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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Francesco Bianconi, lavori in corso tra letteratura e musica
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 17 settembre 2015

Il leader dei Baustelle racconta e si racconta a Pnlegge2015, durante un reading a base di parole, suoni, musica e zombies…


 

di Hermes Pittelli ©

 

 Milano 2020, 5 anni dopo expo. Atmosfera allucinata e allucinante, una città non più da bere, ma da mangiare, popolata solo da bande di voracissimi zombies.

Futuro prossimo o inquietante presente? Sembra la sceneggiatura di una storia di Dylan Dog, ma si tratta dell’universo narrativo immaginato da Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, musicista per passione, ma da sempre ‘aspirante’ scrittore. Giunto alla seconda opera letteraria con La resurrezione della carne, dopo il fortunato esordio con il non romanzo Il mondo animale.

“Come si dice con una brutta parola moderna, non sono multitasking. Riesco a fare poche cose insieme. Quindi separo la composizione dei testi e della musica per i Baustelle, dalla scrittura creativa. Sono sempre stato scettico nei confronti dei cantanti che scrivono romanzi, non comprerei mai i loro libri e forse nemmeno i miei; ma scrivere e diventare scrittore è sempre stato il mio sogno fin da bambino, quindi è il mio nuovo mestiere parallelo, cui mi dedico con serietà e grande impegno”.

Francesco Bianconi torna a Pordenonelegge dopo 4 anni e si racconta senza reticenze, con onestà e umiltà, nel corso di un reading a base di stralci di romanzo (edito ancora una volta dai tipi della Mondadori) e sonorità garantite da Ettore Bianconi e Sebastiano De Gennaro.

Ivan sogna di diventare un grande poeta, ma per sbarcare il lunario scrive fiction televisive in quel di Milano 2020. Il destino beffardo lo gratifica e lo punisce al tempo stesso: la 'fama' lo bacia per la sceneggiatura di una serie tv sugli zombies. Questo acuisce il suo senso di repulsione e cinismo nei confronti del mondo contemporaneo. Il ‘caso’ però è dietro l’angolo e assume le sembianze di Giovanna, cassiera, nessuna sfrenata ambizione di carriera o frenesia di apparire, colta e gentile. Ivan si innamora, come mai gli era capitato prima nella sua vita. 

“Non so se l’amore sia capace di salvare il mondo, ma quando capita salva dalla superficialità del mondo chi si innamora”.

Sono stati scritti tomi, saggi, dotti articoli e illuminanti tesi di laurea sugli zombies ‘inventati’ dal regista George Romero come metafora critica della moderna società ‘umana’. La carne risorta di Bianconi offre una visione nuova e personale dell’antica, primordiale, eterna (?) lotta tra bene e male, declinata con lo stile di un ‘irregolare’ che coltiva fiori del male come Baudelaire, passioni dichiarate per Ciampi, quello vero, Piero, e per anime sghembe dell’arte della letteratura della cultura; artisti poco apprezzati e compresi dalla critica (es. Philip Dick), salvo assurgere post mortem al rango di ‘geni preveggenti’…

“Amo la letteratura che non viene considerata tale”.

Come quel bambino che, giocando a pallone con gli amici in un assolato meriggio di Montepulciano, vedendo uscire da una casa isolata tra i campi un signore vestito di bianco, esclamò con somma meraviglia, rivolto ai compagni: “Ma quello è Yanez!!!”. Ed era proprio lui, Philippe Leroy. Il 'bimbo sentinella' era un amico di Francesco Bianconi e Yanez fu il solo ‘personaggio’ cui l’autore abbia chiesto un autografo (ad eccezione, in tempi recenti, di Michel Houllebecq). Questa reminiscenza infantile forse non c’entra nel contesto; oppure è fondamentale, perché sono proprio le suggestioni potenti dell’infanzia che ‘costringono’ a scrivere, a raccontare. Suggestioni che abbinate e sublimate da ottime frequentazioni letterarie e cinematografiche, permettono al leader dei Baustelle (“Non abbiamo ancora composto una sola nuova canzone, ma abbiamo tanta voglia, quindi il prossimo disco uscirà presto… ve lo prometto!”) di essere una voce fuori dal coro, e, nonostante la sua fobia di annoiare il pubblico, un originale ed eccellente narratore.

Osservatore e narratore di un consesso umano nel quale tutto è spettacolo, tutto è comunicazione reiterata e ripetitiva, perfino il cibo, ormai talmente sofisticato e stravolto da essere diventato qualcosa di lontanissimo e altro da sé; un consesso nel quale forse proprio gli zombies sono gli unici attori veri e coerenti, costretti dalla loro sola pulsione primaria ancora attiva, a mordere i presunti viventi:  la Fame, bisogno arcaico e primigenio, da soddisfare, come vero arcaico e fondamentale resta l’Amore, solido baluardo ontologico, in mezzo al pianeta adulterato e violentato da noi, auto proclamati padroni dell’universo. 

Pordenonelegge.it 2012, partenza sprint con due ‘Scrittori per caso’
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 20 settembre 2012


di Hermes Pittelli ©


 Uno scrittore cui non piaceva leggere e un biologo, scrittore per noia.
Si incontrano sul palcoscenico di un teatro e chiacchierano delle rispettive esperienze.
Seduti su un divano bianco, essenziale, sorseggiando acqua minerale naturale.
Sono figlio di un’insegnate che mi inseguiva con i libri per convincermi a leggerli, una disperazione”.
L’altro ascolta. Poi racconta il suo esordio letterario.
Distante dal mito o dalla leggenda che di solito ammanta i predestinati.
Non ero un talento precoce. Da bambino non amavo scrivere e a scuola prendevo spesso brutti voti in italiano e spesso ero rimandato a settembre”.
Il giovane, irrompe, entusiasta: “Ho cominciato a leggere a vent’anni, quando mio padre, uomo sempre parco di parole, mi ha messo in mano a forza un tuo libro dicendomi solo che quello mi sarebbe piaciuto. Mi è piaciuto così tanto che mi sono appassionato non solo alla lettura, ma anche alla scrittura”.

Il ‘veterano’ quasi si commuove, anche perché non è la prima volta che gli riesce il miracolo laico di convertire allergici ai libri (ad esempio, un anziano idraulico romano) in stakanovisti della pagina scritta. Questa, però, è un’altra storia.

Sono biologo, ma mi annoiavo. Ho cominciato a scrivere per caso. Un romanzo tristissimo, intitolato Branchie. L’ho fatto leggere ad un amico che lavorava per una casa editrice sindacale di cui ignoravo l’esistenza e soprattutto non immaginavo si occupasse di letteratura. Era una collana nuova, creata per dare un’opportunità a giovani talenti. Dopo qualche giorno il mio amico mi ha telefonato annunciandomi che se avessi completato il romanzo, me lo avrebbero pubblicato. La notizia mi ha gasato. Il rovescio della medaglia è che trattandosi di una piccola casa editrice, la distribuzione era molto limitata. Anzi, quando gli amici mi chiedevano dove avrebbero potuto trovare il mio libro, indicavo una sola libreria a Roma, in Via delle Botteghe Oscure. Ad un certo punto, passavo tutti i giorni per controllare se la pila – si fa per dire – del mio romanzo si assottigliava. In realtà, molte volte aumentava! Nel senso che i pochi che l’avevano acquistato, lo riportavano lamentando che fosse proprio brutto.
La pubblicazione, lungi dal rappresentare l’anticamera del successo, è solo l’inizio del calvario per lo scrittore; perché poi scopre i problemi legati alla distribuzione e al rapporto con l’ufficio stampa che deve promuovere la propria opera. All’inizio litigavo sempre con l’ufficio stampa: è più facile trovare un responsabile esterno per i propri insuccessi, piuttosto che ammettere che il tuo libro è brutto.
Comunque, sono stato fortunato, perché tra i pochi che lo avevano acquistato e letto c’era anche un dirigente della Mondadori che mi convocò a Segrate.
Il viaggio fu a dir poco avventuroso. Quando sono ansioso e quando litigo, dopo cado in un sonno profondo. In quel caso ero così ansioso che a Orvieto già ronfavo della grossa. Mi sono svegliato a Bologna accorgendomi che qualcuno mi aveva rubato il portafoglio. Non avevo più una lira (all’epoca c’erano ancora le lire e non esistevano i cellulari)!
Arrivato a Milano non sapevo come comportarmi, così, come avevo sempre visto fare a Termini, ho cominciato a chiedere in giro:
<< Scusa, puoi darmi duecento lire?>>.
Ho rimediato un gettone telefonico e dopo aver consultato un elenco mezzo strappato ho telefonato in Mondadori, ma non mi ricordavo più il nome del dirigente, quindi ho chiesto di parlare con uno dei piani alti. Nel frattempo, l’illuminazione: Ferrari, dottor Ferrari! Mi hanno risposto che di Ferrari ce n’erano circa 70… Ho insistito chiedendo di parlare con il più importante e alla fine sono riuscito a farmelo passare e a raccontargli l’accaduto. Mi ha esortato a prendere un taxi che poi avrebbe saldato lui. Sono riuscito ad arrivare a Segrate e pensandoci adesso, il mio ingresso in Mondadori è stato proprio trionfale.
Ferrari mi disse che il mio Branchie gli era piaciuto molto e voleva pubblicarlo. Ma c’era l’ostacolo della casa editrice sindacale che non voleva saperne di concedere un favore ad un’azienda di Berlusconi. Io li rassicuravo sul fatto che nemmeno a me piacesse, ma che, senza dubbio, farsi pubblicare un libro dalla Mondadori…
E dentro di me pensavo che magari fosse solo un problema di soldi; in fondo, al cospetto di certe cifre, anche il compagno più inveterato può vacillare. Loro però sembravano irremovibili: il dottor Ferrari chiese se avessi altri romanzi pronti. Altri romanzi? All’epoca mica pensavo di diventare scrittore, al limite avevo dei racconti; ma quelli non andavano bene perché, tanto per cambiare, erano tempi duri per l’editoria e poi in Italia i racconti pare non siano molto apprezzati dai lettori. Insomma, come diceva Ferrari, <<Il momento è delicato>>.
Una frase che poi nel corso degli anni, una volta diventato scrittore a tutti gli effetti, mi è stata ripetuta ogni volta che ho proposto di pubblicare questi benedetti racconti; aumentati di numero con il trascorrere del tempo
”.

Nel corso degli anni, in effetti, l’ex biologo è diventato uno scrittore vero e di successo. Da tre dei suoi romanzi più noti, sono stati tratti lungometraggi cinematografici, diretti da grandi registi (‘Io non ho paura’ e ‘Come Dio comanda’ – entrambi per la regia di Gabriele Salvatores; ‘Io e te’ – Bernardo Bertolucci).
Per meglio illustrarne il talento, la capacità di destreggiarsi con un registro narrativo in perenne alternanza ed armonico equilibrio tra il tragico e il comico, l’altro scrittore, quello giovane, invita il suo mentore letterario inconsapevole a leggere uno dei racconti finalmente pubblicati in una doverosa raccolta (ottenuta dopo terribili minacce).
Il pubblico del teatro ride di cuore per tutta la durata della lettura.
Il titolo della raccolta celebra, con evidente auto ironia, quella lunga teoria di rifiuti (con la medesima motivazione), con la frase fatidica: ‘Il momento è delicato’. Profetico, considerando l’attualità, non solo per l’editoria.

Comincia ufficialmente così l’edizione 2012 di Pordenonelegge.it, autentica festa del libro con gli autori, divenuto ormai appuntamento di rilevanza nazionale e internazionale.
I due ‘Scrittori per caso’, Marco Missiroli, il giovane (finalista al Premio Campiello), e Niccolò Ammaniti, il ‘veterano’, inaugurano tra gli applausi scroscianti del Teatro Verdi di Pordenone, gremito come non mai di appassionati e della consueta parata di rappresentanti istituzionali, la kermesse culturale che ancora una volta, grazie alla competenza e alle intuizioni degli organizzatori, frantumerà ogni record. Bastano due dati per capire l’importanza dell’evento: 340 autori, 235 appuntamenti;
5 giorni (19 – 23 settembre 2012) di pura esaltazione culturale sulle rive del fiume Noncello.

Come dice Ammaniti dei suoi racconti, una sorta di vacanza rigenerante, per la mente e per lo spirito (nel suo caso, per smaltire la sofferenza della creazione tra un romanzo e l’altro).
Forse non sarà vero come sosteneva Valentino Bompiani che “un uomo che legge, ne vale due”; ma certo, per dirla con Flaubert, non si legge “come fanno i bambini, per divertirsi, o come gli ambiziosi, per istruirsi;
no, si legge per vivere
”.

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