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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
L’orecchino di Maradona nel paese degli illustri delinquenti
post pubblicato in Diritti, il 7 febbraio 2010




di Hermes Pittelli ©


Maradona è stato senza dubbio un fuoriclasse del pallone, ma si è segnalato anche per altre imprese straordinarie; in ambito extracalcistico.
Nel paese dei furbi e dei mariuoli, si è integrato così bene che nel periodo di militanza partenopea ha accumulato un debito con l’erario italiano superiore a 30 milioni di euro.
Nel settembre del 2009 gli ispettori della Guardia di Finanza e i funzionari dell’agenzia Equitalia hanno sequestrato a Merano uno dei celebri orecchini tempestati di diamanti dell’ex Pibe de Oro e lo hanno posto all’incanto. L’oggetto è finito nelle mani di una signora (che ha preferito mantenere l’anonimato) lieta di sborsare 25.000 euro per aggiudicarsi il prezioso feticcio.
Venticinquemila euro, una goccia nel mare rispetto a quanto Maradona, con abile dribbling mancino, ha sottratto al fisco tricolore.

Ma l’aspetto più sconcertante della vicenda riguarda l’atteggiamento di Equitalia, la spa a totale capitale pubblico (51% Agenzia delle Entrate, 49% Inps) che si propone di realizzare “una maggiore equità fiscale”; presente in tutte le regioni, tranne la Sicilia.
Ci si potrebbe già chiedere perché “maggiore” e non, semplicemente, “l’equità fiscale” punto.
Per capire l’entità del fenomeno 'evasione', nel 2008 l’imponibile evaso ammonta alla cifra di circa 311 miliardi di euro: 125,8 miliardi depredati dalle casse dello Stato, fondi che servirebbero a garantirci servizi essenziali quali la sanità, l’istruzione, le pensioni.

Comunque, il direttore generale Marco Cuccagna si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per gettare visibilità mediatica sull’evento. Come se riscuotere i giusti tributi dovuti allo Stato o stanare gli evasori facesse parte  dell’unreality horror show permanente in cui tutti i cittadini italiani vivono da 20 anni a questa parte.
Risultano allarmanti soprattutto le parole del dirigente Equitalia: “A prescindere dal caso Maradona, l’attività dell’agenzia prosegue incessantemente nei confronti di tutti gli evasori, illustri o meno che siano”.

Abbiamo quindi scoperto che esiste la categoria sociale degli ‘evasori illustri’, riconosciuta ufficialmente dall’agenzia statale che si occupa di intascare le tasse pagate dai cittadini onesti.
Un lapsus verbale rivelatore di una forma mentis e di una corruzione morale che sta devastando quello che resta di questo paese.
Come direbbe Scajola, sarò all’antica, ma un evasore, peggio se benestante quando non plutocrate, è solo un delinquente.
L’aggettivo illustre è appannaggio esclusivo di persone di cristallina e non negoziabile moralità.
Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Rita Levi Montalcini, giusto per fare dei nomi.
In italia invece cerchiamo da troppo tempo questa commistione tra sacro e profano, come se immergere nello stesso calderone primordiale gli onesti e i disonesti servisse da lavacro morale (anzi, amorale) per cancellare i peccati dei birboni; peggio, per collocare i primi e i secondi sul medesimo piano sociale. Ma se tutti rubano o uccidono e io mi adeguo, non sono innocente, né le mie azioni possono finire nella centrifuga che regala l’amnistia e il condono universali.

Da noi qualcuno continua a rivendicare tagli d’imposte immaginari, mentre per ridurre l’iniqua pressione fiscale su chi le tasse le paga davvero basterebbe non varare scudi fiscali per i ‘grandi e illustri evasori’ (quelli che hanno i conti blindati nei paradisi fiscali), o per le varie potentissime mafie (sempre nel 2008, l’economia del crimine organizzato ha fatturato 120 miliardi di euro, con un ammanco di entrate fiscali pari a 40 miliardi); magari eliminare – quelle sì autentiche gabelle truffaldine – le bollette energetiche gonfiate con gli incentivi Cip 6 per le fonti rinnovabili e/o assimilabili (fonti alternative che non esistono in Europa, ma solo in Italia).

L’ex Belpaese detiene, tra i tanti, un primato negativo: è primo in Europa per evasione fiscale. Del resto, alla faccia di J.F. Kennedy, non siamo tutti berlinesi.
Già, perché i tedeschi, a differenza degli altri cittadini continentali (sugli italiani poi meglio stendere una pietosa coltre di silenzio) le tasse le pagano e anche salate: nel 2008, 605 miliardi, e con l’Iva che ha raggiunto quasi i 180 miliardi di euro.
E alle ventilate ipotesi di taglio delle aliquote avanzate da Angela Merkel, hanno risposto: “No, grazie”.
Mica perché i teutonici siano fessi, solo hanno fatto quattro conti e si sono accorti che l’equilibrio delle finanze nazionali non consente questi espedienti propagandistici.

L’Italia invece resta il (al) palo della cuccagna dei furbi che trascinano il resto del paese in rovina. In fondo, ci siamo già passati nel 1992.
Ma lo abbiamo dimenticato.
Infatti stiamo beatificando corrotti, corruttori e illustri evasori.


FONTI:
La Repubblica, NuovoFiscoOggi, EquitaliaSpa

SE QUESTO E' UNO STATO...
post pubblicato in Società&Politica, il 18 novembre 2009


Scudo fiscale per i bottini delle mafie, appropriazione indebita dei risparmi dei cittadini, regalie illegittime alla Chiesa, privatizzazione di acqua e servizi fondamentali. E sulla sicurezza solo annunci a effetto che innescano il razzismo, mentre per arrestare i criminali i poliziotti onesti pagano di tasca propria


di Hermes Pittelli ©


 Uno Stato allo sbando, zona franca per i delinquenti, zona rossa per i cittadini onesti.
Scudo fiscale per ripulire il denaro della criminalità organizzata, tagli continui ai fondi per forze dell’ordine e ricerca scientifica, 8 per mille destinato a opere laiche che misteriosamente viene assegnato come fosse una regalia occulta alla Chiesa cattolica e infine conti e polizze dormienti sottratti arbitrariamente alla legittima disponibilità del cittadino per dirottarli ad aziende ‘amiche’. Intanto, l’iter di privatizzazione di acqua e servizi fondamentali cominciato con una legge vergogna nel 1994 è stato approvato grazie al solito dl (Ronchi, ndr) blindato su cui il governo ha posto per la ‘centesima’ volta la fiducia.
Quando il cittadino ottuso e rintronato esulta per presunte abolizioni di tasse, dovrebbe prima riflettere su quali servizi gli saranno poi sottratti; e sulle imposte che paga sarebbe saggio se esercitasse il diritto/dovere di conoscere la destinazione e l’uso finale dei suoi soldini.

Scudo fiscale o ‘’scudo d’onore? Qualche settimana fa Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera ed esponente della maggioranza, sbraitava in tv contro Marco Travaglio accusandolo di dire falsità sullo ‘strumento’ dello scudo fiscale. Strumento che secondo il governo sarebbe la panacea per rimpinguare le esauste casse statali e da cui attingere fondi per rilanciare l’economia, la ricerca, l’arrugginita e farraginosa macchina burocratica.
Uno speciale di Report ha definitivamente fugato i dubbi: lo scudo è un mega condono, un bel pacco dono alle mafie che in tutta privacy, con un obolo ridicolo del 5%, possono ripulire i proventi di traffici illeciti. Negli Usa, ad esempio, lo Stato accorda la possibilità di ravvedimento al cittadino, ma è un ravvedimento oneroso (deve versare il 50% del maltolto) e virtuoso (il cittadino, nome e cognome, deve spiegare per filo e per segno i metodi che gli hanno consentito di raggirare il fisco).
Gli strilloni del governo quando rammentano che questo esecutivo è il più attivo contro la mafia perché ha inasprito il 41bis dovrebbero spiegare al cittadino come mai nella legge di conversione dello scudo (dl 103/2009) siano contenute indicazioni sull’individuazione di sedi giuridiche in cui lo strumento non può essere utilizzato a sfavore del contribuente; sia raccomandata maggiore copertura ai fini penali (si estinguono con bacchetta magica dichiarazione fraudolenta su imposte sui redditi e Iva, dichiarazioni infedeli, omesse dichiarazioni, occultamento o distruzione di documenti finalizzati a evasioni delle imposte su redditi e sull’Iva, false comunicazioni sociali e tutta una serie di reati di contorno); dulcis in fundo, le operazioni di rimpatrio e regolarizzazione di capitali sono escluse dal novero delle segnalazioni di operazioni sospette ai fini della normativa antiriciclaggio.
Come non bastasse, lo Stato a questa torta golosa ha aggiunto anche i bigné delle aste pubbliche per la vendita dei beni confiscati alla mafia; così i fantocci prestanome dei clan, mentre i boss scontano il carcere duro, possono tranquillamente riportare quei beni tra i tentacoli della piovra. Come se il vero potere della mala non fosse la proprietà della ‘robba’ con cui controlla e estende il proprio dominio sul territorio e sui cittadini. Meno male che almeno la Regione Piemonte si è schierata in modo netto contro questo scempio della legalità proponendo di assegnare quei beni alle cooperative sociali come Libera.
Alla faccia della lotta dura senza paura contro la criminalità organizzata, apprendiamo che il governo lancia proclami mediatici, ma poi i poliziotti che hanno arrestato i boss Raccuglia (il più recente), Lo Piccolo e Provenzano hanno dovuto autotassarsi per avere gli strumenti adeguati per combattere la mafia.
I ricconi evasori intanto non 'scuderanno', ma continueranno a nascondere i capitali nei paradisi fiscali di Antigua, Cayman e isolette varie (attenzione, perché l’innalzamento dei mari può giocare brutti scherzi) o in qualche trust blindato in Svizzera o Lussemburgo.

Lo Stato, sceriffo di Nottingham. Come lo sceriffo della contea di Nottingham, acerimmo nemico di Robin Hodd, taglieggiava i cittadini per conto dell’usurpatore di Riccardo Cuor di Leone, principe Giovanni Senzaterra, così lo Stato italiano – attraverso un esecutivo che si vanta di non mettere mai le mani nelle tasche degli italiani (forse usa una lenza alla Tom Sawyer) – sottrae non solo i fondi contenuti nei conti dormienti presso istituti di credito o filiali della posta, ma ora addirittura quelli di polizze assicurative stipulate con i sacrifici di una vita.
Emblematico il caso di una famiglia di pescatori di calamari di Lampedusa: la madre, Vincenza Partinico, licenza elementare, nel 2005 con soldi guadagnati davvero con sangue e sudore, pensa ai 7 figli e stipula 7 polizze con Poste Vita, una per ciascuno, del valore pro capite di 14.000 euro. Totale: 98.000 euro. La signora Partinico ha avuto il torto di morire nel 2006. Lo Stato vorace vara una legge con effetto retroattivo (n.166, ottobre 2008) che stabilisce la caduta in prescrizione della polizza vita se nessuno la reclama entro 2 anni dal decesso del contraente. I fratelli Partinico, sapendo che Poste Vita attua la politica di non avvalersi della prescrizione per i 10 anni successivi alla morte del contraente, decidono di non intascare la somma. Ma quando Concetta, la più piccola della famiglia, nel marzo di quest’anno manifesta la necessità di accedere a quel gruzzoletto, Poste Vita, con imbarazzo, informa i fratelli Partinico che dei loro 98.000 euro non è rimasto un centesimo. Perché la legge 166/2008 altro non è che il famigerato ‘decreto Alitalia’, quello nato per salvare un’azienda che in tutto il mondo sarebbe stata lasciata fallire a causa dell’incompetenza dei manager ma che da noi è uno dei tanti eterni carrozzoni clientelari. Così, in nome dell’italianità, ai tanti fratelli Partinico dell’ex Balpaese (tra cui molti terremotati d’Abruzzo) lo stato ha rubato una cifra che Poste Vita, al cospetto di circa 5.000 casi, stima per difetto sui 30 milioni di euro.
Un’operazione che ha fatto impallidire lo sceriffo di Nottingham.

Quanto costa la benedizione silenziosa del Vaticano. I politici italiani poligami, divorziati, frequentatori di bordelli, cocainomani, spacciatori, spalloni di capitali italiani verso banche svizzere conoscono, se non la strada per il Paradiso, almeno il modo più sicuro per acquistare le indulgenze della Chiesa cattolica. Facile, basta dirottare i quasi 44 milioni di euro derivanti dall’8 per mille Irpef che i contribuenti hanno creduto di destinare a finalità umanitarie, volontariato o opere laiche. 10.586.000 euro spetterebbero ai ‘Beni culturali’, invece saranno utilizzati per completare o restaurare immobili ecclesiastici. 14.692.000 euro dovrebbero andare agli interventi post sisma in Abruzzo, ma si sa, la Divina Provvidenza ha fatto sì che le richieste siano partite prima del terremoto del 6 aprile 2009 e riguardino tutte opere ecclesiastiche.
Infine, governanti italiani brava gente, fare un discorso agli inutili vertici Fao procura buona immagine, ma poi gli 814.192 euro accordati alle associazioni umanitarie per il Terzo Mondo sono stati ritenuti dallo stesso Parlamento un insulto alla gente che soffre (17.000 bambini muoiono di fame ogni giorno e 300 milioni sono sfruttati come mano d’opera nel lavoro nero).
Il decreto che ripartisce i ricavi dell’8 per mille è stato firmato il 23 settembre dal presidente del consiglio, cavalier Silvio Berlusconi.

Postilla sulla sicurezza. La lotta alla clandestinità e ai reati commessi dagli stranieri è solo un ulteriore capitolo degli annunci mediatici di certa politica irresponsabile, politica che per intascare premi elettorali e economici, innesca pericolose derive razziste. Le cifre raccontano altre realtà. Su 10 reati commessi in Italia, 8 sono commessi da nostri connazionali. L’equazione immigrato=delinquente è falsa.
Nelle nostre sovraffollate e disumane carceri su 65.147 detenuti (dato aggiornato al 7 novembre 2009), 24.088 sono stranieri. La maggior parte ha commessi reati di poco conto e deve scontare pene inferiori ai 2 anni. Rientra quindi nella normativa Bossi/Fini (lg. 189/2002) che prevede l’espulsione e il rimpatrio per questo genere di pene (detentiva, anche residua, non superiore ai due anni; sanzione sostitutiva per condanne inferiori ai 2 anni). Lo stato italiano però, se il detenuto non dispone di denaro, non attua questa normativa sostenendo di non avere i fondi per pagare i biglietti aerei o per altro mezzo di trasporto (costo medio 200/300 euro). Ogni detenuto costa allo stato (al contribuente, quello che paga le tasse, ovvio) 200 euro al giorno. Così lo stato preferisce ‘risparmiare’ 300 euro, ma spenderne, se consideriamo, ad esempio, una condanna di un anno, 73.000.

Insomma lo stato italiano è un Robin Hood al contrario. Meglio, è come Superciuk, uno dei personaggi parodia creati dalla mente e dalla matita geniali di Max Bunker (alias Luciano Secchi).
Superciuk è uno dei più spassosi nemici di Alan Ford e del gruppo T.N.T., negli anni ‘70 (del 1900) rubava ai proletari per donare ai ricchi, simbolo, per lui reietto della società (netturbino comunale), di agi, ordine, eleganza, pulizia.
Non certo di nitore etico e morale, però.
Con Superciuk si rideva, con lo stato italiano che ruba ai cittadini soldi e diritti non resta che piangere.

Fonti: La Repubblica, ItaliaOggi, RadioRadicale, Altreconomia, Istituto di Ricerca dei Dottori commercialisti, CorriereEconomia

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