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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Quello che i media non dicono (sulle guerre contemporanee)
post pubblicato in Società&Politica, il 16 aprile 2015

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in una lectio magistralis di geopolitica, racconta quelle verità che noi occidentali non vogliamo vedere e che l’informazione embedded (aggregata al seguito) non ha interesse a rivelare ai Cittadini

 


di Hermes Pittelli ©

 

 Siamo in guerra, lo dicono tutti: incantatori di serpenti e populisti imbonitori.

Lo ripetono e lo scrivono con insistenza i media.

Guerra vera, guerra armata e cruenta

Almeno questo dato sembrerebbe certo.

Non sappiamo contro chi e spesso nemmeno su quale scenario, ma il pianeta è purtroppo attraversato da costanti e diffusi conflitti a varia intensità, dalle scaramucce ai massacri.

Spesso non siamo consapevoli, o percepiamo l'evento come lontano, perché tutto sommato il nord e l’occidente del globo sono al riparo dagli effetti negativi. O così crediamo e vogliono farci credere.

Anche se i recenti e luttuosi fatti di cronaca smentiscono le nostre certezze consolatorie.

Anche se gli Usa sono in armi contro il terrorismo globale dall’11 settembre 2001, anche se Russia e India, per citare altre aree del pianeta, vivono terribili conflitti dentro i propri confini, con tangibili risvolti sul resto del mondo.

I mediamainstream’ (dominanti, di massa), ‘embedded’ (aggregati al seguito), diffondono volentieri la versione ufficiale dei governi occidentali. Così, se più o meno tutte le persone che hanno voglia di informarsi quotidianamente, sanno che i conflitti più gravi e sanguinosi si stanno verificando in Afghanistan, Siria e Iraq, nessuno troverà mai sui giornali o nei servizi televisivi un solo accenno alla guerra intra musulmana.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, nel corso di una lectio magistralis al Maxxi di Roma (nell’ambito del ciclo di conferenze L’ora di Storia), spiega senza perifrasi che “non esiste alcuno scontro di civiltà; al momento i conflitti più terribili avvengono all’interno del mondo musulmano e le vittime di questi scontri sono al 90% musulmane. Solo che per i media, perdonate la rudezza, fanno più notizia 2 morti occidentali che 20.000 siriani uccisi”.

Con l’aiuto di mappe multimediali interattive, Caracciolo evidenzia poi che i conflitti contemporanei si svolgono su territori e rotte precisi, non casuali: quelli di mercati di cui siamo protagonisti, consapevoli o meno, mercati che non riguardano solo gli idrocarburi, ma le armi le droghe, gli schiavi del III millennio e perfino le opere d’arte (qualche noto e celebre museo occidentale acquista volentieri reperti archeologici dai terroristi, finanziandoli allegramente).

Naturalmente, preferiamo ignorare queste verità. Si potrebbe azzardare con un semplice sillogismo che non ci fossimo noi occidentali – il mercato e i mercanti! – non esisterebbero loro…

Si discetta spesso a sproposito di Stato islamico, ma al Califfo al Baghdadi bisogna riconoscere di essere un abile e intuitivo uomo di marketing che sfrutta le opportunità della globalizzazione e della comunicazione virtuale; sapendo di non poter raggiungere l’obiettivo di federare tutti i Musulmani e di imporre il proprio dominio su tutto il mondo, ha creato un marchio riconoscibile e fortissimo, capace di attrarre clienti e scherani non necessariamente di fede musulmana. Perché, al di là di terrorismi e integralismi religiosi, non è possibile comprendere il fenomeno se non consideriamo il fattore economico, ancora e sempre determinante. Al Baghdadi ha creato un vero e proprio brand, con una propaganda virtuale e contagiosa, capace di affascinare non solo disperati e militari da ogni angolo della Terra, ma anche figli bizzarri e senza orizzonti delle nostre borghesie occidentali, magari ansiosi di vivere sulla propria pelle le emozioni dei giochi di guerra o dei video di proselitismo che infestano la Rete.

Ci si indigna per le efferatezze dell’Isis, ma si chiudono gli occhi al cospetto delle centinaia di esecuzioni pubbliche che ogni settimana l’Arabia Saudita allestisce in piazza come fossero spettacoli teatrali. Forse perché i miliardari di quelle latitudini, assieme a quelli della Cina, si sono comprati molte delle nostre ‘eccellenze’. Paradossi degli interessi economici e geopolitici: la stessa Arabia Saudita (non solo) ha foraggiato e armato i gruppi che oggi formano l’esercito di al Baghdadi, credendo di poterli utilizzare a piacimento per contrastare la nemica Persia (Iran) che aspira a diventare potenza nucleare. Ora li considera nemici mortali e al Baghdadi, viceversa, accusa i Sauditi di essere dei musulmani rinnegati al servizio del satana occidentale.

 


Non solo petrolio, conferma giustamente Caracciolo durante il suo lucido excursus. Un altro vero tema è il controllo dell’Oro blu, l’acqua. L’accesso alle risorse idriche diventa un’arma potentissima, per questo la Mesopotamia,la leggendaria mezza luna fertile tra i fiumi Tigri e Eufrate è uno scenario imprescindibile per capire i conflitti contemporanei. Ancora di più oggi, con un pianeta sempre più caldo, in ogni senso, e sempre più in balìa dei mutamenti climatici, che in quell’area hanno causato una devastante e lunghissima siccità.

Quando parliamo dell’esercito in nero, dobbiamo rammentare che molti dei soldati sono ex combattenti di Saddam; tra i grandi errori compiuti dagli Usa, non solo la figuraccia imposta nel 2003 a Colin Powell, spedito al palazzo di vetro dell’Onu per giustificare sulla base di rapporti falsi (con il contributo dei servizi segreti italiani) l’invasione dell’Iraq per smantellare armi di distruzione di massa inesistenti; ma anche lo scioglimento di quei corpi militari che sono passati in massa prima tra le fila della resistenza anti americana e ora sotto la bandiera del Califfato. 

Califfato che può essere chiamato stato perché in zone della Terra dove i presunti governi ed eserciti regolari (imposti in modo ‘artificiale’dalle strategie occidentali) non sono in grado di garantire nessun tipo di servizio alla popolazione civile, offre una sorta di welfare, compresi polizia, ospedali, tribunali, anche se non laici, ma religiosi e obbedienti alla Sharia.

Questi conflitti sono ciclici, registrano picchi di violenza e momenti di pausa. Sono i risultati negativi e sgraditi della globalizzazione, dell’annientamento di ogni tipo di valore in nome del libero mercato, della disgregazione di fatto delle frontiere e dei confini, anche se la vera e totale libertà di circolazione spetta più alle merci e al denaro che non agli esseri umani.

Caracciolo in appendice, stimolato dalle domande del folto e attento pubblico, fa notare anche l’apparente disinteresse di Israele nei confronti dello Stato islamico. Lo dimostra il fatto che il ‘marchio’ Is compare nella black list degli stati canaglia solo a partire dal 3 settembre 2014. Israele gradisce la confusione attorno ai propri confini e ritiene positiva e ‘pro domo sua’ questa guerra intra musulmana, anche pensando alle tensioni con l’Iran. Forse però Gerusalemme sottovaluta il rischio: questi focolai potrebbero presto trasformarsi in una minaccia reale anche dentro le mura di casa.

Per il direttore di Limes però il vero scacchiere geopolitico critico per l’Occidente (interessi energetici e economici compresi) si chiama Ucraina. Tanto è vero che Usa, Germania, Francia e Inghilterra si mobilitano con le proprie strategie diplomatiche molto più per ricomporre la questione che agita le acque del Mar Nero rispetto alla travagliata saga medio orientale.

L’Italia come sempre trascura, non comprende o tenta di traccheggiare. Si preoccupa di tutelare gli interessi dell’Eni in Libia, stato che non è mai esistito storicamente, se non nel periodo compreso tra Italo Balbo e il nostro ex amico e alleato colonnello Gheddafi, e sembra ignorare che nella regione vige ormai una confusione tribale ingovernabile.

Se è vero che le guerre contemporanee non sono conflitti con la G maiuscola come i due mondiali, è anche vero che sul piano della tetra contabilità delle vittime non sono paragonabili (milioni di morti nel 1914-1918 e nel 1939-1945); bisogna però anche ammettere che le guerre mondiali avevano sempre una conclusione, mentre queste sono permanenti e carsiche, rischiano di riaffiorare, più virulente di prima, quando meno ce lo aspettiamo (ad esempio, nei Balcani). 

Rischiamo di ritrovarci completamente invischiati e travolti in ostilità perenni, con la doppia sciagura di non sapere perché, fingendo, come sempre, di saperlo, in nome della nostra proverbiale e sedicente scaltrezza; che spesso si è tramutata in orrori e tragedie insanabili

Cronache californiane: la meritocrazia
post pubblicato in Società&Politica, il 25 novembre 2009

di Hermes Pittelli ©


 Una formula abusata dai politici italiani quando vogliono approvare leggi incostituzionali e antidemocratiche recita: “E’ una riforma necessaria per rendere moderno il Paese. E’ cosi’ in tutte le domocrazie piu’ evolute del mondo”. E quando vogliono proprio troncare il discorso e impedire ogni ulteriore obiezione aggiungono: “E’ come negli Usa”. Indagando sul campo, in presa diretta, chissa’ perche’ si scoprono sempre altre realta’,verita’ opposte a quelle descritte e predicate dai politicanti italioti. Argomento a caso: la meritocrazia. Necessaria in ogni settore della vita pubblica, amministrativa, istituzionale di una qualunque nazione. 

Viene il sospetto che piu’ una materia anima annosi dibattiti, tanto meno viene vissuta e applicata nella vita quotidiana. Mai come in questo periodo della storia repubblicana italiana abbiamo assistito allo spettacolino di ministri, ministre, sottosegretari, portaborse e affini sproloquiare ai quattro venti sull’urgenza di riforme per consentire ai piu’meritevoli e competenti, ad esempio, di accedere alle cattedre della scuola pubblica o alle aule degli atenei o agli uffici della pubblica amministrazione.

Cosa accade in America? Non esistono concorsi pubblici (da noi, oltre ad essere uno strumento facilmente manipolabile per i soliti imbrogli clientelari, di casta e di famiglia, sono anche divenuti piu’ rari del passaggio della cometa di Halley). Le universita’ pubblicano sui quotidiani o sulle bacheche on line e su tutti i veicoli mediatici che reputano adatti annunci con la descrizione delle figure professionali di cui hanno bisogno. Gli interessati inviano i propri curricula e i quattro o cinque ritenuti piu’ interessanti sono selezionati per trascorrere tre giorni all’interno dell’ateneo. Ogni spesa e’ a carico dell’universita’, le 72 ore sono utilizzate per sottoporre il candidato ad una serie di interviste utili per mettere in luce ogni aspetto non solo della sua reale preparazione, ma anche della personalita’, della capacita’ di agire sotto pressione, di rispondere in modo corretto e in tempi brevi a imprevisti e difficolta’, alla sua disponibilita’ e propensione a lavorare in un team e per il bene della squadra.

Nel curriculum il candidato deve inserire solo la propria formazione culturale e le esperienze professionali accumulate. Ogni altra informazione di carattere personale e’ vietata, per legge. E se l’Universita’ la richiede commette un’illegalita’ ed e’ passibile di denuncia. Notizie sullo stato di famiglia, sugli orientamenti politici, sui gusti sessuali, su eventuali conoscenze, referenze o amicizie sono considerate una indebita violazione della privacy. Soprattutto sono considerate ininfluenti ai fini dell’individuazione di un buon docente o ricercatore per l’ateneo. E’ ritenuto addirittura sconveniente  che un laureato voglia cercare lavoro presso l’universita’ nella quale ha studiato: e’ considerato un segnale di pigrizia, un impedimento alla circolazione del sapere, delle idee, degli stimoli creativi. 

Solo in un secondo momento, quando l’universita’ reputa un candidato idoneo alle proprie necessita’ e intende formulare una proposta di collaborazione, cerca di sondare in modo molto garbato – chiedendo senza chiedere – se la persona abbia motivi o legami particolari che potrebbero impedirgli di lavorare serenamente. Se un laureato in California ad esempio deve trasferirsi a Boston, ma la sua famiglia risiede a Pasadena, l’universita’ cerca di dargli una mano a trovare un posto di lavoro alla moglie o al marito, un asilo per i figli e cosi’ via. Ma tutto questo avviene non per generosita’, ma perche’ qui ogni ‘azienda’ e quindi anche le universita’, sanno che un lavoratore distratto da altre necessita’ non sara’ produttivo ai massimi livelli.

Insomma, l’universita’ cerca non solo i migliori, ma tenta di metterli nelle migliori condizioni di lavoro per egoismo, perche’ da quelle persone vuole trarre il massimo profitto per i propri interessi.

Qualche settimana fa, alcuni noti bloggers di Los Angeles hanno pubblicato una serie di articoli su una ministra dell’attuale governo italiano: e’ stata descritta come esempio vivente di donna non solo di aspetto gradevole, ma anche preparata, intelligente, capace di ricoprire ruoli di responsabilita’. A parte la banalita’ dello spunto di discriminazione sessista da cui sono partiti, e’ interessante notare che in America anche l’uomo comune, il cosiddetto uomo della strada, da’ per scontato che i posti di prestigio e responsabilita’ siano appannaggio delle persone piu’ meritevoli.

Qui il rispetto delle leggi e la meritocrazia, che tanto fanno apparire gli americani come un popolo ‘rigido’ ai nostri occhi, sono concetti inscritti nel genoma di ogni cittadino.

Vallo a spiegare agli ingenui ‘stars andstripes’ che in Italia, piu’ che la meritocrazia, vige - al di la’ di ogni genere sessuale o schieramento politico - la meretriciocrazia. 



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