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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Se muore il Sud
post pubblicato in Economia (dal volto umano), il 3 dicembre 2013


La nuova inchiesta del collaudato duo giornalistico Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. 

Perché non possiamo permetterci di condannare a morte metà del paese.

Dati inoppugnabili e falsi miti: esiste anche un Meridione vincente.


di Hermes Pittelli ©

 

 

Una gigantesca forbice, un colpo secco.

Negli ultimi dieci anni, il centro nord e il sud del paese si sono di fatto scissi.

Da un punto di vista economico. E il divario cresce sempre di più, con i problemi che sono sotto i nostri occhi, senza che nessuno ponga davvero mano alla secolare ‘questione meridionale’

La nuova inchiesta della collaudata coppia Sergio Rizzo – Gian Antonio Stella, giornalisti del Corriere della Sera, è un inno alle potenzialità inespresse del meridione (paesaggio, cultura, turismo, ingegno indigeno) e uno sferzante e inappellabile atto di accusa contro le classi dirigenti autoctone. Rozze, incolte, voraci, capaci di perpetuare il proprio potere solo attraverso la dissipazione dei fondi pubblici e comunitari per mantenere clientele e rapporti equivoci, molto spesso ai limiti della decenza e della legalità.

Negli ultimi 10 anni una regione straordinaria come la Sicilia è tornata al pil, indicatore parziale ed effimero ma utile come parametro per la discussione, del 1951. Inconcepibile per un’isola benedetta dagli dei che può vantare sei siti Unesco.

Le Baleari, con due soli siti Unesco (di cui uno, Ibiza, ottenuto grazie alle influenti lobbies iberiche) stracciano sul piano turistico la Trinacria.

Sicilia che a Palazzo dei Normanni di Palermo ‘ospita’ uno spropositato reggimento di dipendenti: la somma esatta di tutti quelli delle altre 19 regioni italiane! Con stipendi da nababbi. Un semplice funzionare porta a casa 13.000 euro netti al mese. Per un confronto, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha la stessa busta paga, ma al lordo.

Rizzo – Stella implacabili nella loro capacità anglosassone di basare le inchieste su dati reali, dimostrano come nella bistrattata Bulgaria post comunista, dal 2000 ad oggi la regione di Sofia abbia battuto ogni record di crescita economica, passando da un pil attestato al 37% rispetto al resto dell’Europa, all’attuale75%. Una performance che consente a quel lembo di terra di umiliare le nostre regioni del mezzogiorno, surclassate di 40/50 punti di pil. Una debacle inaccettabile. 

Mentre i Bronzi di Riace fanno la muffa in Calabria o vengono mortificati a loro insaputa in osceni spot promozionali o commerciali.

Mentre a Capua il secondo anfiteatro più importante dell’antichità dopo il Colosseo rischia di chiudere per incuria e disinteresse;

l’America hollywoodiana invece attraverso il mito di Spartacus e suoi derivati, ottiene incassi mondiali favolosi, dal primo film con Kirk Douglas fino al recente Gladiatore di Ridley Scott (nonostante i clamorosi svarioni storici…).

Beffa e danno perché proprio da qui, dall’arena di Capua, cominciò la rivolta dei gladiatori, capeggiata dal vero Spartaco che divenne il leggendario “schiavo che sfidò l’Impero romano”.

Mentre nei pressi di Liternum, comune di Giugliano, sempre in Campania, osservando il territorio anche attraverso 'Gogol maps' (come direbbe un ‘nobile decaduto’) si notano due macchie scure di ampiezza equivalente: una è il lago Patria, l’altra un immane accumulo di eco balle (pattume, anche tossico) che avrebbero dovuto essere smaltite attraverso il famigerato inceneritore di Acerra; ma sono ancora lì, a cielo aperto, con il percolato che continua ad avvelenare la terra e le falde; anche perché secondo i calcoli del duo Rizzo – Stella per bruciare le centinaia di migliaia di balle accatastate servirebbe quasi mezzo secolo. Qui, nel II secolo a.C. Scipione l'Africano, colui che sconfisse definitivamente Annibale e Cartagine, stabilì la propria dimora, per vivere serenamente dopo il ritiro dalla vita pubblica e dimenticare l'ingratitudine di Roma. 

Un’impresa ardua quanto la ricerca del vello d’oro da parte di Giasone e degli Argonauti, ardua quanto lo smantellamento delle bugie sul Sud e sui motivi storici della sua arretratezza, bugie e ignavia politiche (da subito, dal 1861 in poi), ignavia e rassegnazione civili.

Tutti questi falsi miti devono essere sgretolati. Il corso degli eventi non è immutabile, si può cambiare. Esiste un Sud che funziona e nella fase più nera della oscura crisi mondiale creata ad arte dai predoni della finanza e dei rating, non solo compete con le grandi potenze economiche, ma vince.

A Monopoli, in Puglia, due giovani cervelli in fuga a Parigi, sono tornati a casa e hanno fondato la Blackshape Aircraft. Volevano costruire mobili in fibra di carbonio, hanno ottenuto un finanziamento iniziale di 25.000 euro dall’Apulia felix vendoliana, criticabile per alcuni aspetti contraddittori, ma encomiabile per come riesce a sostenere con fondi europei i progetti imprenditoriali dei propri virgulti più creativi e motivati.

In corso d’opera, la virata decisiva. Non mobili, ma aerei ultra leggeri.

I migliori al mondo, nel breve intervallo di un solo biennio.

Luciano Belviso, ingegnere, e Angelo Petrosillo, avvocato, entrambi trentenni sono la proverbiale eccezione che dovrebbe diventare paradigma e regola.

Hanno vinto la loro scommessa. Anche grazie ad un imprenditore illuminato, Vito Pertosa, leader mondiale della diagnostica per treni, che ha creduto in loro.

Perché nessuno può conquistare il mondo con 25.000 euro. Pertosa è un uomo dotato di pronoia, in vulgare, vista lunga, capacità di intuire gli scenari futuri.

Le 53 banche che hanno rifiutato di finanziarli, somigliano moltissimo alle classi dirigenti del Mezzogiorno, e a quelle di Roma: obsolete, miopi, parassitarie.

Il Sud è lo specchio non deformante del paese.

Se lo lasciassimo morire, colerebbe definitivamente a picco l’Italia.

Berlusconi, il vecchio che avanza
post pubblicato in Società&Politica, il 31 marzo 2009




di Hermes Pittelli ©

“… alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici, se esiste l'imbecillità…”
(Up patriots to arms, Franco Battiato)

premessa: il segretario del Pd, Franceschini, mi ha un po' ‘bruciato’ il pezzo; quando l’ho scritto non ero al corrente delle sue dichiarazioni sulla vetustà anagrafica del nostro premier senza poteri (ipse dixit).


 Tra le tante ossessioni del nostro premier, spicca la sua inarrestabile smania di rappresentarsi come il creatore stesso della Modernità.
I comunisti, i magistrati, i giornalisti (in larga parte al suo servizio permanente ed effettivo, a giudicare dagli sguardi libidinosi, dalle bave gaudenti e dai commenti entusiastici di certi inviati all’apoteosi berlusconiana con il pretesto della nascita dell’azienda marchettara PdL) sono argomenti sui quali l’inquilino di palazzo Chigi è davvero “efferato”: dal 1994, anno della discesa in campo dopo opportuno doping sorbito dall’amaro calice, non ha mai smesso di aggredirli verbalmente (e anche con altre forme intimidatorie, ma i suoi scherani sono tutti ammaestrati a ripetere come un mantra che si tratta di storie antiche, ammuffite, come i problemini con la Giustizia). Ogni sortita pubblica è una buona occasione per dileggiare e screditare queste categorie che nella visione berluscocentrica del Paese costituiscono il male assoluto. Mentre il presunto alleato Fini (quanto lavoro per il suo analista!) disconosce le antiche origini ‘manganelliane’ e riconosce quali mali assoluti dell’umanità nazismo e fascismo, e da presidente della Camera, corregge e riprende volentieri il capo del governo per le sortite anticostituzionali e anti-istituzionali, ecco che il Cavaliere, colui che si è fatto da sé (ah, il luccicante mito americano del ‘self made man’…), continua a mostrarsi insofferente al cospetto di tutte quelle inutili e sterili pastoie (leggi, regole, regolamenti della vita repubblicana e democratica) che impediscono agli arditi imprenditori (come Lui) di traghettare finalmente l’Italia nel futuro, nella Modernità. Nella modernità in salsa berlusconiana, naturalmente.

Però, quanti però. Non bastano gli 8.000 delegati, quasi tutti con Suv ultrainquinante d’ordinanza, alla Nuova Fiera di Roma, non bastano i palchi da rock star un po’ groggy, non bastano i video wall per adolescenti ‘ahi tek!’ con le immagini doppiamente false di un Belpaese da spot del Mulino Bianco (con riprese sempre in campo lungo, perché anche un sola zoomata potrebbe rivelare le tante imbarazzanti magagne), non bastano i cori dei corifei, non bastano i casting per mostrare nelle prime tre file del pseudocongresso azzurro volti giovani e telegenici e la solita carrellata di smutandate rifattone, per potersi fregiare del titolo di ‘moderni’. Anzi, tutti questi trappoloni mediatici e artifizi da avanspettacolo, trasmettono l’idea di un’Italietta obsoleta, sorpassata, greve e pecoreccia, una penisola di italioti dediti alle pulsioni più basse, lieti di respirare aria fetida e continuare a gozzovigliare con gli scampoli di un impero ampiamente decaduto e crollato. Nemmeno durante il ventennio, quando c’era l’uomo che faceva arrivare in orario i treni e se non altro esisteva la consapevolezza di vivere sotto dittatura, la propoganda di regime con gli indimenticabili cinegiornali Luce riusciva a raggiungere fosse così profonde di involontaria e imbarazzante ilarità.

Rassegnatevi, Berlusconi è vecchio e rappresenta il vecchio che avanza. Almeno in questo Paese. E’ vecchio il suo linguaggio (ormai solo da noi resiste il trito luogo comune del grande comunicatore), sono vecchie le sue barzellette (quelle che piacciono a certi anziani grati al Cavaliere per il buonumore che dispensa durante i summit internazionali; siamo proprio una nazione che fa ridere il mondo), sono vecchie le sue categorie culturali (Dio – quale?, Patria – Arcore, Famiglie – varie ed eventuali), sono addirittura crollate insieme al muro di Berlino le sue categorie politiche e la sua visione del mondo. Berlusconi è vecchio anche anagraficamente (è un dato di fatto, anche se, per esempio, a nessuno verrebbe in mente di dire alla Professoressa Montalcini che è ‘vecchia’, questione di idee, bagaglio culturale, spessore morale, civile, sociale).
Eppure, riesce ancora a convincere troppi italiani di incarnare il progresso, la rivoluzione borghese moderata e liberale (cancellare o depotenziare il Parlamento, stravolgere la Costituzione per decidere tutto da solo).
E’ vecchia perfino la sua idea di imprenditoria; a meno che non disponiate anche voi di tessera di appartenenza a loggia massonica eversiva dello Stato di diritto e, soprattutto, di affidabile alleanza con mammasantissima politico in grado di varare leggi a condono e protezione delle vostre malefatte e speculazioni.
E’ vecchio il suo concetto di economia, fermo agli anni ’80 (del 1900) e al turboreaganismo edonistico, una delle cause principali dell’attuale crisi globale; l’ultraliberismo, il mercato allo stato brado, non aumenta il benessere dell’umanità, ma crea una forbice criminale tra pochi furbi sciacalli che moltiplicano a dismisura la propria ricchezza e milioni di esseri viventi accecati dal miraggio di possesso di oggetti inutili, costosi, inquinanti, resi frustrati dal vano inseguimento ad una prosperità che non si concretizzerà mai.
Vecchia la sua formula economica per risanare l’Italia: mattone (speculazione edilizia libera per tutti), aiuti di Stato ad aziende che sono buchi neri per i soldi dei contribuenti (Alitalia docet), imprese private che dovrebbero competere con le sole proprio forze (il rischio d’impresa dov’è – Fiat lux - se alla fine paga sempre ‘messer Pantalone il cittadino’ e i brillanti manager continuano a intascare bonus milionari?), banche che dovrebbero proteggere i risparmi dei clienti e non tentare di rapinarli in continuazione (prodotti finanziari banditeschi, iniqui tassi d’interesse, spese di gestione dei conti almeno doppie rispetto agli altri paesi d’Europa) per poi mendicare, anche loro senza vergogna, sussidi statali; e poi, ultimo argomento, ma non per gravità, gli inceneritori e le centrali atomiche, già rifiutate dagli italiani con un referendum incontrovertibile. Ma anche la serena accettazione della volontà popolare, non quella che lui inocula alla sua claque chiamata per vezzo popolo della libertà (partito degli italiani?), non fa parte delle prerogative ‘cavalleresche’.

La vera Nuova Economia, questa sì moderna, non ragiona in termini di prodotto interno (ba)lordo, non predica l’aumento illimitato e il consumo esponenziale delle merci con la diretta conseguenza dell’esaurimento delle risorse planetarie, la contaminazione dell’ambiente, l’annientamento della vita stessa sul globo.
La vera economia moderna tiene conto della qualità della vita dei cittadini, della loro serenità, della loro felicità. Sembra assurdo, ma la contentezza del cittadino è inversamente proporzionale al feticcio del pil: se l’accidente del pil decresce, aumenta la felicità dell’individuo. Questo grazie ad una autentica rivoluzione: cominciare a considerare le risorse non come prodotti di largo consumo usa e getta, ma beni preziosi da preservare per noi e per la collettività. Agricoltura biodinamica, prodotti agricoli a km 0, riuso, riciclo, raccolta differenziata seria dei rifiuti, fonti d’energia rinnovabili (non quelle truffa previste dal famigerato Cip6 all’italiana), risparmio energetico, reali tecnologie verdi (altro che ‘termovalorizzatori’, untori tecnologici del terzo millennio) sono alcuni dei comandamenti per chi davvero vuole planare nella Modernità. Addirittura, molti giovani architetti a livello mondiale stanno cominciando a progettare – o riprogettare – gli insediamenti urbani come grandi organismi viventi in grado di integrarsi armonicamente con la natura.

E noi qui, con l’ausilio dei plastici di Porta a Porta, perdiamo tempo in chiacchiere sui ‘Morboselli’ e con le sterili diatribe sul carbone, sul nucleare dalle scorie radioattive che tornano inerti dopo millenni, sui ‘termovalorizzatori’ che ci rendono ‘verdi’ con gentili inalazioni di diossina e nanoparticelle (chi vuole imbavagliare due veri Eroi della Scienza italiana che rispondono al nome di Professoressa Gatti e Professor Montanari?) .

Berlusconi (e la sua squadra, per restare nella metafora calcistica a lui cara) è il vecchio che avanza negli infallibili sondaggi perché l’Italia è un paese vecchio e inaridito, arrivato stancamente al capolinea della storia.

Berlusconi moderno? Una barzelletta, che non fa più ridere.

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