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BRIANZA, NO AL PETROLIO SENZA 'SE' E SENZA 'MA'
post pubblicato in Società&Politica, il 19 giugno 2009


(foto tratta dal sito della Po Valley Energy. Un esempio di come potrebbe mutare il paesaggio nel Parco del Curone)


di Hermes Pittelli ã



 Mettete un’afosa serata di quasi estate nel cuore della Brianza.
Pensate ad un ex cinema parrocchiale stipato all’inverosimile (quasi 400 persone, con gente in piedi e perfino all’esterno), per ascoltare una conferenza della Professoressa Maria Rita D’Orsogna, fisica e matematica, ricercatrice alla California State University di Los Angeles, capace di condensare in 35 minuti tirati un’autentica lectio scientifica sui nefasti influssi causati dall’estrazione petrolifera sulla salute umana e sull’ambiente.

Immaginate sindaci, amministratori locali, esponenti della società civile, agenti per la salvaguardia ambientale, semplici cittadini – mamme nonne figli nipoti studentesse e studenti – schierati tutti da una sola parte, senza divisioni politiche sociali di censo, per ribadire un no forte e convinto al criminoso progetto di trivellazione all’interno del Parco di Montevecchia e della valle del Curone.

Il Parco di Montevecchia e della valle del Curone, un’impensabile, preziosissimo polmone verde che offre ossigeno, respiro e relax ad un’area comunque fortemente urbanizzata e densa di aziende, uno sfogo naturalistico non solo per i brianzoli, ma anche per moltissimi milanesi ultrastressati che durante i week end cercano di ritrovare una dimensione umana lontani da smog e caos della città di S. Ambrogio.

Ma questo irrinunciabile ‘tesoro’ è minacciato dalle folli mire della Po Valley Energy, società che fa capo ad una multinazionale australiana del petrolio che, come tante altre oil companies, ha capito quanto l’Italia rappresenti una pacchia per chi vuole fare business con ‘l’oro nero’: nessun ostacolo in entrata, royalties ridicole da pagare, disponibilità totale da parte della politica, cittadini ignari e spesso ignavi. Ma non qui, a Rovagnate, profonda Brianza.

In 20 giorni sono stati capaci di mettere in piedi un comitato civico, un comitato che ha subito ottenuto 500 adesioni e ha stampato una petizione (già firmata da 1500 cittadini) da presentare poi ai politici regionali e ai parlamentari lombardi affinché intervengano nell’aula della Camera per presentare emendamenti contrari a questo progetto, furbescamente accorpato al varo, scontato, della legge finanziaria nel cosiddetto ‘pacchetto energia’ (quello che contiene tra l’altro le strategie per la costruzione di centrali nucleari nel Belpaese che fu). Obiettivo ambizioso: raccogliere entro il 12 luglio almeno 5.000/6.000 firme, anche se la speranza è di arrivare a decine di migliaia di no per respingere le trivelle australiane.

Ormai, nelle italiche regioni non si fa in tempo a scongiurare gli assalti dell’Eni (belli lo spot con l’attore Ghini, il Mattei della fiction tv, e la campagna per il lancio del bond!) che subito si presentano petrolieri da ogni parte del globo per contribuire alla distruzione delle poche aree incontaminate che restano a disposizione dei cittadini italiani.

La Professoressa D’Orsogna, per la prima volta in trasferta nordica, ha spiegato come sempre in modo efficace, sintetico, accessibile anche ai non eruditi in chimica, le criticità connesse alle attività esplorative, estrattive, di raffinazione e trasporto dell’ormai quasi esaurito petra oleum.
Le sostanze chimiche utilizzate dalle compagnie per la formula segreta dei fanghi di trivellazione sono tutte altamente tossiche (tra le altre, cadmio e mercurio).
Il petrolio italiano è quasi tutto di pessima qualità, quindi deve essere necessariamente sottoposto a desolforazione; o in loco o nella raffineria più vicina, nello specifico quella famigerata di Trecate, provincia di Novara, già esplosa nel 1994 e responsabile di una devastazione ambientale non ancora bonificata del tutto. Inoltre, il trasporto prevede infrastrutture, oleodotti, cisterne sempre ad alto tasso d’incidenti perché la sicurezza è un miraggio: non esistono trattamenti sicuri per quanto riguarda il petrolio e i recenti incidenti mortali a Sarroch e a Riva Ligure lo dimostrano tragicamente una volta di più (l’Inail ha diffuso una statistica relativa al periodo 2003/07 che certifica nel settore petrolifero 12 morti e addirittura 2040 incidenti, tra scoppi, riversamenti indesiderati, intossicazioni).

La Professoressa D’Orsogna ha poi fatto notare che quando le multinazionali replicano “Noi rispettiamo i limiti imposti dalla legge italiana” esprimono concetti senza senso: per il semplice motivo che le norme nostrane sono largamente elastiche e amplificano a dismisura la soglia sopportabile dall’organismo umano stabilita dall’Organizzazione mondiale della Sanità (0,005 parti per milione, 30 per la lex indigena che in nome del denaro se ne infischia di salute e ambiente).
L’identico meccanismo che viene messo in atto per quanto riguarda polveri sottili, PM10, particolato e diossine in modo da garantire prosperità ai costruttori d’inceneritori.
Il limite di legge non significa tollerabile dall’organismo dell’uomo, soprattutto se l’esposizione è costante, progressiva, in quantità eccessive e prolungate nel tempo.
Tumori, leucemie, disfunzioni sessuali, senso di nausea, difficoltà respiratorie si materializzano non più come rischi, ma come inevitabili conseguenze del remunerativo affaire petrolifero.
Con danni irrimediabili per l’agricoltura e l’ambiente; chiedere informazioni in Basilicata, nel parco nazionale della Val d’Agri, ormai irrimedibilmente contaminata nel terreno e nelle falde acquifere. Grazie al fantastico Eni che poi per ripulirsi la faccia vara campagne per preservare la biodiversità in codominio niente di meno che con il Wwf: un binomio raccapricciante e davvero contro natura.

La scienziata abruzzocaliforniana, spesso applaudita a scena aperta durante il proprio intervento, ha sfatato anche il mito texano legato all’arrivo delle trivelle; la stessa Basilicata non solo è ormai una regione morta, ma è la più povera in Italia. Quindi chi prospetta alle popolazioni e alle amministrazioni locali un futuro da nababbi alla JR di Dallas o da novelli califfi arabi, mente sapendo di mentire.
Il petrolio porta degrado ambientale sociale umano e arricchisce solo i petrolieri.
Farvi trivellare il vostro meraviglioso Parco non vi assicurerà più ‘dané’ in tasca”, ha chiosato con una battuta la Prof. D’Orsogna. E alla parola dané la sala è letteralmente esplosa in un boato di applausi ed entusiasmo.

La serata è proseguita con i tanti contributi che i promotori del comitato ‘No al pozzo’, con in testa il presidente Alberto Saccardi, hanno voluto offrire ai cittadini come analisi e spunto per una battaglia che si annuncia lunga e senza esclusione di colpi (bassi, soprattutto da parte della multinazionale che al tavolo delle trattative aveva ‘dimenticato’ di invitare Eugenio Mascheroni, presidente dell’ente Parco). Il lavoro da portare avanti è tanto, il tempo stringe, servono anche ‘sghei’ perché una campagna contro una multinazionale comporta anche esborso economico. Per questo è stata avviata una raccolta fondi affidata alla generosità e al buon senso dei cittadini.

Ma forse in Brianza contano di spuntarla fidando anche in qualche aiuto ‘dall’Alto’; qualche settimana fa durante l’omelia domenicale don Giorgio De Capitani, parroco della frazione di Monte, ha ammonito: “Mi chiedo se la gente abbia capito che è fondamentale rispettare l’ambiente, perché è il nostro habitat e riguarda tutta l’umanità”. Un ‘anatema’ in perfetta simbiosi con Papa Ratzinger che durante la presentazione della Pentecoste ha condannato l’inquinamento morale e ambientale, rammentando “la priorità dell’impegno ecologico”.

Chissà se il concetto è chiaro ai politici. L’ingegner Castelli brianzolo doc, sottosegretario al ministero per le Infrastrutture, cultore di inceneritori, dirama un comunicato stampa ‘equivoco’: “Secondo il collegato alla finanziaria che tra pochi giorni diventerà legge dello Stato, il parere degli enti locali è obbligatorio per poter approvare l’apertura di un pozzo esplorativo per la ricerca di idrocarburi in terraferma. Al Parco del Curone nessuno potrà fare mai perforazioni se il Comune è contrario. Tutti i comuni interessati hanno le armi legislative per dire no all’esplorazione”.

I paladini del Comitato si domandano preoccupati se ‘obbligatorio’ abbia valore di ‘vincolante’.

S’insinua il sospetto che l’ultima parola spetti comunque al governo attraverso il ministero delle Attività produttive, dove siede Scajola, l’amico dei petrolieri; nonostante gli Enti Locali abbiano già per ben due volte respinto il progetto della Po Valley.

Ma qui in Brianza, nonostante il direttore generale nonché portavoce di Po Valley, Michael Masterman, tenti le consuete tattiche multinazionali blaterando di “formali autorizzazioni”, di “opportune concertazioni” e “dialoghi per evitare fraintedimenti”, la posizione trasversale degli amministratori locali sembra trovare la sintesi nelle parole del sindaco di Olgiate Molgora, Alessandro Brambilla: “No alle trivelle, dentro o fuori il Parco”; ribadite e rafforzate dalla decisione del presidente del Parco, Mascheroni: “Non accetteremo di sederci al tavolo di una commissione di impatto ambientale o ad una conferenza di servizi assieme alla Po Valley; dire sì alla trattativa equivarrebbe a dire sì alle trivelle, nel momento in cui ci sediamo diventiamo perdenti perché da lì in avanti passa tutto in mano alla burocrazia”.

Insomma, nonostante in Brianza non disdegnino i dané, il no al petrolio che devasta l’ambiente e nega il futuro alle nuove generazioni, è davvero senza ‘se’ e senza ‘ma’.
Un esempio da seguire, magari creando un coordinamento nazionale per gestire in modo più funzionale ed efficace la resistenza che i tanti comitati civici regionali stanno sostenendo singolarmente contro i ricchi e potenti nemici del nostro fantastico ecosistema.

Ad alimentare il pessimismo però intervengono la memoria e la constatazione dei fatti: nove anni fa il ministero dell’Ambiente dichiarò “priorità nazionale preservare il territorio, non trivellarlo”; oggi la titolare dell’ente è Stefania Prestigiacomo, rampolla della famiglia proprietaria del terribile polo petrolchimico siracusano.

Quanti indizi servono per fare una prova?

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