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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Vandana Shiva: Sette generazioni di pratiche virtuose per salvare (forse) la Terra
post pubblicato in Ambiente, il 14 settembre 2017


testo e foto di Hermes Pittelli ©

 

 La Terra non potrà mai perdonarci 70 volte 7, come da precetto evangelico; troppe volte, negli ultimi decenni, l’abbiamo offesa, infliggendole ferite quasi mortali.

Servirebbero, invece, almeno 7 generazioni dotate di volontà e di capacità per progettare e attuare buone e virtuose pratiche in grado di guarirla e, forse, di salvarla. Sette generazioni!

Questa la convinzione di Vandana Shiva, ambientalista e attivista indiana, nota universalmente per l’impegno di una vita spesa nelle battaglie per tutelare il pianeta dallo sfruttamento distruttivo delle multinazionali e le comunità di contadini indiani dall’imperialismo del mercato globale.

La globalizzazione è entrata nel lessico comune da circa 20 anni, ma esiste da almeno 5 secoli. Le guerre sono sempre esistite, i piccoli o grandi avventurieri, dalla scoperta di Colombo in poi, anche. In India, la prima forma di corruzione ammontò a 10 rupie”.

Non solo: “I modelli di comportamento del vituperato colonialismo sono stati replicati identici dalla lodata globalizzazione moderna: nessuna tassa per gli invasori e gli sfruttatori, contadini locali ridotti alla fame”.

Come sempre, la riscossa e la capacità di reagire nonostante la soverchiante forza degli avversari, parte dalle Donne: “In India sono state le Donne le prime a mobilitarsi, a organizzarsi in un movimento di protesta e azione per garantire agli agricoltori indigeni libertà di coltivazione, che poi si è tradotto in una battaglia di libertà tout court”.

In questa manifestazione letteraria e di libero pensiero chiamata Pordenonelegge.it, in ogni edizione, gli ospiti hanno spesso sottolineato l’importanza delle parole, del loro significato, la capacità di difenderle e utilizzarle bene per descrivere la realtà. Anche Vandana Shiva lo conferma: “Attenzione a non confondere la globalizzazione con il concetto di cittadinanza globale; la prima è solo uno strumento, un fenomeno economico creato dalle multinazionali per dominare il mercato mondiale”.

Nonostante le strategie delle companies siano un autentico pericolo globale, la studiosa indiana  riesce a scherzare: “In India il commercio esisteva anche prima del loro arrivo. Tessile, agricolo: le nostre sete e le nostre spezie erano apprezzate a Londra e a Venezia! Noi purtroppo siamo rimasti vittime di una svista di  Cristoforo Colombo…”.

Bisognerebbe rammentare la Storia, senza inopportuni, strumentali aggiustamenti, imparare dal passato a non commettere sempre gli stessi errori, a non finire preda degli stessi vetusti tranelli.

Gli inglesi divennero invidiosi delle immense ricchezze che i reali di Spagna carpivano al Sudamerica, per questo affidarono a una delegazione di 360 avventurieri, con il benestare e l’intercessione della nobiltà, la richiesta alla Regina di concedere il via libera alle imprese di colonizzazione”.

Il feticcio del libero mercato, quello che secondo i presunti geni dell’economia sarebbe in grado di autoregolamentarsi, “non è altro che una strategia per annientare le piccole economie locali. Gli inglesi distrussero il fiorente commercio indiano tessile, giungendo perfino a amputare i pollici delle donne indiane, in modo da impedire loro non solo di filare, ma perfino di tramandare la tecnica di lavorazione della seta”.

Shiva rammenta l’anno della svolta, per il mondo dell’agricoltura e per la sua vita: il 1987. All’epoca, le corporations della chimica, decisero di invadere il mercato di antiparassitari e fertilizzanti chimici. “La mia battaglia è cominciata in quel momento. Perché non si trattava di opporsi solo allo smercio di veleni, ma anche alla pretesa di estendere la proprietà intellettuale sui semi per poi costringere i contadini a utilizzare gli ogm. Costoro non hanno inventato nulla! Chi può ergersi a padrone della Vita?”.

Nell’ottica del ‘libero mercato globale’, Monsanto sarebbe l’azienda che ha creato i semi (sembrerebbe una vecchia barzelletta sui matti, se non si trattasse di una tragedia moderna).

Una rivendicazione folle e distorta, eppure la multinazionale americana (talvolta con l’appoggio di qualche piccolo agricoltore locale che ha completamente travisato il fine ultimo di queste vertenze…) sempre spesso intenta cause legali contro i contadini indigeni, in particolare quelli indiani.

I semi sono il simbolo dell’auto organizzazione della vita, come si può mettere un brevetto e un marchio su questo? Piante, animali, sementi non sono invenzioni, sono il frutto dell’evoluzione e della complessità della Natura. Monsanto è solo interessata vendere i propri prodotti e a intascare le relative royalties”.

Le strategie di Monsanto sono note, la stessa Vandana Shiva le ha descritte nel saggio di denuncia ‘I semi del suicidio’. “In India 300.000 contadini hanno preferito togliersi la vita, dopo essersi resi conto che i debiti contratti con la multinazionale non si possono estinguere mai”.

Nonostante l’evidenza delle pratiche al limite della legalità e dell’umanità, nessun governo o organismo internazionale appare in grado, o anche solo intenzionato, a bloccare l’arroganza delle companies. “Solo io e … Trump vogliamo uscire una volta per tutte dalla globalizzazione! In realtà, lui dice questo per deresponsabilizzarsi. Ormai tutti hanno verificato che le roboanti promesse della globalizzazione, lavoro e ricchezza per ogni essere umano, erano falsità che ci hanno portati a maggior disoccupazione, aumento della povertà, quasi totale distruzione della biosfera”.

La forbice, il divario tra ricchi e poveri è diventato più ampio che mai, incolmabile. soprattutto, mai nella storia si era verificata una tale concentrazione di risorse e quindi di potere decisionale (di vita o di morte) nelle mani di sole 8 persone sul Pianeta, quelle che nel 2016 sono state indicate come le dominatrici di quasi il 90% delle ricchezze disponibili.

La finanziarizzazione dell’economia e la continua deregulation pretesa e imposta dalle multinazionali, puntano a un obiettivo preciso:privatizzare tutto, salute, scuola, perfino la democrazia”.

Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, spesso con la nostra collusa ignavia e/o passivo disinteresse. “La libertà e la democrazia stanno diventando merci rare e preziose, appannaggio dei pochissimi che potranno comprarsele. Le leggi e perfino le Costituzioni sono state stravolte e depotenziate dall’interno”.

Il quadro è catastrofico per le sorti dell’Umanità, ma Vandana Shiva non cede al pessimismo e alla rassegnazione: “Possiamo ancora opporci, possiamo lottare, adottando la strategia che ci ha insegnato Gandhi. Costruiamo il telaio da soli, ognuno impari a tessere la propria tela. Esiste un movimento transnazionale di liberazione dei semi  - http://seedfreedom.info/per dire basta a combustibili fossili, ai pesticidi, al glifosato (micidiale erbicida targato Monsanto, ndr) che inquinano la Terra e ci uccidono. Per riconquistare la libertà di coltivare con i semi naturali e di nutrirci in modo sano. Io sono in disaccordo con il mio amico astrofisico Hawkins, non possiamo pensare di colonizzare altri Pianeti. Dobbiamo lottare qui e ora per salvare il nostro, unico mondo disponibile. La democrazia della Terra è sinonimo di libertà della VitaCompiere le scelte giuste oggi e praticarle per 7 generazioni è l’unica via”.

Un solo piccolo seme (naturale) è davvero il simbolo della resistenza, della resilienza, della Vita. Nonostante tutto.

Sperando che attecchisca soprattutto nei cuori e nelle menti dei tanti Giovani che anche stavolta sono accorsi a Pordenonelegge per ascoltare le parole di Vandana Shiva.

Solidarietà, passione e falsi miti: la lezione dell’America Latina per l’Europa
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 23 settembre 2012

 



di Hermes Pittelli © 


 Solidarietà sociale e passione latino americana.
Sono le uniche risorse con le quali la presuntuosa Europa al collasso, potrà forse sperare di costruirsi un nuovo futuro. Nonostante arranchi tra le proprie macerie ideologiche, politiche, economiche e sociali, il Vecchio Continente continua a giudicare il Sud America e il Sud del Mondo in generale come fenomeni di colorito folklore. Ne sono convinti il giornalista Gianni Minà, epurato dalla Rai da 30 anni, ancora in attesa di una spiegazione e lo scrittore e storico messicano Ignacio Paco Taibo II.
La serata di chiusura della trionfale edizione di Pordenonelegge 2012 (se 120.000 presenze vi sembran poche…) non avrebbe potuto offrire ‘interpreti’ migliori.
L’idea di continente latino americano non può più essere recepita come concetto astratto e in fondo lontano dalle nostre latitudini e dalla nostra sfera esistenziale. Su una Terra globalizzata dagli interessi ingordi e oligarchici delle multinazionali, solo le interconnessioni tra i Popoli, il confronto tra culture ed esperienze alternative, può offrire la possibilità per progettare un mondo diverso.

America Latina, espressione geografica o identità comune?
Jorge Castaneda sociologo messicano conservatore, con spiccate simpatie per la destra statunitense, per George Bush jr. in particolare, interviene ad un convegno sulle prospettive dell’America Latina, insieme al nostro inimitabile Ignacio Paco Taibo. Utilizza i primi quindici minuti a sua disposizione, per dissertare sui motivi che  a suo giudizio renderebbero inesistente il Sud America, non solo a livello politico e identitario, ma anche a livello geografico.
A Paco Ignacio Taibo II bastano 8 parole per smontare l’enfasi della tesi:
Non sarebbe carina un’idea di America Latina?”.
Cinque minuti di appalusi da parte del pubblico in sala.
Castaneda riparte all’assalto, più combattivo di prima e ribadisce l’impossibilità ontologica di questa utopia.
Taibo ascolta imperturbabile e poi proferisce altre 16 parole: Non sarebbe carina un’idea di America Latina come la concepivano Simon Bolivar e Che Guevara?”. La sala esplode d’entusiasmo, 15 minuti di applausi.
Castaneda, sconsolato, bofonchia con malcelata stizza: “Non si può discutere con gli scrittori”.
Al di là della divertente ‘spacconeria’ di Ignacio Paco Taibo quando racconta gustosi aneddoti autobiografici (non tralasciando mai di ‘celebrarsi’: “Sono un uomo molto intelligente”), la sua testimonianza è fondamentale per capire che i giochi sporchi di chi detiene le leve del potere economico (e quindi manovra anche le strategie politiche), sono uguali in tutti gli angoli del Pianeta.



Sud America e Paco Ignacio Taibo II: umanità, cultura, progresso
Gianni Minà, massimo ammiratore ed esperto italiano del continente e della cultura latinoamericani, senza tema di smentita, conferma non solo la generosità intellettuale e umana dell’Autore (“I pranzi a casa della mamma di Paco sono leggendari perché a quella tavola vengono sempre accolti sconosciuti viandanti con i quali si finisce poi per imbastire lunghi dialoghi sui temi più disparati”), ma anche la sua incredibile facondia letteraria: 50 libri belli e finiti, in attesa di pubblicazione.
A chi si stupisce per la sua prolificità scrittoria, Paco Ignacio Taibo II risponde così: “Sono monogamo, non bevo alcolici e amo scrivere”. Aggiungendo, da perfetto marpione del palco: “In questi giorni, una buona percentuale degli scrittori ospiti qui, vi avrà certo detto quanto sia faticoso e doloroso scrivere. Io vorrei chiedere loro: preferireste andare a lavorare come carpentieri?”.
Gianni Minà spiega poi che tra mille contraddizione e difficoltà il Sud America, nonostante le trame e gli intrighi degli Usa per controllare l’area, si è rimesso in piedi e ha ricominciato a marciare in modo spedito. Il continente latino americano è non solo vivo, ma vitale e brulicante di energie, fantasia, progetti.
Entro un biennio il Brasile diventerà la quinta potenza economica mondiale (purtroppo, pensando all’ambiente, grazie a ricchissimi giacimenti petroliferi scoperti nelle proprie acque territoriali).
Ecuador e Bolivia hanno recentemente riscritto le proprie Costituzioni, non inserendo some fiscali od obbrobri federalisti, ma indicando l’Ambiente come uno dei valori fondamentali e specificando che chi commette crimini contro la Natura è colpevole come chi violenta un proprio simile. Una scelta lungimirante. Una scelta che in questo frangente ci fa vergognare delle nostre attuali classi dirigenti, totalmente asservite ai potentati economici da ignorare che è stata la nostra maltrattata, magnifica Costituzione ad inserire per la prima volta al mondo il paesaggio tra i pilastri strategici di un paese civile ed evoluto.
L’Argentina che solo 9 anni fa era fallita, strangolata da un debito imposto dal Fondo monetario internazionale e dalle solite, famigerate multinazionali, non solo ha riportato la propria economia in attivo, grazie anche a soluzioni anti liberiste come le cooperative autogestite dei Lavoratori (con le Donne grandi protagoniste) che hanno resuscitato le fabbriche disintegrate dai manager e dagli ex governanti, collusi e corrotti; ma può permettersi di testimoniare il proprio risorgimento anche attraverso il varo di leggi addirittura all’avanguardia, come ad esempio quella sul sistema dei media televisivi (che l’ex Belpaese non riesce nemmeno ad immaginare).
"E' triste notare - aggiunge Minà - che mentre il Sud America lotta strenuamente per costruire i propri diritti, l'Europa li stia smantellando in nome dello spread".

Miti fondativi: tra Storia e Romanzo, tra bufale (come Davy Crockett) e Verità
Non è un gentile omaggio del Caso, se Ignacio Paco Taibo II è uno degli intellettuali più apprezzati del Sud America. Accanto ad una felicissima capacità di fascinazione narrativa, convive il rigore del metodo di ricerca delle fonti, tipico dello storico.
La capacità di creare miti fondativi, attingendo a fatti storici reali, è uno degli ingredienti che aiutano a creare l'identità e l'unità di un popolo.
Per questo Taibo si stupisce sempre quando durante le sue incursioni italiche si imbatte in statue di Garibaldi senza poncho rosso e senza cavallo:
“Perché Garibaldi era così, deve essere rappresentato così”.
Come Pancho Villa che cavalcava una cavalla chiamata Sette Leghe per quanto era veloce, una cavalla che “una volta colpita in battaglia – alla zampa o al petto? non è importante questo particolare! – continuò a galoppare come niente fosse”.
Ecco però che spunta l’anima dello Storico, quella che permette di discernere con cognizione di causa i miti fondativi realistici dalle panzane sfornate a proprio uso e consumo dai vincitori. L’ultimo libro di Taibo  - Alamo. Per la Storia non fidatevi di Hollywood - smonta con testimonianze e documentazioni inoppugnabili una delle leggende nord americane della frontiera: l’intrepido esploratore Davy Crockett e la sua partecipazione all’eroica Battaglia di Fort Alamo.
Incredibile che perfino i messicani si siano lasciati raccontare un episodio della propria storia dall’industria di Hollywood”.
Non ci fu nessuna eroica resistenza. La battaglia durò forse un’ora e mezza non di più e si risolse con un orribile massacro a danno degli americani. Davy Crockett era un cialtrone e un farabutto, non certo un audace esploratore; in quella fortezza cercava solo di salvarsi la pelle, non di combattere fino alla morte per il proprio paese. L’episodio, tutto sommato minore, non è edificante per nessuna delle parti in causa.
Il generale che guidava i soldati messicani era un delinquente, capace di vendere i cavalli della truppa per arrotondare le proprie entrate, costringendo poi i soldati a sobbarcarsi un tragitto di centinaia di chilometri a piedi; obbligandoli infine a comprare da lui le vettovaglie con cui alimentarsi. Un pessimo avvenimento storico, un'onta umana.
Una battaglia nata non per ottenere l'indipendenza, ma figlia di una bieca volontà espansionistica e speculativa. 


Gian Mario Villalta, anima e direttore artistico di Pordenonelegge, chiede a Gianni Minà, in una sorta di riflessione conclusiva, quale sia l'elemento mancante che ha originato in questi ultimi due decenni la disgregazione della società italiana e la risposta del giornalista è semplice, quanto amara: “La solidarietà sociale, quella che invece in Sud America, anche nei momenti peggiori, non manca mai”.
Il colmo per un paese che si dice cristiano.
Otro mundo es posible, un altro mondo è possibile, ma il nord del pianeta deve ripartire dalla scuole elementari; sedersi in classe, abbandonando superbia e stereotipi, per imparare di nuovo la prima, fondamentale lezione: le basi della società non sono il mercato e i suoi capricci, in nessuna forma o genere, ma le Persone.

Abruzzo, ultime chiamate per salvarlo dal petrolio
post pubblicato in Società&Politica, il 22 luglio 2009

grazie a Lorenzo Luciano per la terribile ma efficace foto

foto di Lorenzo Luciano

 

di Hermes Pittelli ©

Perdonate lo sturm und drang con cui faccio irruzione on line, ma la situazione degenera.
Mentre gli abruzzesi se ne stanno in spiaggia a grattarsi le terga, illudendosi che potranno godere del sole, del mare e dei prodotti tipici della propria terra per sempre, le multinazionali del petrolio (Eni in particolare, ma non solo, visto che sta vendendo i diritti di alcuni campi petroliferi a compagnie straniere) continuano a lavorare nell'ombra - nemmeno troppo - per massacrare l'ex regione più verde d'Europa in nome del dio profitto!

Mentre noi cittadini, credendoci attivi e partecipativi, stiamo a discutere su come muoverci (in molti casi, "se muoverci", vedi il mezzo flop della manifestazione di Pescara o le rivalità all'interno di certe associazioni civiche e ambientaliste) l'Eni avanza come un rullo compressore:
stasera alle 19 nella sala consiliare del Municipio di Cupello (comune che tra l'altro si è schierato a favore della costruzione del  centro oli, fonte: MR D'Orsogna), in sordina per evitare contestazioni, hanno organizzato un incontro cui parteciperanno Gianni Chiodi (PdL, presidente della Regione), Remo Gaspari (che voi conoscerete bene, immagino: dc di vecchia data e mago delle raccomandazioni clientelari), Marrollo del Gruppo Marrollo (palazzinari che fingono di essere ecologisti e sono soci della famigerata Buonefra della famiglia Fratino; Nicola Fratino sindaco di Ortona e ultrafavorevole all'edificazione del 'frantoio petrolifero'), Enrico Di Giuseppantonio presidente della Provincia di Chieti.
Vogliono convincere i media che, a parte i soliti ecointegralisti comunisti capaci solo di dire 'no' alla loro idea malata di progresso, la maggioranza degli Abruzzesi è a favore della petrolizzazione foriera di ricchezza e benessere. Vogliono convincere i media (e la gente ignorante, la massa bovina) che la mediazione, il compromesso sono cosa buona e giusta, che l'accordo si può stipulare con reciproca soddisfazione (una misera elemosina ai cittadini, in cambio di profitti colossali per i soliti noti; da una parte devastazione e degrado, dall'altro conti bancari sempre più pingui).

Se non vi pesano troppo le natiche e avete ancora un briciolo di coscienza civile e intelletto autonomo, partecipate ingaggiando altri 'ecointegralisti' pronti a ribattere punto su punto a chi vuole uccidere l'Abruzzo con il petrolio.

p.s. fra un anno, se la deriva petrolifera non sarà fermata, col c...o vi godrete mare e sole! O credete che le piattaforme sempre più numerose che si vedono a 2 km dalla costa siano galeoni pirata per un nuovo parco giochi acquatico a tema???
Chiedete notizie della Basilicata, chiedete notizie di certe coste in Salento dove il mare grazie al petrolio è diventato quasi solido...
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