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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Delitto d’onore, quando l’ignoranza scatena l’odio razzista
post pubblicato in Diritti, il 17 settembre 2009

Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.
Vangelo di Matteo 7, 5



di Hermes Pittelli ©



 Che pacchia in questa Italia neoanalfabeta, xenofoba e razzista un orribile delitto come quello di Montereale Valcellina.
Finalmente l’italiota medio e i suoi vate(r) culturali di riferimento possono gettare la maschera da ‘italiani brava gente’ e mostrare il volto disumano del razzismo, con la certezza di riscuotere ampio consenso mediatico e popolare.

Sgombriamo il campo da equivoci: ogni delitto è orribile e non dovrebbe ammettere giustificazioni di sorta.

Ma in questo caso ci sono gli ingredienti migliori per dare la stura agli istinti più grevi della lacera Italietta attuale: un padre marocchino, musulmano che uccide la figlia 18enne, rea di infangare l’onore della famiglia per aver scelto di convivere ‘all’occidentale’ (cioé da infedele) con un occidentale, tra l’altro anagraficamente molto più grande di lei. Un affronto insopportabile da soffocare e punire in modo esemplare, nel sangue.
E così assistiamo alla penosa orgia di pseudo amministratori locali, pseudo politici, pseudo giornalisti, pseudo persone e pseudo cittadini che da veri sciacalli, sfruttando le luci della ribalta della tragedia, ci sommergono con il disprezzo per ‘l’altro’, per l’invasore straniero che ci ruba il lavoro, delinque, non ha e non deve avere diritti non solo civili e politici ma nemmeno umani (non è una persona).
Insomma, gli immigrati tutti a casa loro a cannonate oppure ‘forza Gheddafi’.
Del resto, siamo pur sempre il paese che ospita il Vaticano e che si professa cristiano, cattolico e apostolico.

Eppure, bisognerebbe temere più dello straniero (quello che varca impunemente confini che non gli appartengono) la nostra ignoranza, la nostra memoria corta; che sfociano inevitabilmente nell’ipocrisia e nell’odio immotivati.

Delitto d’onore... Fingiamo di non sapere o non rammentare che fino a poco tempo fa questo reato era considerato ‘lieve’ e ‘giustificabile’ dal nostro codice penale. E noi ci ergiamo a censori moralisti, a difensori del diritto, della Giustizia; ci arroghiamo con tracotanza il ruolo di giudici degli altrui vizi.

Codice Penale, art. 587
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.

Ecco, questi siamo noi italiani: civili e rispettosi della dignità, della sfera individuale, dell’umanità di chi non si comporta, non pensa, non agisce come noi.

Collegato a questo ‘principio’ dell’onore, discendevano tutta una serie di altre amenità, tra cui l’altrettanto famigerato matrimonio riparatore.
Malgrado alcuni tentativi di parlamentari illuminati, come Giuliano Vassalli, di revisonare il codice penale per abrogare queste mostrusità, il delitto d’onore è scomparso definitivamente solo nel 1981. Solo nel 1981 perché le legislature erano sempre troppo brevi per l’iter legislativo e, soprattutto, perché l’opinione pubblica, nemmeno troppo segretamente, considerava ‘giusto’ questo particolare ‘delitto minore’ per sanare l’onore ferito di un padre o di una famiglia.
Onore?

Tra l’altro, sempre per memoria storica, non ci fossero state le battaglie dei vituperati radicali Bonino-Pannella (referendum sul divorzio 1974, riforma del diritto di famiglia 1975, referendum sull’aborto 1981) noi continueremmo a vivere nell’oppressione di tempi molto più bui del Medioevo (che tanto ci indigna quando ne sentiamo parlare). Anche se qualcuno nell’ex Belpaese mostra un’inguaribile e inconsolabile nostalgia per quelle epoche e a sorpresa trova molti adepti nella società italica.
Altro che integralisti islamici e talebani!

Noi italiani saremmo maestri di Civiltà?

LAUREA A GHEDDAFI. IN CRIMINOLOGIA?
post pubblicato in Società&Politica, il 10 giugno 2009

di Hermes Pittelli ©


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 N
on è uno schema calcistico, è il numero di civili uccisi dai servizi segreti libici nel periodo tra il 1969 e il 1994 (fonte:
www.stopqaddafi.org).

Amnesty International e Humah Rights Watch da anni descrivono la Libia come paese che calpesta impunemente i diritti umani: torture e persecuzione nei confronti degli oppositori del regime, reato d’opinione, omicidi politici. Trattamenti disumani e degradanti nei centri riservati ai migranti, detenuti, torturati e spesso rispediti verso gli inferni da cui tentano di fuggire.

Il colonnello Gheddafi giunge in Italia, accolto con gli onori riservati ai grandi statisti mondiali, quelli capaci di cambiare il corso della storia. E nessuno solleva obiezioni sul suo macchiato curriculum da spietato dittatore, salito al potere in Libia nel 1969 grazie ad un colpo di stato.

Non basta che il ‘nuovo’ Tg1 targato Minzolini faccia un’intervista ad Andreotti (non è stato assolto per i suoi rapporti con la mafia, è caduto in prescrizione il reato!) capace con abilità di dipingere un ritratto oleografico del leader tripolitano, capace di affermare – senza obiezione da parte dell’intervistatore – che lui non ha mai conosciuto personaggi politici che non riservassero sorprese, nel bene e nel male. Un ragionamento che giustifica ogni crimine, ogni sopruso in nome della famigerata ragion di stato.

Dunque, evviva Gheddafi. Risolverà, a modo suo, il nostro piccolo fastidio razzista nei confronti dei migranti. Tra l’altro, non certo in nome di un’amicizia disinteressata: il 30 agosto scorso a Bengasi è stato Berlusconi a firmare un trattato che prevede l’esborso da parte dell’Italia di 5 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni.
Soldi pubblici spesi bene. Un po’ cari questi inviti esclusivi alle feste sotto la tenda nel deserto.

Deserto di intelligenza, deserto di legalità, deserto di umanità. Pare che questo accordo così vantaggioso e irrinunciabile per entrambi i contraenti sia nato anche per una sorta di risarcimento dovuto dall’Italia per i guai combinati durante la funesta epoca del colonialismo.
Sembra quasi che gli italiani in Libia, al netto delle atrocità che ogni conflitto comporta, anche quelli combattuti ‘per la libertà’ (chiedere in Sicilia cosa facevano i garibaldini alle monache dei conventi o alle donne dei villaggi; o più di recente, i soldati americani in Iraq), siano stati feroci invasori equiparabili ai nazisti.
Ho conosciuto personalmente italiani e italiane, poi espulsi nel 1970 dal colonnello democratico (tra l’altro attendono ancora il risarcimento per le case e le attività abbandonate a forza), che in Libia hanno lavorato duramente e con passione, che non hanno mai visto un’arma nemmeno in fotografia, che hanno regalato competenze agricole, imprenditoriali, industriali. Oltre ai danni, gli italiani hanno anche lasciato una trascurabile eredità di infrastrutture – strade, ponti, acquedotti – che prima erano lungi dall’essere anche solo immaginati.
Quindi, la fragile giustificazione si dissolve come sabbia travolta dal vento.

In più, per non smentirci, abbiamo voluto aggiungere la proposta di laurea ad honorem in diritto internazionale, proposta formulata dal preside della facoltà di Giurisprudenza di Sassari, Giovanni Lobrano. Magari ispirata da qualcuno. Già, perché nel fenomale trattato di amicizia italo-libico si sente puzza anche di gas e petrolio che non possono mai mancare.

Quella vergognosa pergamena dovrebbe essere controfirmata anche da “Fathi el-Jahmi, attivista politico, arrestato nel 2004 per aver chiesto riforme democratiche e criticato Gheddafi durante alcune interviste televisive. Nel 2005 venne condannato per «tentativo di rovesciare il governo, insulti al colonnello Gheddafi e contatti con le autorità estere». E nel 2006 venne giudicato mentalmente inabile e trasferito in un manicomio. È morto il 21 maggio 2009, dopo essere caduto in coma”.

O da “Idriss Boufayed e altri 11 attivisti condannati a pene dai 6 ai 25 anni di carcere per «tentativo di rovesciare il sistema politico», «diffusione di false notizie sul regime libico» e «comunicazione con le potenze nemiche». Erano stati arrestati nel febbraio 2007 per aver organizzato la commemorazione dell’uccisione di 12 persone a Benghazi, durante una manifestazione nel febbraio 2006. La sentenza è stata emanata dalla Corte di Stato della Sicurezza, istituita nel 2007 per casi di attività politiche non autorizzate. Tra ottobre e novembre 2008, nove degli 11 prigionieri sono stati rimessi in libertà”. (fonte: www.carta.org)

L’impressione è che qualcuno in Italia ammiri molto il livello democratico libico e voglia importare quel modello anche nel Belpaese.

Quindi, accogliamo il colonnello a braccia aperte. Come faranno sicuramente Napolitano (presidente della Repubblica?) e Berlusconi (naturale), Schifani e l’aula di palazzo madama che lo applaudirà in veste di presidente di turno dell’Unione Africana; Gianni Alemanno, sindaco della Roma sporca come una città africana, gli studenti della Sapienza; poi, visto che nessun vip italiano vuole mancare, ecco Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, Letizia Moratti (Moratti?) sindaco di Milano, altra città che sembra Africa, Mara Carfagna ministro delle ‘Papi opportunità’ (pari opportunità, perdonate il lapsus) e anche 700 donne italiche rappresentanti del mondo imprenditoriale, culturale e della società civile. Magari Beppe Pisanu, ex ministro dell’interno che nel 2004 firmò espulsioni collettive da Lampedusa, attirando sull’Italia la denuncia della Corte Europea per i diritti dell’uomo.
Per concludere, anche Gianfranco Fini.
Proprio una bella agenda.

Dovremmo chiedere a Carlo Lucarelli di avvicinare Gheddafi per svelare almeno uno dei terribili misteri italiani, quello della strage di Ustica. Il dittatore libico ha spesso dichiarato di essere stato testimone oculare visto che lui in quel momento stava volando su quel tratto di mare, eppure ad oggi ha sempre osservato un’omertà invidiabile; a meno che non abbia confessato tutto ai suoi amici più fidati.
Bisognerebbe chiedere ai media e ai cittadini italiani che hanno diritto di voto di rammentare che i ‘ladri di Pisa’ di destra e sinistra sono in realtà tutti amici di Gheddafi: nel 2007 il grande mediatore con il colonnello, il primo a favorire l’accordo poi perfezionato dal Cavaliere, è stato un certo Massimo D’Alema.

L’unica realtà politica che si sta opponendo all’infamia della laurea ad honorem a Gheddafi è rappresentata dai soliti Radicali, quelli sbertucciati in diretta dal principe dell’anti-informazione Bruno Vespa. Pannella e Bonino hanno raccolto le firme di 563 docenti universitari contrari al conferimento e hanno anche rivolto un’interrogazione parlamentare ai ministri Gelmini e Frattini; tre settimane fa. Silenzio totale.

Come dice Pannella, c’è la ressa dei politici italiani di ogni schieramento per intrufolarsi nella tenda del colonnello, fanno a gomitate pur di sedersi accanto a un dittatore che da 40 anni vessa un popolo che non lo ha votato democraticamente e che riserva trattamenti disumani ai migranti.

La Libia non riconosce la Convenzione di Ginevra sui diritti umani, definisce l’Alta corte di Giustizia dell’Aja un covo di terroristi, ma nel proprio codice prevede il reato di tortura (anche se poi la pratica quotidianamente senza problemi).
L’Italia no, non ha mai modificato il proprio codice penale configurando il reato di tortura.
Niente tortura, soprattutto niente coscienza. In fondo, oggi ricordiamo i 20 anni della strage di piazza Tien an Men e ci scandalizziamo per la Cina antidemocratica, ma solo un anno fa, siamo stati felicissimi di sgambettare ipocritamente a Pechino per i giochi olimpici.

Niente informazione, nessuna realtà, zero memoria.

Dunque, benevenuto Gheddafi, laureato in criminologia, ma taumaturgo di tutti i nostri mali.
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