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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
C’è (sempre) un problema con l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 24 agosto 2012
 

Nell’Italia della corruzione, dei conflitti d’interesse e dell’informazione al guinzaglio, guai a chi scrive e pubblica inchieste che scoperchino il calderone degli affari poco limpidi dei ‘poteri forti’. Così, se una giornalista scientifica si permette d’indagare sul Cane nero, meglio cacciarla dalla redazione.



di Hermes Pittelli ©



 Informazione Italia.
Una brava giornalista scientifica s’imbatte in notizie strane che riguardano il cane nero a sei zampe. Da autentica professionista, si incuriosisce, comincia a indagare e scrivere reportage;
che non piacciono ai vertici dell’Ente fondato da Enrico Mattei.
Comincia così una logorante pressione psicologica nei confronti del direttore responsabile del quotidiano che ha osato pubblicare storie poco edificanti e affatto celebrative sulle manovre dell’Eni, “multinazionale etica” secondo il proprio amministratore delegato, Paolo Scaroni.
Fino a quando, l’impavido direttore (in arte e mestiere, Piero Sansonetti), esasperato (intimidito? lusingato?) sbotta: “C’è un problema con l’Eni”.
Soluzione? Prima, il progressivo isolamento della ‘pecora nera’, poi, il definitivo congedo della giornalista.
In sintesi, la storia di Sabina Morandi, ex collaboratrice della testata quotidiana (ex?) comunista,’Liberazione’.
Imputata al cospetto dello STIP, Santo Tribunale dell’Inquisizione Petrolifera, la rea confessa senza peccato Morandi è stata condannata per eccesso di prove. Ha smascherato i trucchi del Cane nero e li ha rivelati al volgo, ai cittadini medi italiani. Quelli che da perfetti sudditi subiscono senza fiatare, disinformati, lieti di non accollarsi imbarazzanti, quanto fastidiose responsabilità decisionali.

Il collaudato ‘metodo Eni’ (mazzette, bugie e videotape).
Si sfogliano le pagine del libro e, articolo dopo articolo, ci si sorprende, sempre più allibiti.
Nell’edizione del 28 aprile 2005, Morandi informa i lettori di Liberazione dello strano accordo dell’Agip-Eni con l’Ecuador che ai giorni nostri offre asilo politico al ribelle mediatico Julian Assange.
Qualche scodella di riso, “per rafforzare l’area dell’educazione aiutando i bambini in età scolastica nelle sei comunità” (interessate dalle estrazioni, ndr), qualche cucchiaiata di zucchero, sale e olio (d’oliva, si spera) e perché non manchi la possibilità del giusto tempo da dedicare all’attività ludica, qualche pallone da calcio, un fischietto per arbitro e un cronometro. Tutto questo in cambio dei circa 15.000 barili di petrolio che all’epoca il cane nero si pappava quotidianamente.
Le leggendarie perline dei moderni colonizzatori, le multinazionali, agli indigeni ignoranti e sottosviluppati. Perline ai popoli, ma cospicue mazzette a governanti corrotti; come in Nigeria, come in Iraq, come nelle repubbliche ex sovietiche.

Rinnovabili? No, grazie.
Per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni dal 2006 dopo brillante carriera in Enel, il mondo può stare tranquillo: esistono giacimenti ricchi di petrolio per il prossimo secolo e di gas addirittura per 200 anni. Saranno tranquilli gli azionisti di ‘Casa Mattei’, non certo l’Ambiente, né le popolazioni dei territori assaliti dalle trivelle. Ecco perché le strategie societarie trascurano le fonti rinnovabili, colpevoli tra l’altro, sempre secondo Scaroni, “di consumare ingenti risorse d’acqua”.
Come certifica Morandi, attraverso le sue inchieste, nonostante gli introiti miliardari, nonostante perfino i cannibali della Banca Mondiale abbiano consigliato d’investire nella ricerca per lo sviluppo dell’energia pulita, Eni continua a fare spallucce e a considerare il già troppo permissivo protocollo di Kyoto sulle emissioni, poco più di un fastidio transitorio. Del resto, il governo italiano dell’epoca (Berlusconi, con Stefania Prestigiacomo ministro dell’Ambiente) ha sì ratificato gli impegni per la tutela del clima contro il surriscaldamento globale, ma di fatto si è guardato bene dall’azione concreta; la consueta politica degli annunci ad effetto, per poi conservare intatto lo status quo a favore dei soliti ‘poteri forti’.

L’Italia ripudia la guerra, non i petrodollari.
L’Italia si è imbarcata nell’invasione dell’Iraq al seguito di Bush jr. per ragioni lontanissime dalla missione umanitaria. Nemmeno gli ingenui hanno mai creduto all’esportazione della Pace e della Democrazia sotto forma di ‘bombe intelligenti’. Con tanti saluti all’idealismo pacifista della Carta Costituzionale (carta, appunto).
La torta è gigantesca e molto appetitosa, da mesi nelle segrete stanze della politica e dell’economia i piranha del mercato si lustrano gli occhi e affilano i denti sognando i potenziali guadagni dell’affaire Iraq.
Morandi il 14 maggio 2005 scrive che nel febbraio dell’anno precedente la piccola fiera organizzata dall’Istituto per il Commercio estero e da Confindustria è stata letteralmente “presa d’assalto dalle aziende italiane” (non solo petrolifere, ingolosite dalle prospettive d’appalto), “tra le 300 e le 400”, come sottolineato da un gongolante Adolfo Urso, all’epoca viceministro alle Attività produttive.
Al grido di “Fino a quando c’è guerra, c’è speranza (di business)”, tutti vogliono gustare almeno una fetta di quella torta da 300 miliardi di dollari.
A Nassirya, mentre la propaganda del regime partitocratico italiota suona la grancassa della più bieca retorica patriottica, i Carabinieri proteggono gli affari petroliferi del cane a sei zampe. Lo stesso ex ministro degli Esteri, Frattini, nell’aprile del 2003 è costretto ad ammettere che la missione irachena "non prevede solo lo scopo emergenziale e umanitario”. Un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, chiarisce l’importanza strategica di Nassirya: “… le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all’alloggiamento dei militari italiani”.
Insomma, “i nostri ragazzi” sono lì per vegliare sulla sicurezza della raffineria e dei barili di oro nero, lo stesso petrolio che l’Eni prima pagava profumatamente al tiranno in disgrazia Saddam. Naturalmente – conclude Li Vigni – nessun telegiornale italiano ha mai inquadrato la raffineria”. Solo dopo l’attentato, nel quale perdono la vita 19 Carabinieri (12 novembre 2003), i media del Belpaese non possono più occultare le reali esigenze italiane in Iraq e rispolverano inchieste e servizi, risalenti anche a due anni prima, che spiegano la vera natura della missione. Dulce et decorum est pro Eni mori.
L’ipocrisia istituzionale ricopre le bare dei caduti con il Tricolore e tributa loro il titolo di ‘eroi’. Restano l’intitolazione di una sala di Palazzo Madama e la cruda verità: quegli uomini sono morti non perché i presunti terroristi li odiassero, ma perché volevano cacciare l’Eni dall’Iraq.

La bolla e la Balla del Gas.
Il film di maggiore impatto, però, un vero blockbuster in grado di sbancare al botteghino con incassi stratosferici, lo gira il regista Paolo Scaroni, da poco in sella al Cane nero. Nell’inverno del 2006 le acque sono un po’ agitate, il rendimento economico è stato inferiore alle attese e gli insaziabili grandi azionisti manifestano qualche malumore. L’Europa ha anche comminato una pesante multa per centinaia di milioni di euro per posizione monopolista che intralcia il ‘libero mercato’.
Il genio si sa è intuizione, colpo d’occhio, tempismo. Ecco quindi che sugli schermi italiani, senza nemmeno il 3D, ma con effetti speciali da brivido, si proietta ‘Italia, la piccola fiammiferaia nella morsa di Generale Inverno’.
Il filone catastrofico miete vittime e successi. L’Eni, letteralmente, si inventa un’emergenza gas inesistente, scatenando il panico nel Paese. Gli italiani, soprattutto gli anziani, sono atterriti all’idea di trascorrere la stagione più fredda senza riscaldamento; anche coloro che non conoscono la fiaba di Andersen si immaginano intenti a cercare un po’ di calore per i piedi nudi e le mani intirizzite, accendendo ‘svedesi’, come la piccola bimba danese. Russia e Ucraina, nostre fornitrici, litigano sul gas e questo ingrediente contribuisce al trionfo della pellicola.
Il picco del petrolio probabilmente è già stato superato e anche le riserve di gas, nonostante i proclami delle multinazionali, sono sufficienti solo per i prossimi tre decenni. Ma l’Eni, come scrive chiaramente nei propri documenti interni riservati (finiti nelle mani di Morandi grazie alla collaborazione di qualche ‘talpa’) sullo scenario energetico italiano 2010 – 2015, parla di “rischio bolla del gas”.
In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali, a pagare ai Paesi fornitori tutto il gas estratto.
Quei documenti, che nessuno avrebbe dovuto leggere sono doppiamente importanti, perché oltre a svelare ‘la Balla del Gas’, contengono altre ammissioni che svergognano non solo la dirigenza Eni, ma l’intera, imbelle, inadeguata classe politicante italiota: anche le più moderne centrali a carbone sono altamente inquinanti (nonostante la Prestigiacomo farnetichi di “carbone assolutamente pulito”) e costosissime sul piano economico; la tecnologia nucleare che improvvisamente torna di moda (sempre a cura del governo Berlusconi, ma con appoggi di insospettabili ex nemici dell’atomo) divora risorse incalcolabili, nettamente superiori ai calcoli ‘ufficiali’, nei quali – misteriosamente – gli esperti non includono, né lo smaltimento delle scorie, né la dismissione degli otto impianti previsti.
Insomma, una sedicente classe dirigente che paralizza il paese in un medioevo energetico. Ma tutto l’Occidente, dopo l’11 settembre 2001, ha optato per le vecchie rotte (e in questo caso, non sono sinonimo di saggezza, ma di triste conservatorismo): continuare nell’assurda economia ingorda di petrolio e gas, destinati ad esaurirsi in tempi comunque brevi; accumulando non solo un debito spaventoso di miliardi di dollari per inseguire “l’arcaico sogno ottocentesco”, non solo l’odio sconfinato delle popolazioni colonizzate e sfruttate, ma un ritardo che potrebbe rivelarsi fatale per la sorte del Pianeta.
L’Italia poi ha perduto per sempre la favolosa opportunità di tramutarsi nel Paese guida per l’illuminata transizione dall’obsoleta economia fossile, alla futuristica economia ‘rinnovabile’: sole, maree, venti, inusitate biodiversità. Tutto gettato in nome degli inceneritori, dell’acciaio, del cemento (del resto, la strategia di rilancio economico Monti/Passera offre questo menù); in nome soprattutto della divinità a sei zampe.
Per tacere della follia dei rigassificatori e delle navi criogeniche che trasportano gas liquido nel Mediterraneo, bombe atomiche innescate davanti alle nostre fragili coste e bombe galleggianti (il rischio terrorismo è reale o anche questo è solo teatrino politico-affaristico?) a spasso nei nostri mari; con la benedizione silenziosa (il secondo, tragico Prodi; 2006/2008 ndr) dell'attuale ‘leader’ del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, così sicuro di vincere le prossime elezioni politiche, da avere già spartito le poltrone importanti. Illo tempore, vestiva i panni di ministro dello Sviluppo, forse a sua insaputa, favorevole a tutte le tecnologie più inquinanti, demenziali, sorpassate; i cui rischi e costi esorbitanti vengono sempre fatti ricadere sul cittadino/contribuente. Bersani, lo stesso che si è fatto finanziare campagne elettorali dalla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto. Sarebbe ora che nel segreto dell’urna elettorale gli Italiani si facessero accompagnare da Memoria e Informazione.

Triste, solitario y final.
Il finale di partita, come in un romanzo latino-americano, tra Sabina Morandi e Liberazione, è venato di mestizia: il quotidiano, agitato all’interno per la maretta tra le opposte correnti che appoggiano, una Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista, dopo l’addio del sub comandante Fausto Bertinotti), l’altra Vendola (non ancora SELezionatosi), accusa gravi problemi economici (oggi, la direzione è cambiata, ma l’ultima apparizione in edicola risale ai primi di maggio, ndr).
Per ironia della sorte, è l’Eni che si propone di salvare la barca, con la consueta “campagna acquisti”. Allegare un opuscolo prodotto dal proprio ufficio stampa, intitolato ENERGeticamente, con temi che stanno a cuore al potentissimo, nuovo inserzionista;
senza contraddittorio, senza inchieste, senza reali interviste ai dirigenti del cane a sei zampe (i quali sono disponibili solo per colloqui in ginocchio; in ginocchio, ovvio, si posizionano i giornalisti). Svolta propiziata da un incontro tra Piero Sansonetti e Paolo Scaroni, durante il quale il direttore sembra sorpreso di trovarsi al cospetto di un uomo in carne ed ossa e non del Leviatano biblico.
Il fascino irresistibile del ‘vicentino giramondo’.
Tacita condicio sine qua non, Sabina Morandi, “la collaboratrice esterna”, può continuare a scrivere, di tutto, tranne che dell’Eni.
Nel frattempo, sempre grazie al generoso intervento di ‘Casa Mattei’, anche Liberazione si lancia nell’esperimento del free press; un foglio gratuito, inizialmente previsto solo per l’estate, per promuovere la testata presso il grande pubblico. Come argomenta Morandi, difficile stabilire il vero successo di un’iziativa gratuita, mentre sul quotidiano a pagamento, l’aumento del numero di copie è fedele sintomo che i lettori apprezzano un certo tipo di lavoro; difficile anche scrivere notizie vere che non incupiscano gli inserzionisti (quindi, di fatto, i proprietari) del free press.
L’ultimo pezzo firmato Morandi sul Cane a sei zampe risale al 15 gennaio 2008, il titolo è eloquente, anche troppo: “Kashagan, tornano le trivelle. Vince l’Eni, perde l’Ambiente”.
Il free press estivo, si trasforma in edizione della sera permanente; ma, in cambio, nessuno tocchi più Eni. La collaborazione prosegue ancora per qualche mese, fino a luglio, ma sopportando “una censura strisciante e rimbalzando contro un muro di gomma di omissioni e menzogne”.
L’epilogo vero giunge una mattina assolata di maggio 2008. La cronista pedala, “rabbiosamente”, verso l’annuale assemblea degli azionisti, in via del Serafico a Roma. Sa che non potrà scrivere resoconti, sa che in ogni caso non sarebbero pubblicati. Sa che non potrà informare i lettori (come avvenuto in passato) che i piccoli azionisti, sono i più acerrimi oppositori di Paolo Scaroni, al quale rinfacciano i numerosi conflitti d’interesse, l’abnorme compenso annuale, la titolarità di un conto presso un noto paradiso fiscale, la mancanza di figure femminili nel consiglio d'amministrazione, l'opacità e la obsolescenza delle strategie societarie. Roba da far tremare i polsi ai giornalisti italiani (molti a libro paga, come ad esempio l’intera Agi, la seconda agenzia d’informazione più importante del paese) e anche agli emissari dello Stato, proprietario di Eni al 30%; i quali si guardano bene dal sollevare obiezioni.
Morandi varca la fatidica soglia, viene riconosciuta e raggiunta da una signora, capo ufficio stampa del cane nero, che le chiede con cortesia: “Come va?”. La ‘sventurata’ risponde d’istinto: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale. Ma sempre qui pronta a prendere appunti. Prima o poi troverò qualcuno che mi pubblicherà”. L’interlocutrice, con “sincero imbarazzo”, mormora: “Mi dispiace”, e si allontana. In quel preciso istante, Morandi realizza che non solo cala il sipario sulla collaborazione con Liberazione (“dopo 12 anni, senza nemmeno una telefonata”), ma può anche dire addio per sempre alla possibilità di riciclare “una florida carriera in una delle numerose – e bellissime – testate dell’azienda”.

Sul libro, uscito nel 2010 per i tipi coraggiosi (nonostante il nome) della Coniglio Editore, dopo qualche efficace, affollata e partecipata presentazione in piccole librerie indipendenti, si è posato un velo di oblio e di silenzio.
Peccato, perché dovrebbe rientrare nella essenziale libreria di ogni cittadino italiano che voglia tutelare il bene comune del proprio Paese in modo informato e responsabile. Il volume di Sabina Morandi rappresenta un prezioso compendio sulle nefandezze non solo dei petrolizzatori (in questo caso, del nostro amato Eni), ma della politica, collusa in senso ampio e trasversale, e dei media che, da sedicenti cani da guardia (a quattro zampe) della democrazia, si fanno volentieri mettere la museruola e il guinzaglio dal grosso Cane nero a sei zampe.

Siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”, direbbe Totò: business is business.
Tutto è merce (risorse, ambiente, salute, giustizia, cultura, informazione, principi non barattabili), tutto ha un prezzo.
Per qualcuno, anche la Dignità.

Burocrazia, una barriera in più contro la tutela dell’Ambiente
post pubblicato in Società&Politica, il 10 settembre 2009

Lettera aperta al ministro dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, Stefania Prestigiacomo

 

di Hermes Pittelli ©

 
  
 Gentile ministro Prestigiacomo,
un cittadino italiano con senso civico e che abbia a cuore la tutela dell’Ambiente a chi deve rivolgersi in Italia per segnalare i tentativi di devastazione camuffati da progetti industriali forieri di fantomatico progresso economico?
Io credo spetti al dicastero di cui Lei è titolare accollarsi la responsabilità, ma anche la ‘missione’ di salvaguardare il favoloso patrimonio di biodiversità e di ecosistemi presenti nel nostro Paese.
Il ministero dell’Ambiente dovrebbe cercare, favorire e pianificare in ogni modo la collaborazione con i cittadini e con le amministrazioni locali per monitorare gli attentati alla natura italiana, quindi alla salute umana.
Peccato che al momento, al di là delle buone intenzioni, nei fatti questa operazione non risulti agevole.
 
L’Italia aderisce alla convenzione di Aarhus, quindi i singoli cittadini o i comitati civici e ambientalisti, sulla carta, hanno il diritto (/dovere, aggiungerei) di ottenere informazioni dettagliate sui progetti industriali che potrebbero sconvolgere gli equilibri dei territori sui quali vivono.
I cittadini hanno il diritto di esprimere osservazioni motivate per preservare l’integrità del territorio non solo per se stessi, ma anche per le generazioni future.
Nessuno deve sentirsi ‘padrone’ dell’Ambiente; le biodiversità sono un bene collettivo da salvaguardare, non merci o prodotti da sfruttare in modo illimitato, insensato, senza alcun rispetto e preoccupazioni delle conseguenze. L’Abruzzo, ex regione più verde d’Europa, è minacciato da una terribile deriva petrolifera che non trova armonia con la strombazzata idea degli amministratori locali di farne la Catalogna d’Italia. Il petrolio non è compatibile con la difesa dell’ambiente e la valorizzazione turistica. Gli esempi nefasti abbondano: basta visitare la Basilicata, le Marche, il triangolo siculo della morte Augusta Melilli Priolo, tanto per citare casi eclatanti.
 
Ho avuto la malaugurata idea di recarmi al Suo ministero e di constatare che non servono regimi dittatoriali o stratagemmi da Fratello Maggiore alla Orwell per scoraggiare il cittadino ad esercitare i propri diritti: basta il moloch della BUROCRAZIA.
Portineria di viale Cristoforo Colombo 44: una signorina, gentile ma spaesata, resta attonita alla mia richiesta “Vorrei ottenere informazioni sull’attività estrattiva di una società petrolifera, Vega Oil Spa, per poi presentare osservazioni utili alla compilazione della VIA”.
La signorina non sa a quale piano io debba salire o a quale ufficio rivolgermi. Mi consente di parlare con un dirigente su una linea telefonica interna. Il dirigente da subito si scusa e dice che non sa come aiutarmi né a chi possa avanzare la mia – evidentemente inconsueta e strampalata – richiesta. Tra l’altro, quando accenno alla VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) la scambia per un sinonimo di ‘strada’ e sembra cadere dalle nuvole.
Non demordo. Torno dalla signorina e le faccio notare che sul muro alle sue spalle c’è una targa con lo schema del palazzo che recita: Terzo Piano, ufficio relazioni con il pubblico. Compilo il modulo per registrarmi come visitatore e munito del mio badge elettronico salgo al terzo piano.
Percepisco a istinto di non essere nel posto giusto. Dopo aver vagato nel dedalo di corridoi in penombra e porte con targhette che non annunciano mai l’ufficio relazioni con il pubblico, mi affaccio all’ingresso di un ufficio e imploro aiuto da una signora molto cortese. Ma anche lei, davanti ad uno schermo di computer e quasi sommersa da enormi faldoni, non è in grado di risolvere il mio dilemma; mi informa però che sono in corso dei cambiamenti logistici, quindi forse – forse – l’ufficio che cerco si è trasferito ad un altro piano. Mi indirizza al sesto piano. Con fiducia, determinato a compiere il mio compito di cittadino modello, salgo. Le porte con i maniglioni antipanico sono bloccate, lo spazio antistante gli ascensori è invaso da detriti e scatoloni colmi di vecchie riviste. Mi inerpico al settimo piano e riprendo a vagare come un’anima in pena, senza nemmeno il conforto e l’ispirazione di un Virgilio. Anche al ‘settimo, nessuno ha mai sentito parlare del ‘sedicente’ ufficio relazioni con il pubblico.
Un po’ sconfortato, decido di tentare la sorte: scendo alla portineria dell’ingresso di via Capitan Bavastro. Un signore, anche lui gentile e disponibile, mi fissa interdetto: “Ufficio relazioni con il pubblico? E’ sicuro? Non ne ho mai sentito parlare”; e per non deludermi chiama un paio di colleghi agli interni. Alla fine, giunge il lapidario responso: “L’ufficio relazioni con il pubblico non esiste”.
Allibisco. Caro ministro Prestigiacomo, a quanto mi risulta ogni sede della pubblica amministrazione dovrebbe essere dotata di URP. O mi sbaglio?
Il superiore fine della tutela ambientale mi rende tignoso. Insisto e avanzo l’ipotesi di poter magari ottenere qualche informazione dall’ufficio stampa. “L’ufficio stampa è solo del ministro”.
Non comprendo appieno il senso della frase, visto che la macchina della pubblica amministrazione è pagata con fondi pubblici, cioé con i soldini dei cittadini.
Mi rendo conto però che per compiere il mio diritto/dovere devo attuare un’altra strategia. Paventando, maliziosamente lo ammetto, difficoltà ‘burocratiche’, avevo preventivamente preparato una richiesta scritta.
Mi reco all’ufficio posta del ministero. Anche qui una signora alla portineria quando sente quale sia la mia intenzione, mi osserva con sguardo scettico, tanto da farmi sentire un marziano o un animale raro. Ma ottengo il pass per consegnare la missiva, in rigorosa busta chiusa, ad un’altra signora alla quale oso domandare quali sono i tempi per la risposta; lei mi fissa sconsolata e senza profferire verbo, allarga le braccia.
 
Caro ministro Prestigiacomo, come fatto rilevare da Fulco Pratesi con una lettera al Corriere della Sera qualche tempo fa in merito alla costruzione di nuove centrali elettriche, è irrealistico pensare o far credere che gli enti locali e i cittadini (quando sono informati correttamente e tempestivamente, cioé quasi mai) abbiano il tempo di presentare in soli 60 giorni osservazioni analitiche sui progetti industriali (30 giorni se le opere sono ritenute strategiche).
Ma ammesso che il lasso temporale sia sufficiente, il cittadino è poi costretto a gettare la spugna quando viene respinto dalle barriere invisibili e dai muri di gomma di un’amministrazione che si descrive trasparente e orientata al bene pubblico, blindandosi invece con la famigerata burocrazia.
 
Caro ministro Prestigiacomo, è la tutela del Territorio e del Mare che dovrebbe essere prioritaria e strategica per un Paese come l’Italia. Senza se e senza ma, senza compromessi di alcun genere.
Altrimenti la difesa dell’Ambiente – vogliamo lasciare ai nostri figli una Natura devastata? – è solo l’ennesimo spot estivo patinato che scolora in fretta dalla memoria e soprattutto dalla coscienza civile collettiva.
 
La saluto cordialmente e Le auguro di cuore buon lavoro (ce n’è davvero tanto da fare).
 
 
 
Convenzione di Aarhus (traduzione non ufficiale) 
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