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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Sun Tzu agli studenti: adottate la strategia del paradosso
post pubblicato in Diritti, il 29 dicembre 2010
"Conoscere l’altro e se stessi - cento battaglie, senza rischi; non conoscere l’altro, e conoscere se stessi - a volte, vittoria; a volte, sconfitta; non conoscere l’altro, né se stessi - ogni battaglia è un rischio certo".


di Hermes Pittelli ©


 Il filoso siculo Manlio Sgalambro, amico di Franco Battiato, anni fa durante i concerti intratteneva i fan del Maestro con una sagace litania di arguti consigli, per poi concludere con l’ultima dritta, quella più importante: “Non accettate mai consigli”.

Qualche volta però ispirarsi al pensiero dei grandi saggi della storia universale può aiutarci a superare problemi attuali, all’apparenza inestricabili. Anche se il proverbio latino ‘Historia magistra vitae’ non ci convince, o serve solo a dimostrare che siamo bravi a ripetere periodicamente gli stessi errori, in forme diverse.

Dopo il nuovo sacco di Roma del 14 dicembre 2010, con la manifestazione dei 100.000 deturpata dalla violenza meschina, vigliacca e immatura di qualche centinaio di sbarbatelli che giocano a fare i guerrieri metropolitani, forse il movimento studentesco potrebbe accettare qualche utile consiglio. In modo da evitare facili strumentalizzazioni da parte di chi vuole cavalcare la protesta per guadagnare la luce dei riflettori o da chi, ritenendosi depositario di un potere che non sa e non vuole gestire per il bene comune, impone misure autoritarie, liberticide, anti democratiche.

Ribellione? Ha un suo fascino innegabile, ma comporta l’uso della violenza per abbattere il potere costituito. In effetti, è frustrante subire imposizioni che incidono sulla propria vita, ma passano sopra le nostre teste come Zeppelin di antica memoria (reca ottimismo pensare alla fine che fecero i dirigibili nazisti).
Rivoluzione? Di solito, si dice che la rivoluzione porta a compimento quanto iniziato dalla ribellione; peccato che in senso etimologico significhi ‘tornare al punto di partenza’.
Disobbedienza civile, come trasgressione gandhiana dell’altrui comando o volontà coercitiva contro i diritti umani e civili potrebbe costituire il giusto percorso.

La strategia del paradosso proposta e descritta dal generale/scrittore cinese Sun Tzu (544 a. C. – 496 a. C.) nell’opera ‘L’arte della guerra’ (questo non è il contesto adatto per una digressione sulla fascinazione esercitata da uno dei mali assoluti dell’umanità) potrebbe rappresentare un vademecum fondamentale per lo ‘studente italiano disobbediente’ del III millennio. Rovesciare completamente ogni logica, ribaltare i punti di vista e gli schemi dentro cui sono abituati a muoversi politica, finanza, media.
In modo non violento, ma gandhiano.
Riscrittura dei codici, dei linguaggi, delle agende in modo da costringere l’avversario ad inseguire su un terreno ignoto e senza la comoda protezione delle ‘barriere’ e dei confortevoli scenari abituali.
In fondo, gli studenti italiani che sfilano nei quartieri di periferia (abbandonando al proprio triste destino il ‘potere’ auto-esiliatosi nelle zone rosse), sulle tangenziali e si fanno ricevere al Quirinale dimostrano di aver intuito perfettamente come spiazzare l’avversario.

- Astensione dalla tv. Switch off totale per periodi prolungati. Utilizzo dei computer e della rete per diffondere informazioni sulle ragioni della protesta e sui progetti per vere riforme in nome del bene comune.

- Abdicare al ruolo di consumatori. Stop all’acquisto dei prodotti e dei marchi più in voga e più diffusi, quelli che invadono di insopportabili spot e cartelloni pubblicitari le nostre case e le nostre città. Magari focalizzando il boicottaggio verso i ‘brand’ più legati alla politica e alle istituzioni per preferire marchi etici, del commercio equo e solidale e i prodotti a km 0 da reperire attraverso i Gas (Gruppi di acquisto solidale) e non tramite la Gdo (grande distribuzione organizzata). Stop allo shopping durante i periodi dell’anno in cui si celebra il trionfo del marketing: Natale, Capodanno, San Valentino, ecc.

- Boicottaggio degli eventi sportivi professionistici. Gli stadi italiani sono già semi-deserti. Si potrebbe completare l’esodo. Magari organizzando come alternativa gite nei musei e nei luoghi d’arte per sostenere, pulire ed esigere la tutela dell’immenso patrimonio artistico italiano.

- Boicottaggio delle banche e delle assicurazioni italiane, le più care in Europa. Rivolgendosi agli istituti di credito etici.

- Resistenza fiscale. La applicarono anche il Mahatma e Martin Luther King. Niente più pagamento di tasse, gabelle e balzelli. Almeno fino a quando le istituzioni non si accorgeranno che sono al servizio dei cittadini, con i quali devono confrontarsi e ai quali devono rendere conto del proprio operato.

- Niente più acquisto di testi universitari, solo fotocopie e pdf scaricati dalla rete.

- Astinenza elettorale di massa. Fino a quando la politica non tornerà ad assumere sembianze umane, competenza, rispettabilità e ad esprimere i candidati scelti direttamente dalla volontà dei cittadini.


Questi sono naturalmente solo alcuni spunti, la fantasia non ha limiti.

L’arte della guerra ai più superficiali può apparire come un raffinato manuale di tecnica militare e strategia. Invece Sun Tzu adotta il termine ‘arte’ non a caso: l’aspetto più vero e profondo del testo è il suo nucleo filosofico. Gestire i conflitti personali dentro noi stessi e tra noi e gli altri nella vita quotidiana è la sfida più ardua. Vince chi ha la capacità e l’intelligenza di trovare nei rapporti anche conflittuali, dialogici e tra istanze plurime e complesse, l’armonia tra gli opposti.

Il guerriero più abile è colui che vince la guerra senza combattere (o meglio, senza combattimento cruento).


Ringraziamenti: grazie a Gianrico Carofiglio e alla Libreria Rinascita Agosta di Roma per i dialoghi e gli incontri culturali che favoriscono l'attività cerebrale.

Italia, massa all'ammasso
post pubblicato in Diritti, il 14 aprile 2010

 
di Hermes Pittelli ©

 
 Ieri mi è capitato tra le mani il libro 'Massa e Potere', di Elias Canetti (il geniale autore di 'Auto da fé').
mi è venuta la curiosità di capire l'origine etimologica di 'massa'.
perché conoscere il vero significato delle parole è lo strumento più formidabile per capire la realtà; e non farsi raggirare dal leviatano, dal nuovo dio pagano uno e trino costituito da potere economico, politico, mediatico.
ebbene, il termine ci è stato tramandato dai soliti antichi greci: maza, ovvero 'impasto', 'pasta'. Materia manipolabile, malleabile.
per immediata associazione di idee, mi è venuto in mente che uno dei grandi problemi di questo paese avviato ad un declino tragico e inarrestabile, consiste nella trasformazione del popolo dei cittadini in 'massa'.
Constatare che siano bastati 20 anni di culi e tette in tv per ridurre le nostre menti ad un livello pre-primordiale, aggiunge tristezza a tristezza.

Ci stiamo consegnando inermi al leviatano di cui sopra: stiamo cedendo i nostri diritti democratici, repubblicani, i nostri territori, le nostre vite, il futuro e le vite delle giovani generazioni ad una brutale arretratezza, come non si riscontrava dai secoli oscuri del Medio Evo.
Basti riflettere su un fatto significativo: mentre perfino la Cina investe sulle fonti di energia rinnovabile, l'italia manda in Europa documenti partoriti dal nostro senato con cui mette in dubbio i mutamenti climatici da inquinamento e esorta un ritorno all'obsoleta e letale economia basata su carbone e petrolio. Per tacere del nucleare.

E il leviatano si permette anche di aggiungere al danno la beffa, spacciando la regressione per 'modernità e riforme'.
Sicurezza per spot, anche la Polizia in crisi
post pubblicato in Diritti, il 27 marzo 2010

di Hermes Pittelli © 

 
A
l governo piace celebrare la propria presunta capacità di rendere più sicura la vita dei cittadini. 
A cadenza quasi quotidiana ecco gli annunci con squilli di trombe sul calo vertiginoso dei crimini (?) e soprattutto sui record che questo esecutivo vanta nella guerra alle mafie. Come se gli arresti dei boss e dei malavitosi fosse merito degli impomatati uomini in giacca e cravatta e non dell’opera paziente e faticosa della magistratura inquirente e delle forze dell’ordine.
Ma gli spot pubblicitari si sa non raccontano verità, devono solo vendere sogni. Così di frequente, come vampiri che si fanno sorprendere dalla luce dell’alba, i proclami si dissolvono appena filtra una scheggia di realtà.
Ecco perché quasi con sconcerto i cittadini italiani si sono resi conto che tra le categorie in crisi c’è anche chi lavora per la Polizia.
La Confederazione sindacale autonoma di Polizia (Consap, ndr.) ha proclamato uno sciopero che si è concretizzato con una civile manifestazione di protesta nei pressi del Viminale.
I motivi dell’agitazione sono presto detti: sollecitare ancora una volta il ministero dell'Interno a colmare finalmente una terribile carenza di organico che si trascina da quasi 10 anni; una mancanza di forza lavoro che si traduce non solo in un aggravio di mole di compiti sempre meno coerenti con il proprio ruolo per gli attuali effettivi della Pubblica sicurezza (es: badare da soli alla pulizia delle caserme), ma soprattutto in una ridotta capacità di rispondere tempestivamente e con efficacia alle esigenze e ai problemi dei cittadini italiani.
Non solo in casi di emergenza, ma anche di banale routine amministrativa.
Presentare una denuncia di smarrimento patente, una querela o un esposto rischia di trasformarsi in una missione da Argonauti con ore di anticamera in sala d’aspetto; essere richiamati dalla Questura dopo aver denunciato qualcuno può trasformarsi nella leggendaria attesa di Godot.
Non si tratta di cattiva volontà da parte della Polizia, ma di mancanza di sottoufficiali. Sembra una barzelletta, eppure sono solo i sottoufficiali che possono accedere al sistema informatico e assolvere queste incombenze. Il classico granello di polvere che blocca un ingranaggio complesso e sofisticato.

Giampaolo Pamio distribuisce volantini ai cittadini, per informarli della protesta e soprattutto sensibilizzarli sui motivi di uno sciopero che non è pretestuoso, ma si fonda su disagi che inevitabilmente implicheranno una serie crescente di disservizi e mancanza di assistenza ai cittadini.
Lamentiamo una carenza di 5.000 persone, ma il ministero dell’Interno non fornisce spiegazioni plausibili sul mancato inquadramento di personale già idoneo”.
Un altro mistero italiano? Sembrerebbe di sì. Il Viminale non giustifica le mancate assunzioni, ma preferisce spendere 4/5 milioni di euro per bandire nuovi concorsi (anche se la Consap denuncia che all’appello ne mancano 4). Cifre enormi, soprattutto in tempo di recessione; soldi come sempre gentilmente prelevati dai conti dei cittadini, quelli che non evadono il fisco, ovvio.
Ci sono 1330 persone idoneespiega paziente Pamio - con competenze e qualifiche già acquisite sul campo; c’è da ricordare infatti che questi inquadramenti riguarderebbero personale interno e andrebbero a colmare parzialmente carenze di organico che ci trasciniamo dal 2001”.

I famosi sottoufficiali mancanti, dunque.

La figura professionali del sottoufficiale è fondamentale perché per legge è l’unica che ha la facoltà di accedere al sistema informatico per raccogliere le denunce, ma anche a procedere a perquisizioni in caso di possesso di droga e a tutta una serie di altri atti specifici . Può apparire banale a parole, ma nella realtà può accadere che il cittadino in commissariato o in questura per presentare una denuncia, mancando il sottoufficiale sia costretto a tornare nei giorni successivi. Pensiamo agli anziani che magari hanno difficoltà a spostarsi, pensiamo a quanto disagio possiamo loro arrecare per operazioni che con un organico completo sarebbero banali”.

Il ministero – sostiene Pamio - ci dice che inquadrando questi 1330 idonei precluderebbe ad altri la possibilità di essere inquadrati. Non è vero. Primo, il ministero vorrebbe assumere circa 800 persone. Non si comprende perché non dare la precedenza a chi è già idoneo. Secondo, queste 800 persone sono comunque una cifra di gran lunga inferiore alla necessità di colmare la carenza di organico di 5000 persone che noi stiamo segnalando da tempo”.

L’Italia è diventata il paese delle rivoluzioni incastonate nel tempo – ovvero immobili - come la drosophila melanogaster, il moscerino della frutta preistorico nell’ambra; c’è infatti un altro aspetto da considerare nella vicenda dei 10 anni di ritardo sulla mancata assunzione degli aventi diritto.
Si preclude a questi individui la possibilità di un minimo avanzamento di carriera. E non si tratta solo di stipendi migliori, visto che comunque le cifre sono minime, ma proprio di danno alle persone e ai loro diritti. Anche perché tornando al discorso pratico adesso la presenza dei sottoufficiali con le pattuglie sulle strade è minima, invece dovrebbe essere diffusa anche perché la normativa prevede come abbiamo visto che per denunce e perquisizioni debba essere presente questa figura”.

Insomma, lo scotto più grave lo paga sempre il cittadino.
E’ inutile che il Partito della Libertà spedisca ai privati depliant di propaganda elettorale con le foto delle volanti della polizia, perché le proteste della Pubblica Sicurezza si stanno trascinando da mesi.
A settembre del 2009 in molti importanti centri italiani (non solo Roma, anche Firenze, Genova, Torino) sono andati in scena agitazioni delle forze di Polizia per i pesanti tagli di fondi previsti dalla legge Finanziaria.
Oggi siamo in piazza per protestare contro queste mancate assunzioni – prosegue sconsolato Pamio – poi ci sono tutti i problemi legati ai tagli effettivi agli organici, alla manutenzione dei mezzi, in sostanza ai fondi destinati alla sicurezza. Perfino alla pulizia delle caserme!”.

Il governo del fare si vanta di avere affiancato alle forze dell’ordine 4250 militari per pattugliare le periferie e le piazze delle città. Forse perché tagliando i fondi alla Polizia, la Pubblica sicurezza si trova nell’imbarazzante situazione di non disporre del numero di auto adeguate o in buona efficienza per presidiare le strade.
Stesso discorso riguarda i fondamentali computer (giova rammentare che il contrasto alla criminalità organizzata del III millennio passa necessariamente da banche dati informatiche e rete virtuale). Nelle questure o sono pochi o sono guasti. Molti colleghi sono costretti ad acquistare i computer da soli, non mi sembra giusto”.

Sono anni che i cittadini devono sorbire campagne elettorali incentrate sulla sicurezza, strano che al dunque il governo, un governo di centrodestra, vesta i panni di Edward mani di forbice per costringere a una dieta coatta chi poi si batte contro la criminalità in prima linea.
La verità – dice ancora Pamio – è che non si penalizzano solo i lavoratori della Pubblica sicurezza, quelli ‘in prima linea’ come dice lei, ma alla fine soprattutto i cittadini”.

La vittima finale delle carenze, disfunzioni, contraddizioni, mala gestioni di uno Stato - sarebbe ora di cominciare a riflettere – è sempre il cittadino. I lavoratori della Polizia di Stato si dibattono in un miscuglio di strane sensazioni: rabbia, talvolta stupore, impotenza, delusione; ma vogliono essere propositivi. Per questo chiedono al Viminale di risolvere al più presto tutti questi problemi.
Noi prendiamo atto della situazione – conclude Pamio – ma il nostro auspicio e le nostre richieste al ministero e al governo hanno l’obiettivo di ottenere gli strumenti per continuare a garantire ai cittadini gli appropriati servizi di sicurezza. Solo questo”.

Al momento, lo slogan molto ammiccante della Polizia, tra la gente per la gente, rischia di tramutarsi in un appello equivalente e contrario: i cittadini si devono attivare, sollecitando il governo a garantire i mezzi adeguati alla Polizia per svolgere al meglio il proprio ruolo.
La gente con la Polizia, per avere ancora la Polizia tra la gente.
E perché il diritto alla sicurezza non resti l’ennesimo spot di marketing politico, buono solo in campagna elettorale. A meno che, la pseudo strategia della ‘corto-mirante’ politichetta italica non preveda, dopo quelle in atto della sanità dell’istruzione dell’esercito, ecc. la privatizzazione della sicurezza.
La tutela dell’ordine pubblico e della legalità saranno tramutate dalla mano di un alchimista folle in merce riservata a pochi privilegiati, mentre i cittadini comuni si attaccheranno al tram (come si diceva una volta)?
Vedremo nelle strade corpi di polizie private a pagamento che proteggeranno solo politici, manager e presunti vippini?

Una regressione ai tempi dei lanzichenecchi, dei soldati di ventura e degli eserciti mercenari.


Per approfondire: Polizia di Stato, Viminale, Consap

L’orecchino di Maradona nel paese degli illustri delinquenti
post pubblicato in Diritti, il 7 febbraio 2010




di Hermes Pittelli ©


Maradona è stato senza dubbio un fuoriclasse del pallone, ma si è segnalato anche per altre imprese straordinarie; in ambito extracalcistico.
Nel paese dei furbi e dei mariuoli, si è integrato così bene che nel periodo di militanza partenopea ha accumulato un debito con l’erario italiano superiore a 30 milioni di euro.
Nel settembre del 2009 gli ispettori della Guardia di Finanza e i funzionari dell’agenzia Equitalia hanno sequestrato a Merano uno dei celebri orecchini tempestati di diamanti dell’ex Pibe de Oro e lo hanno posto all’incanto. L’oggetto è finito nelle mani di una signora (che ha preferito mantenere l’anonimato) lieta di sborsare 25.000 euro per aggiudicarsi il prezioso feticcio.
Venticinquemila euro, una goccia nel mare rispetto a quanto Maradona, con abile dribbling mancino, ha sottratto al fisco tricolore.

Ma l’aspetto più sconcertante della vicenda riguarda l’atteggiamento di Equitalia, la spa a totale capitale pubblico (51% Agenzia delle Entrate, 49% Inps) che si propone di realizzare “una maggiore equità fiscale”; presente in tutte le regioni, tranne la Sicilia.
Ci si potrebbe già chiedere perché “maggiore” e non, semplicemente, “l’equità fiscale” punto.
Per capire l’entità del fenomeno 'evasione', nel 2008 l’imponibile evaso ammonta alla cifra di circa 311 miliardi di euro: 125,8 miliardi depredati dalle casse dello Stato, fondi che servirebbero a garantirci servizi essenziali quali la sanità, l’istruzione, le pensioni.

Comunque, il direttore generale Marco Cuccagna si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per gettare visibilità mediatica sull’evento. Come se riscuotere i giusti tributi dovuti allo Stato o stanare gli evasori facesse parte  dell’unreality horror show permanente in cui tutti i cittadini italiani vivono da 20 anni a questa parte.
Risultano allarmanti soprattutto le parole del dirigente Equitalia: “A prescindere dal caso Maradona, l’attività dell’agenzia prosegue incessantemente nei confronti di tutti gli evasori, illustri o meno che siano”.

Abbiamo quindi scoperto che esiste la categoria sociale degli ‘evasori illustri’, riconosciuta ufficialmente dall’agenzia statale che si occupa di intascare le tasse pagate dai cittadini onesti.
Un lapsus verbale rivelatore di una forma mentis e di una corruzione morale che sta devastando quello che resta di questo paese.
Come direbbe Scajola, sarò all’antica, ma un evasore, peggio se benestante quando non plutocrate, è solo un delinquente.
L’aggettivo illustre è appannaggio esclusivo di persone di cristallina e non negoziabile moralità.
Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Rita Levi Montalcini, giusto per fare dei nomi.
In italia invece cerchiamo da troppo tempo questa commistione tra sacro e profano, come se immergere nello stesso calderone primordiale gli onesti e i disonesti servisse da lavacro morale (anzi, amorale) per cancellare i peccati dei birboni; peggio, per collocare i primi e i secondi sul medesimo piano sociale. Ma se tutti rubano o uccidono e io mi adeguo, non sono innocente, né le mie azioni possono finire nella centrifuga che regala l’amnistia e il condono universali.

Da noi qualcuno continua a rivendicare tagli d’imposte immaginari, mentre per ridurre l’iniqua pressione fiscale su chi le tasse le paga davvero basterebbe non varare scudi fiscali per i ‘grandi e illustri evasori’ (quelli che hanno i conti blindati nei paradisi fiscali), o per le varie potentissime mafie (sempre nel 2008, l’economia del crimine organizzato ha fatturato 120 miliardi di euro, con un ammanco di entrate fiscali pari a 40 miliardi); magari eliminare – quelle sì autentiche gabelle truffaldine – le bollette energetiche gonfiate con gli incentivi Cip 6 per le fonti rinnovabili e/o assimilabili (fonti alternative che non esistono in Europa, ma solo in Italia).

L’ex Belpaese detiene, tra i tanti, un primato negativo: è primo in Europa per evasione fiscale. Del resto, alla faccia di J.F. Kennedy, non siamo tutti berlinesi.
Già, perché i tedeschi, a differenza degli altri cittadini continentali (sugli italiani poi meglio stendere una pietosa coltre di silenzio) le tasse le pagano e anche salate: nel 2008, 605 miliardi, e con l’Iva che ha raggiunto quasi i 180 miliardi di euro.
E alle ventilate ipotesi di taglio delle aliquote avanzate da Angela Merkel, hanno risposto: “No, grazie”.
Mica perché i teutonici siano fessi, solo hanno fatto quattro conti e si sono accorti che l’equilibrio delle finanze nazionali non consente questi espedienti propagandistici.

L’Italia invece resta il (al) palo della cuccagna dei furbi che trascinano il resto del paese in rovina. In fondo, ci siamo già passati nel 1992.
Ma lo abbiamo dimenticato.
Infatti stiamo beatificando corrotti, corruttori e illustri evasori.


FONTI:
La Repubblica, NuovoFiscoOggi, EquitaliaSpa

Delitto d’onore, quando l’ignoranza scatena l’odio razzista
post pubblicato in Diritti, il 17 settembre 2009

Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.
Vangelo di Matteo 7, 5



di Hermes Pittelli ©



 Che pacchia in questa Italia neoanalfabeta, xenofoba e razzista un orribile delitto come quello di Montereale Valcellina.
Finalmente l’italiota medio e i suoi vate(r) culturali di riferimento possono gettare la maschera da ‘italiani brava gente’ e mostrare il volto disumano del razzismo, con la certezza di riscuotere ampio consenso mediatico e popolare.

Sgombriamo il campo da equivoci: ogni delitto è orribile e non dovrebbe ammettere giustificazioni di sorta.

Ma in questo caso ci sono gli ingredienti migliori per dare la stura agli istinti più grevi della lacera Italietta attuale: un padre marocchino, musulmano che uccide la figlia 18enne, rea di infangare l’onore della famiglia per aver scelto di convivere ‘all’occidentale’ (cioé da infedele) con un occidentale, tra l’altro anagraficamente molto più grande di lei. Un affronto insopportabile da soffocare e punire in modo esemplare, nel sangue.
E così assistiamo alla penosa orgia di pseudo amministratori locali, pseudo politici, pseudo giornalisti, pseudo persone e pseudo cittadini che da veri sciacalli, sfruttando le luci della ribalta della tragedia, ci sommergono con il disprezzo per ‘l’altro’, per l’invasore straniero che ci ruba il lavoro, delinque, non ha e non deve avere diritti non solo civili e politici ma nemmeno umani (non è una persona).
Insomma, gli immigrati tutti a casa loro a cannonate oppure ‘forza Gheddafi’.
Del resto, siamo pur sempre il paese che ospita il Vaticano e che si professa cristiano, cattolico e apostolico.

Eppure, bisognerebbe temere più dello straniero (quello che varca impunemente confini che non gli appartengono) la nostra ignoranza, la nostra memoria corta; che sfociano inevitabilmente nell’ipocrisia e nell’odio immotivati.

Delitto d’onore... Fingiamo di non sapere o non rammentare che fino a poco tempo fa questo reato era considerato ‘lieve’ e ‘giustificabile’ dal nostro codice penale. E noi ci ergiamo a censori moralisti, a difensori del diritto, della Giustizia; ci arroghiamo con tracotanza il ruolo di giudici degli altrui vizi.

Codice Penale, art. 587
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

Ecco, questi siamo noi italiani: civili e rispettosi della dignità, della sfera individuale, dell’umanità di chi non si comporta, non pensa, non agisce come noi.

Collegato a questo ‘principio’ dell’onore, discendevano tutta una serie di altre amenità, tra cui l’altrettanto famigerato matrimonio riparatore.
Malgrado alcuni tentativi di parlamentari illuminati, come Giuliano Vassalli, di revisonare il codice penale per abrogare queste mostrusità, il delitto d’onore è scomparso definitivamente solo nel 1981. Solo nel 1981 perché le legislature erano sempre troppo brevi per l’iter legislativo e, soprattutto, perché l’opinione pubblica, nemmeno troppo segretamente, considerava ‘giusto’ questo particolare ‘delitto minore’ per sanare l’onore ferito di un padre o di una famiglia.
Onore?

Tra l’altro, sempre per memoria storica, non ci fossero state le battaglie dei vituperati radicali Bonino-Pannella (referendum sul divorzio 1974, riforma del diritto di famiglia 1975, referendum sull’aborto 1981) noi continueremmo a vivere nell’oppressione di tempi molto più bui del Medioevo (che tanto ci indigna quando ne sentiamo parlare). Anche se qualcuno nell’ex Belpaese mostra un’inguaribile e inconsolabile nostalgia per quelle epoche e a sorpresa trova molti adepti nella società italica.
Altro che integralisti islamici e talebani!

Noi italiani saremmo maestri di Civiltà?

Inondazione di Istanbul e ‘piano casa’ italiano, la stupidità al potere
post pubblicato in Diritti, il 14 settembre 2009
Articolo 9 della Costituzione della Repubblica:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione


di Hermes Pittelli ©



 La recente inondazione di Istanbul ha causato 32 morti e decine di dispersi; con il contorno di ingenti danni materiali ed economici.
Ma non si tratta di fatalità legata a fenomeni naturali particolarmente violenti, come qualcuno in Italia farebbe credere se accadesse qui, ma di stupidità umana che si manifesta con le speculazioni edilizie e la cementificazione selvaggia e acefala.
Come del resto è stato documentato in modo corretto da un servizio andato in onda sul Tg2; ogni tanto qualche verità vera sfugge al meccanismo di edulcorazione dei media italiani. O forse, trattandosi della Turchia, non hanno ritenuto pericoloso centrare per una volta il nucleo del problema.
Sembra quasi che tutti abbiano rimosso la catastrofe dello tsunami di Sumatra del 26 dicembre 2004. Eppure, anche in quella occasione, qualche voce assennata e ragionevole disse che l’effetto del maremoto non sarebbe stato così devastante se le coste e le spiagge dell’Oceano Indiano non fossero state mutilate da un folle disboscamento per consentire l’edificazione di hotel, resort, bungalow.
Insomma, il miraggio del profitto senza regole è la causa prima di molte tragedie che poi per ipocrisia vengono classificate alla voce ‘fatalità’.
Naturalmente, queste tragedie non servono ad imparare la lezione. Un po’ come la crisi economica mondiale: è bastato qualche cenno microscopico di ripresa, per ridare la stura alla voracità truffaldina di banche e finanzieri senza scrupoli; intanto, in Italia per la prima volta i Bot fanno registrare segno negativo e sui mercati globali sono già di nuovo in circolo titoli tossici per derubare gli ingenui risparmiatori.

I mutamenti climatici causati delle emissioni inquinanti delle industrie che tanto piacciono a certi governi sono una realtà evidente; anche se in Italia vengono negati per decreto dal Senato e dal ministro dell’Ambiente che ritiene il modesto protollo di Kyoto troppo severo e penalizzante per le infestanti aziende italiane.
Eppure, per fare un esempio letterario, già Giorgio Scerbanenco nel suo romanzo ‘Al servizio di chi mi vuole’ (pubblicato postumo da Longanesi nel 1970) racconta senza tema di smentite: “Dai finestrini dell’auto aperta entrava l’aria sapida del Lambro gonfio di scarichi chimici che venivano dalle varie fabbriche situate sulle dolci rive”. Ah l’industriosa Milano, vanto dei lumbard...
Eppure, negli ultimi anni l’Italia è soggetta a precipitazioni tipiche più del sud est asiatico che non di una penisola allungata al centro del Mediterraneo. Forse perché lo scioglimento dei ghiacciai di Artide e Antartide sta facendo scomparire la miracolosa corrente del Golfo.
Forse perché una politica vecchia e ingorda continua a alimentare il falso e letale mito del Pil ritenendo che il volano economico possa girare solo con il business dei palazzinari e dell’industria. Un volano che poi, caso misterioso, si traduce in ricchezza dei pochi a danno della salute e delle tasche della maggioranza dei cittadini.

Nell’ottobre del 2003 un rapporto della Commissione europea per l’ambiente aveva lanciato già l’allarme, indicando proprio nell’Italia il paese con il più alto tasso di mortalità continentale legato a inondazioni e alluvioni. Pesante anche il bilancio dei danni derivanti: 11 miliardi di euro. L’ex Belpaese si classificava inoltre al secondo posto (dietro la Francia) nella graduatoria delle aree più colpite da alluvioni e inondazioni.
Le cause? Il dissesto idrogeologico delle regioni, sottoposte allo stravolgimento della conformazione naturale in nome di un presunto progresso economico.
Qualche governo italiota – destra o sinistra, non fa differenza - ha mai programmato un intervento strategico per porre rimedio? Risposta ovvia: no.
Da decenni continuiamo a disboscare le rive dei fiumi, le colline, le montagne; continuiamo a cementificare senza posa ogni cm quadrato di territorio disponibile (anche quello fornito dai piromani prezzolati) e perfino i letti fluviali.
Una follia criminale che ci rende sempre più esposti e vulnerabili.

Nel luglio '87 l'Adda sommerge 60 comuni e la frana del monte Coppetto ne cancella due dalla cartina geografica. Nel maggio '97 in Campania un'enorme torrente di fango travolge il paese di Sarno, costruito alle pendici di un monte deforestato. Ottobre 2000: inondazioni colpiscono l'Italia settentrionale, facendo almeno 25 vittime e migliaia di sfollati, e la Spagna, ove sono morte 5 persone e si sono verificati ingenti danni materiali. All'Elba i torrenti il cui corso era stato deviato per costruire case per turisti, esondano col nubifragio del 4 settembre 2002, causando gravissimi danni: un disastro annunciato”.

L’attuale governo, così amico di Eni Enel Finmeccanica Impregilo ecc., tra le priorità non fa rientrare le molte e gravi emergenze ambientali. E lo dimostra senza pudore con il famigerato ‘piano casa’: l’ennesimo delirio per ingrassare i palazzinari e dare un’altra poderosa mazzata all’integrità degli ecosistemi italici.
Un articolo di Salvatore Settis su La Repubblica (uffa, questa stampa cattocomunista e radical chic!) del 2 settembre illustra come mai l’esecutivo del fare abbia varato una legge edilizia che lascia alle regioni un’applicazione a interpretazione libera, cioé selvaggia. Insomma, “una giungla di regole” per non rispettare regola.
Secondo l’accordo sancito tra governo e regioni il I aprile (sembra uno scherzo, ma non è), l’esecutivo avrebbe dovuto emanare entro 10 giorni un decreto legge di ‘semplificazioni normative’ (il solito condono mascherato). Dopo 5 mesi non c’è traccia del famigerato decreto.
Senza legge quadro dello Stato, le singole regioni (in teoria, evidentemente) non possono approvare leggi regionali di natura attuativa. Invece, “12 leggi sono già pronte, altre 8 sono alle studio”.
Tra l’altro, Toscana, Umbria e la provincia autonoma di Bolzano hanno già emanato le proprie leggi, di fatto illegittime perché prevedono arbitrarie deroghe al codice dei Beni culturali e a numerose altre leggi dello Stato.
Ma la vera intenzione della ‘politica creativa’ del governo per favorire le speculazioni edilizie è proprio questa: sperare che ogni regione si ‘fabbrichi’ la propria legge e poi “adeguarsi” come fosse un’esigenza nata per volontà popolare, oppure non emanare mai il decreto legge evitando di impugnare le singole leggi regionali davanti alla Corte Costituzionale, camuffando l’accordo taroccato del I aprile con la maschera di “surrogato della legge”.
Come rileva Settis, “vittima di questa beffa è il paesaggio come bene comune, cioé noi”. Ma tanto l’80% degli italioti, fedele solo al verbo catodico, non dispone dei  neuroni per capirlo.
Scandalo nello scandalo: le regioni governate dalla sinistra (?) sono comunque felici di questo far west legislativo “perché il loro piano casa consente devastazioni minori rispetto a quello delle regioni di destra”.
Criminalità allo stato puro. Non ci devono più essere devastazioni dell’ambiente; e si devono punire in modo esemplare i furbi che sfregiano l’ecosistema per profitto personale. Senza discussioni o distinzioni bizantine.
L’Umbria, racconta ancora Settis, “ha prodotto una legge (porcata, ndr) che legittima l’abbattimento degli uliveti in favore di progetti edilizi”. Uno schifo!

I cittadini italiani ancora dotati di mente pensante e volontà proprie dovrebbero attuare forme di resistenza civile a queste leggi truffa che sottraggono ambiente e futuro a tutte le popolazioni d’Italia e alle generazioni di domani; un furto per la ricchezza disonesta di pochi.
I dialoghi dei manigoldi che decidono e godono di queste leggi canaglia devono essere del tutto simili a quelli dei boss della n’drangheta che inabissavano le navi con i rifiuti tossici nei nostri mari: “Basta essere furbi... chi vuoi che se ne accorga...”; “E l’ambiente? Che ne sarà dell’ambiente se lo distruggiamo e lo ammorbiamo?”; “Ma sai quanto ce ne fottiamo dell’ambiente? Pensa ai soldi, che con quelli l’ambiente pulito andiamo a trovarcelo da un’altra parte...”.

Peccato che il Globo sia solo questo: e i ‘signori’ che decidono di cementificare e avvelenare la Natura – a meno che non dispongano di astronavi e di un pianeta alternativo – saranno condannati a crepare esattamente come un comune cittadino. Magari con le tasche gonfie di denaro fetido, ma creperanno anche loro (e i loro figli).
Molto furbi, davvero.


Fonti:
www.repubblica.it (qui l’articolo sul piano casa), www.lifegate.it (qui l’articolo sull’emergenza alluvioni in Italia)

Inter, lo scudetto puzza... di petrolio
post pubblicato in Diritti, il 21 maggio 2009

Leggenda popolare vuole che i milioni di euro spesi da Moratti nel giocattolino di famiglia provengano dalle sue aziende. Come la raffineria Saras, in Sardegna. Peccato che molte di quelle risorse arrivino dalle tasche degli italiani che pagano le bollette della luce. Grazie anche al famigerato e truffaldino Cip6.
Intanto, la raffineria inquina e mette a repentaglio la vita degli operai e dei cittadini...





di Hermes Pittelli ã

 Gli italiani, anche i non interisti, non lo sanno. Eppure potrebbero chiedere a Massimo Moratti di farsi prestare per le proprie partitelle del giovedì sera o per rinforzare la propria squadra di calcio amatoriale un polpaccio di Ibraihimovic o una coscia di Muntari.

Il munifico patron nerazzurro ha condotto negli ultimi anni campagne acquisti faraoniche per la Beneamata, assicurando ai suoi pupilli e ai suoi allenatori un monte ingaggi stratosferico.

Però quei soldoni non sono esattamente tutti suoi o provenienti dalle sue aziende, come vuole la leggenda popolare alimentata dai media compiacenti.

Molte di quelle risorse transitano attraverso le fabbrichette morattiane, è vero, però provenienti dalle tasche dei contribuenti, come sempre all’oscuro di tutto.

Come? Attraverso il pagamento delle bollette della luce e grazie alla truffa del Cip6.

L’intuizione fu di papà Angelo Moratti, già presidente della gloriosa Inter targata HH (Helenio Herrera): nel 1962 decise di fondare una società petrolifera, la società che permette ai Moratti un’agiata vita da nababbi dell’oro nero.

La raffineria fu costruita a Sarroch, in provincia di Cagliari. Se vi collegate a Google Earth grazie alle immagini dal satellite vi potete rendere conto che gli impianti sono più grandi dell’intero agglomerato urbano.

La Saras, grazie alla propria dislocazione strategica, vanta qualche record: un quarto del petrolio mondiale trasportato via nave transita da qui ed è la raffineria più grande del Mediterraneo per capacità produttiva, in grado di trattare 15 milioni di tonnellate l’anno di petrolio grezzo.

La preziosa materia prima giunge soprattutto dalla Libia (quella che rende sicure le nostre coste) e dal Mare del Nord. Tra i clienti di Saras figurano nomi importanti quali Shell, Repsoil, Q8, Total; Eni, Tamoil che assicurano un sostanzioso giro d’affari. Nel 2005, ad esempio, i ricavi sono stati di 5,5 miliardi di euro per un utile netto di 332 milioni.

Costruire poi squadre di calcio competitive con queste risorse economiche diventa più facile, anche in assenza di reale competenza sportiva.

Ma la punta di diamante della faccenda non è Ibrahimovic, come si potrebbe credere ingenuamente, ma la Sarlux, la centrale elettrica posizionata nella zona sud orientale dell’impianto. La Saras impiega 1600 operai e controlla il 100% della Sarlux.

Grazie alla luce prodotta qui in Sardegna dalla famiglia Moratti, i soldi degli italiani, in modo molto più efficace del teletrasporto di Star Trek, si materializzano sui conti bancari dei campioni (?) dell’Inter.

La Sarlux ottiene energia elettrica lavorando gli scarti della produzione petrolifera, ovvero quello che tecnicamente si chiama ‘olio combustibile pesante’.

Questa sorta di pece semi solida sarebbe un’ottima base per ricavare bitume, invece viene bruciata tramite gassificazione e irrorazione di ossigeno.

Questo è combustibile altamente inquinante, molto più del metano di solito utilizzato nelle centrali elettriche. L’impianto brucia 150 tonnellate di tar l’ora. Oltre a CO2, ossidi di azoto ed emissioni varie, a fine anno la combustione lascia in dote 1.400 tonnellate di scarti tra zolfo e concentrati di metalli, come il vanadio e il nichel”.

Il vero guadagno per Sarlux arriva quando finalmente può piazzare sul ‘libero mercato’ il prodotto finito. L’energia elettrica viene interamente acquistata da un ente pubblico, il Gestore del sistema elettrico (Grtn), che garantisce un corrispettivo doppio al reale prezzo di mercato.

In pratica, gli italiani credono di essere un popolo ‘verde’ (non in senso padano, ma ecologista), di finanziare grazie ad una maggiorazione della bolletta della luce impianti che funzionano con fonti pulite quali sole, aria, acqua; invece, lo stato italiano, che per una volta ha recepito al volo una direttiva comunitaria del 1992 (relativa appunto all’incentivazione delle fonti rinnovabili, provvedimento Cip – Comitato interministeriale prezzi – numero 6), intuendo il potenziale di business, ha aggiunto (quanto sono importanti le parole!) all’aggettivo ‘rinnovabile’ e/o ‘assimilabile’. Un’altra magia italiana si è così realizzata.

I cittadini sborsano fino al 10% in più in bolletta fieri di contribuire alla diffusione di energie pulite, finanziando invece gli sporchi affari dei petrolieri (tra i quali anche la famiglia Garrone di Erg, proprietaria della Sampdoria, o la famiglia dei Brachetti Peretti di Api) che ingrassano grazie a fabbriche della morte, responsabili di inquinare e devastare il territorio e senza alcuna attenzione per la sicurezza e la salute dei propri operai.

Poi è facile ripulirsi la faccia dai liquami di petrolio, grazie ad astute operazioni di presunta beneficienza (in realtà, spietate operazioni di cinico marketing) o allestendo compagini di circenses da offrire in pasto come panem agli italioti medi pallonari; ignari che avrebbero il diritto di stilare la formazione o di giocare nel campetto dietro casa con Balotelli o Cassano.

Quando vi propinano l’edulcorata favoletta dell’elegante e generosa famiglia Moratti dovreste rabbrividire.

La signora Letizia si è fatta curare l’immagine da Red Ronnie (cercate su YouTube il video celebrativo che l’ex critico musicale anticonformista ha realizzato pro sindaco di Milano), il presidente dell’Inter nonché amministratore delegato della Saras, Massimo, si prodiga in campagne umanitarie.

In Sardegna, grazie alla loro raffineria modello, si verificano mutazioni del Dna: nascono pesci con due teste, persone di 30/40 anni non fumatrici e senza storie di cancro in famiglia, sviluppano patologie tumorali e si ammalano di leucemia.

L’Inter celebra il quarto scudetto consecutivo in Italia (“Siamo nella Storia!”, senza tralasciare l’ennesimo flop europeo, però), occulta con eleganza degna di una finta di Figo l’origine economica di questi presunti trionfi; occulta che molti dei soldi utilizzati per la costruzione della squadra sono dei cittadini, abbandona al colpevole oblio “i danni della salute di chi è costretto a respirare fumi di idrogeno solforato tutti i santi giorni. Diranno che tutto è a norma di legge, ma le norme di legge in Italia non sono minimamente scritte per proteggere le persone, non quando l'OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) dice 0.005 ppm per l'idrogeno solforato e la legge Italiana lascia emettere ai petrolieri 30ppm!”.


Ibrahimovic
, stipendio annuo: 9 milioni di euro.

Mourinho
, stipendio annuo: 11 milioni di euro, 14 con gli sponsor come tiene a precisare lui; gli stipendi annui complessivi di mille precari, secondo un calcolo di Panorama.it.

Valore della Vita e della Salute
di un uomo, operaio della Saras o abitante di Sarroch: zero tituli.



Piccola digressione
:
Qui trovate il trailer del film OIL (durata, 1 h e 10 min.) girato dal regista sardo Massimiliano Mazzotta, lungometraggio autoprodotto che documenta le nefandezze della Saras.
La pellicola doveva essere trasmessa da Sky che poi misteriosamente ha deciso di non mandarlo più in onda. Senza spiegazioni, senza rimandi ad altra data. La Saras ha chiesto il sequestro giudiziario del documentario per contenuto diffamatorio.
Postilla maliziosa: Letizia Moratti, attuale sindaco di Milano, nel 1999 ha ricoperto la carica di amministratore delegato di Sky Europa.
La rimozione del film di Mazzotta dal palinsesto di Sky può essere catalogato alla voce ‘gesti cavallereschi’ da parte di Rupert Murdoch? Chissà...

Fonti: Altreconomia, Maria Rita D’Orsogna, La Nuova Sardegna
La fiamma di Olimpia soffocata da ipocrisia e marketing
post pubblicato in Diritti, il 25 marzo 2008



di Hermes Pittelli

 La sacra fiamma in realtà è spenta. Quel simulacro che è partito ed è stato celebrato ad Olimpia alle 11.20 di lunedì 24 marzo 2008 non ha senso; è sbiadito; peggio è un ologramma, il fantasma dannato di quello che vorrebbe rappresentare.

La fiamma di Olimpia nell’antichità classica aveva il potere di far cessare ogni ostilità, anche la più insanabile e cruenta. Le olimpiadi assurgevano ad evento sportivo di coinvolgimento e aggregazione all’insegna del rispetto reciproco e della lealtà, principi (oggi solo il termine fa sghignazzare e per molti è addirittura preda dell’oblio) assoluti e indiscutibili, così elevati da prevalere perfino sulla “ragion di Stato”.

Lo stesso barone De Coubertin coltivò la sua folle idea di “resuscitare” le Olimpiadi per ripristinare l’antico spirito della competizione atletica e riportare la concordia tra i popoli partecipanti, almeno nell’arco di tempo delle gare.

Tutto finito, tutto finto, oggi. Le nazioni che parteciperanno a Pechino 2008 sono vittime e complici del grande inganno dell’Impero del Dragone. Un illuminante articolo di Dacia Maraini pubblicato sul Corriere della Sera odierno spiega in modo chiaro il meccanismo che da millenni consente ad un Paese potente ed ingordo di spargere calunnie sul conto di un Paese più piccolo ed indifeso per annetterlo con la violenza e la sopraffazione più sordide e disumane. Il gioco è facile eppure, malgrado ogni volta si ripeta identico sotto gli occhi di tutti, la gran parte dei governi, dell’opinione pubblica mondiale meno avveduta ed informata (in Cina l’Informazione non rientra nemmeno nella categoria delle Utopie) si schiera con l’aggressore e ne riconosce le “ragioni”.

Dice Maraini: è accaduto per il conflitto Usa contro l’Iraq, è accaduto con il nazismo in Europa. Sì, senza ombra di dubbio. Eppure ora è il viscido Tibet a minacciare il gigante cinese, con la sua sola esistenza; già solo questo pensiero – senza scomodare l’opinione del Dalai Lama (pilatescamente “scaricato” dai nostri brillanti e incorruttibili politici senza macchia e senza paura) – può essere tacciato di genocidio in potenza.

Le Olimpiadi in salsa cinese, con la benedizione ipocrita del Cio (comitato olimpico internazionale), sono lo strumento con cui Pechino vuole dimostrare al pianeta la propria potenza; è il tentativo di indossare la maschera per presentarsi al cospetto del consesso mondiale con l’abito buono e chiccoso. I Paesi che intendono partecipare comunque alla sciagurata rassegna sportiva sotto la bandiera a cinque cerchi si giustificano balbettando che il boicottaggio è sciocco ed è uno strumento privo di efficacia, visto che non può aiutare in alcun modo il martoriato e oppresso popolo tibetano. Ottimo ragionamento: vedo commettere un omicidio, non posso intervenire per evitarlo, ma non vado a denunciare chi l‘ha commesso perché tanto non posso riportare in vita la malcapitata vittima.

Sarebbe più coerente e dignitoso ammettere che chi va a queste Olimpiadi lo fa per mero calcolo politico quindi economico. La Cina è il nuovo padrone dell’Economia globalizzata e in epoca di recessione senza confini quasi nessuno ha voglia di indispettire chi detterà legge a lungo sulle barricate dei mercati mondiali. La spiegazione, triste e allarmante, è tutta qui.

I diritti umani inalienabili ad ogni latitudine, la libertà e la democrazia valgono meno di una buona commessa commerciale spillata alla Cina.

Provo vergogna anche per coloro che non la provano e che preferiscono voltarsi dall’altra parte pur di continuare a perseguire i propri sporchi interessi. In Cina, la borghesia e la popolazione, opportunamente fomentate dalla compiacente stampa di regime spingono per una reazione ancora più dura alle aspirazioni di indipendenza del Tibet, considerato un covo di irriconoscenti sudditi visto che l’ala protettrice della Madre Patria permette loro di ostentare un tasso di crescita addirittura superiore al proprio. Giusto, in fondo la felicità si misura con la pietra angolare della disponibilità economica, la libertà gli stessi cuore cervello e anima sono barattabili per ottenere in cambio un Pil da primato.

Mai sentito parlare di decrescita felice e di mercato basato su principi di sostenibilità, democrazia, equità, umanità? Informatevi, cercate anche in mezzo al marasma del Web.

Forse dovremmo cominciare ad adottare il modello di vita del buddhismo del Bhutan dove la misura del benessere della popolazione è rappresentata non dal diabolico Pil ma dalla Felicità Interna Lorda, metro meno materialistico per misurare il successo e la qualità dell’esistenza delle persone. Uhhhh, che concetti scandalosi e rivoluzionari…

Infine, dopo aver bacchettato governanti mondiali e locali, una notazione sui nostri altrettanto impavidi sportivi: si mantengono sul vago, firmano documenti con i quali si impegnano a non mettere in imbarazzo l’ospite cinese accennando anche solo vagamente ai diritti umani, preferiscono affermare la loro identità (e conseguenti grandi responsabilità) di sportivi.

Come spesso accade (colpa della senilità incombente?) mi sorge un dubbio: ma un atleta, prima di tutto non dovrebbe essere una persona dotata di intelligenza e coscienza, un animale sociale e civile, un cittadino non solo della nazione di origine ma del mondo senza confini del terzo millennio?

Buone Olimpiadi cinesi a quanti sono in grado di fagocitare la propria dimensione umana in cambio di qualche buona stock option, di qualche affaruccio remunerativo.

Il fatto che non si possa nemmeno contestare, nemmeno esprimere sdegno e dissenso, qui, nella Vecchia esausta Europa, patria della democrazia (in Grecia arrestati tre giornalisti che contestavano la bandiera olimpica…) non mi culla con considerazioni ottimistiche su quanto ci riserva il domani; a meno che un’improvvisa scossa di coscienza non ci scuota dal nostro amaro torpore e ci convinca a tornare ad agire per difendere concretamente i nostri diritti e quelli dei nostri fratelli.



permalink | inviato da erikfortini il 25/3/2008 alle 20:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Genova 2001, il dovere della memoria
post pubblicato in Diritti, il 11 marzo 2008
di Hermes Pittelli

Roma, 29 settembre 2004 - Il diritto alla memoria. Ma soprattutto il dovere. Perché se è vero che il buio della ragione genera mostri, l'oblio contiene in sé il rischio fatale di clonarli. E farli riemergere periodicamente dalle pieghe della Storia.
Per questo motivo Marco Poggi (guarda la VIDEOINTERVISTA: video 1 http://redazione.romaone.it/4Daction/Web_RubricaNuova?ID=58690&doc=si; video2 http://redazione.romaone.it/4Daction/Web_RubricaNuova?ID=58691&doc=si) e Enrica Bartesaghi (guarda la VIDEOINTERVISTA: video1 http://redazione.romaone.it/4Daction/Web_RubricaNuova?ID=58686&doc=si; video2 http://redazione.romaone.it/4Daction/Web_RubricaNuova?ID=58689&doc=si) hanno deciso di affidare la loro ricostruzione dei tragici fatti del G8 di Genova (Speciale G8 http://www.romaone.it/statiche/g8/) alla pagina stampata. Perché 'verba volant, ma scripta manent'.
Un libro perché tutti, soprattutto i giovani di questo Paese, abbiano la possibilità di conoscere la verità da parte di chi, in qualche modo volente o meno, è stato protagonista e di chi ha subito sulla propria pelle il disastro del luglio 2001. Non per spirito di vendetta, né di rivalsa. Ma perché in Italia, nazione che si definisce democratica e civile e pretende di sedersi al tavolo dei protagonisti della società internazionale, si giunga, almeno per una volta, all'individuazione dei responsabili e alla loro punizione. Sia tra le fila di chi indossava una divisa, sia tra chi invece di manifestare pacificamente metteva a ferro e fuoco Genova.

Marco Poggi, infermiere psichiatrico, in servizio alla caserma di Bolzaneto nel luglio del 2001 ha scritto 'Io, l'infame di Bolzaneto' raccontando ciò che ha visto con i propri occhi e ciò che ha fatto. O non fatto. La sua coscienza gli ha imposto questa scelta. Una decisione che gli ha cambiato la vita, perché, pur non essendo stato formalmente licenziato è stato 'convinto' a lasciare il lavoro, e perché lo stress di quella esperienza gli ha causato molte malattie e molti disturbi di cui non aveva mai sentito parlare in vita sua. Ha preferito diventare l'infame, quello che ha spifferato eventi che dovevano rimanere segreti, perdere il lavoro, ma non perdere la propria dimensione di uomo.

Enrica Bartesaghi, madre di Sara, 21enne con le treccioline rasta e i piercing all'epoca del G8, autrice di 'Genova, il posto sbagliato'. Coraggiosa, combattiva e tenace come solo una mamma sa essere quando difende i propri cuccioli. Perché per quattro giorni sua figlia tra il 20 e il 23 luglio 2004 è stata inghiottita da un buco nero: prima picchiata alla scuola Diaz, poi prelevata nella notte dall'ospedale e trascinata a Bolzaneto. Senza conoscere la motivazione del fermo, i propri diritti, senza la possibilità di chiamare un avvocato, senza poter mangiare bere riposare. Enrica Bartesaghi è soprattutto una madre che chiede giustizia, che pretende di sapere perché non sia stata istituita una commissione parlamentare d'inchiesta capace di capire come sia stato possibile giungere ad un'aberrazione sociale civile umana durante il G8 genovese e di individuare i responsabili.
Dal 2002 è anche fondatrice e presidente del comitato 'Verità e Giustizia per Genova'.

Alla presentazione dei 2 volumi, Riccardo Noury (
Amnesty International) e Patrizio Gonnella (Antigone) hanno spiegato che l'Italia corre il rischio di percorrere molti passi indietro sul piano dei diritti umani. Il Belpaese nonostante a livello internazionale sia sempre in prima fila nell'aderire alle direttive in materia, mostra un'inspiegabile lentezza e titubanza nel recepirle all'interno del proprio ordinamento. Ad oggi, nel codice penale italiano non è previsto il reato di tortura. Riccardo Noury pone l'accento proprio su questo aspetto "perché quando si parla di tortura si pensa sempre a Paesi lontani del secondo e terzo mondo, rifiutando l'idea che le mele bacate siano tra noi". L'esponente di Amnesty dice poi a chiare lettere che un altro mal vezzo tricolore è "l'impunità. Il corporativismo che scatta in certe categorie e che impedisce di ricostruire la verità e di giungere all'individuazione dei colpevoli".
Patrizio Gonnella ricostruisce invece storicamente il percorso che conduce fino alla morte di Carlo Giuliani, all'irruzione alla scuola Diaz, ai pestaggi di Bolzaneto: "Le prime avvisaglie di contestazione anti-globalizzazione ci sono a Seattle nel 1999, riunione del Wto. Come si ravvisano subito recrudescenze autoritarie nella gestione della piazza. Poi è un'escalation: Goteborg con un poliziotto che spara ad una manifestante, un detenuto picchiato e deceduto nel carcere di Sassari, il social forum a Napoli, infine il G8 di Genova".
Forse è meglio concludere con le parole della signora Bartesaghi: "Ho perso fiducia in certe istituzioni e in certi rappresentanti delle forze dell'ordine, ma non nella Giustizia. Per questo continuo a lottare, per questo ho scritto il libro e fondato il comitato. Ci sarà sempre speranza fino a quando continuerò a incontrare gente che ha la capacità di indignarsi al cospetto degli abusi e della violenza".



permalink | inviato da erikfortini il 11/3/2008 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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