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Agnese e Paolo, una Storia d’Amore (Ricordando Borsellino)
post pubblicato in Società&Politica, il 28 novembre 2013

di Hermes Pittelli ©


“È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.


 Un paese che ha smarrito il percorso perché non sa più raccontare le proprie storie individuali, umane, che si intrecciano per comporre una narrazione comune.

La storia d’amore in terra di Sicilia tra una Donna e un Uomo che loro malgrado sono diventati simboli della lotta alla mafia, paradigmi di una vita semplice, dedita al proprio dovere, senza opacità, senza concessioni al compromesso. Un amore capace di rinnovarsi senza soluzione di continuità con un segreto naturale: una novità ogni giorno, non un fiore o un banale regalo, ma una storia, un racconto.

Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così la nostra favola non finirà mai, finché vivrò”. 

E anche dopo.

Può apparire strano, ma quella del giudice Paolo Borsellino è soprattutto una grande storia d’amore. Nei confronti della propria terra, nei confronti della Signora Agnese Piraino, nei confronti dei figli Lucia, Manfredi e Fiammetta.

Figli condannati all’ergastolo della sofferenza dall'eccidio del 19 luglio 1992;

come dice oggi con dignità e pacatezza Lucia, hanno saputo imparare quella lezione e raccogliere il testimone, fronteggiando oltraggi alla memoria, affronti e ingiurie personali, onta imperdonabile per una vera democrazia, civile e repubblicana.

La pubblicazione di un nuovo libro in questo nostro scombinato paese è per me sempre motivo di gioia e momento di festa, ancora di più se contiene, come nel caso di ‘Ti racconterò tutte le storie che potrò’, di Agnese Borsellino in collaborazione con il bravo giornalista Salvo Palazzolo, non un testamento, magari carico di comprensibile livore, ma un messaggio foriero di amore e speranza, rivolto alle nuove generazioni e a quelle persone che all’interno delle istituzioni lavorano ancora senza clamori per il bene comune.

Ogni giorno, da autentici servitori dello Stato, espressione abusata dal profluvio di parole svuotate e depotenziate degli ultimi due decenni, sprecata troppo spesso nei confronti di chi non la merita; perché la Sicilia non è solo la patria di Riina e Provenzano, ma anche la culla incantata che ha generato Falcone e Borsellino. Soprattutto per questo la Signora Agnese, mancata per una terribile malattia il 5 maggio 2013, ha tenacemente voluto dare alle stampe un ritratto inedito del coniuge, per dimostrare ancora una volta affetto e condivisione di intenti verso quei magistrati siciliani impegnati nel fare luce sulla famigerata trattativa stato-mafia, come Nino Di Matteo, non solo minacciati di morte dalle mafie (o dai loro portavoce ‘istituzionali’), ma sottoposti a procedimento disciplinare da quelle istituzioni che dovrebbero appoggiarli e proteggerli.

Paolo Borsellino aveva capito tutto all’inizio degli anni ’80. La mafia è il volto pubblico, se così si può dire, del male, ma i veri sicari della democrazia e della libertà sono i nemici dello Stato annidati nei palazzi del potere. La Signora Agnese lo scrive a pagina 93 del libro e chiede ancora una volta la verità sulle stragi, perché, come diceva suo marito: “dove non c’è verità, non c’è giustizia”.

Un avversario implacabile dei delinquenti  ma un uomo capace di commuoversi al cospetto di un’alba limpida o osservando i germogli che annunciano la primavera. Un uomo che sapeva cogliere il bello e l'umano anche negli aspetti più raccapriccianti del lavoro e del transito terrestre.

Un uomo, come il suo fraterno amico Falcone, dalla coscienza così pura da potersi permettere di scherzare con leggerezza, nonostante la consapevolezza della tragica fine che qualcuno aveva stabilito per loro. Rammenta Francesco ‘Ciccio’ La Licata, giornalista veterano in materia di criminalità organizzata, attuale corrispondente per La Stampa che i due amici, inventori del pool anti mafia e fautori del maxi processo, si prendevano in giro reciprocamente: “Dove hai messo le chiavi della cassaforte? Sai, dovresti dirmelo, nel caso decidessero di eliminarti…”.

Salvo Palazzolo conferma che questo testo non è un ‘solo’ un memoriale, ma un libro da battaglia: “La Signora Agnese è una fonte di energia e ispirazione per tutti noi, anche quando ci siamo sentiti sfiduciati, come a febbraio dopo le minacce anonime contro i giudici di Palermo e Caltanissetta. Il lutto e la malattia non l’hanno vinta. Continuava e continua a combattere per i magistrati onesti e per i giovani, seguendo l’esempio di Paolo che nonostante sapesse di essere prossimo alla fine dopo l’attentato di Capaci, invece di abbandonare la Sicilia, come qualcuno gli suggeriva, persisteva nel suo lavoro <<perché è necessario che qualcuno faccia le cose che devono essere fatte>>”.

Fino all’ultimo, la Signora Agnese ha risposto personalmente a tutte le lettere e ai messaggi che le giungevano, anche attraverso Facebook, dai ragazzi che all’epoca dell’attentato non erano ancora nati o si trovavano in culla.

Lucia Borsellino confessa, emozionata e commossa, la ‘normalità’ dei genitori:

Sono qui per riconoscenza verso la loro generosità e il loro amore, sentimenti che oggi mi consentono di vivere di rendita. La nostra famiglia ha sempre coltivato l’amore per la vita, sempre. Anche se noi siamo cresciuti consapevoli di trovarci a respirare un’atmosfera di guerra e di morte che aleggiava attorno a papà e ai suoi veri amici. Le stragi del 1992 non sono state vane, hanno risvegliato una coscienza civile che prima non c’era o era assopita”.

L’agenda rossa ispirata dalla Costituzione è il simbolo di questo paese.

Misteriosamente e opportunamente sottratta dal luogo della strage da mani ispirate, è stata trasformata in uno dei troppi misteri, non buffi ma di Pulcinella, d’Italia. Come quell’andirivieni di equivoci personaggi sul luogo della strage dalle 16.58 alle 17.15, come chi sapendo ha taciuto e insabbiato.

Come chi ha avuto la faccia di bronzo di presentarsi a casa Borsellino per restituire la borsa del giudice e allo stupore della figlia Lucia per la mancanza dell’agenda, le consigliava riposo in quanto vittima di un chiaro esaurimento nervoso. Come quei traditori della Costituzione e dello Stato che invitavano la signora Agnese nei palazzi del potere non in quanto vedova di un magistrato verticale, ma per tentare di carpirle qualche informazione sulle ultime indagini del marito, per capire se e cosa sapesse di compromettente su di loro.

Con un presidente della Repubblica che ritiene di non avere parole per contribuire a diradare le nebbie sulla trattativa Stato – mafia. Un presidente spesso querulo e ciarliero sullo scibile umano, ma discreto e riservato quasi fino all’afonia totale su certi temi. Questa forma di incomunicabilità reiterata e volontaria, potremmo definirla di pudica reticenza, nel codice delle mafie si chiama in un modo molto preciso.

Di recente, Rosetta Loy ha scritto un libro storico per non dimenticare il periodo 1969-1994, ‘Gli anni tra cane e lupo’. L’autrice sostiene che “si dimentica perché fa comodo, ed è criminale. E si dimentica per pigrizia, il che è stupido”. Per Loy, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino “lo Stato si è piegato, è sceso a patti con la mafia e si è arreso”.

Borsellino diceva:“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo”.

Tutto questo il presidente non lo sa. Tutto questo non lo sanno o fingono di non saperlo troppi Cittadini italiani. Se uomini come Falcone e Borsellino sono martiri della lotta alle mafie è anche colpa nostra,della famigerata maggioranza silenziosa e benpensante che per vigliaccheria  sostiene la tesi “contro i poteri forti e occulti non si può agire e reagire”. LoStato non è un Leviatano inafferrabile e incorporeo, lo Stato non è solo un grumo di indefinibili, lontane, talvolta nemiche, istituzioni, ma è la somma di ognuno di noi.

Come afferma nel fuori programma finale alla presentazione in Feltrinelli presso la Galleria Colonna di Roma il marito di Lucia Borsellino, il signor Fabio, in uno sfogo umano che diventa una magnifica orazione all’impegno civile: 

La nostra famiglia ha già pagato e continua a pagare un tributo di dolore immane. Ora basta, questa responsabilità venga assunta da tutti gli altri italiani. Perché è troppo comodo dirsi neutrali come i 3.800.000 cittadini di Palermo che restano nella zona grigia, fiutando il vento e decidendo di volta in volta con chi schierarsi. Quelli non sono neutrali, sarebbe un complimento, sono ignavi! Arriva il momento in cui bisogna scegliere da che parte stare tra il bene e il male”.


Ho voluto stringere la mano a Lucia e Fabio per ringraziarli, perché ammetto, con vergogna, che non potrò mai ripagare il mio debito, umano e civile, accumulato nei loro confronti e verso la loro famiglia.

Paolo Borsellino, da appassionato di ciclismo, sapeva che le grandi corse si vincono con abnegazione, fatica e soprattutto, spremendo sangue sudore e lacrime, con le tappe di montagna. 

In salita.

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