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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Il maratoneta Dott. Montanari alla riscossa
post pubblicato in Scienza, il 11 dicembre 2009

Dopo un paio di mesi di resa apparente, il ‘discusso’ scienziato annuncia battaglia: “Chi diffama il mio lavoro e quello di mia moglie, la dottoressa Gatti, risponderà in sede penale”.
‘Forse’ la ricerca sulle nanopatologie ha indispettito i capataz dei business legati a inceneritori, cementifici, centrali a biomasse, fonderie, ecc. Il legale del laboratorio Nanodiagnostics spiega che esiste un ‘piano B’ (“E anche uno C”) nel caso il microscopio della discordia finisse all’Università di Urbino



di Hermes Pittelli ©


 “Prassi di stampo mafioso per imbavagliare la ricerca”.

Non usa mezzi termini l’avvocato penalista Corrado Canafoglia, legale del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, nel definire la strategia della diffamazione scatenata da qualche mese contro le figure professionali e anche umane della dottoressa Gatti e del dottor Montanari.
Quest’ultimo soprattutto, è finito sotto un tiro incrociato di presunti giornalisti e presunti esperti scientifici che, in particolare sul web, attraverso sedicenti siti d’informazione, lo accusano di essere un ciarlatano (spesso sbeffeggiato con l’epiteto di farmacista) e di millantare risultati scientifici non documentabili.

Da oggi basta. Per due mesi ci siamo in apparenza arresi, ma insieme al nostro legale abbiamo raccolto il materiale con cui ci infangano e soprattutto abbiamo individuato le fonti di questa campagna denigratoria. Sappiano che ora daremo battaglia nelle sedi deputate. A chi crede di averci ridotti all’impotenza dico, da vecchio maratoneta agonista, che non sono abituato ad arrendermi. Mai”.

Montanari, durante un ennesimo incontro con i giornalisti, sempre più sparuti, per illustrare il punto sulla vicenda del microscopio della discordia (quello acquistato grazie ad una campagna di raccolta fondi promossa nel 2006 da Beppe Grillo e oggi donato d’imperio dalla Onlus Carlo Bortolani all’Università di Urbino, ndr) si lascia sfuggire, amareggiato, ma non rassegnato: “Magari avessi fatto davvero il farmacista, come voleva mio padre…”. Un ‘cialtrone’ che a gennaio parlerà di nanopatologie all’Eliseo, un ‘farmacista’ cui la Cambridge Press sta chiedendo di scrivere un libro sull’argomento e la rivista ‘Scientific American’ un articolo.

L’avvocato Canafoglia smentisce tra l’altro, con alla mano documento ufficiale della Procura di Modena, la notizia su ipotetiche indagini penali a carico del dottor Montanari.

Il fatto nuovo è questo: il ‘famigerato’ microscopio Esem (costato 378.000 euro, tutti donati da privati cittadini che aderirono all’invito di Grillo e li destinarono in modo chiaro per la ricerca scientifica di Gatti/Montanari sulle nanopatologie, ndr) è ancora presso il laboratorio Nanodiagnostics. La ditta incaricata di effettuare il trasloco dello strumento a Urbino ha portato in sede gli imballaggi, ma non ha ancora eseguito ‘il ratto’. Strana procedura, visto che l’operazione era stata pianificata per la fine di ottobre.
Nel frattempo, l’attività scientifica del laboratorio è condizionata da questa spada di Damocle, perché non conoscendo il limite temporale per l’utilizzo del macchinario, non può assumersi la responsabilità di avviare nuove analisi o ricerche. Un intoppo che va a intaccare i risultati ottenuti fino ad oggi.
Infatti, grazie allo scoperta e allo studio delle nanopatologie, l’Italia è la prima nazione al mondo a riconoscere (per legge) gli effetti patogeni delle nanoparticelle sull’organismo dei militari o dei civili che si trovino a operare in aree geografiche teatro di conflitti o le persone esposte alle polveri provenienti dai poligoni di tiro militari.
Le ricerche condotte da Gatti/Montanari hanno appurato che la cosiddetta sindrome dei Balcani o esposizione all’uranio impoverito non sono letali per effetto della (modesta) radioattività, ma perché l’elevata temperatura di combustione prodotta dalla deflagrazione degli ordigni bellici origina nanoparticelle che si depositano nei tessuti e nelle cellule del corpo umano per inalazione.
Una deduzione, scientificamente accertata, che consente (o consentiva, almeno fino a quando il microscopio resterà sub judice) a tutti quei militari o civili reduci da missioni in territori sconvolti da guerre di ottenere giusti risarcimenti in denaro per sé o, purtroppo nella maggior parte dei casi, per la famiglie dopo il decesso delle parti lese.
La scorsa settimana il Tribunale civile di Roma ha condannato il ministero della Difesa a riconoscere 1 milione e quattrocentomila euro di risarcimento alla famiglia di un militare della provincia di Lecce, scomparso a 26 anni nel 2005; militare che aveva partecipato a numerose missioni in Kosovo da cui era rientrato definitivamente nel 2003. Una sentenza storica (dopo quella del Tribunale di Firenze del 2008, ndr) giunta proprio grazie agli studi e alle analisi compiuti da Nanodiagnostics.
Non a caso è la struttura scientifica cui fa riferimento e affidamento l’Osservatorio Militare italiano che assiste i soldati e le loro famiglie in questo tipo di vertenze legali. Più volte l’ex maresciallo dell’Esercito, Domenico Leggiero, attuale responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio, ha sottolineato l’importanza fondamentale del lavoro di Gatti/Montanari. E a chi spesso gli chiede perché l’Esercito non si rivolga a consulenti ‘altri’, magari a livello europeo o extracontinentale, Leggiero risponde disarmante: “Ma perché Nanodiagnostics è l’unico laboratorio scientifico a livello mondiale a condurre ricerche sulle nanopatologie”.

Senza dimenticare che la coppia Gatti/Montanari è l’unico baluardo per cittadini indifesi esposti ai terribili effetti delle nanopatologie causati da inceneritori, cementifici, fonderie, centrali a biomasse, centrali a combustione di olii pesanti. Tutte presunte attività imprenditoriali sponsorizzate dalla pseudopolitica italica (in toto) e da lobbies di artifici finanziari che poco hanno da spartire con un autentico spirito di creatività e d’intrapresa.
Forse Nanodiagnostics pesca i propri guai con ‘scientifico lanternino’, proprio perché mette in discussione attività industriali legate a fortissimi interessi di business (si parla di giri d’affari di miliardi di euro, ndr).
Nel 2007, ad esempio, furono le ricerche e gli interventi di Gatti/Montanari a scongiurare la costruzione di una centrale termoelettrica a biomasse nel comune di Orciano (in provincia di Pesaro, la stessa dell’Università di Urbino). Per pura coincidenza, la ditta che avrebbe dovuto edificare il ‘cancrovalorizzatore’ (i cui vertici sono oggi indagati per truffa ai danni della Comunità europea, ndr), annoverava come consulente scientifico l’Istituto di Chimica (Prof. Orazio Attanasi) dell’ateneo marchigiano, cui dovrebbe finire in dono il microscopio di Nanodiagnostics.

Beppe Grillo, il Masaniello ligure, è nel frattempo scomparso. Non si occupa più di nanopatologie e sul proprio democratico blog censura gli interventi sull’argomento e sulla coppia Gatti/Montanari. Strano visto che proprio lui, all’epoca dei suoi show cui invitava come divulgatore scientifico il dottor Montanari, tuonava in difesa della vera ricerca scientifica capace di smascherare gli intrallazzi dell’imprenditoria che mira solo al profitto in barba alla salute e agli interessi della collettività.
Strano anche l’atteggiamento della Onlus Carlo Bortolani la cui presidentessa, Marina Bortolani, che oggi giustifica la decisione unilaterale di ‘donare’ il microscopio all’Università di Urbino accusando Nanodiagnostics di non utilizzare lo strumento per i fini indicati dalla sottoscrizione popolare, abbia sempre evitato di rispondere ai continui inviti telefonici, per mail, addirittura tramite raccomandata del dottor Montanari per verificare di persona cosa avvenga nei locali di Via Enrico Fermi l/1.
Strano che la signora Bortolani, dopo aver definito sul proprio blog la Onlus dedicata alla memoria del padre, un semplice “collettore della raccolta fondi per l’acquisto del microscopio”, oggi si erga a titolare di un diritto che per statuto (all’articolo 4, ndr) spetta unicamente alla dottoressa Gatti: è la dottoressa l’unica figura che può decidere ubicazione e utilizzo del microscopio.
Strano che la Onlus Bortolani abbia prima aperto il conto dove far confluire i proventi della raccolta fondi alla banca Etica, salvo poi, improvvisamente e misteriosamente, trasferirlo alla Unipol; senza mai consentire alla coppia Gatti/Montanari la visione di un bilancio o di un estratto contabile.
Anche in questo caso il dottor Montanari fa ammenda per la propria “ingenuità”:
“Se avessi immaginato l’epilogo, non mi sarei mai lasciato sfuggire quel giorno a pranzo con Beppe Grillo e con il giornalista Matteo Incerti (Resto del Carlino) che era stato invitato e si era presentato con questa sua amica (la signora Bortolani, ndr) che preferivo, per trasparenza e pulizia morale, affidare i proventi della raccolta ad una onlus…”.
Strano anche constatare che la bufera contro Nanodiagnostics , per pura coincidenza, sia cominciata dalla fine del 2008 quando l’ingenuo maratoneta Montanari, era reduce dalla candidatura ad aspirante premier (alle elezioni politiche di aprile) nella lista civica Per il Bene Comune: un potenziale presidente del consiglio (boicottato da tutti i media nazionali, in barba ai diritti costituzionali e all’ipocrita par condicio, ndr) che nel proprio programma condannava in modo esplicito le grandi opere, tutte altamente inquinanti ma che prevedono commesse miliardarie per chi si aggiudica gli appalti.

Intanto, la sorte del microscopio resta in un limbo, affidato ad un ente astratto come l’Università pubblica di Urbino (all’epoca della raccolta fondi era privata, ndr) che non ha ancora chiarito “il progetto scientifico legato all’utilizzo dello strumento”. Insomma, un microscopio che alla Nanodiagnostics lavora 340 giorni all’anno, spesso anche di notte e che nelle Marche rischia di finire coperto di polvere e ragnatele.
Ma se, alla fine, l’Esem cambiasse davvero sede, ci sarebbe “un piano B”. E anche “un piano C”, annuncia con un sorriso misterioso l’avvocato Canafoglia. E' lo stesso Montanari a fugare le ipotesi, a qualcuno gradite, di un esilio all'estero: "Mia moglie ogni tanto propone questa soluzione. Ma per me avrebbe il sapore di una sconfitta. No, il campo di battaglia è questo e vogliamo vincere qui".

Strano paese l’Italia. Riconosce gli effetti patogeni delle nanoparticelle sui militari e sui civili in zone di guerra, ma non sui propri cittadini entro i confini nazionali; nega e ostacola la ricerca scientifica che tutela il diritto alla salute e alla salvaguardia ambientale.
Forse perché i diritti costituzionali di 60 milioni di persone non devono disturbare gli interessi privati di qualche centinaio di ‘grandi imprenditori e capitani d’industria’.

Nanoparticelle scomode, lo stato italiano 'uccide' chi le studia
post pubblicato in Società&Politica, il 4 settembre 2009

Intervista esclusiva al dottor Stefano Montanari.

Il paese che sfratta il premio Nobel Montalcini non ha problemi a 'giustiziare' mediaticamente e professionalmente la coppia Gatti/Montanari. 'Qualcuno' ha deciso di sottrarre loro il prezioso microscopio con cui hanno scoperto e studiano da anni le letali patologie connesse alle terribili nanoparticelle.
Senza microscopio, addio laboratorio. E soprattutto addio a chi disturba il business di inceneritori, cementifici, industrie siderurgiche, centrali a carbone e biomasse...



di Hermes Pittelli ©
 



 Un Paese che mostra quotidianamente il meglio di sé.  Sfrattando, ad esempio, il premio Nobel Montalcini, mentre in tutto il resto del pianeta lo studio delle neuroscienze è fondamentale e strategico.
Con un ministro dell'ambiente che difende le industrie inquinanti dai rigidi paletti previsti dal protocollo di Kyoto, un capo del governo, unico caso tra i presunti grandi paesi del mondo che va ad omaggiare – con la pattuglia delle frecce tricolori ridotta a compagnia di burattini – un dittatore sanguinario per tutelare gli interessi commerciali di Eni, Enel, Finmeccanica, Impregilo.
Un Paese che in silenzio e totale passività subisce lo sfregio mortale della deriva morale, civile, sociale, culturale, politica per lasciare ai soliti famigerati noti la licenza di massacrare salute e ambiente in nome dei loro personalissimi superiori interessi.

Non stupisce quindi che chi tenta con dedizione, studio e fatica di risvegliare le coscienze e salvare i propri concittadini sia oggetto di criminose campagne di diffamazione e di una guerra subdola, magari incruenta ma capace di uccidere in modo più crudele di una pallottola.
Basta fare terra bruciata attorno agli scienziati che conducono ricerche 'scomode', ricerche che dimostrano in modo inequivocabile la pericolosità delle industrie e delle attività i cui capataz dei consigli d'amministrazione sono, caso strano, amici (per denaro e tornaconto) degli esponenti più influenti del governo e della politica. Così, guai ai vinti che osano raccontare ai cittadini la follia del petrolio, degli idrocarburi, delle centrali a bio e turbogas; guai a chi dimostra che inceneritori, cementifici, industrie siderurgiche sono fonti di veleni letali per l'uomo e l'ambiente.

Tra i 'vinti', ma mai domi e supini, ecco Antonietta Gatti e Stefano Montanari, che vedono il loro laboratorio modenese Nanodiagnostics a rischio chiusura: qualche burocrate universitario e legale molto solerte nell'applicazione acefala dei diktat piramidali da mesi ha deciso di sottrarre loro il sofisticato e indispensabile microscopio con cui hanno scoperto le patologie connesse alle terribili nanoparticelle. Va da sé che senza quel microscopio, Gatti e Montanari, ma anche tutti i giovani studenti e ricercatori universitari che gravitano attorno a Nanodiagnostics, sono resi inoffensivi. Il risultato che si vuole ottenere.

Questa intervista al dottor Stefano Montanari tenta di ricostruire i passaggi della vicenda.

 

D. Dottore, pare che siate sotto attacco. Da tempo c'erano 'cecchini mediatici' (misteriosi disturbatori che spargevano cattiverie e zizzania sul vostro blog) e accademici da operetta che tentavano di diffamarvi e lordare la validità delle vostre ricerche. Oggi sono passati alle vie di fatto. Perché 'qualcuno' vuole sottrarvi il microscopio con cui studiate le nanopatologie?

 

R. Il motivo è semplicissimo: noi siamo un granellino fastidioso penetrato all’interno di un sistema d’ingranaggi complesso e con noi tra i piedi quell’ingranaggio scricchiola. Finché il granello è piccolo, finché non ne entrano altri, è meglio fare pulizia.

 

D. Secondo Lei, chi ha ordito questa bella strategia?

 

R. Credo ci siano diversi interessi che si sono trovati a convergere. È evidente che i nostri studi danno un fastidio terribile a chi è sempre più ingolosito dal business dei rifiuti legato alla loro combustione. Ma ci sono anche elementi diversi: io mi batto per difendere il nostro Paese da scempi quali quelli di TAV, Mose, Ponte sullo Stretto, ad esempio, e per questo devo essere punito. Poi ci sono meschine vendette personali di qualcuno la cui miseria e solitudine non può che destare commiserazione.

 

D. A chi spetta la titolarità del microscopio?

 

R. Io ho il pessimo difetto di fidarmi delle persone e di credere sempre alla buona fede. A suo tempo io stesso proposi d’intestare il microscopio alla Onlus Carlo Bortolani che ne è la legale proprietaria. Dal punto di vista morale le cose stanno in tutt’altra maniera, dato che la raccolta fondi che permise di comprare l’apparecchio era stata strombazzata come dedicata ai dottori Gatti e Montanari e null’altro. Addirittura la Onlus Bortolani scrisse “L’attività di ricerca oggetto della collaborazione sarà svolta sotto la completa responsabilità della Dott.ssa Antonietta Gatti la quale determina gestione, tempi, modi, durata, luogo dei singoli progetti e ubicazione dell’apparecchiatura in oggetto.” Non credo si potesse essere più chiari. Di Urbino o di altre destinazioni non si parlò mai e con questo “trasloco” ci si fa beffe di chi a suo tempo mise il suo soldino.

 

D. Perché la onlus Bortolani si sta prestando al vostro omicidio scientifico e professionale?

 

R. Bisognerebbe chiederlo alla sig.ra Bortolani. Io le mie idee le ho, ma per ora me le tengo. Dico solo che, per allestire una farsa del genere, occorrono sollecitazioni pesanti e una potrebbe essere quella che arriva da qualcuno alle spalle di chi, all’interno dell’Università di Urbino, non lavora certo per difendere ambiente e salute. Comunque, basta leggere le motivazioni addotte sul blog della Onlus per accorgersi che si supera ogni soglia di grottesco.

 

D. Cosa c'entra in questa 'singolare' vicenda l'Università di Urbino? E perché dalla cittadella universitaria marchigiana nessuno sembra interessato a rispondere alle vostre sollecitazioni?

 

R. Urbino c’entra eccome. In quella Università ci sono personaggi che prestano la loro opera perché si possano costruire impianti non certo amici della salute e dell’ambiente. Le riporto testualmente una frase di una delle non poche diffide spedite ad Urbino, in questo caso da un’associazione di donatori: “Non può tacersi infine la circostanza che mentre la NANODIAGNOSTICS S.r.l., nelle persone dei Dottori Montanari e Gatti, ha sempre messo a disposizione degli enti locali e dei cittadini le proprie ricerche e conoscenze per valutazioni di ordine scientifico e sanitario a tutela della salute pubblica e dell’ambiente, l’università di Urbino si è schierata in più occasioni a favore di soggetti privati ed iniziative di carattere “imprenditoriale” di dubbia validità. Prova ne siano le recenti consulenze dell’Istituto di Botanica dell’Università e del Prof. Orazio Attanasi, in qualità di docente dell’Ateneo, a sostegno della realizzazione della centrale termoelettrica a cosiddette biomasse nel Comune di Orciano di Pesaro, un progetto ritenuto altamente pericoloso anche dall’IST – Istituto Nazionale per la Ricerca su Cancro di Genova, chiamato a esprimersi da uno dei comuni interessati.”
Sottolineo il fatto che ad Urbino non si faranno mai ricerche sulle nanopatologie, non solo per la mancanza delle attrezzature necessarie ma soprattutto per la palese incompetenza nel campo dell’intero corpo accademico (zero tituli, ovvero zero pubblicazioni e zero lavori accettati ai congressi veri). E sottolineo che il fatto che a noi si conceda graziosamente di accedere al microscopio “almeno un giorno la settimana” è clausola prevista o da un perfetto imbecille o da chi, molto più credibilmente, sa perfettamente che, in quelle condizioni, non ci sarà mai possibile ricercare.

 

D. Qualcuno vi accusa di essere degli incompetenti e di trarre furbo profitto dalla vostra attività. Cosa risponde a queste illazioni?

 

R. Non mi costringa ad un italianissimo “lei non sa chi sono io.” Per prima cosa, è fin troppo facile accusare, mentre molto più difficile è circostanziare l’accusa. Ad oggi nessuno ha presentato una singola prova di una tesi che appare teneramente campata per aria e, nei fatti, lanciata da perfetti incompetenti: ragazzini, qualche sfaccendato, qualche aspirante politico di paese... Insomma, nessuno che possa aspirare ad una pur minima credibilità. In campo scientifico si presentano dei fatti. Il resto è chiacchiera da osteria. E particolarmente buffa è l’affermazione che noi non avremmo scoperto nulla che già non si sapesse. Chi ha le prove, le tiri fuori.

Tra le tante cose mi limito a ricordare i progetti europei di cui mia moglie è stata ed è a capo, gl’inviti in tutto il mondo a presentare le nostre scoperte (mia moglie, reduce da Oslo e da Helsinki è ora a Pechino per poi andare immediatamente a Losanna), il nostro libro “Nanopatology” presente ad Harvard, a Cambridge, al Massachussets Institute of Technology, ecc., il libro che l’Università di Cambridge ci chiede di scrivere, il libro appena uscito della NATO “Nanomaterials: Risks and Benefits” con due capitoli nostri, l’invito alla Camera dei Lord e al parlamento francese, la legge sul riconoscimento delle nanopatologie nei militari, le università che, senza troppo clamore, ci mandano i ragazzi a fare le tesi di laurea o di master … Naturalmente potrei continuare e potrei anche citare la sperimentazione appena terminata con grande successo per la mitigazione dell’inquinamento urbano, gli studi in corso sulle malformazioni fetali, sul latte materno, sui vaccini, ecc. Ma mi fermo qui. Chi vuole venire a trovarmi, sappia che le porte del laboratorio sono aperte a tutti.

Quanto allo “scopo di lucro”, l’accusa è bizzarra e si poteva inventare di meglio. Più volte ho invitato i miei critici a dimostrare ciò che sostengono. Il tutto, come sempre, senza risposta ma con la continuazione, devo dire un po’ stucchevole, dell’accusa. I fatti, ahimé, stanno in tutt’altra maniera. Da quando, nel 2004, siamo stati costretti ad allestire il laboratorio Nanodiagnostics, subiamo perdite gravissime, tanto che mia moglie ed io siamo stati costretti ad impiegare quanto avevamo risparmiato in decenni di lavoro per sostenere le ricerche. Da notare che nessuno di noi due riceve compensi per il lavoro che svolge e che le consulenze che prestiamo, consulenze che nulla hanno a che vedere con l’uso del microscopio, fruttano denaro che finisce in toto nel calderone della ricerca. Una delle tante cose che mi dispiacciono è non tanto l’accusa ricevuta da quattro pettegoli ma da un paio di persone che sono perfettamente al corrente della situazione e che, dunque, agiscono nella peggiore malafede. Comunque, chi vuole il laboratorio venga a prenderselo gratis, accollandosene debiti e crediti, con la sola condizione di farci continuare le ricerche. Già ho proposto varie volte il business e un tale, uno solo, si disse disponibile. Non appena si accorse della situazione, però, scappò senza lasciare traccia.

Vero è che noi vendiamo analisi a chi ce le commissiona, analisi che, in ogni caso, aggiungono dati utili alle nostre ricerche. Questo denaro, purtroppo pochissimo e capace di coprire solo una piccola frazione delle spese, è ottenuto esattamente come fanno tutte le università che, al contrario di quanto avviene per noi, hanno il privilegio di godere di finanziamenti derivanti dalle tasse dei contribuenti.

Resta il fatto che, se anche per assurdo noi lucrassimo sull’uso del microscopio, la cosa non sarebbe contestabile perché la motivazione della raccolta fondi non conteneva nulla in proposito. Ma qui siamo alla fantascienza.

 

D. In passato, Beppe Grillo durante i suoi spettacoli vi ha aiutato a raccogliere fondi per l'acquisto del microscopio. Oggi Lei chiede un confronto diretto, all'americana, con il provocatore genovese. Come mai?

 

R. Il dato di fatto è che ora Grillo pare avere virato di centottanta gradi e di essere del tutto favorevole a che ci si tolga il microscopio e ci s’imbavagli, per usare un’espressione a lui cara. Le mie richieste reiterate di un confronto perché almeno mi dica il perché di questo atteggiamento, il perché, contrariamente a quanto sostiene da anni, non sia andato alla fonte della notizia e abbia dato credito a chi non ha alcun titolo, sono cadute nel vuoto. Del resto, tutti i miei inviti a confronti cadono nel vuoto. Evidentemente il coraggio e la dignità non fanno parte dell’armamentario di chi preferisce strepitare da lontano o di chi si trova a suo agio solo se è protetto da una robusta corazza di anonimato come avviene con i famigerati troll.

 

 

D. Perché in questo ex Belpaese qualcuno ha tanta paura delle ricerche scientifiche di Gatti/Montanari?

 

R. Perché se ci si lasciasse continuare, il popolo bue aprirebbe gli occhi e si accorgerebbe delle rapine che subisce sia in termini di borsellino sia in termini di salute. Meglio le chiacchiere dei fatti.

 

D. Chi ha davvero a cuore la cultura scientifica, la tutela della salute umana e dell'ambiente, in quale modo può tentare di appoggiarvi nel tentativo di evitare che il microscopio sia sottratto al vostro laboratorio?

 

R. Non c’è che da far capire ad Urbino il livello morale che tocca con questa azione. Magari l’aspetto della moralità non colpirà più di tanto, ma se i ragazzi cominciassero a scegliere università diverse cui iscriversi…

 

D. Visto che questo paese è ormai così marcio, avete mai pensato di mandarlo al diavolo per trasferirvi magari a Boston o a Los Angeles?

 

R. Sì, molte volte, ma questo significherebbe dichiarare una sconfitta e lasciare campo libero ad un tipo di delinquenza che mi dà troppa soddisfazione combattere. Ogni vittoria, per piccola che sia, per me che sono piccolo è un trionfo. Per tanti anni ho fatto l’atleta e non avrei mai rinunciato al gusto della competizione.


 

CHI HA PAURA DELLA RICERCA SULLE NANOPATOLOGIE?
post pubblicato in Società&Politica, il 28 luglio 2009
Ricevo e pubblico un'accorata lettera-articolo del Professor Stefano Montanari.  



La storia del come c’impedirono l’uso del primo microscopio elettronico è stata raccontata un’infinità di volte, compresa quella, in dettaglio, del mio libro Il Girone delle Polveri Sottili. Quindi, non annoierò nessuno raccontandola di nuovo.

Il fatto è che, ad un certo punto della nostra ricerca sulle malattie da micro e nanopolveri – una scoperta tutta nostra e riconosciuta dalla Comunità Europea e dalle Nazioni Unite (FAO) – qualcuno si accorse che davamo troppo fastidio e cercò di fermarci. Anzi, cercò d’imbavagliarci, per usare le parole di Beppe Grillo che lanciò una raccolta di fondi per comprare un altro apparecchio.

Si cominciò a raccogliere denaro, io andavo in giro con Grillo a fare un pezzetto di spettacolo, tenevo conferenze - oltre 200 in un anno - e, insomma, nel giro di dodici mesi si racimolò il necessario.

Qui io commisi l’errore imperdonabile di lasciare che ad una signora di Reggio Emilia, tale Marina Bortolani, avvocatessa e presidentessa di una onlus molto personale, arrivasse il denaro donato e poi s’intestasse il microscopio. A me la cosa non interessava, perché dell’apparecchio mi serviva l’uso e non certo la proprietà. A raccolta in corso, m’insospettì il fatto che io non mi si lasciava accesso al conto bancario delle donazioni per controllarle e non mi fu concesso di entrare nel consiglio della onlus, ma ormai eravamo in ballo e, con l’impellenza di pagare quell’aggeggio, non si poteva fare gli schizzinosi.

Oggi, a sorpresa e tradendo chi aveva versato il suo soldino perché il microscopio finisse a mia moglie (la dott.ssa Antonietta Gatti, uno scienziato di livello mondiale) e a me, la signora Bortolani, senza nemmeno avvertirmi se non con una raccomandata a giochi ormai fatti e addirittura dopo un atto notarile, “dona” il nostro microscopio all’Università di Urbino, privandoci della possibilità di continuare la ricerca.

Mentendo pubblicamente, la signora in questione afferma che questa “donazione” così platealmente bizzarra, avvenuta dopo lunghissime trattative con Urbino condotte di nascosto come si conviene quando si fa qualcosa di non proprio onorevole, era nei nostri accordi, quando tutta la documentazione la smentisce e quando tutta la documentazione riporta con chiarezza che di quel microscopio possiamo disporre noi e nessun altro. La stessa signora afferma che il microscopio era sottoutilizzato da noi, quando, di fatto, lo usiamo per circa 8 ore ogni giorno e spesso anche di notte in modalità automatica. Afferma, mentendo e insultandoci ancora, che il microscopio noi lo usiamo “a scopo di lucro”, quando le entrate del laboratorio coprono una frazione minima delle spese di ricerca e nessuno, tanto meno la signora in questione, ci dà un aiuto. In modo a dir poco stravagante, la stessa rassicura tutti affermando che, comunque, noi potremo usare il microscopio “almeno un giorno la settimana” (a 230 km da casa nostra), quando la nostra ricerca lo richiede continuamente, quando ad Urbino non esiste nessun laboratorio attrezzato per le necessità di quella ricerca, quando non c’è un tecnico che sappia preparare i campioni da osservare e quando tutta l’Università di Urbino non ha pubblicato un singolo lavoro sulle nanopatologie, cioè l’argomento di ricerca per il quale sono stati chiesti soldi alla gente. Insomma, io ti chiedo del denaro per fare una cosa, tu il denaro lo dai e io faccio quello che mi salta in testa in quel momento, ma che non era ciò che ti avevo detto. Il vocabolario elenca una parola per un comportamento del genere e un’altra per chi così si comporta.

Tutta questa farsa, poi, inscenata da una persona che non è mai venuta a vedere che cosa facciamo, che non ci ha mai risposto al telefono o alle e-mail e che è di un’ignoranza assoluta per quanto riguarda qualsiasi argomento scientifico.

Perché questo sconcio? Beh, sopravvissuti alla sottrazione del primo microscopio non abbiamo imparato la lezione e continuiamo a dare fastidio, e imbavagliarci può fare comodo a qualcuno.

Perché diamo fastidio? Chi conosce le nostre ricerche e i nostri risultati, anche pratici, sugl’inceneritori e le centrali a biomassa sa di che cosa parlo. E così per le patologie dei militari ammalati da Sindrome del Golfo e dei Balcani. E così per le malformazioni fetali da inquinamento. E così per tante altre ricerche che hanno disturbato interessi tanto ricchi quanto poco onorevoli. E che dire degli alimenti e dei farmaci di cui continuiamo a scoprire magagne enormi e nascoste? Nessuna meraviglia, allora, che qualcuno si presti a toglierci dai piedi. In cambio di che, non saprei dire, ma credo di poter affermare che certe cose non si fanno per capriccio.

Ora noi stiamo cercando d’impedire questo “trasloco” che avrà, tra i mille effetti collaterali, anche quelli di non fare laureare i tre ragazzi che stanno preparando la tesi nel nostro laboratorio e d’impedire il completamento di un lavoro sull’inquinamento del latte materno e su certi tipi di malformazioni fetali. C’è davvero di che essere orgogliosi di averci bloccati.

Così non ci resta che chiedere l’aiuto di tutti coloro che un soldino l’hanno messo e di tutti coloro che il soldino non l’hanno messo ma, indipendentemente da ideologie, da simpatie o da altre considerazioni, si trovano d’accordo con Voltaire nel riconoscere il diritto a chiunque di perseguire le proprie convinzioni e la propria scienza.

Per favore, scrivete al dott. Enzo Fragapane, direttore amministrativo dell’Università di Urbino (diramm@uniurb.it) perché non accetti di prestarsi ad un’azione simile, e mettetevi in contatto con l’avvocato Alfonso Bonafede di Firenze (avvocatobonafede@gmail.com), comunicandogli i vostri dati personali e la vostra disponibilità ad unirvi all’azione che stiamo mettendo in atto.

Se il microscopio se ne andrà, la nostra ricerca morirà, e un pezzo di dignità di tutti sarà stato messo in vendita ed effettivamente venduto


Stefano Montanari
Direttore Scientifico Laboratorio Nanodiagnostics Modena

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