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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Canne, la disfatta che si tramutò nella più grande vittoria di Roma
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 15 settembre 2017


Il professor Gian Antonio Collaoni, presidente dell'Associazione Atene e Roma, introduce il professor Giovanni Brizzi, docente di storia militare antica.



testo e foto di Hermes Pittelli ©

 Canne, piana dell’Ofanto. Anno 216 avanti Cristo. Battaglia campale tra le legioni di Roma e l’esercito cartaginese comandato da Annibale, il più grande stratega militare dell’antichità, superiore anche ad Alessandro Magno.

Con accorgimenti magistrali, Annibale infligge ai nostri antenati, non solo una sconfitta, ma un’autentica, sanguinosa, tragica disfatta: sul terreno restano 50.000 caduti; trucidati nell’arco di un solo giorno. Tanti quanti furono i soldati americani uccisi durante gli anni della guerra in Vietnam (1964 – 1975), per capire le proporzioni.

Il professor Giovanni Brizzi, docente dell’università di Bologna con trascorsi alla Sorbona di Parigi, storico militare dell’antichità - “Perché la storia dell’antichità classica, di fatto, è una storia di conflitti, quasi senza soluzione di continuità; la guerra era consustanziale alla società, alla politica, perfino alla cultura” - , racconta e spiega nel suo più recente saggio, come solo una grande civiltà come quella romana, avrebbe potuto trasformare un annientamento, nei pilastri del futuro, grande impero, durato fino al 476 d.C.

Roma aveva poco in comune con le città stato di tradizione ellenistica; per le quali, chi giungeva da fuori, era un barbaro, una persona che balbettava, perché parlava poco e male il greco. Le milizie erano composte da mercenari; ma un esercito composto da mercenari si può rinnovare e diventa attrattivo, solo se vince con frequenza le battaglie”.

Differenze così marcate che lo stesso Annibale, nonostante fosse un genio militare, giunto in Italia imbevuto di cultura e studi greci, non percepì, trascurando le peculiarità dei suoi nemici.

Alle popolazioni del centro Italia, si presentò nei panni del liberatore dall’opprimente giogo di Roma, ma quelle genti lo ripagarono con sguardi tra l’incredulità e lo scherno.

Nell’antica Roma, il soldato dell’esercito è prima di tutto civis, cittadino a tutti gli effetti, si sente ed è parte integrante della Città eterna.

La battaglia di Canne dunque è un evento tragico che si incide nel dna di Roma, come e più della stessa sconfitta dell’Allia, quando la capitale fu addirittura invasa e conquistata.

Il metus, la paura si insinua nelle fibre della civiltà romana: un sentimento che attanaglia nel profondo l’animo dei Romani, spingendoli a incendiare tutte le flotte del Mediterraneo e inducendoli per mezzo secolo a non conquistare più nuovi territori.

Anche perché Annibale e il suo esercito restano a presidiare il territorio italiano, convincendo il Meridione e Capua (Gli ozii di Capua, ndr) a ribellarsi all’autorità e al dominio di Roma.

L’Italia tirrenica però resta fedele all’antico alleato e tutore; decenni di meticolose alleanze e cooptazioni tramite matrimoni combinati tra i rappresentanti della nobiltà romana e quelli delle famiglie più importanti del centro italico, resistono a ogni tentazione, a ogni blandizie. 

In Senato, seduti gli uni accanto agli altri, figurano Etruschi, Latini, Sabini, Volsci, Campani.

Roma decide di attuare il tumultus, richiamare i riservisti, arruolare ogni uomo disponibile (anche criminali e schiavi, ndr): in due anni ha perso 100.000 soldati, un terzo esatto dell’intera popolazione maschile. Un colpo quasi letale per una società basata sulla figura virile baricentro di ogni attività fondamentale.

Roma, disorientata dalla tattica di Annibale a Canne, il celeberrimo schieramento a mezza luna con i reparti più forti e meglio armati schierati sulle ali (per poi chiudersi a tenaglia sulle legioni che avanzavano compatte verso il centro), non si arrende. Il nemico cartaginese decide di non attaccarla direttamente, forse convinto che logorata da questa disfatta e dai timori, decida prima o poi per la resa totale.

Questo non accade, Roma opta per la regola di Fabio Massimo: piccole azioni di guerriglia, rapide incursioni per fiaccare la consistenza, ma anche il morale dell’esercito cartaginese; 

Roma non cede le armi (“combatte fino alla morte, piuttosto”), ma non accetta più di confrontarsi in battaglia campale contro Annibale (“un suicidio”), conscia della superiorità del condottiero africano, consapevole però che gli altri generali cartaginesi, non sono altrettanto sagaci e preparati.

L’imperatore Claudio sosteneva che il vero motivo della caduta degli antichi imperi precedenti, di Sparta e di Atene, andasse cercato “nella mancata integrazione degli alienigeni”, degli stranieri, di coloro non nativi sul sacro suolo della madre patria. Per questo, Roma è maestra di integrazione: concede ai popoli non romani di origine, libertà di culto e di lingua, non impone tributi vessatori, ma solo costanti e certi, di sicuro pretende obbedienza alla propria autorità; in caso contrario, “puoi trovarti il mattino successivo con le legioni che bussano vigorosamente alle tue porte o, in alternativa, a esibirti con i leoni in mezzo al Colosseo”.

Insomma, una sorta di imperio illuminato e per l’epoca tollerante.

Così, dopo la tragica disfatta di Canne, Roma, con pazienza, tetragona nel perseguire la propria etica arcaica e cavalleresca, rinasce dalle proprie ceneri e anche dai propri errori.

In pochi anni, ricostruisce l’esercito e riesce a mobilitare 28 nuove legioni.

Con umiltà, apprende da Annibale. Il cartaginese è una sorta di Ulisse africano.

Mens, mente, deriva dalla stessa radice etimologica di mentire e mendacio.

I Romani imparano dal grande nemico ad applicare l’astuzia alla strategia militare.

Alla fine, sarà proprio Annibale, nonostante la sua celebrata genialità strategica, a doversi rassegnare alla sconfitta, dopo la battaglia di Zama del 202 a. C. combattuta nei pressi di Cartagine (quella che valse al generale romano Scipione, l’appellativo onorifico di ‘l’Africano’, ndr).

Annibale lo Stratega, colui che aveva umiliato le legioni romane, non aveva compreso che Roma non era una potentissima, agguerrita città stato, come quelle studiate in gioventù, ma si trattava di un organismo più ampio e complesso, in grado di modificare se stesso e i propri consolidati meccanismi militari, restando però sempre fedele allo spirito fondativo originario

Cartoon Heroes, il Collettivo dei Sogni e della Fantasia
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 23 dicembre 2013

Come da tradizione, il Natale arriva sulle note e con le voci delle Eroine e degli Eroi che continuano a far sognare intere generazioni di italiani. Ancora una volta all'Auditorium di Roma, si compie la magia degli Anime nipponici.

 



di Hermes Pittelli @

 

moderni cantastorie si chiamano Cartoon Heroes.

Sono coloro che narrano, cantano e spesso danno voce alle Eroine e agli Eroi contemporanei.

Del resto, non esisterebbe epica degli eroi, se non esistessero i cantori e i narratori “delle donne, dei cavallier, dell'arme, degli amori, delle cortesie, dell'audaci imprese”.

Sono gli eredi di Omero e di Ariosto, tanto per citare due illustri e inconsapevoli predecessori…

Un viaggio nella Fantasia, in mondi fantastici e avventurosi, un percorso che comincia con un doveroso omaggio a Jimmy Fontana, grazie alle note suonate al pianoforte dal figlio Luigi. Un omaggio a chi, dall’inizio degli anni ’70, ha creato il filone della musica per ragazzi. Un’etichetta banale e fuorviante.

Anche Emilio Salgari per decenni fu bollato con il marchio d’infamia di scrittore per ragazzi, come fosse una lettera scarlatta per additare un autore di letteratura minore e trascurabile.

Errore grossolano: esiste solo una discriminante, quella tra buona e cattiva letteratura; lo stesso principio vale in campo musicale.

Un brano leggendario come Ci vuole un fiore, testo di Gianni Rodari e arrangiamento del futuro premio Oscar Luis Bacalov, musicato e interpretato nel 1974 da Sergio Endrigo e dal Coro dei nostri figli può essere liquidato come canzoncina per bambini?

La risposta, come  diceva il Filosofo, sgorga spontanea.

Quindi, è ancora più bello riascoltare oggi tra i Cartoon Heroes le gemelle ManuelaMaura Cenciarelli, all’epoca bimbe arruolate nel Coro, che sono la personificazione dell’invisibile fil rouge intergenerazionale che ci permette di viaggiare attraverso le stagioni della musica ‘animata’.

Mirko Fabbreschi, Capitan Fotonik, fondatore del gruppo Raggi Fotonici (non solo cover, ma cartoon band in servizio permanente effettivo), ideatore di Gente di Cartoonia e vero motore e cuore di questo incredibile collettivo dei Sogni e della Fantasia. Accanto a lui, Laura Salamone e Dario Sgrò. Un progetto che solo un uomo con un cuore di bambino avrebbe potuto realizzare: formare un collettivo di musicisti, ma anche di artisti e doppiatori che dagli anni ’70 in poi hanno caratterizzato con la propria creatività e le proprie voci gli Eroi dei disegni animati e anche quelli del grande schermo.

Ancora: Claudio Maioli musicista per Battisti, Venditti, Ivan Graziani e Enzo Polito dei Pandemonium, convinto da un’intuizione di Detto Mariano, altro monumentale produttore e arrangiatore (Battisti, Celentano, Mina) a dedicarsi alle colonne sonore dei disegni animati nipponici; nacque così il Galaxy Group che inventò le sigle di Astroganga e Mazinga Z, solo per citare le più conosciute e acclamate. Sono forse figli di un dio minore?

O le scatenate e convincenti new entries, Noemi Smorra e Viviana Ullo, interpreti della nuova sigla delle Pretty Cure, capaci di commuovere la platea con un’interpretazione da brividi di Mimì e la nazionale di pallavolo.


Un racconto che si snoda attraverso la mappa tracciata dai testi e dalle voci degli eroi, cioè i doppiatori. Autentici giganti di questa arte, spesso misconosciuta in Italia. Ecco quindi Fabrizio Mazzotta (Mizar in Goldrake, Erosi n Pollon, Krusty il Clown nei Simpson), Giorgio Lopez (Zio Paperone, Re Harold in Shrek, Pat ‘Maestro Miyagi’ Morita in Karate Kid: “Metti cera, togli cera”), il figlio Gabriele Lopez (Zorro, Leonard in The big bang theory), Nino Scardina (ormai per sempre Mister X: “Uomo Tigre, morirai!”, ma per chi scrive, voce e mente caustica e corrosiva del coniglio politicamente scorretto Bugs Bunny) e Teo Bellia (Duffy Duck e He Man).

Solo così si spiega perché ogni anno all’avvicinarsi del Natale, l’Auditorium Parco della Musica di Roma si popoli, non solo di ragazzini, - questa volta in sala Petrassi (ottima anche l’organizzazione e l’assistenza tecnica affidata aiprofessionisti di Helikonia) – ma di adulti che non hanno intenzione e, soprattutto, non vogliono dimenticare le gesta e i valori di quegli Eroi. Non un mesto raduno di nostalgici, ma un ritrovo collettivo che si rinnova anno dopo anno e conferma l’esistenza ora e sempre di quell’entusiasmo e di quella energia, inesauribili. Un appuntamento per cantare e ricantare Chobin principe extra terrestre che rimbalza come una pallina da tennis, Ape Magà dalla vicenda strappa lacrime, come tutto il filone di bimbi orfani e perseguitati dal destino (Belle il cagnolone e Sebastien, per tacer di Remì e Candy Candy), il capitolo dedicato alla fantascienza con Blue Noah mare spaziale, quello degli sportivi attraverso le imprese di Mister Baseball, di Pat la ragazza del baseball, di Sugar, altro giovane orfano che vuole diventare pugile professionista come il padre scomparso (sigla ancora oggi entusiasmante e tra le più belle mai scritte in quel periodo magico), la parentesi dedicata ai mostri dal cuore umano con l’incredibile Carletto principe dei mostri, sempre più divertente, grazie all’inaffondabile e vigoroso Mauro Goldsand.

Poi, i robottoni, immancabili: Astroganga, Mazinga Z, il Grande Mazinga, in una scaletta senza soluzione di continuità e senza pause. Coraggio, volontà, amicizia, amore per la Terra, umanità, tenerezza: sono questi gli ingredienti semplici, genuini, che rendono indimenticabili e storiche le serie animate ‘per ragazzi’.

La famosa Goldrake Generation, per capirci, non si arrende, né mostra segni di cedimento; anche se oggi la geniale definizione di Marco Pellitteri forse andrebbe integrata e completata con la ‘Candy Generation’, per non sbilanciare troppo sui gusti maschili il composito e variopinto popolo degli Anime. Popolo al quale appartengono di diritto anche i Cosplay che con dedizione e perizia artigianale reinterpretano attraverso i costumi e la propria sensibilità, i protagonisti più amati dell’animazione nipponica.

Quarantenni – Donne e Uomini - scatenati che sanno a memoria i testi di tutte le sigle - inni non solo generazionali ma inter generazionali - che scandiscono il tempo con le mani e che sulle note di Atlas Ufo Robot, doveroso ‘ever green’ di chiusura, balzano in piedi e si abbandonano ad un sabba gioioso e festante della fantasia e dei sogni. Immortali.

Lunga vita, dunque, ai Cartoon Heroes che sfuggono a Kronos e Thanatos, come gli Ideali e i Valori che sono stati capaci di trasmettere ad intere generazioni di italiani.

Totti, gol alla Lega
post pubblicato in Società&Politica, il 18 luglio 2010

 

di Hermes Pittelli ©



 Il genio è semplicità.
Il vero genio riesce a trovare le soluzioni in apparenza più semplici, portandole a termine con contegno naturale, come si trattasse di bere un bicchiere d’acqua o respirare.
Il calciatore normale è quello che effettua le giocate banali, il campione effettua le giocate difficili, ma il fuoriclasse è colui che immagina uno spazio che non esiste e lo crea, determina una distorsione dello spazio tempo per mandare al potere il proprio estro creativo (in concreto, assist e goal impossibili).

Ecco perché Francesco Totti capitano della Roma ha segnato un grande goal alla propaganda padana. Con una frase semplice, ma dall’effetto mortifero di una rovesciata, di un colpo di tacco o di un tunnel ad uno stopper disorientato.
Ribaltando la logica 'barbara' e aggressiva dell’apparato ideologico lumbard, appropriandosi e utilizzandola come un boomerang della categoria dell’invidia; quella tanto sfruttata dal premier Berlusconi contro chi osa criticarlo, quella che per riflesso d’alleanza è diventata un’arma politica della stessa Lega: Roma (e il Sud) ruba perché sarebbe invidiosa della ricchezza padana (frutto di presunti sacrifici industriosi e laboriosi).

Una Padania che non esiste, non è nemmeno un’espressione geografica, come disse con spregio il Principe di Metternich riferendosi al Belpaese (aggiungendo anche che era un pollaio, visto che tutti gli italiani acclamavano il Papa urlando: Pio, Pio…).
L’Italia covo delle cricche del malaffare almeno geograficamente ha una propria identità, la Padania leghista è una pura invenzione di marketing politico, quindi priva anche del fascino arcano dei miti e delle leggende (che sempre si nutrono di schegge di realtà).

Il Capitano giallorosso che infilza in contropiede la Lega diventa un eroe da film cappa e spada, un Errol Flynn in veste di Capitan Blood, un Corsaro con la camicia della Maggica, un condottiero ribelle alla Capitan Harlock che sotto il proprio vessillo raccoglie tutti quelli che urlano insieme: IRONIA&LIBERTA’.

Libertà dalle nebbie della Padania che anche in questo caso non sono mero fenomeno naturale, né il coro irridente delle tifoserie del Sud ("solo la nebbia, avete solo la nebbia!"), ma calcolo politicante: intercettare infondati malumori popolari per trasformarli in voti e diventare apparato di potere.
Potere per fare soldi, soldi per incrementare il potere. Infatti, dopo i recenti successi alle urne cosa ha immediatamente rivendicato il capo tribù Bossi?
Poltrone di comando nelle banche, nelle società finanziare, nei consigli di amministrazione delle autostrade e così via. Un assalto alla diligenza, ai gangli del potere di democristiana memoria; senza nemmeno quel poco di stile dei boiardi storici della Balena Bianca, ma con la cialtroneria tipica del cumenda brianzolo in gita premio, molto più volgare e sgangherato del romanaccio doc di tante pellicole di Sergio Corbucci o giù di lì.

"La Padania è invidiosa di Roma perché la Capitale è la città più bella del mondo" resterà negli Annali come la prodezza verbale più 'estetica', politica e geniale di Francesco Totti.
Uno sberleffo senza pernacchia, un’ironia genuina e diretta, lontana anni luce da certi eccessi che talvolta offuscano l’immagine del Pupone, bravo ragazzo de borgata e bravo pater familias (lo sputo a Poulsen, i calcioni da bullo rifilati a Balotelli per vendicare una lesa romanità, le frequenti parolacce agli arbitri).

Non è vero, come ha scritto qualche ‘grande giornalista’ sulle pagine di certi importanti quotidiani settentrionali, che Totti abbia siglato un’autorete o fornito un assist ai polemisti in camicia verde in servizio permanente effettivo. Tutto l’opposto. Totti ha svelato il bluff di chi si propone da 20 anni come movimento anti governativo (infatti…), anti clericale (salvo poi scendere a patti con il Vaticano per conservare le poltroncine romane), anti partitico: giurano sulla Costituzione ma poi sputano sul tricolore, parlano di Roma ladrona ma da quando sono entrati nelle stanze dei bottoni hanno lucrato a man bassa, accusano il sud opportunista, sprecone e parassitario ma poi fanno pagare ai cittadini italiani le multe europee per le truffe dei grandi allevatori padani o l’evasione fiscale degli industrialotti brianzoli (quelli che al fisco dichiarano di essere indigenti ma hanno fabbrichette, ville, fuori strada e per i figli chiedono le borse di studio!).
Ai ‘cornuti’ (nel senso dell’elmo) del Carroccio che sostengono “Roma bella sì ma con i soldini del nord” pare superfluo consigliare la lettura del Bignami di Storia: si accorgerebbero che l’Urbe è stata edificata ed è divenuta culla di una grande civiltà qualche secolo prima della nascita di una qualunque, vaga forma di sedicente nazione padana.

E, sia detto senza offesa, se dobbiamo aggrapparci a Totti per un po’ di sana autocritica e autoironia, significa che in questo sbrindellato paese siamo messi proprio male.
Allo yogurt rancido più che alla frutta.

LUFT, A ROMA SI RESPIRA ARIA NUOVA
post pubblicato in Società&Politica, il 1 ottobre 2009
di Hermes Pittelli ©


 Lo hanno chiamato
Luft, aria in tedesco. Non risolverà per magia i problemi di inquinamento atmosferico della Capitale, ma potrebbe rendere l’aria romana più pulita e respirabile.
E’ un’invenzione tutta italiana, di un gruppo di ingegneri di Padova. All’apparenza sembra un anonimo cassone in vetroresina di 160x240x65 cm. Ma dispone di un’apertura frontale che ingoia letteralmente le polveri sottili e le nanopolveri che quotidianamente ‘galleggiano’ minacciose nel cielo di Roma e che rischiano di transitare nei nostri organismi con effetti nefasti per la salute.
Il marchingegno, 110 chili il peso, per essere operativo, viene montato sul tetto di un veicolo autoalimentato (bus o taxi) e durante il tragitto, quasi fosse una sorta di aspirapolvere, fagocita gli agenti inquinanti dall’aria.

L’amministrazione guidata dal sindaco Alemanno ha avviato la sprimentazione di Luft in gran segreto. Per 18 giorni, durante l'estate, un autobus di 12 metri messo a dispozione gratuitamente da Trambus, ha percorso alcune tra le arterie più trafficate e inquinate della Capitale in esercizio simulato.
I risultati dell’esperimento sono stati poi valutati dal Professor Adolfo Panfili (delegato del sindaco per i rapporti con Enti e Istituzioni Sanitarie), da un pool di studiosi dell’università La Sapienza e dal dottor Stefano Montanari (già, proprio lui. Uno dei due titolari, l’altra è la moglie – la dottoressa Gatti – del laboratorio scientifico Nanodiagnostics che studia le nanopatologie, ndr).

I primi responsi sono addirittura entusiasmanti: il bus utilizzato in questo lasso temporale ha percorso 2448 km in 192 ore di servizio ad una media di 13 km l’ora (velocità più o meno equivalente a quella dei mezzi del trasporto pubblico romano) dimostrando che i filtri del dispositivo sono in grado di trattenere 8,24 grammi di polveri sottili al giorno. Sembra una quantità risibile, invece si tratta di una mole enorme. Per capire, se 100 autobus montassero il Luft, verrebbero catturati 824 grammi di polveri quotidianamente, pari a 3 quintali all’anno. Ogni anno, l’ambiente verrebbe ripulito da 3 quintali di polveri sottili, sottratte quindi all’inalazione da parte dei cittadini

Come funziona il Luft: il principio si basa sull’azione congiunta di elettrofiltri che isolano le microparticelle delle polveri dell’aria e degli altri inquinanti (ossidi di azoto, di zolfo, Ipa e pollini) e in seguito le abbattono. I due filtri di tessuto posti in serie sono arrotolati e si svolgono in un anno, in modo da porgere sempre una faccia pulita all’ingresso dell’aria. L’elettrofiltro posto in fondo blocca la nanopolveri sfuggite ai due filtri di tessuto. La pulizia dei filtri si effettua una o due volte l’anno smontando i filtri, mettendoli in un sistema ad ultrasuoni che stacca tutte le polveri. Le polveri recuperate vengono compattate ad alta pressione e formano dei blocchi grossi e solidi, praticamente inattaccabili.

La giunta Alemanno si segnala quindi all’avanguardia nella lotta concreta all’inquinamento atmosferico che da sempre è uno dei crucci e dei fattori di disagio per chi vive e lavora nella Capitale. Il primo cittadino spiega con orgoglio che forse per la prima volta il Campidoglio non ricorre a misure tampone dagli effetti discutibili (per es. il blocco del traffico), ma affronta di petto il problema non occultandolo, ma mettendo in campo competenze scientifiche e progettualità.
Un progetto per salvaguardare l’integrità dell’ambiente e la salute dei cittadini, soprattutto le categorie che per lavoro sono più esposte all’inquinamento atmfosferico quali vigili urbani, tassisti, conducenti di tram e bus, operai nei cantieri, ecc.
Altro risvolto non trascurabile: se il Luft manterrà le premesse e le promesse della fase sperimentale, si ridurranno drasticamente i costi sanitari a carico della collettività per la cura delle patologie riconducibili all’inalazione delle polveri sottili.

Ogni dispositivo Luft costa circa 20.000 euro, ma in un’economia di scala, se tutti i bus di Roma fossero dotati del ‘mangiapolveri ecologico’, l’impatto sulle casse comunali sarebbe più lieve. Ora parte la seconda fase della sperimentazione, alla quale collaborerà anche il servizio Radio Taxi 3570. Il Luft montato sulle auto è più economico, costa circa 7.000 euro.

Ma il Campidoglio per appofondire questi primi risultati e disporre di dati ancora più probanti affiderà il Luft alle analisi dell’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale. Quasi sicuramente comunque il Luft sarà montato sulle vetture di 10 linee urbane (23, 44, 46/, 61, 71, 81, 85, 88, 170, 280) scelte in base a criteri specifici: direttrici stradali con intenso numero di passeggeri e ad elevato inquinamento; copertura quanto più possibile omogenea del territorio comunale.

Fabio De Lillo (assessore alle Politiche Ambientali), dopo il saluto di Sergio Marchi (assessore alla Mobilità) durante la conferenza stampa di presentazione, sottolinea l’importanza della cooperazione tra assessorati dell’ambiente e della mobilità: obiettivi condivisi e mirati assicurano progetti e risultati reali. De Lillo spiega che la sperimentazione del Luft è solo una parte di una visione antropologica dell’Ambiente, nella quale l’uomo si pone al centro della Natura non per inquinarla, ma per tutelarla attraverso la tecnologia ecocompatibile e sostenibile.
Il Prof. Panfili rammenta che già Ippocrate (quello del giuramento) aveva intuito che l’essere umano finisce con il somigliare all’ambiente in cui vive. L’Ocse, informa Panfili, ha dimostrato che l’inquinamento atmosferico è l’ottava causa di morte prematura dell’uomo.
L’Italia ha un’estensione geografica lillipuziana rispetto ad altri paesi, eppure figura al 4° posto mondiale per vetture circolanti e addirittura è a livelli da primato (poco edificante) per emissioni inquinanti.
Ecco perchè accanto al Luft, Alemanno ha varato il potenziamento delle piste ciclabili, il bike sharing e la sottoscrizione di un contratto di servizi con Atac e Trambus per un trasporto pubblico sempre più sostenibile.

Il dottor Stefano Montanari, scienziato che ha valutato da esperto esterno e indipendente i risultati sperimentali di Luft, ha illustrato perché sia fondamentale la possibilità di ‘ingabbiare’ le nanopolveri; il dato relativo al peso diventa quasi relativo (la legge tiene conto di questo fattore) se rapportato alla dimensione delle microparticelle: inferiori al micron. Significa che una volta inalate si propagano velocemente e invasivamente nei polmoni, nel sangue, nei tessuti, nelle cellule, potenziali inneschi per patologie quali cancro, diabete, ecc. Una volta nell’organismo le nanoparticelle non possono essere espulse o distrutte.
L’ideale sarebbe non produrne più. Sono soprattutto i fenomeni che avvengono ad altissime temperature a originarle: quindi, tra i principali responsabili, al netto di revisionismi e negazionismi, troviamo inceneritori, cementifici, motori a scoppio, fonderie. Insomma, gran parte di quell’industria che reso così ‘evoluta’ (o solo pigra, scriteriata e egoisticamente vorace) la nostra ‘civiltà’.
Montanari, da ambientalista realista, non si aspetta che l’uomo torni indietro a 750.000 anni fa e rinunci al dono di Prometeo (il fuoco). Però chiarisce anche che l’Agenzia europea per l’Ambiente, attraverso il report n.2 del 2007, ha dichiarato che le nanopolveri, una volta prodotte, sono eterne.

Il Luft funziona, evviva il Luft; ma da solo non basta. Accanto a questo dispositivo rivoluzionario, servirebbe una vera rivoluzione: culturale. Montanari dixit: “Dobbiamo produrre rifiuti solo se necessario, usare l’automobile il meno possibile, imparare a differenziare, riutilizzare, riciclare, ridurre, rinunciare alla plastica, bere acque di rubinetto in bottiglie di vetro, evitare gli imballi, tassare i sacchetti di plastica come in Irlanda – dove sono calati del 90% - o proibirli come in California, poi implementare tecnologie che già esistono per ridurre l’inquinamento alla fonte”.
Lunga vita all’inventiva italica, peccato venga poi vanificata dalla cronica incapacità di fare sistema, di “fare impresa”. L’Italia prima inventa il Luft, poi si fa soffiare il brevetto da una holding iberica. Forse perché, come scherza Montanari, oggi gli spagnoli “sono molto più toreri di noi”.

Una sola certezza: ancora una volta, la vera soluzione dei problemi si chiama Cultura.
Proprio quella che qualcuno vorrebbe incenerire come plastica.

La piccola Udinese oscura le presunte ‘Grandi’
post pubblicato in Divagazioni sportive, il 13 marzo 2009

di Hermes Pittelli ©

 Che pacchia! Che beffa! Una piccola squadra di provincia ‘salva’ l’onore calcistico del Paese che un tempo si credeva all’avanguardia, almeno nel calcio. I ceffoni ricevuti da Inter, Juve e Roma per mano – anzi, per piede - di formazioni della perfida e tracotante Albione, raccontano un’altra verità. E perfino qualche giornalista italiano ha dovuto prenderne atto.

Altri, invece, continuano imperterriti a fare orecchie da mercante, nel senso che restano saldamente ancorati alle regole del marketing piuttosto che a quelle auree del giornalismo: la notizia del giorno non è l’ennesima rifondazione interista, ma il fatto che la bistrattata Udine sia la capitale calcistica italiana in Europa. Stranamente, però, per un certo foglio rosa il titolone d’apertura è riservato appunto alla nuova lista della spesa compilata da Mou il grillo parlante nerazzurro al suo ‘ingenuo’ presidente.

L’estremo confine nordorientale tricolore assurge al ruolo di avamposto e ultimo bastione di un movimento sportivo che ancora una volta riflette la realtà del Paese che rappresenta: arcaico, obsoleto, felice di sguazzare nei propri luoghi comuni, incapace di un vero colpo d’ala per spiccare il balzo nella modernità, autoreferenziale, pressapochista, superstizioso e tronfio di antichi fasti.

Piccola premessa essenziale: mi autodenuncio, sono friulano. Ma questo non inficia di una virgola il discorso.

I media, controvoglia, sono costretti a menzionare Udine e l’Udinese; sono costretti ad ammettere il fallimento dei presunti grandi club che fanno cassetta e a riconoscere l’abilità e la competenza dei dirigenti di una lillipuziana società di provincia.
Udine, cittadina di 90.000 abitanti, più o meno, quella che assomiglia all’isola di Peter Pan, ovvero non c’è, nel senso che molti italiani non sanno dove sia (a meno che non abbiano fatto la naja in Friuli); quella che per ottenere dignità e collocazione geografica è costretta a spiegare che la si può scorgere sulle cartine tra Venezia e la Slovenia; quella che resta per i friulani nel mondo la capitale della piccola patria; quella che per i grandi e preparati giornalisti nazionali è solo uno sperduto villaggio nel Fr-ì-uli (Frìuli, con accento sulla prima ‘i’; diplomati a RadioElettra???); quella che ha potuto ammirare il leggendario Zico, ma dai potenti media sportivi nazionali viene etichettata ancora oggi ‘razzista e antisemita’ per una sciocca faccenda risalente al 1990 e legata al mancato tesseramento di un carneade del pallone, Ronny Rosenthal, attaccante israeliano poi finito al Liverpool (antisemitismo condensato in una stupida frase di uno stupido quattordicenne su un muro della Curva Nord), mentre in casacca bianconerà approdò Abel Balbo.

Ebbene, l’Udinese della friulanissima famiglia Pozzo e dell’allenatore siculo atipico Marino Pasquale da Marsala, si ritrova sotto i riflettori calcistici continentali: nell’andata degli ottavi di finale di Coppa Uefa si è concessa il lusso di strapazzare la corazzata sovietica Zenit San Pietroburgo, detentrice del trofeo. Tutto questo mentre la blasonate Inter, Juve e Roma si sono lasciate irretire e estromettere dalla Champions dalle ‘tre comari’ britanniche Manchester Utd, Chelsea e Arsenal.

Sotto le arcate dello stadio Friuli, c’è una dirigenza matura che sa ammettere i propri errori e ha il coraggio di non esonerare un tecnico che, dopo i fasti delle prime 9 giornate di campionato, nelle successive 11 raccoglie solo tre punti, senza lo straccio di una vittoria; ed oggi però gode i frutti della buona semina.

A Milano c’è un presidente ricco (ma sarebbe interessante scoprire da dove arrivano realmente tutti i miliardi che il rampollo Moratti utilizza per rimpinguare la collezione di figurine della sua squadra) ma volubile: è divorato da una febbre quasi fisica che in panchina non sieda solo un uomo che, al limite, capisca di calcio, ma sia anche glamorous. Quindi Simoni e Cuper non fanno per lui, non hanno né la fisiognomica né l’eloquio dei personaggi da copertina patinata. Ecco la passione insana per Roberto Mancini, concupito quando ancora era un calciatore. Mancini con il suo ciuffo ribelle alla Sgarbi è elegante e addirittura vincente (anche se i campionati in Italia sono come le situazioni, gravi ma per fortuna non seri), ma a Moratti junior non basta. Brama ardentemente la Coppa argentata dalle grandi orecchie. Ciao Mancini, sei bravo, ma troppo provinciale, non hai carisma internazionale.

Finalmente, ecce Homo, l’uomo per Lui, lo specialone, l’Uomo da 14 milioni di euro (all’anno) e senza nemmeno essere un telefilm americano di successo degli anni ’80.

Ah, Mourinho sì è un allenatore filosofo, un autentico mago che conosce a memoria vita morte miracoli caratteristiche e statistiche di ogni calciatore e di ogni campionato del pianeta, da quello di Subbuteo della provincia di Pordenone fino alla petroleosa lega degli Emirati Arabi. Impossibile fallire, Mou ha la vittoria scritta nel dna. Peccato rimanga ben custodita nella sua doppia elica. L’anziano e saggio Ferguson lo ha imprigionato in un sacco ruvido come il celebre gatto degli improbabili proverbi trapattoniani.

L’Inter special è scialba, 10 uomini dietro la linea della palla e in attacco solo Ibrahimovic in attesa di un passaggio decente da trasformare in magia; quando va sotto, di solito la variante di José consiste nel creare caos disorganizzato inserendo punte centrali a profusione, ma senza qualcuno a centrocampo che sia in grado di offrire sapienza calcistica e una parvenza di manovra ragionata.

Così l’uomo da ‘zeru tituli’ (riferito a Milan, Juve e Roma in una conferenza stampa da storia del cabaret) rischia di restare lui ‘senza tituli’ e se dovesse accadere ad un ambiente che non ha mai davvero superato il trauma del 5 maggio, sai che pernacchie speciali per lui e per chi l’ha ingaggiato spacciandolo per l’erede di Herrera.

Considerazioni su Juve e Roma le rimandiamo ad altro momento; con organici risicati nella qualità ed evidenti errori di preparazione fisica (a proposito, ma il calcio italiano non era superiore anche in questo? Come mai le nostre formazioni a febbraio sono già spompate, mentre quelle inglesi o spagnole che giocano il triplo corrono che sembran lepri?) non potevano fare di più e meglio di così. Sconfortante.

Cosa rimane, dunque, della campagna calcistica europea 2008/09?
Solo l’Udinese, appunto. Magari tra una settimana incapperà in una delle sue solite serate di amnesia e mancanza di personalità, magari sarà poi comunque eliminata ai quarti di finale; ma che meraviglia impartire ex cathedra lezioni di pallone ai paperoni podofili italiani, anche solo per un giorno.

E se dovesse andar male, niente psicodrammi, niente roghi o inchieste parlamentari invocate a gran voce da politicanti a caccia di pubblicità: la gente come noi non molla il taj (documentatevi, fatevi un giro culturale ed enograstronomico in Friuli!). Tutti all’osteria a mangiare polenta e frico, irrorati generosamente da nettare di Bacco, rigorosamente ‘neri’.

Mandi fruz!
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