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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Aspetto che la notte finisca (di Hermes Pittelli)
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 26 febbraio 2008

 

 A
spetto che la notte finisca. In qualche modo. Aspetto. Appollaiato su uno sgabello bordeaux scrostato dal tempo qui da ‘Phillies’.

Con il muso inebetito dal sonno e dallo spleen aspetto il mio caffè. Il tizio al bancone è distratto e sembra abbia ricevuto dalla vita molte bastonate in più rispetto a me. Non ho fretta. Guardo la città vuota fuori dalle vetrate. Sono a Manhattan e questo non è certo il 1942. Eppure – mannaggia - ho la sensazione di trovarmi in quel quadro famoso di Dennis Hopper. Ma sì proprio quello, come s’intitola? Naitqualcosa...

La tizia con i capelli rossi e il vestito porpora che le modella le curve cerca un uomo. Bella, anche se con il fascino delle sciantose da balera di provincia. Le solide, antiche, ormai estinte, navi scuola.

Peccato non avere fatto in tempo ad essere svezzato da una donna così. Forse avrei imparato qualcosa, forse ora non sarei imprigionato in questa situazione surreale. Ma chi può dirlo.

In fondo, non è male. Cioè, sono pur sempre nel luogo dove Simenon, mio idolo letterario, ha ambientato uno dei romanzi più belli del ‘900. Un capolavoro, ma sono solo un profano. Solo i critici, gli esperti possono permettersi di emettere sentenze, di attribuire medaglie di gloria e cadreghini eterni nell’Olimpo degli Artisti.

Io sono qui, impigliato nella tela imbevuta di colori. Nell’ombra. Aspetto, non mi muovo, respiro in modo impercettibile. Non voglio attirare l’attenzione, anche se nessuno bada a me. Oppure temo di ridestarmi e capire appieno il fallimento, il nulla che sono diventato.

La pazienza è gentilezza, ma quella dannata brodaglia sporca che qui chiamano caffè resta una chimera. La mia ulcera però è reale. Invidio l’uomo in grigio, con il Borsalino sulla testa accanto alla maliarda che sembra la cugina sfortunata di Rita Hayworth, almeno lui dopo potrà consolarsi con una scopata furtiva e clandestina, palliativo imitazione illusione dell‘amore.

Il mio caffè che non berrò invece rimane sempre un’orrida ciofeca. Non ne ho più voglia. Adesso attacco bottone con il tizio che traffica da almeno 10 minuti dietro al bancone, ma cosa starà facendo di tanto importante da non degnare di uno sguardo gli avventori disperati di questo squallido ritrovo notturno, ricettacolo della solitudine umana?

“Ehi amico, ti disturbo? Dai, mentre lavori ti tengo compagnia. Ti racconto una storia, la mia. Meglio, le mie storie. Non è il tempo che ci manca. Non sappiamo come ammazzarlo. Tu non vedi l’ora che arrivi mattina per andartene a dormire, io aspetto. Non so bene cosa. Un miracolo, una magia. Forse più che ammazzarlo, il tempo avrei voluto fermarlo o dominarlo a piacimento”.

Il barman mi squadra con aria di compatimento e fastidio. “Eccone un altro – sta pensando – un altro sbandato. Un altro rifiuto come me”; e mi odia per questo e finge indifferenza nella speranza che io non lo assilli con il mio racconto.

Intanto, l’uomo alla mia destra, quello solitario con il gessato blù, inarca il sopracciglio e ascolta il notiziario della notte. La solita litania di cronaca nera e discordie planetarie, ‘ingentilita’ dalla carrellata finale di gossip sugli amorazzi delle presunte ‘starsss’...

(se volete riprodurre i contenuti, fate pure, ma per cortesia non fate i "furbetti": siete invitati a citare fonte e autore. grazie di cuore)



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permalink | inviato da erikfortini il 26/2/2008 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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