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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Vampe d’agosto in Abruzzo: Scaroni cittadino onorario
post pubblicato in Ambiente, il 31 luglio 2012

Il Municipio di Cupello decide di concedere la cittadinanza onoraria a Paolo Scaroni, ad di Eni.
In contemporanea, l’associazione Pro Emigranti di Vasto attribuisce al noto paladino dell’Ambiente il Premio Silvio Petroro “per coloro che lasciano un segno nel territorio e nel mondo”…

 
di Hermes Pittelli ©

 
Vampe di piena estate in provincia di Chieti.
Sono autentici colpi di calore quelli che hanno investito l’amministrazione di Cupello e il Comitato dell’associazione istoniense Pro Emigranti.
Vampe, come le fiammate tipiche dei desolforatori, simbolo delle salubri cornucopie del cane nero a sei zampe e delle sue consorelle multinazionali.
Il 5 agosto sarà dunque una data fatidica per l’Abruzzo: il municipio di Cupello assegnerà a Paolo Scaroni amministratore delegato dell’Eni la cittadinanza onoraria. Come non bastasse, il gran capo del cane nero a sei zampe sarà premiato a Vasto dalla locale associazione Pro Emigranti con il riconoscimento annuale intitolato al fondatore ‘Silvio Petroro’. Un premio nell’ambito della tradizionale Festa del Ritorno, assegnato dal comitato associativo “a coloro che lasciano un segno nel territorio e nel mondo”.
Le due notizie sono state abilmente celate all’italiana, con la formula del segreto di Pulcinella.
Nessuna conferma ufficiale, ma molti sussurri, molti spifferi; per creare attesa e ottenere comunque visibilità. Fino all’inevitabile e prevedibile disvelamento della Verità

Il Divo Paolo planerà a Vasto in elicottero, come i veri top manager. Si trasferirà a Cupello per la cerimonia di cittadinanza, ma tornerà poi nel centro istoniense per essere ricevuto con tappeto rosso, fanfare e fasti assortiti a Palazzo d’Avalos dal sindaco Luciano Lapenna e dai segretari della Triplice sindacale (Angeletti, Camusso, Bonanni) con i quali si confronterà su temi di rilevanza nazionale; tra gli altri, l’approvvigionamento energetico per il futuro dell’Italia.
Una giornata celebrativa dedicata a Scaroni sconcertante, quanto le motivazioni che l’hanno ispirata.
Uno schiaffo morale”, come ha commentato la Professoressa D’Orsogna da Los Angeles, nei confronti dell’Abruzzo che anche e soprattutto grazie al suo impegno divulgativo è diventato il simbolo e la roccaforte dell’Italia che si ribella alla colonizzazione dei petrolizzatori.
Per descrivere il curriculum dell’ad dell’Eni, basterebbe rammentare che in qualità di ex dirigente dell’Enel è stato condannato in via definitiva dal tribunale di Venezia per il disastro ambientale della centrale elettrica di Porto Tolle all’interno del Parco nazionale fluviale sul Delta del Po, Patrimonio Unesco.
Basterebbe rammentare i disastri che semina oggi Eni con il polo petrolchimico in Sicilia o, tanto per restare in ambito fluviale, sul delta del Niger in Africa.
Da questo punto di vista il Comitato della Pro Emigranti ha proprio ragione, Scaroni è un uomo che senza dubbio “lascia segni profondi sul territorio e nel mondo”.
Nel frattempo, le associazioni ambientaliste stanno decidendo se organizzare una contro manifestazione di protesta o, in alternativa, l’ennesima puntuale opera di informazione della popolazione sulle reali mire dell’Eni e sulla complice cooperazione di istituzioni e politica.


Tutto cominciò a Cupello.
Il Municipio di Cupello forse si sentiva in colpa. Perché se è storia che la madre della resistenza contro la petrolizzazione sia stata la battaglia per impedire la costruzione del Centro Oli Eni ad Ortona, la dimostrazione plastica della mentalità antistorica, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, della acefala collusione delle amministrazioni con i Predatori dei Territori, si palesò proprio a Cupello la sera del 22 luglio 2009. Anche all’epoca, in gran segreto, il locale municipio da sempre sottomesso alle strategie del cane nero (per la presenza di un sito di stoccaggio gas e per il manifesto appoggio al Centro Oli) aveva organizzato una serata celebrativa nella quale l’evanescente governatore Gianni Chiodi, invitato dal giovane esponente locale dell’Udc Silvio Bellano, avrebbe potuto illustrare senza contraddittorio le magnifiche sorti progressive dell’Abruzzo grazie alla sua guida illuminata, corroborato dalla presenza di Calogero Marrollo (Confindustria Abruzzo), Enrico Di Giuseppantonio (presidente Provincia Chieti), il fu Remo Gaspari (ex leone rampante della Democrazia Cristiana) e un giovane ingegnere (anche lui in odore di zolfo Eni) quale moderatore.
Rimasero spiazzati dalla massiccia presenza di attivisti e ambientalisti con in testa la stessa Professoressa D’Orsogna, la quale dopo mesi di frustranti tentavi via mail, poteva rivolgere di persona e sulla base di dati inoppugnabili domande dirette sulla questione petrolifera. Gianni Chiodi, Remo Gaspari e Silvio Bellano furono colti da crisi di nervi e poco avvezzi ai quesiti seri e al confronto democratico, finirono con l’insultare in modo scomposto i cittadini. Gianni Chiodi si dileguò nella notte a bordo dell’auto blu presidenziale, dopo aver chiamato la forza pubblica, per evitare ogni reale contatto con il Pubblico.
Forse per redimere il proprio onore ferito nell’occasione, il Municipio di Cupello ha partorito questa alzata d’ingegno.

La Professoressa D’Orsogna, nata nel Bronx e operativa a livello accademico in California, per sua origine, sorte e formazione culturale ha una mente anglosassone quindi pragmatica, aliena dai sofismi italiani, dalle infinite discussioni prive di senso, contenuti, dati reali, dagli accordi al ribasso frutto di compromessi tra gli istinti e gli interessi più retrivi; rammenta sempre che è giunto il momento di una scelta chiara e non più procrastinabile tra il modello di sviluppo Taormina e il modello di sviluppo Gela, tanto per restare nell’alveo degli esempi lampanti. Tertium non datur.

Con la consapevolezza che optando per il modello Gela dopo circa un decennio ci si ritrova avviluppati mortalmente al disastro sociale, ambientale, economico, sanitario. Del resto, l’Italia è disseminata diquesti scempi biblici: la Basilicata petrolizzata, Taranto ammorbata dalla diossina dell’Ilva, la Sardegna del poligono radioattivo e della raffineria dei Moratti. L’Abruzzo delle cementificazioni selvagge, delle piattaforme petrolifere, delle centrali a turbogas o quelle a biomasse, la regione un tempo più verde e incontaminata d’Europa che riesce con un misterioso gioco di prestigio (o dell’oca) del Tar di Pescara a riportare in auge, dopo sonora bocciatura insede di via (valutazione impatto ambientale, ndr) un folle e criminoso progetto di centrale gas sulla diga del lago di Bomba: un’autentica bomba ecologica innescata in nome della letale logica del ‘profitto per il profitto’, in questo caso griffata Forest Oil.

Tutto questo è accaduto e accade per colpa nostra, cittadini troppo spesso ignavi, passivi, disinformati. La politica e l’imprenditoria, locali e nazionali, sono solo la perfetta ‘copia carbone’ delle nostre pessime identità e coscienze.

Saremo maledetti nei secoli dalle generazioni future, se non agiremo e non spazzeremo una volta per tutte i nostri vizi atavici. Non avranno giustamente indulgenza per la nostra stupidità, né per ‘l’intollerabile tolleranza’ concessa alla furbizia dei nostri imprenditori e dei nostri politici.

Furbizia che sempre, sempre, è la negazione dell’Intelligenza per il Bene Comune.

 

 Fonti: Primadanoi.it, PiazzaRossetti.it, La Repubblica, Professoressa Maria Rita D’Orsogna

Una notte d'agosto (a Torricella Peligna)
post pubblicato in Ambiente, il 6 settembre 2010
Il testo integrale dell'intervento che avevo preparato in occasione della conferenza della Prof. Maria Rita D'Orsogna a Torricella Peligna (6 agosto 2010).
Altro territorio in provincia di Chieti a rischio danni da petrolizzazione, con la Forest Oil di Denver che vorrebbe trivellare la fragile e delicata area del lago di Bomba, dove l'assetto idrogeologico e la presenza della diga sconsiglierebbero di piantare anche solo uno spillo.
Il mio intervento è stato poi abbreviato e aggiustato 'in corsa' a braccio, causa inconveniente tecnico che ha costretto la Scienziata abruzzo-californiana a cominciare la propria relazione con quasi un'ora di ritardo.



di Hermes Pittelli ©
 



 Buonasera.
Grazie ad Antonio Piccoli per l’invito;
è una grande gioia essere qui con voi questa sera, detto senza piaggeria o doveri di ospitalità.
Sono friulano di nascita, vivo a Roma da 10 anni, ma da 7 frequento assiduamente quello che il Times di Londra ha definito il Tibet d’Europa, cioè l’Abruzzo e ne sono innamorato come fosse la mia terra natale.
Il mio intervento verte sull’importanza della memoria e della Verità – ove possibile – storica; ma non preoccupatevi per questa premessa, mi impegno ad essere sintetico. Credo sia già indispensabile una testimonianza storica, da parte di un umile scriba che da un anno e mezzo segue la vicenda della petrolizzazione.
Il prossimo 15 ottobre la Professoressa D’Orsogna festeggerà il terzo complenno della sua vita parallela.
Credo la conosciate tutti: la sua vita ufficiale è (o dovrebbe essere) un’altra; ricercatrice e docente della California State University at Northridge di Los Angeles.
Nel paese dalla memoria labile, dalla memoria ad orologeria, che si attiva a seconda della direzione dei venti e delle convenienze del momento c’è bisogno di riavvolgere il nastro e fare chiarezza.
Questo è ormai un paese dove la soglia d’attenzione dei cittadini è precipitata ai minimi livelli o si è proprio azzerata, nel quale assistiamo alla continua riscrittura della realtà ad uso e consumo dei furbi ed è falso e ingiusto che la ragione sia attribuita a chi urla più forte e il merito venga riconosciuto a chi riesce a pronunciare per ultimo uno stupido slogan di marketing.
Il grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht aveva le idee chiare:
Chi non conosce la verità, è uno stolto. Ma chi, conoscendola, la chiama menzogna è un delinquente”.
Qui in Abruzzo in piena lotta anti petrolizzazione – con l’esito ancora incertissimo, con la netta disparità di forze tra i cittadini e le associazioni ambientaliste da una parte e la politica e i petrolieri dall’altra – qualcuno dopo tre anni di battaglie sta già tentando di fornire una nuova versione della vicenda per attribuirsi medaglie che non gli spettano; in vista di un chiaro interesse di bottega strettamente personale ed egoistico. La politica italiana, come ha detto Agnese Moro figlia di Aldo Moro a proposito della strage di Bologna, dovrebbe essere in grado di reggere il peso della Verità.

Prendiamo Gianni Chiodi, da me ribattezzato il Temporeggiatore perché rimanda di continuo una vera decisione per proteggere l’Abruzzo, tutto terra e mare, dalla petrolizzazione; ora è in carica da due anni.
Certo, il governo di Roma non lo agevola nominandolo commissario speciale per tutto: per la ricostruzione e per i disavanzi di bilancio nella sanità.
Dopo aver
vinto le elezioni, non ha fatto in tempo a insediarsi che già riceveva la prima lettera dalla Professoressa (in cui lo esortava ad una posizione ufficiale e a decisioni concrete anti petrolio) e lui, non avendo capito di che tempra fosse la nostra Erin Brocovich, ha risposto con toni melliflui e retorici, concludendo ‘Spero di conoscerla presto’.
Quando poi un anno fa, a Cupello (consiglio la visione dei filmati su YouTube per coloro che non erano presenti), se l’è ritrovata davanti in carne, ossa e domande è sbiancato, si è agitato, gli è venuto il fiato corto e una copiosa sudorazione, ha farfugliato parole incomprensibili. Una semplice domanda, diretta, chiara, su basi incontrovertibili è sufficiente per mandare in crisi i nostri politici;
come agitare un crocifisso davanti ad un vampiro: impazzisce di terrore e dolore.
Poi Gianni Chiodi è fuggito nella notte a bordo della sua torpedo blù, protetto dalla scorta, dicendo di essere stato aggredito.
Ma voi riuscite a immaginare qualcuno più educato, rispettoso e democratico della Professoressa? Vi immaginate la Professoressa capace di ‘aggredire’ qualcuno, fosse pure il cane nero a sei zampe dell’Eni, fattosi persona???
Per la cronaca, Gianni Chiodi è indagato per disastro ambientale, per la vicenda del crollo della discarica La Torre all’epoca in cui ricopriva la carica di sindaco di Teramo. Oggi infatti, per non ritrovarsi più la ‘monnezza’ tra i piedi, è favorevole alla costruzione degli inceneritori: un vero amico dell’Ambiente che di continuo rammenta ai cittadini: “Vi avevo promesso che il Centro Oli di Ortona non sarebbe stato realizzato e infatti è andata così”.
Omette di specificare che la questione in realtà è sospesa. Perché Eni è ancora titolare dei permessi e potrebbe anche decidere di sfruttarli in futuro o venderli a qualche altra compagnia.

Pro inceneritori anche l’ex assessore regionale all’Ambiente, Daniela Stati.
Sulla petrolizzazione non ha mai spiccicato parola, salvo – da un festival dell’Ambiente a Rimini – affermare con sprezzo del pericolo e del ridicolo che gli inceneritori in Abruzzo sono imprescindibili.
Assomiglia come figura istituzionale alla sua omologa a livello nazionale, Stefania Prestigiacomo (la quale invece parla spesso, per sostenere le centrali nucleari o stabilire che le piattaforme petrolifere a 5 o 9 miglia dalla costa tutelano l’ecosistema marino e i litorali).
In comune, hanno dei papà ‘ingombranti’.
Di Daniela Stati e del padre Ezio non aggiungo altro a quanto sta emergendo dalle cronache, per pudore. Delle aziende della famiglia Prestigiacomo cosa dire se non che sono collocate nel triangolo siculo della morte Augusta-Melilli-Priolo e che risultano tra le più impattanti per la salute e l’ambiente?
Infatti, la bucolica Stefania è ministro per la tutela ambientale…

C’è Enrico Di Giuseppantonio, ex sindaco di Fossacesia, anche lui contrario alle piattaforme accanto ai Trabocchi, ma poi ‘Prudentissimo’ sulla questione della Perimetrazione del Parco marino che avrebbe potuto scongiurare almeno questo pericolo. Qualche giorno fa, l’attuale presidente della Provincia di Chieti, da un palco assiepato di sindaci con fascia tricolore e gagliardetto municipale, forse galvanizzato dalla presenza di tante telecamere e flash, ha tuonato, rivendicando i meriti della sua istituzione: le osservazioni contrarie alle piattaforme a mare inviate ai ministeri romani. Ho scritto in un articolo che uno degli effetti collaterali dell’idrogeno solforato, di cui sembra che tutti siano diventati esperti in regione, è la pandemia di amnesie che si sta diffondendo in Abruzzo: quelle osservazioni e tutto quello che i politici e amministratori locali sanno – e oggi vanno ripetendo come fossero gli eredi del pappagallo di Portobello - sull’industria degli idrocarburi è frutto da cima a fondo del lavoro di ricerca, sensibilizzazione e divulgazione della Professoressa. Frutto di lavoro gratuito, per amore solo per amore; con notti insonni e senza più periodi di vacanza, come dimostra anche questa estate 2010, costellata di conferenze ed interviste.
Di Giuseppantonio, mentre i petrolieri e le trivelle avanzano veloci, equidistante, misurato, sempre pronto a rammentare la complessità degli itinera istituzionali, la mancanza di veri poteri, blatera di tavoli tecnici da formare a settembre.
Mentre a settembre a Roma partirà la discussione in aula del disegno di legge firmato dalla senatrice palermitana Simona Vicari per concedere i permessi di ricerca ed estrazione in modo molto più celere e semplificato.
Tradotto: ancora minori vincoli legislativi e burocratici per i comodacci dei petrolieri.
Del resto, Di Giuseppantonio è uno dei pupilli (assieme a Chiodi) di Remo Gaspari; è come se avesse un marchio di qualità: DOCG, denominazione di origine controllata e garantita, il massimo. Anzi, con una battuta: DC OG, democrazia cristiana… origine garantita!
Remo Gaspari ancora oggi viaggia con i faldoni dei piani industriali Eni sottobraccio e rimpiange nostalgico i 'tempi d'oro', quando in base alle esigenze del cane nero a sei zampe venivano scritti i progetti ambientali della Regione.
Di Giuseppantonio dovrebbe magari spiegare come mai assessore al turismo della Prov. Di Chieti sia l’avvocato Remo Di Martino, storico sostenitore del Centro Oli Eni di Ortona, oggi convertitosi – sostiene lui – all’ambientalismo … sulla via dei Trabocchi! E’ così ambientalista che partecipa alle passeggiate ecologiche, ma poi esprime parere favorevole per mutare la destinazione d’uso ai terreni di Contrada Feudo: da agricoli a industriali. Mah…

Tutto questo avviene ‘per colpa nostra’. Che tra l’altro è il titolo di un ottimo docu film sul terremoto dell’Aquila, per la regia di Walter Nanni, abruzzese doc, basato sull’inchiesta giornalistica di Giuseppe Caporale giornalista de La Repubblica che della vicenda si occupa dal momento del sisma.
Perché il vero dramma dell’Aquila, della petrolizzazione e di tutte le altre porcherie che si stanno consumando in Italia, consiste nella nostra abdicazione al ruolo di cittadini, con diritti e doveri. Ci siamo consegnati e abbiamo firmato una delega senza garanzie a questi personaggi. Negli ultimi 20 anni ci siamo sempre più trasformati in ‘crash test dummies’: avete presente i manichini che le aziende automobilistiche utilizzano per collaudare l’affidabilità dei sistemi di sicurezza delle vetture, tipo gli airbag. Ecco, quelli.
Solo che noi siamo diventati semplici manichi, senza più l’airbag della nostra coscienza civile, senza più l’utilizzo della nostra materia grigia per vedere e intervenire sull’illegalità che si consuma tutti i giorni davanti ai nostri occhi, alla luce del sole.
Com’è possibile si chiedeva la scorsa settimana a Spinazzola, Carlo Vulpio (giornalista CorSera) che sulle Ande colombiane la popolazione degli indigeni U’wa, appoggiata dai contadini della regione Aruca, tutti analfabeti senza nemmeno licenza elementare, abbiano resistito per 10 anni e vinto contro le multinazionali del petrolio; contro il governo colombiano capace di inviare 5.000 soldati in assetto di guerra che non si sono fatti scrupoli di trucidare donne e bambini; come è possibile che minacciando un suicidio di massa (come ai tempi dei Conquistadores spagnoli, gente coriacea questi indigeni) siano riusciti a difendere ciò che considerano più prezioso di tutto, Sacro: la Madre Terra, il Planeta Azul (il pianeta azzurro, ndr).
Com’è possibile che noi abbiamo smarrito la memoria di cos’era questo paese nel ‘500 durante il Rinascimento?
Quello, integrato e aggiornato alla realtà del 2010 con la green economy – quella vera! - , è il modello di sviluppo da seguire. Le famiglie nobili, le signorie erano sì prodighe e dedite al mecenatismo, ma avevano fiuto per il business, come diremmo oggi: arte, cultura, ambiente, enogastronomia di qualità rendevano, eccome!
E l’Italia era considerata il giardino incantato d’Europa. Basti pensare che i celebrati giardini all’inglese in realtà sono stati copiati dai giardini toscani, tipo i giardini di Boboli a Firenze.
Dov’è la nostra strombazzata fantasia, dov’è la creatività, il genio? Dove è finita la spinta vitale che sempre consente ad un popolo di uscire dai bassifondi della Storia in cui ogni tanto precipita?
Sembra quasi che siamo già stanchi della Costituzione che risale solo al 1948 o della Repubblica (non il quotidiano…) nata con il referendum del 2 giugno 1946…
Stanchi della felicità e del benessere generale che potremmo avere, un po’ come gli abitanti di Atlantide che assuefatti e incapaci di gestire troppa grazia affondarono nella corruzione, nelle liti meschine, nella insensata violenza, nell’incapacità di immaginare e progettare ancora il domani.

Sempre Bertolt Brecht diceva “Sventurato il paese che ha bisogno di eroi”.
Non costringiamo Maria Rita D’Orsogna a diventare un eroe, oltre – molto oltre – le sue intenzioni; peggio, non rendiamola una martire della lotta contro la petrolizzazione.
Ci sono decine di iniziative che ciascuno di noi può mettere in atto: sensibilizzare parenti amici e conoscenti; scrivere lettere di protesta e osservazioni alle istituzioni, ai ministeri, ai media locali nazionali internazionali, alla Comunità europea facendo riferimento al Trattato di Aarhus (testo straordinario perché coniuga il diritto/dovere delle popolazioni locali alla salute e all'integrità ambientale con il principio di autodeterminazione);
fare pressione continua sui politici locali, sugli amministratori locali, magari ogni giorno incontrandoli per strada o al bar:
Cosa state facendo contro la petrolizzazione? Ma anche contro gli inceneritori, le discariche abusive di rifiuti tossici, gli sversamenti illegali di sostanze chimiche nei nostri corsi d’acqua da parte delle industrie?”.
E’ una fatica? Certo, ma è il nostro preciso dovere morale.
Ci dobbiamo meritare l’amore e l’impegno della Professoressa D’Orsogna.
Ci dobbiamo meritare la democrazia, dobbiamo meritarci la fortuna di essere nati in questo paese, dobbiamo meritarci e costruirci un futuro.
Adesso, perché la sabbia nella clessidra è già tutta scesa e non possiamo più rigirarla.

Diamoci da fare per non dover poi dire come il Riccardo II di Shakespeare:
Ho sciupato il tempo, ora il tempo sciupa me”.

Gianni Chiodi ‘il Temporeggiatore’ rinvia la risoluzione anti idrocarburi
post pubblicato in Ambiente, il 24 giugno 2010



L’Aquila, Consiglio regionale straordinario sul pericolo petrolizzazione: l’opposizione e gli ambientalisti sollecitano una legge chiara e definitiva per tutelare sia la terra ferma, sia i preziosi litorali.
Il Governatore rivendica: “Da quando sono in carica, nessuna nuova autorizzazione ai petrolieri; e un piano energetico ambizioso che punta sulle rinnovabili”.
Poi, fumata grigia sulle trivelle. E in strada 200 cittadini protestano al suono delle vuvuzelas abruzzesi



di Hermes Pittelli ©


Eccesso di risoluzioni, carenza di approfondimenti.
Questa in sintesi, la curiosa formula con cui il Consiglio Regionale d’Abruzzo, riunito in assemblea straordinaria per discutere del problema ‘petrolizzazione’, rimanda la questione a data da destinarsi.
Tra le rimostranze di circa 200 cittadini assiepati in via Jacobucci, all’esterno della sala dell’Emiciclo, in attesa di una lieta novella; persone di buona volontà in rappresentanza di quasi tutte le associazioni civiche e ambientaliste che nel corso degli ultimi 3 anni si stanno battendo per un Abruzzo libero dagli idrocarburi, fedele alla propria vocazione culturale, turistica, agricola, enogastronomica; con uno sviluppo basato sulle fonti rinnovabili.

La sospirata legge che dovrebbe tutelare definitivamente il territorio e il mare regionali dalle mire dei petrolieri resta dunque un’ipotesi.
Anche se Gianni Chiodi ha ribadito la propria “forte contrarietà” alla petrolizzazione dell’Abruzzo e rivendicato le azioni che in 18 mesi di mandato avrebbero impedito la concessione di nuove autorizzazioni di ricerca, perforazione, raffinazione o anche solo di prospezione.
Per il governatore la contestata legge 32 del 2009 targata PdL, in vigore ma sub judice in Corte Costituzionale, rappresenta comunque uno scudo (temporaneo) anti idrocarburi per l’80% della regione dei parchi.
Sostiene Chiodi di non essere d’accordo con le premesse del documento diramato dalle associazioni ambientaliste e soprattutto che il vero problema sia il conflitto di competenza permanente sulle materie ‘sensibili’ (quali energia e ambiente) tra Stato e Regioni.

Prima del Governatore, si registrano gli interventi degli esponenti dell’opposizione.
Maurizio Acerbo (PdRC) parla di una battaglia nata dal basso, di una legge per la tutela dell’Abruzzo figlia dell’impegno e delle competenze delle associazioni e della popolazione: “La Regione Abruzzo deve decidere se essere zerbino di decisioni prese a Roma oppure se mettersi alla testa del popolo abruzzese e delle regioni adriatiche per dire un no definitivo al petrolio nel nostro mare: perché non vogliamo diventare una nuova Louisiana. La battaglia vinta negli anni ’70 contro la Sangrochimica deve essere l’esempio”.
Antonio Menna (Udc) sottolinea l’importanza di un approvvigionamento energetico frutto di un mix di fonti rinnovabili e di un’ottimizzazione e risparmio dell’energia: “L’Abruzzo, considerata la sua delicata conformazione idrogeologica, non deve diventare un gruviera. Chiediamo al presidente Chiodi una legge più efficace e una politica più incisiva, anche presso la Conferenza Stato – Regioni”.
Walter Caporale (Verdi), proprio come il collega di opposizione Acerbo, riconosce alle associazioni e ai cittadini di avere prodotto non solo protesta fine a se stessa, ma un bagaglio di conoscenze e progettualità spesso superiori a quelle ideate dalla classe dirigente; soprattutto grazie all’opera di divulgazione scientifica e all’impegno ambientalista senza soluzione di continuità della Professoressa Maria Rita D’Orsogna.
Caporale critica la fragilità della famigerata Legge 32, rammenta che la proposta dell’assessore all’agricoltura Febbo non difende l’ambiente ,ma disciplina solo l’entità delle royalties e rinfaccia al governatore di non avere presentato alcuna osservazione contro il progetto ‘Ombrina Mare’ della Med Oil; sollecita quindi il presidente Chiodi a firmare le copie delle osservazioni redatte dalla Prof. D’Orsogna per girarle ai Ministeri competenti; propone inoltre una risoluzione urgente per impegnare il Governatore a varare un decreto legislativo che scongiuri in tutto il Mediterraneo la presenza di trivelle al largo delle coste nazionali e per sostenere la competenza locale delle scelte in materia ambientale, in modo che spetti agli abruzzesi la responsabilità di decidere il futuro economico della propria regione.
Anche Camillo D’Alessandro (Pd) non apprezza una Regione Abruzzo formato zerbino, “sorta di nuova Fontamara”; smonta anche il dato relativo all’80% del territorio al riparo dalle trivelle: “Leggendo bene tra le righe dei documenti e delle mappe si scopre un’altra realtà”. D’Alessandro boccia anche i ‘profili d’incompatibilità ambientale’, espressione troppo vaga e dal significato ambiguo e incerto.

Mentre si susseguono gli interventi, dall’esterno arrivano nitide le voci e i cori dei sostenitori dell’Abruzzo ancora e sempre regione più verde d’Europa.

Carlo Costantini (IdV), ringrazia comitati e associazioni, capaci di progetti concreti, molto più della politica regionale. “Il 99,9% degli abruzzesi non vuole il petrolio, né in terra, né in mare. Ho presentato un documento sullo stato di salute dell’Adriatico, prendendo come spunto la catastrofe del Golfo del Messico. L’Adriatico è un lago e un incidente anche cento volte inferiore a quello causato dalla BP avrebbe conseguenze inimmaginabili. Deve valere il principio di precauzione, anche perché proprio verso il nostro mare si concentrano sempre più gli appetiti dei petrolieri di tutto il mondo. Senza trascurare che nessuno cita mai il fenomeno della subsidenza causata dalle installazioni off shore. L’Abruzzo deve essere capo fila delle regioni adriatiche per presentare al governo nazionale una proposta di legge che vieti ogni tipo di attività petrolifera nell’Adriatico; secondo l’articolo 121 della Costituzione ogni singolo Consiglio regionale può presentare proposte di legge alle Camere”.

Poi le parole di Chiodi che tra l’altro loda il Piano Energetico Regionalemolto ambizioso e che assicura procedure agevolate al fotovoltaico”; concedendosi una polemica dai toni lievi e misurati (nulla a che vedere con il Governatore esagitato della notte di Cupello, ndr) sull’impatto derivante da fonti ritenute rinnovabili quali eolico, biomasse, idroelettrico e lo stesso solare fotovoltaico.
Al presidente Chiodi piace però l’idea di ergersi a promotore e guida di una ‘Santa Alleanza’ delle regioni adriatiche per mettere al bando il petrolio nel nostro mare lacustre. Magari anche come legittima vetrina politica personale.

Alle 18.20 Nazario Pagano, presidente del Consiglio Regionale, decreta la sospensione dei lavori fino alle 19.00, per consentire ai capi gruppo di confrontarsi e giungere ad una risoluzione finale condivisa.
I tempi però si dilatano, segnale di una convergenza meno semplice del previsto.
Quando Nazario Pagano rientra in aula, invitando i rappresentanti di maggioranza e opposizione a prendere posto, annuncia che la conferenza dei capi gruppo ha deciso di rinviare l’approvazione del documento finale: le tre risoluzioni presentate godono di una sostanziale approvazione generale, ma ‘qualcuno’ avrebbe espresso la necessità di ulteriori approfondimenti.
Off record’ gli esponenti dei partiti di minoranza, rivelano l’identità dell’incerto: Gianni Chiodi.

Quando tra gli ambientalisti giunge la notizia della fumata grigia, riparte la protesta al suono delle vuvuzelas abruzzesi (molto più ‘eufoniche’ rispetto a quelle sudafricane), con ennesima contestazione nei confronti di Gianni ‘il Temporeggiatore’ e con striscioni che ‘inneggiano’ al nuovo gruppo rap locale: “Del Turco – Chiodi, gemelli diversi”.
Va in scena un mini sit in che per circa mezzora impedisce ai consiglieri di uscire dalla sede del Consiglio, con la promessa di un nuovo presidio ambientalista fissato per martedì mattina.

Intanto, sulle macerie del centro storico si allungano le prime ombre della sera,
nere come fossero chiazze di petrolio.

Lettera aperta al Governatore d'Abruzzo
post pubblicato in Ambiente, il 15 maggio 2010
 
(Gianni Chiodi, presidente della Regione Abruzzo)


di Hermes Pittelli ©



 Gentile Presidente Gianni Chiodi,

mi chiamo Hermes Pittelli, giornalista professionista free lance, vivo e lavoro a Roma.
Sono friulano di nascita, ma da 6 anni a questa parte l’Abruzzo è entrato prepotentemente nella mia vita e nel mio cuore, come fosse la mia terra natale, una regione dell’anima, un luogo incantato con scambio ininterrotto e inossidabile ‘di amorosi sensi e affinità elettive’.

Mi rivolgo direttamente a Lei perché nel corso della campagna elettorale aveva promesso misure concrete contro la deriva petrolifera della Regione. Un impegno che ha ribadito nella ‘famigerata’ serata di Cupello, alla quale ho assistito di persona e durante la quale, Lei, con toni vibranti al cospetto della cartina che illustra il 50% del territorio (compreso i tratti di mare) interessato da richieste di permessi per la trivellazione, ha escluso che si potessero realizzare.
Le problematiche di tutela del territorio sono prioritarie. L’impegno del governo regionale è quello di contrastare ogni forma di trivellazione in Abruzzo”. Sono parole Sue, recentissime, rilasciate al quotidiano on line Prima Da Noi.

E’ il momento di agire, il momento dei fatti, caro Governatore. Il tempo è scaduto.

Allibisco nell’apprendere che l’assalto di compagnie petrolifere più o meno importanti e potenti (dall’Eni in giù) non conosce soste. Ora è il turno della Forest Oil di Denver che senza ritegno e senza pudore, né un livello minimo di raziocinio propone addirittura di trivellare il lago di Bomba.
Non esistono più nemmeno aggettivi per definire l’insensatezza di questi ‘progetti’.
Un’impresa cui ha rinunciato nel 1992 perfino l’Agip (cioè sempre Eni), che magari trivella e piazza rigassificatori nella Laguna Veneta (per tacer della subsidenza), ma qui abdica per non incorrere nel rischio, elevatissimo, di un nuovo Vajont.

Forse all’estero non hanno capito che non è più possibile considerare tutti gli italiani dei tapini, degli ingenui da turlupinare per realizzare profitti, fuggire con il bottino e lasciare macerie di ogni tipo: ambientale, sociale, sanitario, economico.
E’ tramontata l’era dell’italiano pizza, mafia e mandolino o in alternativa Mamma, nazionale di calcio, Ferrari e moda. Spero che non sia la classe politica e dirigente abruzzese a volerla tenere ancora in vita. Le popolazioni d’Abruzzo non sono sprovvedute; hanno ormai capito che tutte le fasi legate alla ricerca, estrazione, raffinazione e trasporto degli idrocarburi comportano rilascio di sostanze tossiche nell’ambiente; uso di componenti chimici responsabili di varie e gravi patologie tra cui quelle tumorali (idrogeno solforato, nemico pubblico numero uno); sanno che le infrastrutture petrolifere non sono sicure: è quasi superfluo citare quanto accaduto nel Golfo del Messico al gioiello tecnologico Deepwater Horizon della British Petroleum, con il risultato strepitoso dell’annientamento dell’ecosistema marino di 5 stati americani.

In Italia non può accadere? Ma è già successo: a Trecate nel 1994 e solo un crollo casuale ha bloccato la fuoriuscita inarrestabile di petrolio. Mica sono state le infrastrutture dei petrolieri e le pseudo misure di sicurezza che avrebbero dovuto garantire e scongiurare anche ‘l’inopinato’, anche ‘l’impossibile’.
E per inciso il Mediterraneo, mare chiuso e poco profondo, è gia oggi il più inquinato del pianeta.

Presidente Chiodi lei ha una spada di Damocle sul capo che deriva dalla delicatezza delle Sue responsabilità istituzionali e politiche. Però ha anche una grande opportunità.
Spetta solo a Lei decidere se passare alla Storia come il Governatore che ha condannato l’Abruzzo ad una catastrofe ambientale, umana, sociale senza precedenti (Basilicata docet) o come l’Uomo che ha proiettato questa terra meravigliosa nel futuro. Adesso. Perché non è vero che i sogni o perfino le utopie siano fatti di sostanza volatile che evapora alla velocità del pensiero: basta la tetragona volontà di trasformarli in progetti concreti.
Presidente Chiodi, ci rifletta davvero. Abbandoni il manuale Cencelli, gli intrighi e i compromessi della politicuccia all’italiana; metta da parte le meschine rendite immediate e si abbandoni a prospettive di ampio respiro; cestini il codice machiavellico. Indossi un paio di ali vere, non quelle di cera di Icaro.
Viva il Suo incarico come un Politico di stampo ellenico, nell’accezione più nobile e scintillante del ruolo, non solo come fosse una banale ‘carriera professionale’.
Il Politico è dotato di pronoia, capacità di ‘vedere prima’, di intuire le trasformazioni del mondo ed elaborare progetti formidabili per il progresso e il bene comune della Polis.
Presidente Chiodi perché non trasformare l’Abruzzo in un avanzatissimo laboratorio italiano di energie rinnovabili? Lasci perdere idrocarburi, inceneritori e nucleare; sono strumenti di morte che non solo non hanno futuro, ma lo fagocitano, come il Nulla oscuro che nel romanzo La Storia Infinita cancella il regno di Fantàsia.
Grazie a Lei l’Abruzzo potrebbe diventare la locomotiva siderale che trascina l’Italia nel III millennio, da protagonista positiva, da paese guida esemplare che ha scelto come nell’epoca d’oro del Rinascimento di porre al centro dell’Universo l’Uomo, l’Umanesimo, il Culto per la Bellezza che non può non passare dalla cura dell’Ambiente, della Cultura, dell’Arte; tutte ricchezze che nell’Abruzzo come lo conosciamo fino ad oggi abbondano e sono benedizioni, ma che come tutte le risorse non sono infinite e hanno bisogno di attenzioni, dedizione, pianificazione puntigliosa, intelligente, sensibile, etica.

‘Tornando a Bomba’: il progetto della Forest Oil prevede l’estrazione di gas e di petrolio amaro e pesante nei pressi di una diga ed in un territorio altamente sismico, geologicamente instabile, soggetto a frane, smottamenti, subsidenza e rischio di cedimento della diga stessa.
Lo ammette la stessa ditta proponente nella sua Valutazione di Impatto Ambientale. Come non fosse sufficiente, la Forest Oil aggiunge la ciliegina di un desolforatore che incenerirà - per i prossimi 20 anni, ininterrottamente - idrogeno solforato ed altri scarti petroliferi, fra cui metalli pesanti altamente tossici e cancerogeni. Giusto per non far mancare nulla agli sventurati abitanti dell’area.
Le chiedo: quale sorte attende tutti gli incantevoli agriturismi della zona, come quelli a Villa Santa Maria, frequentati da migliaia di turisti, non solo, abruzzesi in ogni stagione dell’anno?
O l’incredibile rocca di Pietra Ferrazzana, paesino che in qualunque altra nazione europea sarebbe consacrato a monumento nazionale, dove, a dispetto, dei circa 200 abitanti, c’è una vitalità incredibile che sfocia in continue attività e manifestazioni culturali e di recupero della musica popolare autoctona?
Cosa dire di Torricella Peligna, dove ogni estate si svolge il festival letterario dedicato a John Fante, i cui figli dagli Stati Uniti si sono preoccupati di tutelare la loro antica e lontana regione d’origine? Come è possibile che dell’integrità del territorio e della salute dei cittadini, si preoccupino di più gli emigranti o addirittura gli stranieri, e non la politica locale che dovrebbe assurgere al ruolo di paladina senza macchia e senza paura dell’Abruzzo?
Sono questi i ‘veri gioielli’ del territorio: i flussi di turismo naturalistico o sportivo (tra cui numerose società di varie discipline che spesso decidono di venire in ritiro qui per la preparazione agonistica) che vede al centro dell’interesse il lago di Bomba.

Cosa racconteremo alle generazioni future? Che abbiamo bruciato le vere risorse dell’Abruzzo per raschiare il fondo del barile degli idrocarburi? Che abbiamo devastato la Natura e la Salute per consentire a qualche rapace petroliere, avido e senza scrupoli, di arricchirsi ancora un po’?

Presidente Chiodi, non mi permetterei mai di farle lezioni o peggio la morale: Lei sa meglio di me, che sono solo un abruzzese ‘acquisito’, che la petrolizzazione dell’Abruzzo è in totale contrasto con l’attuale assetto della regione, stravolgerebbe tutta l’economia, basata sulla storica e vincente vocazione al turismo di qualità, sull’agricoltura d’eccellenza (il Montepulciano e lo straordinario olio d’oliva praticamente senza acidità, possono bastare come esempi?) e su un’immagine di territorio sano e sostenibile.
Le attività della Forest Oil Corporation quale contributo positivo porteranno all’Abruzzo?
La migliore delle ipotesi, è che la ditta in questione contribuisca solo allo 0.6% del fabbisogno nazionale di energia (per un solo anno!): una quantità ridicola, risibile e insignificante se paragonata alla distruzione dell’economia attuale.
Tutte le attività e le ‘manovre’ relative e riconducibili agli idrocarburi sono da mettere al bando, senza appello, una volta per tutte.

Infine, anche se spesso pochi lo rammentano in quanto dato di fatto scomodo, il trattato di Aarhus, recepito dall’Italia, afferma che le popolazioni hanno il diritto di esprimere le proprie valutazioni in merito alle strategie economiche ed energetiche che vanno a incidere sul territorio in cui vivono e che possono avere forti impatti sulla salute umana; queste valutazioni, in base al trattato danese, “sono vincolanti”.

Presidente Chiodi, Le invio un cordiale saluto con l’auspicio, sincero, che il Suo lavoro sia ‘buono e giusto’.

 

Fonte scientifica: Professoressa Maria Rita D'Orsogna

Storia della Scienziata americana che sconfisse (forse) le trivelle
post pubblicato in Ambiente, il 27 aprile 2010


Intervista esclusiva alla Professoressa Maria Rita D’Orsogna
(I parte)



di Hermes Pittelli ©


 Quindici ottobre 2007: tutto comincia in questa data.
E’ il giorno in cui la vita della Professoressa Maria Rita D’Orsogna si sdoppia. Laureata in fisica, docente di matematica applicata presso la California State University at Northridge di Los Angeles, una lontana origine abruzzese (madre di Ortona, padre di Lanciano, emigrante di successo nel settore edile a New York), ha cominciato quasi tre anni fa la sua battaglia contro la petrolizzazione d’Abruzzo.

D. In Abruzzo si vivono strani giorni. Domenica 18 aprile 5.000 cittadini abruzzesi hanno sfidato la pioggia a San Vito Chietino per dire no al petrolio e sì alle energie rinnovabili. Sono arrivati a cavallo, in bicicletta, in treno sulla linea Sangritana. Ma la politica locale, salvo splendide eccezioni (i sindaci di Pineto e Silvi, ad esempio) latita. E il governatore Chiodi, dopo aver varato una legge incostituzionale e fuori tempo massimo sulla scadenza della moratoria anti trivellazioni, oggi dice che la situazione è trasparente e queste manifestazioni sono manovre dell’opposizione per creare scompiglio. Lei cosa pensa osservando tutto questo dalla California?

R. "Contenta per la manifestazione, alla quale purtroppo non ho potuto partecipare causa Giove Cinereo (la nube vulcanica islandese, n.d.r.) ma cauta per quanto riguarda la politica abruzzese. 
Ho pochissima stima dei membri della giunta regionale, compresi Daniela Stati (assessore all'Ambiente), Mauro Febbo (assessore alle Politiche agricole) e Gianni Chiodi (presidente della Regione) che si sono dimostrati davvero antidemocratici in molte occasioni.

Penso alla legge regionale che avrebbe dovuto proteggere l’Abruzzo dal petrolio. Una legge palesemente incostituzionale, arrivata in fretta e furia, un attimo prima che scadesse la moratoria anti trivelle, bocciata dalla Corte Costituzionale.
Una legge in cui si parla di “divieto di estrarre oli combustibili”. Frase senza senso. Gli oli combustibili sono un derivato industriale del petrolio e non si estraggono. Perché c’è così paura di usare la parola idrocarburi? Forse perché è troppo assoluta? Si parla di divieto di prima raffinazione. E la seconda? Quella la accettiamo invece?
A me sarebbe piaciuta una dicitura del tipo: “Su tutto il suolo regionale è vietata qualsiasi attività collegata allo sfruttamento di idrocarburi, incluse - ma non solo – l’esplorazione, l’estrazione, il trivellamento, la coltivazione, lo stoccaggio, e il raffinamento a qualsiasi stadio di idrocarburi, fra cui oli pesanti e leggeri, gas e sabbie bituminiche”.

Non sono un legislatore, ma io pretendo chiarezza: in modo che tra due, cinque, dieci anni non ci sia qualcuno che trovi “nuove interpretazioni” alla legge. Allo stesso modo, occorre proteggere il mare, ed essere sicuri che tutte le zone di terra siano protette, non solo le aree speciali. Non ha senso proteggere sei aree, come la regione propone, se poi si può trivellare a cento metri da queste aree.

Ancora, si è deciso di proteggere i vigneti. Ma chi classifica le aree protette e i “vigneti”? Se uno acquista un vigneto – come per esempio ha fatto l’ENI ad Ortona per costruirci la raffineria – e poi decide di spiantare la vigna, quella zona è ancora protetta? Chissà.
Non sarebbe stato meglio scrivere, senza possibilità di fraintendimenti, “tutto l’Abruzzo”?
La Regione ha avuto l’opportunità di scrivere una legge chiara, invece il testo prodotto - ai miei occhi anglosassoni almeno - appare qualcosa di molto astruso e che lascia spazio a molte ambiguità.

Credo che in questi mesi noi tutti attivisti abbiamo dimostrato di essere molto più intelligenti di tutte le furbizie proposteci dalla giunta regionale. Ricordo la proposta di legge di Mauro Febbo dove per rabbonire la popolazione, si proponeva di spartire più diffusamente i proventi economici delle estrazioni fra le cittadinanze coinvolte, invece che vietarle. Come se la salute avesse un prezzo! Ricordo che Daniela Stati a tutt’oggi non ha detto nulla di concreto sul petrolio – ed è l’assessore all’ambiente in cui vivono un milione di persone. Ricordo che Gianni Chiodi a Cupello promise che quei pozzi su una cartina ministeriale non si sarebbero mai materializzati, come per magia.
Oggi quella cartina esiste ancora al ministero per sviluppo e le attività produttive; spuntano nuovi progetti come quello di trivellare un territorio particolarmente fragile come il lago di Bomba.
Chiodi però continua a sostenere che la situazione è trasparente e manifestazioni come quella di San Vito sono solo manovre dell’opposizione per creare confusione.

Come si può avere fiducia di queste persone?
In questi mesi non hanno mai chiesto la partecipazione dei cittadini e degli ambientalisti alla stesura di questo testo. Poi penso alla dicitura “estrazioni di oli combustibili” e capisco da sola.

Ma la domanda più difficile è: se non ci fossero stati gli attivisti, la regione si sarebbe mai anche solo posto il problema delle estrazioni di petrolio in Abruzzo?


A 23 anni, dopo la laurea conseguita a Padova con 110 e lode e in tempi lontani dalla laurea breve, dopo due master conseguiti con il massimo dei voti (uno nel Maryland, uno in California) la Prof. D’Orsogna ha deciso di stabilirsi Oltreoceano. Da sola e senza alcuna garanzia alle spalle. Oggi, l’impegno contro la deriva petrolifera della ex regione più verde d’Europa, unitamente alle lezioni in ateneo, non le lasciano più nemmeno il tempo di dedicarsi al volontariato o coltivare la passione per la recitazione con il suo gruppo teatrale.
Anche perché nel frattempo, la sua fama di paladina dell'ambiente è divenuta nazionale e sempre più spesso risponde agli appelli di soccorso lanciati anche da altre regioni esposte all'attacco di 'Big Oil' (es: Lombardia, Veneto, Puglia)
 


(San Vito Chietino, 18 aprile 2010; manifestazione No petrolio, sì energie rinnovabili. Foto per gentile concessione di Marzia Ferrante ©)


D. Riavvolgiamo il nastro. Come è nata la sua resistenza scientifica, civile e ambientale contro la deturpazione dell’Abruzzo?

R. "E’ nata per caso. Da una telefonata con un amico di Lanciano, appunto il 15 ottobre 2007, in cui mi si diceva di un non meglio specificato “centro oli” per Ortona e che addirittura avevano trovato il petrolio in Abruzzo. Non ne sapevamo quasi niente nessuno dei due. Dopo quella telefonata, ho iniziato ad indagare, avevo un sentore che c’era qualcosa di sbagliato e che occorreva andare a fondo, capire, studiare la faccenda. All’inizio le persone più vicine a me, mi hanno affettuosamente suggerito di lasciar perdere: vivevo troppo lontano, era stato già tutto deciso, l’ENI è potente. Forse conoscendomi, sapevano che mi ci sarei gettata anima e corpo.
E invece no. Ho voluto capire e una volta capito, ho sentito il dovere di dirlo a tutti e di cercare di fare quello che potevo affinché l’Abruzzo non diventasse un campo petrolifero. Questo a prescindere da dove vivessi e quanta energia mi sarebbe costata. Ho contattato il primo comitato spontaneo sorto in difesa del territorio – il Comitato Natura Verde – e da lì sono partita. In questi due anni il movimento si è allargato, sono nati altri gruppi, e molti sono stati i singoli che hanno deciso di lavorare. E’ nata così Emergenza Ambiente Abruzzo, dove non c’è un presidente, uno statuto, regole e cosi via.
Tutti mettiamo quello che possiamo in termini di competenze, di tempo, di energie.

Abbiamo creato qualcosa di molto bello: se ci pensa, siamo riusciti a rivoltare l’opinione pubblica in tutta la regione, ciascuno mettendoci il proprio tempo, le proprie competenze e senza nessuno sponsor politico, economico. Siamo stati guidati solo dal nostro idealismo.
Nel corso dei mesi ho conosciuto e lavorato con tante persone eccezionali: Fabrizia, Giosuè, Lorenzo, Antonio, Assunta, Danilo, Ines.
E’ stata molto bella anche l’amicizia e la sintonia che si è creata fra noi.

Ballata del mare salato: Ettore il pescatore e il Golfo di Vasto
post pubblicato in Ambiente, il 14 aprile 2010


(foto per gentile concessione Pamela Piscicelli © )

Ode all’Abruzzo, Tibet d’Europa in lotta contro la petrolizzazione.
Per salvare il proprio patrimonio di ecosistemi e biodiversità, per tramandare alle generazioni future una regione ancora verde, dicendo no alla intollerabile schiavitù degli idrocarburi che seminano distruzione e malattie e optando per le fonti di energia rinnovabile.


di Hermes Pittelli ©



Navigavamo orientandoci con le stelle, oggi abbiamo il gps”.
Alba sul golfo di Vasto (provincia di Chieti, Abruzzo), Ettore Primiceri, pescatore per scelta, da 20 anni una vita legata a doppia nodo con questo tratto di Adriatico, con questo ecosistema marino, si prepara a salpare.
Se lo avesse conosciuto Hugo Pratt, ne sarebbe rimasto affascinato e magari avrebbe creato il personaggio di Ettore, detto Corto Vastese.
Avvolto in una foschia portata dallo Scirocco, inalando salsedine e iodio, mette in moto la sua barca da sei metri, con l’ansia e l’incertezza di sapere se anche in questo nuovo giorno che nasce dalle onde, il mare ha dispensato pesce con generosità nelle sue reti gettate a 2 miglia e mezza dalla costa.
Un’arte antica, di fatica e sopravvivenza, un lavoro in armonia con la Natura, da parte di un uomo che rispetta tempi esigenze e modi della biodiversità marina, ma sa apprezzare l’aiuto offerto dalla tecnologia.
Come il navigatore satellitare o il motorino collocato sul lato destro della prua per issare a bordo le reti.
Fino a 2 anni fa lo facevo a mano, oggi devo tutelare la schiena, quindi mi sono rassegnato a utilizzare questo strumento che fa un baccano snervante e spezza il silenzio d’oro che c’è in mezzo al mare, ma mi evita di spezzarmi la colonna vertebrale”.

Il Times ha definito l’Abruzzo il Tibet d’Europa, indicandolo come una delle 10 avventure imperdibili nell'arco dell'esistenza, una meta da visitare senza indugi.
Pochi speculatori senza scrupoli hanno però in mente un futuro diverso per questa terra, senza rispetto per la storica vocazione naturalistica, agricola, marittima e turistica in nome di una falsa modernità che passerebbe attraverso una criminale devastazione a base di estrazione e raffinazione di idrocarburi.

Il mare per me è la mia vita – racconta Ettore mentre dopo essere rientrato raccoglie dalle reti il risultato di una fatica che non si conclude mai – sono sempre stato nel mare: quello che decide il mare va sempre bene, quello che crede di decidere l’uomo, no”.

Quest’uomo che sul volto abbronzato mostra con fierezza le tracce di più di qualche maretta, confessa con candore che c’è chi soffre di mal d’Africa, mentre “io soffro di mal di mare, nel senso che non riesco a starne lontano per più di una settimana, poi mi assale la nostalgia”.

Ho interrotto una tradizione familiare di lavoratori impiegati in fabbrica o attività del genere. La mia scelta di diventare pescatore è stata accolta quasi come una tragedia. Ha destato scalpore e smarrimento, pescare non rientrava tra le aspirazioni che i miei familiari speravano per me. Forse perché esisteva ancora il mito del posto di lavoro sicuro e garantito. Anche se oggi, forse, sto più tranquillo io. Ma in me il richiamo del mare è più forte di tutto, ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e non ne sono più uscito”.

Ettore è consapevole della minaccia petrolifera che rischia di distruggere in poco tempo i sogni e i sacrifici di una vita. Se davvero si realizzassero tutto queste installazioni petrolifere di cui si parla, purtroppo non abbiamo metri di paragone per valutare davvero quale sarebbe l’impatto, ma io credo potrebbe accadere… l’infinito. Nel senso che il mare potrebbe essere davvero devastato e subire dei danni irreparabili”.

In realtà, purtroppo, sappiamo già quale devastazione ambientale possono causare i frequenti incidenti che coinvolgono petroliere, piattaforme e raffinerie sia galleggianti, sia sulla terraferma. Le cronache di questi disastri sono ormai quasi quotidiane.
Ma per uno dei pochi pescatori ancora all’antica (non quelli industriali che se ne infischiano delle regole e degli equilibri dell’ecosistema marino, utilizzando reti a strascico e depredandolo come fosse una sorta di pozzo di San Patrizio) è inconcepibile anche solo ipotizzare simili follie criminali.
Il pericolo rappresentato dalle multinazionali dell’oro nero “è per molti versi sottovalutato. Sia dai miei colleghi, sia dalla gente. Perché forse non si parla della questione in maniera adeguata, perché forse non si sensibilizza abbastanza. E perché forse molti lo considerano un problema che non li riguarda, perché tanto è in mare e non sulla terraferma. Infatti, la vicenda è stata presentata come se tutto girasse attorno al centro oli di Ortona. Ma le piattaforme in mare farebbero guasti ancora peggiori, metterebbero a repentaglio il paesaggio, il turismo, la vita di quanti come me vivono solo di questo regalo della Natura”.

Non entro nel merito dell’azione della politica locale. Però già il fatto che si informi poco e i cittadini siano poco sensibilizzati sui rischi, la dice lunga sull’impegno di chi amministra questi territori e questo mare. E poi i petrolieri sono molto bravi a fare tutto in silenzio. Se mettono le piattaforme, poi non se ne vanno più”.

Ettore è uno scrigno vivente di racconti sulla bellezza e sull’importanza del mare.
L’anno passato, non so per quale ragione, questo tratto di costa è stato spesso meta di numerosi esemplari di tartarughe.
Alcune sono rimaste impigliate nelle nostre reti, non per cattiveria nostra. E’ capitato anche a me, ma ancora oggi ho la gioia nel cuore perché quella tartaruga è sopravvissuta. Era un esemplare davvero grande e credevo fosse morta. Ho tentato di issarla a bordo perché comunque volevo avvisare le autorità marittime del ritrovamento di questo esemplare. Magnifico, era addirittura etichettato, veniva da Tunisi: pensa che viaggio ha fatto! Non sono riuscito a caricarla, era pesantissima. Ma forse afferrandola per le zampe posteriori e tenendola in verticale – oh, non lo so, non sono veterinario – l’acqua è uscita dai polmoni e dagli organi interni. Allora ho deciso di aspettare i miei colleghi per farmi aiutare, ma intanto l’ho rimessa a pancia in giù, perché era pure rovesciata. Quando finalmente l’abbiamo tratta a bordo, abbiamo visto che muoveva la testa ed è cominciata una festa bellissima. Una cosa incredibile, era morta e l’abbiamo vista resuscitare!”.

Corto Vastese ama il ‘suo’ mare. I piccoli crostacei e le piccole razze sono lasciati liberi di continuare a sguazzare ancora nel regno di Nettuno. Ettore non abusa mai della generosità del continente sommerso e rispetta i periodi di ferma.
E’ giusto che i pesci abbiano il tempo di riprodursi. Io poi credo che sia meglio pescare meno, ma pescare tutti. Qui siamo in 6 a fare questo lavoro, poi da Vasto Marina fino a Punta Penna ci saranno altri 10 colleghi”.

Ettore sa che non esiste alcuna garanzia di sicurezza per quanto concerne le piattaforme del petrolio. “Errare è umano. Come si può dire che queste installazioni sono sicure al 100%? E’ lo stesso discorso dei cataclismi. Se si dovesse verificare un cataclisma naturale, poi come la mettiamo?”.
Qualcuno sta pianificando un futuro petrolifero per la ex regione più verde d’Europa, un connubio strepitoso di biodiversità e ecosistemi, sul baratro di un avvelenamento che durerà secoli, solo per raschiare il fondo del barile degli idrocarburi.
Qui, un tratto di mare dove ti può capitare di uscire a pesca e essere lietamente scortato da famiglie di delfini, qui dove vivono anche cormorani e transitano le tartarughe giganti. Qui dove esiste un’area protetta (almeno in teoria) di ripopolamento ittico.

Ettore esprime in modo schietto la sua visione del futuro: “Se passasse la petrolizzazione, non vedo una situazione rosea. Permettimi una battuta: con il petrolio, il futuro dell’Abruzzo lo vedo… nero”.
Né amministratori, né presunti imprenditori o industriali possono intonare il trito ritornello dell’ingenuità ambientalista, quando non del catastrofismo disfattista (evergreen – definizione volutamente ironica – rispolverato dal presidente del consiglio).
Solo chi per tutta la vita si è confrontato giorno dopo giorno con questa terra e questo mare può parlarne con cognizione di causa. Non si possono affidare decisioni sulle sorti di una regione a chi è totalmente scollato dalla realtà e, blindato in una stanza chiusa, si preoccupa solo di realizzare business politico ed economico.

Ettore Primiceri legge, si informa, comprede, riflette. E propone
Questo Golfo di Vasto è qualcosa di eccezionale, di paradisiaco. E allora perché non cercare di lasciarlo così, di preservarlo? Ma non per restare all’età delle caverne, ma per consentire a chi verrà dopo di noi di continuare a godere di qualcosa di naturale, di infinito che è difficile trovare da altre parti in condizioni ancora così buone. Salviamo questa zona, perché imbruttire o distruggere un così grande regalo?
Siamo tutti schiavi del petrolio, ma dovremmo cominciare a pensare a energie alternative.
Magari, ma è sempre una mia opinione personale, non il nucleare!

L’amore per la bellezza della Natura, il rispetto per l’Ambiente e in sostanza per la Vita, ci dovrebbero trasmettere l’amore e il rispetto per la legalità e le regole.
Il privilegio di trascorrere una giornata nella vita di Ettore il pescatore ci insegna ad amare il mare, a rispettarlo e proteggerlo.
La tempra morale ed etica di questo 'Corto Vastese' ci fa capire una volta di più quanto la politica locale e nazionale sia estranea e aliena, allergica alla realtà del Paese.
Ma la fatica quotidiana di Ettore, la sua stessa vita dedicata all'ecosistema marino, ci concedono uno spiraglio di ottimismo.
Peccato solo che lui, 'malato di mare', non abbia alcuna intenzione di abbandonarlo nemmeno per un istante, per fornire qualche lezione alla pseudo classe dirigente di un’Italia smemorata e incurante dei suoi veri tesori.

Italia, massa all'ammasso
post pubblicato in Diritti, il 14 aprile 2010

 
di Hermes Pittelli ©

 
 Ieri mi è capitato tra le mani il libro 'Massa e Potere', di Elias Canetti (il geniale autore di 'Auto da fé').
mi è venuta la curiosità di capire l'origine etimologica di 'massa'.
perché conoscere il vero significato delle parole è lo strumento più formidabile per capire la realtà; e non farsi raggirare dal leviatano, dal nuovo dio pagano uno e trino costituito da potere economico, politico, mediatico.
ebbene, il termine ci è stato tramandato dai soliti antichi greci: maza, ovvero 'impasto', 'pasta'. Materia manipolabile, malleabile.
per immediata associazione di idee, mi è venuto in mente che uno dei grandi problemi di questo paese avviato ad un declino tragico e inarrestabile, consiste nella trasformazione del popolo dei cittadini in 'massa'.
Constatare che siano bastati 20 anni di culi e tette in tv per ridurre le nostre menti ad un livello pre-primordiale, aggiunge tristezza a tristezza.

Ci stiamo consegnando inermi al leviatano di cui sopra: stiamo cedendo i nostri diritti democratici, repubblicani, i nostri territori, le nostre vite, il futuro e le vite delle giovani generazioni ad una brutale arretratezza, come non si riscontrava dai secoli oscuri del Medio Evo.
Basti riflettere su un fatto significativo: mentre perfino la Cina investe sulle fonti di energia rinnovabile, l'italia manda in Europa documenti partoriti dal nostro senato con cui mette in dubbio i mutamenti climatici da inquinamento e esorta un ritorno all'obsoleta e letale economia basata su carbone e petrolio. Per tacere del nucleare.

E il leviatano si permette anche di aggiungere al danno la beffa, spacciando la regressione per 'modernità e riforme'.
Abruzzo e petrolio, la Spoon River di politica e informazione
post pubblicato in Ambiente, il 28 gennaio 2010
Ortona, 7 gennaio 2010. La Prof. D’Orsogna, afona, ‘parla’ per interposta voce del rischio petrolizzazione che incombe sulla Costa dei Trabocchi. La politica locale è assente o rivendica improbabili conversioni ambientaliste dell’ultima ora. La Provincia di Chieti si fa rappresentare dall’Assessore Di Martino, storico sostenitore del centro oli targato Eni. In rete si discute di fantomatiche risse, invece del pericolo idrocarburi


di Hermes Pittelli ©


La Spoon River della politica abruzzese è andata in scena alla sala Eden di Ortona.
L’opera di Edgar Lee Masters è un capolavoro di poesia e letteratura, mentre nel nostro caso parliamo di una deprimente passerella per rivendicare meriti e battaglie immaginari.
Il 7 gennaio 2010, la conferenza organizzata da Gaetano Basti (ex direttore dell’Arta di Pescara che fornì parere favorevole al Centro Oli Eni, ndr), editore della rivista D’Abruzzo, per informare la popolazione sui rischi connessi ai progetti petroliferi che minacciano la Costa dei Trabocchi, ha preso una piega inaspettata e sconfortante.
La relazione principale è stata affidata alla Professoressa D’Orsogna, afona, in quanto reduce da un incontro a Monopoli dove per tre ore aveva illustrato i pericoli che incombono anche sulla Puglia a causa delle trivelle assetate d’idrocarburi. In Puglia, grazie all’impegno del Ctg Egnatia monopolitano, le relazioni scientifiche della Erin Brockovich abruzzocaliforniana sono state ascoltate in modo così attento che il governatore Nicky Vendola, non solo ha definito le piattaforme “una schifezza”, ma ha presentato ricorso al Tar per proteggere i mari regionali; e pochi giorni dopo, ha trionfato alle primarie del Pd (sarà un caso?).

A Ortona, a supporto di Maria Rita D’Orsogna, l’ingegner Giambuzzi con l’ingrato compito di spiegare gli aspetti più tecnici della legislazione italiana che dovrebbe regolamentare le attività petrolifere e la tutela della salute dei cittadini e dei territori.In sala, politici locali in ordine sparso.
Il tema non interessa al Consiglio municipale di Ortona che diserta in massa la serata. ‘Scalda’ poco anche Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti, il quale preferisce correre alla presentazione dell’ennesima biografia dedicata all’ex ministro Remo Gaspari (nostalgico dell’epoca in cui l’Eni decideva d’imperio le strategie ambientali regionali, senza tante discussioni).
Ci sono anche amministrazioni che stanno partecipando alla battaglia contro la petrolizzazione senza esitazioni, come ad esempio i Comuni di S. Vito Chietino, Pineto, Treglio, Fossacesia, Casalbordino, Lanciano, Francavilla e Vasto.

A rappresentare la Provincia, Remo Di Martino, assessore al Turismo e alla Cultura. L’esposizione principale è stata affidata a me che per una sera ho indegnamente prestato la voce alla Prof. D’Orsogna; esposizione poco efficace per colpa mia che mi sono esposto volentieri alla brutta figura per la stima professionale e umana nei suoi confronti, ma che non dispongo delle stesse competenze scientifiche né comunicative. Dopo le relazioni, il fattaccio.
L’Assessore Di Martino prende la parola; qualcuno in sala rumoreggia, ma senza "frizzi", né "lazzi". L’avvocato ortonese forse confonde l’istituzione che è venuto a rappresentare e comincia un’infervorata difesa del Consiglio municipale sulla vicenda del centro oli. Ci tiene a sottolineare anche l’impegno di Enrico Di Giuseppantonio nella battaglia contro la petrolizzazione.
Peccato che le osservazioni presentate dalla Provincia di Chieti contro i progetti petroliferi siano state elaborate e scritte da cima a fondo dalla Prof. D’Orsogna; la Provincia si è limitata ad apporre il proprio logo, il timbro con la data e la firma, quella sì di proprio pugno, del Presidente. Nemmeno una citazione, né un ringraziamento per il lavoro della Scienziata; la quale, sentendo l’Assessore proclamarsi fiero oppositore del centro oli da tempi non sospetti, abbandona momentaneamente il tavolo dei relatori.
Nessuno ha impedito al rappresentante della Provincia di Chieti di esporre il suo pensiero. Il torto di Maria Rita D’Orsogna è di ragionare con i canoni della democrazia americana; alfabeto sconosciuto a queste latitudini, dove siamo ormai così proni e rassegnati agli inciuci da non renderci più nemmeno conto che ci stanno scippando (grazie alla nostra acefala passività) diritti, salute, risparmi, terra, il futuro dei nostri figli.
Inspiegabile poi la fantasiosa ricostruzione della serata offerta da un popolare quotidiano elettronico abruzzese che, senza inviati in loco, ha raccontato di una quasi rissa tra la Scienziata e l’Assessore Di Martino. E’ sufficiente consultare un vocabolario etimologico (o i testimoni della serata) per sgonfiare questa versione sensazionalistica. Un diversivo molto utile a coloro che preferiscono mantenere una coltre di nebbia sull’argomento, per interessi personali o per responsabilità dirette nell’immobilismo delle istituzioni.
Sul web si sono anche scatenati alcuni franchi tiratori, alcuni sciacalli che da tempo aspettavano nell’ombra per gettare discredito sulla Scienziata; sicari di bassa lega animati da fedeltà clientelari e da invidie ataviche.

Ma davvero sorprendenti restano le tesi dell’Assessore Di Martino che partecipa alle passeggiate ecologiche e stanzia fondi per l’edificazione di nuovi trabocchi (con vista sulle piattaforme petrolifere?); ha forse rimosso dalla memoria quanto lui stesso affermava sul progetto Eni in una lettera inviata al giornalista Lannes, collaboratore e inviato del quotidiano La Stampa di Torino: “Vedo di cosa si tratta e sembra una cosa non buona, ma straordinaria!” (Missiva datata 11/11/2008, pubblicata sul suo blog il I aprile 2009).
Sostiene Di Martino di essere venuto a conoscenza di questo progetto solo alla fine del 2006, su incarico del sindaco Nicola Fratino che non voleva occuparsi della questione per non essere tacciato di conflitto d’interessi.
E i cittadini presenti in sala? Muti come pesci. Qualche mugugno, nessuno che si prenda la briga di evidenziare l’incongruenza solare delle tesi esposte, di chiedere all’Assessore e agli altri politici quando si è concretizzata la miracolosa conversione sulla via dell’ambientalismo, cosa stiano facendo concretamente, con prese di posizione ufficiali e provvedimenti per difendere i mari e i territori abruzzesi.
Cittadini che poi in rete scrivono di essere contenti perché anche chi non aveva ancora capito l’ambiguità di certi amministratori ha potuto verificarla di persona.
La vera democrazia non funziona così e questa è stata solo l’ennesima occasione sprecata per ricominciare ad esercitarla sul serio.

Tornando all’avvocato Di Martino, alla fine di ottobre del 2007 raccontava: “Stato, Regione, Provincia, enti preposti ad esprimere il parere sulla compatibilità ambientale ed inquinamento, dicono che si deve procedere; i contadini, quelli che dovrebbero tenere alla loro terra più di ogni altra cosa vendono i loro poderi; l'indotto specie le aziende che da anni lavorano con l'Eni chiedono che si proceda; i lavoratori manifestano, con le sigle sindacali tutte in testa, per salvaguardare le loro famiglie; l'Eni che tra royalties e somme da versare nell'immediato dà al comune qualcosa come 25 milioni di Euro in 16 anni ed il Consiglio comunale dovrebbe dire no a che cosa e sulla base di che? Chiedo senza alcuna intenzione di fare polemica, dove sono stati questi difensori dell'ambiente in tutti questi anni? Il progetto giace al comune da anni e tutti sapevano tutto. Per inciso già due anni fa di mia iniziativa ho fatto vedere il progetto Eni a persone che in Ortona ne sanno molto perché operano nel campo da decenni e da loro ho avuto l’assicurazione che non vi sarebbe stato il disastro ecologico che, i proprietari delle agenzie immobilari che operano sul territorio paventano. Spero di essere riuscito a spiegare, se pur succintamente, che il consiglio comunale ha fatto bene, molto bene ad essere consequenziale con l'unica linea di sviluppo della nostra città, ove si voglia intervenire lo si debba fare con la Regione che può modificare o rifare i piani di sviluppo”.

Un fiero oppositore che definisce le attività petrolifere “unica linea di sviluppo della nostra città” e il progetto Eni “una cosa non buona, ma straordinaria!”.
Tra l’altro, come poteva l’Assessore chiedere pareri illuminanti sul centro oli alla fine del 2005, quando spiega di averlo scoperto solo alla fine del 2006?
Un progetto “di cui tutti sapevano tutto da diversi anni”.

Tutti chi? Non certo i cittadini.

Abruzzo, regione sventurata
post pubblicato in Società&Politica, il 28 dicembre 2009

Dall’alba dell’umanità un pugno di oppressori ha da noi strappato quel controllo della vita che era solo di noi stessi. Così facendo ci tolsero il Potere. Senza far nulla, Noi vi rinunciamo”.
(V per vendetta, Alan Moore&David Lloyd)



di Hermes Pittelli ©



 Il compianto giornalista Enzo Biagi citava spesso una frase del grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: “Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi”.

Un aforisma che si adatta perfettamente all’Abruzzo. Una regione caso esemplare dell’anomalia italiana.

Nella serata conclusiva della meritoria manifestazione culturale Son’Ora a Sulmona, la Professoressa Maria Rita D’Orsogna è stata definita da uno degli organizzatori ‘vera figura eroica dei nostri tempi’.
Nulla da eccepire sull’alto profilo professionale e umano della Erin Brockovich abruzzocaliforniana.
Resta però una sensazione di sconforto e amarezza per i ‘mala tempora’ in cui ci dibattiamo, ormai immemori del nostro ruolo di cittadini.

L’Italia è il paese (‘p’ minuscola) in cui due cariche istituzionali di rilievo affermano pubblicamente che il noto e riconosciuto mafioso e assassino Vittorio Mangano è un eroe, senza suscitare indignazione popolare e riprovazione politica (con annesse, immediate dimissioni); sintomo lampante di una terra che ha smarrito il valore delle parole.

Le parole sono importanti, sono fondamentali. Nella Bibbia c’è scritto ‘In principio era il verbo’. E’ dal Logos, dal Verbo, dalla Parola che tutto ha inizio, è la Parola che squarcia le tenebre eterne del caos e che origina la scintilla di luce che innesca la creazione dell’Universo, la Vita.
Non a caso nell’antichità, le caste dei sacerdoti erano potenti perché custodivano le Parole, non il linguaggio corrente della plebe, ma la Sofia, la Conoscenza assoluta.

Ecco perché oggi in Italia lamentiamo un pauroso vuoto di cultura, in senso stretto ma che si riflette sulla nostra coscienza civile, civica, politica. La strategia dei comitati d’affari che si sono spartiti i territori nazionali si sta rivelando vincente proprio perché passa con premeditazione dalla distruzione sistematica del linguaggio. Un linguaggio depauperato, depotenziato, in cui esistano solo un centinaio di vocaboli di uso comune, magari imbastarditi da espressioni esterofile (gossip, trendy, fashion) per un tocco di posticcio cosmopolitismo è il miglior salvacondotto per degradare - con violenza incruenta - i cittadini a sudditi postmoderni. Sudditi incapaci di discernere la realtà, i fatti (anche per colpa di un’informazione collusa e asservita), incapaci di una valutazione critica del mondo in cui vivono: completamente immersi in un flusso costante e ininterrotto di chiacchiericcio senza significato e significante, una sorta di mondo parallelo, virtuale, anestetizzato e anestetizzante: del cervello e della coscienza.
Cittadini ridotti a meri consumatori e automi vergatori di schede elettorali. La vera democrazia liberale non si riduce a questo. La vera libertà non si traduce in una sequela di acquisti indotti di inutili marchingegni elettronici al centro commerciale e di x segnate con la matita su nomi di inetti sconosciuti, scelti da chi vuole controllare le nostre vite e spartirsi le nostre terre.

La Professoressa D’Orsogna rammenta sempre durante le sue conferenze il comandamento fondamentale della vera democrazia. Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti (1743-1826) e uno degli autori della Dichiarazione d’Indipendenza, ammoniva che il prezzo da pagare per la Libertà è l’eterna vigilanza.
L’Abruzzo (l’Italia) non può attendere che arrivi un colonizzatore o un liberatore/salvatore dall’estero o dal cielo (come nel caso di Maria Rita D’Orsogna, appunto) per decidere la propria sorte. Riunirsi in un teatro per informarsi e confrontarsi sulla tutela dell’ambiente e per discutere delle strategie di sviluppo economico più adatte ai propri territori significa fare politica, nell’accezione più nobile del termine.
Non quella del politicame italico, infarcito solo di scambi clientelari e in cui la parola d’ordine è ‘compromesso’.
Anche uscire di casa al mattino e recarsi al lavoro e interagire con i nostri simili è un atto politico. Abbiamo smarrito il senso delle parole, l’etimologia è fondamentale per recuperare una bussola, un faro come il Pireo d’Atene nella Grecia classica. Polis è la Città, tutti siamo cittadini, tutti abbiamo il diritto/dovere (binomio inscindibile) di concorrere alla formazione del buon governo del nostro territorio.
Arrendersi, ignari e proni, alle grandi – spesso occulte perché inconfessabili – manovre di ignoranti e arroganti arrivisti, assetati solo di potere e profitto, equivale a firmare la propria schiavitù, la cessione perenne della propria terra, la distruzione del proprio territorio, la negazione del futuro per i nostri figli.

Inceneritori, cementifici, fonderie, pozzi di petrolio sono business della morte. Fino a 50 anni fa, poteva valere la scusa dell’ignoranza. Oggi in tutto il mondo c’è una letteratura scientifica (a parte gli smemorati d’Ippocrate a libro paga delle multinazionali) che dimostra in modo inequivocabile quanto queste attività industriali siano deleterie, spesso letali, per la salute umana e per l’ambiente.
L’Abruzzo, gli abruzzesi devono ridestarsi una volta per tutte; devono decidere di essere gli artefici del proprio destino e di quello della propria regione.
Non possono ancora pretendere che arrivi una scienziata dalla California e li informi sugli effetti nefasti degli idrocarburi e sia poi anche costretta, da sola, a convincere gli amministratori regionali e locali a puntare sulla terza rivoluzione industriale, sull’economia verde.

Da oggi, a 72 ore dalla fine della moratoria sulle trivellazioni in Abruzzo, la responsabilità del futuro è nelle mani degli Abruzzesi.
Non possono più accampare giustificazioni.

Il partigiano Giacomo Ulivi, poco prima di essere fucilato dai fascisti all’età di 19 anni , scrisse una lettera meravigliosa, che dovrebbe diventare patrimonio di chi vuole ancora esercitare il proprio inalienabile diritto/dovere di cittadinanza:
No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli,
dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi e quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere. Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica. Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti”.

ANCHE IL REGISTA DI CLOONEY CONTRO IL PETROLIO IN ABRUZZO
post pubblicato in Ambiente, il 9 dicembre 2009
 Anton Corbijn, regista del film 'The American', interpretato dalla star di Hollywood si schiera: “Diciamo no al petrolio in Abruzzo: per il guadagno di pochi, perché cancellare il benessere di tutti gli abitanti della Regione?”


a cura di Hermes Pittelli ©


 Anton Corbijn, regista del film 'The American', interpretato dalla star hollywoodiana George Clooney,
recentemente girato a L’Aquila e dintorni, ammaliato dalla bellezza del territorio, ha deciso di aderire alla campagna degli ambientalisti contro la petrolizzazione d’Abruzzo.

Gli ambientalisti, come è ormai noto, chiedono al governo italiano e a quello regionale di estendere la moratoria contro le estrazioni di petrolio in tutta la regione Abruzzo per i prossimi 30 anni. L’attuale moratoria scade alla fine di dicembre 2009.
Le associazioni coinvolte chiedono inoltre che vengano vietate tutte le operazioni petrolifere lungo il litorale abruzzese, dove sono previste piattaforme anche a meno di 5 km dalla costa.
La campagna "No al petrolio in Abruzzo", nata due anni fa per bloccare il progetto di un ‘centro oli’ (in realtà, una raffineria ultra inquinante targata Eni) vicino a Ortona, nel cuore delle campagne dove nascono il Montepulciano e lo straordinario olio d’oliva abruzzese, sta continuando per fermare le proposte di alcune ditte petrolifere fra cui la stessa Eni, Petroceltic, Mediterranean Oil and Gas, Forrest Gas, Vega Oil, Cygam gas, ed Edison.
Queste multinazionali degli idrocarburi vorrebbero trivellare ed estrarre petrolio in Abruzzo, regione verde d'Europa per eccellenza, che ospita il ghiacciaio più meridionale del Vecchio Continente e varie specie protette di orsi e lupi.
Le proposte di trivellare l'Abruzzo, non solo colpiranno parchi nazionali, riserve marine e ornitologiche, ma metteranno a rischio il sostentamento economico di tutte quelle persone che nella regione vivono di agricoltura e di turismo.

Anton Corbijn, fotografo e cineasta dallo stile visionario e onirico, dopo le riprese durate circa tre mesi (cominciate a fine settembre) sul set naturalistico abruzzese ha affermato:
Ho appena finito di girare in Abruzzo con George Clooney. L'Abruzzo è ora diventata la mia regione preferita in Italia e non solo grazie al carattere delle sue persone. Uno dei protagonisti del nostro film è proprio il paesaggio abruzzese: Castel del Monte, Castelvecchio, Calascio, Sulmona, Anversa e dintorni hanno tutte avuto un’influenza straordinaria sul modo in cui abbiamo girato il nostro film. Secondo i piani petroliferi che riguardano l'Abruzzo, tutte queste zone sono a rischio devastazione ambientale”.

Noi abbiamo scelto questi luoghi perché ci siamo innamorati perdutamente dell’Abruzzo – ha aggiunto il regista olandese, autore di molti video per artisti quali U2, Rem, Joy Division, Brian Ferry, Depeche Mode, ecc. - il solo pensiero che chiunque sano di mente e per il vile profitto possa distruggere una gran parte di questo paradiso incontaminato è per me qualcosa di incomprensibile. Per il guadagno di pochi, portare via il benessere di molti e per sempre? Ma non c’è nulla che possa salvarsi dall’avidità di denaro e dalla corruzione? Perché solo di questo può trattarsi. Queste persone dovrebbero riesaminare i loro piani, le loro vite e le vite degli altri e abbandonare i progetti petroliferi per il futuro prossimo”.

Il movimento ‘No al petrolio in Abruzzo’ crede che investimenti a lungo termine in iniziative commerciali che preservino il territorio, come ad esempio l'industria cinematografica, possano dare molti più benefici alla popolazione abruzzese, rispetto ai proventi petroliferi che saranno appannaggio di pochi e ben individuati soggetti.
La regione Abruzzo sta diventando sempre più nota a livello internazionale proprio grazie alle sue bellezze naturali; molte persone vorranno conoscerla, attraverso i prodotti tipici o visitando le località e i territori che vedono nei film.
Se le estrazioni di ‘oro nero’ inizieranno a tartassare l’Abruzzo, nessun artista, regista o fotografo vorrà più immortalare una regione la cui è bellezza è stata deturpata per sempre dal petrolio.
La crescente domanda internazionale rivolta agli eccellenti cibi e ai vini che l’Abruzzo produce scomparirà in fretta, perché questi prodotti – oggi genuini - saranno stati contaminati dalle esalazioni sulfuree derivanti dall'estrazione e dalla raffinazione del petrolio di scarsa qualità che la Regione nasconde nel sottosuolo e nei propri fondali marini.
Nessuno vorrà più visitare le montagne ed il mare Adriatico quando l’unica vista disponibile sarà una distesa di pozzi, piattaforme petrolifere e raffinerie.

Cosa resterà allora della Regione più verde d’Europa (Basilicata docet) e come si guadagneranno da vivere le popolazioni d’Abruzzo?


Contatti per la campagna contro il petrolio

Email Maria-Rita D'Orsogna o Sammy Dunham

dorsogna@math.ucla.edu, sam@webseolive.com

Telefono : 001 310 570 5591 / 0044 7957651115

Testo in originale (inglese) a www.savethemontepulciano.blogspot.com


Fonte: Professoressa Maria Rita D'Orsogna
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