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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Quello che i media non dicono (sulle guerre contemporanee)
post pubblicato in Società&Politica, il 16 aprile 2015

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in una lectio magistralis di geopolitica, racconta quelle verità che noi occidentali non vogliamo vedere e che l’informazione embedded (aggregata al seguito) non ha interesse a rivelare ai Cittadini

 


di Hermes Pittelli ©

 

 Siamo in guerra, lo dicono tutti: incantatori di serpenti e populisti imbonitori.

Lo ripetono e lo scrivono con insistenza i media.

Guerra vera, guerra armata e cruenta

Almeno questo dato sembrerebbe certo.

Non sappiamo contro chi e spesso nemmeno su quale scenario, ma il pianeta è purtroppo attraversato da costanti e diffusi conflitti a varia intensità, dalle scaramucce ai massacri.

Spesso non siamo consapevoli, o percepiamo l'evento come lontano, perché tutto sommato il nord e l’occidente del globo sono al riparo dagli effetti negativi. O così crediamo e vogliono farci credere.

Anche se i recenti e luttuosi fatti di cronaca smentiscono le nostre certezze consolatorie.

Anche se gli Usa sono in armi contro il terrorismo globale dall’11 settembre 2001, anche se Russia e India, per citare altre aree del pianeta, vivono terribili conflitti dentro i propri confini, con tangibili risvolti sul resto del mondo.

I mediamainstream’ (dominanti, di massa), ‘embedded’ (aggregati al seguito), diffondono volentieri la versione ufficiale dei governi occidentali. Così, se più o meno tutte le persone che hanno voglia di informarsi quotidianamente, sanno che i conflitti più gravi e sanguinosi si stanno verificando in Afghanistan, Siria e Iraq, nessuno troverà mai sui giornali o nei servizi televisivi un solo accenno alla guerra intra musulmana.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, nel corso di una lectio magistralis al Maxxi di Roma (nell’ambito del ciclo di conferenze L’ora di Storia), spiega senza perifrasi che “non esiste alcuno scontro di civiltà; al momento i conflitti più terribili avvengono all’interno del mondo musulmano e le vittime di questi scontri sono al 90% musulmane. Solo che per i media, perdonate la rudezza, fanno più notizia 2 morti occidentali che 20.000 siriani uccisi”.

Con l’aiuto di mappe multimediali interattive, Caracciolo evidenzia poi che i conflitti contemporanei si svolgono su territori e rotte precisi, non casuali: quelli di mercati di cui siamo protagonisti, consapevoli o meno, mercati che non riguardano solo gli idrocarburi, ma le armi le droghe, gli schiavi del III millennio e perfino le opere d’arte (qualche noto e celebre museo occidentale acquista volentieri reperti archeologici dai terroristi, finanziandoli allegramente).

Naturalmente, preferiamo ignorare queste verità. Si potrebbe azzardare con un semplice sillogismo che non ci fossimo noi occidentali – il mercato e i mercanti! – non esisterebbero loro…

Si discetta spesso a sproposito di Stato islamico, ma al Califfo al Baghdadi bisogna riconoscere di essere un abile e intuitivo uomo di marketing che sfrutta le opportunità della globalizzazione e della comunicazione virtuale; sapendo di non poter raggiungere l’obiettivo di federare tutti i Musulmani e di imporre il proprio dominio su tutto il mondo, ha creato un marchio riconoscibile e fortissimo, capace di attrarre clienti e scherani non necessariamente di fede musulmana. Perché, al di là di terrorismi e integralismi religiosi, non è possibile comprendere il fenomeno se non consideriamo il fattore economico, ancora e sempre determinante. Al Baghdadi ha creato un vero e proprio brand, con una propaganda virtuale e contagiosa, capace di affascinare non solo disperati e militari da ogni angolo della Terra, ma anche figli bizzarri e senza orizzonti delle nostre borghesie occidentali, magari ansiosi di vivere sulla propria pelle le emozioni dei giochi di guerra o dei video di proselitismo che infestano la Rete.

Ci si indigna per le efferatezze dell’Isis, ma si chiudono gli occhi al cospetto delle centinaia di esecuzioni pubbliche che ogni settimana l’Arabia Saudita allestisce in piazza come fossero spettacoli teatrali. Forse perché i miliardari di quelle latitudini, assieme a quelli della Cina, si sono comprati molte delle nostre ‘eccellenze’. Paradossi degli interessi economici e geopolitici: la stessa Arabia Saudita (non solo) ha foraggiato e armato i gruppi che oggi formano l’esercito di al Baghdadi, credendo di poterli utilizzare a piacimento per contrastare la nemica Persia (Iran) che aspira a diventare potenza nucleare. Ora li considera nemici mortali e al Baghdadi, viceversa, accusa i Sauditi di essere dei musulmani rinnegati al servizio del satana occidentale.

 


Non solo petrolio, conferma giustamente Caracciolo durante il suo lucido excursus. Un altro vero tema è il controllo dell’Oro blu, l’acqua. L’accesso alle risorse idriche diventa un’arma potentissima, per questo la Mesopotamia,la leggendaria mezza luna fertile tra i fiumi Tigri e Eufrate è uno scenario imprescindibile per capire i conflitti contemporanei. Ancora di più oggi, con un pianeta sempre più caldo, in ogni senso, e sempre più in balìa dei mutamenti climatici, che in quell’area hanno causato una devastante e lunghissima siccità.

Quando parliamo dell’esercito in nero, dobbiamo rammentare che molti dei soldati sono ex combattenti di Saddam; tra i grandi errori compiuti dagli Usa, non solo la figuraccia imposta nel 2003 a Colin Powell, spedito al palazzo di vetro dell’Onu per giustificare sulla base di rapporti falsi (con il contributo dei servizi segreti italiani) l’invasione dell’Iraq per smantellare armi di distruzione di massa inesistenti; ma anche lo scioglimento di quei corpi militari che sono passati in massa prima tra le fila della resistenza anti americana e ora sotto la bandiera del Califfato. 

Califfato che può essere chiamato stato perché in zone della Terra dove i presunti governi ed eserciti regolari (imposti in modo ‘artificiale’dalle strategie occidentali) non sono in grado di garantire nessun tipo di servizio alla popolazione civile, offre una sorta di welfare, compresi polizia, ospedali, tribunali, anche se non laici, ma religiosi e obbedienti alla Sharia.

Questi conflitti sono ciclici, registrano picchi di violenza e momenti di pausa. Sono i risultati negativi e sgraditi della globalizzazione, dell’annientamento di ogni tipo di valore in nome del libero mercato, della disgregazione di fatto delle frontiere e dei confini, anche se la vera e totale libertà di circolazione spetta più alle merci e al denaro che non agli esseri umani.

Caracciolo in appendice, stimolato dalle domande del folto e attento pubblico, fa notare anche l’apparente disinteresse di Israele nei confronti dello Stato islamico. Lo dimostra il fatto che il ‘marchio’ Is compare nella black list degli stati canaglia solo a partire dal 3 settembre 2014. Israele gradisce la confusione attorno ai propri confini e ritiene positiva e ‘pro domo sua’ questa guerra intra musulmana, anche pensando alle tensioni con l’Iran. Forse però Gerusalemme sottovaluta il rischio: questi focolai potrebbero presto trasformarsi in una minaccia reale anche dentro le mura di casa.

Per il direttore di Limes però il vero scacchiere geopolitico critico per l’Occidente (interessi energetici e economici compresi) si chiama Ucraina. Tanto è vero che Usa, Germania, Francia e Inghilterra si mobilitano con le proprie strategie diplomatiche molto più per ricomporre la questione che agita le acque del Mar Nero rispetto alla travagliata saga medio orientale.

L’Italia come sempre trascura, non comprende o tenta di traccheggiare. Si preoccupa di tutelare gli interessi dell’Eni in Libia, stato che non è mai esistito storicamente, se non nel periodo compreso tra Italo Balbo e il nostro ex amico e alleato colonnello Gheddafi, e sembra ignorare che nella regione vige ormai una confusione tribale ingovernabile.

Se è vero che le guerre contemporanee non sono conflitti con la G maiuscola come i due mondiali, è anche vero che sul piano della tetra contabilità delle vittime non sono paragonabili (milioni di morti nel 1914-1918 e nel 1939-1945); bisogna però anche ammettere che le guerre mondiali avevano sempre una conclusione, mentre queste sono permanenti e carsiche, rischiano di riaffiorare, più virulente di prima, quando meno ce lo aspettiamo (ad esempio, nei Balcani). 

Rischiamo di ritrovarci completamente invischiati e travolti in ostilità perenni, con la doppia sciagura di non sapere perché, fingendo, come sempre, di saperlo, in nome della nostra proverbiale e sedicente scaltrezza; che spesso si è tramutata in orrori e tragedie insanabili

Agnese e Paolo, una Storia d’Amore (Ricordando Borsellino)
post pubblicato in Società&Politica, il 28 novembre 2013

di Hermes Pittelli ©


“È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.


 Un paese che ha smarrito il percorso perché non sa più raccontare le proprie storie individuali, umane, che si intrecciano per comporre una narrazione comune.

La storia d’amore in terra di Sicilia tra una Donna e un Uomo che loro malgrado sono diventati simboli della lotta alla mafia, paradigmi di una vita semplice, dedita al proprio dovere, senza opacità, senza concessioni al compromesso. Un amore capace di rinnovarsi senza soluzione di continuità con un segreto naturale: una novità ogni giorno, non un fiore o un banale regalo, ma una storia, un racconto.

Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così la nostra favola non finirà mai, finché vivrò”. 

E anche dopo.

Può apparire strano, ma quella del giudice Paolo Borsellino è soprattutto una grande storia d’amore. Nei confronti della propria terra, nei confronti della Signora Agnese Piraino, nei confronti dei figli Lucia, Manfredi e Fiammetta.

Figli condannati all’ergastolo della sofferenza dall'eccidio del 19 luglio 1992;

come dice oggi con dignità e pacatezza Lucia, hanno saputo imparare quella lezione e raccogliere il testimone, fronteggiando oltraggi alla memoria, affronti e ingiurie personali, onta imperdonabile per una vera democrazia, civile e repubblicana.

La pubblicazione di un nuovo libro in questo nostro scombinato paese è per me sempre motivo di gioia e momento di festa, ancora di più se contiene, come nel caso di ‘Ti racconterò tutte le storie che potrò’, di Agnese Borsellino in collaborazione con il bravo giornalista Salvo Palazzolo, non un testamento, magari carico di comprensibile livore, ma un messaggio foriero di amore e speranza, rivolto alle nuove generazioni e a quelle persone che all’interno delle istituzioni lavorano ancora senza clamori per il bene comune.

Ogni giorno, da autentici servitori dello Stato, espressione abusata dal profluvio di parole svuotate e depotenziate degli ultimi due decenni, sprecata troppo spesso nei confronti di chi non la merita; perché la Sicilia non è solo la patria di Riina e Provenzano, ma anche la culla incantata che ha generato Falcone e Borsellino. Soprattutto per questo la Signora Agnese, mancata per una terribile malattia il 5 maggio 2013, ha tenacemente voluto dare alle stampe un ritratto inedito del coniuge, per dimostrare ancora una volta affetto e condivisione di intenti verso quei magistrati siciliani impegnati nel fare luce sulla famigerata trattativa stato-mafia, come Nino Di Matteo, non solo minacciati di morte dalle mafie (o dai loro portavoce ‘istituzionali’), ma sottoposti a procedimento disciplinare da quelle istituzioni che dovrebbero appoggiarli e proteggerli.

Paolo Borsellino aveva capito tutto all’inizio degli anni ’80. La mafia è il volto pubblico, se così si può dire, del male, ma i veri sicari della democrazia e della libertà sono i nemici dello Stato annidati nei palazzi del potere. La Signora Agnese lo scrive a pagina 93 del libro e chiede ancora una volta la verità sulle stragi, perché, come diceva suo marito: “dove non c’è verità, non c’è giustizia”.

Un avversario implacabile dei delinquenti  ma un uomo capace di commuoversi al cospetto di un’alba limpida o osservando i germogli che annunciano la primavera. Un uomo che sapeva cogliere il bello e l'umano anche negli aspetti più raccapriccianti del lavoro e del transito terrestre.

Un uomo, come il suo fraterno amico Falcone, dalla coscienza così pura da potersi permettere di scherzare con leggerezza, nonostante la consapevolezza della tragica fine che qualcuno aveva stabilito per loro. Rammenta Francesco ‘Ciccio’ La Licata, giornalista veterano in materia di criminalità organizzata, attuale corrispondente per La Stampa che i due amici, inventori del pool anti mafia e fautori del maxi processo, si prendevano in giro reciprocamente: “Dove hai messo le chiavi della cassaforte? Sai, dovresti dirmelo, nel caso decidessero di eliminarti…”.

Salvo Palazzolo conferma che questo testo non è un ‘solo’ un memoriale, ma un libro da battaglia: “La Signora Agnese è una fonte di energia e ispirazione per tutti noi, anche quando ci siamo sentiti sfiduciati, come a febbraio dopo le minacce anonime contro i giudici di Palermo e Caltanissetta. Il lutto e la malattia non l’hanno vinta. Continuava e continua a combattere per i magistrati onesti e per i giovani, seguendo l’esempio di Paolo che nonostante sapesse di essere prossimo alla fine dopo l’attentato di Capaci, invece di abbandonare la Sicilia, come qualcuno gli suggeriva, persisteva nel suo lavoro <<perché è necessario che qualcuno faccia le cose che devono essere fatte>>”.

Fino all’ultimo, la Signora Agnese ha risposto personalmente a tutte le lettere e ai messaggi che le giungevano, anche attraverso Facebook, dai ragazzi che all’epoca dell’attentato non erano ancora nati o si trovavano in culla.

Lucia Borsellino confessa, emozionata e commossa, la ‘normalità’ dei genitori:

Sono qui per riconoscenza verso la loro generosità e il loro amore, sentimenti che oggi mi consentono di vivere di rendita. La nostra famiglia ha sempre coltivato l’amore per la vita, sempre. Anche se noi siamo cresciuti consapevoli di trovarci a respirare un’atmosfera di guerra e di morte che aleggiava attorno a papà e ai suoi veri amici. Le stragi del 1992 non sono state vane, hanno risvegliato una coscienza civile che prima non c’era o era assopita”.

L’agenda rossa ispirata dalla Costituzione è il simbolo di questo paese.

Misteriosamente e opportunamente sottratta dal luogo della strage da mani ispirate, è stata trasformata in uno dei troppi misteri, non buffi ma di Pulcinella, d’Italia. Come quell’andirivieni di equivoci personaggi sul luogo della strage dalle 16.58 alle 17.15, come chi sapendo ha taciuto e insabbiato.

Come chi ha avuto la faccia di bronzo di presentarsi a casa Borsellino per restituire la borsa del giudice e allo stupore della figlia Lucia per la mancanza dell’agenda, le consigliava riposo in quanto vittima di un chiaro esaurimento nervoso. Come quei traditori della Costituzione e dello Stato che invitavano la signora Agnese nei palazzi del potere non in quanto vedova di un magistrato verticale, ma per tentare di carpirle qualche informazione sulle ultime indagini del marito, per capire se e cosa sapesse di compromettente su di loro.

Con un presidente della Repubblica che ritiene di non avere parole per contribuire a diradare le nebbie sulla trattativa Stato – mafia. Un presidente spesso querulo e ciarliero sullo scibile umano, ma discreto e riservato quasi fino all’afonia totale su certi temi. Questa forma di incomunicabilità reiterata e volontaria, potremmo definirla di pudica reticenza, nel codice delle mafie si chiama in un modo molto preciso.

Di recente, Rosetta Loy ha scritto un libro storico per non dimenticare il periodo 1969-1994, ‘Gli anni tra cane e lupo’. L’autrice sostiene che “si dimentica perché fa comodo, ed è criminale. E si dimentica per pigrizia, il che è stupido”. Per Loy, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino “lo Stato si è piegato, è sceso a patti con la mafia e si è arreso”.

Borsellino diceva:“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo”.

Tutto questo il presidente non lo sa. Tutto questo non lo sanno o fingono di non saperlo troppi Cittadini italiani. Se uomini come Falcone e Borsellino sono martiri della lotta alle mafie è anche colpa nostra,della famigerata maggioranza silenziosa e benpensante che per vigliaccheria  sostiene la tesi “contro i poteri forti e occulti non si può agire e reagire”. LoStato non è un Leviatano inafferrabile e incorporeo, lo Stato non è solo un grumo di indefinibili, lontane, talvolta nemiche, istituzioni, ma è la somma di ognuno di noi.

Come afferma nel fuori programma finale alla presentazione in Feltrinelli presso la Galleria Colonna di Roma il marito di Lucia Borsellino, il signor Fabio, in uno sfogo umano che diventa una magnifica orazione all’impegno civile: 

La nostra famiglia ha già pagato e continua a pagare un tributo di dolore immane. Ora basta, questa responsabilità venga assunta da tutti gli altri italiani. Perché è troppo comodo dirsi neutrali come i 3.800.000 cittadini di Palermo che restano nella zona grigia, fiutando il vento e decidendo di volta in volta con chi schierarsi. Quelli non sono neutrali, sarebbe un complimento, sono ignavi! Arriva il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare tra il bene e il male”.


Ho voluto stringere la mano a Lucia e Fabio per ringraziarli, perché ammetto, con vergogna, che non potrò mai ripagare il mio debito, umano e civile, accumulato nei loro confronti e verso la loro famiglia.

Paolo Borsellino, da appassionato di ciclismo, sapeva che le grandi corse si vincono con abnegazione, fatica e soprattutto, spremendo sangue sudore e lacrime, con le tappe di montagna. 

In salita.

Io sto con Alex Schwazer
post pubblicato in Società&Politica, il 8 agosto 2012



"Forse voi che pronunciate questa sentenza, avete più paura di me che la subisco". 

(Giordano Bruno, rivolto ai giudici che lo avevano appena condannato al rogo per eresia)

 

di Hermes Pittelli ©

 
 
Sbatti il mostro in prima pagina.
E’ la stampa bellezza. In nome del paese. I nostri valorosi giornalisti, supini con i potenti, inflessibili con i deboli, ancora una volta conquistano sul campo il titolo di cani da guardia della democrazia.
Il male assoluto è stato identificato: Alex Schwazer, ormai ex marciatore olimpico ed olimpionico.
Da quando è stato fermato dal Coni dopo un controllo antidoping per assunzione di Epo, l’altoatesino si è ritrovato catapultato su tutte le prime pagine dei giornali (ci vuole temerarietà a definirli così), ogni telegiornale (?) non ha esitato a trasmettere con un certo sadismo le immagini della caduta dell’atleta dall’Olimpo dello sport nel fango delle inchieste per frode (con il Codacons che si distingue ancora una volta per insipienza), nessun tuttologo italiota (massimi esperti di ogni materia, quindi del nulla eterno) si è astenuto dallo spiegarci in dettaglio perché questo ragazzo sia il biasimevole esempio dell’Imbroglio universale e quindi meriti una punizione esemplare.
In questi casi terribili, si sa, la punizione deve sempre essere esemplare.
Mentre per i veri ladri e gli assassini si invoca subito un pio perdono in nome della concordia sociale.
Così il novello e inconsapevole Mefisto, che in realtà è solo un ragazzo diventato improvvisamente troppo umano, fragile, con gli occhi cerulei inondati di lacrime, assurge suo malgrado al ruolo di untore dell’estate italiana 2012, quella della grande crisi e della massima idiozia della politica e della tecnocrazia.
Che manna distrarre la massa con un ‘farabutto’ le cui sembianze rammentano solo un bambi disperso in una foresta divenuta troppo ampia, intricata e oscura; che manna evitare di parlare dei veri guai del paese e dei nostri atavici vizi e colpe; che manna un povero untorello che si fa pescare con le mani nel sacco, da offrire in pasto alla folla acefala e inferocita, assetata di sangue.
Meglio uno scandalo così, di qualunque telenovela sulle varie e ormai avariate veline di turno.
Il paese reclama a gran voce vittime sacrificali, capri espiatori.
Manca solo che Monti (di sicuro, l’entourage di palazzo Chigi ci ha pensato) gli attribuisca la colpa dello spread e delle speculazioni finanziarie.
Ecco il fascismo carsico che riemerge prepotente in ogni anfratto di questa pura e onorata società, l’ansia della forca, i pruriti da piazzale Loreto (il giorno prima tutti con l’uomo forte, l’uomo del destino; il giorno dopo, con la sorte ormai avversa, tutti pronti a spergiurare che lo avevano sempre avversato, tutti pronti ad infierire sul cadavere dello sconfitto).
Davvero un belpaese, una culla di civiltà ed esempi etici per le giovani generazioni. Il solito paese bigotto e senza memoria. Tutti rubano e uccidono, l’importante è che non si sappia: riservatezza, privatezza, nefandezze coperte da una patina di impalpabile rispettabilità e religiosità pubbliche.
Nel paese che non riesce ad emanare una legge contro la tortura, che consente all’industria di uccidere, sfruttare e devastare a norma di legge, nel paese che non scalfisce il muro di gomma delle omertà sulle proprie pagine oscure, nello stato che sempre protegge la propria sedicente ‘ragione’ anche quando è frutto di accordi con la criminalità, la pecora nera diventa Alex Schwazer, 28 anni, arreso e sconfitto al cospetto di responsabilità, attese e compiti che non corrispondevano più alla sua reale identità ontologica, alle sue esigenze di persona, di semplice essere umano, limitato, fallibile, caduco.
Eccoli schierati come un plotone d’esecuzione con il mouse in mano, pronti ad eseguire la sentenza con le tastiere, pronti a decretare la pena capitale via facebook, twitter, sms questi integerrimi censori del III millennio; autoproclamatisi novella inquisizione, depositari della Giustizia; eccoli, schiere di Soloni con il ragionamento in 100 caratteri, roba che l’ameba ha più materia grigia di tutti costoro riuniti insieme.
Ecco il Coni delle cricche e degli atleti di serie a (quelli con sponsor politici ed economici importanti) e serie b (Schwazer difeso dal Pinguì...), ecco i terribili pennivendoli ed intellettuali nostrani, eruditi nell’indicare al popolo analfabeta il traditore dei valori sportivi e olimpici, gli stessi che si sono schierati a cellulare sguainato con Buffon (a proposito, sulle sue ‘prodezze’ è già calato il silenzio, da quando ha familiarizzato con il prode Napolitano), gli stessi che ci hanno spiegato che il calcio è finto e marcio, ma non si può (non si può) fermare per una sacrosanta tabula rasa, perché business is business.
Gli stessi che spesso non hanno praticato un solo secondo di sport in vita loro.
Del resto, se non si può spegnere l’Ilva, perché interrompere la magica giostra degli imbrogli?

Il paese che non diventa mai adulto, il paese in cui i cittadini pretendono di restare sudditi e affidati alla patria potestà di qualche leader (sventurato il paese che ha bisogno dei leader), il paese in cui la legge si scrive già con le eccezioni così si fa meno fatica ad aggirarla, il paese dei due pesi e delle due misure, nel quale se l’altro commette un errore è un infame da massacrare senza pietà, ma se sbaglio io, magari in malafede e malizia, “il mio però è un caso particolare”.

Ecco dunque un perfetto agnello di Dio da scannare, Alex Schwazer.
Colpisce la spietatezza di chi avrebbe dovuto proprio per vicinanza e ruolo, tutelarlo soprattutto come persona. Il suo allenatore, carabiniere, lo ripudia crudelmente, come se l’Arma o la Polizia di stato (G8, Cucchi, Aldrovrandi, ecc. dove siete?) fossero ritrovi di immacolati putti e cherubini.
L’Italia ha voglia di un nuovo martire alla MarcoPantani, su cui poi tutti hanno pianto lacrime ipocrite?
Ad Alex Schwazer, da umile peccatore, posso solo augurare di trovare la forza di vivere nei valori e nel sostegno della sua splendida compagna, Carolina Kostner.
Ai benpensanti in servizio permanente effettivo consiglio di cercare i nomi degli sponsor di queste Olimpiadi londinesi e tentare, per una volta di riflettere; ai benpensanti ingenui e candidi suggerisco di pensare ai ritmi, all’agonismo esasperato, alla competitività letale dello ‘sport’ professionistico globale e rispondere ad un semplice quesito: credete davvero che tutti questi atleti siano ‘puliti?
Credete davvero che competano sfruttando solo le proprie risorse fisiche e mentali?
Rispondetevi e poi, come avrebbe fatto l’insuperabile Principe De Curtis, sputatevi in faccia da soli.

Schwazer è colpevole, certo. Colpevole di essere stato così fesso da farsi scoprire (del resto, era questo che inconsciamente voleva per spezzare la propria infelice schiavitù).
Colpevole di avere ammesso immediatamente la propria colpa, senza invocare la consueta congiura di qualche entità segreta e maligna (in Italia, una congiura non si nega a nessuno).
Se fosse passato indenne al controllo grazie a qualche intruglio più complicato e meno tracciabile, se avesse vinto una medaglia, sai che folla sul quel suo carro.
A cominciare dall’impresentabile Petrucci, presidente del Coni; lo stesso che bollò Carolina Kostner come una perdente.
In Italia, come detto, si perdona tutto, tranne la vittoria e la sconfitta: del resto, è molto meglio essere tutti immersi nella stessa melma di rassicurante mediocritas.

Dunque, celebriamo questa bella e cruenta decapitazione in piazza, questa impiccagione in diretta mondiale, questo rogo pubblico, purificatore sul quale ardere il blasfemo; dopo aver eletto in fretta e furia (soprattutto furia) un perfido dio giudicante ed esserci nominati suoi vicari in Terra.
Giustizia è fatta.
Crocifiggere un presunto peccatore (non sarebbe una prima visione, ma la consueta replica estiva di qualche antico successo), per consentire a tutti gli altri di sentirsi mondati, una volta per tutte.
E continuare impunemente a delinquere.

Zygmunt Bauman: nel ‘mondo liquido’ senza più barriere, siamo tutti migranti
post pubblicato in Società&Politica, il 25 settembre 2011


di Hermes Pittelli ©


 Un mondo sferico, dove tutto scorre in barba a teorie e confini arbitrari. 
Realtà comune in ogni paese, anche negli aspetti negativi; i governi ad ogni latitudine promettono misure drastiche per aumentare la sicurezza dei cittadini e debellare l’immigrazione. Viviamo immersi nella realtà di un pianeta senza più barriere: popoli e merci viaggiano in modi impensabili solo fino a pochi anni fa. Promesse da mercanti e marinai, contro la storia e contro una società ormai nei fatti globale e ‘liquida’.  

L’immigrazione: un falso problema, uno spauracchio da agitare per conservare il potere, dimenticando ad esempio che tra il 19° e il 20° secolo l’Europa che oggi non vuole gli immigrati vide partire 50 milioni di propri cittadini verso altri continenti. Non perché non amassero i propri paesi, ma in cerca di migliori condizioni economiche (quindi di vita) per sé e per le proprie famiglie. 

Il Professor Zygmunt Bauman, sociologo di origine ebreo-polacca, a lungo docente presso l’Università di Leeds (Inghilterra), teorizzatore della società liquida, con una ‘intervista magistralis’ durante il Festival letterario Pordenonelegge.it spiega con semplicità perché in fondo tutti possiamo considerarci migranti: In tutte le famiglie c’è qualche avo o parente che in passato o nel presente è partito in cerca di fortuna verso altri lidi”.

L’intera storia dell’Umanità è costellata di viaggi e migrazioni.

Gli stili di vita imposti dalla sedicente modernità hanno avuto come controindicazione la creazione di lavoratori considerati ‘esuberi’; ad ogni riordinamento della società e ad ogni rivoluzione industriale ed economica gli esuberi sono aumentati. La prima a varcare le soglie della modernità e a sperimentare questo fenomeno è stata proprio l’Europa. La produzione sempre più massiccia di merci, a costi sempre più ridotti e con minor necessità di mano d’opera rende gli esuberi disoccupati strutturali. Un tempo il problema locale si risolveva in modo globale attraverso le colonie. Oggi non esistono più terre disabitate e il problema è divenuto planetario. Per questo la migrazione è un fatto destinato a restare con noi adesso e in futuro. Chi non dispone di pane e acqua potabile continuerà a cercarli altrove. L’Occidente poi al di là delle ipocrisie ha bisogno dei migranti. Le industrie devono poter contare su mano d’opera che svolga lavori pesanti e poco piacevoli che gli autoctoni non sono più disposti a sobbarcarsi”. 

Nell’Unione Europea vivono al momento circa 330 milioni di persone, senza migranti si ridurrebbero in pochi anni a 240. In epoche passate, con una riduzione così drastica di abitanti, intere civiltà entravano in crisi e scomparivano. Bauman non concede spazio a dubbi: “Noi abbiamo bisogno dei migranti per mantenere i nostri stili di vita”. Una questione egoistica, se non di puro buon senso; a seconda dell’ottica con la quale analizziamo il fenomeno. 

'L’inventore' della modernità liquida non può non accennare “allo sradicamento degli individui dall’epoca della modernità solida. Come sappiamo tutti, una pianta sradicata è difficile da ripiantare. Lo dico per rammentare quanto sia importante l’identità per ogni persona. Oggi, grazie ai nuovi media, è facile inventarsi o cambiare più volte identità. Si pensi ai social network. Sartre parlava di modelli di vita, oggi siamo sottomessi alla tirannide del momento. Come un’àncora che si getta o si ritira dove meglio si crede. Ma non si forma senso di appartenenza, elemento fondamentale dell’identità. Una volta l’appartenenza si acquisiva nascendo in una certa comunità nella quale da stranieri era difficilissimo entrare; e anche dopo molto tempo ci si sentiva sempre sotto esame e a rischio di espulsione. Ora al concetto di comunità si è sostituito quello di rete. Sono sufficienti una rubrica su un telefonino o l’elenco dei contatti su Facebook. La comunità era intransigente e quasi impermeabile, ma garantiva grande sicurezza; nella rete c’è grande libertà, ma nessuna sicurezza e tutto dipende dalla connessione o disconnessione”.

Sicurezza e libertà sono pilastri delle nostra società, li pretendiamo anche se spesso non ci accorgiamo che sono fattori in conflitto e non riflettiamo su quanto sia complicato trovare il giusto punto d'equilibrio. Sicurezza senza libertà è schiavitù, libertà senza sicurezza è il kaos”. Altro effetto destabilizzante di questo nuovo mondo globalizzato è che anche i sentimenti diventano ‘liquidi’, precari, sempre più instabili. Storici e antropologi hanno studiato e studiano formule adeguate alla vita di un cittadino del III millennio, “ma nessuna soluzione mi convince perché nessuno ha trovato un vero equilibrio tra libertà e sicurezza” chiosa Bauman. Le promesse dei governi mondiali abbondano, ma risultano vane.

Dovremmo forse rispolverare qualche pensiero di Kant, non sulle Categorie, quanto le sue argute riflessioni sull’essenza di un mondo sferico che, nonostante gli artifici e i compromessi della politica, impedisce una reale separazione tra i popoli. Al momento, conclude Bauman, siamo lontani dal raggiungere questo traguardo; vivere su questo pianeta sarà più piacevole per tutti quando capiremo che non possiamo più considerarci come singole nazioni, ma solo come esseri umani, con difficoltà simili, disposti al dialogo e all’accoglienza reciproci; non certo progettando barriere e leggi contro i migranti. La solidarietà è più importante della tolleranza, perché quest'ultima implica sempre un certo senso di superiorità nei confronti dell’altro”.

Problemi epocali e planetari (la crisi economica, la devastazione dell’Ambiente; ndr) che riusciremo a risolvere solo come Umanità, cominciando a pensare alla nostra identità imitando Albert Einstein; fuggito dalla Germania nazista, sul questionario da compilare per l’immigrazione negli Usa, alla richiesta di indicare la propria razza, rispose senza esitazioni: Umana”.


Loretta Napoleoni, il contagio della primavera araba per la nuova democrazia
post pubblicato in Società&Politica, il 17 settembre 2011

di Hermes Pittelli ©


Volevamo esportare la democrazia, come una merce del mercato globale.
Invece, riposta la tipica arroganza occidentale per manifesta inferiorità, forse saremo costretti dagli eventi e dalla terza rivoluzione industriale (quella ipertecnologica) a impararla dal mondo arabo.
Ne è convinta Loretta Napoleoni che lo ha anche scritto e spiegato con dovizia di dati e motivazioni in un libro – Il contagio. Perché il mondo arabo ci insegnerà la democrazia, Ed. Rizzoli - che Giuseppe Ragogna, vicedirettore del Messaggero Veneto ha definito “tagliente e cattivissimo”.
Forse perché ci costringe a pensare, ci mette con le spalle al muro, non offre compromessi o accondiscendenze nei confronti della nostra pigrizia mentale, civile e politica.
In cambio di un quieto vivere sempre più precario ci siamo arresi alle oligarchie economiche, finanziarie e politiche che dietro la parvenza della democrazia si sono impossessate dei diritti e delle risorse che appartengono a tutti noi.

Napoleoni, economista e giornalista, esperta di strategie anti terrorismo, consulente per BBC e CNN, editorialista per ‘El Pais’, ‘Le Monde’, ‘The Guardian’, ‘Internazionale’, ‘l’Unità’, ‘Il Caffè’, ‘L’Espresso’ da Pordenonelegge.it lancia apparenti paradossi: nel mondo arabo le rivolte sono scoppiate per ottenere la democrazia, in Europa (pensiamo al movimento più forte e attivo, gli Indignados spagnoli) contro la democrazia (contro la degenerazione della democrazia).
Si è creato un ponte tra le sponde del Mediterraneo: dal mondo arabo alla Spagna per influenzare il resto dell’Europa occidentale e tornare poi al sud, a Tel Aviv dove i giovani hanno eretto una tendopoli per protestare contro il proprio governo.
Essi sono a favore della nascita di uno stato palestinese e chi paventava anche in questo caso infiltrazioni o manipolazioni da parte del fondamentalismo islamico è stato smentito. Secondo Napoleoni la dimostrazione che “per 10 anni, dall’11 settembre 2001 ad oggi, i governi occidentali hanno somministrato ai cittadini una propaganda della paura per varare leggi sempre più restrittive dei diritti che mai avrebbero potuto far approvare senza lo spauracchio del terrorismo”.

La società civile nel mondo arabo ha iniziato la propria riscossa grazie agli strumenti di comunicazione tecnologica, media che stanno conferendo potere alle masse anche se queste non sono ancora completamente consapevoli del fenomeno in atto.
Napoleoni ammette che l’Italia, come fosse isolata da una campana di vetro, è indietro rispetto alla vicina Spagna, ma la campagna dei quattro referendum primaverili ha mostrato che anche il Belpaese si è lentamente messo in moto.
"I fenomeni del precariato, del mercato nero e dei sostegni garantiti dai risparmi delle famiglie hanno funzionato da cuscinetto ammortizzatore rispetto a rivolte come quella degli Indignados".
Ma l’insoddisfazione, la rabbia sociale e l’indignazione stanno montando.

Se la volontà della società civile attraverso twitter, facebook, gli i-phone e gli smartphone ha portato alla mobilitazione di massa causando il naufragio di dittature feroci e decennali come quelle di Ben Alì, Mubarak e Gheddafi, forse presto riusciremo ad archiviare come l’incubo di una notte le figurine mediocri che da 20 anni, riciclandosi, ci hanno condotti sull’orlo del baratro.
Solo però quando dimostreremo di aver capito la lezione più importante: la democrazia è il miglior sistema di governo finora conosciuto (o il meno peggio, in versione pessimistica) ma è esposto alle degenerazione, non è mai un diritto acquisito una volta e per sempre, ma si difende e (ri)costruisce giorno per giorno.

Siamo sicuri (ennesima provocazione o altro stimolo alla riflessione?) che uscire dall’euro sia una catastrofe per l’Italia? Non sarebbe meglio affidarsi ad un “default pilotato”? Siamo certi che una classe dirigente responsabile e complice della catastrofe economica sia ora in grado di riparare i guasti?
L’Italia è riuscita a rispettare i parametri di Maastricht solo negli anni '90 del 1900 quando ha compiuto lo sforzo per raggiungere l’ingresso nella moneta unica, poi ha ripreso allegramente a moltiplicare a dismisura il proprio debito pubblico, come e più di prima. L’Unione Europea non ha l’autorevolezza, né si è mai preoccupata di dotarsi degli strumenti adeguati per far rispettare il rigore e l’equilibrio economico-finanziario.
Napoleoni rammenta un caso limite, quello del Belgio: da un anno e mezzo senza governo, l’economia del paese viaggia a vele spiegate, inanellando continui record di crescita; perché la cittadinanza si è affidata ai famigerati (almeno in Italia) ‘tecnici’.
Un segnale, forse: nel prossimo decennio potrebbe estinguersi la politica come l’abbiamo conosciuta dal 1800 fino ad oggi; i cittadini, gli unici davvero in grado di sapere e capire le esigenze dei territori daranno vita a reti sempre più fitte, complesse e intelligenti, affidandosi per le scelte strategiche a persone competenti, Scienziati e Tecnici.
I politici hanno fallito ad ogni latitudine del Pianeta, dimostrando lacune culturali e caratteriali.

Democrazia 2.0, ci salverà uno smartphone?
Solo se useremo il nostro cervello e integreremo il pensiero con pratiche concrete e virtuose; non affidandoci esclusivamente alla sim card.

Cossiga, la solita santità post mortem e la censura
post pubblicato in Società&Politica, il 18 agosto 2010
di Hermes Pittelli ©
 

 E' morto Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica (ed ex 'tante cose'), evviva Cossiga!

Stomachevoli come sempre le frasette di circostanze del microcosmo politicante italico. Chissà perché, appena uno muore, per il solo merito di essere trapassato, viene beatificato all'istante. Questo tra l'altro induce a concludere che forse la dipartita rende lieti amici e nemici, sulla cui onestà intellettuale (oppure 'onestà' tout court) potremmo disquisire per anni.

Sulla pagina FaceBook della senatrice Simona Vicari (pdl, grande amica dei petrolizzatori) campeggia una frase da consegnare agli annales:
"Cossiga lascia insegnamenti preziosi".

E' vero che l'Italia è il paesino dei grandi misteri e delle verità variabili a seconda della bisogna del momento; il paesucolo della memoria corta e dei nasi lunghi, ma sono stato colto da un senso di 'vertigine'. Così ho voluto lasciare un commento, commento che poco dopo è stato misteriosamente rimosso da qualche invisibile manina. Censura preventiva?

Eppure mi sembrava di non aver scritto concetti troppo 'traumaturgici': ho solo rammentato che il Picconatore, tra i tanti insegnamenti, ha mostrato come si può abbandonare un collega di partito al tribunale del popolo delle br in nome di una qualche 'ragione di stato' o, ancora, ordinare alla polizia di massacrare senza pietà i manifestanti e i giovani docenti universitari in odore di simpatie 'sinistrorse'.

Verità storiche che lo stesso Cossiga ha raccontato e rivendicato fieramente in più di una intervista.

Ho aggiunto infine - forse commettendo peccato di lesa maestà - che tra tanti cattivi maestri italici, non ci siamo evidentemente accorti di averne perduto uno 'buono'...

Totti, gol alla Lega
post pubblicato in Società&Politica, il 18 luglio 2010

 

di Hermes Pittelli ©



 Il genio è semplicità.
Il vero genio riesce a trovare le soluzioni in apparenza più semplici, portandole a termine con contegno naturale, come si trattasse di bere un bicchiere d’acqua o respirare.
Il calciatore normale è quello che effettua le giocate banali, il campione effettua le giocate difficili, ma il fuoriclasse è colui che immagina uno spazio che non esiste e lo crea, determina una distorsione dello spazio tempo per mandare al potere il proprio estro creativo (in concreto, assist e goal impossibili).

Ecco perché Francesco Totti capitano della Roma ha segnato un grande goal alla propaganda padana. Con una frase semplice, ma dall’effetto mortifero di una rovesciata, di un colpo di tacco o di un tunnel ad uno stopper disorientato.
Ribaltando la logica 'barbara' e aggressiva dell’apparato ideologico lumbard, appropriandosi e utilizzandola come un boomerang della categoria dell’invidia; quella tanto sfruttata dal premier Berlusconi contro chi osa criticarlo, quella che per riflesso d’alleanza è diventata un’arma politica della stessa Lega: Roma (e il Sud) ruba perché sarebbe invidiosa della ricchezza padana (frutto di presunti sacrifici industriosi e laboriosi).

Una Padania che non esiste, non è nemmeno un’espressione geografica, come disse con spregio il Principe di Metternich riferendosi al Belpaese (aggiungendo anche che era un pollaio, visto che tutti gli italiani acclamavano il Papa urlando: Pio, Pio…).
L’Italia covo delle cricche del malaffare almeno geograficamente ha una propria identità, la Padania leghista è una pura invenzione di marketing politico, quindi priva anche del fascino arcano dei miti e delle leggende (che sempre si nutrono di schegge di realtà).

Il Capitano giallorosso che infilza in contropiede la Lega diventa un eroe da film cappa e spada, un Errol Flynn in veste di Capitan Blood, un Corsaro con la camicia della Maggica, un condottiero ribelle alla Capitan Harlock che sotto il proprio vessillo raccoglie tutti quelli che urlano insieme: IRONIA&LIBERTA’.

Libertà dalle nebbie della Padania che anche in questo caso non sono mero fenomeno naturale, né il coro irridente delle tifoserie del Sud ("solo la nebbia, avete solo la nebbia!"), ma calcolo politicante: intercettare infondati malumori popolari per trasformarli in voti e diventare apparato di potere.
Potere per fare soldi, soldi per incrementare il potere. Infatti, dopo i recenti successi alle urne cosa ha immediatamente rivendicato il capo tribù Bossi?
Poltrone di comando nelle banche, nelle società finanziare, nei consigli di amministrazione delle autostrade e così via. Un assalto alla diligenza, ai gangli del potere di democristiana memoria; senza nemmeno quel poco di stile dei boiardi storici della Balena Bianca, ma con la cialtroneria tipica del cumenda brianzolo in gita premio, molto più volgare e sgangherato del romanaccio doc di tante pellicole di Sergio Corbucci o giù di lì.

"La Padania è invidiosa di Roma perché la Capitale è la città più bella del mondo" resterà negli Annali come la prodezza verbale più 'estetica', politica e geniale di Francesco Totti.
Uno sberleffo senza pernacchia, un’ironia genuina e diretta, lontana anni luce da certi eccessi che talvolta offuscano l’immagine del Pupone, bravo ragazzo de borgata e bravo pater familias (lo sputo a Poulsen, i calcioni da bullo rifilati a Balotelli per vendicare una lesa romanità, le frequenti parolacce agli arbitri).

Non è vero, come ha scritto qualche ‘grande giornalista’ sulle pagine di certi importanti quotidiani settentrionali, che Totti abbia siglato un’autorete o fornito un assist ai polemisti in camicia verde in servizio permanente effettivo. Tutto l’opposto. Totti ha svelato il bluff di chi si propone da 20 anni come movimento anti governativo (infatti…), anti clericale (salvo poi scendere a patti con il Vaticano per conservare le poltroncine romane), anti partitico: giurano sulla Costituzione ma poi sputano sul tricolore, parlano di Roma ladrona ma da quando sono entrati nelle stanze dei bottoni hanno lucrato a man bassa, accusano il sud opportunista, sprecone e parassitario ma poi fanno pagare ai cittadini italiani le multe europee per le truffe dei grandi allevatori padani o l’evasione fiscale degli industrialotti brianzoli (quelli che al fisco dichiarano di essere indigenti ma hanno fabbrichette, ville, fuori strada e per i figli chiedono le borse di studio!).
Ai ‘cornuti’ (nel senso dell’elmo) del Carroccio che sostengono “Roma bella sì ma con i soldini del nord” pare superfluo consigliare la lettura del Bignami di Storia: si accorgerebbero che l’Urbe è stata edificata ed è divenuta culla di una grande civiltà qualche secolo prima della nascita di una qualunque, vaga forma di sedicente nazione padana.

E, sia detto senza offesa, se dobbiamo aggrapparci a Totti per un po’ di sana autocritica e autoironia, significa che in questo sbrindellato paese siamo messi proprio male.
Allo yogurt rancido più che alla frutta.

Aquilani manganellati, “quelle sono botte date alla Città e ai suoi borghi”
post pubblicato in Società&Politica, il 10 luglio 2010

Tafferugli, scontri, violenti infiltrati nel corteo dei 5.000 terremotati. Quasi tutte le testate giornalistiche nazionali hanno offerto ai poveri di spirito una versione fantasiosa degli avvenimenti. Ettore Di Cesare, cittadino aquilano impegnato nella ricostruzione, fa chiarezza: “Manifestazione pacifica, nessun infiltrato. Ci conosciamo tutti, perfino l’albero genealogico di ogni famiglia”






di Hermes Pittelli ©



 Tafferugli, scontri.
I più ‘autorevoli’ tg e quotidiani nazionali (tranne qualche onesta eccezione) hanno utilizzato questi sostantivi per descrivere agli italiani gli incresciosi episodi avvenuti durante la pacifica manifestazione di 5.000 terremotati aquilani a Roma. Sostantivi utilizzati per distorcere e reinterpretare la realtà dei fatti. Ancora una volta. Ennesimo triste esempio di ‘informazione’ embedded, infiltrata dal potere che teme i cittadini in carne e ossa e gli inviolabili principi costituzionali. Il Tg1 ha intervistato il capo della Digos di Roma, ma si è 'dimenticato' di intervistare l'altra fonte: gli Aquilani
Triste esempio di un territorio che da più di un anno subisce continue violenze: il terremoto, la deportazione, la disgregazione scientifica del tessuto sociale per favorire gli affari delle cricche, lo sfruttamento della tragedia a fini mediatici, l’oblio ed ora anche le botte.

Dizionario alla mano (o mouse e tastiera),
tafferuglio: rumorosa e confusa rissa (lite violenta con percosse, tra più persone);
scontro: contrapposizione armata di eserciti, di gruppi o di persone.

La manifestazione è stata pacifica. Addirittura fantasiosa la versione (accreditata da Maroni, Frattini, Giovanardi, Gianni Chiodi) che racconta di esponenti dell’area antagonista dei centri sociali, intrufolati nel corteo per provocare disordini e sobillare gli aquilani.
Con molta umiltà, senza pretese di dare lezioni alla grande stampa nazionale, ho contattato Ettore Di Cesare, cittadino aquilano, attivo grazie anche al Comitato 3e32 nella ricostruzione non solo materiale, ma morale, sociale, civile culturale del Capoluogo abruzzese; intervista ad un attore protagonista, nonché testimone privilegiato per fare chiarezza su quanto accaduto mercoledì 7 luglio 2010 a Roma durante la protesta dei 5.000.
Lui ha accettato di parlare, “a titolo personale”.

D. La manifestazione era autorizzata?
R. Certo che sì.

D. Il percorso era stato concordato con la Questura di Roma? Qual era il tragitto preciso?
R. Non era stato concordato il tragitto, ma solo l'arrivo a Piazza Venezia. In tutti i volantini della manifestazione da settimane prima era scritto il programma: arrivo ore 10 a Piazza Venezia; la mattina alla camera dei deputati, il pomeriggio al senato. Così è stato.

D. Considerando la massiccia partecipazione, era stato predisposto un servizio d’ordine interno al corteo?
R. Certo.

D. Vi siete accorti di persone estranee giunte improvvisamente alla testa del corteo all’imbocco di via del Corso?
R. E' una totale falsità. All'imbocco di via del Corso c'erano i cittadini aquilani: madri, padri, figlie e figli (e pure qualche nonno). Sono queste persone che hanno deciso in modo fermo, ma assolutamente pacifico di non arretrare di un millimetro. A braccia alzate, con i nostri volti, armati solamente delle nostre bandiere neroverdi tutte rigorosamente con aste sottili di plastica leggera.

D. Conoscete i ragazzi le cui teste si sono fortuitamente scontrate con i manganelli dei reparti antisommossa della Polizia? Sono pericolosi estremisti, noti facinorosi, letali eversori dell’ordine sociale?
R. Sono nostra gente, quatrane e quatrani dell'Aquila e dei paesi.

D. Grazia Graziadei, giornalista del Tg1, ha intervistato Lamberto Giannini, capo della Digos romana, il quale ha assicurato che non era previsto il passaggio per via del Corso e ha detto che il corteo sembrava all’oscuro di questo particolare e sorpreso nel trovarsi di fronte lo sbarramento delle forze dell’ordine…
R. Siamo rimasti sorpresi sì! Molte manifestazioni sono arrivate a piazza Colonna. Mi chiedo: ma se invece di schierare le forze antisommossa, ci lasciavano passare subito non sarebbe stato meglio per tutti? A piazza Colonna ci siamo comunque arrivati e li non è successo nulla come era ovvio. Ma che gestione dell'ordine pubblico è questa?

D. Sempre il dott. Lamberto Giannini ha spiegato che agenti Digos hanno girato un video che documenterebbe l’infiltrazione di circa venti individui appartenenti all’area antagonista (sia romana, sia abruzzese), rei di aver aizzato i manifestanti contro gli uomini in divisa. Vi risulta?
R. Questa sono le affermazioni più false e gravi. Centinaia di video lo testimoniano. Vorremmo vedere quelli della Questura. In quello mostrato al TG1 non si vede nulla che possa supportare le gravi affermazioni del Giannini.
Conosciamo uno per uno chi era li, compreso il suo albero genealogico. All'Aquila ci conosciamo tutti. Non ci lamentiamo delle botte subite, siamo la città del rugby, i colpi li sappiamo assorbire. Ma non possiamo accettare che il capo della Digos di Roma, il Questore di Roma fino al capo della Polizia, dott. Manganelli, mentano sapendo di mentire per coprire le proprie responsabilità. E' un atteggiamento questo che non è permesso a persone che ricoprono ruoli di grande responsabilità e per questo andrebbero immediatamente rimossi dai loro incarichi. Attendiamo l'esito dell'inchiesta annunciata dal Ministro Maroni, che speriamo sia rapida e approfondita. Fin da subito siamo a disposizione del Ministro se riterrà che le nostre testimonianze possano essere utili all'inchiesta
.

R. Qualche manifestante ha lanciato bottiglie, lattine, o vibrato colpi con le aste delle bandiere all’indirizzo dei reparti in tenuta anti sommossa delle forze dell’ordine?
D. Abbiamo subito le botte, con le braccia alzate. Nei momenti di concitazione ho contato due bottiglie di PLASTICA vuote volare e un colpo su uno scudo con un asta di bandiera fina e di plastica leggera che non fa del male nemmeno per scherzo. La nostra reazione è stata questa. Le abbiamo prese senza reagire.

D. Quale è stata la reazioni degli aquilani dopo aver visto le teste di Marco e Vincenzo, rotte dalle manganellate?
R. Di indignazione veramente generale. Quelle botte le hanno date a tutta la città e i suoi borghi. Non verranno dimenticate presto. Da tutti.

D. La Digos parla di carica di alleggerimento, non indiscriminata e comunque con conseguenze lievi per le due persone che hanno subito lesioni…
R. Sì, questo è vero, le cariche non sono state particolarmente violente, anche se ci chiediamo, riprendendo la prima pagina del Secolo d'Italia: "Ma ce n'era bisogno?". Eravamo lì in modo assolutamente pacifico! Ha visto la foto di un anziano col capello che si oppone alla polizia? Avrà più di ottanta anni!

D. Dopo aver manifestato accanto a palazzo Chigi, visto che piazza Montecitorio era occupata dalla contemporanea manifestazione di protesta dei disabili, il corteo avrebbe dovuto raggiungere palazzo Madama, sede del Senato. In realtà, poi i cittadini aquilani si sono radunati in piazza Navona. Il passaggio per via del Plebiscito dove c’è palazzo Grazioli, residenza del capo del governo, era previsto o è stata un’iniziativa nata al momento?
R. Chi conosce Roma sa che è la via più breve per arrivare da piazza Venezia al Senato. Quando ci è stata sbarrata, abbiamo semplicemente fatto retromarcia e imboccato un’altra via.

D. La stampa nazionale secondo voi ha informato correttamente gli italiani su quanto accaduto mercoledì nella Capitale? I tg più seguiti (visto che pochi italiani leggono i giornali) hanno tralasciato di specificare le richieste degli aquilani, mentre hanno dato grande risalto alla decisione del governo di diluire le tasse da pagare in 10 anni invece di 5...
R. E' da un anno che i telegiornali non dicono la verità: la ricostruzione ancora non è iniziata, i fondi messi a disposizione sono totalmente insufficienti e con copertura finanziaria incerta (lo dice la Corte dei Conti). E' stata fatta una gigantesca opera di disinformazione oltre a una colossale speculazione edilizia a vantaggio delle cricche delle Protezione Civile. Di quelli che quella tragica notte ridevano sulla nostra tragedia e sui nostri lutti. Gli aquilani non si rassegnano però a veder morire così la propria Terra.

D. Cosa resta agli Aquilani dopo questa ‘invasione’ di Roma? E quale messaggio lanciano a Gianni Chiodi, presidente d’Abruzzo nonché commissario speciale del Governo per la ricostruzione, che si è subito allineato alla versione di manifestazione rovinata da infiltrati violenti?
R. Un presidente di Regione, un Commissario per la ricostruzione dovrebbe difendere i propri cittadini pacifici aggrediti. Anche da lui attendiamo le prove sugli infiltrati violenti, altrimenti si dimetta.



Piccola postilla personale: nel luglio 2001 ho seguito, in qualità di inviato del quotidiano elettronico RomaOne.it (una prece), il G8 di Genova; dalle strade, non dal centro stampa allestito al porto, con aria condizionata e ricco buffet gratuito.
Sulla disastrosa gestione dell’ordine pubblico (diretta conseguenza di una politica che allora come oggi teme il libero pensiero dei Cittadini), la magistratura e decine di reportages giornalistici hanno acclarato la verità.
Nel 2002, ero presente, sempre per lo stesso quotidiano, al Forum Sociale Europeo di Firenze: dove si temeva una tragica replica dei misfatti liguri durante il corteo (quasi 1 milione di persone) contro la guerra. Invece tutto si svolse in modo ordinato e pacifico. Merito di una gestione soft, senza militarizzazione della città, senza reparti in assetto antisommossa, ma con piccoli gruppi di agenti dislocati ‘discretamente’ lungo il tragitto. Un raro esempio di efficienza, di programmazione intelligente, coniugata ad una sensibilità di stampo oserei dire umanistico, più che poliziesco.
Perché da quel momento non è stato adottato lo stesso modello per le grandi manifestazioni?
Bisognerebbe chiederlo alla gelatinosa casta politicante che si blinda nei palazzi, terrorizzata dal confronto con i Cittadini; quelli veri, in carne e ossa, percepiti come
il Problema’.

Urla (di protesta) nel silenzio (di politica e informazione)
post pubblicato in Società&Politica, il 8 luglio 2010
Quando il 'potere' ha paura dei cittadini in carne e ossa e dei loro problemi.
La pacifica manifestazione di 5.000 terremotati aquilani diventa l'ennesima giornata di vergogna per le istituzioni della II, decadente Repubblica






di Hermes Pittelli ©



 Grida di dolore. E rabbia.
Ma con dignità e tanta civiltà.
L’Aquila invade Roma. La potente Capitale, la sede dei poteri forti e occulti, quelli che decidono a tavolino la sorte di un popolo.
Ma i 5.000 aquilani ‘TerremoTosti’ giunti fino a qui con 45 pullman e molti mezzi privati costringono la Città Eterna e le sue caste a fare i conti con la realtà.
A fare i conti con la coscienza. E non bastano le ingiustificabili manganellate di uomini in tenuta anti sommossa, male informati e peggio diretti, ad arginare la voglia di riscatto di una gens ormai satura di vane promesse e fatui spot televisivi.

Eccoli i pericolosi terroristi, gli abruzzesi ‘forti e gentili sì, fessi no’, quelli che si organizzano in corteo autorizzato dalla questura per esprimere la propria frustrazione davanti ai palazzi del ‘potere’.
Più che un manipolo di rivoltosi o sfaccendati (come da descrizione di certe caricature di tg e caricature di rappresentanti delle istituzioni) sembrano la tribù fiera e irriducibile dei Galli creati da Goscinny e Uderzo, tribù che non vuole sottomettersi alle trame e agli interessi criminali di Roma.
Una sensazione confortata dal cartello che compare in testa al corteo, ‘Ecco le nostre armi’, raffigurante un fiasco di vino rosso e una allegra forma di cacio.

Qualcuno annidato nelle famigerate stanze dei bottoni forse sperava in un nuovo G8 di genovese memoria?
Come spiegare altrimenti quei mezzi blindati, parcheggiati di traverso per sbarrare l’accesso a via del Corso?
Come spiegare l’autorizzazione contemporanea a due diverse manifestazioni alla stessa ora, nello stesso luogo (anche i disabili italiani stanno in questi giorni ringraziando l’esecutivo del fare)?
Come spiegare la volontà di lasciare per 4 ore sotto il sole cocente di luglio 5.000 persone esasperate a respirare lo smog di polveri ultra fini e nano polveri della Città Eterna (finché dura)?
Come spiegare la scelta di accogliere gli aquilani con cordoni di agenti di Polizia, Carabinieri e Fiamme Gialle in tenuta anti sommossa, con scudi e manganelli sguainati?
Mancava solo Robocop per respingere le donne, i giovani, gli anziani giunti dall’Aquila a far scoccare il redde rationem per l’esecutivo degli annunci roboanti senza fatti concreti (tranne i business delle cricche che ridono sulla tragedia dei terremotati).

Il sangue dei due ragazzi manganellati, colpevoli di sopravvivere in un camper da più di un anno, resterà indelebile come un marchio scarlatto apposto sul quadrilatero capitolino delle stanze dei bottoni, sorta di memorandum delle infamie.

Cosa salvare in mezzo ad un oceano di vergogna, nell’ennesima buia giornata di una II Repubblica figlia degenere della I? La solidarietà della maggior parte dei ragazzi in divisa, che ha compreso le ragioni degli aquilani e mostrato imbarazzo per gli ordini ricevuti ‘dall’alto’.
La pia azione dei volontari della Protezione civile che si sono preoccupati di distribuire migliaia di bottigliette di acqua minerale, mentre i grandi capi restavano rintanati per non essere costretti a guardare negli occhi queste persone.

Cosa dire di figurine minori e trasparenti, come la sagoma di cartone che occupa la poltrona della Farnesina e le cui gesta più mirabili compaiono solo tra le pagine di qualche settimanale di pettegolezzi per parrucchiere? Un tizio che si permette di dire “Ho udito solo qualche fischietto. Non ho rispetto per coloro che si sono intrufolati nel corteo e hanno attaccato la polizia”.
Nella lunga, affollata, colorata, composta colonna di aquilani non c’erano infiltrati (coda di paglia da G8 genovese?), non c’erano rappresentanti dell’area antagonista dei centri sociali (forse la tragedia del terremoto è poco mediatica anche per costoro) e nessuno ha attaccato la Polizia.

E gli ‘intrufolati’ sono coloro che occupano abusivamente le istituzioni in questo Paese; dovrebbero inginocchiarsi sui sanpietrini ardenti a mezzogiorno e chiedere perdono agli abruzzesi.
Il governatore d’Abruzzo, Gianni Chiodi, invece di ripetere a pappagallo le veline che gli giungono da Palazzo Chigi dovrebbe preoccuparsi di salvare la regione dalla petrolizzazione, dagli inceneritori, dal nucleare.
Avrebbe dovuto essere qui per accompagnare i suoi concittadini e difendere le loro richieste.

In un altro paese, il capo del governo e i suoi ministri sarebbero scesi in piazza per incontrare le persone, i cittadini, ascoltare le loro istanze; confrontarsi, anche con idee diverse, anche in modo vibrante.
E’ troppo facile organizzare passerelle trionfali al cospetto di platee selezionate e già schierate dalla propria parte.

E’ triste l’immagine di un gruppuscolo che si auto innalza ad elite, al di sopra delle leggi e della realtà, blindato in saloni sontuosi ad ingozzarsi a quattro palmenti, mentre migliaia di connazionali da 15 mesi sono condannati all’agonia di un eterno presente, nell’incertezza e nell’emergenza, con un orizzonte di detriti che non contempla futuro.
E’ triste l’immagine di una casta al crepuscolo - che dovrebbe essere classe dirigente al servizio dei cittadini - capace solo di opporre un imbarazzante silenzio, appaltando una cortina fumogena di colossali bugie ai mercenari della disinformazione per evitare di occuparsi dei problemi della gente.
E’ triste l’immagine di una corporazione di non viventi (defunti che si illudono di essere ancora al mondo) così terrorizzata dai cittadini in carne e ossa da costringere le forze dell’ordine a malmenare coloro che dovrebbero essere protetti.

Sarebbe stato bello vedere il presunto grande comunicatore uscire da palazzo Grazioli (palazzo D’Addario, come è stato ribattezzato da alcuni ragazzi dell’Arma che preferiscono serbare l’anonimato), come ha fatto in tante occasioni con la sicurezza di una folla plaudente, per andare incontro agli Aquilani;
e per una volta, invece di ergersi a divus, ascoltare.

Ma per compiere un gesto così coraggioso, bisognerebbe prima essere uomini.
Veri.

Se il Crocifisso è solo un brand
post pubblicato in Società&Politica, il 6 luglio 2010
Storicamente, il simbolo della Croce è stata utilizzato in modo distorto per coprire con una patina di santità imprese sanguinarie e predatorie. Oggi furbi politicanti, sostenuti da spericolati porporati, praticano marketing politico, religioso, culturale, economico. In nome di Gesù...





di Hermes Pittelli ©



La nuova crociata è partita.
Questa volta non per liberare la Terra Santa, ma contro l’Unione europea;
rea, secondo la motivazione ufficiale dei neo paladini (auto proclamati) di Cristo, di propagare nel continente ateismo e paganesimo. E di negare, contro ogni evidenza storica, le radici giudaico cristiane dell’Europa.
Il ricorso è stato presentato alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, ma la sentenza arriverà solo fra sei mesi. A novembre 2009, la stessa Corte aveva accolto l’istanza di una cittadina italiana di origine finlandese vietando l’esposizione del simbolo religioso nelle aule scolastiche, ritenendolo un elemento in grado di mettere a rischio “la libertà di religione degli alunni”.
Naturalmente, i politici italiani di ogni schieramento si sono scatenati nella gara alla difesa del crocifisso (o nelle genuflessione al Vaticano) e hanno subito offerto il proprio petto alle cannonate giacobine “ideologiche” dei giudici rossi e atei dell’Unione Europea.
Come ha scritto Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano (5 novembre 2009) nessuno di questi tromboni, né porporati ha però saputo trovare le parole per spiegare cosa sia davvero quella croce: “Se è solo un arredo, meglio toglierlo subito”. Invece, da duemila anni, è fonte di scandalo perché rappresenta: “L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”)”.

Al pari incomprensibile la posizione della Corte europea:
come può un qualunque simbolo religioso, se sincero simbolo di ricerca trascendente dell’uomo, ferire la sensibilità di un appartenente a fede diversa?
Il Mahatma Gandhi sosteneva che le molte religioni dei popoli della Terra non sono altro che sentieri diversi attraverso cui gli uomini si incamminano verso la dimensione divina.
Ma forse Gandhi, che qualche tapino markettaro ha profanato costringendolo in uno sciocco spot, è ancora troppo rivoluzionario per le società europee culturalmente involute del III millennio.
La sensazione, spiacevole ma fondata su fatti conclamati (per tacere degli scandali odierni, tra cricche e pedofilia), è che la Croce sia ridotta solo a ‘brand’, un marchio come tanti altri al servizio di un qualunque marketing affaristico: un marchio indubbiamente molto più potente ed efficace di quelli tradizionali.

La donazione di Costantino (che occupò un trono, ma non fu tronista ante litteram della De Filippi) è un falso storico, come ampiamente dimostrato dal filologo Lorenzo Valla; condannata per i suoi nefasti effetti anche da Dante nella Divina Commedia (Inferno, XIX: 115-117).
Un potere temporale (come quello delle dinastie reali europee che asserivano di averlo ricevuto direttamente da Dio) originato quindi con un artificio.
Storicamente la figura di Cristo nulla ha avuto da spartire con le atrocità commesse in nome del suo ‘brand’.
La stessa Oriana Fallaci, autrice nell’ultima parte della sua esistenza (dall’11 settembre 2001 fino al 2006), di pamphlet opinabili, ma vigorosi, in difesa dei valori cristiani contro l’avanzare impetuoso dell’Islamismo, definiva le Crociate “spedizioni per rientrare in possesso del Santo Sepolcro
(La forza e la ragione, 2004; Ed. Rizzoli).

Le 8 crociate ufficiali (la nona viene ritenuta da molti storici la seconda parte dell’ottava), al di là delle motivazioni formali – portare soccorso ai fratelli d’oriente minacciati dal Jihad (guerra santa) arabo – si trasformarono in scorrerie brutali, con insensati massacri e razzie predatorie.
Durante la prima spedizione, ad esempio, i crociati, dopo aver trucidato tutti gli uomini della città siriana Ma’arrat al-Nu’man, vendettero come schiavi donne e bambini; a Gerusalemme poi passarono a fil di spada tutti gli ebrei e gli abitanti musulmani della Città Santa, tranne i soldati della guarnigione fatimide che pagarono un riscatto monetario altissimo per riacquistare il proprio diritto alla vita.
O durante la quarta, che registrò la conquista di Costantinopoli, poi rasa al suolo dopo indicibili efferatezze commesse ai danni della popolazione. Tanto che Giovanni Paolo II il 4 marzo 2001 chiese perdono al Patriarca di Costantinopoli per le atrocità commesse dai cristiani latini contro i cristiani greci.
I Pontefici dell’epoca non erano all’oscuro dei fatti.
Nel Dictatus Papae di Gregorio VII si legge infatti: “I cavalieri di Cristo combattono invece le battaglie del loro Signore e non temono né di peccare uccidendo i nemici, né di dannarsi se sono essi a morire: poiché la morte, quando è data o ricevuta nel nome di Cristo, non comporta alcun peccato e fa guadagnare molta gloria. Nel primo caso infatti si vince per Cristo, nell'altro si vince Cristo stesso: il quale accoglie volentieri la morte del nemico come atto di giustizia, e più volentieri ancora offre se stesso come consolazione al Cavaliere caduto”.

Non fu pacifica, né incruenta nemmeno l’evangelizzazione delle civiltà precolombiane all’epoca dei Conquistadores, per aggiungere un altro esempio storico di sfruttamento distorto del simbolo della Croce.

Tornando all’attualità, siamo sicuri che Gesù si rallegrerebbe sapendo che Licio Gelli, venerabile maestro della eversiva ma sdoganata P2, ha fondato il Medic (Movimento etico per la difesa internazionale del crocifisso)?
Movimento presentato in pompa magna e alla luce del sole nella sala congressi dell’albergo Michelangelo, a pochi metri dal Vaticano, con grande presenza di abiti talari, giacche scure politicanti e mise pseudo nobiliari (“E’ più facile che una gomena passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli…”).
E quale attinenza può avere quel consigliere comunale del Campidoglio, dedito a festini a base di coca, trans e deliri nazifascisti (corroborati da porto d’armi), con la difesa del simbolo cristiano?

Siamo sicuri che Cristo approverebbe gli intrallazzi di soldi e di potere di una Chiesa così pronta a scomunicare comunisti e divorziati, ma mai l’antistato delle quattro mafie che ammorba l’Italia (cosa nostra sicula, camorra napoletana, sacra corona unita pugliese, n’drangheta calabrese)?

Noi fingiamo di non rammentare, o non lo sappiamo, ma Cristo conosce benissimo il retroscena che ha condotto all’esposizione della Croce nelle classi degli istituti statali. Si trattò solo di un accordo mercantile tra regime fascista e Vaticano (Gesù cacciò in malo modo i mercanti dal Tempio): un accordo perfezionato tra il 1923 e il 1929, una sorta di preambolo ai Patti Lateranensi.
Ebbene, la Santa Sede in cambio della presenza dell’immagine di Cristo e dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, cedette la preziosa Villa Pamphilj
Per questo, se oggi lo Stato italiano, decidesse di rimuovere la Croce dalle aule, dovrebbe individuare una contropartita concreta (edifici, terreni, benefici di vario genere) gradita alla Chiesa.
Alla faccia della sacralità del simbolo.

Le ragioni della difesa della Croce sono molto, troppo terrene: sono solo squallido e calcolato opportunismo per benefici altrettanto concreti, poco affini alla religiosità e alla ricerca di un mondo trascendentale.
Siamo sicuri che Gesù voglia tutto questo? Saremmo pronti a mettere la mano sul fuoco affermando che Cristo pretende da noi ‘guerre sante’ (aggettivo che elide automaticamente il sostantivo)?

Don Andrea Gallo, prete dei ghetti in direzione ostinata e contraria, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto (di Genova), l’anno scorso su La Repubblica ha scritto delle parole ispirate e illuminanti: “Al Cristianesimo servono testimoni non testimonial. Mi chiedo frastornato: come mai così tanto zelo nel difendere il “Crocifisso” nelle scuole non si estende ai nove milioni di poveri, ai precari, ai senza lavoro, ai “senza identità, ai senza casa, ai migranti, ai “Clandestini”, ai Detenuti, alla salute di tutti?”.
Domande ancora e sempre più eluse, basti pensare alla tragica vicenda dei 300 profughi eritrei nelle mani dei sicari di Gheddafi con la complicità del governo italiano.

Se Gesù fosse uomo oggi, forse si sentirebbe condannato al supplizio di una nuova croce dagli infiniti chiodi della nostra nauseante ipocrisia.



Fonti: ItaliaOggi, I preti e i mafiosi (Elia Sales, Ed. Baldini Castoldi Dalai), Wikipedia, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano
 

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