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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Dialogo immaginario (ma non troppo) tra un netturbino (urbano) e un cittadino (?)
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 13 marzo 2011
di Hermes Pittelli ©


N. “Ti stai facendo crescere la barba?”.
C. “Non la sto facendo crescere, cresce”.
N. “Ah...”
C.
“Ti rendi conto?”
N.
“Non conto, spazzo. Non so contare e non conto. Canto come fosse un karaoke, così mi passa e non ci penso. Canto e spazzo”.
C.
“Ah...”.

C. “Comunque, ti rendi conto? Siamo immobili, da 20 anni. Un lasso di tempo più lungo – o uguale, ma sempre troppo - di quanto sia durato il regime fascista”.
N.
“Lasso? Quello dei cow boys nei film western e nei fumetti di Tex?”.
C.
“No, lasso inteso come periodo, intervallo temporale”.
N.
“Piove? Ho sempre adorato quegli intervalli della Rai di un tempo, quando esistevano solo il ‘primo’ e il ‘secondo’, come fosse l’unico pranzo della giornata alla tavola di un lavoratore plebeo. Te li ricordi, quegli intervalli? Con musichette celestiali e le cartoline in bianco e nero dei paesaggi più belli d’Italia...”.
C.
“Ma cosa dici? Insomma, il dramma è che siamo cristallizzati, bloccati, paralizzati. Continuiamo ad avvolgerci su noi stessi, fermi sullo stesso punto. Il mondo cambia, ci sono stravolgimenti inimmaginabili. La parola scorre libera e veloce in Rete e scatena rivoluzioni in Africa e Medio Oriente; nell’impero comunista del Dragone si concentra il più alto numero di miliardari del globo e noi siamo come la drosophila melanogaster, il moscerino della frutta rimasto incastonato nell’ambra attraversa i secoli, sempre immobile, sempre uguale a se stesso. Immutabile, immarcescibile, ma bloccato, imprigionato in una goccia d’ambra. Goccia dorata e trasparente, da cui magari vedere il mondo, ma deformato dalla rifrazione”.
N.
“Ah... scusa, hai fatto nottata alcolica con i tuoi amici? Come può essere libera la parola nella rete? Non si impiglia? E poi questa drogafila melanogangster deve essere una poco di buono, una della criminalità che si arrichisce spacciando schifezze chimiche ai nostri giovani, bruciando loro il cervello”.
C.
“Ah... comunque, ribadisco: da 20 anni siamo seduti sullo stesso strapuntino di roccia e utilizziamo sempre le stesse, poche, banali parole. Non riusciamo più ad articolare un discorso completo, figuriamoci un ragionamento con delle premesse motivate, uno sviluppo logico e una conclusione che apra nuovi orizzonti e sia foriera di progetti per il futuro di tutti, per il bene comune. Solo slogan markettari, il cittadino non esiste più. Non è un soggetto attivo, portatore sano di diritti e doveri e individuo fondamentale che realizza e si realizza in una società armonica, multiculturale, cosmopolita; no, è una monade consumatrice, consumatrice di prodotti inutili e dannosi per la salute e per l’Ambiente, telespettatrice di programmi osceni per ottenebrare e ipnotizzare le masse, automa fornitrice di ‘x’ su facce di delinquenti che candidandosi vogliono infiltrarsi nelle istituzioni per esfiltrarsi dalla giustizia”.
N.
“Ah... non saprei, comunque ho dei parenti veneti e mona, può essere anche un articolo piacevole, ma se te lo dicono non è certo un complimento”.
C.
“Sono friulano, conosco bene questo etimo”.

N. “Eh, non esistono più le mezze stagioni. Hai visto? Siamo a metà marzo e io sono costretto ad indossare ancora l’uniforme invernale. Quelli della Odio (Organizzazione Deiezioni inCivili Omologate) ci rinnovano abiti da lavoro e attrezzature ogni 10 anni, dicono che così contengono le spese e salvano i posti di lavoro”.
C.
“Già, come canta il Poeta, la primavera intanto tarda ad arrivare...”.
N.
“Ah... certo, sei strano forte tu. Per la maggior parte del tempo non ti capisco, ma forse sei simpatico. Comunque, due chiacchiere con qualcuno allargano sempre il cuore, soprattutto se fai spesso il turno di notte tra freddo, umidità, a raccattare la monnezza puzzolente gettata senza un minimo di criterio dai tuoi simili, lo smog del traffico che resta come appiccicato all’aria e ci respiriamo tutto noi”.
C.
“Ecco, ti rendi conto? Sei testimone diretto del degrado della sedicente civiltà italiota? E cosa fai? Dimmi, dovresti essere tu per primo a informare tutti gli altri cittadini, dovresti essere tu a scrivere il nuovo programma politico, ad organizzare la rivolta per realizzare finalmente una società civile equa e legalitaria”.
N.
“Ah... ma io sono sposato. Viviamo in affitto, la proprietaria, grazie a non so quali accordi con il fisco, ci fa un prezzo di favore – 600 euro al mese e per noi già è alto – e non abbiamo figli, purtroppo. Ma se ci fossero, forse staremmo in una roulotte arrugginita e scassata come certi zingari che stanno più giù”.
C. “I Rom... la cultura nomade e gitana”.
N. “Macché cd rom e gite. No, sono proprio zingari poveracci, tutto il giorno frugano nei rifiuti dei signori, quelli che vanno a messa ogni domenica ma farebbero un enorme falò dei campi di ‘sti disgraziati. Zingari, esseri umani come noi, con bambini costretti spesso a inalare i veleni delle macchine stando sulle strade vicino ai semafori per racimolare qualche centesimo con cui campare. Non so cosa sia la civiltà di cui parli, ma qui non c’è di sicuro”.
C.
“Ah...”
N.
“Poi, già che siamo in tema, i nostri cari vicini di casa e amici e parenti, guarda come rispettano se stessi e gli altri e la propria città. Nei cassonetti - quando va bene, perché spesso lasciano i rifiuti per strada - scaricano ogni genere di schifezze e porcherie. Tanto, sanno che poi passiamo noi e se ne fregano. In fondo, la differenziata è una fatica inutile. La Odio in combutta con il Comune finge di tutelare l’ambiente, ci costringe a passare più volte con automezzi diversi ma tutti ugualmente scassati e inquinanti, ma tutta la monnezza finisce, indifferenziata, nella stessa enorme discarica. Non credo che questo aiuti la natura, nè la nostra salute”.
C.
“Vabbé, s’è fatta na’ certa... scappo. Vado in edicola. Non che i giornali e i giornalisti meritino i nostri soldi, ma insomma bisogna pur leggere per formarsi un’opinione consapevole sui fatti che ci riguardano, come cittadini dell’ex BelPaese e del Mondo”.
N.
“BelPaese? E’ un formaggino spalmabile, no?”.
C.
“E poi non ho fatto ancora colazione, passo in cornetteria. Un cornetto di polistirolo e un cappuccino con latte radioattivo e la vita ti sorride. Tu che fai?”.
N.
“Finisco il turno, torno a casa, butto l’uniforme in lavatrice, mi faccio la doccia e dormo. Stasera, festicciola con gli amici. Serata karaoke. Stiamo insieme, con un po’ d’allegria. Te l’ho detto, non conto, canto, non ci penso e forse intanto passa”.
C.
“Già. Adda passà a’ nuttata... Deve pur finire questa notte”.
N.
“Ah... tu invece? Rivoluzioni?”
C.
“Non oggi. Nel pomeriggio gioca quasi tutta la Serie A, poi stasera grande posticipo, con pizza creativa e birra ricreativa. Lo so, sono abbonato al digitale terrestre. Mi vergogno, ho la tessera della tv del premier tycoon. Ma cosa vuoi fare, per sconfiggere passioni e tentazioni esiste un solo modo: cedere”.
N.
“Ah... posticipi la Rivoluzione?”.
C.
“Eh... vabbuò, ti auguro le cose migliori. Ciao. Buona domenica”.

Stelle
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 19 settembre 2010
 

(foto per gentile concessione di Pamela Piscicelli ©)



di Hermes Pittelli ©


 
 Ti stanno accanto.

Sagge e discrete, per anni.

La loro è una luce tenue ma costante, mai banale.

Rischi di considerarle tue per diritto divino.

Ci saranno sempre, ti dici.

 

Distrazioni pacchiane, luminarie illusorie e superficialità, il rumore volgare e

inutile del mondo:

non te ne accorgi, ma sono ancora al tuo fianco.

Sapienza silente, irraggiungibile dalla tua minuscola bolla di plateale arroganza. 

Accecante egoismo, folle ansia di mete insensate.

Le tue ali di cera non serviranno nemmeno per balzare su un tram in corsa.

 

Se ne vanno, quando nella sofferenza capiscono che su questa Terra non possono

più
diffondere la loro luce gioiosa.

Il tuo egoismo le reclama ancora qui, inutilmente.

Loro tornano nel cosmo, dove sono nate: di nuovo libere e senza limiti.

Se saprai finalmente guardare, continueranno ad indicarti la rotta.

Ma quanto rimpianto, di straziante felicità.




permalink | inviato da erikfortini il 19/9/2010 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lady Rowena (afterhours dreaming...)
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 26 agosto 2010

 di Hermes Pittelli ©


 In piedi davanti a me.

Quasi un miraggio, un'apparizione metafisica.

Bianca e fine, abbraccio la mia Lady Rowena.

Lascio che faccia a brandelli la mia mente, la mia anima.

Anima arrangiata.

 

So che mi vuoi fotografare con il tuo sguardo nucleare.

Ma sì.

I
n fondo, quanto è volgare questo annaspare.

Meglio precipitare, senza graffiare l'aria,

senza rovistare nella discarica per ignobili appigli.

Grandioso bramare la perfezione nella caduta.

Non si può sprofondare per sempre.

Prima o poi si tocca terra.

In fondo, appunto.

 

Sognando, una tantum, un finale che non faccia male;

Senza cuori sporchi e senza mani pulite,

senza capri espiatori né eletti demiurghi.


Sei stata, sei, sempre sarai l'errore più geniale in cui cadere.

Solo tu mi spingi a risorgere.

Io e la mia signorina stiamo bene insieme
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 20 agosto 2010


di Hermes Pittelli ©

 
 Usciamo di soppiatto, allegri e furtivi quando il resto dell'umanità si accinge a desinare.

Le strade deserte e quasi silenziose creano un'atmosfera più intima e umana.
Certo, qualche auto-scimunito lo incontriamo.
Si merita i miei strali, molto oxfordiani però, perché la mia signorina deambula con divino aplomb sublime, non si scompone, non si agita, mantiene un invidiabile contegno in ogni circostanza: con la pioggia o sotto il sole, con la nebbia o contro il vento, sotto la neve e nella grandine.

Io e la mia signorina ci divertiamo insieme, sorridiamo osservando piccole cose.
Notiamo ad esempio che l'intelligenza dei cittadini è inversamente proporzionale ai metri cubi di cemento con cui loschi lestofanti ci sottraggono territori un tempo meravigliosi: aumenta il cemento grigio, è sempre più rarefatta la materia grigia.
In ogni terrazzino, un'antenna parabolica che sostituisce obsoleti vasi colmi di fiori.
Più paraboliche che esseri umani, triste parabola di questi tempi moderni.
Alle volte il sorriso può essere amaro.

Ma poi andiamo in fuga verso mondi solo nostri. Io e la mia signorina: due anime, un corpo solo. Lei mi conduce frizzante e sbarazzina in luoghi che conosco da sempre, ma che insieme a lei si trasformano per magia in galassie sconosciute da esplorare senza posa. Come fossimo Argonauti alla ricerca di qualche nuovo vello d'oro o solo di un po' di saggezza da regalare a questa umanità varia ed avariata.

La mia signorina è esigente, assorbe ogni mia energia, ma i muscoli che lentamente si intossicano di acido lattico e sembrano sul punto di dilaniarsi regalano alla mente straordinarie percezioni emo-sensoriali (nessun doppio senso).
La fatica (e il dolore) stimolano la produzione di droghe naturali, un altro miracolo della mia signorina.

Rientriamo alla base appena in tempo, fuori si scatena un diluvio, forse cugino di quello universale. Esausto ma felice, di una felicità pura, adagio delicatamente la mia signorina sul suo trono personale e la detergo (no, non mi riferisco ad un dotto trattato sulle natiche) con amorevole cura.
Pensando con impaziente entusiasmo alla nostra prossima avventura.

Stiamo proprio bene insieme, io e la mia signorina...
I
o e la mia bici da corsa




permalink | inviato da erikfortini il 20/8/2010 alle 11:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Sera perfetta
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 19 agosto 2010
(dedicata a Te che conosci la mia forza e sai come attivarla)

 di Hermes Pittelli ©


 U
n caffè solo, due tazzine.

Un pontile sul mare notturno che tra le onde accoglie stelle cadenti.

Trabocchi e piattaforme petrolifere.

Gente in cerca d'allegria a buon mercato, orizzonti minimi di un paese che non c'è.

Gran galà della malinconia con cabarettisti surreali e felliniani.

Luci artificiali opache che dovrebbero sfavillare come lampadari di Versailles, nelle intenzioni.

Polo d'attrazione, ricchi premi e fritture di terza mano: un'incomprensibile colata di cemento chiamata Esperia, così disperata e anti storica da trasfigurarsi in una sorta di inno alla bellezza alternativa.

La mia serata perfetta. La tua presenza melopoietica irradia vita.

Cerco il mio destino nella schiuma del liquido bruno e profumato.

Cerco i tuoi lineamenti, le tue parole, le tue mani.

 
Nel caffè solo, con due tazzine, inseguo la mia serata perfetta, inseguo Te.

Trovo solo una tempesta.

Perfetta.

Tango della Gelosia
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 21 marzo 2008


di Hermes Pittelli 

 Capì che ormai non aveva alternative guardando il fumo denso galleggiare all’interno di quella fetida bettola. Decise di farlo. Tossì, gli occhi bruciavano da morire.

La luce artficiale era fioca e fastidiosa.

Il fumo delle bionde e dei cubani avvolgeva i pochi stanchi e tristi avventori del locale, dando la sensazione di circondarli con un’aura azzurrognola, come se fossero al tempo stesso figure eteree e sudicie.

Il juke box diffondeva nell’aria stantia le note di Caminito. Il disco pareva proprio un antico 78 giri graffiato che come un vento di tango lo costringeva, lo trascinava incontro a quella soluzione finale. La voce potente, melodiosa, melanconica del cantante fu l’ultima goccia: non avrebbe potuto sopportare più quella situazione.

…Occhi negli occhi, mani intrecciate, gambe che si incrociano; corpi che si strusciano lenti, membra che si avvinghiano e si avviluppano fino a fondersi in un'unica entità armonica. La più perfetta simulazione coreografica di un coito passionale e sfrenato. Nessun simbolismo, nessuna astrazione. Scandalosa sensualità allo stato puro.

Cogliere un impercettibile lampo d’intesa nelle pupille, un sorriso che non è solo rappresentazione né gentilezza verso il pubblico, avvertire la perfetta sincronia dei movimenti come se quei due corpi coltivassero una frequentazione, un’intimità che non può essere solo allenamento scrupoloso; ma conoscenza reciproca accurata, esplorazione delle esigenze e delle risposte in ogni situazione, capacità di interpretare, accogliere, assecondare perfettamente necessità, desideri, voglie, pensieri dell’altro…

Dentro di lui quel tuono prima lontano stava diventando un boato assordante, il preludio ad una rabbia infinita e incontrollabile. Riusciva a stento ad arginarla, la dissimulava dietro il paravento di gesti banali consueti e mansueti. Ma sempre più spesso le mascelle si serravano da sole, le narici si dilatavano spasmodicamente per inalare maggiori quantità di ossigeno da convogliare al cervello per spegnere la fiamma dolorosa di quell’unica, invadente, insopportabile ossessione.

Le note del tango lo tormentavano. Quel brano non cessava mai, risuonava nella sua scatola cranica di giorno e di notte, in continuo, senza concedergli la requie che inseguiva come bene supremo.

Sei musicisti sul palco: il pianista e fondatore del gruppo, il violoncellista, il contrabbassista, il violinista smilzo e aguzzino, così delicato nello sfiorare le corde del suo strumento, così crudele da tormentare le corde più nascoste e indifese della sua labile psiche; i due fisarmonicisti gemelli e il cantante maledetto. Tutti rigorosamente vestiti di nero, tetri inappuntabili becchini della sua felicità perduta. Irrimediabilmente. La gioia comporta sempre una perdita; e il dolore è la conseguenza della gioia smarrita.

Poi, improvvisamente, le luci si fanno più intense e compare lei che sarebbe capace di squarciare le tenebre solo con il suo incedere elegante e seducente. Caviglie perfette, polpacci muscolosi, cosce toniche, natiche sode e sporgenti, e quel vestito nero che aderisce alle sue forme e le lascia intravvedere tra trasparenze complici e vertiginosi ammicanti spacchi. Gli sguardi volgari e lascivi dei maschi presenti non lasciano adito a dubbi su quale sia il pensiero unico dominante quando si esibisce Belen Hernadez, la Regina del Tango.

Ma questo non è il peggio.

Eccolo, la segue e la insegue; la afferra, la sfiora, la accarezza in modo peccaminoso, da ogni suo movimento traspaiono la tensione sessuale, la brama di dominio e possesso. È pettinato alla Rodolfo Valentino, zigomi taglienti e regolari mascella virile, sguardo penetrante e magnetico, muscoli agili e guizzanti che si intuiscono anche sotto lo smoking da gangster degli anni ’20.

Danzano, leggeri e perfetti come sempre. E come sempre raccolgono l’ovazione travolgente di un pubblico in balia della loro bellezza, della loro sconvolgente sintonia.

Fugge, per non vedere. Ma le immagini dei loro corpi incastonati l’uno nell’altro sono spilli conficcati nel suo cervello e lo seguono ovunque. Querida buenos aires, adios amigos questa è la mia ultima notte da uomo libero.

Ma in fondo, alla mia libertà ho già rinunciato quando ho ceduto all’amore per lei…




permalink | inviato da erikfortini il 21/3/2008 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lucertola
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 4 marzo 2008
di Hermes Pittelli


Il treno si ferma. Senza ragione. Nessuna stazione nei paraggi.

L’indolente convoglio si blocca nel nulla. Intorno campagna.

Sospesi in un bozzolo atemporale, sperduti in una dimensione di questa terra eppure separata dalla quotidianità, una bolla senza spazio, un universo ‘altro’ dove la geometria euclidea non ha senso; semplicemente non esiste.

Ai lati dei binari due piccoli edifici, ingrigiti dalla noia dalla malinconia dalle tempeste di troppi inverni solitari. Spuntano dal nulla anche loro. Come dune di sabbia e conchiglie scheggiate che appaiono quando il mare si ritira in cerca di riposo al suo incessante moto. Come lumache sagge e ponderose in mezzo all’erba dopo una pioggia abbondante.

Il mio sguardo vaga alla ricerca di conforto. Si posa sulla parete del minuscolo ripostiglio addossato svogliatamente alla casupola. All’unica finestra un’inferriata arrugginita, corrosa dalla ruggine anche la porta.

Sul muro una forma di vita segnala la sua presenza, si muove a brevi scatti nervosi. Una lucertola, finalmente felice per l’arrivo del sole, caldo intenso convinto. Esplora cauta la superficie, orizzonte e frontiera della sua esistenza. Si accorge che i miei occhi la scrutano, si blocca indispettita.

Una rumorosa e fastidiosa voce metallica dall’alto, sorta di ridicolo e pagano ‘deus ex machina’: “Buongiorno, sono il capo treno, bla-bla-bla…”. Il convoglio riparte. Il flusso dei miei pensieri disordinati rimane là, in quella strana forse assurda parentesi della realtà.

La mia mente ora è come quella piccola lucertola.

(contenuti riproducibili previa corretta citazione di fonte e autore. Grazie di cuore!)



permalink | inviato da erikfortini il 4/3/2008 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Aspetto che la notte finisca (di Hermes Pittelli)
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 26 febbraio 2008
Aspetto che la notte finisca...
continua

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permalink | inviato da erikfortini il 26/2/2008 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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