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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Totti, gol alla Lega
post pubblicato in Società&Politica, il 18 luglio 2010

 

di Hermes Pittelli ©



 Il genio è semplicità.
Il vero genio riesce a trovare le soluzioni in apparenza più semplici, portandole a termine con contegno naturale, come si trattasse di bere un bicchiere d’acqua o respirare.
Il calciatore normale è quello che effettua le giocate banali, il campione effettua le giocate difficili, ma il fuoriclasse è colui che immagina uno spazio che non esiste e lo crea, determina una distorsione dello spazio tempo per mandare al potere il proprio estro creativo (in concreto, assist e goal impossibili).

Ecco perché Francesco Totti capitano della Roma ha segnato un grande goal alla propaganda padana. Con una frase semplice, ma dall’effetto mortifero di una rovesciata, di un colpo di tacco o di un tunnel ad uno stopper disorientato.
Ribaltando la logica 'barbara' e aggressiva dell’apparato ideologico lumbard, appropriandosi e utilizzandola come un boomerang della categoria dell’invidia; quella tanto sfruttata dal premier Berlusconi contro chi osa criticarlo, quella che per riflesso d’alleanza è diventata un’arma politica della stessa Lega: Roma (e il Sud) ruba perché sarebbe invidiosa della ricchezza padana (frutto di presunti sacrifici industriosi e laboriosi).

Una Padania che non esiste, non è nemmeno un’espressione geografica, come disse con spregio il Principe di Metternich riferendosi al Belpaese (aggiungendo anche che era un pollaio, visto che tutti gli italiani acclamavano il Papa urlando: Pio, Pio…).
L’Italia covo delle cricche del malaffare almeno geograficamente ha una propria identità, la Padania leghista è una pura invenzione di marketing politico, quindi priva anche del fascino arcano dei miti e delle leggende (che sempre si nutrono di schegge di realtà).

Il Capitano giallorosso che infilza in contropiede la Lega diventa un eroe da film cappa e spada, un Errol Flynn in veste di Capitan Blood, un Corsaro con la camicia della Maggica, un condottiero ribelle alla Capitan Harlock che sotto il proprio vessillo raccoglie tutti quelli che urlano insieme: IRONIA&LIBERTA’.

Libertà dalle nebbie della Padania che anche in questo caso non sono mero fenomeno naturale, né il coro irridente delle tifoserie del Sud ("solo la nebbia, avete solo la nebbia!"), ma calcolo politicante: intercettare infondati malumori popolari per trasformarli in voti e diventare apparato di potere.
Potere per fare soldi, soldi per incrementare il potere. Infatti, dopo i recenti successi alle urne cosa ha immediatamente rivendicato il capo tribù Bossi?
Poltrone di comando nelle banche, nelle società finanziare, nei consigli di amministrazione delle autostrade e così via. Un assalto alla diligenza, ai gangli del potere di democristiana memoria; senza nemmeno quel poco di stile dei boiardi storici della Balena Bianca, ma con la cialtroneria tipica del cumenda brianzolo in gita premio, molto più volgare e sgangherato del romanaccio doc di tante pellicole di Sergio Corbucci o giù di lì.

"La Padania è invidiosa di Roma perché la Capitale è la città più bella del mondo" resterà negli Annali come la prodezza verbale più 'estetica', politica e geniale di Francesco Totti.
Uno sberleffo senza pernacchia, un’ironia genuina e diretta, lontana anni luce da certi eccessi che talvolta offuscano l’immagine del Pupone, bravo ragazzo de borgata e bravo pater familias (lo sputo a Poulsen, i calcioni da bullo rifilati a Balotelli per vendicare una lesa romanità, le frequenti parolacce agli arbitri).

Non è vero, come ha scritto qualche ‘grande giornalista’ sulle pagine di certi importanti quotidiani settentrionali, che Totti abbia siglato un’autorete o fornito un assist ai polemisti in camicia verde in servizio permanente effettivo. Tutto l’opposto. Totti ha svelato il bluff di chi si propone da 20 anni come movimento anti governativo (infatti…), anti clericale (salvo poi scendere a patti con il Vaticano per conservare le poltroncine romane), anti partitico: giurano sulla Costituzione ma poi sputano sul tricolore, parlano di Roma ladrona ma da quando sono entrati nelle stanze dei bottoni hanno lucrato a man bassa, accusano il sud opportunista, sprecone e parassitario ma poi fanno pagare ai cittadini italiani le multe europee per le truffe dei grandi allevatori padani o l’evasione fiscale degli industrialotti brianzoli (quelli che al fisco dichiarano di essere indigenti ma hanno fabbrichette, ville, fuori strada e per i figli chiedono le borse di studio!).
Ai ‘cornuti’ (nel senso dell’elmo) del Carroccio che sostengono “Roma bella sì ma con i soldini del nord” pare superfluo consigliare la lettura del Bignami di Storia: si accorgerebbero che l’Urbe è stata edificata ed è divenuta culla di una grande civiltà qualche secolo prima della nascita di una qualunque, vaga forma di sedicente nazione padana.

E, sia detto senza offesa, se dobbiamo aggrapparci a Totti per un po’ di sana autocritica e autoironia, significa che in questo sbrindellato paese siamo messi proprio male.
Allo yogurt rancido più che alla frutta.

Fenomenologia del dito medio: il Senatur, Masaniello del Nord (!!!)
post pubblicato in Società&Politica, il 5 agosto 2008




di Hermes Pittelli

Roma, 5 agosto 2008I figli insultano allegramente amici, genitori, insegnanti, devastano scuole e strutture pubbliche e in cambio ricevono amorevoli sorrisi di comprensione: “So’ regazzi…”. Nessuno quindi finge di scandalizzarsi se ai giorni nostri un ministro della Repubblica italiana, durante l’esecuzione dell’inno nazionale, alza fieramente il dito medio in segno di spregio alla frase “schiava di Roma”. Il rispetto per istituzioni e simboli della Patria è solo vecchiume, ciarpame, monnezza da eliminare come quella di Napoli. In fondo, anche il suo amico Berlusconi, da vero buon pater familias, lo assolve con indulgenza: “Ma no, l’Umberto è un caro ragazzo cui ogni tanto sfugge qualche battuta un po’ più pesante…”. Del resto, la stessa signora Bossi (non la moglie del Senatur, ma la compianta mamma del presidente del consiglio) quando il figliolo, scandalizzato, raccontava che qualche tifoso della parte politica avversa gli aveva agitato in faccia il famigerato ‘medio’ (non in senso latino), le diceva “Cara Mamma, sai cosa significa?” e lei con tenerezza infinita lo consolava: “Sì, dolce Silvio, che sei sempre il numero 1!!!”. Quindi, il gesto del ministro per le riforme (colui che dovrebbe rimaneggiare la nostra preziosa Costituzione, magari usando proprio quel dito) può quasi essere interpretato come una dimostrazione pubblica di affetto e rispetto nei confronti della bistrattata marcetta composta da Mameli.

Ma, c’è sempre un ma; quando poi si tratta del furbo leader leghista aneddoti e racconti memorabili si moltiplicano. Le ragioni della fenomenologia bossiana vanno forse ricercate nella storia personale del condottiero delle indomite camicie verdi. La sua formazione non avviene certo nelle scuole di retorica né in prestigiosi atenei scrigni di arti e scienze politiche. Bossi Umberto da Cassano Magnago, nella solida provincia varesotta, è un uomo – come attestano le biografie istituzionali – che davvero si è inventato da solo. Diplomato alla maturità scientifica, anzi “specializzato in elettronica applicata alla medicina”, si iscrive alla facoltà pavese di Medicina ma abbandona prima della laurea. Dotato di inventiva e senso dello spettacolo, con il nome d’arte di Donato può orgogliosamente raccontare di aver partecipato al festival canoro di Castrocaro nel 1961 assieme ad un gruppo di amici. Forse in quel contesto matura le capacità di esibirsi in pubblico su un palco e con un microfono in mano, prerogative che gli tornano utili quando negli anni ’90 dal cilindro della propria fantasia politica estrae la Lega Lombarda e comincia ad arringare le folle padane in occasione dei riesumati giuramenti di Pontida. Eliminato dal prestigioso festival decide di abbandonare prematuramente le scene, ma titolare di multiforme ingegno e mille risorse, per un periodo si dedica al commercio all’ingrosso di frutta e verdura dall’Italia alla Svizzera. E forse in queste contingenze sviluppa appieno l’ammirazione per le disciplinate ed operose genti del Nord.
Ma l’incontro che gli cambia l’esistenza per sempre (e marchia indelebilmente anche i destini della Patria) – vera folgorazione sulla via di Damasco (o sul ponte di Bassano?) – si compie negli anni ’70, quando conosce Bruno Salvadori leader dell’Union Valdoitane; avvenimento che fa nascere in lui l’interesse per le teorie autonomiste e per l’impegno politico in prima persona.
Sempre per scandagliare meglio (non per mero gossip), per quanto sia davvero possibile conoscere cosa si agita nell’oscuro pozzo del cuore di un uomo, il ‘fenomeno Bossi’, l’ex moglie – Gigliola Guidali – ha raccontato in un’intervista che motivo della separazione fu il comportamento ‘anticonformista’ del futuro leggendario Senatur che ogni mattina, con in mano la classica valigetta da dottore, usciva di casa dicendole “Ciao amore, vado in ospedale”; ma come abbiamo visto, senza mai aver ottenuto il riconoscimento accademico. Un particolare che non ha certo scoraggiato le imprese e le decisioni del condottiero lombardo.

Insomma, più che epigono di un Camillo Benso di Cavour o di Carlo Cattaneo, cui pure dice di ispirarsi, il buon Umberto pare erede diretto di un autentico fomentatore di popolo quale il partenopeo Masaniello. Bossi Masaniello del Nord? Certo, il paragone non sarà gradito al ministro ‘riformista’, visto anche gli strali che rivolge agli insegnanti meridionali rei di angariare per invidia congenita i malcapitati figli dell’industrioso settentrione (soprattutto se gli scolari non troppo brillanti sono figli suoi…). Forse al capataz leghista garba di più il parallelismo con Arlecchino maschera bergamasca della commedia dell’arte, commistione tra lo Zanni bergamasco e personaggi diabolici farseschi del teatro popolare francese.

Ecco, sì, Bossi è proprio questo, un demone ctonio legato alla realtà agricola della fantomatica Padania, uno Zan Ganassa che agita la politica italiana con le sue boutade sempre oltre i limiti della decenza e del senso del ridicolo, editti iperbolici da risultare davvero capolavori di un copione recitato a braccio seguendo il furbo istinto villanesco (etimologicamente parlando, naturale). Di qui i 300.000 bergamaschi pronti a imbracciare i fucili in caso di mancata riforma federalista, e altre amenità e minacce assortite, gentilmente propinate ad alleati e antagonisti. Tra l’altro, a conferma delle caratteristiche diaboliche della maschera bossiana, vale rammentare gli atteggiamenti cangianti nei confronti del pool di Mani Pulite nel 1989: prima fiero sostenitore, poi, una volta pescato con la manina nel vasetto della marmellata confezionata dalla Montedison, fiero contestatore del giustizialismo utilizzato per annichilire gli avversari politici. Lo stesso attuale presidente del consiglio, nel diario personale, tra le pagine con gli appunti relativi all’anno del Signore (non suo padre…) 1994, troverà solida prova delle burle con cui l’Umberto allieta i propri fan: il primo storico governo Berlusconi venne sgambettato con ghigno malandrino proprio dal Bossi, che attraverso le autorevoli pagine del quotidiano leghista La Padania ringhiava contro la prepotenza di ‘Berluskaz’ e affermava che “la Fininvest è nata da Cosa Nostra (27 ottobre 1998)”. Battute un po’ sopra le righe appunto, umorismo di grana grossa buono per gente pragmatica e amante delle sane osterie padane, gente che si spezza la schiena ogni giorno per portare il pane alla famiglia e che è stufa di sostenere con lacrime e sangue gli scansafatiche del Mezzogiorno.
Ecco spiegate le ragioni del Bossi-Arlecchino, personaggio a volte arguto, a volte povero diavolo, portatore talvolta di caratteri più ferini che umani (a caso, il “cielodurismo”), forse per esorcizzare oggi come nel medioevo le paure degli dei e dei demoni pagani che il cristianesimo non era riuscito a debellare dalle menti ingenue e superstiziose degli indigeni padani. Ieri le oscure presenze nella campagne e nelle valli bergamasche, oggi Roma ladrona e tentacolare, Roma cloaca con le sue tentazioni luciferine.

Insomma, il dito medio contro l’inno di Mameli (a proposito, la canzone del Piave tanto cara al Senatur, fu composta – somma profanazione – da un napoletano, Ermete Giovanni Gaeta) è solo l’atto più recente, ma non l’ultimo né meno importante, di quella commedia dell’arte tipicamente italiana rappresentata dalla storia e dalla carriera politica del novello Alberto da Giussano (da non perdere la fiction commissionata dalla Lega dedicata all’eroe padano, prossimamente su mamma Rai).
E come certo il ministro della Repubblica italiana Bossi saprà per averlo letto sul sito del Quirinale il simbolo del tricolore tanto inviso a lui e ai suoi fedelissimi (che vorrebbero servirsene per usi impropri in mancanza di carta igienica) per beffa del destino è nato il 17 gennaio 1797 a Reggio Emilia, all’epoca Repubblica Cispadana (quindi, non Padania libera?).
E se l’Umberto dovesse insistere e persistere con i suoi colpi di teatro, con repentino rovesciamento delle parti, sorta di ironico contrappasso, i cittadini italiani potrebbero sentirsi autorizzati a ‘sbandierare’ un certo dito invece di versare quelle imposte che garantiscono discreti stipendi a tutti i leghisti disseminati nei ministeri, nel Parlamento e nel Senato I T A L I A N I.
Almeno fino a quando esisterà una Repubblica italiana con Roma Capitale.

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