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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Vandana Shiva: Sette generazioni di pratiche virtuose per salvare (forse) la Terra
post pubblicato in Ambiente, il 14 settembre 2017


testo e foto di Hermes Pittelli ©

 

 La Terra non potrà mai perdonarci 70 volte 7, come da precetto evangelico; troppe volte, negli ultimi decenni, l’abbiamo offesa, infliggendole ferite quasi mortali.

Servirebbero, invece, almeno 7 generazioni dotate di volontà e di capacità per progettare e attuare buone e virtuose pratiche in grado di guarirla e, forse, di salvarla. Sette generazioni!

Questa la convinzione di Vandana Shiva, ambientalista e attivista indiana, nota universalmente per l’impegno di una vita spesa nelle battaglie per tutelare il pianeta dallo sfruttamento distruttivo delle multinazionali e le comunità di contadini indiani dall’imperialismo del mercato globale.

La globalizzazione è entrata nel lessico comune da circa 20 anni, ma esiste da almeno 5 secoli. Le guerre sono sempre esistite, i piccoli o grandi avventurieri, dalla scoperta di Colombo in poi, anche. In India, la prima forma di corruzione ammontò a 10 rupie”.

Non solo: “I modelli di comportamento del vituperato colonialismo sono stati replicati identici dalla lodata globalizzazione moderna: nessuna tassa per gli invasori e gli sfruttatori, contadini locali ridotti alla fame”.

Come sempre, la riscossa e la capacità di reagire nonostante la soverchiante forza degli avversari, parte dalle Donne: “In India sono state le Donne le prime a mobilitarsi, a organizzarsi in un movimento di protesta e azione per garantire agli agricoltori indigeni libertà di coltivazione, che poi si è tradotto in una battaglia di libertà tout court”.

In questa manifestazione letteraria e di libero pensiero chiamata Pordenonelegge.it, in ogni edizione, gli ospiti hanno spesso sottolineato l’importanza delle parole, del loro significato, la capacità di difenderle e utilizzarle bene per descrivere la realtà. Anche Vandana Shiva lo conferma: “Attenzione a non confondere la globalizzazione con il concetto di cittadinanza globale; la prima è solo uno strumento, un fenomeno economico creato dalle multinazionali per dominare il mercato mondiale”.

Nonostante le strategie delle companies siano un autentico pericolo globale, la studiosa indiana  riesce a scherzare: “In India il commercio esisteva anche prima del loro arrivo. Tessile, agricolo: le nostre sete e le nostre spezie erano apprezzate a Londra e a Venezia! Noi purtroppo siamo rimasti vittime di una svista di  Cristoforo Colombo…”.

Bisognerebbe rammentare la Storia, senza inopportuni, strumentali aggiustamenti, imparare dal passato a non commettere sempre gli stessi errori, a non finire preda degli stessi vetusti tranelli.

Gli inglesi divennero invidiosi delle immense ricchezze che i reali di Spagna carpivano al Sudamerica, per questo affidarono a una delegazione di 360 avventurieri, con il benestare e l’intercessione della nobiltà, la richiesta alla Regina di concedere il via libera alle imprese di colonizzazione”.

Il feticcio del libero mercato, quello che secondo i presunti geni dell’economia sarebbe in grado di autoregolamentarsi, “non è altro che una strategia per annientare le piccole economie locali. Gli inglesi distrussero il fiorente commercio indiano tessile, giungendo perfino a amputare i pollici delle donne indiane, in modo da impedire loro non solo di filare, ma perfino di tramandare la tecnica di lavorazione della seta”.

Shiva rammenta l’anno della svolta, per il mondo dell’agricoltura e per la sua vita: il 1987. All’epoca, le corporations della chimica, decisero di invadere il mercato di antiparassitari e fertilizzanti chimici. “La mia battaglia è cominciata in quel momento. Perché non si trattava di opporsi solo allo smercio di veleni, ma anche alla pretesa di estendere la proprietà intellettuale sui semi per poi costringere i contadini a utilizzare gli ogm. Costoro non hanno inventato nulla! Chi può ergersi a padrone della Vita?”.

Nell’ottica del ‘libero mercato globale’, Monsanto sarebbe l’azienda che ha creato i semi (sembrerebbe una vecchia barzelletta sui matti, se non si trattasse di una tragedia moderna).

Una rivendicazione folle e distorta, eppure la multinazionale americana (talvolta con l’appoggio di qualche piccolo agricoltore locale che ha completamente travisato il fine ultimo di queste vertenze…) sempre spesso intenta cause legali contro i contadini indigeni, in particolare quelli indiani.

I semi sono il simbolo dell’auto organizzazione della vita, come si può mettere un brevetto e un marchio su questo? Piante, animali, sementi non sono invenzioni, sono il frutto dell’evoluzione e della complessità della Natura. Monsanto è solo interessata vendere i propri prodotti e a intascare le relative royalties”.

Le strategie di Monsanto sono note, la stessa Vandana Shiva le ha descritte nel saggio di denuncia ‘I semi del suicidio’. “In India 300.000 contadini hanno preferito togliersi la vita, dopo essersi resi conto che i debiti contratti con la multinazionale non si possono estinguere mai”.

Nonostante l’evidenza delle pratiche al limite della legalità e dell’umanità, nessun governo o organismo internazionale appare in grado, o anche solo intenzionato, a bloccare l’arroganza delle companies. “Solo io e … Trump vogliamo uscire una volta per tutte dalla globalizzazione! In realtà, lui dice questo per deresponsabilizzarsi. Ormai tutti hanno verificato che le roboanti promesse della globalizzazione, lavoro e ricchezza per ogni essere umano, erano falsità che ci hanno portati a maggior disoccupazione, aumento della povertà, quasi totale distruzione della biosfera”.

La forbice, il divario tra ricchi e poveri è diventato più ampio che mai, incolmabile. soprattutto, mai nella storia si era verificata una tale concentrazione di risorse e quindi di potere decisionale (di vita o di morte) nelle mani di sole 8 persone sul Pianeta, quelle che nel 2016 sono state indicate come le dominatrici di quasi il 90% delle ricchezze disponibili.

La finanziarizzazione dell’economia e la continua deregulation pretesa e imposta dalle multinazionali, puntano a un obiettivo preciso:privatizzare tutto, salute, scuola, perfino la democrazia”.

Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, spesso con la nostra collusa ignavia e/o passivo disinteresse. “La libertà e la democrazia stanno diventando merci rare e preziose, appannaggio dei pochissimi che potranno comprarsele. Le leggi e perfino le Costituzioni sono state stravolte e depotenziate dall’interno”.

Il quadro è catastrofico per le sorti dell’Umanità, ma Vandana Shiva non cede al pessimismo e alla rassegnazione: “Possiamo ancora opporci, possiamo lottare, adottando la strategia che ci ha insegnato Gandhi. Costruiamo il telaio da soli, ognuno impari a tessere la propria tela. Esiste un movimento transnazionale di liberazione dei semi  - http://seedfreedom.info/per dire basta a combustibili fossili, ai pesticidi, al glifosato (micidiale erbicida targato Monsanto, ndr) che inquinano la Terra e ci uccidono. Per riconquistare la libertà di coltivare con i semi naturali e di nutrirci in modo sano. Io sono in disaccordo con il mio amico astrofisico Hawkins, non possiamo pensare di colonizzare altri Pianeti. Dobbiamo lottare qui e ora per salvare il nostro, unico mondo disponibile. La democrazia della Terra è sinonimo di libertà della VitaCompiere le scelte giuste oggi e praticarle per 7 generazioni è l’unica via”.

Un solo piccolo seme (naturale) è davvero il simbolo della resistenza, della resilienza, della Vita. Nonostante tutto.

Sperando che attecchisca soprattutto nei cuori e nelle menti dei tanti Giovani che anche stavolta sono accorsi a Pordenonelegge per ascoltare le parole di Vandana Shiva.

Primo Levi, la fantascienza contro la realtà capovolta dei lager
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 16 settembre 2016

 

 di Hermes Pittelli ©

 

 I romanzi gialli o noir, nella accezione più moderna, nelle mani di alcuni grandi romanzieri, sono uno strumento critico, una sorta di cavallo di Troia letterario, per analizzare al microscopio e per sferzare senza sconti la società contemporanea, le sue intollerabili ingiustizie, i suoi vizi capitali inconfessabili.

Simenon e Scerbanenco sono maestri e 'mostri' riconosciuti in questo espediente letterario.

Esiste poi il ramo fantascientifico della faccenda che si propone il raggiungimento dello stesso obiettivo, trasportando in un futuro più o meno lontano situazioni e personaggi reali, opportunamente mimetizzati, per bacchettarli a dovere. In questo caso, si parla di romanzi distopici o cacotopici, a seconda delle personali simpatie per John Stuart Mill o Jeremy Benthan, rispettivi inventori dei due neologismi, termini entrambi opposti dell’utopia dei sognatori di buona volontà. Citare 1984 di George Orwell appare doveroso, più che scontato.

La necessaria e un po’ vaga premessa torna utile per introdurre un discorso forse sorprendente sulla produzione letteraria meno nota di Primo Levi.

Si tratta delle ‘Storie Naturali’ (ma anche altre storie…) che il chimico torinese, scampato al lager di Auschwitz, cominciò a scrivere in contemporanea alla sua opera prima, ‘Se questo è un uomo’ (1946).

Misteriosamente, la raccolta fu pubblicata da Einaudi (il quale inizialmente rifiutò di dare alle stampe anche il romanzo, ndr) solo 20 anni dopo, nel 1966 (tra l’altro, firmata con lo pseudonimo Damiano Malabaila), fatto che ha spesso contribuito a considerare questi racconti frutto di un momento successivo, magari legato ad un’ispirazione meno debordante o un’esigenza calante di continuare a sondare le cause che avevano scatenato la ferocia nazista in Europa.

Il titolo e il contenuto del primo racconto ‘I mnemagoghi’, i suscitatori di memorie, protagonista il dottor Morandi (“per mia natura non posso pensare che con orrore all’eventualità che anche uno solo dei miei ricordi abbia a cancellarsi”), chiariscono subito la poetica e il traguardo di Levi. Nessun cedimento al ‘divertimento’ letterario, nessuna parziale concessione all’oblio degli orrori patiti, quelli che rendono incompatibile l’esistenza di Dio, con l’esistenza dei campi di sterminio.

Questa ‘rivelazione’, questa veste di narratore di storie brevi, non può che palesarsi al Convento di San Francesco nell’ambito del festival culturale Pordenonelegge17, grazie ad una ispirata lectio magistralis del professor Francesco Cassata, storico della Scienza (autore del saggio ‘Fantascienza?’, Einaudi).

Nel 1971, appare ‘Vizio di forma’, ancora racconti, ancora con l’ingrediente fantascientifico ad amalgamare i colori delle tele immaginifiche dell'autore; una conferma che il ‘laboratorio narrativo’ parallelo di Levi è rimasto attivo per tutta la sua carriera di scrittore. Levi si considera prima di tutto un uomo di scienza, uno studioso di chimica, solo in seconda battuta un artigiano di lettere. Per questo si getta anima e corpo al lavoro in un laboratorio chimico del capoluogo piemontese, mentre nei ritagli di tempo si dedica alla scrittura, anche rinunciando alle pause pranzo o al meritato riposo.

Primo Levi va poi nelle scuole e incontra i suoi compatrioti per tentare di spiegare, forse a se stesso in primis, cosa mai siano stati il nazismo e la ShoahPer questo ha scelto di cimentarsi  con la fantascienza, in aggiunta alla testimonianza diretta; perché se è stato possibile un totale rovesciamento della realtà e dell’umanità come l’abominio dei lager, solo la science fiction può rimettere a posto le cose, ristabilire l'ordine naturale dell'Universo.

Lo conferma lui stesso nel corso di un’intervista apparsa nel 1966, nella quale parla del ruolo fondamentale della memoria e del ruolo ‘anfibio’ della scrittura; si rende conto di essere considerato un sopravvissuto, uno scampato, ma rifiuta di essere etichettato e imprigionato una seconda volta in quel ruolo, rivendica la sua volontà e il suo diritto di esprimere anche altri aspetti della sua identità di uomo e autore. Colpisce la sua ferrea determinazione nel legare la prosecuzione della sua esperienza letteraria alla accoglienza che i suoi racconti riceveranno presso la critica e soprattutto al successo o meno presso la platea dei lettori. 

Primo Levi ritiene le sue storie brevi pilastri della sua produzione narrativa.

In tre racconti in particolare - ‘Angelica Farfalla’, ‘La bella addormentata nel frigo’ (nel quale anticipa la criogenesi e il malato sogno dell’immortalità garantita per via scientifica, ndr), ‘Versamina’ – l’Uomo di Torino parla in modo nemmeno troppo velato degli esperimenti su cavie umane perpetrati nei laboratori dei campi di sterminio; per Levi invece il laboratorio è sì il luogo sacro della Scienza, ma legata in modo indissolubile alla ricerca della Verità attraverso la stella polare dell’Etica. Non a caso, ammira un giovane patologo di nome Renzo Tomatis (uno dei pochi scienziati a battersi davvero contro l’inquinamento, per la tutela della Salute e dell’Ambiente), per il quale si fa garante presso il solito Einaudi, al fine di garantire al giovane ricercatore la possibilità di pubblicare il frutto dei propri studi.

Levi si interessa senza posa al mondo della ricerca, trae ispirazione per i suoi racconti anche dalle teorie di Achille Maria Dogliotti, il primo a ipotizzare la circolazione ematica extracorporea

In tutti i racconti di Levi non mancano mai ancoraggi e riferimenti alla scienza, alla sua terribile esperienza di deportato, all’imperativo categorico che ogni progresso tecnologico debba sottostare alla legge morale non scritta. Forse non è erroneo azzardare che anche lui abbia anticipato di decenni i temi divenuti ormai addirittura salvifici nel III millennio del rispetto della dignità umana, della tutela della Salute e dell’Ambiente.

Primo motore dell’ispirazione di tutta la sua produzione letteraria resta però, come nella tragedia shakesperiana Macbeth, il mondo alla rovescia della criminale persecuzione nazista, con la codardia e l’ignavia dell’Europa intera. Un mondo dominato dalle passioni oscure e dalla violenza, dove anche il bene per trionfare passa attraverso la sconfitta chiamata vendetta, senza che i malvagi, nonostante siano tormentati dagli spettri del rimorso, giungano mai ad un vero pentimento.

Il Male è dunque solo un Vizio di forma?

Nella storia ‘Ammutinamento’, Clotilde dice: “tutto quello che cresce dalla Terra e ha foglie verdi, è gente come noi”. Forse, solo ristabilire il ruolo e il posto dell’Uomo all’interno dei cicli della Natura, potrà redimerlo e salvarlo.

Soprattutto da se stesso

Le verità di Mario Sechi
post pubblicato in Ambiente, il 29 agosto 2012

Il direttore del quotidiano Il Tempo in un recente editoriale lancia un duro ‘j’accuse’ contro le ideologie responsabili della preoccupante perdita dei posti di lavoro in Italia. Citando a sostegno l’incolpevole Costituzione italiana che, per fortuna, è robusta di suo…


di Hermes Pittelli ©


 La verità, vi prego, sulla disintegrazione del lavoro in Italia.
Secondo l’Istat, a giugno i disoccupati sono giunti alla cifra record (negativo) di 2,8 milioni, con una perdita secca del 37,5% di posti, nel giro di un solo anno.
C’è un uomo, un giornalista, che sulle ragioni del disastro occupazionale può fornire solo verità assolute: le sue, naturalmente. Mario Sechi, direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, inquadra nel suo mirino analitico le ideologie a suo dire colpevoli senza appello della situazione; e le impallina senza pietà.
Ideologie deambulanti sulle gambe di certa magistratura che vorrebbe chiudere l’acciaieria più grande d’Europa (anche la più letale e corrotta, ma il direttore è distratto dallo spread e dal fiscal compact), di certa politica come il sindaco Pietro Tidei, Pd, reo di minacciare lo stop alla centrale elettrica a carbone Enel di Civitavecchia (per Sechi, il carbone più pulito del Mondo, una valutazione forse ereditata da Stefania Prestigiacomo) e naturalmente i cattivi sindacati che pretendono lavoratori trattati come esseri umani, invece che da perfetti robot (ma ci arriveremo, Sechi si tranquillizzi) al servizio del dio bifronte Sviluppo/Industria.

Insomma, ideologie nemiche che attentano ai posti di lavoro e tradiscono la sacralità della Costituzione.
Verità? Pirandello si farebbe matte risate.
Uscendo dal teatro del grande siculo ed entrando in quello surreale del paese alla rovescia, ci si chiede dove sia la sinistra che secondo alcuni, tra i quali Sechi, terrebbe in ostaggio le mirabolanti sorti di una nazione, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, politicamente ed economicamente.

In giro, si notano rigurgiti fascisti di varia intensità, a cominciare dalla strana coppia Bersani-Vendola (questi i più pericolosi, perché mascherati da progressisti).

Il direttore del Tempo – bisogna riconoscerlo - è un abile manipolatore dell’informazione e della Costituzione, che viene bastonata o brandita a seconda degli interessi di cui lui è portavoce.
La proprietà di questo quotidiano fa parte di quella vasta schiera imprenditoriale che considera la nostra Legge fondamentale, nella migliore delle ipotesi un ferro vecchio, nella peggiore un ingombrante ostacolo al vero sviluppo, da rimuovere ed abolire una volta per tutte.

Se è vero che la Costituzione pone come pilastro della Repubblica il Lavoro, Mario Sechi, maliziosamente, evita di citare gli articoli (per i più trasgressivi: il 9, il 32, il 41), chiarissimi, che per la nostra Carta indicano come centro della società l’Essere Umano, la Persona, il Cittadino; evita di dire ai suoi lettori e rammentare alle istituzioni e ai politicanti che la Costituzione tutela la Dignità e la Sicurezza dei cittadini lavoratori, la Salute, il Paesaggio, il Patrimonio artistico e culturale.
Evita di specificare che il male che ha colpito il mondo globalizzato e lo sta conducendo alla catastrofe è stata la logica del ‘profitto per il profitto’, si guarda bene dallo smascherare e condannare le imprese e le industrie dedite al ‘business’ come mezzo e fine ultimo e incapaci di realizzare progetti che concorrano al Progresso armonico, spirituale e sociale del paese.

L’Ilva, l’Eni, l’Enel, tanto per non fare nomi ed esempi lampanti, in spregio al dettato costituzionale e ad ogni legge, sono state lasciate a briglia sciolta dalla politica (collusa per ovvi e bassi interessi) si sono arrogate il diritto di imporre le proprie regole (inquinando, devastando, sfruttando vite umane e territori), facendo il bello e il cattivo tempo (cattivo, soprattutto), infischiandosene perfino di pagare l’Ici senza che nessuna istituzione o organo di controllo abbia sentito come preciso, ineludibile dovere l’obbligo di chiederne conto.

E' curioso che oggi Pdl e Pd (bella accoppiata!) parlino di indebita invasione di campo da parte della magistratura. Spesso, le norme italiane in materia di tutela ambientale e sanitaria sono risibili o edulcorate (Sechi rammenta che un anno fa il Parlamento fu aperto in fretta e furia a ferragosto per approvare un testo pro Ilvam per consentire l’innalzamento ad libitum delle emissioni del cancerogeno benzoapirene?), ma considerando la latitanza e la collusione di politica e scienza 'ufficiale', a chi spetta il compito di far rispettare la Legge (Costituzione in primis)???

La scienza ufficiale è quella rappresentata da Piero Angela che a Superquark spaccia l’ennesimo spot pro Eni quale inchiesta sull’industria petrolifera italiana (addirittura capace secondo lui di favorire la proliferazione della fauna ittica) o dal divulgatore Alessandro Cecchi Paone che dalle pagine di una delle patinatissime riviste del cane a sei zampe si lancia in uno sperticato elogio dell’oro della Val d’Agri, paradigma del connubio armonico e perfetto tra ambiente, patrimonio culturale e attività estrattive.

Tutto questo Alice non lo sa, come canta il Poeta, ma Mario Sechi sì e finge di essere agnostico, racconta ai suoi lettori un altro paese, il mondo posticcio e artificiale che piace ai sedicenti grandi manager e sedicenti politici italioti.
Mario Sechi finge di non sapere che l’industria fossile è la principale imputata dei cambiamenti climatici che sconvolgono il Pianeta (aumento incontrollabile di CO2, con effetto serra causa dell’alternanza tra siccità e alluvioni che mettono in pericolo le produzioni agricole e le riserve di acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, innalzamento dei mari), in ossequio alle farneticazioni dei petrolizzatori sulla sicurezza della loro tecnologia, Sechi non vede la più grande raffineria del Venezuela esplodere, uccidere 48 persone e bruciare senza posa per quattro giorni consecutivi, spargendo nell’aria altre sostanze tossiche; o restando nei nostri martoriati confini, non registra che in un giorno e mezzo a Pisticci, in Basilicata Saudita, sono andati in fumo 1.500 ettari di patrimonio boschivo, annientati come scrive la Gazzetta del Mezzogiornoda una autentica apocalisse di fiamme”. E sull’aridità che favorisce i crimini dolosi di piromani bene ammaestrati, torni ai capoversi precedenti.

Come diceva sempre il grande oncologo, lui sì, Renzo Tomatis, le generazioni future, se ci saranno, non avranno pietà di noi: giustamente.
Lo sviluppo garantito dall’industria fossile che tanto piace a Mario Sechi è davvero ardente. Mentre incassa i profitti, brucia allegramente le risorse, la salute, la democrazia, la libertà e la Costituzione:
incenerisce la Vita.


Fonti: Il Tempo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituzione Repubblica italiana

Dialogo immaginario (ma non troppo) tra un netturbino (urbano) e un cittadino (?)
post pubblicato in Illusioni letterarie, il 13 marzo 2011
di Hermes Pittelli ©


N. “Ti stai facendo crescere la barba?”.
C. “Non la sto facendo crescere, cresce”.
N. “Ah...”
C.
“Ti rendi conto?”
N.
“Non conto, spazzo. Non so contare e non conto. Canto come fosse un karaoke, così mi passa e non ci penso. Canto e spazzo”.
C.
“Ah...”.

C. “Comunque, ti rendi conto? Siamo immobili, da 20 anni. Un lasso di tempo più lungo – o uguale, ma sempre troppo - di quanto sia durato il regime fascista”.
N.
“Lasso? Quello dei cow boys nei film western e nei fumetti di Tex?”.
C.
“No, lasso inteso come periodo, intervallo temporale”.
N.
“Piove? Ho sempre adorato quegli intervalli della Rai di un tempo, quando esistevano solo il ‘primo’ e il ‘secondo’, come fosse l’unico pranzo della giornata alla tavola di un lavoratore plebeo. Te li ricordi, quegli intervalli? Con musichette celestiali e le cartoline in bianco e nero dei paesaggi più belli d’Italia...”.
C.
“Ma cosa dici? Insomma, il dramma è che siamo cristallizzati, bloccati, paralizzati. Continuiamo ad avvolgerci su noi stessi, fermi sullo stesso punto. Il mondo cambia, ci sono stravolgimenti inimmaginabili. La parola scorre libera e veloce in Rete e scatena rivoluzioni in Africa e Medio Oriente; nell’impero comunista del Dragone si concentra il più alto numero di miliardari del globo e noi siamo come la drosophila melanogaster, il moscerino della frutta rimasto incastonato nell’ambra attraversa i secoli, sempre immobile, sempre uguale a se stesso. Immutabile, immarcescibile, ma bloccato, imprigionato in una goccia d’ambra. Goccia dorata e trasparente, da cui magari vedere il mondo, ma deformato dalla rifrazione”.
N.
“Ah... scusa, hai fatto nottata alcolica con i tuoi amici? Come può essere libera la parola nella rete? Non si impiglia? E poi questa drogafila melanogangster deve essere una poco di buono, una della criminalità che si arrichisce spacciando schifezze chimiche ai nostri giovani, bruciando loro il cervello”.
C.
“Ah... comunque, ribadisco: da 20 anni siamo seduti sullo stesso strapuntino di roccia e utilizziamo sempre le stesse, poche, banali parole. Non riusciamo più ad articolare un discorso completo, figuriamoci un ragionamento con delle premesse motivate, uno sviluppo logico e una conclusione che apra nuovi orizzonti e sia foriera di progetti per il futuro di tutti, per il bene comune. Solo slogan markettari, il cittadino non esiste più. Non è un soggetto attivo, portatore sano di diritti e doveri e individuo fondamentale che realizza e si realizza in una società armonica, multiculturale, cosmopolita; no, è una monade consumatrice, consumatrice di prodotti inutili e dannosi per la salute e per l’Ambiente, telespettatrice di programmi osceni per ottenebrare e ipnotizzare le masse, automa fornitrice di ‘x’ su facce di delinquenti che candidandosi vogliono infiltrarsi nelle istituzioni per esfiltrarsi dalla giustizia”.
N.
“Ah... non saprei, comunque ho dei parenti veneti e mona, può essere anche un articolo piacevole, ma se te lo dicono non è certo un complimento”.
C.
“Sono friulano, conosco bene questo etimo”.

N. “Eh, non esistono più le mezze stagioni. Hai visto? Siamo a metà marzo e io sono costretto ad indossare ancora l’uniforme invernale. Quelli della Odio (Organizzazione Deiezioni inCivili Omologate) ci rinnovano abiti da lavoro e attrezzature ogni 10 anni, dicono che così contengono le spese e salvano i posti di lavoro”.
C.
“Già, come canta il Poeta, la primavera intanto tarda ad arrivare...”.
N.
“Ah... certo, sei strano forte tu. Per la maggior parte del tempo non ti capisco, ma forse sei simpatico. Comunque, due chiacchiere con qualcuno allargano sempre il cuore, soprattutto se fai spesso il turno di notte tra freddo, umidità, a raccattare la monnezza puzzolente gettata senza un minimo di criterio dai tuoi simili, lo smog del traffico che resta come appiccicato all’aria e ci respiriamo tutto noi”.
C.
“Ecco, ti rendi conto? Sei testimone diretto del degrado della sedicente civiltà italiota? E cosa fai? Dimmi, dovresti essere tu per primo a informare tutti gli altri cittadini, dovresti essere tu a scrivere il nuovo programma politico, ad organizzare la rivolta per realizzare finalmente una società civile equa e legalitaria”.
N.
“Ah... ma io sono sposato. Viviamo in affitto, la proprietaria, grazie a non so quali accordi con il fisco, ci fa un prezzo di favore – 600 euro al mese e per noi già è alto – e non abbiamo figli, purtroppo. Ma se ci fossero, forse staremmo in una roulotte arrugginita e scassata come certi zingari che stanno più giù”.
C. “I Rom... la cultura nomade e gitana”.
N. “Macché cd rom e gite. No, sono proprio zingari poveracci, tutto il giorno frugano nei rifiuti dei signori, quelli che vanno a messa ogni domenica ma farebbero un enorme falò dei campi di ‘sti disgraziati. Zingari, esseri umani come noi, con bambini costretti spesso a inalare i veleni delle macchine stando sulle strade vicino ai semafori per racimolare qualche centesimo con cui campare. Non so cosa sia la civiltà di cui parli, ma qui non c’è di sicuro”.
C.
“Ah...”
N.
“Poi, già che siamo in tema, i nostri cari vicini di casa e amici e parenti, guarda come rispettano se stessi e gli altri e la propria città. Nei cassonetti - quando va bene, perché spesso lasciano i rifiuti per strada - scaricano ogni genere di schifezze e porcherie. Tanto, sanno che poi passiamo noi e se ne fregano. In fondo, la differenziata è una fatica inutile. La Odio in combutta con il Comune finge di tutelare l’ambiente, ci costringe a passare più volte con automezzi diversi ma tutti ugualmente scassati e inquinanti, ma tutta la monnezza finisce, indifferenziata, nella stessa enorme discarica. Non credo che questo aiuti la natura, nè la nostra salute”.
C.
“Vabbé, s’è fatta na’ certa... scappo. Vado in edicola. Non che i giornali e i giornalisti meritino i nostri soldi, ma insomma bisogna pur leggere per formarsi un’opinione consapevole sui fatti che ci riguardano, come cittadini dell’ex BelPaese e del Mondo”.
N.
“BelPaese? E’ un formaggino spalmabile, no?”.
C.
“E poi non ho fatto ancora colazione, passo in cornetteria. Un cornetto di polistirolo e un cappuccino con latte radioattivo e la vita ti sorride. Tu che fai?”.
N.
“Finisco il turno, torno a casa, butto l’uniforme in lavatrice, mi faccio la doccia e dormo. Stasera, festicciola con gli amici. Serata karaoke. Stiamo insieme, con un po’ d’allegria. Te l’ho detto, non conto, canto, non ci penso e forse intanto passa”.
C.
“Già. Adda passà a’ nuttata... Deve pur finire questa notte”.
N.
“Ah... tu invece? Rivoluzioni?”
C.
“Non oggi. Nel pomeriggio gioca quasi tutta la Serie A, poi stasera grande posticipo, con pizza creativa e birra ricreativa. Lo so, sono abbonato al digitale terrestre. Mi vergogno, ho la tessera della tv del premier tycoon. Ma cosa vuoi fare, per sconfiggere passioni e tentazioni esiste un solo modo: cedere”.
N.
“Ah... posticipi la Rivoluzione?”.
C.
“Eh... vabbuò, ti auguro le cose migliori. Ciao. Buona domenica”.

Perché ho votato Marzia Marzoli, perché non ha vinto
post pubblicato in Società&Politica, il 30 marzo 2010




di Hermes Pittelli ©

 
 Nel Lazio c’era un solo candidato con un programma credibile: Marzia Marzoli.
Paladina della Rete dei Cittadini, espressione di quella ampia fascia di società civile attiva e pensante che non si riconosce in nessuna azienda politicante italica, né trova voce e rappresentazione sui media.
Infatti, Marzia Marzoli ha ottenuto pochissimo spazio all’interno dei tradizionali circuiti di pseudo informazione, per i quali il duello per la Pisana si è limitato al confronto tra Bonino e Polverini.
Una vergogna. Mi sembra che la nostra Carta costituzionale tuteli gli interessi delle minoranze e la loro rappresentanza nei modi e nelle regole garantite alle 'maggioranze'. Ma forse i principi sono stati stravolti da quando il Capo dello Stato ha spiegato che non era possibile escludere la lista del maggiore partito italiano, anche se i suoi delegati hanno infranto le regole per la presentazione dei candidati.
Come dire, chi è grosso e potente può fare come gli pare. Invece, il piccolo non solo non ha alcuna garanzia, ma se infrange le leggi viene addirittura disintegrato.
Una bella democrazia.

Del resto, era già accaduto alle precedenti politiche. Tra i candidati c’era anche il professor Stefano Montanari, ma credo che della questione fosse a conoscenza a stento la sua famiglia.

Certo, Marzia Marzoli si è avvalsa delle potenzialità di Internet e del passaparola tra cittadini stufi dell’arroganza e del malaffare imperanti nei palazzi del potere; ma in Italia il web è uno strumento appannaggio al momento di esigue fasce di popolazione.
La maggioranza degli italiani, inutile negarlo, si informa solamente attraverso la televisione; quindi resta esclusa dalla realtà.
Già solo la battaglia di civiltà per ripulire i muri degli edifici capitolini imbrattati dai manifesti orrendi e abusivi (come quasi tutta la cartellonistica propagandistica) dei partiti tradizionali sarebbe stato un motivo sufficiente per votarla.

Invece, Bonino e Polverini sono classiche esponenti del sistema politicante.
La signora Bonino è apprezzabile per le battaglie storiche sostenute da radicale; ma da ministro per le politiche europee e per il commercio internazionale ha mostrato cedimenti compromissori nei riguardi della Cina; paese che sarà anche una potenza economica, ma di democratico non ha che il nome; e se per la real politik dobbiamo sempre cestinare i valori inalienabili di umanità e giustizia ci trasformiamo tutti in banderuole arrugginite.

La signora Polverini, sindacalista di destra, ha mostrato (le inchieste pubblicate sui quotidiani non lasciano adito a dubbi) di essere inserita alla perfezione negli ingranaggi che muovono al momento l’economia del paese (almeno per i privilegiati): sanità, palazzinari, amicizie e alleanze giuste.

Ma i veri argomenti, i veri temi che hanno contribuito a ‘smascherare’ i bluff dei contendenti sono stati quelli scientifici. In una campagna elettorale che tutte le forze politiche hanno contribuito a rendere oscena, una sequela ininterrotta e incomprensibile di strepiti e denunce di complotti utili solo a mimetizzare vergogne, scandali, meschinità, incapacità varie e assortite, la cartina di tornasole della serietà per me era costituita da salute e ambiente. Argomenti strettamente in connubio, argomenti sconosciuti a tutti i candidati in ballo nelle varie regioni italiane.
Temi che vengono spesso liquidati dagli aspiranti amministratori del bene pubblico con ovvietà da tele rotocalco pomeridiano.
Anche perché presuppongono una minima preparazione e cultura scientifica di solito estranea ai kit usa e getta del perfetto candidato italico. Come insegna il professor Montanari nel III millennio le tecnologie “figlie spesso illegittime” della Scienza, sono quelle che potrebbero aiutarci a migliorare e salvare l’ambiente in cui viviamo e di conseguenza la nostra salute.
Conditio sine qua non, appunto una conoscenza attenta e etica della Scienza e delle sue potenziali applicazioni tecnologiche.

Anche accordando la buona fede, Bonino e Polverini si sono entrambe dimostrate di una ignoranza crassa e spaventosa.
Entrambe definiscono infatti gli inceneritori, “termovalorizzatori”. Questo in barba ai richiami della Unione Europea (Bonino è stata anche eurodeputata, ndr) che ci ha più volte ammoniti di non confondere i cittadini italiani con nomi erronei e ambigui; perché perfino i parrucconi dell’europarlamento sanno che gli inceneritori non valorizzano alcunché, sono strumenti di malattia e morte, carrozzoni che attirano e trascinano masnade di speculatori e mafiosi che per tragica ironia si arricchiranno a spese dei cittadini avvelenati.
Bonino poi si è addirittura superata con una frase tipica degli esponenti politicanti quando capiscono che l’argomento è impopolare, ma per salvarsi capra e cavoli (propri) e non precludersi compromessi vantaggiosi, si traggono d’impaccio con “non sono ideologicamente contraria ai termovalorizzatori”.
Un capolavoro.
E poi, ancora, entrambe favorevoli alla centrale a carbone di Civitavecchia; e magari alle centrali a biomasse – impianti sconosciuti negli Stati Uniti alla pari degli inceneritori – e perché no, in un’orgia inarrestabile di follia, ai filtri antiparticolato, resi obbligatori nella Lombardia feudo personale di Formigoni.

Nessuna delle due ha articolato in modo chiaro e preciso una strategia per la raccolta differenziata, il riciclo, il riuso.
Non ci si può accontentare di frasi generiche quali "La discarica di Malagrotta è fuori norma" o "La discarica più grande della regione non risponde più ai requisiti" o "Serve un piano di concertazione per la differenziata, siamo lontani dalle altre regioni".
Sono considerazioni banali, senza uno spiraglio di concretezza.
Sul nucleare, Bonino si è dichiarata contraria, mentre Polverini è stata sfuggente come un'anguilla.

Marzia Marzoli è una donna ‘aliena’. Preparata, colta, sensibile ai temi della tutela ambientale e quindi della salute dei cittadini. Purtroppo ha scontato una colpa grave: rappresentare una lista figlia di un dio minore – la Rete dei Cittadini – e soprattutto aver rifiutato compromessi e voti di scambio.
Una donna intelligente e onesta che avrebbe governato davvero nell’interesse di tutti, perfino dei furfanti che ora avranno mano libera nel devastare ancora di più il territorio laziale.
Addio sogni di una regione finalmente a misura di essere umano e non di business.
Un programma magnifico, basato sugli incentivi alla meritocrazia e sui disincentivi ai furbi e maneggioni; con al centro la qualità della vita da realizzare attraverso decentramento politico, economico e sociale e soprattutto attraverso una tutela ambientale fondata su risparmio, efficienza, fonti rinnovabili, zero rifiuti, acqua potabile pubblica e accessibile a tutti, agricoltura sostenibile, divieto di ogm e bonifica delle aree inquinate.

Invece, decenni di indiscriminato avvelenamento delle risorse idriche e del suolo, perpetrato dall’industria con la complicità ignorante e prezzolata della politica, ridurranno molto presto non solo il Lazio, ma tutte le nostre regioni a lazzaretti.
Chi si è reso responsabile e complice di questi crimini un giorno sarà chiamato a risponderne.
Per questo resto sconvolto quando passano i filmati dei moderni telegiornali istituto Luce e vedo gente con gli occhi fuori dalle orbite, paonazza, brindare con bottiglie di spumante scadente e ballare fino all’alba per festeggiare i neoeletti: quando i vostri figli, i vostri familiari, voi stessi comincerete ad ammalarvi e a morire di cancro, non esisterà più possibilità di capire e intervenire. Forse allora vi verrà l’ansia, ormai inutile, di chiedere alla politica come mai l’ex belpaese è tra le nazioni più inquinate d’Europa; come mai ogni giorno di più i cibi che portiamo in tavola sono ripieni di sostanze tossiche che ci conducono lentamente verso morti orrende.

Ho votato per Marzia Marzoli e non mi pento; anzi, rivendico la scelta con orgoglio e fierezza.
Del resto, quando da bambino guardando i film western cominci a parteggiare per gli indiani, sai già che ti sei guadagnato lo status perenne di ‘perdente’; almeno per gli standard di illegalità, corruzione e ipocrisia che dominano e affliggono il nostro paese oggi.
Lo stesso professor Montanari, memore della sua esperienza, era stato buon profeta nel preconizzare la debacle della Rete dei Cittadini.
Marzia Marzoli ha comunque raggranellato 14.000 sudatissimi e meritatissimi voti; questo sì un vero miracolo considerando l’ostracismo mediatico e l’incostituzionale disparità di mezzi nella competizione elettorale.
L’auspicio è che abbia voglia di proseguire nelle sue/nostre battaglie, coadiuvata e sostenuta magari da un numero crescente di cittadini sempre più informati e coscienziosi.

Non ho scritto i motivi per cui Marzia Marzoli non è stata eletta?
Ma sono proprio gli stessi per cui in un paese serio avrebbe stravinto in carrozza.


Per approfondire:
ReteDeiCittadini, Professor Stefano Montanari

Il maratoneta Dott. Montanari alla riscossa
post pubblicato in Scienza, il 11 dicembre 2009

Dopo un paio di mesi di resa apparente, il ‘discusso’ scienziato annuncia battaglia: “Chi diffama il mio lavoro e quello di mia moglie, la dottoressa Gatti, risponderà in sede penale”.
‘Forse’ la ricerca sulle nanopatologie ha indispettito i capataz dei business legati a inceneritori, cementifici, centrali a biomasse, fonderie, ecc. Il legale del laboratorio Nanodiagnostics spiega che esiste un ‘piano B’ (“E anche uno C”) nel caso il microscopio della discordia finisse all’Università di Urbino



di Hermes Pittelli ©


 “Prassi di stampo mafioso per imbavagliare la ricerca”.

Non usa mezzi termini l’avvocato penalista Corrado Canafoglia, legale del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, nel definire la strategia della diffamazione scatenata da qualche mese contro le figure professionali e anche umane della dottoressa Gatti e del dottor Montanari.
Quest’ultimo soprattutto, è finito sotto un tiro incrociato di presunti giornalisti e presunti esperti scientifici che, in particolare sul web, attraverso sedicenti siti d’informazione, lo accusano di essere un ciarlatano (spesso sbeffeggiato con l’epiteto di farmacista) e di millantare risultati scientifici non documentabili.

Da oggi basta. Per due mesi ci siamo in apparenza arresi, ma insieme al nostro legale abbiamo raccolto il materiale con cui ci infangano e soprattutto abbiamo individuato le fonti di questa campagna denigratoria. Sappiano che ora daremo battaglia nelle sedi deputate. A chi crede di averci ridotti all’impotenza dico, da vecchio maratoneta agonista, che non sono abituato ad arrendermi. Mai”.

Montanari, durante un ennesimo incontro con i giornalisti, sempre più sparuti, per illustrare il punto sulla vicenda del microscopio della discordia (quello acquistato grazie ad una campagna di raccolta fondi promossa nel 2006 da Beppe Grillo e oggi donato d’imperio dalla Onlus Carlo Bortolani all’Università di Urbino, ndr) si lascia sfuggire, amareggiato, ma non rassegnato: “Magari avessi fatto davvero il farmacista, come voleva mio padre…”. Un ‘cialtrone’ che a gennaio parlerà di nanopatologie all’Eliseo, un ‘farmacista’ cui la Cambridge Press sta chiedendo di scrivere un libro sull’argomento e la rivista ‘Scientific American’ un articolo.

L’avvocato Canafoglia smentisce tra l’altro, con alla mano documento ufficiale della Procura di Modena, la notizia su ipotetiche indagini penali a carico del dottor Montanari.

Il fatto nuovo è questo: il ‘famigerato’ microscopio Esem (costato 378.000 euro, tutti donati da privati cittadini che aderirono all’invito di Grillo e li destinarono in modo chiaro per la ricerca scientifica di Gatti/Montanari sulle nanopatologie, ndr) è ancora presso il laboratorio Nanodiagnostics. La ditta incaricata di effettuare il trasloco dello strumento a Urbino ha portato in sede gli imballaggi, ma non ha ancora eseguito ‘il ratto’. Strana procedura, visto che l’operazione era stata pianificata per la fine di ottobre.
Nel frattempo, l’attività scientifica del laboratorio è condizionata da questa spada di Damocle, perché non conoscendo il limite temporale per l’utilizzo del macchinario, non può assumersi la responsabilità di avviare nuove analisi o ricerche. Un intoppo che va a intaccare i risultati ottenuti fino ad oggi.
Infatti, grazie allo scoperta e allo studio delle nanopatologie, l’Italia è la prima nazione al mondo a riconoscere (per legge) gli effetti patogeni delle nanoparticelle sull’organismo dei militari o dei civili che si trovino a operare in aree geografiche teatro di conflitti o le persone esposte alle polveri provenienti dai poligoni di tiro militari.
Le ricerche condotte da Gatti/Montanari hanno appurato che la cosiddetta sindrome dei Balcani o esposizione all’uranio impoverito non sono letali per effetto della (modesta) radioattività, ma perché l’elevata temperatura di combustione prodotta dalla deflagrazione degli ordigni bellici origina nanoparticelle che si depositano nei tessuti e nelle cellule del corpo umano per inalazione.
Una deduzione, scientificamente accertata, che consente (o consentiva, almeno fino a quando il microscopio resterà sub judice) a tutti quei militari o civili reduci da missioni in territori sconvolti da guerre di ottenere giusti risarcimenti in denaro per sé o, purtroppo nella maggior parte dei casi, per la famiglie dopo il decesso delle parti lese.
La scorsa settimana il Tribunale civile di Roma ha condannato il ministero della Difesa a riconoscere 1 milione e quattrocentomila euro di risarcimento alla famiglia di un militare della provincia di Lecce, scomparso a 26 anni nel 2005; militare che aveva partecipato a numerose missioni in Kosovo da cui era rientrato definitivamente nel 2003. Una sentenza storica (dopo quella del Tribunale di Firenze del 2008, ndr) giunta proprio grazie agli studi e alle analisi compiuti da Nanodiagnostics.
Non a caso è la struttura scientifica cui fa riferimento e affidamento l’Osservatorio Militare italiano che assiste i soldati e le loro famiglie in questo tipo di vertenze legali. Più volte l’ex maresciallo dell’Esercito, Domenico Leggiero, attuale responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio, ha sottolineato l’importanza fondamentale del lavoro di Gatti/Montanari. E a chi spesso gli chiede perché l’Esercito non si rivolga a consulenti ‘altri’, magari a livello europeo o extracontinentale, Leggiero risponde disarmante: “Ma perché Nanodiagnostics è l’unico laboratorio scientifico a livello mondiale a condurre ricerche sulle nanopatologie”.

Senza dimenticare che la coppia Gatti/Montanari è l’unico baluardo per cittadini indifesi esposti ai terribili effetti delle nanopatologie causati da inceneritori, cementifici, fonderie, centrali a biomasse, centrali a combustione di olii pesanti. Tutte presunte attività imprenditoriali sponsorizzate dalla pseudopolitica italica (in toto) e da lobbies di artifici finanziari che poco hanno da spartire con un autentico spirito di creatività e d’intrapresa.
Forse Nanodiagnostics pesca i propri guai con ‘scientifico lanternino’, proprio perché mette in discussione attività industriali legate a fortissimi interessi di business (si parla di giri d’affari di miliardi di euro, ndr).
Nel 2007, ad esempio, furono le ricerche e gli interventi di Gatti/Montanari a scongiurare la costruzione di una centrale termoelettrica a biomasse nel comune di Orciano (in provincia di Pesaro, la stessa dell’Università di Urbino). Per pura coincidenza, la ditta che avrebbe dovuto edificare il ‘cancrovalorizzatore’ (i cui vertici sono oggi indagati per truffa ai danni della Comunità europea, ndr), annoverava come consulente scientifico l’Istituto di Chimica (Prof. Orazio Attanasi) dell’ateneo marchigiano, cui dovrebbe finire in dono il microscopio di Nanodiagnostics.

Beppe Grillo, il Masaniello ligure, è nel frattempo scomparso. Non si occupa più di nanopatologie e sul proprio democratico blog censura gli interventi sull’argomento e sulla coppia Gatti/Montanari. Strano visto che proprio lui, all’epoca dei suoi show cui invitava come divulgatore scientifico il dottor Montanari, tuonava in difesa della vera ricerca scientifica capace di smascherare gli intrallazzi dell’imprenditoria che mira solo al profitto in barba alla salute e agli interessi della collettività.
Strano anche l’atteggiamento della Onlus Carlo Bortolani la cui presidentessa, Marina Bortolani, che oggi giustifica la decisione unilaterale di ‘donare’ il microscopio all’Università di Urbino accusando Nanodiagnostics di non utilizzare lo strumento per i fini indicati dalla sottoscrizione popolare, abbia sempre evitato di rispondere ai continui inviti telefonici, per mail, addirittura tramite raccomandata del dottor Montanari per verificare di persona cosa avvenga nei locali di Via Enrico Fermi l/1.
Strano che la signora Bortolani, dopo aver definito sul proprio blog la Onlus dedicata alla memoria del padre, un semplice “collettore della raccolta fondi per l’acquisto del microscopio”, oggi si erga a titolare di un diritto che per statuto (all’articolo 4, ndr) spetta unicamente alla dottoressa Gatti: è la dottoressa l’unica figura che può decidere ubicazione e utilizzo del microscopio.
Strano che la Onlus Bortolani abbia prima aperto il conto dove far confluire i proventi della raccolta fondi alla banca Etica, salvo poi, improvvisamente e misteriosamente, trasferirlo alla Unipol; senza mai consentire alla coppia Gatti/Montanari la visione di un bilancio o di un estratto contabile.
Anche in questo caso il dottor Montanari fa ammenda per la propria “ingenuità”:
“Se avessi immaginato l’epilogo, non mi sarei mai lasciato sfuggire quel giorno a pranzo con Beppe Grillo e con il giornalista Matteo Incerti (Resto del Carlino) che era stato invitato e si era presentato con questa sua amica (la signora Bortolani, ndr) che preferivo, per trasparenza e pulizia morale, affidare i proventi della raccolta ad una onlus…”.
Strano anche constatare che la bufera contro Nanodiagnostics , per pura coincidenza, sia cominciata dalla fine del 2008 quando l’ingenuo maratoneta Montanari, era reduce dalla candidatura ad aspirante premier (alle elezioni politiche di aprile) nella lista civica Per il Bene Comune: un potenziale presidente del consiglio (boicottato da tutti i media nazionali, in barba ai diritti costituzionali e all’ipocrita par condicio, ndr) che nel proprio programma condannava in modo esplicito le grandi opere, tutte altamente inquinanti ma che prevedono commesse miliardarie per chi si aggiudica gli appalti.

Intanto, la sorte del microscopio resta in un limbo, affidato ad un ente astratto come l’Università pubblica di Urbino (all’epoca della raccolta fondi era privata, ndr) che non ha ancora chiarito “il progetto scientifico legato all’utilizzo dello strumento”. Insomma, un microscopio che alla Nanodiagnostics lavora 340 giorni all’anno, spesso anche di notte e che nelle Marche rischia di finire coperto di polvere e ragnatele.
Ma se, alla fine, l’Esem cambiasse davvero sede, ci sarebbe “un piano B”. E anche “un piano C”, annuncia con un sorriso misterioso l’avvocato Canafoglia. E' lo stesso Montanari a fugare le ipotesi, a qualcuno gradite, di un esilio all'estero: "Mia moglie ogni tanto propone questa soluzione. Ma per me avrebbe il sapore di una sconfitta. No, il campo di battaglia è questo e vogliamo vincere qui".

Strano paese l’Italia. Riconosce gli effetti patogeni delle nanoparticelle sui militari e sui civili in zone di guerra, ma non sui propri cittadini entro i confini nazionali; nega e ostacola la ricerca scientifica che tutela il diritto alla salute e alla salvaguardia ambientale.
Forse perché i diritti costituzionali di 60 milioni di persone non devono disturbare gli interessi privati di qualche centinaio di ‘grandi imprenditori e capitani d’industria’.

FINCHE' C'E' ENI, CI SARA' ENERGIA...
post pubblicato in Società&Politica, il 30 giugno 2009

Una promessa o una minaccia? La frase è una citazione da uno spot Eni del 1989. Nel frattempo, la società fondata dal corruttore onesto Mattei non ha mai smesso di fare danni, in Italia e nel mondo. Eppure gli agnostici investitori italiani, ottenebrati dall’ignoranza e da aggressive campagne di marketing, premiano il mostriciattolo a sei zampe esaurendo a tempo di record il bond da 2 miliardi di euro. Per la gioia dell’eroico ad Scaroni

 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 Potenza di uno spot e tanta ignoranza. Eni chiude addirittura in anticipo la collocazione sul mercato italiano del bond da due miliardi di euro.
 
Lo spot. Massimo Ghini, volto ‘televisivo’ di Mattei, esce da una casa mostrando il simbolo dell’Eni stampato su un foglio bianco e con voce stentorea comincia il racconto: “Il sogno di Mattei era dare energia agli italiani”. Poi comincia un percorso idilliaco nel fantastico mondo Eni: passa davanti a degli scogli che delimitano un mare sfortunato nel quale in lontananza, mentre il sole sorge (o si affonda nelle onde, per lo sconforto), si staglia l’imponente sagoma di una piattaforma petrolifera. L’attore romano intanto ci dice: “Oggi quel sogno si chiama Eni, la più grande compagnia energetica italiana, presente nel mondo in oltre 70 paesi”. Breve pausa, Ghini passa davanti alla ricostruzione in studio di un candido ambiente familiare (quasi da Mulino Bianco, tanto per rimanere nell’incantato paese delle ipocrisie) e sussurra, accompagnando con gesto aulico: “E anche nella tua vita”.
Rapido passaggio ad un ambiente urbano notturno con vista su distributore di benzina Agip e Ghini, impietoso, incalza: “Un’azienda che guarda al futuro e investe nella ricerca per darti un’energia sempre più sostenibile...”.
Intanto, compare un poveraccio che con una cima nodosa trascina l’ultimo fondale dello spot (un campo con montagne alle spalle, dalle quali il benedetto sole tenta ancora di sorgere), Ghini ci guarda negli occhi e sfoderando il sorriso dell’uomo autorevole, che guarda con fiducia al domani e a cui affideresti la tua vita in caso di pericolo imminente, conclude la sua markettata pro Eni: “... E per continuare a crescere, insieme a te. Per questo oggi Eni ti offre le sue obbligazioni. Rimetti in circolo l’energia”.
 
L’offerta era valida dal 15 giugno al 3 luglio, ma come detto, le obbligazioni sono state letteralmente ‘ingurgitate’ dai risparmiatori italiani. Addirittura, a fronte di un bond pari a 2 miliardi di euro, la richiesta è stata stimata prossima ai 6 miliardi. Un successone, però...
 
Però, quanti tra gli investitori italici sono realmente a conoscenza di cosa sia Eni? Quanti si sono lasciati abbindolare dal marchio, dalle intrusive e persuasive reclame, dagli inviti pressanti e mediatici del governo ad essere ottimisti e a rimettere in moto l’economia (con consumi e investimenti. Resta il dubbio: ma se uno i soldi non li ha, li stampa come facevano Totò e Peppino nella ‘Banda degli onesti’?), senza capire e sapere in quale azienda hanno realmente investito i propri risparmi?
 
Il sogno di Mattei. Un uomo ambizioso, con intuizioni sicuramente notevoli nel campo del business, capace, pur di raggiungere i propri obiettivi, di scendere a compromessi (quelli di cui parlano sempre i dirigenti o gli stipendiati Eni, quando qualcuno fa notare i danni correlati all’estrazione e alla lavorazione del petrolio) con il potere o i potenti di turno. Non a caso, aderì al partito fascista.
Salvò l’Agip dal fallimento e la fece diventare una pietra fondamentale dell’Eni.
Le perforazioni petrolifere nella pianura padana non sono una tragica invenzione di oggi, ma una sua idea; la rete di gasdotti che attraversa il sismico suolo italiano è un suo progetto, l’apertura all’energia nucleare è ascrivibile sempre a lui; importanti concessioni petrolifere in Medio Oriente sono frutto della sua ‘abilità’ strategica, grazie alla quale strappò accordi commerciali addirittura all’Unione Sovietica (oggi il gas con cui arricchiamo Putin arriva fino a noi grazie al ‘tubo’ Eni).
 
Più di 70 paesi ‘godono’ dei benifici derivanti dalle attività di Eni. Non solo l’Italia (Gela, Augusta, Melilli, Priolo, Manfredonia, Falconara, la Basilicata, domani l’Abruzzo) l’elenco dei danni all’ambiente e alla salute umana è lunghissimo e si estende anche oltre i confini nazionali: Europa, Africa (accordo con l’Egitto per trivellare il Monte Sinai, Nigeria annichilita dall’inquinamento e dalla repressione violenta dei diritti umani; inutile varare campagne di restyling della propria immagine per favorire lo sviluppo socioeconomico degli agricoltori del delta del Niger, se prima costruisci infrastrutture sulle loro terre senza nemmeno chiedere permesso, se bruci l’idrogeno solforato senza nemmeno prima edificare i famigerati ‘centri oli’, ma direttamente nell’aria, se inquini fiumi e terre e distruggi ogni possibilità agricola e comprometti la salute umana), Russia, Cina, Afghanistan, Pakistan, Thailandia, India, Papuasia, Australia, America del Nord, Sud America (chiedete notizie dell’Ecuador); le bandierine del risiko espansionistico di Eni spuntano in quasi tutte le aree del globo.
 
Eni nella vita degli italiani. Tremonti & company annunciano incredibili riduzioni nelle bollette energetiche degli italiani, che però, chissà perché, continuano ad essere tra le più salate in Europa. Forse perché l’Italia non dispone attualmente di un progetto strategico relativo all’energia; intanto, il Congresso americano, pur tra divisioni e critiche, approva il piano Obama che prevede autonomia energetica grazie alle vere fonti rinnovabili (solare, eolico) e battaglia alle vecchie, inquinanti fonti fossili. Gli italiani non si fanno domande. Del resto, non pongono quesiti gli ectoplasmi che dovrebbero farlo per mestiere e deontologia, figuriamoci i proni cittadini comuni. Il commento tipico del suddito: “Se nei palazzi del potere hanno già deciso, noi non possiamo farci nulla”.
In Italia politicanti in combutta con multinazionali del petrolio spacciano alla gente la convinzione che trivellare tutto il territorio alla ricerca di gas e oro nero, costruire centrali atomiche e ‘termovalorizzatori’ sia la risposta alla nostra presunta carenza energetica.
 
Il futuro e l’energia sempre più sostenibile di Eni. Quale futuro? Quello toccato alla Basilicata, che ha creduto al miraggio di un destino di ricchezza da sceicchi arabi e si ritrova con un territorio devastato (parco della Val d’Agri inquinato per sempre, cancellata ogni coltura tipica e di qualità, niente più vino, niente fagioli Sarconi), un mercato immobiliare crollato con la gente che abbandona le case e fugge, zero turismo, un’immagine deturpata irrimediabilmente e la maglia nera nella classifica dell’economia regionale italiana.
Energia ‘più’ sostenibile? Una formula interessante, tipicamente italiota. Una forma di energia o è sostenibile, o non lo è, tertium non datur. Sostenibile, rinnovabile, non come quelle del nostro canagliesco Cip6 che recita “e/o assimilabile”.
Sostenibile con i pesci e le altre forme di vita marine che bioaccumulano mercurio? Sostenibile con l’uva (dimostrato da esperimenti scientifici degli anni ’70 nelle università californiane) che puzza di petrolio e spremuta origina un liquido nero, nauseabondo e tossico? Sostenibile come l’inquinamento che nei pressi dei pozzi scavati in Abruzzo nel 2008 in soli tre mesi è passato da basso a medio?
 
Continuare a crescere, insieme a te. Ecco il senso del lancio obbligazionario di Eni, la crescita. Naturalmente del proprio fatturato, anche se furbe formule di marketing fanno sognare ai clienti ricchezze da far impallidire Creso. Non può esserci crescita per i cittadini se l’ambiente viene annientato, se l’agricoltura è annichilita dall’inquinamento, se il turismo muore, se l’immagine del paese del sole del mare della cultura e del buon cibo viene deturpata da una fiammata che lascia nell’aria l’irrespirabile puzzo dell’idrogeno solforato, se la salute delle persone diventa una chimera.
Ancora il mito superato e fallimentare del Pil, della crescita continua e inarrestabile, la solita sporca filosofia economica che ha trascinato il Pianeta sull’orlo del collasso.
Obama aiutaci tu a rinsavire, a illuminare certe menti deteriorate.
 
Oltre il danno anche la beffa, Eni premiato “per lo sviluppo sostenibile”: il Foreign Policy Association (FPA) ha assegnato all’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, il ‘prestigioso’ (chissà perché quando si tratta di media stranieri o di associazioni con nome inglese, per i giornalisti italiani scatta in automatico l’aggettivo ‘prestigioso’) Foreign Policy Association's Corporate Social Responsibility Award.
Uffa, già la lunghezza del riconoscimento fa sospettare ad una bufala (alla diossina...); quando poi si scoprono le motivazioni del premio, la certezza diventa matematica.
Dunque, secondo questa FPA (organizzazione non-profit americana che si è posta l’obiettivo di far conoscere ai cittadini statunitensi le realtà socioeconomiche e politiche mondiali, incoraggiandoli a partecipare e contribuire ai processi di politica estera Usa) l’Eni si sarebbe distinto “nello sviluppo sostenibile e nella responsabilità sociale d’impresa”.
Dobbiamo sganasciarci dalle risate o abbandonarci ad un pianto fluviale ed inconsolabile?
Questa FPA, anche gli americani toppano di brutto, deve basarsi su fonti non troppo attendibili.
Paolo Scaroni è uno degli ‘eroi’ di Tangentopoli, uno dei martiri del giustizialismo perpetrato all’inizio degli anni ’90 dalle Toghe Rosse: arrestato per aver pagato tangenti al Psi del santo Craxi per conto della Techint, nell’ambito di un affare sulla centrale elettrica di Brindisi. Ha patteggiato davanti al Tribunale di Milano la pena di reclusione ad un anno e quattro mesi.
Poi, visto che in Italia essere condannati per tangenti non costituisce ostacolo a ricoprire ruoli in aziende pubbliche o semi-pubbliche, ecco il premio con la nomina ad amministratore delegato di Enel (presidente Piero Gnudi) su proposta del Tesoro. Addirittura il conferimento dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, firmata (ahi, caro nonno, che svista!) da Carlo Azeglio Ciampi, nell’ottobre del 2004 (governo Berlusconi; forse non per caso Scaroni detiene una piccola quota di azioni del Milan AC, grazioso omaggio del Cavaliere stesso).
Ma nel brillante curriculum di Scaroni figura anche il processo davanti al Tribunale di Adria per essere riuscito ad inquinare in modo irrimediabile il parco fluviale del Delta del Po ‘grazie’ alla centrale Enel di Porto Tolle. Sempre lui, imprenditore e manager senza macchia (d’olio) e senza paura, è fiero censore della miopia politica italiana (durante il governo Prodi, ndr) e dell’ambientalismo populista, fattori che ostacolano la realizzazione di grandi opere e soprattutto non consentono l’adeguato sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas e petrolio presenti nel sottosuolo del Belpaese. Incubo per fortuna finito grazie alle visioni energetiche rivoluzionarie di Berlusconi, Scajola e Prestigiacomo.
 
Ora, tralasciando per carità umana altri particolari, questo personaggio esporrà in bacheca il premio della FPA. Scaroni ha così commentato la notizia relativa al ‘prestigioso’ riconoscimento: “Siamo molto soddisfatti per il traguardo raggiunto. Il Foreign Policy Association's Corporate Social Responsibility Award rappresenta la prova concreta del forte impegno di Eni per la responsabilità sociale, da sempre parte integrante della nostra storia e della nostra cultura fin dai tempi di Enrico Mattei”.
 
Ah, già: Enrico Mattei, il grande corruttore dalla straordinaria onestà personale di cui sopra, paradigma perfetto degli eroi e dei simboli che storicamente piacciono alla società italiana.
 
Mattei-Scaroni-Eni, una grande storia italiana nel solco della tradizione.
 
I piccoli cittadini italiani sacrificati sull’altare della ‘modernità’ tricolore
post pubblicato in Società&Politica, il 2 giugno 2009

di Hermes Pittelli ã

 

 


 “Vergini che si offrono in pasto al Drago”, Veronica Lario, fu (nel senso di ex) signora Berlusconi, dixit.

 

A parte che di solito queste vergini non lo sono nemmeno di segno zodiacale (e complimenti per l’audacia mentale di certe vestali di 30/40 anni capaci di autodefinirsi ancora ‘showgirl’), quello che mi inorridisce davvero è vedere genitori e scuole dare in pasto i propri figli/scolari a Schifani e Berlusconi.

Accade oggi, 2 giugno, anno del Signore (ma Lui lo sa?) 2009, 63° genetliaco della Repubblica.

Forse a quei virgulti, giovani cittadini ignari del passato e del futuro, dovrebbero prima spiegare il curriculum dell’attuale presidente del Senato. Lieto di accoglierli da buon pater familias per donare loro una copia della nostra Costituzione – la nostra Legge fondamentale, quella che la cricca che lui rappresenta vorrebbe demolire – e per spiegare loro che è giunta l’ora di rendere moderno il Paese.

E qui casca l’asino, poverino. Stanlio & Ollio vedevano asini che volano nel ciel, noi forse non vedremo più questi fieri e magnifici qudrupedi; che per molti bambini moderni sono già animali leggendari inventati con molta fantasia da un certo mastro Collodi.

Come non si stanca mai di ripetere il Professor Montanari, ecco le caramelle drogate distribuite ai bimbi ai cancelli delle scuole: cresceranno già perfettamente funzionali al Potere, senza dubbi, acefali, succubi, senza alcuna velleità di conoscenza, senza impeti di ribellione e cambiamento.

 

Sì perché la ricetta di modernità declinata a la berluscones, come più volte ho ripetuto ammorbando perfino me stesso, è un trito e ritrito pasticcio di formulette ultraliberiste anni ’80: edilizia selvaggia e spietata – grazie alla quale usciremo dalla crisi! – e strategie energetiche basate su fonti in esaurimento, letali e costosissime (tranne per i pochi che ci speculano) quali petrolio, carbone, energia atomica.

 

Solo in un paese vecchio e popolato per 2/3 da vecchi ingordi e ripiegati sul proprio egoismo, un menù così sorpassato e indigesto può ancora passare per avanguardistico e rivoluzionario. Peccato che la bolla speculativa legata al mattone sia uno dei detonatori che hanno innescato l’esplosione dei mercati mondiali a partire dagli Usa, peccato che proprio gli Usa abbiano cominciato a virare rotta in modo vigoroso sulle fonti di energia ecosostenibili e rinnovabili; non quelle taroccate e truccate che sviolinano a noi ignoranti italioti.

 

Resto allibito, forse ormai solitario, forse in compagnia dei soliti quattro amici, osservando l’ennesimo trionfo personale con annesso bagno di folla del premier. Famiglie intere, mamme papà nonni zii, torpedoni di sostenitori organizzati manco si trattasse di una finale dei campionati del mondo tutti accalcati contro le transenne di via dei Fori Imperiali per gridare a Silvio: “Vai presidente! Grande presidente! Siamo tutti con te! Non mollare!”.

Una forma di adorazione e identificazione che sfugge alle mie capacità di comprensione; il dna italico che non riesce a modificare quella parte di genoma che prevede l’applauso non solo a chi ti domina concedendo un po’ di elemosina, ma anche una sorta di istintiva e automatica ‘pronitudine’, perfino gratuita, nei confronti del vincitore, del padroncino di turno.

Povero quel piccolo Francesco istigato da una pessima famiglia ad invitare al proprio compleanno nonno Silvio, commovente quel signore con i capelli bianchi sincero nella propria commozione durante la parata militare che dovrebbe celebrare i fasti “di questa nostra bella nazione”.

 

Bella? Se fosse liberata dalla propria ignoranza atavica, indotta e anche un po’ coltivata per pigrizia e ignavia congenite, forse sì.

Perché il tempo che ci resta per recuperare attività cerebrale e capacità d’azione prima di varcare il confine del non ritorno si sta riducendo in modo esponenziale.

Il cittadino medio appalude i politicanti con la scorta e l’auto blu come un tenore dopo un do di petto, come una ballerina dopo una perfetta spaccata, come un centravanti dopo il gol, ma non sa che alle sue spalle, nell’omertà di media e istituzioni, gli stanno comprimendo i diritti, restringendo la democrazia, svendendo e distruggendo la sua terra.

La deriva petrolifera procede spedita: in Basilicata, in Sicilia, in Abruzzo, nelle Marche.

Trivellare il terreno e i fondali marini non solo aumenta il rischio sismico, ma produce, di sicuro, inquinamento e avvelenamento dell’ecosistema. Oltre a tutti i danni alla salute degli esseri umani.

Non è un problema che riguarda altri, non è un problema che risolverà qualcuno. E’ una catastrofe che ci coinvolge, tutti, in prima persona.

Il menefreghismo italiano è l’ottavo vizio capitale. Lo pagheremo sulla nostra pelle, senza distinzioni di razza, censo e convinzioni politiche. Non ci sarà una Lega a dirci che è colpa degli immigrati, non ci sarà un napoleoncino a dirci che è solo una psicosi inventata dalla sinistra.

 

Diremo addio ai frutti di mare, alla frittura di paranza, al parmigiano, alle mozzarelle di bufala, ai pomodori pachino, ad ogni incredibile varietà di prodotto caseario, vitivinicolo, agricolo, alimentare che la divina biodiversità italica riesce ancora a concederci per allietare il nostro palato e la nostra vita; biodiversità che in simbiosi con il nostro unico patrimonio artistico e culturale genera, tra l’altro (meglio sottolinearlo per i cultori del profitto), un ciclo economico florido e vantaggioso per il Paese.

 

Estrarre e raffinare petrolio nelle nostre Regioni è follia criminale e solo questo governo (Berlusconi, Scajola, Prestigiacomo, Bertolaso) in combutta con le multinazionali dell’oro nero potevano concepire una strategia capace di ingrassare i soliti noti e andare a discapito della collettività: in modo irreversibile.

Con il petrolio, non solo non risolviamo la nostra presunta penuria energetica, ma, come detto, distruggiamo l’agricoltura, l’ambiente, il turismo, la Salute di ognuno di noi.

 

Leggete come ‘pensa’ un petroliere, leggete del rischio mortale che corrono l’Abruzzo e le Marche.

Dei disastri e dei misfatti perpetrati dai petrolchimici in combutta con laidi amministratori locali in Sicilia, Puglia e Basilicata avete già sentito qualcosa.

La Terra è sull’orlo del collasso ambientale, sconvolta da mutamenti climatici inauditi e le multinazionali quale contributo offrono? Trivellare l’Italia, trivellare l’Alaska in cerca del solito famigerato maledetto petrolio e deforestare completamente il polmone del pianeta, l’Amazzonia. Alaska e Amazzonia non sono realtà ‘aliene’, sono parte integrante della congiura planetaria che cinici ma idioti business men (dispongono di astronavi e di un pianeta alternativo?) stanno perpetrando contro l’intera umanità. Dovremmo tutti lottare per salvare l’Abruzzo, la Sicilia, le Marche quanto l’Alaska e l’Amazzonia.

 

I terroristi adoratori del petrolio sono quelli che considerano i diritti umani un intralcio ai loro business plan, quelli che sognano i parlamenti ridotti a consigli d’amministrazione dove collocare i propri galoppini, sono quelli che invocano la modernità, quelli che bramano il depotenziamento delle istituzioni, delle formazioni, delle dinamiche democratiche; sono quelli che trasformano, nel silenzio (quindi, nella complicità) della maggioranza ‘perbene’ e ‘bene-pensante’, gli ultimi del globo in automi schiavi peggio di quelli di Metropolis: costretti a lavorare fino alla morte (unico grande premio da sognare) per un pugno di riso al giorno.

 

Suvvia, con il vessillo tricolore in una mano e i nostri figli nell’altra, conduciamoli al sacrificio sull’altare della modernità: lasciamoli in balia del politicume italiano, quello che li ucciderà con inceneritori, raffinerie, centrali nucleari.

Poi non ci sarà alcun dio, sondaggio, tribunale o prescrizione in grado di garantirci salvezza, impunità e redenzione.

 

 

Tre ‘allegri’ Operai morti alla Saras dei Moratti
post pubblicato in Società&Politica, il 26 maggio 2009


(foto di Vale, tratta da Flickr. Grazie!)


L’industria petrolifera colpisce ancora. Poi vengono accusati i ‘pazzi’ che segnalano su basi scientifiche i rischi per la salute e per l’ambiente legati alla raffinazione, all’estrazione, agli inceneritori, alle centrali nucleari. Intanto, le tragiche fatalità si susseguono.
Ora un po’ di lacrime davanti alle telecamere, poi avanti tutta con i piani criminali di questa politica collusa con la cricca imprenditoriale che avvelena il Paese.
E i cittadini prima di svegliarsi quanti lutti riusciranno ancora a sopportare?

L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
(Articolo 41 Costituzione della Repubblica)


di Hermes Pittelli ã


 Tre morti a Sarroch, nella raffineria Saras della famiglia Moratti.
Tre operai di 26, 27, 52 anni, uccisi probabilmente dall’anidride solforosa, visto che ‘l’incidente’ è avvenuto in una cisterna di desolforazione.
Hanno tentato di salvarsi a vicenda.
Già, in una di quelle macchine di morte e distruzione che in Abruzzo l’Eni chiama furbescamente centri oli con la collusione di amministratori locali e disinformazione prezzolata.
La famiglia Moratti esprime profondo cordoglio per la tragedia. Naturalmente.
Forse la famiglia Moratti dovrebbe investire qualche euro in più sulla sicurezza invece che buttare milioni per la squadra di calcio. Gli operai di Sarroch rischiano costantemente la vita per 900 euro al mese, ma i Moratti si preoccupano di allungare e rimpinguare i contratti da nababbi di Mourinho e Ibrahimovic.
In fondo, i 1000 operai della raffineria più grande d’Europa e la popolazione di Sarroch non servono a vincere gli scudetti.

Chissà quanti lutti dovremo ancora registrare, quante ‘fatalità’ legate all’industria del petrolio, quanti feti malformati, quanti bambini che nascono già malati, quante persone che si ammalano di cancro e leucemia, quante falde acquifere avvelenate, quanti territori contaminati saremo in grado di tollerare prima di scendere tutti in piazza per dire un No definitivo a questa banda di sfruttatori e assassini: politici, ‘grandi’ imprenditori, scienziati incompetenti corrotti, pennivendoli prezzolati.

Da giorni, La Repubblica, ci scassa le sfere recitando la parte dell’informazione libera e corrosiva, solo per le 10 domande a Berlusconi sull’affaire Noemi. Buffonate, polverone mediatico, inutile ciarpame truccato da giornalismo. Quando faranno le inchieste sui danni alla salute e sulla distruzione ambientale legata a ‘centri oli’ e ‘termovalorizzatori’? Quando inchioderanno alle loro criminali responsabilità manovratori nella stanza dei bottoni e presunti industriali?
Di grandi fratelli, veline e isole degli sconosciuti non ce ne frega niente.

Ieri Bersani (Pd) alla presentazione di un libro scritto da un ex consigliere Rai, ha sollecitato i giornalisti ad assumersi le proprie responsabilità, a non limitarsi a fungere da ‘porta-microfono’ sotto il naso dei politici. Serena Dandini ha spezzato una lancia a favore ‘di chi tiene famiglia’ e quindi non ha tempra eroica; Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, ha rammentato che in casa Rai l’unico presidente recente con schiena dritta e dignità risponde al nome di Lucia Annunziata: certo, schiena dritta nell’incassare i soldi dell’Eni.

Come dice il mio amico Lorenzo Luciano, ingegnere giornalista (Lui sì, merita questa qualifica!), “Le cose accadono”. Forse avete letto qualcosa in proposito sul suo blog, o su questo, o su quello della grande Scienziata Maria Rita D’Orsogna.
Le cose accadono anche perché noi cittadini siamo ormai inerti, totalmente passivi. Siamo ormai convinti, dopo solo poco più di mezzo secolo di agiatezze repubblicane, che la democrazia sia un bel pacco regalo sempre a disposizione, che la democrazia sia concentrata in quella croce (quella dei defunti per la nostra ignavia?) che andiamo a vergare, magari anche un po’ contrariati, in 30 secondi ad ogni estate tra una gita al mare e una granatina al limone.
Siamo convinti che la libertà e i diritti siano concessi dal cielo e nessuno possa più sottrarli alla nostra disponibilità, siamo convinti che libertà e democrazia consistano nel demandare totalmente ogni scelta ed ogni azione a quegli inutili e perfetti buffoni, arroganti cialtroni, sporchi banditi in giacca e cravatta chiamati ‘politici’.

Oggi ci troviamo a versare lacrime nere di petrolio. Oggi la Cgil accusa che quel maledetto serbatoio non era stato bonificato. Oggi si sveglia perfino quella carica ‘pletorica’, come direbbe qualcuno, del presidente della Repubblica, proprio lui che dovrebbe essere il Garante dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Oggi l’Inail alza la voce per dire: “Negli ultimi due anni 18 morti nelle cisterne”.

Tutte tragiche fatalità, appunto, come da sempre sostiene l’Eni.

Oggi qualcuno dovrebbe vedersi il lungometraggio di Mazzotta intitolato Oil, documentario sulle nefandezze della Saras, censurato da Sky e finito nel mirino dei legali della potente famiglia Moratti, reo di infangare l’immagine della stirpe petrolifera.
Gli operai muoiono, la natura viene annichilita e loro si preoccupano dei danni all’immagine.

Sarà facile, passato il clamore mediatico dei primi giorni – perché passa sempre – accumulare la polvere della vergogna sotto un qualche rabberciato tappeto sempre pronto all’uso; sarà facile per gli amministratori locali supportati dai soloni romani che intrallazzano con i fabbricanti di morte gettare discredito sui pochi ‘pazzi’ che, su basi scientifiche, tentano di avvisare popolazioni in letargo delle minacce ambientali e per la loro salute che corrono grazie alle attuali strategie del Paese.

Tutti i fantocci istituzionali ora faranno a gara per allestire passerelle con telecamere davanti alla Saras. Ora qualcuno proporrà di riportare il G8 in Sardegna.

Mentre tutti questi criminali ipocriti chiedono minuti di silenzio in memoriam, forse è necessario che per onorare davvero la memoria di queste vittime si cominci e ricominci a gridare, che la gente scenda in piazza e urli il proprio sdegno, la propria rabbia, si riprenda diritti e doveri.

Spero che gli altri operai si ribellino quando vedranno i Moratti spargere stomachevoli lacrime di coccodrillo; spero che tutta la popolazione di Sarroch cacci il sindaco Mauro Cois, tipico prodotto politicante italico, capace di proclamare due giorni fa: “Siamo felici e c’è la salute a Sarroch”.
Lo stesso losco personaggio che con tracotanza si vanta di non invidiare le località sarde che prosperano con il turismo e curano l’ambiente.
Uguale al sindaco di Corropoli (Valvibrata, Teramo; Abruzzo), capace di dire con faccia da schiaffi al cospetto di Maria Rita D’Orsogna che è necessario trovare compromessi tra lo sviluppo economico e la tutela della salute dei cittadini.
Uguali a tanti, troppi detentori di potere in questo martoriato ex Belpaese.

Spero che in Abruzzo, finalmente, tutta la gente faccia come negli anni 70, ritrovi coscienza civile e coraggio e scenda in piazza per rifiutare una volta per tutte la petrolizzazione folle della propria Terra. Spero lo facciano una buona volta tutti gli italiani. A proposito, a Corropoli le firme per la petizione contro i ‘centri oli’, oltre che dagli encomiabili comitati civici, sono raccolte da operai marocchini di fede musulmana, quelli che vogliamo ributtare a mare, quelli che non riconosciamo come cittadini.

E’ troppo comodo seppellire sempre ogni colpa, ogni volta, sotto una coltre invalicabile di silenzio.

Il Paese sta morendo per colpa del silenzio mafioso che cala sulle decisioni strategiche (vero Berlusconi? vero Scajola? vero Prestigiacomo? vero Brunetta? vero Bertolaso? vero Veronesi?) che riguardano il futuro dell’Italia, un futuro che tra inceneritori, raffinerie e centrali nucleari non vedrà mai la propria alba.


Fonti e approfondimenti
:
Maria Rita D’Orsogna, Corriere della Sera, La Repubblica, La Nuova Sardegna

Scienza italiana pro inceneritori: “Lasciate che i pargoli vengano a me”
post pubblicato in Società&Politica, il 18 maggio 2009

Quando la ‘cultura scientifica’ si allea con la ‘politica ambientale’ che fa costruire gli inceneritori mortali. Il caso del Museo Leonardo di Milano



“... che possa esser nocivo? qualcuno ha un po’ paura. né zolfo, né diossine, l’Arpa ce l’assicura! E il frutto del vapore? Voi già lo sapevate, è avere un bel calduccio e luci illuminate ...”
(Filastrocca per bambini, filastrocca pro inceneritore Silla 2 nella foto. Filastrocca presente sui pannelli del Museo della Scienza e Tecnologia Leonardo di Milano)

Documento dell’Arpa di Torino sull’incidenza tumorale nelle aree vicine ad un inceneritore.


di Hermes Pittelli ã

 In Italia ci lamentiamo e versiamo lacrime di coccodrillo per la morte della cultura scientifica e per la cronica carenza di fondi da destinare alla ricerca.

Ma bisognerebbe anche distinguere tra scienziati veri, onesti ed incorruttibili (la professoressa Gatti, il professor Montanari, la professoressa Maria Rita D’Orsogna emigrata, beata lei e poveri noi, in California.
Una precisazione: non curo la loro immagine, né il loro ufficio stampa. Non ne hanno bisogno: LAVORANO secondo etica e deontologia) e altri, lieti di servire ‘la ragion di Stato’ e indottrinare le masse con nozioni false e fuorvianti; dietro lauto compenso e grande visibilità mediatica.

Ancora più terribile quando vittime di queste strategie criminali sono i bambini e i giovani studenti delle scuole primarie e secondarie, i nostri figli, le generazioni di futuri cittadini, le leve del domani, se un domani sarà lasciato loro.

Il Museo Leonardo di Milano (http://www.museoscienza.org/), museo della scienza e della tecnologia, realizza in collaborazione con Amsa (http://www.amsa.it/) società del gruppo A2A (http://www.a2a.eu/gruppo/cms/a2a/, nato dalla fusione tra la municipalizzata di Brescia e quella ambrosiana e quotato a Piazza Affari) che gestisce raccolta e smaltimento rifiuti nel capoluogo lombardo, progetti con le scuole per divulgare amore per il sapere scientifico tra le giovani menti in formazione. Un intento nobile, che si distingue tra la miriade di progetti e attività che caratterizzano l’attivissimo museo scientifico meneghino, il più grande d’Italia.

Peccato che all’interno della sezione museale riservata al ciclo dei rifiuti siano stati allestiti dei pannelli che recano una raccapricciante e sconvolgente filastrocca pro inceneritore (nel caso specifico, l’impianto milanese Silla2, riprodotto con un plastico da far invidia a Bruno Vespa):

http://www.youtube.com/watch?v=BidcrAHRUCQ

Dunque, bisogna dare ragione una volta di più al professor Montanari quando parla di caramelle drogate distribuite ai bambini fuori dalle scuole per renderli da subito cittadini arrendevoli e manipolabili.

Spulciando, senza nemmeno troppo affanno, si scoprono notizie interessanti: Amsa gestisce l’impianto di ‘termovalorizzazione’ Silla 2 quello decantato nella idilliaca filastrocca e che viene fatto visitare ai bambini delle scuole, quello che esibisce report settimanali sulle emissioni in atmosfera con valori immacolati, ampiamente al di sotto dei limiti stabiliti dalla Legge (qui un esempio: http://www.amsa.it/emissioni/Riepilogo.htm); ma come dice il Professor Montanari, “stabilito dalla Legge, non significa tollerabile dall’organismo”.

Amsa, come abbiamo visto, è una società del gruppo a2a spa, gruppo che si occupa di produzione, distribuzione e vendita di energia elettrica, di distribuzione e vendita di gas, di produzione distribuzione e vendita di calore attraverso reti di teleriscaldamento, di gestione dei rifiuti, di gestione del ciclo idrico integrato; con un giro di affari sui 5.000 milioni di euro per un utile netto di circa 521.

Una società recente, la cui genesi non è priva di ombre, soprattutto per un’anomala proliferazione di poltrone e incarichi, tutti remunerati, quindi piuttosto costosi (Fonte Il sole 24 ore, mica il Manifesto).

La a2a controlla, tra le altre (circa una sessantina, come in un gioco di matrioske), anche Partenope Ambiente (la stessa che non era riuscita ad arginare l’emergenza rifiuti in Campania e che anzi aveva contribuito a crearla) la società che gestisce il glorioso impianto di Acerra, che ancora non funziona, ma gode dei benefici del truffaldino Cip6.

Il premier Berlusconi in persona si è congratulato con il presidente del Consiglio di Gestione di A2A, Giuliano Zuccoli, per essersi aggiudicato l’appalto relativo al ‘termoutilizzatore’ modello, che secondo Bertolaso, capo della Protezione civile, dovrebbe fungere da apripista per i gemelli di Napoli, Santa Maria La Fossa (speriamo nel frattempo, di non finirci tutti, in una fossa) e Salerno.

E il cerchio si chiude, o meglio quadra: per i soliti noti.

La Repubblica ha rivolto 10 domande a Berlusconi sull’affaire Noemi; io, con molta più modestia, mi sono limitato ad inviare una piccola intervista al direttore del Museo Leonardo, Fiorenzo Galli (qui il suo curriculum vitae). Berlusconi non ha risposto a La Repubblica, il direttore del Leonardo, al momento, non ha risposto ai miei quesiti.

Pubblico l’intervista lasciando gli spazi vuoti, sperando che prima o poi, sia possibile colmarli con le risposte.

1) Gentile Direttore. Immagino sia padre di famiglia, immagino sia stato bambino anche Lei, immagino che anche per Lei non esista al mondo nulla di più importante della salute e della serenità dei bambini. Dunque, può spiegare per quale motivo all’interno del museo Leonardo da Lei diretto esiste un pannello con una terribile filastrocca pro’inceneritori? Ci rassicuri, ci dica che è stata una svista e che il pannello sarà rimosso, visto che il museo prevede progetti e visite da parte di giovani, ingenui, ignari studenti delle scuole primarie e secondarie.

R.

2) Come è possibile collaborare con la Società Amsa che organizza visite guidate delle scuole all’inceneritore Silla2? Come è possibile far credere ai dei bambini, cittadini del domani e risorsa del futuro del Paese, che bruciando tonnellate di rifiuti si ottenga fresca e salubre aria di montagna?

R.

3) Lei è laureato in politica economica e finanziaria, quindi forse non sa che in questi impianti, definiti con ipocrisia ‘termovalorizzatori’, finiscono sostanze nocive che sottoposte a combustione a temperature elevatissime originano altre sostanze e nanoparticelle ancora più pericolose e letali, responsabili di patologie cancerogene, in grado di causare la malformazione dei feti umani, in grado di devastare l’ambiente, inquinando falde aquifere e coltivazioni?
Se non crede a me può rivolgersi ai massimi esperti nel campo, Professoressa Gatti e Professor Montanari, che spiegheranno in modo esauriente che chimica, fisica e tossicologia non sono materie opinabili o da sondaggio su qualche rotocalco patinato con velleità d’informazione pseudoscientifica.

R.

4) Quindi, Le richiedo, dopo opportuna documentazione e verifica, se intende mutare la filosofia che ha ispirato la vergognosa esposizione della macabra filastrocca.

R.

5) Non basta, come fa Amsa, dipingere i propri camion di verde, mettere sul proprio sito foto di fiori e bambini sorridenti e parlare a vanvera di sostenibilità ambientale, per essere reali paladini dell’Ambiente. Le rivolgo, esimio Direttore, un’ultima domanda: Lei farebbe crescere i suoi figli in un territorio che affida lo smaltimento dei rifiuti agli inceneritori o che trivella anarchicamente il sottosuolo e le coste alla ricerca di improbabili eldorado petroliferi liberando nell’aria sostanze altamente tossiche in grado di deteriorare il Dna umano?

Direttore, La prego di rispondere. Se non a me, a coloro che mi leggono, almeno alla Sua coscienza.

Cordiali saluti (e salute).

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