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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Così ci uccidono: Emiliano Fittipaldi e un libro scomodo
post pubblicato in Ambiente, il 8 ottobre 2010


L'intervento scritto in occasione della presentazione del libro inchiesta di Emiliano Fittipaldi sull'Italia dei veleni e dei business realizzati sulla pelle dei cittadini.
Evento organizzato dall'Associazione culturale Il mondo delle Idee (grazie alla Dott.ssa Antonella Rizzo) e celebrato nella Biblioteca comunale di Lanuvio, in data 24 settembre 2010. Grazie anche a David Gramiccioli, notissimo giornalista, reporter e conduttore radiofonico, relatore insieme al sottoscritto in questa occasione.
 



di Hermes Pittelli ©


Le cose sono unite da legami invisibili: non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella
(Galileo Galilei)



 Difesa dell’ambiente e legalità, oggi in Italia chi si erge a paladino di questi valori rischia di essere ammazzato.
Come Angelo Vassallo, sindaco di Pollica.
Perché? Per la solita vecchia ragione. Per interessi economici, per il business, per la pecunia sterco del demonio che magari non olet, ma lascia delle coscienze sporche e sdrucite cui nemmeno una centrifuga miracolosa può restituire un minimo di candore.

Mezzo milione di malati e 35.000 morti: ogni anno sono queste le vittime delle sostanze tossiche che gli italiani mangiano e respirano.
Un territorio più esteso della Liguria - 6740 chilometri quadrati - rappresenta la superficie complessiva delle aree contaminate dai veleni nel nostro Paese.
Le persone che in Italia abitano in zone considerate ad alto rischio sanitario sono addirittura 15 milioni, ma nessuno ne parla.
Le cifre elencate sulla quarta di copertina e poi analizzate e descritte con precisione nel libro di Emiliano Fittipaldi ci raccontano che soprattutto negli ultimi 10 anni in Italia è in corso una guerra, una guerra silenziosa e non dichiarata, ma terribilmente reale e letale contro i cittadini.

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha opportunamente rammentato l’origine etimologica della parola coraggio. Qui siamo a Lanuvium quindi con il latino non ci sono problemi: cor habeo, ho cuore.
Fittipaldi ha scritto un libro coraggioso e necessario, quindi scomodo per il Paese nel quale viviamo; o tentiamo di sopravvivere.
Servirebbero cuore e, auspicabilmente, cervello. Avere a cuore le vere risorse del territorio, l’integrità ambientale e la salute umana; e i valori fondamentali della democrazia: legalità, partecipazione, controllo costante del Potere.
Cervello per proiettare una visione del futuro e soprattutto progettare un futuro: sostenibile, ecocompatibile, equo. Servirebbe una rivoluzione culturale economica, per giungere ad una vera forma di economia sociale, come sosteneva con argute analisi e argomentazioni il compianto Edmondo Berselli.

Non credo si possa scappare da questi precetti.

Nè il cittadino può sperare di aggrapparsi ai medici e agli scienziati, sempre più spesso conniventi per remunerati interessi personali. Un solo esempio: Umberto Veronesi, smemorato d'Ippocrate, sostenitore dell'energia nucleare e degli inceneritori.
Esistono, per fortuna, anche scienziati ‘buoni’: Gatti/Montanari, Maria Rita D’Orsogna, Francesco Gonella, Giorgio Nebbia, Laura Corradi.
Ma scontano l'ostracismo dei media e l'opposizione delle potenti industrie inquinanti.

Piccolo esempio di come funzionano le cose in Italia.  Due anni fa il giovane regista salentino/milanese Massimiliano Mazzotta ha girato un docu film intitolato ‘Oil’ sulla raffineria della famiglia Moratti a Sarroch; famiglia sempre in prima linea nella beneficenza, ma pronta a intentare causa civile per diffamazione: tra una festa scudetto e l’altra, una celebrazione trionfale del ‘triplete’ non trovano il tempo di parlare delle magagne della più grande raffineria d’Europa che avrebbe dovuto rendere ricca la Sardegna, mentre, chissà come mai, i soldi finiscono a Milano, le malattie, la povertà e la devastazione del territorio e del mare restano ai sardi.

Eni, vogliamo parlarne? Ci si può connettere al sito del cane nero a sei zampe e restare disorientati. Non si capisce se si occupino di petrolio o siano un’associazione umanitaria e filantropica. Finanziano mostre, restauro di opere d’arte, asili nido, ecc. Peccato nessuno spieghi l’origine della enorme disponibilità finanziaria di Eni. Chi mai ha saputo in Italia (dalla stampa nazionale, magari?) che Eni è stata condannata in Kazakhistan a pagare una multa di 210 milioni di dollari per danni ambientali? O che la Sec, la commissione americana per la sicurezza e la trasparenza nelle operazioni di borsa di New York, ha inflitto alla creatura di Mattei una delle multe più alte nella storia (254 milioni di dollari) per un'encomiabile vicenda di tangenti e bustarelle ai funzionari del governo nigeriano? Quanti italiani conoscono i danni ambientali che Eni combina nel delta del Niger? Devastano l’ambiente, facendo ammalare e morire i legittimi abitanti e proprietari di quel territorio. E in Italia? Sarebbe sufficiente fare un giro in Basilicata per capire cosa sia davvero l’Eni…

Ma il vero punto è sempre politico, nella accezione greca del termine.

Trovo sia aberrante dire che in certi territori l’unico sviluppo possibile sia quello assicurato dall’industria degli idrocarburi. Aberrante e falso. Ma il compito principale della politica qual è se non quello di amministrare la cosa pubblica per il bene comune? Qual è la dote principale di un vero politico se non – e ricorro un’altra volta al greco antico – la ‘pronoia’, la capacità di vedere prima, di avere una visione.
E capire che territori come la Sardegna, la Sicilia, l’Abruzzo, l’Italia intera hanno altri tesori, altre risorse da valorizzare.

La ‘mala politica’ appoggia la ‘mal imprenditoria’, la ‘mala scienza’ copre le vergogne: sopire, negare, anche contro l’evidenza.
Taranto e la Basilicata dovrebbero essere aree ricchissime, nelle quali parole come disoccupazione e emigrazione dovrebbero essere state cancellate dai dizionari. Invece, tutto procede al contrario.
Povertà, degrado, inquinamento, malattia. Questo è il progresso nell’Italia del III millennio.

La Basilicata, nonostante 15 anni di corsa all’oro nero, trivellata in lungo e in largo anche nei parchi nazionali, è la regione italiana più povera dove, per immane beffa o legge del contrappasso, la benzina costa più che in tutte le altre regioni.

Vendola nuovo campione dell’ecologia ha dichiarato che a Taranto non c’è alcuna emergenza ambientale, è favorevole agli inceneritori, colloca i pannelli solari sui campi agricoli facendo marcire la terra fertile, piazza il più grande parco di torri eoliche nel golfo di Otranto, proprio sulla rotta di alcune rare specie di uccelli migratori.

La politica italiana permette all’industria degli idrocarburi di chiamare ‘centro oli’ (dando l’idea di un bel frantoio in stile mulino bianco) quello che in realtà altro non è che una inquinante raffineria capace di sputare veleno nell’ambiente 24 ore su 24 attraverso desolforatori a fiammella costante.

La politica italiana considera l’organismo degli italiani simile a quello di Superman: se l’Organizzazione mondiale della Sanità (comunque non impermeabile alle pressioni delle lobbies) stabilisce che il corpo umano può tollerare H2S (idrogeno solforato, ndr) fino ad una soglia massima di 0,005 parti per milione (ppm) in italia la legge stabilisce un limite di 5 ppm per l’industria non petrolifera e addirittura 30 ppm per quella petrolifera:
6000 volte superiori a quello raccomandato dall’Oms.
Non si può avere fiducia in una politica che soccorre chi prospera sul malaffare e uccide i cittadini, cioé i soggetti che dovrebbe tutelare.

Paradigmatico in questo senso il caso ‘atrazina’ negli anni ’80: erbicida ad elevata persistenza ambientale, quindi difficile da smaltire.
Negli anni 80 si scoprono livelli altissimi di atrazina negli acquedotti e nelle falde di molti comuni italiani, soprattutto nell’area padana. Cosa fa la politica invece di intervenire e sanzionare i responsabili? Aumenta per legge, i limiti di tollerabilità alla sostanza da parte degli organismi degli italiani!!! Poi, nel 1992 l'abbiamo finalmente messo al bando, ma intanto per anni molti italiani hanno continuato a bere atrazina ‘tumorale’…

Capire che non è possibile individuare come uniche linee di sviluppo (che poi sviluppo non è e si riduce all’arricchimento dei soliti noti a scapito della salute dei cittadini, delle loro tasche e dell’ambiente) cementificazione (‘La colata’, altro esemplare libro inchiesta) e idrocarburi. Siamo il paese europeo, a fronte di un’estensione territoriale non certo ampia, che consuma più suolo: tradotto, sempre più colate di cemento, e sempre meno aree verdi, campagne, litorali.

Penso alla mia regione d’origine, il Friuli Venezia Giulia, o al vicino Veneto: ogni volta che torno a nord est resto sempre più allibito perché riconosco sempre meno il territorio. Capannoni industriali, cementifici, greti di fiumi e torrenti depredati dalla ghiaia, centri commerciali, rotonde. Rivoglio la mia regione!

Perché ‘se niente importa’, tanto per citare il titolo di un altro bellissimo libro ad alto tasso di contenuto ambientale di Jonathan Safran Foer, ma importa solo il business, ecco che ci ritroviamo nella condizione terribile, descritta in modo mirabile da Fittipaldi.
Siamo quindi destinati a soccombere? Una volta c’erano le 5 Regioni a statuto speciale (ci sono ancora, per carità) ma è come se l’Italia fosse tutta intera una nazione a statuto speciale per quello che avviene qui. Non che all’estero non esistano situazioni altrettanto gravi, ma l’impressione è che la società civile abbia maggiori anticorpi, abbia una capacità di reazione al momento sconosciuta alle nostre latitudini.

La Costituzione ci ha protetti ed è una legge fondamentale meravigliosa visto che qualcuno ne ha talmente paura da volerla incenerire.
La Costituzione però ci fa da scudo se noi la tuteliamo: non può fare tutto da sola.
La democrazia è partecipazione diretta, è impegno in prima persona.

Vorrei chiudere con le parole di Rita Atria, coraggiosa ragazza siciliana di Partanna nel Belice, capace di diventare collaboratrice di giustizia dopo aver visto ucciso il padre, piccolo boss di paese.
Per questo ripudiata dalla madre, dalla famiglia, dal fidanzato. Ma protetta da Paolo Borsellino che la convinse a trasferirsi a Roma e ad entrare nel programma di protezione dello Stato.
Dopo l’uccisione del magistrato, Rita Atria si suicidò lanciandosi nel vuoto.
Ma il suo esempio e questa frase in particolare, estratta dal suo tema di maturità sulla morte di Giovanni Falcone, dovrebbero convincerci che siamo sconfitti solo se rinunciamo a lottare:

Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare.
Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Tre ‘allegri’ Operai morti alla Saras dei Moratti
post pubblicato in Società&Politica, il 26 maggio 2009


(foto di Vale, tratta da Flickr. Grazie!)


L’industria petrolifera colpisce ancora. Poi vengono accusati i ‘pazzi’ che segnalano su basi scientifiche i rischi per la salute e per l’ambiente legati alla raffinazione, all’estrazione, agli inceneritori, alle centrali nucleari. Intanto, le tragiche fatalità si susseguono.
Ora un po’ di lacrime davanti alle telecamere, poi avanti tutta con i piani criminali di questa politica collusa con la cricca imprenditoriale che avvelena il Paese.
E i cittadini prima di svegliarsi quanti lutti riusciranno ancora a sopportare?

L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
(Articolo 41 Costituzione della Repubblica)


di Hermes Pittelli ã


 Tre morti a Sarroch, nella raffineria Saras della famiglia Moratti.
Tre operai di 26, 27, 52 anni, uccisi probabilmente dall’anidride solforosa, visto che ‘l’incidente’ è avvenuto in una cisterna di desolforazione.
Hanno tentato di salvarsi a vicenda.
Già, in una di quelle macchine di morte e distruzione che in Abruzzo l’Eni chiama furbescamente centri oli con la collusione di amministratori locali e disinformazione prezzolata.
La famiglia Moratti esprime profondo cordoglio per la tragedia. Naturalmente.
Forse la famiglia Moratti dovrebbe investire qualche euro in più sulla sicurezza invece che buttare milioni per la squadra di calcio. Gli operai di Sarroch rischiano costantemente la vita per 900 euro al mese, ma i Moratti si preoccupano di allungare e rimpinguare i contratti da nababbi di Mourinho e Ibrahimovic.
In fondo, i 1000 operai della raffineria più grande d’Europa e la popolazione di Sarroch non servono a vincere gli scudetti.

Chissà quanti lutti dovremo ancora registrare, quante ‘fatalità’ legate all’industria del petrolio, quanti feti malformati, quanti bambini che nascono già malati, quante persone che si ammalano di cancro e leucemia, quante falde acquifere avvelenate, quanti territori contaminati saremo in grado di tollerare prima di scendere tutti in piazza per dire un No definitivo a questa banda di sfruttatori e assassini: politici, ‘grandi’ imprenditori, scienziati incompetenti corrotti, pennivendoli prezzolati.

Da giorni, La Repubblica, ci scassa le sfere recitando la parte dell’informazione libera e corrosiva, solo per le 10 domande a Berlusconi sull’affaire Noemi. Buffonate, polverone mediatico, inutile ciarpame truccato da giornalismo. Quando faranno le inchieste sui danni alla salute e sulla distruzione ambientale legata a ‘centri oli’ e ‘termovalorizzatori’? Quando inchioderanno alle loro criminali responsabilità manovratori nella stanza dei bottoni e presunti industriali?
Di grandi fratelli, veline e isole degli sconosciuti non ce ne frega niente.

Ieri Bersani (Pd) alla presentazione di un libro scritto da un ex consigliere Rai, ha sollecitato i giornalisti ad assumersi le proprie responsabilità, a non limitarsi a fungere da ‘porta-microfono’ sotto il naso dei politici. Serena Dandini ha spezzato una lancia a favore ‘di chi tiene famiglia’ e quindi non ha tempra eroica; Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, ha rammentato che in casa Rai l’unico presidente recente con schiena dritta e dignità risponde al nome di Lucia Annunziata: certo, schiena dritta nell’incassare i soldi dell’Eni.

Come dice il mio amico Lorenzo Luciano, ingegnere giornalista (Lui sì, merita questa qualifica!), “Le cose accadono”. Forse avete letto qualcosa in proposito sul suo blog, o su questo, o su quello della grande Scienziata Maria Rita D’Orsogna.
Le cose accadono anche perché noi cittadini siamo ormai inerti, totalmente passivi. Siamo ormai convinti, dopo solo poco più di mezzo secolo di agiatezze repubblicane, che la democrazia sia un bel pacco regalo sempre a disposizione, che la democrazia sia concentrata in quella croce (quella dei defunti per la nostra ignavia?) che andiamo a vergare, magari anche un po’ contrariati, in 30 secondi ad ogni estate tra una gita al mare e una granatina al limone.
Siamo convinti che la libertà e i diritti siano concessi dal cielo e nessuno possa più sottrarli alla nostra disponibilità, siamo convinti che libertà e democrazia consistano nel demandare totalmente ogni scelta ed ogni azione a quegli inutili e perfetti buffoni, arroganti cialtroni, sporchi banditi in giacca e cravatta chiamati ‘politici’.

Oggi ci troviamo a versare lacrime nere di petrolio. Oggi la Cgil accusa che quel maledetto serbatoio non era stato bonificato. Oggi si sveglia perfino quella carica ‘pletorica’, come direbbe qualcuno, del presidente della Repubblica, proprio lui che dovrebbe essere il Garante dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Oggi l’Inail alza la voce per dire: “Negli ultimi due anni 18 morti nelle cisterne”.

Tutte tragiche fatalità, appunto, come da sempre sostiene l’Eni.

Oggi qualcuno dovrebbe vedersi il lungometraggio di Mazzotta intitolato Oil, documentario sulle nefandezze della Saras, censurato da Sky e finito nel mirino dei legali della potente famiglia Moratti, reo di infangare l’immagine della stirpe petrolifera.
Gli operai muoiono, la natura viene annichilita e loro si preoccupano dei danni all’immagine.

Sarà facile, passato il clamore mediatico dei primi giorni – perché passa sempre – accumulare la polvere della vergogna sotto un qualche rabberciato tappeto sempre pronto all’uso; sarà facile per gli amministratori locali supportati dai soloni romani che intrallazzano con i fabbricanti di morte gettare discredito sui pochi ‘pazzi’ che, su basi scientifiche, tentano di avvisare popolazioni in letargo delle minacce ambientali e per la loro salute che corrono grazie alle attuali strategie del Paese.

Tutti i fantocci istituzionali ora faranno a gara per allestire passerelle con telecamere davanti alla Saras. Ora qualcuno proporrà di riportare il G8 in Sardegna.

Mentre tutti questi criminali ipocriti chiedono minuti di silenzio in memoriam, forse è necessario che per onorare davvero la memoria di queste vittime si cominci e ricominci a gridare, che la gente scenda in piazza e urli il proprio sdegno, la propria rabbia, si riprenda diritti e doveri.

Spero che gli altri operai si ribellino quando vedranno i Moratti spargere stomachevoli lacrime di coccodrillo; spero che tutta la popolazione di Sarroch cacci il sindaco Mauro Cois, tipico prodotto politicante italico, capace di proclamare due giorni fa: “Siamo felici e c’è la salute a Sarroch”.
Lo stesso losco personaggio che con tracotanza si vanta di non invidiare le località sarde che prosperano con il turismo e curano l’ambiente.
Uguale al sindaco di Corropoli (Valvibrata, Teramo; Abruzzo), capace di dire con faccia da schiaffi al cospetto di Maria Rita D’Orsogna che è necessario trovare compromessi tra lo sviluppo economico e la tutela della salute dei cittadini.
Uguali a tanti, troppi detentori di potere in questo martoriato ex Belpaese.

Spero che in Abruzzo, finalmente, tutta la gente faccia come negli anni 70, ritrovi coscienza civile e coraggio e scenda in piazza per rifiutare una volta per tutte la petrolizzazione folle della propria Terra. Spero lo facciano una buona volta tutti gli italiani. A proposito, a Corropoli le firme per la petizione contro i ‘centri oli’, oltre che dagli encomiabili comitati civici, sono raccolte da operai marocchini di fede musulmana, quelli che vogliamo ributtare a mare, quelli che non riconosciamo come cittadini.

E’ troppo comodo seppellire sempre ogni colpa, ogni volta, sotto una coltre invalicabile di silenzio.

Il Paese sta morendo per colpa del silenzio mafioso che cala sulle decisioni strategiche (vero Berlusconi? vero Scajola? vero Prestigiacomo? vero Brunetta? vero Bertolaso? vero Veronesi?) che riguardano il futuro dell’Italia, un futuro che tra inceneritori, raffinerie e centrali nucleari non vedrà mai la propria alba.


Fonti e approfondimenti
:
Maria Rita D’Orsogna, Corriere della Sera, La Repubblica, La Nuova Sardegna

Affaire Balotelli, quanta ipocrisia!
post pubblicato in Divagazioni sportive, il 21 aprile 2009


(nella foto: tifoso interista durante l'era Moggi.
Fonte: Google Immagini)


di Hermes Pittelli ©


 Alle solite. Balotelli, vittima di cori e ululati razzisti durante l’insignificante Juve-Inter, diventa un affaire di stato, non solo di pseudo-sport. Soprattutto per coloro che hanno la memoria corta e un bell’armadio capiente pieno di scheletri; soprattutto per i tanti pigmei con la codona di paglia che ammorbano il calcio e il Paese.

Moratti, avresti ritirato la tua invincibile armata (ma in Europa e nel mondo conti come il due di bastoni a briscola) se fossi stato presente all’Olimpico di Torino, ma cosa hai fatto di concreto quando i tuoi amati e delicati ultras dileggiavano in modo altrettanto incivile il difensore ‘abbronzato’ (come direbbe il capo del governo) del Messina, Zoro (attualmente emigrato in un piccolo club portoghese)?

Dove erano i soloni del pallone nostrano (Abete, Matarrese, Campana... quali pulpiti) che ora chiedono la sospensione degli incontri per i cori razzisti quando le partite causavano i morti e i feriti negli stadi (episodi che tra l’altro continuano a verificarsi) e poi con il muso finto costernato proclamavano che show must go on?

In passato, nessuno ha mai scomodato il razzismo per bollare l’idiozia di pochi idioti. Periodicamente i media nazionali riesumano la storia del povero israeliano errante Rosenthal rifiutato dall’Udinese causa antisemitismo della Curva Nord; nessuno, nemmeno all’epoca, ha per esempio mai condannato tutti i tifosi del Napoli presenti al San Paolo durante una partita contro la Juve quando al malcapitato difensore bianconero Julio Cesar (brasiliano, anche lui ‘abbronzato’) mentre veniva trasportato fuori in barella, dagli spalti lanciarono di tutto: insulti, arance, lattine, bottigliette, monetine (le stesse che permisero al Ciuccio di aggiudicarsi uno scudetto).

Oggi è di moda la battaglia contro il razzismo. Fa audience, conferisce un’aura di rispettabilità, fa cassetta, permette vetrine mediatiche a costo zero e grande ritorno di immagine. Figuriamoci se i politicanti dello sport e quelli del Parlamento non la cavalcano, figuriamoci se i media nazionali, sempre sensibili al fascino del potere (vi farei ascoltare i commenti di certi giornalisti tifosi all’interno dell’intimità delle proprie redazioni), non si offrono spontaneamente come cassa di risonanza.

Anche la morale e l’etica sono ormai strumenti, da estrarre dal cassetto e lucidare solo quando fa comodo, solo quando c’è una convenienza da realizzare.

Materazzi per anni è stato bersagliato con lo stesso trattamento, eppure è italiano di carnagione bianca. Sissoko è nero, gioca nella Juve ed è uno degli idoli attuali del tifo di Madama. Come la mettiamo? Forse, azzardo un’ipotesi, l’atteggiamento dei tifosi avversari è influenzato in certa misura anche dal comportamento dei giocatori in campo. Kakà, ad esempio, è un fuoriclasse molto temuto, ma non mi sembra venga accolto negli stadi con minacce e insulti: questione di correttezza e di stile.

In passato, grandi campioni – Platini, Zico, Van Basten – erano visti come spauracchi dai sostenitori delle formazioni che li affrontavano, ma spesso venivano salutati con applausi scroscianti se riuscivano a confezionare qualcuna delle loro magie. Quindi?

Quindi sarebbe meglio parlare di un problema di carenza di educazione e cultura dell’intero Paese, non solo dello sport o del calcio. Moratti e Mourinho insegnino il modo di comportarsi a questo arrogante bambino e poi si permettano di obiettare sugli atteggiamenti dei tifosi italiani.

L’Italia, fuori dai ritratti oleografici e folcloristici, è un paese profondamente razzista e fascista. Lo è con i suoi stessi abitanti, con i propri cittadini indipendentemente dal pigmento epidermico o dall’etnia d’origine. Vogliamo parlare del derby capitolino, di quello che accade ogni volta che si confrontano Lazio e Roma (cronaca recentissima, per chi non ha paraocchi o resetta la memoria a responsabilità limitata)?

Siamo un popolo ormai corrotto dalla scientifica demolizione della scuola, delle famiglie che hanno abdicato dal proprio ruolo di educatrici di persone e cittadini esemplari, delle istituzioni che ormai sono solo manipoli asserviti alle lobbies del potere economico.

Un popolo ignorante, disinformato, disgregato è molto più malleabile e facile da controllare, plagiare, comandare.

L’affaire Balotelli è solo l’ennesima foglia di fico per coprire le nostre vergogne endemiche. Questo ‘caso’ si smonterà da solo quando i titoloni sui giornali non faranno più vendere un maggior numero di copie; per passare in fretta ad un’altra emergenza, a una notizia più accattivante e 'smerciabile'.

Un gara a porte chiuse per la Juventus è una sanzione inutile, squalificare gli stadi o i tifosi è inutile; perché è l’intero Pease che è squalificato.
E continuerà ad essere pecora nera in tutti i campi fino a quando non deciderà davvero di risolvere i propri problemi alla radice.

La piccola Udinese oscura le presunte ‘Grandi’
post pubblicato in Divagazioni sportive, il 13 marzo 2009

di Hermes Pittelli ©

 Che pacchia! Che beffa! Una piccola squadra di provincia ‘salva’ l’onore calcistico del Paese che un tempo si credeva all’avanguardia, almeno nel calcio. I ceffoni ricevuti da Inter, Juve e Roma per mano – anzi, per piede - di formazioni della perfida e tracotante Albione, raccontano un’altra verità. E perfino qualche giornalista italiano ha dovuto prenderne atto.

Altri, invece, continuano imperterriti a fare orecchie da mercante, nel senso che restano saldamente ancorati alle regole del marketing piuttosto che a quelle auree del giornalismo: la notizia del giorno non è l’ennesima rifondazione interista, ma il fatto che la bistrattata Udine sia la capitale calcistica italiana in Europa. Stranamente, però, per un certo foglio rosa il titolone d’apertura è riservato appunto alla nuova lista della spesa compilata da Mou il grillo parlante nerazzurro al suo ‘ingenuo’ presidente.

L’estremo confine nordorientale tricolore assurge al ruolo di avamposto e ultimo bastione di un movimento sportivo che ancora una volta riflette la realtà del Paese che rappresenta: arcaico, obsoleto, felice di sguazzare nei propri luoghi comuni, incapace di un vero colpo d’ala per spiccare il balzo nella modernità, autoreferenziale, pressapochista, superstizioso e tronfio di antichi fasti.

Piccola premessa essenziale: mi autodenuncio, sono friulano. Ma questo non inficia di una virgola il discorso.

I media, controvoglia, sono costretti a menzionare Udine e l’Udinese; sono costretti ad ammettere il fallimento dei presunti grandi club che fanno cassetta e a riconoscere l’abilità e la competenza dei dirigenti di una lillipuziana società di provincia.
Udine, cittadina di 90.000 abitanti, più o meno, quella che assomiglia all’isola di Peter Pan, ovvero non c’è, nel senso che molti italiani non sanno dove sia (a meno che non abbiano fatto la naja in Friuli); quella che per ottenere dignità e collocazione geografica è costretta a spiegare che la si può scorgere sulle cartine tra Venezia e la Slovenia; quella che resta per i friulani nel mondo la capitale della piccola patria; quella che per i grandi e preparati giornalisti nazionali è solo uno sperduto villaggio nel Fr-ì-uli (Frìuli, con accento sulla prima ‘i’; diplomati a RadioElettra???); quella che ha potuto ammirare il leggendario Zico, ma dai potenti media sportivi nazionali viene etichettata ancora oggi ‘razzista e antisemita’ per una sciocca faccenda risalente al 1990 e legata al mancato tesseramento di un carneade del pallone, Ronny Rosenthal, attaccante israeliano poi finito al Liverpool (antisemitismo condensato in una stupida frase di uno stupido quattordicenne su un muro della Curva Nord), mentre in casacca bianconerà approdò Abel Balbo.

Ebbene, l’Udinese della friulanissima famiglia Pozzo e dell’allenatore siculo atipico Marino Pasquale da Marsala, si ritrova sotto i riflettori calcistici continentali: nell’andata degli ottavi di finale di Coppa Uefa si è concessa il lusso di strapazzare la corazzata sovietica Zenit San Pietroburgo, detentrice del trofeo. Tutto questo mentre la blasonate Inter, Juve e Roma si sono lasciate irretire e estromettere dalla Champions dalle ‘tre comari’ britanniche Manchester Utd, Chelsea e Arsenal.

Sotto le arcate dello stadio Friuli, c’è una dirigenza matura che sa ammettere i propri errori e ha il coraggio di non esonerare un tecnico che, dopo i fasti delle prime 9 giornate di campionato, nelle successive 11 raccoglie solo tre punti, senza lo straccio di una vittoria; ed oggi però gode i frutti della buona semina.

A Milano c’è un presidente ricco (ma sarebbe interessante scoprire da dove arrivano realmente tutti i miliardi che il rampollo Moratti utilizza per rimpinguare la collezione di figurine della sua squadra) ma volubile: è divorato da una febbre quasi fisica che in panchina non sieda solo un uomo che, al limite, capisca di calcio, ma sia anche glamorous. Quindi Simoni e Cuper non fanno per lui, non hanno né la fisiognomica né l’eloquio dei personaggi da copertina patinata. Ecco la passione insana per Roberto Mancini, concupito quando ancora era un calciatore. Mancini con il suo ciuffo ribelle alla Sgarbi è elegante e addirittura vincente (anche se i campionati in Italia sono come le situazioni, gravi ma per fortuna non seri), ma a Moratti junior non basta. Brama ardentemente la Coppa argentata dalle grandi orecchie. Ciao Mancini, sei bravo, ma troppo provinciale, non hai carisma internazionale.

Finalmente, ecce Homo, l’uomo per Lui, lo specialone, l’Uomo da 14 milioni di euro (all’anno) e senza nemmeno essere un telefilm americano di successo degli anni ’80.

Ah, Mourinho sì è un allenatore filosofo, un autentico mago che conosce a memoria vita morte miracoli caratteristiche e statistiche di ogni calciatore e di ogni campionato del pianeta, da quello di Subbuteo della provincia di Pordenone fino alla petroleosa lega degli Emirati Arabi. Impossibile fallire, Mou ha la vittoria scritta nel dna. Peccato rimanga ben custodita nella sua doppia elica. L’anziano e saggio Ferguson lo ha imprigionato in un sacco ruvido come il celebre gatto degli improbabili proverbi trapattoniani.

L’Inter special è scialba, 10 uomini dietro la linea della palla e in attacco solo Ibrahimovic in attesa di un passaggio decente da trasformare in magia; quando va sotto, di solito la variante di José consiste nel creare caos disorganizzato inserendo punte centrali a profusione, ma senza qualcuno a centrocampo che sia in grado di offrire sapienza calcistica e una parvenza di manovra ragionata.

Così l’uomo da ‘zeru tituli’ (riferito a Milan, Juve e Roma in una conferenza stampa da storia del cabaret) rischia di restare lui ‘senza tituli’ e se dovesse accadere ad un ambiente che non ha mai davvero superato il trauma del 5 maggio, sai che pernacchie speciali per lui e per chi l’ha ingaggiato spacciandolo per l’erede di Herrera.

Considerazioni su Juve e Roma le rimandiamo ad altro momento; con organici risicati nella qualità ed evidenti errori di preparazione fisica (a proposito, ma il calcio italiano non era superiore anche in questo? Come mai le nostre formazioni a febbraio sono già spompate, mentre quelle inglesi o spagnole che giocano il triplo corrono che sembran lepri?) non potevano fare di più e meglio di così. Sconfortante.

Cosa rimane, dunque, della campagna calcistica europea 2008/09?
Solo l’Udinese, appunto. Magari tra una settimana incapperà in una delle sue solite serate di amnesia e mancanza di personalità, magari sarà poi comunque eliminata ai quarti di finale; ma che meraviglia impartire ex cathedra lezioni di pallone ai paperoni podofili italiani, anche solo per un giorno.

E se dovesse andar male, niente psicodrammi, niente roghi o inchieste parlamentari invocate a gran voce da politicanti a caccia di pubblicità: la gente come noi non molla il taj (documentatevi, fatevi un giro culturale ed enograstronomico in Friuli!). Tutti all’osteria a mangiare polenta e frico, irrorati generosamente da nettare di Bacco, rigorosamente ‘neri’.

Mandi fruz!
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