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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Là fuori qualcosa è gravemente deteriorato
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 18 settembre 2016

Bruno Arpaia con il suo nuovo romanzo lancia l’ultimatum (su base rigorosamente scientifica) alla Terra: risolviamo davvero il nodo ambientale o tra pochi decenni il pianeta sarà solo un’alternanza di sparuti lembi desertici e mari profondissimi, abitabile solo in Scandinavia... forse.


 

di Hermes Pittelli ©

 

 

 Mondo, 2050/60/70 (o giù di lì…).

Catastrofe climatica deflagrata.

Milioni di persone derelitte, trasformate in migranti climatici.

Senza cibo, senza acqua potabile.

Alla vana ricerca di lembi di terra ancora abitabili, in qualche modo.

Livello dei mari cresciuto di 10 metri, con acque sempre più acide.

La taumaturgica rete internet un lontano retaggio del passato, di quando eravamo ricchi e molto stupidi.

Venezia completamente sommersa dall’Adriatico. Napoli, quasi scomparsa, fagocitata dal suo magnifico golfo, dopo essere divenuta un camposanto pieno di morti causati dai conflitti tra i clan malavitosi, tra i fondamentalisti delle varie religioni, tra le semplici persone, disgraziati regrediti fino all’era dell’homo homini lupus per strapparsi reciprocamente un tozzo di pane avariato.

Amburgo, inghiottita dalle acque, perché come tutte le città fluviali, i corsi d’acqua invasivi e penetranti hanno compiuto l’opera distruttiva con forza e ferocia ancora più potenti.

Un romanzo catastrofista post litteram sulla scia di alcune produzioni hollywoodiane in voga qualche anno fa? Un romanzo distopico? Una climate fiction? Niente di tutto questo. Il nuovo romanzo di Bruno Arpaia suona il suo gong letterario sullo stato ambientale della Terra. Ricavato dai dati scientifici a disposizione di chiunque voglia trovarli e leggerli, sul grado di salute del nostro unico pianeta a disposizione. 

Non si tratta nemmeno di kabbala, di affibbiare la colpa alla 17° edizione di Pordenonelegge o al simbolico e magnifico gatto nero della manifestazione.

Quello di Arpaia è un estremo grido d’allarme, come quello di Munch, ma attraverso la letteratura, perché il racconto, nonostante certi attuali furori cibernetici, è la forma più antica ma ancora più efficace di trasmissione del sapere.

Viviamo immersi in un eterno presente autistico, in una bolla d’irrealtà nella quale crediamo che le ‘conquiste della civiltà’ siano per sempre, come esistesse un gigantesco e invisibile hard disk che le contiene tutte e le tutela all’infinito. Non è così, la regressione culturale, la perdita del sapere, la de culturalizzazione sono tragedie già accadute nella storia dell’umanità e sono fattori di rischio che preoccupano l’autore quanto, se non più, della crisi ambientale.

Un esempio illuminante: la culla della cultura, Alessandria d’Egitto. La più grande biblioteca del mondo pre cristiano. Non è ancora chiaro se sia stata distrutta (in modo accidentale?) durante l’assedio voluto da Giulio Cesare o sia deperita per i tagli finanziari decisi dai vari imperatori che nel corso del tempo persero interesse per la cultura. Certo, finì tre volte tre volte incenerita dalle fiamme, dell’ignoranza soprattutto, anche di quella dei fondamentalisti giudaico cristiani, quelli che obbedendo al vescovo Cirillo, inflissero il supplizio letale alla grande Ipazia.

Il risultato fu devastante: ad Alessandria sapevano già che la Terra è sferica, che gira intorno al Sole, che il cervello è l’organo più importante del corpo umano, che al di là delle colonne d’Ercole esistevano altre terre emerse (lo avevano dedotto studiando la ciclicità delle maree…).

Il (de) genere umano restò bloccato nelle tenebre per altri 1500 anni.

 

“Rifuggo dalle classificazioni letterarie e anche da certe mode un po’ ingenue tipiche dell’ambientalismo all’italiana. La manipolazione della Natura è necessaria, vivere in una natura incontaminata sarebbe impossibile: le melanzane non sarebbero commestibili se la mano dell’uomo non le avesse trasformate, incrociandole con altre piante. La febbre del bio? Magari per ottenere una coltura biologica, o presunta tale, si consumano più risorse e si inquina di più che non attraverso quelle tradizionali... Abbiamo smarrito il senso del limite e del tragico. Questo è drammatico. Negli ultimi 150 anni la quantità di CO2 nell’aria è aumentata in quantità esponenziale, mentre nei precedenti 50.000 anni era sempre rimasta costante. Difficile non attribuire la responsabilità alle attività antropiche. I primi 8 mesi di quest’anno hanno registrato la temperatura media più alta dal 1850 ad oggi, cioè da quando abbiamo cominciato ad annotare questi dati. La ‘questione climatica’ è così urgente che dovremmo pensare alle soluzioni possibili 24 ore su 24, nonostante sia chiaramente impossibile. Il corpo umano, quando supera la temperatura di 41 gradi centigradi, muore. La Terra è un organismo vivente, dovremmo trarre le nostre conclusioni, anche se questi cambiamenti sono stati e continuano ad essere così accelerati e repentini che nessuno scienziato al mondo dispone di modelli matematici di riferimento in grado di azzardare una previsione attendibile sul futuro.

Se non interveniamo è però certo che il livello dei mari, sempre più acidi e incapaci di assorbire anidride carbonica, si innalzerà da un minimo di 11 metri, fino ad un massimo di 80! Teniamo presente che già solo con 2 metri, Venezia finirebbe completamente sommersa (nuova Atlantide?).

Il ciclo dei Monsoni subirà, la sta già subendo, un’inversione irreversibile…”.

L’incipit dello scrittore e giornalista partenopeo, grande appassionato, esperto e traduttore di letteratura spagnola, è sconvolgente. Difficile però contestare o smentire la sostanza del suo discorso.

“I governi del mondo, gli organismi internazionali sembra applichino tutti la teoria dei giochi, quella che prevede singoli interventi decisivi e onerosi per i singoli stati, i quali poi calcolando che il beneficio non sarà immediatamente riscontrabile e soprattutto si spalmerà anche sulle altre regioni, decidono che tutto sommato, tenendo a mente le proprie risorse finanziarie, è meglio non intervenire.

Per questo non credo nell’economia e nelle teorie economiche: sono artifici con pretese di scientificità; basta aprire un manuale a caso e sono gli stessi economisti nella premessa a confessare che le risorse sono limitate e scarse. Dunque?”.

Arpaia, ecumenico e in perfetta forma dialettica, non risparmia niente e nessuno. Meno male.

“Ho voluto che il protagonista del romanzo fosse un neuroscienziato, perché proprio quella branca scientifica ha provato che la realtà esterna non esiste o almeno non esiste come la percepiamo noi.

Il nostro cervello crea una narrazione comprensibile per la limitata macchina umana, non registra la realtà com’è davvero. La tanto celebrata Natura è per noi un mistero. La fisica, la scienza che dovrebbe spiegarcela, al momento è riuscita a decifrarla al 4%, il restante 96% è materia oscura: sappiamo con certezza che l’Universo si espande sempre più e a velocità crescente, ma della Natura, senza tema di smentita, non sappiamo un …! Interessante poi scoprire che contrariamente alla vulgata, il nostro cervello durante il giorno non pensa soprattutto al sesso, cioè alla funzione che garantirebbe la continuità della specie, ma alla narrazione, al raccontare storie; questo dimostra che l’Evoluzione non spreca tempo…”.

 All’Auditorium dell’Istituto Vendramini di Pordenone, mentre fuori imperversa uno dei famigerati monsoni anomali, resta il tempo per un’ultima stoccata di classe, degna del Cyrano (di Rostand, di Guccini o di entrambi, a vostro gradimento).

“Ai politici ignoranti di oggi, vorrei dire che tutti siamo discendenti dei sapiens sapiens partiti dall’Eritrea 45.000 anni fa e giunti in Europa dove abitavano i neanderthal. I neanderthal erano più forti fisicamente e avevano un cervello più grande, eppure si sono estinti. Il vantaggio dei sapiens? Essere migranti, capaci di muoversi, adattarsi, mischiarsi… Ai vari populisti, demagoghi, razzisti dico che quelli erano veramente ‘negri’ e voi siete loro parenti. Se i neanderthal avessero eretto muri o barriere non sareste qui adesso ad ammorbarci con le vostre stupidaggini”.  

 

Esaurita, ma solo per questa domenica la verve polemica, accogliamo il pressante invito di Arpaia:

prima che qualcosa là fuori, forse qualcosa generato dissennatamente da noi stessi, ci distrugga in modo totale e definitivo.

Livio, il neuroscienziato protagonista di questa storia, paga un prezzo alto agli errori dei governi e di ogni singolo uomo del globo, ma durante l’esodo verso la Scandinavia, ultima terra promessa (?), nonostante la stanchezza, la malattia, le privazioni si ostina ad amare il prossimo e a tentare di impartire qualche conoscenza ai giovani, qualche briciola di cultura.

Per tentare di salvare il pianeta, servirebbero immediate misure draconiane, molto impopolari e poco remunerative dal punto di vista elettorale.

Esistono veri politici, capaci di avere una visione del bene comune da qui al prossimo mezzo secolo e non concentrati “sulle prossime amministrative di Sacile, giusto per fare un esempio?”.

Anche il limite di contenimento della CO2 con riduzione delle relative emissioni in modo che la temperatura globale non aumenti ancora di altri 2 gradi centigradi è solo una foglia di fico, una convenzione senza base scientifica, l’ennesima pietosa bugia, inadatta a garantire che la pessima china ambientale intrapresa sia irreversibile.

 

Non abbiamo più a disposizione lo sciocco rito apotropaico dello struzzo o del bipede un tempo denominato uomo, ‘a mia insaputa’.

Perché l’unica memoria che resta, nonostante i limiti, nonostante la creatività mnemonica, è quella umana.

Un ultimo, impolverato brandello di ottimismo, prima che l’Universo chiuda per sempre il sipario sul pianeta Terra?

Oi dialogoi a Portus Naonis, lingue morte più vive del presente
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 17 settembre 2016
Appiattiti come sogliole sul fondale sabbioso dell'eterno presente, possiamo esaurire così, in una frenetica bolla virtuale e iper tecnologica, la nostra dimensione umana?
Dalle lingue presunte morte, l'ardua risposta...


 

di Hermes Pittelli ©


 Affare serio affrontare un latinista convinto, ex rettore dell’Alma Mater di Bologna.

Il professor Ivano Dionigi, introdotto sul palco dall’ex docente liceale di greco e latino Antonio Collaoni – un vero parterre di paladini di lingue morte, considerata la presenza dell’ex (quanti ex) leggendario preside del liceo classico indigeno, prof. Angelo Luminoso – non si pente. Anzi, più battagliero che mai, spiega con ardimento e argomentazioni filosofiche, filologiche e concrete, come mai il presente, il solo triste, grigio presente non basti e non possa esaurire gli orizzonti dell’umanità.

O, almeno, delle nuove generazioni del Belpaese.

“Appiattiti come sogliole sul presente, non riusciamo più a fare i conti con il passato. Questo ci blocca la visuale e ci impedisce di prevedere il futuro (pronoia, come insegnava lui, la dote più importante per un vero politico, ndr). Abbiamo ormai dimenticato che il latino non è una lingua morta, ma è lo strumento che ha trasportato fino a noi la cultura romana, greca, giudaico cristiana (quella spesso citata, a proposito o sproposito, come fondante dell'Europa, ndr). Senza questo formidabile strumento tutto sarebbe andato disperso nel tempo e forse non esisteremmo nemmeno noi”. Collaoni dixit.

Il Professor Federico Condello, altro fulgido esempio di umano ‘traviato’dalla cultura classica, fornisce la rotta odierna: “Il libro di Ivano Dionigi, contrariamente alle credenze superficiali, non contiene astratte formule filosofiche; è un vero manuale di prassi che punta dritto al cuore politico del problema. Esiste un eterno dilemma: latino e greco sono saperi alla portata di tutti o si tratta di sofismi elitari? Oggi il liceo classico, anche da chi dovrebbe occuparsi e preoccuparsi di istruzione, viene dileggiato come scuola iniqua e ingannevole, viene accusato di bloccare lo sbocciare di scienziati e di quei talenti dalle competenze utili ad una società competitiva e produttiva del III millennio”.

Il professor Dionigi dirada le nebbie degli equivoci e degli inganni, spesso maliziosamente creati da chi dovrebbe garantire ai giovani una formazione culturale, senza inculcare in loro vuoti slogan a base di tweet e post sedicenti smart 3.0. Quasi sempre, punto zero. “La grande ferita al liceo classico è stata inferta dalla politica italiana, quando ha colpevolmente trasformato la questione da culturale a ideologica. Perfino un quotidiano come L’Avanti, una volta cancellato lo studio del latino dalle scuole dell’obbligo, titolò <Finalmente abolita la lingua dei signori>. Un tragico equivoco nato in seguito all’esaltazione fascista del mito fondante della patria romana. I Classici da allora hanno quindi subito un vulnus a base di pessima informazione. I grandi classici non sono mai al servizio del potere, chi li ha letti non sarà mai al servizio dei potenti. Rammento che Giuseppe Pontiggia sosteneva che se Roma fosse stata edificata nel Texas, latino e greco avrebbero ricevuto molta più attenzione e tutele da parte della politica”.

Il prof. Condello, perfetto e perfettamente calato nel ruolo di moderatore provocatore, finge di partire da lontano. “Etimologia, questa sconosciuta. Al liceo, ci sono state inflitte lezioni più o meno piacevoli di questa materia, talvolta fumogene, talvolta illuminanti… Mi piace citare una battuta di Umberto Eco. Perché greci e latini scrivevano spesso in frammenti? Perché lo facevano in mezzo alle rovine!”.

Dionigi: “Oggi purtroppo confondiamo i mezzi, i media (i media, non ‘midia’!!!) con la parola. Abbiamo a disposizione il massimo dei modi e dei mezzi di comunicazione e produciamo il massimo dell’incomprensione, perché abbiamo vanificato e smarrito il vero senso delle parole, gli strumenti più belli a nostra disposizione per esprimerci, confrontarci, capirci. La parola viene prima di tutto, la comunicazione arriva dopo, molto dopo. Noi siamo, saremmo, i depositari del logos. La parola, il pensiero. Etimos rappresenta ciò che è originario, nativo, primigenio. Competere, questo verbo così fondamentale oggi in questo paese, in questo mondo, significa non gareggiare per battere gli altri, ma andare tutti insieme verso la stessa direzione. Interessante chiarire anche l’etimo dei punti cardinali… Oriente: ciò che sorge, ciò che nasce; Occidente: ciò che tramonta, ciò che muore. La decisione politica più saggia da prendere, consisterebbe in un grande, pacifico accordo tra Oriente e Occidente”.

Dionigi ha qualche pietruzza da togliere dalle proprie calzature, ma espleta l’incombenza con la classe dei classici: “Se oggi fosse giunto in città un ministro, uno qualsiasi, cari Ragazzi voi non sareste qui ad ascoltarmi, ma sareste stati accompagnati a rendere omaggi a lui. Torniamo all’etimo. Minister, minus ter, il celebrante secondario, colui che viene dopo ed è al servizio. Magister, magis ter, più importante, colui che è esperto di un’arte o di un sapere… Pessimo segno dei tempi e pessimo stato di salute di un paese, quando si coltiva il culto per i ministri e il dileggio verso i maestri. Il caro, arguto Cicerone sosteneva che la Parola fosse fondamentale per la nascita e la prosperità della Città in bocca agli Eloquenti con etica, mentre temeva gli inganni dei demagoghi, responsabili della notte della res publica. Il grande Elias Canetti avvertiva dentro sé un grande senso di colpa perché in quanto scrittore, quindi maestro della parole, in quanto eloquente, non aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per scongiurare la guerra (“Se io fossi davvero uno scrittore, avrei impedito la guerra”). Al conflitto, alla guerra tra i Popoli si arriva quando i demagoghi prevalgono con l’uso e l’abuso di parole false e dal significato spropositato e stravolto. Antigone e Creonte sono due monologanti e non due dialoganti, ecco perché le loro colpe ricadono sulla Città che poi va in malora! Altri esempi virtuosi di parole belle e vere? Considero e Desiderio: in compagnia delle stelle e smetto di guardare gli astri, ma ne serbo una gran voglia di rimirarli ancora!”.

Condello non si arrende e riparte, sturm und drang: “Resta il nodo della traduzione, è un’attività davvero noiosa! Però devo ammettere che più si va in là con gli anni, più la si apprezza. Ha senso continuare a tradurre i classici, di cui esistono ormai migliaia di versioni diverse di traduzioni? Io credo di sì, la traduzione è un esercizio che educa ad una spietata onestà intellettuale, non ci si può permettere pressapochismo nella traduzione, alla fine del lavoro tutto deve combaciare in modo perfetto e rigoroso”.

Dionigi, certo, non divaga: “Tradurre, trans ducerecondurre attraverso. La traduzione è l’allenamento dell’identità e dell’alterità. Ciò che è di moda (da modus, modo misura maniera), in realtà è già vecchio e sorpassato.Al cospetto dei testi classici, tanto per chiamare di nuovo in causa Canetti, non possiamo che accucciarci con rispetto e devozione”.

E così, con la giusta lentezza e con il giusto percorso,siamo giunti al nodo principale della vicenda, al tema dei temi. Condello, senza macchia e senza paura, pronuncia quel nome ad alta voce: La scuola! Professor Dionigi, senza preamboli, la scuola!”.

Dionigi: “Scuola, da skolé, greco antico. Ozio, riposo,agio. Il tempo, ma anche il luogo nel quale il giovane, libero da faccende quotidiane, si dedica alla scienza, all’arte, alla lettura, magari condotto e istruito da un maestro. L’esatto contrario di quello che predica la politica attuale… La paideia, l’educazione del fanciullo, deve essere circolare, come i cicli della Natura e multidisciplinare. La scuola deve insegnare i saperi che serviranno alla formazione e all’autodeterminazione dei giovani, non deve insegnare un mestiere. Con l’invasione delle nuove tecnologie, è una corbelleria sostenere che la scuola si debba preoccupare di formare lavoratori: dopo un solo minuto in classe o in laboratorio, quelle presunte competenze professionali sono già obsolete e inutili. Se la scuola deve diventare un laboratorio di mestieri ha già fallito in partenza. La tanto lodata e taumaturgica tecnologia è il risultato del connubio tra tekné e logosquindi, tecnica e pensiero/parola! Lo smartphone vi consente di vedere l’interfaccia degli altri utenti, ma rischiate di perdere di vista i volti dei vostri compagni! Affidandovi solo alle nuove tecnologie, ai nuovi media, alla realtà virtuale potrete forse essere cittadini del mondo senza spostarvi da casa, ma diverrete orfani del tempo (Kronos, divinità cosmogonica che ha generato tutte le altre e con il trascurabile difettuccio di voler divorare i propri figli)). Dovete imparare ad avere cura del Tempo, perché noi siamo tempo e non spazio. I Classici aiutano a coltivare questo, ad avere cura del Tempo. L’Inferno oggi per voi Giovani è questa massificazione globale, quella che io chiamo la dannazione dell’uguale. Solo l’alterità dona vera ricchezza, solo il confronto tra diversi regala miglioramento e progresso. Mi hanno etichettato come un elitario conservatore, ma io invece dico che ho un grande progetto: sarebbe bello che nella stessa aula di un liceo, fossero presenti due docenti, quello di greco e latino e quello di tecnologia!”.

Questa sì, sarebbe vera rivoluzioneComunque, cari rozzi cibernetici, integralisti dell’aifon e del 'tutto in un click', rassegnatevi! Ora ci sono anche le prove scientifiche, come confermato dal professor Luigi Galimberti, neuroscienziato, esperto di dipendenze giovanili,anche e soprattutto da abuso di tecnologia: l’istruzione a base di latino (e greco antico) sommata all’utilizzo dei vecchi cari supporti tecnologici, i libri,resta anni luce più avanti di qualunque arcano modernista. La struttura del cervello, i suoi neuroni, gradiscono e reagiscono bene alle antiche, impareggiabili piattaforme. Nel nord Europa, hanno preso atto della ‘novità’, in Italia,colonia ora e sempre, siamo ancora nella fase dell’euforia e della sbornia da pseudo rivoluzione 3.0. La scuola virtuale evapora, un sapere che si trasforma in nuvole evanescenti cancellate per sempre dalla prima folata di vento; quella basata su volumi di carta e lingue morte, invece, forma studenti e cittadini con menti libere e pensanti.

Per aspera, ad astra.

Il Bardo misterioso, padre dell’Uomo moderno (per tacer di Cervantes)
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 15 settembre 2016

 

Piero Dorfles (nella foto, insieme a Velentina Gasparet) ci fa viaggiare nel tempo e ci conduce per mano fino all’Inghilterra di Shakespeare (ma con incursioni nella Mancia). Un autore straordinario che forse non ha dato vita ‘solo’ a capolavori letterari…

 

di Hermes Pittelli©

 

 Ha senso oggi riesumare dalla sua fossa quella vecchia talpa fantasmatica di Shakespeare?

Ha senso oggi, a quattro secoli di distanza dalla sua dipartita, continuare a celebrare quel vecchio autore inglese, ammesso sia esistito, e discettare ancora delle sue opere, su cui ormai ogni possibile ‘autopsia’ culturale è stata compiuta?

Pare di sì. Lo sostiene anche Piero Dorfles, professore di giornata: “Non so perché i curatori di Pordenonelegge abbiano scelto proprio me come esperto shakesperiano. Al massimo, sono un appassionato lettore. Io poi mi ero preparato per l’altra celebrazione, quella dei 400 anni dalla morte di Cervantes”.

Pare di sì, anche perché, come scritto da Harold Bloom in un celebre saggio, Shakespeare è il padre di tutti noi, ci ha inventati lui, il misterioso Bardo è il vero dio che ha creato la modernità.

Shakespeare resta intatto e incorruttibile dopo 4 secoli, è diventato parte di noi e della nostra quotidianità, fondatore della lingua inglese moderna. Il Bardo ha compiuto in Albione un’operazione culturale rivoluzionaria, simile a quella intrapresa in Italia da Dante: ha svecchiato il linguaggio, ha utilizzato la lingua popolare e ponendola come base delle sue opere, l’ha innalzata a livelli sublimi.

Entrambi hanno compiuto una sorta di democratizzazione della lingua e della letteratura, rendendole accessibile a tutti; un fatto di portata 'globale', senza precedenti.

L’attenzione di Shakespeare si concentra soprattutto su quel territorio arcano delle menti e delle anime dei suoi personaggi; nelle trame esistono spesso contraddizioni e logiche alquanto frammentate, ma l’intenzione dell’autore è sondare e scavare nei suoi protagonisti per capire la loro dimensione psicologica ed etica, cosa li spinge a compiere determinate azioni, anche turpi, anche dalle conseguenze terribili e tragiche, per se stessi e per la comunità in cui si muovono.

Per ottenere questo risultato, Mastro Shake sovverte ogni regola dell’arte drammaturgica, genera il meta teatro: in Amleto, viene allestito uno spettacolo teatrale per smascherare l’autore di un delitto, una piece tragica calata all’interno di una tragedia in palcoscenico!

Cervantes, coevo di compar Guglielmo, nella seconda parte delle strampalate gesta cavalleresche di Don Chisciotte, compie l’esatta, identica scelta narrativa.

Shake, al pari del collega iberico, cala anche l’asso dell’ironia, poco frequentata e adottata nella tradizione tragica e letteraria precedente.

Ogni personaggio è responsabile solo di sé e delle proprie azioni; in passato l’individuo non contava rispetto ai destini e alle decisioni fondamentali di un popolo, di una comunità o di una oligarchia. Con l’autore di Stratford upon Avon, assistiamo al passaggio dal tardo Medio Evo alla modernità, lui è la cesura storica, lui edifica e sancisce il salto cosmico ad una inedita dimensione dell’esistenza umana sul pianeta. Niente più regni e/o regimi divini o di incerta derivazione divina, ma l’Uomo al centro dell’Universo che decide e tenta di fabbricare con le proprie forze il proprio percorso, il proprio destino.

Shake e Cervantes anticipano anche di almeno un paio di secoli la dialettica hegeliana servo-padrone. Fino a dove giunge davvero l'invincibile forza coercitiva del padrone per indurre il servo a obbedirgli in tutto e per tutto, senza obiezioni, senza ribellioni? E quanto conta la disponibilità o l’apparente rassegnazione del servo? Come in seguito analizzato appunto da Hegel, servo e padrone si specchiano l’uno nell’altro, sono indissolubilmente legati, perché ciascuno nella controparte vede, analizza e capisce se stesso. Hanno in fondo bisogno del loro rapporto simbiotico e prolungato nel tempo per affermare la propria identità, per vivere. Questa simbiosi può anche diventare deleteria e trasformarsi in una fonte letale; nell’era dell’individualità e dei conflitti interpersonali, la fusione tra due caratteri comunque distinti e antagonisti, può condurre l’uno a decidere di sopprimere l’altro. Essere liberi impone il fardello della responsabilità personale delle azioni e dell’esame con la propria coscienza, passaggio ineludibile anche per i lestofanti senza scrupoli.

Qualcuno ha visto in Shakespeare anche il padre del nichilismo, colui che costringe l’Uomo a trovare da solo un significato e un orizzonte di fronte all’insensatezza caotica e al nulla della Vita…

In Don Chisciotte, non si legge solo la storia di uno squilibrato, ma si celebra la fine di un’epoca, la scomparsa della Cavalleria, segnata da un progresso tecnologico: l’invenzione delle armi da fuoco. Non più l’ardimento, non più l’intelligenza, ma una semplice abilità, con la opportuna dose di allenamento, sanciscono la fine della fase leggendaria dei duelli a viso aperto. Con un moschetto in mano, scompare un mondo. La conferma che l’evoluzione si fa sedurre non dai migliori, né dai più forti, ma da chi si adatta meglio al mutamento.

Nell’epilogo di Romeo e Giulietta, la faida non sanabile tra Montecchi e Capuleti che stava insanguinando e avvelenando Verona, viene cancellata dall’intervento d'autorità del principe: la necessità di comporre il dissidio, la necessità di rispettarsi reciprocamente, diventano imperativi categorici per garantire la civile e pacifica convivenza a tutti gli abitanti della città. Shake afferma in modo incontrovertibile la necessità di un sistema statuario più ampio e più alto delle singole volontà e egoismi, affinché la Città degli Uomini possa vivere e prosperare.

I personaggi del Bardo possiedono dunque un’altra sorprendente peculiarità: sono, come richiede la ferrea legge dell'evoluzione, ontogenetici, sanno ricreare se stessi al mutare delle condizioni esterne, sono quelli che sopravviveranno  e riusciranno a perpetuare la specie. Nonostante tutto, in qualche modo.

Cervantes ha inventato (il romanzo moderno) e descritto un archetipo dell’essere umano, un paradigma, un modello carico di ironia.

Shakespeare ha inventato un mondo nuovo, ha sondato nuove dimensioni dell’Uomo, ha speculato in modo poetico e quasi scientifico in ogni anfratto dell’anima e dei suoi moti; ha di fatto introdotto in letteratura la potenza creatrice della Parola.

Come un falco, nell’aria vola veloce e implacabile una domanda esistenziale. La tenebra/male e la luce/bene in perenne conflitto dialogico ci spingono con angoscia a chiederci “a che punto è la notte”?.

Non lo sappiamo. Disorientati e fragili, siamo costretti ad ammettere l'ipotesi che alla fine trionfi il male, destinandoci a annaspare in una notte eterna, ci sgomenta e terrorizza.

Il Bardo era dunque un sacerdote del nichilismo e del pessimismo?

Se fosse vero che 

La vita è un'ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di suoni e furore, che alla fine significa niente

perché Zio William si sarebbe dedicato anima e corpo a scriverne per tutto il suo passaggio terrestre, sprecando intelligenza, fantasia, ore da destinare alla leggerezza e al sollazzo senza pensieri e fiumi d’inchiostro?

(Con tanti asini in giro che ragliano la propria opinione, avrà diritto di esprimerla anche un Leone?)

Dall’economia di dominio, all’economia della cura
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 14 settembre 2016
Pordenonelegge2016 decolla con un tema decisivo: se crediamo sul serio che i Giovani rappresentino il futuro del pianeta, siano loro in prima persona ad occuparsi delle materie che determineranno l’esito dell’evoluzione o della sparizione della Vita



di Hermes Pittelli ©


 La società del III millennio è globalizzata, piramidale, gerarchica, non osmotica. 
Dominata da un pensiero unico bipolare (pro o contro, bianco o nero), in cui ogni aspetto della vita anche quotidiana è modellata su una concezione assolutistica e bellicistica del mercato. 
Il trionfo acritico delle logiche militari applicate al marketing, alla produzione di merci, alla pervasività della tecnologia hanno condotto il pianeta ai limiti dell’autodistruzione. Una concezione androcentrica della società, basata solo sulla competizione e sulla guerra.Un’interpretazione iperliberista delle teorie economiche di Adam Smith.
Eppure, esiste un eppure ed è come sempre sorprendente scoprire che basterebbe solo risalire all’origine, al vero etimo delle parole: economia, dal greco antico oikonomia, gestione e cura delle risorse domestiche.Un vocabolo che crea una serie di suggestioni e ispirazioni che ci fanno viaggiare a ritroso nel tempo, come si trattasse della forma più antica di trasmissione del sapere (il racconto, la narrazione), e che ci consentono di approdare ad un’era della comunità umana nella quale la tutela e il bene della ‘casa’ erano responsabilità delle Donne, sacerdotesse, vestali della Vita, depositarie e custodi dei semi dell’esistenza sia nel senso della procreazione, sia nel senso della coltivazione delle piante e dei frutti per alimentare la specie.
Non si tratta di utopie o racconti fantastici, ma di teorie ormai riconosciute a livello accademico mondiale, studiate, analizzate e divulgate da Riane Eisler, sociologa, storica, scrittrice e attivista sociale, nata a Vienna nel 1931 da famiglia ebraica, costretta presto a riparare prima a Cuba e in seguito negli Usa per sfuggire alla persecuzione nazista.

La professoressa Antonella Riem e il professor Angelo Vianello dell’Università di Udine, epigoni e sostenitori, non solo teorici, ma attraverso progetti concreti di queste nuove, antiche filosofie sociali ed economiche, guidano i ragazzi delle superiori presenti a Pordenonelegge2016 con parole limpide e passo sicuro. I giovani, sono loro che una volta fagocitati e assorbiti i semi della condivisione della collaborazione del confronto culturale avranno il compito di insegnare ai politici e ai governanti che un altro mondo è davvero possibile. Possibile e doveroso, nel segno dell’equità e del rispetto umano e ambientale.
Qualcuno cadrà dalla seggiola, ma capitalismo e comunismo sono uguali, sono facce della stessa moneta falsa, basata su una concezione economica di competizione e dominio, nella quale, piccolo particolare, sono sempre i maschi a detenere le leve del comando. 
Curioso infine che i thugs del dio mercato, quando citano Adam Smith, siano poi colti da smemoratezza selettiva, tralasciando di ammettere che lo stesso economista, in un testo forse volutamente meno divulgato e conosciuto, sostiene con convinzione che empatia, altruismo e comprensione per gli altri sono elementi fondamentali per edificare una società umana sana e tenace. Nella collana Forum della mai troppo lodata casa Editrice Universitaria Udinese si possono trovare le opere di Riane Eisler (consigliatissimi: Il calice e la spada; La vera ricchezza delle nazioni; ndr) e dei professori Riem e Vianello. Leggere su carta e apprendere con lentezza, con i tempi fisiologici del nostro cervello saranno esercizi utili e imperativi categorici ormai non più procrastinabili.
Il quartetto musicale del liceo scientifico di San Vito al Tagliamento, con i brani tratti dal Flauto Magico di Volfango Mozart, forniscono la colonna sonora perfetta per ispirare alla razza umana un ritorno nel ciclo virtuoso dei ritmi naturali che non prevedono sfruttamento illimitato e distruttivo, ma trasformazione, riciclo, mutualità e ripristino.

A chi possiamo affidarci, da chi possiamo imparare? 
Ancora e sempre, dalle Donne, le vere maestre nella cura della vita, delle relazioni reciproche, del dono, del rispetto nei confronti delle creature e di tutto il Creato, ovvero la Casa comune (economia…) di noi tutti; perché come scriveva Swami Vivekananda, poeta e filosofo indiano: 
“Tutte le differenze di questo mondo sono di grado, non di genere, perché l’unità è il segreto di ogni cosa”.

Se è vero che il nostro universo è costituito al 90% da materia oscura, coltiviamo ancora la flebile speranza che i Giovani, questi Giovani, siano la Luce che prevarrà sulle tenebre, soprattutto quelle che da decenni stanno obnubilando le menti e gli animi della razza umana.
Pierluigi Cappello, il potere delle Parole e della Poesia
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 23 settembre 2012



di Hermes Pittelli ©


 Il più importante poeta friulano vivente, autentico patrimonio nazionale, illumina la mattinata finale di Pordenonelegge 2012.
Pierluigi Cappello da Tricesimo spiega con semplicità, peculiarità dei grandi uomini, cosa sia la Poesia.
E i bambini delle scuole primarie, lo ascoltano prima con composta attenzione, per poi lanciarsi senza rete nel trovare le rime alle parole che il poeta offre come esca per la loro immaginazione.
Il segreto della Poesia, meno banale di quanto possa sembrare, si cela “nel potere della Parola”. “Un Potere misterioso in grado di irradiare quei significati nascosti nell’ombra, tra le pieghe della realtà, ma percepiti, individuati e offerti ai propri simili dai Poeti”.
Una lectio magistralis per certi versi ostica, eppure affascinante e coinvolgente.
Le rime, i versi ,le strofe, il ritmo come si trattasse di uno spartito, perché le parole sono innanzitutto suoni, note. Le strutture storiche: l’endecasillabo, la sestina, la quintina, la quartina che hanno permesso alla forma di poetica di plasmare i sentimenti e le percezioni degli autori nel corso dei secoli.
Dante Alighieri, il poeta italiano più glorioso, amato e studiato, in tutto il Mondo, scrive la Commedia in endecasillabi e ci regala magie, non solo con le sue rime perfette, ma progettando una scacchiera per le parole che diventa un ulteriore messaggio celato, da individuare ed apprezzare.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita”.

Questa prima celebre terzina, tecnicamente si definisce chiasmo, perché evidenziando la sua struttura ossea portante, si forma un ‘Chi’ greco che nell’antico alfabeto dei padri dell’Europa rappresentava l’iniziale del nome di Cristo. Un ‘miracolo’ lirico con il quale Dante ci comunica ‘in codice’ che affida e dedica il proprio (e nostro) cammino al Figlio di Dio.



Mentre Cappello, visibilmente emozionato e felice, riesce a rendere evidente a bimbi e genitori cosa sia il linguaggio poetico, offre frasi preziose che rendono comprensibili anche i concetti più complicati.
I poeti scavano nella realtà. Quello che trovano con il proprio io, lo rendono disponibile, lo trasformano in tesoro comune”.
Uno dei grandi misteri della creatività poetica, eterna fonte di dibattito, riguarda l’ispirazione. Per qualcuno è una specie di ‘super potere’, una sorta di dono divino. Eppure Cappello sostiene che tutta l’ispirazione giunge direttamente dalle parole, in modo molto concreto, parole così audaci e indipendenti che lo ‘costringono’ a scriverle: “Io giro sempre con un taccuino e una penna. Annoto frasi, accadimenti, concetti che mi colpiscono e che mi sembrano belli. Li custodisco lì. Poi, da soli, magari dopo molto tempo, cominciano ad aggregarsi fino a formare una bella melodia e a quel punto le note, cioè le parole, pretendono di essere trascritte; queste parole sono così determinate che spesso vengono a svegliarmi nel cuore della notte e non mi lasciano riposare fino a quando non le accontento. Una delle mie poesie più recenti, è nata così. Sono sempre loro a decidere quando è il momento di emergere in superficie, alla luce del sole”.

La poesia nasce quindi come suono e ritmo, un’Arte che serve all’uomo per comprendere la realtà, interpretarla attraverso il proprio intelletto, inondarla di armonia e bellezza. Per questo Cappello suggerisce sommessamente che la fruizione migliore della poesia, può avvenire soprattutto “leggendo ad alta voce, in modo tale da rendere proprie le parole messe a disposizione dal poeta”.

Ad un cultore e artigiano delle parole come Cappello, non resta che congedarsi con discrezione ed un sorriso ampio e sincero, pronunciando il vocabolo umano per lui più importante. Tutte le parole sono perle preziose, da custodire e salvare. Tutte. Alcune magari sono solo un po’ più usurate delle altre. Se esistesse un poeta capace di donare nuovo soffio vitale a parole quali ‘arcobaleno’ o ‘gabbiano’, meriterebbe immediatamente il Nobel. Ma se dovessi sceglierne una sola, da salvare per sempre, sceglierei questa: Libertà”.

Augias rivela l’inafferrabile segreto degli Italiani
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 22 settembre 2012

 

'I Segreti d'Italia' (Ed. Rizzoli), ultima fatica letteraria del noto giornalista, narra "storie, luoghi, personaggi nel romanzo di una nazione".



di Hermes Pittelli ©



 Il segreto dei segreti: capire la vera natura degli Italiani.
Siamo un rebus, un enigma, un responso di qualche sibilla; per noi stessi e soprattutto per i nostri compagni di viaggio dell’Unione europea.
Indecifrabili, inaffidabili. Incomprensibile che il Belpaese sia la patria dell’arte, della moda, del design, della Ferrari (quella di Maranello), dell’incomparabile qualità del cibo e dei vini e al tempo stesso delle mafie, delle cricche, delle infrastrutture obsolete e in perenne avaria, delle case, degli ospedali, delle scuole che crollano come carta velina.
In fondo, un segreto di Pulcinella, ma narrato con lo stile inconfondibile e lo sguardo acuto del Maestro Corrado Augias. Cronista di stampo anglosassone ed elegante scrittura mediterranea.
I Segreti d’Italia, “titolo enfatico che richiama i precedenti volumi della fortunata serie”, come sottolinea senza falsa modestia lo stesso autore, offre un’indagine, un viaggio romanzato e romanzesco tra le città, i personaggi, gli avvenimenti storici e le opere letterarie che contribuiscono a rivelare una volta per tutte l’arcano dell’identità italica. Con assoluta onestà intellettuale.
Augias utilizza subito due romanzi, entrambi pubblicati alla fine dell’800 a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, per indicare i due archetipi dell’italiano: ‘Cuore’ di Edmondo De Amicis e ‘Il piacere’ di Gabriele D’Annunzio (“Il suo capolavoro”, la postilla del grande giornalista).
In 'Cuore' c’è l’italiano onesto, laborioso, generoso, magari un po’ ‘grigio’, ma moralmente integerrimo; nel Piacere emerge la figura di Andrea Sperelli, l’italiano ribaldo e mascalzone, esteta raffinatissimo (lontano in questo aspetto da certi tristi figuri che affollano le cronache contemporanee), che si sente legibus solutus, non soggetto alla legge, perché per lui semplicemente non esiste e se esiste, la ignora.
“Siamo l’unico popolo al mondo con una divaricazione così ampia tra le nostre due nature. La Grecia madre dell’Europa è ormai solo piccolo artigianato, mare meraviglioso e turismo. La Spagna è più simile a noi, ma non raggiunge i nostri livelli eccelsi nei settori nei quali ancora brilliamo.
In Francia, paese nel quale da lungo tempo vivo per una parte dell'anno, magari sono poi disonesti come molti dei nostri politici e amministratori, ma hanno il culto della forma, quasi fino all’alterigia, in quanto parte visibile della correttezza. Fiorito, Lusi, Belsito e compagnia non hanno nemmeno una vaga idea del contegno che ogni amministratore pubblico deve avere.
Il familismo amorale individuato in Lucania dal sociologo Banfield per spiegare l’arretratezza di un paese, è addirittura dilagato. Pensiamo al triste esempio di Umberto Bossi capace di costruire le proprie fortune politiche rivendicando la propria non italianità e poi come i peggiori italiani pronto a comprare una laurea al figlio in una università albanese”.
Seneca e Alfieri sono stati i nostri unici autori di tragedie. Non per caso siamo la patria del melodramma e della commedia all’italiana. Alberto Sordi è stato cinematograficamente il nostro Moliere, l’attore che meglio ha interpretato e incarnato i peggiori vizi italici. Gli italiani anche al cospetto dei disastri, sono incapaci di vere tragedie; riescono a concludere tutto in burla”.

Augias spiega prima ai colleghi della stampa e poi alla folla da ennesimo tutto esaurito del Teatro Verdi che questa doppia natura, questa doppia faccia da Giano, si traduce in soldi bruciati. L’inadeguatezza e l’impresentabilità del precedente governo hanno acuito la crisi economica del Belpaese, hanno causato un aumento vertiginoso del famigerato differenziale perché i nostri partner continentali ci reputa(va)no ambigui, ergo inaffidabili.
Napolitano, forse eccedendo rispetto ai poteri previsti dalla carta costituzionale per il presidente della Repubblica, ha compiuto un capolavoro politico affidando la guida del governo a Monti. Di fatto, ha letteralmente salvato l’Italia dalla fogna perché questo paese alla fine del 2011 era sull’orlo del fallimento. Monti avrà commesso anche errori evitabili e non mantenuto alcune promesse, ma ha evitato il decesso del grande malato. E un altro capolavoro tattico è stato compiuto da Mario Draghi che in una sorta di partita a scacchi alla Banca centrale europea è riuscito ad isolare l’arrogantissimo presidente della Bundesbank, la banca centrale tedesca. L’Italia con Monti ha recuperato rispettabilità internazionale. Obama tiene ai suoi giudizi, Hollande e la Merkel gli telefonano o lo incontrano per concertare le decisioni che riguardano l’Europa”.

Il futuro però appare ancora incerto, quando non tetro, soprattutto per le nuove generazioni.

Questo è il paese dei grandi lestofanti, ma è anche il paese dell’avvocato Ambrosoli, dei giovani partigiani che si opposero al nazifascismo riscattando la vergogna dell’8 settembre e degli errori mussoliniani, è il paese dei padri costituenti che in un anno e mezzo sono riusciti a scrivere la Costituzione più bella e più avanzata del mondo. E’ il paese che nel secondo dopo guerra, rimboccandosi le maniche, è stato capace in pochi anni di trasformarsi da economia agro pastorale in potenza industriale, fino a raggiungere ritmi di crescita del 7%, ritmi oggi sostenuti solo dalla Cina”.
Augias con tatto durante l’incontro con il pubblico evita di parlare in modo troppo diffuso di politica “per non addolorarci con il bassissimo livello attuale del paese”, ma lascia in fondo intuire che per lui Mario Monti discende dal libro Cuore, mentre il precedente inquilino di palazzo Chigi, scevro da ogni raffinatezza estetica, discende dalla dissolutezza del Piacere dannunziano. Eppure, nonostante gli italiani storicamente sappiano offrire il meglio di sé soprattutto al cospetto delle prove fatali come i conflitti, l’Autore si congeda con una nota di cauto ottimismo:
Le fasi storiche sono lunghe, l’Italia si risolleverà;
io forse non farò in tempo a vederlo, ma voi e soprattutto i vostri figli, sì”.

Magari consapevoli che dopo aver regolato i conti con la Storia e la Coscienza, non si può pretendere un paese migliore, senza prima impegnarsi per diventare cittadini migliori, ogni giorno.

Letteratura a fumetti, il coraggio di crescere con le nuvole parlanti
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 20 settembre 2012



'Fiato sospeso', graphic novel di Silvia Vecchini e Antonio Vincenti in arte Sualzo, non è un gioco da ragazzi. Insegna ai giovani, ma anche agli adulti, l’importanza di sapersi tuffare nel mare della Vita senza bolle di protezione. Per diventare grandi davvero.


di Hermes Pittelli ©


 Non più figli di un dio minore, né intrattenimento per bambini.
I Fumetti sono diventati adulti e soprattutto forma d’arte ufficialmente riconosciuta dalla Cultura.
Come ‘illustra’ Sualzo alias Antonio Vincenti agli schiamazzanti e indomabili ragazzi delle scuole medie pordenonesi, “il fumetto è un mezzo (medium), non un genere. Proprio come il cinema. Attraverso i fumetti si può creare letteratura”.
Non a caso, Sualzo e la scrittrice Silvia Vecchini sono gli autori dello splendido e fortunato graphic novel ‘Fiato sospeso’, vicenda di Olivia, ragazzina affetta da allergie che trova nel nuoto e nell’amicizia di Leo il coraggio di rompere la bolla protettiva costruita intorno a lei dalla madre, per tuffarsi nel mare imprevedibile, ma meraviglioso, della Vita.
Un autentico romanzo a fumetti nel quale la parola scritta e le immagini si fondono in un connubio armonico sorprendente ed efficacissimo. Particolare che non è sfuggito agli entusiasti piccoli lettori che affollano gli stand di Pordenonelegge.it (alcuni, critici letterari in erba per l’acutezza delle osservazioni, ndr) come emerge dalle centinaia di lettere inviate ai due creatori di questa storia.
Stabilita la differenza tra fumetto seriale (ad es: Dylan Dog, Topolino, eroi Marvel, Diabolik, quelli con appuntamento periodico in edicola e con caratteristiche sostanzialmente immutabili dei personaggi e delle vicende, ndr) e graphic novel (“i protagonisti si evolvono in un numero concentrato di pagine, di solito si tratta di un avventuroso viaggio di crescita”), certificata la dignità culturale delle nuvole parlanti, Sualzo e Silvia raccontano ai giovani fan la genesi di ‘Fiato sospeso’.



Silvia
: “Mi piace scrivere storie nelle quali mi sento completamente coinvolta, nelle quali mi ritrovo.
La vicenda di Olivia nasce da una duplice ispirazione. Si tratta di una storia reale perché mia figlia è affetta da allergia, anche se è molto diversa dalla protagonista. Mi incuriosiva capire e immaginare cosa sarebbe accaduto a Olivia una volta uscita inevitabilmente dalla sfera protettiva materna, crescendo. Anche mia figlia pratica il nuoto perché è l’unica attività sportiva che possa affrontare in relativa sicurezza. Io stessa da bambina ero allergica, la mia vita - come oggi la sua - poteva dipendere dall’intervento tempestivo di una persona sconosciuta. Da tutto questo è scoccata la scintilla creativa, capire cosa accade quando la bolla si rompe. E’ una legge di Natura, ad un certo punto la mamma smette di occuparsi del pulcino, è lui con il becco divenuto robusto a sufficienza a dover rompere il guscio per uscire nel mondo”.
Antonio/Sualzo: “Per creare la storia di Olivia, abbiamo utilizzato un procedimento molto simile a quello delle riduzioni cinematografiche dei romanzi. Di solito, per il graphic novel non si lavora così, ma ci si affida ad un meccanismo molto lungo e complesso”.
Silvia: “Ho scritto la sceneggiatura in modo molto più libero e agile rispetto a quelle tradizionali per il cinema o per il fumetto. Mi interessava molto più concentrare l’attenzione sui dialoghi e sui dettagli di piccoli oggetti in grado di creare l’atmosfera giusta per la vicenda. Era poi davvero emozionante osservare come scena dopo scena i personaggi prendevano vita e si muovevano attraverso i disegni di Antonio”.
Antonio/Sualzo: “Molti lettori hanno evidenziato l’aderenza perfetta tra il testo e i disegni. In realtà il disegnatore è sempre molto preoccupato per il risultato finale, è sempre preda del dubbio sulla propria capacità di riuscire a rendere graficamente il significato della parola scritta. Ci siamo riusciti per la grande sintonia tra noi, per il modus operandi che abbiamo adottato da subito. Per esempio, eravamo entrambi d’accordo che i colori non dovessero rispecchiare la realtà, ma adattarsi e comunicare l’universo emotivo dei personaggi”.

Silvia Vecchini e Antonio Vincenti/Sualzo hanno ottenuto l’obiettivo più gratificante. Le giovani Lettrici e i giovani Lettori si sono appassionati non solo al loro romanzo a fumetti, ma alla letteratura tout court, dimostrando un’intelligenza e una sensibilità rare nel cogliere le sfumature della delicata sfera emozionale di Olivia e Leo.
Saranno quindi non solo Lettori attenti e appassionati in futuro, ma Cittadini migliori e forse, chissà, nuovi autori a loro volta.
Come insegna Olivia, nel finale aperto della sua storia, la vera vittoria nella Vita non consiste nel raggiungere il traguardo per primi, ma nel coraggio di affrontare le sfide:
anche contro i propri limiti, anche quelle che ci lasciano con il fiato sospeso.

Pordenonelegge.it 2012, partenza sprint con due ‘Scrittori per caso’
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 20 settembre 2012


di Hermes Pittelli ©


 Uno scrittore cui non piaceva leggere e un biologo, scrittore per noia.
Si incontrano sul palcoscenico di un teatro e chiacchierano delle rispettive esperienze.
Seduti su un divano bianco, essenziale, sorseggiando acqua minerale naturale.
Sono figlio di un’insegnate che mi inseguiva con i libri per convincermi a leggerli, una disperazione”.
L’altro ascolta. Poi racconta il suo esordio letterario.
Distante dal mito o dalla leggenda che di solito ammanta i predestinati.
Non ero un talento precoce. Da bambino non amavo scrivere e a scuola prendevo spesso brutti voti in italiano e spesso ero rimandato a settembre”.
Il giovane, irrompe, entusiasta: “Ho cominciato a leggere a vent’anni, quando mio padre, uomo sempre parco di parole, mi ha messo in mano a forza un tuo libro dicendomi solo che quello mi sarebbe piaciuto. Mi è piaciuto così tanto che mi sono appassionato non solo alla lettura, ma anche alla scrittura”.

Il ‘veterano’ quasi si commuove, anche perché non è la prima volta che gli riesce il miracolo laico di convertire allergici ai libri (ad esempio, un anziano idraulico romano) in stakanovisti della pagina scritta. Questa, però, è un’altra storia.

Sono biologo, ma mi annoiavo. Ho cominciato a scrivere per caso. Un romanzo tristissimo, intitolato Branchie. L’ho fatto leggere ad un amico che lavorava per una casa editrice sindacale di cui ignoravo l’esistenza e soprattutto non immaginavo si occupasse di letteratura. Era una collana nuova, creata per dare un’opportunità a giovani talenti. Dopo qualche giorno il mio amico mi ha telefonato annunciandomi che se avessi completato il romanzo, me lo avrebbero pubblicato. La notizia mi ha gasato. Il rovescio della medaglia è che trattandosi di una piccola casa editrice, la distribuzione era molto limitata. Anzi, quando gli amici mi chiedevano dove avrebbero potuto trovare il mio libro, indicavo una sola libreria a Roma, in Via delle Botteghe Oscure. Ad un certo punto, passavo tutti i giorni per controllare se la pila – si fa per dire – del mio romanzo si assottigliava. In realtà, molte volte aumentava! Nel senso che i pochi che l’avevano acquistato, lo riportavano lamentando che fosse proprio brutto.
La pubblicazione, lungi dal rappresentare l’anticamera del successo, è solo l’inizio del calvario per lo scrittore; perché poi scopre i problemi legati alla distribuzione e al rapporto con l’ufficio stampa che deve promuovere la propria opera. All’inizio litigavo sempre con l’ufficio stampa: è più facile trovare un responsabile esterno per i propri insuccessi, piuttosto che ammettere che il tuo libro è brutto.
Comunque, sono stato fortunato, perché tra i pochi che lo avevano acquistato e letto c’era anche un dirigente della Mondadori che mi convocò a Segrate.
Il viaggio fu a dir poco avventuroso. Quando sono ansioso e quando litigo, dopo cado in un sonno profondo. In quel caso ero così ansioso che a Orvieto già ronfavo della grossa. Mi sono svegliato a Bologna accorgendomi che qualcuno mi aveva rubato il portafoglio. Non avevo più una lira (all’epoca c’erano ancora le lire e non esistevano i cellulari)!
Arrivato a Milano non sapevo come comportarmi, così, come avevo sempre visto fare a Termini, ho cominciato a chiedere in giro:
<< Scusa, puoi darmi duecento lire?>>.
Ho rimediato un gettone telefonico e dopo aver consultato un elenco mezzo strappato ho telefonato in Mondadori, ma non mi ricordavo più il nome del dirigente, quindi ho chiesto di parlare con uno dei piani alti. Nel frattempo, l’illuminazione: Ferrari, dottor Ferrari! Mi hanno risposto che di Ferrari ce n’erano circa 70… Ho insistito chiedendo di parlare con il più importante e alla fine sono riuscito a farmelo passare e a raccontargli l’accaduto. Mi ha esortato a prendere un taxi che poi avrebbe saldato lui. Sono riuscito ad arrivare a Segrate e pensandoci adesso, il mio ingresso in Mondadori è stato proprio trionfale.
Ferrari mi disse che il mio Branchie gli era piaciuto molto e voleva pubblicarlo. Ma c’era l’ostacolo della casa editrice sindacale che non voleva saperne di concedere un favore ad un’azienda di Berlusconi. Io li rassicuravo sul fatto che nemmeno a me piacesse, ma che, senza dubbio, farsi pubblicare un libro dalla Mondadori…
E dentro di me pensavo che magari fosse solo un problema di soldi; in fondo, al cospetto di certe cifre, anche il compagno più inveterato può vacillare. Loro però sembravano irremovibili: il dottor Ferrari chiese se avessi altri romanzi pronti. Altri romanzi? All’epoca mica pensavo di diventare scrittore, al limite avevo dei racconti; ma quelli non andavano bene perché, tanto per cambiare, erano tempi duri per l’editoria e poi in Italia i racconti pare non siano molto apprezzati dai lettori. Insomma, come diceva Ferrari, <<Il momento è delicato>>.
Una frase che poi nel corso degli anni, una volta diventato scrittore a tutti gli effetti, mi è stata ripetuta ogni volta che ho proposto di pubblicare questi benedetti racconti; aumentati di numero con il trascorrere del tempo
”.

Nel corso degli anni, in effetti, l’ex biologo è diventato uno scrittore vero e di successo. Da tre dei suoi romanzi più noti, sono stati tratti lungometraggi cinematografici, diretti da grandi registi (‘Io non ho paura’ e ‘Come Dio comanda’ – entrambi per la regia di Gabriele Salvatores; ‘Io e te’ – Bernardo Bertolucci).
Per meglio illustrarne il talento, la capacità di destreggiarsi con un registro narrativo in perenne alternanza ed armonico equilibrio tra il tragico e il comico, l’altro scrittore, quello giovane, invita il suo mentore letterario inconsapevole a leggere uno dei racconti finalmente pubblicati in una doverosa raccolta (ottenuta dopo terribili minacce).
Il pubblico del teatro ride di cuore per tutta la durata della lettura.
Il titolo della raccolta celebra, con evidente auto ironia, quella lunga teoria di rifiuti (con la medesima motivazione), con la frase fatidica: ‘Il momento è delicato’. Profetico, considerando l’attualità, non solo per l’editoria.

Comincia ufficialmente così l’edizione 2012 di Pordenonelegge.it, autentica festa del libro con gli autori, divenuto ormai appuntamento di rilevanza nazionale e internazionale.
I due ‘Scrittori per caso’, Marco Missiroli, il giovane (finalista al Premio Campiello), e Niccolò Ammaniti, il ‘veterano’, inaugurano tra gli applausi scroscianti del Teatro Verdi di Pordenone, gremito come non mai di appassionati e della consueta parata di rappresentanti istituzionali, la kermesse culturale che ancora una volta, grazie alla competenza e alle intuizioni degli organizzatori, frantumerà ogni record. Bastano due dati per capire l’importanza dell’evento: 340 autori, 235 appuntamenti;
5 giorni (19 – 23 settembre 2012) di pura esaltazione culturale sulle rive del fiume Noncello.

Come dice Ammaniti dei suoi racconti, una sorta di vacanza rigenerante, per la mente e per lo spirito (nel suo caso, per smaltire la sofferenza della creazione tra un romanzo e l’altro).
Forse non sarà vero come sosteneva Valentino Bompiani che “un uomo che legge, ne vale due”; ma certo, per dirla con Flaubert, non si legge “come fanno i bambini, per divertirsi, o come gli ambiziosi, per istruirsi;
no, si legge per vivere
”.

Scienza e Web 2.0, la sfida per i Cittadini del domani
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 19 settembre 2012
 


di Hermes Pittelli ©


 Steve Jobs non sarà ricordato come il Galileo Galilei del III millennio;
ma molti dei gingilli tecnologici e dei programmi sviluppati dalla sua azienda, continueranno ad influenzare il modo di relazionarsi, comunicare, creare informazione, cultura, scienza; anche in futuro.
Non a caso, Nico Pitrelli, giornalista scientifico, nell’ambito dell’ormai internazionale festival del libro Pordenonelegge.it, comincia l’incontro con gli studenti delle superiori citando la celebre frase del defunto capo della Apple, pronunciata al cospetto degli universitari di Stanford: Stay hungry, stay foolish” (rimanete affamati, rimanete folli).
Fame e follia sono ottimi propellenti per una vita all’insegna della scoperta continua di obiettivi e progetti da realizzare.
La Rete, anche senza approcci miracolistici, come i media che si sono alternati nel corso dei secoli, dalla parola scritta alla stampa fino al computer, cambia non solo le relazioni tra gli esseri umani, ma anche i codici linguistici e informativi della Scienza e forse lo stesso metodo scientifico.
I grandi problemi che minacciano la stessa sopravvivenza del mondo globalizzato – global warming, bioterrorismo, cancro, pandemie – potrebbero forse trovare una soluzione sfruttando a pieno regime le potenzialità della Rete; questo è il convincimento di un numero sempre più cospicuo di Scienziati.
Basti pensare a quel signore malato di tumore che ha pubblicato le proprie cartelle cliniche, per rintracciare una cura adeguata; o al matematico incapace di trovare il bandolo della matassa di una complicatissima equazione, che ha chiesto aiuto sul web trovando in poche settimane la via giusta, vincendo in seguito addirittura la prestigiosa medaglia Fields, l’equivalente del Nobel per la matematica.

Sveva Avveduto, ricercatrice del CNR, cita Sant’Agostino per sgombrare il campo da equivoci: circolo e calamaio, ovvero confronto, dialogo, circolazione delle idee e studio personale, non sono invenzioni moderne. Sono mutate le forme e i supporti. Insomma, l’dea della ‘rete’ del sapere è più antica di quanto comunemente si creda. Certo, Einstein ha dovuto attendere molti anni prima di trovare il modello matematico che gli permettesse di spiegare la teoria della relatività – oggi forse impiegherebbe solo poche settimane – ma le ‘smart communities’ sul web, i gruppi che si aggregano spontaneamente e nascono all’istante coagulati attorno ad un problema da risolvere, ad un progetto da realizzare o ad una causa da promuovere, sono solo l’evoluzione tecnologica delle care, secolari comunità umane.
Scienza 2.0 e Web 2.0 in realtà sono formulette del marketing, accattivanti, nulla più.
Il valore aggiunto della Rete consiste nell’offerta quasi infinita di ingressi per accedere alla conoscenza e ai saperi; in questo senso, si tratta davvero di una nuova rivoluzione copernicana. Si pensi ad una comunità virtuale come Research Gate, nella quale i ricercatori del Cnr si confrontano e si scambiano preziose informazioni, in modo diretto ed immediato.
Come evidenzia correttamente Avveduto, l’utilizzo di Internet e delle informazioni virtuali, deve avvenire con consapevolezza. L’attendibilità e l’autorevolezza delle fonti restano uno scoglio sul quale tutti noi rischiamo di naufragare senza carte nautiche di riferimento, senza una fedele Stella Polare che ci indichi la rotta. “Wikipidia, utilizzato ormai da quasi tutti gli studenti al posto delle tradizionali enciclopedie, contiene migliaia di voci errate”. Anche gli imbonitori, gli imbroglioni, i cartomanti, i ciarlatani del III millennio si sono adeguati alla comunicazione hi tech.
Sostiene Avveduto che proprio la ‘Scuola 2.0’ – per restare nel campo delle formule markettare – è il luogo deputato per discernere e scegliere in modo 'avveduto' le fonti della conoscenza. Scuola italiana che purtroppo paga ritardi culturali dovuti, non solo alla barbarie politica ed istituzionale degli ultimi 30 anni, ma anche resistenze romantiche al mutamento delle forme e dei supporti informativi, unite alla strenua difesa di interessi privati delle lobbies editoriali.
Dal punto di vista del risparmio economico e di tempo, non esiste confronto tra i supporti digitali e virtuali e i libri cartacei. La soluzione più ragionevole, sarebbe la coesistenza equilibrata dei due universi culturali”.

Come dice Pitrelli, l’evoluzione del web 2.0 non innescherà ‘solo’ un’evoluzione culturale e antropologica. Potrebbe forse causarne una addirittura biologica; ma quella più importante riguarda i ragazzi di oggi, nativi digitali, che prima di assistere alla conferenza ascoltano musica con l’ipod, video giocano sull’ipad, si scattano foto con lo smartphone e le postano immediatamente su facebook e saranno i Cittadini di domani: riguarderà (come sempre) la loro capacità di costruire una società democratica, economicamente e socialmente equa, eco sostenibile.

Una società digitale nelle forme e negli strumenti, ma con l’auspicio che, alla fine della navigazione, sia giusta nella realtà.

Zygmunt Bauman: nel ‘mondo liquido’ senza più barriere, siamo tutti migranti
post pubblicato in Società&Politica, il 25 settembre 2011


di Hermes Pittelli ©


 Un mondo sferico, dove tutto scorre in barba a teorie e confini arbitrari. 
Realtà comune in ogni paese, anche negli aspetti negativi; i governi ad ogni latitudine promettono misure drastiche per aumentare la sicurezza dei cittadini e debellare l’immigrazione. Viviamo immersi nella realtà di un pianeta senza più barriere: popoli e merci viaggiano in modi impensabili solo fino a pochi anni fa. Promesse da mercanti e marinai, contro la storia e contro una società ormai nei fatti globale e ‘liquida’.  

L’immigrazione: un falso problema, uno spauracchio da agitare per conservare il potere, dimenticando ad esempio che tra il 19° e il 20° secolo l’Europa che oggi non vuole gli immigrati vide partire 50 milioni di propri cittadini verso altri continenti. Non perché non amassero i propri paesi, ma in cerca di migliori condizioni economiche (quindi di vita) per sé e per le proprie famiglie. 

Il Professor Zygmunt Bauman, sociologo di origine ebreo-polacca, a lungo docente presso l’Università di Leeds (Inghilterra), teorizzatore della società liquida, con una ‘intervista magistralis’ durante il Festival letterario Pordenonelegge.it spiega con semplicità perché in fondo tutti possiamo considerarci migranti: In tutte le famiglie c’è qualche avo o parente che in passato o nel presente è partito in cerca di fortuna verso altri lidi”.

L’intera storia dell’Umanità è costellata di viaggi e migrazioni.

Gli stili di vita imposti dalla sedicente modernità hanno avuto come controindicazione la creazione di lavoratori considerati ‘esuberi’; ad ogni riordinamento della società e ad ogni rivoluzione industriale ed economica gli esuberi sono aumentati. La prima a varcare le soglie della modernità e a sperimentare questo fenomeno è stata proprio l’Europa. La produzione sempre più massiccia di merci, a costi sempre più ridotti e con minor necessità di mano d’opera rende gli esuberi disoccupati strutturali. Un tempo il problema locale si risolveva in modo globale attraverso le colonie. Oggi non esistono più terre disabitate e il problema è divenuto planetario. Per questo la migrazione è un fatto destinato a restare con noi adesso e in futuro. Chi non dispone di pane e acqua potabile continuerà a cercarli altrove. L’Occidente poi al di là delle ipocrisie ha bisogno dei migranti. Le industrie devono poter contare su mano d’opera che svolga lavori pesanti e poco piacevoli che gli autoctoni non sono più disposti a sobbarcarsi”. 

Nell’Unione Europea vivono al momento circa 330 milioni di persone, senza migranti si ridurrebbero in pochi anni a 240. In epoche passate, con una riduzione così drastica di abitanti, intere civiltà entravano in crisi e scomparivano. Bauman non concede spazio a dubbi: “Noi abbiamo bisogno dei migranti per mantenere i nostri stili di vita”. Una questione egoistica, se non di puro buon senso; a seconda dell’ottica con la quale analizziamo il fenomeno. 

'L’inventore' della modernità liquida non può non accennare “allo sradicamento degli individui dall’epoca della modernità solida. Come sappiamo tutti, una pianta sradicata è difficile da ripiantare. Lo dico per rammentare quanto sia importante l’identità per ogni persona. Oggi, grazie ai nuovi media, è facile inventarsi o cambiare più volte identità. Si pensi ai social network. Sartre parlava di modelli di vita, oggi siamo sottomessi alla tirannide del momento. Come un’àncora che si getta o si ritira dove meglio si crede. Ma non si forma senso di appartenenza, elemento fondamentale dell’identità. Una volta l’appartenenza si acquisiva nascendo in una certa comunità nella quale da stranieri era difficilissimo entrare; e anche dopo molto tempo ci si sentiva sempre sotto esame e a rischio di espulsione. Ora al concetto di comunità si è sostituito quello di rete. Sono sufficienti una rubrica su un telefonino o l’elenco dei contatti su Facebook. La comunità era intransigente e quasi impermeabile, ma garantiva grande sicurezza; nella rete c’è grande libertà, ma nessuna sicurezza e tutto dipende dalla connessione o disconnessione”.

Sicurezza e libertà sono pilastri delle nostra società, li pretendiamo anche se spesso non ci accorgiamo che sono fattori in conflitto e non riflettiamo su quanto sia complicato trovare il giusto punto d'equilibrio. Sicurezza senza libertà è schiavitù, libertà senza sicurezza è il kaos”. Altro effetto destabilizzante di questo nuovo mondo globalizzato è che anche i sentimenti diventano ‘liquidi’, precari, sempre più instabili. Storici e antropologi hanno studiato e studiano formule adeguate alla vita di un cittadino del III millennio, “ma nessuna soluzione mi convince perché nessuno ha trovato un vero equilibrio tra libertà e sicurezza” chiosa Bauman. Le promesse dei governi mondiali abbondano, ma risultano vane.

Dovremmo forse rispolverare qualche pensiero di Kant, non sulle Categorie, quanto le sue argute riflessioni sull’essenza di un mondo sferico che, nonostante gli artifici e i compromessi della politica, impedisce una reale separazione tra i popoli. Al momento, conclude Bauman, siamo lontani dal raggiungere questo traguardo; vivere su questo pianeta sarà più piacevole per tutti quando capiremo che non possiamo più considerarci come singole nazioni, ma solo come esseri umani, con difficoltà simili, disposti al dialogo e all’accoglienza reciproci; non certo progettando barriere e leggi contro i migranti. La solidarietà è più importante della tolleranza, perché quest'ultima implica sempre un certo senso di superiorità nei confronti dell’altro”.

Problemi epocali e planetari (la crisi economica, la devastazione dell’Ambiente; ndr) che riusciremo a risolvere solo come Umanità, cominciando a pensare alla nostra identità imitando Albert Einstein; fuggito dalla Germania nazista, sul questionario da compilare per l’immigrazione negli Usa, alla richiesta di indicare la propria razza, rispose senza esitazioni: Umana”.


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