprattutto nelle ultime edizioni, ho notato che i ‘grandi nomi’, le ‘star’, i campioni del sold out, talvolta frustrano e tradiscono le grandi aspettative del pubblico (o, semplicemente, le mie...).

Qualche esempio dall'edizione conclusa pochi giorni fa: imbarazzante il confronto tra un noto anziano giornalista e scrittore (Corrado Augias, la cui ultima 'fatica letteraria' è stata 'bacchettata' anche da Vito Mancuso, sul quotidiano La Repubblica), ateo dichiarato, negli ultimi anni ‘ossessionato' dalla figura di Cristo e dal Cristianesimo e anche soli 5 minuti di dialogo con il biblista ed esegeta di chiara fama mondiale, don Renato De Zan; tenera la coppia Gamberale/Gramellini, accolta dal pubblico delle grandi occasioni per l’evento finale al Teatro Verdi, ma le parole scandite sul palco, sono ai più risuonate un po’ banali, tanto da lambire la noia cosmica; cosa dire poi dell’acclamato pianista Ramin Bahrami che si era proposto di spiegare Bach ai nostri virgulti? Ore di coda per accedere al convento di San Francesco, tra l’altro di sera illuminato dalla luce abbagliante di Alice (capace di declamare e cantare l’eretico Pasolini con la forza della classe e della semplicità), pazienza usurata per l’arrivo del 'divo' con mezzora di ritardo, che si concede per 40 minuti e fugge via, lasciando tutti con uno scherzo in chiave di sol (sòla,come direbbero disincantati i Romani)…

Dirottati su un ‘palco minore’ e presi un po’ sottogamba, gli incontri, eccellenti, tra Marco Santagata e Walter Siti, sulla rilettura romanzesca, appassionante e raffinata degli amori danteschi; e quello tra Pino Cacucci e Piero Colussi sugli sconosciuti volontari Irlandesi che, dopo essersi arruolati nell’esercito degli Stati Uniti, disertarono per difendere l’indipendenza e l’integrità del Messico dalla solita, vile aggressione espansionistica, mascherata da lotta per la libertà; eventi che avrebbero meritato attenzioni e riconoscimenti superiori. Sono forse effetti indesiderati, non emendabili, di un festival dei libri ormai cresciuto a dismisura.

Per questo, credo, proprio per scongiurare il rischio che la ‘Creatura’ sfugga al controllo delle menti che l’hanno creata e che da sempre la rendono viva e vitale, già dal 2016 sarà necessario ancora di più coinvolgere l’intero territorio provinciale e tutti i suoi Cittadini; le istituzioni e gli altri enti (la Fiera ha già inviato ampi e lampanti segni di disponibilità) e le altre forze culturali pronte a collaborare con i paladini di #Pnlegge: vanno in questa direzione e meritano lodi per capacità di visione e tempestività, la fondazione della Fondazione Pordenonelegge le alleanze con il Salone del Libro di Torino, con il Premio Lucchetta di RaiTre Friuli Venezia Giulia e con altri importanti festival europei che saranno suggellate nei mesi futuri; perché la vera forza e la garanzia di successo di Pordenonelegge, restano loro, le persone e soprattutto le teste di Valentina Gasparet, Michela Zin, Paola Schiffo, Alberto GarliniGianmario Villalta (citati volutamente in ordine sparso e senza le mostrine dei gradi…) e tutta la Compagnia naoniana del Libro che, ogni anno a settembre, rende Pordenone l’ombelico del mondo letterario.

Grazie, sempre e solo grazie.

 

 

Letteratura a fumetti, il coraggio di crescere con le nuvole parlanti
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 20 settembre 2012



'Fiato sospeso', graphic novel di Silvia Vecchini e Antonio Vincenti in arte Sualzo, non è un gioco da ragazzi. Insegna ai giovani, ma anche agli adulti, l’importanza di sapersi tuffare nel mare della Vita senza bolle di protezione. Per diventare grandi davvero.


di Hermes Pittelli ©


 Non più figli di un dio minore, né intrattenimento per bambini.
I Fumetti sono diventati adulti e soprattutto forma d’arte ufficialmente riconosciuta dalla Cultura.
Come ‘illustra’ Sualzo alias Antonio Vincenti agli schiamazzanti e indomabili ragazzi delle scuole medie pordenonesi, “il fumetto è un mezzo (medium), non un genere. Proprio come il cinema. Attraverso i fumetti si può creare letteratura”.
Non a caso, Sualzo e la scrittrice Silvia Vecchini sono gli autori dello splendido e fortunato graphic novel ‘Fiato sospeso’, vicenda di Olivia, ragazzina affetta da allergie che trova nel nuoto e nell’amicizia di Leo il coraggio di rompere la bolla protettiva costruita intorno a lei dalla madre, per tuffarsi nel mare imprevedibile, ma meraviglioso, della Vita.
Un autentico romanzo a fumetti nel quale la parola scritta e le immagini si fondono in un connubio armonico sorprendente ed efficacissimo. Particolare che non è sfuggito agli entusiasti piccoli lettori che affollano gli stand di Pordenonelegge.it (alcuni, critici letterari in erba per l’acutezza delle osservazioni, ndr) come emerge dalle centinaia di lettere inviate ai due creatori di questa storia.
Stabilita la differenza tra fumetto seriale (ad es: Dylan Dog, Topolino, eroi Marvel, Diabolik, quelli con appuntamento periodico in edicola e con caratteristiche sostanzialmente immutabili dei personaggi e delle vicende, ndr) e graphic novel (“i protagonisti si evolvono in un numero concentrato di pagine, di solito si tratta di un avventuroso viaggio di crescita”), certificata la dignità culturale delle nuvole parlanti, Sualzo e Silvia raccontano ai giovani fan la genesi di ‘Fiato sospeso’.



Silvia
: “Mi piace scrivere storie nelle quali mi sento completamente coinvolta, nelle quali mi ritrovo.
La vicenda di Olivia nasce da una duplice ispirazione. Si tratta di una storia reale perché mia figlia è affetta da allergia, anche se è molto diversa dalla protagonista. Mi incuriosiva capire e immaginare cosa sarebbe accaduto a Olivia una volta uscita inevitabilmente dalla sfera protettiva materna, crescendo. Anche mia figlia pratica il nuoto perché è l’unica attività sportiva che possa affrontare in relativa sicurezza. Io stessa da bambina ero allergica, la mia vita - come oggi la sua - poteva dipendere dall’intervento tempestivo di una persona sconosciuta. Da tutto questo è scoccata la scintilla creativa, capire cosa accade quando la bolla si rompe. E’ una legge di Natura, ad un certo punto la mamma smette di occuparsi del pulcino, è lui con il becco divenuto robusto a sufficienza a dover rompere il guscio per uscire nel mondo”.
Antonio/Sualzo: “Per creare la storia di Olivia, abbiamo utilizzato un procedimento molto simile a quello delle riduzioni cinematografiche dei romanzi. Di solito, per il graphic novel non si lavora così, ma ci si affida ad un meccanismo molto lungo e complesso”.
Silvia: “Ho scritto la sceneggiatura in modo molto più libero e agile rispetto a quelle tradizionali per il cinema o per il fumetto. Mi interessava molto più concentrare l’attenzione sui dialoghi e sui dettagli di piccoli oggetti in grado di creare l’atmosfera giusta per la vicenda. Era poi davvero emozionante osservare come scena dopo scena i personaggi prendevano vita e si muovevano attraverso i disegni di Antonio”.
Antonio/Sualzo: “Molti lettori hanno evidenziato l’aderenza perfetta tra il testo e i disegni. In realtà il disegnatore è sempre molto preoccupato per il risultato finale, è sempre preda del dubbio sulla propria capacità di riuscire a rendere graficamente il significato della parola scritta. Ci siamo riusciti per la grande sintonia tra noi, per il modus operandi che abbiamo adottato da subito. Per esempio, eravamo entrambi d’accordo che i colori non dovessero rispecchiare la realtà, ma adattarsi e comunicare l’universo emotivo dei personaggi”.

Silvia Vecchini e Antonio Vincenti/Sualzo hanno ottenuto l’obiettivo più gratificante. Le giovani Lettrici e i giovani Lettori si sono appassionati non solo al loro romanzo a fumetti, ma alla letteratura tout court, dimostrando un’intelligenza e una sensibilità rare nel cogliere le sfumature della delicata sfera emozionale di Olivia e Leo.
Saranno quindi non solo Lettori attenti e appassionati in futuro, ma Cittadini migliori e forse, chissà, nuovi autori a loro volta.
Come insegna Olivia, nel finale aperto della sua storia, la vera vittoria nella Vita non consiste nel raggiungere il traguardo per primi, ma nel coraggio di affrontare le sfide:
anche contro i propri limiti, anche quelle che ci lasciano con il fiato sospeso.

Buon compleanno, ‘Re Publica’
post pubblicato in Società&Politica, il 2 giugno 2010

(piccola preghiera laica)






di Hermes Pittelli ©


 Non comprendo perché il compleanno della Repubblica sia ancora celebrato con una parata militare.

Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra.

Ci esaltiamo per cingolati e strumenti di morte come fosse un retaggio del regime o un auspicio per un potenziale futuro sempre incombente, schegge di un passato che non riusciamo ad archiviare perché ancora non abbiamo fatto i conti con la nostra coscienza?

Questa grottesca sfilata mi fa pensare (parallelismo solo 'coreografico', per nostra fortuna) alle muscolari e tragiche esibizioni di geometrica potenza della Corea di Kim Yong Il o della Cina pseudo repubblicana,
colosso economico non democratico.

E se volessimo davvero bene agli uomini e alle donne che hanno scelto di indossare una divisa non li manderemmo a morire per proteggere gli interessi delle multinazionali.

Se volessimo bene a questa Repubblica non avremmo ministri pagati (lautamente) dai cittadini, pronti ad usare la bandiera come carta igienica e fieri di rappresentare una fantomatica nazione straniera.

Se volessimo bene alla nostra Repubblica non devasteremmo la sua Costituzione, la sua Natura, la sua Cultura, il suo Territorio.

Se amassimo la Repubblica, in tempi di crisi dovremmo amare ancora di più la Verità e la Legalità (presupposti di Libertà e Democrazia);

invece di tagliare dovremmo moltiplicare i finanziamenti alla Ricerca, allo Studio, all’Arte, ai Servizi sociali e alla Sanità.

Se amassimo la nostra Repubblica, fischieremmo un calciatore di serie A che, reso orfano dalla camorra, invece di condannare pubblicamente la criminalità organizzata e la violenza in genere, critica chi denuncia gli sporchi affari della malavita.

Se amassimo la Repubblica, pretenderemmo politici con tre sole caratteristiche: intelligenza, competenza, onestà.
Con quattro punti base di programma, indipendentemente dall’orientamento politico: acqua potabile pubblica, energia da fonti rinnovabili, cultura per tutti, lotta senza quartiere ad ogni tipo di crimine (dall’evasione fiscale, alla corruzione, all’associazione di stampo mafioso).

Buon compleanno mia amata, odiata Repubblica.
Incolpevole vittima delle colpe dei tuoi scellerati figli.

Ancora incerto se augurarti un'estrema catarsi dal morbo che ti affligge come quella che auspicava per Te il sommo Pasolini:
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”.

In un anfratto dell’anima in frantumi, spero ancora che sia Tu a guarirci:
libera nos a malo, se puoi,
Re Publica.

CLIMA, "INQUINARE MENO DA SUBITO: UN DOVERE DI TUTTI"
post pubblicato in Ambiente, il 7 dicembre 2009
 Intervista esclusiva al Prof. Giorgio Nebbia, docente emerito di Merceologia all’Università di Bari

Comincia il vertice di Copenhagen sui mutamenti climatici, ma sull’ambiente spira una brutta aria. “Le congregazioni di vapori” immesse nell’aria stanno aumentando in modo irreparabile la temperatura del pianeta, ma governi dei paesi avanzati, al pari di quelli in via di sviluppo non intendono rinunciare alle folli “comodità della società dei consumi capitalista”. Senza contare i lobbisti pagati per difendere interessi privati lontanissimi dal bene comune (vedi multinazionali). E con l’Italia a recitare il solito ruolo di nazione dei furbi…


di Hermes Pittelli ©


 Il cielo sta per crollarci sulla testa. Il Professor Giorgio Nebbia, docente emerito di Merceologia all’Università di Bari, saggista e ambientalista attivo e combattivo, ricorre alla metafora dei Galli inventati da Goscinny/Uderzo , quelli che resistono ancora e sempre all’invasore e che hanno paura di una sola cosa (che la volta celeste cada sulle loro teste, appunto), per ammonire l’umanità prossima al punto di non ritorno.
Se non vogliamo essere buoni per motivi ecologici, cerchiamo di esserlo almeno per motivi egoistici”. Tradotto, se non vogliamo rinunciare agli insensati agi della pseudo civiltà consumistica, facciamolo per preservare la nostra stessa vita. Non solo perché il modello economico capitalista, basato sull’esaltazione del massimo profitto e dello sfruttamento senza limiti delle risorse ci sta conducendo a un passo dalla catastrofe climatica, ma anche perché l’aumento dell’esclusione di fette sempre più larghe delle popolazioni della terra da questo “benessere” - popolazioni depredate delle loro risorse e del loro futuro - genera sempre più spesso uno stato di conflitti sanguinosi e permanenti.


Prof. Spira una brutta aria sul clima mondiale ?

R. Sì; le attività umane stanno immettendo nell’aria --- quella “congregazione di vapori” come la chiama Amleto --- una crescente quantità di sostanze che, oltre a causare danni alla salute nelle vicinanze dei luoghi di emissione, si disperdono in tutta l’atmosfera terrestre e stanno cambiando la temperatura del pianeta. Ciò è dovuto al cambiamento dell’equilibrio, delicatissimo, fra l’energia solare che entra nell’atmosfera e raggiunge la superficie della Terra, e l’’energia che la Terra, un corpo “molto caldo” a circa 15 gradi Celsius, rispetto agli spazi interplanetari circostanti (alla temperatura di circa –270 gradi Celsius) irraggia e perde nello spazio.
Tale delicato equilibrio dipende dalla trasparenza dell’atmosfera alla radiazione in arrivo e alla radiazione in uscita dalla Terra. Se, come sta avvenendo, cambia la composizione chimica dell’atmosfera e cambiano quindi le sue proprietà di trasparenza, all’interno dell’atmosfera, e quindi sulla superficie dell’intero pianeta, aumenta il calore intrappolato, come in una serra, e quindi aumenta la temperatura degli oceani, dei continenti, la circolazione delle acque; cambia, insomma, in peggio, il clima del pianeta.

Il vertice climatico di Copenhagen nasce sotto una cattiva stella. Il viaggio di Obama in Cina, con l’esclusione di un accordo sulle emissioni di CO2, lo rende già superato e inutile?

R. No, non sarebbe superato se servisse a far capire ai governanti della Terra, una volta tanto riuniti tutti insieme, apparentemente uniti dal fine comune dell’interesse del pianeta e dei suoi abitanti, quello che sta succedendo e i rimedi che si possono (e devono) prendere. Ci sono delle diversità di vedute fra i vari paesi perché i rimedi per rallentare le modificazioni del clima planetario costano dei soldi, spesso tanti soldi. Si tratta di modificazione dei cicli produttivi, delle pratiche agricole e forestali, di cambiamenti nel tipo e nella quantità di consumi; si tratta di sanare o attenuare ingiustizie sociali. I paesi ricchi inquinano di più perché sono ricchi e sprecano; i paesi poveri contribuiscono ai mutamenti climatici perché cercano di migliorare le loro condizioni di vita: tagliano le foreste per poter vendere legno e minerali, accettano industrie inquinanti per guadagnare qualche soldo. Una ragionevole proposta è che i paesi ricchi moderino il loro inquinamento e diano dei soldi ai paesi poveri perché producano legname e minerali e prodotti agricoli con pratiche meno inquinanti.

Lei, al convegno organizzato da Attac Italia sui cambiamenti climatici, ha definito “falangi” le delegazioni che marceranno sulla capitale danese. Si riferiva soprattutto a politici, portaborse e lobbisti. Può chiarire perché ? Può spiegarci per quale motivo i lobbisti sono ammessi a un tavolo di confronto sulla salute del pianeta?

R. Pare che a Copenhagen vadano migliaia di persone, alcuni al seguito delle delegazioni governative, alcuni per far sentire la richiesta di giustizia e di ambiente pulito dei cittadini della Terra, altri --- quelli che ho chiamato lobbisti --- per difendere gli interessi dei loro datori di lavoro. E si danno e si daranno un gran da fare per spiegare ai governanti che la situazione non è poi così grave, che forse i mutamenti climatici non ci sono, che non è colpa del petrolio o del carbone, che forse ci sono ma che non è colpa delle attività umane, che (se sono pagati dalle industrie) è colpa degli agricoltori; che (se sono pagati dagli agricoltori) è colpa delle industrie, e così via. Insomma cercano di attenuare i costi che ciascuno dei loro datori di lavoro teme di dover affrontare (se verrà imposta una limitazione delle emissioni di agenti inquinanti) per i cambiamenti della produzione, per cui le merci costeranno di più e se ne venderanno di meno. Tutto li. A questa gente del futuro del pianeta non interessa niente. Ci sono poi i lobbisti interessati a sostenere che i mutamenti climatici si possono attenuare se le loro aziende vendono più pannelli solari, o più motori a vento, o più centrali nucleari e che per tutte queste azioni virtuose gli stati devono tirare fuori dei soldi e darli ai loro datori di lavoro per contribuire al bene dei loro cittadini: insomma al fine della produzione di soldi a mezzo di ecologia.

Tutti i guasti ambientali sono dovuti a "cose buone": il riscaldamento nelle case, l’energia elettrica, i carburanti per i trasporti, l’energia per la lavorazione dei campi. Argomenti formidabili per negazionisti dei mutamenti climatici e per chi difende gli interessi delle multinazionali: Come ne usciamo? Cosa possiamo dire a quei cittadini “passivi” ormai assuefatti e dipendenti dalle comodità della civiltà capitalista occidentale schierati con chi sta portando il pianeta verso l’autodistruzione?

R. Si può spiegare che il “non fare”, il non prendere iniziative per fermare i mutamenti climatici si traducono in costi che dovranno pagare; i mutamenti climatici innescano azioni che costano: aumento di piogge che provocano alluvioni e frane e distruzione di case e strade e ponti, che costa ricostruire; innalzamento del livello dei mari che richiederanno costose opere di difesa delle città costiere, o abbandono di terre costiere; avanzata dei deserti con aumento del prezzo delle derrate agricole e quindi degli alimenti che troveranno nel mercato; perdita di profitti per perdita di turismo. Insomma, se i nostri coinquilini del pianeta Terra non intendono rinunciare alle comodità della “società dei consumi capitalistica” dovranno pagare sempre di più in futuro tali comodità, e in alcuni casi ne saranno privati, per la forza distruttiva della natura violentata dal loro stesso comportamento.

Lei ha definito l’emission trading un moderno mercato delle indulgenze. Può spiegare in breve a chi crede che il protocollo di Kyoto sia risolutivo per i guasti climatici quanto si tratti in realtà di un pallido palliativo?

R. Qualsiasi accordo fatto in buona fede può non essere un palliativo; non condivido la politica del commercio del diritto ad inquinare, secondo cui chi inquina emettendo anidride carbonica e gas serra nell’atmosfera, può “comprare” tale diritto da qualcuno che si impegna a inquinare un poco di meno; il dovere è di inquinare di meno tutti. Diverso è il caso in cui i paesi industriali si impegnano a risarcire con denaro il minore reddito di coloro che, nei paesi poveri, rinunciano a tagliare le foreste, a estrarre minerale, alle monocolture intensive, che finora sono spesso le uniche fonti di reddito, traendo lo stesso reddito, grazie ai soldi dei paesi ricchi, con pratiche di vita e agricole e forestali che conservano le condizioni ambientali che “non” generano gas serra. Questi impegni --- a inquinare di meno, a risarcire i paesi poveri perché evitino pratiche che fanno aumentare i gas serra --- dovrebbero essere il fine delle riunioni della lunga serie di incontri internazionali cominciata a Rio de Janeiro, continuata a Kyoto, ora a Copenhagen, eccetera

Intanto, l’Italia ostacola la ricerca sulle fonti alternative, incoraggia la costruzione di inceneritori e centrali nucleari, petrolizza regioni come l’Abruzzo autentici patrimoni ambientali e di biodiversità, privatizza l’acqua. A Copenhagen mandiamo un ministro dell’ambiente la cui famiglia è direttamente responsabile dei disastri petrolchimici nel siracusano. L’Eni e Scajola premono per l’interramento della CO2. Non sembriamo troppo credibili, né all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, giusto?

R. L’Italia avrà grossi problemi nelle discussioni di Copenhagen perché, per sofismi vari, ha fatto ben poco sia sul fronte delle fonti energetiche rinnovabili sia, soprattutto, per cambiamenti tecnico-scientifici e merceologici che dovrebbero limitare le emissioni di gas serra. La proposta di continuare a generare gas serra, a bruciare carbone e petrolio nelle centrali e nei forni, e poi di sotterrare l’anidride carbonica mi sembra un po’ come le massaie che invece di pulire nascondono la polvere sotto il tappeto. Del resto l’idea di far passare enormi quantità di gas di scarico delle centrali, contenenti pochi percento di anidride carbonica, in un sistema che separi l’anidride carbonica e poi di liquefare tale anidride carbonica e di spedirla allo stato liquido, o anche gassoso, a centinaia di chilometri di distanza e poi di immetterla nelle caverne sotterranee da cui è stata estratta acqua o gas naturale o petrolio, non risolve il problema perché ciascuna di queste operazioni richiede energia e, se si fa il conto, il costo in energia (cioè i chili di anidride carbonica prodotta) è maggiore della quantità di anidride carbonica che si fa “scomparire” e si mette sotto terra. A parte problemi geologici di tenuta dei serbatoi sotterranei. A mio modesto parere non è questo che l’Italia dovrebbe proporre come grande furbizia.

Professore, dobbiamo rassegnarci. O mutare i nostri stili di vita o scomparire. Concretamente, cosa dobbiamo fare da subito per salvare il pianeta e la stessa razza umana? Qualcuno ipotizza la necessità della scomparsa del capitalismo occidentale e della rivoluzione industriale per costruire una controrivoluzione o capitalismo verde. Ma come sempre i volponi del profitto agitano lo spettro della miseria: es. se non produciamo più auto, mandiamo sul lastrico gli operai.

R. Di certo il capitalismo come lo conosciamo è destinato a scomparire per lasciare il posto, se non a un sistema sociale più attento alle persone e all’ambiente, ad un capitalismo meno becero, riformato in cui l’attenzione al benessere prenda il poso dell’idolatria dei soldi. Se i paesi occidentali non accetteranno la transizione, tale transizione sarà imposta dalla pressione dei popoli emergenti. Il destino della sfrontatezza e dell’esibizionismo e del lusso del capitalismo fa venire in mente un famoso sonetto di Shelley che racconta di una gigantesca statua del faraone Ramesse, abbandonata semisommersa dalla sabbia nel deserto egiziano, sulla quale era incisa la frase: “Io sono Ozymandias, re dei re: guarda le mie opere o tu potente e sappi regolarti”. Ecco anche il potente capitalismo occidentale (e non solo occidentale, ormai) dovrebbe sapere quello che lo aspetta, deserti e alluvioni, se non cambia in fretta.

Professore, al bando le utopie. Ma per mutare, invece del clima, le pessime abitudini merceologiche e di consumo non solo degli occidentali ma delle economie emergenti, come possiamo intervenire? A chi spetta intervenire in modo sostanziale e pianificare questa vera rivoluzione copernicana?

R. Spetta a lei come giornalista, a me come (sia pure ex) insegnante, a chi può fare informazione e cultura; spetta a chi è capace di spiegare i rapporti fra merci e consumi e il mondo circostante, a chi riesce a propagandare valori come solidarietà, come capacità di guardare al futuro, di guardare il cielo come grande portatore di energia per le piante e la vita ma anche di veleni per la salute, al valore del silenzio; anche il chiacchiericcio consuma energia e immette gas serra nell’atmosfera.

Il poetamusico Vecchioni strega il vecchioborgo di Spilimbergo
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 29 luglio 2009
di Hermes Pittelli ©
 
 
 
Un concerto straordinario e atipico per chiudere l'edizione 2009 di Folkest.
Vecchioni anima sensibile e raffinata sa anche stupire. A modo suo, naturalmente.
Niente fronzoli, trucchi o raggi laser, fumi, chitarre distorte, batterie indemoniate. Cinque archi (2 violini, una viola, un violoncello,un contrabbasso), più un pianoforte, più una vocalist clarinettista.
Con questa insolita formazione, una vera grande orchestra in miniatura, il Professore milanese incanta una folta, e mai come in questa occasione passionale platea, con uno spettacolo di poesia in musica.
 
Ci sono i pezzi che il pubblico ama (Sogna ragazzo sogna, Luci a San Siro, Voglio una donna con la gonna, l'intramontabile Samarcanda...) ma soprattutto un progetto visionario che consente all'intellettuale Vecchioni di abbinare testi di 'canzonette' alle creazioni musicali di Mascagni, Puccini, Tchaikovsky, Rachmaninov... Intervallando i 'brani' con poesie di Gassman padre ('A Dio') e di Hikmet ('La vita non è uno scherzo'), e con battute agghindate da aneddoti di vita quotidiana (ho letto 2 geniali scritte sui muri: "Meglio ateo, che juventino"... "Chi sparge semi al vento, raccoglierà fiori sulla Terra"; formidabile la parabola 'evangelica' del miliardario Jhon e di Dio che lo convince a giocarsi - per fede - tutti i suoi averi a Las Vegas).
 
Un Vecchioni in forma strepitosa, generoso con il pubblico, ispirato dalla sua folle idea di registrare questo 'insolito' disco live (in uscita a Natale, ecco spiegata l'esecuzione estiva di una divertentissima 'Jingle Bells') qui a Spilimbergo, terra di confine di una regione di confine. Un omaggio e una sintesi della poetica stessa del Professore.
 
Il connubio tra sacro e profano, tra musica colta e testi di musica leggera che avrebbe causato a quasi ogni altro 'semplice cantautore' uno sconfinamento e un fragoroso tonfo nel ridicolo, nelle sapienti mani di Vecchioni si trasforma in una magia che rapisce, mistica e sensuale, le anime dei fortunati presenti all'evento.
 
Le quattro stagioni di Vivaldi (in realtà, tre - estate, autunno, inverno - più un movimento rossiniano, follia nella follia!) si trasformano in colonna sonora per un fatto di cronaca nera letto sul Corriere ed elevato a paradigma delle alterne stagioni che ogni essere umano attraversa nel breve arco della sua parabola terrena;
la 'patetica' di Tchaikovsky, composta - si dice - tra lacrime irrefrenabili per essere un 'contenitore' di ogni dolore umano, viene arditamente capovolta per dimostrare che la sublime armonia di queste note è perfetta anche con parole di pura gioia.
Vecchioni non eccede in protagonismo, cede la scena alla sua mini orchestra che lo ripaga (e manda in visibilio il pubblico) con una esecuzione magistrale e sunpatetica di un brano di Piazzolla.
 
Nella parte finale della rappresentazione musicopoetica, ecco l'incontro più sognato da Vecchioni, quello tra i suoi due supremi amori delle lettere e del pentagramma: Borges (con una 'sintesi' della lirica 'Istanti') e Rachmaninov (il 2° concerto per pianoforte, quello in do minore, un capolavoro universale).
Stravolto ma felice per essere stato accolto con benevolenza dalle Muse e dagli Dei, Vecchioni concede 2 bis e si congeda: "Buone vacanze a tutti!".
(A chi può permettersele, ovvio).
 
Chi ha potuto partecipare a questa serata, non solo custodirà nello scrigno della memoria e dell'anima le emozioni create dalla mente di Vecchioni, ma saprà sempre di essere stato attore e testimone 'consapevole' di un autentico evento di Cultura italiana.
Un bello schiaffo morale per i barbari ministeriali che armati con la scure dell'ignoranza vorrebbero ridurre l'arte e il sapere ad una banale questione di bilanci e produttività.
Affaire Balotelli, quanta ipocrisia!
post pubblicato in Divagazioni sportive, il 21 aprile 2009


(nella foto: tifoso interista durante l'era Moggi.
Fonte: Google Immagini)


di Hermes Pittelli ©


 Alle solite. Balotelli, vittima di cori e ululati razzisti durante l’insignificante Juve-Inter, diventa un affaire di stato, non solo di pseudo-sport. Soprattutto per coloro che hanno la memoria corta e un bell’armadio capiente pieno di scheletri; soprattutto per i tanti pigmei con la codona di paglia che ammorbano il calcio e il Paese.

Moratti, avresti ritirato la tua invincibile armata (ma in Europa e nel mondo conti come il due di bastoni a briscola) se fossi stato presente all’Olimpico di Torino, ma cosa hai fatto di concreto quando i tuoi amati e delicati ultras dileggiavano in modo altrettanto incivile il difensore ‘abbronzato’ (come direbbe il capo del governo) del Messina, Zoro (attualmente emigrato in un piccolo club portoghese)?

Dove erano i soloni del pallone nostrano (Abete, Matarrese, Campana... quali pulpiti) che ora chiedono la sospensione degli incontri per i cori razzisti quando le partite causavano i morti e i feriti negli stadi (episodi che tra l’altro continuano a verificarsi) e poi con il muso finto costernato proclamavano che show must go on?

In passato, nessuno ha mai scomodato il razzismo per bollare l’idiozia di pochi idioti. Periodicamente i media nazionali riesumano la storia del povero israeliano errante Rosenthal rifiutato dall’Udinese causa antisemitismo della Curva Nord; nessuno, nemmeno all’epoca, ha per esempio mai condannato tutti i tifosi del Napoli presenti al San Paolo durante una partita contro la Juve quando al malcapitato difensore bianconero Julio Cesar (brasiliano, anche lui ‘abbronzato’) mentre veniva trasportato fuori in barella, dagli spalti lanciarono di tutto: insulti, arance, lattine, bottigliette, monetine (le stesse che permisero al Ciuccio di aggiudicarsi uno scudetto).

Oggi è di moda la battaglia contro il razzismo. Fa audience, conferisce un’aura di rispettabilità, fa cassetta, permette vetrine mediatiche a costo zero e grande ritorno di immagine. Figuriamoci se i politicanti dello sport e quelli del Parlamento non la cavalcano, figuriamoci se i media nazionali, sempre sensibili al fascino del potere (vi farei ascoltare i commenti di certi giornalisti tifosi all’interno dell’intimità delle proprie redazioni), non si offrono spontaneamente come cassa di risonanza.

Anche la morale e l’etica sono ormai strumenti, da estrarre dal cassetto e lucidare solo quando fa comodo, solo quando c’è una convenienza da realizzare.

Materazzi per anni è stato bersagliato con lo stesso trattamento, eppure è italiano di carnagione bianca. Sissoko è nero, gioca nella Juve ed è uno degli idoli attuali del tifo di Madama. Come la mettiamo? Forse, azzardo un’ipotesi, l’atteggiamento dei tifosi avversari è influenzato in certa misura anche dal comportamento dei giocatori in campo. Kakà, ad esempio, è un fuoriclasse molto temuto, ma non mi sembra venga accolto negli stadi con minacce e insulti: questione di correttezza e di stile.

In passato, grandi campioni – Platini, Zico, Van Basten – erano visti come spauracchi dai sostenitori delle formazioni che li affrontavano, ma spesso venivano salutati con applausi scroscianti se riuscivano a confezionare qualcuna delle loro magie. Quindi?

Quindi sarebbe meglio parlare di un problema di carenza di educazione e cultura dell’intero Paese, non solo dello sport o del calcio. Moratti e Mourinho insegnino il modo di comportarsi a questo arrogante bambino e poi si permettano di obiettare sugli atteggiamenti dei tifosi italiani.

L’Italia, fuori dai ritratti oleografici e folcloristici, è un paese profondamente razzista e fascista. Lo è con i suoi stessi abitanti, con i propri cittadini indipendentemente dal pigmento epidermico o dall’etnia d’origine. Vogliamo parlare del derby capitolino, di quello che accade ogni volta che si confrontano Lazio e Roma (cronaca recentissima, per chi non ha paraocchi o resetta la memoria a responsabilità limitata)?

Siamo un popolo ormai corrotto dalla scientifica demolizione della scuola, delle famiglie che hanno abdicato dal proprio ruolo di educatrici di persone e cittadini esemplari, delle istituzioni che ormai sono solo manipoli asserviti alle lobbies del potere economico.

Un popolo ignorante, disinformato, disgregato è molto più malleabile e facile da controllare, plagiare, comandare.

L’affaire Balotelli è solo l’ennesima foglia di fico per coprire le nostre vergogne endemiche. Questo ‘caso’ si smonterà da solo quando i titoloni sui giornali non faranno più vendere un maggior numero di copie; per passare in fretta ad un’altra emergenza, a una notizia più accattivante e 'smerciabile'.

Un gara a porte chiuse per la Juventus è una sanzione inutile, squalificare gli stadi o i tifosi è inutile; perché è l’intero Pease che è squalificato.
E continuerà ad essere pecora nera in tutti i campi fino a quando non deciderà davvero di risolvere i propri problemi alla radice.

'Ottimismo senza limitismo'. Dal Drive in alla crisi globale
post pubblicato in Società&Politica, il 10 marzo 2009

di Hermes Pittelli ©

 Tremonti promette un 2009 di lacrime, sangue e tanto sale da spargere sulle ferite, ma il suo capo del governo dispensa sorrisi a go go e ottimismo senza limitismo. Già, sembra proprio uno slogan tormentone preso di peso da una delle trasmissioni cult anni ’80 targate Fininvest: il dimenticabile Drive In. Lo stile è sempre lo stesso, di alto livello (fondali di cartapesta, fastidiose luci al neon, guitti e ballerine). Aggiungendo il consueto attacco ai media disfattisti e all’opposizione (che assomiglia sempre più – perdonate la facezia – al Cavaliere, quello di Calvino: inesistente) populista e demagogica. Peccato sia poi Lui in persona, miracoli e nerborute guardie del corpo a scendere per le vie di Roma con scherani e telecamere inneggianti al seguito per spargere buon umore e fiducia nel futuro tra commercianti e cittadini.

L’era dell’Acquario avrebbe dovuto catapultare il mondo in una fase rivoluzionaria di pace serenità e amore universale, come nel leggendario musical Hair. Invece, qui, grazie a Lui siamo teletrasportati in un’epoca addirittura più evoluta e superiore, quella dell’ottimismo un po’ idiota alla Tonino Guerra fuori o dentro dall’inutile centro commerciale.

- Gli ingorghi delle pestilenziali auto (nonostante i filtri antiparticolato che però non trattengono le nanoparticelle), un prodotto obsoleto come raccontato in modo mirabile da Curzio Maltese, hanno un costo economico e sociale elevatissimo (500 ore all’anno sequestrati nelle fetide scatolette, con un costo che supera i 40 miliardi di euro, per tacere della voce sinistri mortali e non), ma si continuano a concedere aiuti di stato (tradotto: soldi del cittadino) all’industria dell’auto.

- I fondi per sostenere disoccupati, cassaintegrati e futuri licenziati non ci sono, ma quelli per sostenere le banche che con le truffe dei prodotti finanziari taroccati (bond argentini, le azioni di Cirio e Parmalat; qualcuno si rammenta di questi scandali?) e altre operazioni torbide sono tra le principali responsabili della crisi globale, sì.

- I fondi per strade sicure, mezzi di trasporto pubblici puliti ed efficienti, mezzi per le forze dell’ordine non ci sono, ma miliardi di euro per il nucleare, per le presunti grandi opere, per incentivare l’edilizia selvaggia, il condono – mascherato anche questo, ma nemmeno troppo – e l’ulteriore cementificazione selvaggia per la distruzione finale del paesaggio naturale italiano, sì.

In un Paese fondamentalmente onesto ci sarebbero i fondi per la cultura e la ricerca scientifica, in un paese fondamentalista e oscurantista che manda al governo e in parlamento personaggi dalla fedina penale (che si fanno scudo con il loro status) e morale piuttosto opaca si procede allegramente a estirparle in quanto ‘prodotti’ di nicchia dai costi insostenibili.
In un paese che si professa e spergiura di essere cristiano (cristiano) si crocifigge pubblicamente un padre pieno di dignità e amore umano chiamandolo boia e assassino.

E allora avanti tutta con la campata unica del Ponte sullo Stretto (un sospetto da troglodita e luddista post litteram: come mai non ci hanno pensato gli antichi greci e romani, visto che le strade i ponti gli acquedotti costruiti da loro 20 e più secoli fa ancora resistono, mentre qui da noi basta un po’ di pioggia per rendere le nostre vie un concentrato di insidiosi crateri e voragini?).

Un’opera campata per aria, un vero volo pindarico, perfetto paradigma dell’Italia di oggi: si getta a capofitto nel maelstrom della crisi globale canticchiando le insulse canzoni di Sanremo e fidando nel solito intervento taumaturgico di qualche stellone.
Per fortuna, all’apice dello sfacelo, si riparte per forza da una bella palingenesi: delenda Carthago, e sulle rovine, una generosa manciata del sale di cui sopra.

Pazzi per i reality… o reality per pazzi?
post pubblicato in Società&Politica, il 31 marzo 2008



di Hermes Pittelli 

Incredibile!!! Qualcuno, dalle parti del Leviatano della Politica, si è accorto che la realtà – nello specifico italiana – non coincide con la realtà (irrealtà spettacolarizzata) raccontata, tra l’altro male e con linguaggio sciatto – dalla scatoletta tv. Anzi, non qualcuno, uno solo: Veltroni. L’ex sindaco di Roma a bordo del suo torpedone verde (nel senso cromatico) è stato folgorato lungo le vie della Penisola dall’osservazione di un’altra Italia, migliore – a suo dire – di quella che emerge dalle quotidiane, insopportabili cronache catodiche rimbecillenti; e ha voluto immediatamente farlo sapere alla Nazione tutte dalle ospitali pagine del quotidiano ‘La Repubblica’. Riflessioni ragionevoli e condivisibili, in particolare sul Valore sottostimato e bistrattato della Cultura.

A partire dai telegiornali, ormai ridotti a contenitori di cronaca nera sadica e morbosa e amenità gossippare indegne di Novella 2000, per finire alle edificanti soap e fino allo sbracare con i didascalici (copyright Lotito) reality, si assiste alla deprimente gara del livellamento (anzi trivellamento, visto che gli scavi sono finiti da un pezzo) verso il basso greve. Una litania di volgarità, sfregi al bello, idiozie – quelle sì – da guinness (meglio annegare la mestizia in una buona pinta di birra).

Considerato che poi, malgrado tutto, i reality o loro derivati, alle nostre latitudini continuano a riscuotere successi di share (non ne conosco il significato, ma per fortuna viviamo in un Paese che ha depotenziato e devitalizzato ogni singola parola, ne ha profanato la sacralità e l’essenza più profonde; l’importante è assemblarle a casaccio per stupire e impressionare l’interlocutore, o la platea, o i consumatori/clienti/elettori), ho riesumato dalla soffitta polverosa questo pezzo pazzo sui pazzi per (del) il prodotto televisivo in questione. Salute.



Roma, a.D. 2005

“Scatola cranica satura di vuoto. Perfino il nulla sarebbe più nobile e dignitoso. Rimbalzano echi di un’altra vita, memorie da studente inetto, complessato, impaurito: “Horror vacui…” chi lo diceva? I latini? Boh, forse era Dario Argento.

Oggi viviamo in regime di assoluta vacuità, il trionfo della vacuità (si potrà esibire questa arditezza linguistica? Eh eh); meglio, molto meglio il trionfo della morte (citazioni culturali da Bignami, giusto per alimentare ancora un po’ l’illusione auto-consolatoria e auto-assolutoria di essere una particella superiore al fango di cui sono impastato fino alla viscere e che fagocita tutti noi).

Il reality “ipnotizza” davanti allo specchio catodico che ci risputa in faccia la nostra stupidità “8 milioni 649mila spettatori”. Spettatori o persone? Persone o clienti? Persone o elettori? Persone o contribuenti? Almeno in India le vacche sono considerate animali sacri, qui invece più sono esangui più le vogliono ‘spremere’.

Dammi il tuo dato Auditel, di quanto alzi lo share quando spari le tue cazzate via etere? Servirebbe dell’etere per addormentarsi e dimenticare, dolce oblio, per sempre. Anche perché ormai l’unica cosa che ci si impenna è la percentuale di contatti… Le corde della coscienza (?) vibrano solo quando l’anziano canterino di successo ormai in disarmo viene scaricato ‘in diretta’ (oh, quale coup de theatre) dalla sua finta giovane vera ossigenata ‘manza’ dotata di talento tendente a – Infinito: caspita, perbacco e perfino corbezzoli!!!

Nuova Sociologia Spicciola per italioti medi: sull’Isola o nella Casa (tv) bandiera bianca, la barca (salvate almeno quel povero diavolo di Caronte) affonda, il morbo infuria (il ministro tranquillizza “abbiamo agito con tempestività, prese le opportune contromisure, i nostri polli e le nostre mozzarelle sono sani”… influenza aviaria, latticini alla diossina, bistecche dopate e porcherie varie prodotte in laboratorio dalle stesse multinazionali farmaceutiche che poi ci rifilano milioni di velenosi vaccini (farmakon, greco antico=farmaco, veleno!) per realizzare nuovi profitti e il Pil felice cresce a dismisura… fantastico interpretare il cittadino cinico/depresso/nichilista/fantapolitico), il pan (o il pen) ci manca, ma… Ma “quest’Isola piace perché è uno specchio della vita (testuale della conduttrice, un donna ‘vera’, rifatta dal ‘Frankestin’ di turno solo tre o quattro volte), è un programma che racconta la vita di ognuno di noi (non solo i miei dati sensibili, molto sensibili, ora quelle baldracche delle banche si sono venduti anche la mia biografia); ci sono momenti difficili ma alla gente piace il modo scanzonato (che sagome, che saggi, che maestri d’esistenza, autentici guru) in cui riusciamo a sdrammatizzare certe situazioni, con quel filo d’ironia (ah, l’ironia che valore assoluto – ci sarà differenza tra ironia, umorismo e comicità alias drammatica coglionaggine involontaria?) che aiuta a sorridere sulle cose della vita” -> (Eros Ramazzotti anche qui? Esigo un buon amaro per digerire).

Intanto, i parrucconi di Stoccolma assegnano il Nobel per la Letteratura a Pinter e noi, novelli (novizi) Onan del transito terrestre, seguiamo il ‘reality’, la finzione (o minzione?) della vita perché la ‘sacra Mimesi’ risulterebbe troppo elevata per i nostri ex neuroni annientati, ‘brasati’, ormai inesistenti e incapaci di analisi e comprensione.

Il reality specchio della vita? Specchio da castello stregato, quindi immagine capovolta e deformata. Come un bullo da bar sport che si vanta con gli amici di aver copulato con Marilyn, quando si è invece praticato una deprimente sessione di autoerotismo al cospetto di una foto disperata di Norma Jean.

Ma questa è Vita. Troppa. Vera. E, dannazione, spesso dolorosa.

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