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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Io sto con Alex Schwazer
post pubblicato in Società&Politica, il 8 agosto 2012



"Forse voi che pronunciate questa sentenza, avete più paura di me che la subisco". 

(Giordano Bruno, rivolto ai giudici che lo avevano appena condannato al rogo per eresia)

 

di Hermes Pittelli ©

 
 
Sbatti il mostro in prima pagina.
E’ la stampa bellezza. In nome del paese. I nostri valorosi giornalisti, supini con i potenti, inflessibili con i deboli, ancora una volta conquistano sul campo il titolo di cani da guardia della democrazia.
Il male assoluto è stato identificato: Alex Schwazer, ormai ex marciatore olimpico ed olimpionico.
Da quando è stato fermato dal Coni dopo un controllo antidoping per assunzione di Epo, l’altoatesino si è ritrovato catapultato su tutte le prime pagine dei giornali (ci vuole temerarietà a definirli così), ogni telegiornale (?) non ha esitato a trasmettere con un certo sadismo le immagini della caduta dell’atleta dall’Olimpo dello sport nel fango delle inchieste per frode (con il Codacons che si distingue ancora una volta per insipienza), nessun tuttologo italiota (massimi esperti di ogni materia, quindi del nulla eterno) si è astenuto dallo spiegarci in dettaglio perché questo ragazzo sia il biasimevole esempio dell’Imbroglio universale e quindi meriti una punizione esemplare.
In questi casi terribili, si sa, la punizione deve sempre essere esemplare.
Mentre per i veri ladri e gli assassini si invoca subito un pio perdono in nome della concordia sociale.
Così il novello e inconsapevole Mefisto, che in realtà è solo un ragazzo diventato improvvisamente troppo umano, fragile, con gli occhi cerulei inondati di lacrime, assurge suo malgrado al ruolo di untore dell’estate italiana 2012, quella della grande crisi e della massima idiozia della politica e della tecnocrazia.
Che manna distrarre la massa con un ‘farabutto’ le cui sembianze rammentano solo un bambi disperso in una foresta divenuta troppo ampia, intricata e oscura; che manna evitare di parlare dei veri guai del paese e dei nostri atavici vizi e colpe; che manna un povero untorello che si fa pescare con le mani nel sacco, da offrire in pasto alla folla acefala e inferocita, assetata di sangue.
Meglio uno scandalo così, di qualunque telenovela sulle varie e ormai avariate veline di turno.
Il paese reclama a gran voce vittime sacrificali, capri espiatori.
Manca solo che Monti (di sicuro, l’entourage di palazzo Chigi ci ha pensato) gli attribuisca la colpa dello spread e delle speculazioni finanziarie.
Ecco il fascismo carsico che riemerge prepotente in ogni anfratto di questa pura e onorata società, l’ansia della forca, i pruriti da piazzale Loreto (il giorno prima tutti con l’uomo forte, l’uomo del destino; il giorno dopo, con la sorte ormai avversa, tutti pronti a spergiurare che lo avevano sempre avversato, tutti pronti ad infierire sul cadavere dello sconfitto).
Davvero un belpaese, una culla di civiltà ed esempi etici per le giovani generazioni. Il solito paese bigotto e senza memoria. Tutti rubano e uccidono, l’importante è che non si sappia: riservatezza, privatezza, nefandezze coperte da una patina di impalpabile rispettabilità e religiosità pubbliche.
Nel paese che non riesce ad emanare una legge contro la tortura, che consente all’industria di uccidere, sfruttare e devastare a norma di legge, nel paese che non scalfisce il muro di gomma delle omertà sulle proprie pagine oscure, nello stato che sempre protegge la propria sedicente ‘ragione’ anche quando è frutto di accordi con la criminalità, la pecora nera diventa Alex Schwazer, 28 anni, arreso e sconfitto al cospetto di responsabilità, attese e compiti che non corrispondevano più alla sua reale identità ontologica, alle sue esigenze di persona, di semplice essere umano, limitato, fallibile, caduco.
Eccoli schierati come un plotone d’esecuzione con il mouse in mano, pronti ad eseguire la sentenza con le tastiere, pronti a decretare la pena capitale via facebook, twitter, sms questi integerrimi censori del III millennio; autoproclamatisi novella inquisizione, depositari della Giustizia; eccoli, schiere di Soloni con il ragionamento in 100 caratteri, roba che l’ameba ha più materia grigia di tutti costoro riuniti insieme.
Ecco il Coni delle cricche e degli atleti di serie a (quelli con sponsor politici ed economici importanti) e serie b (Schwazer difeso dal Pinguì...), ecco i terribili pennivendoli ed intellettuali nostrani, eruditi nell’indicare al popolo analfabeta il traditore dei valori sportivi e olimpici, gli stessi che si sono schierati a cellulare sguainato con Buffon (a proposito, sulle sue ‘prodezze’ è già calato il silenzio, da quando ha familiarizzato con il prode Napolitano), gli stessi che ci hanno spiegato che il calcio è finto e marcio, ma non si può (non si può) fermare per una sacrosanta tabula rasa, perché business is business.
Gli stessi che spesso non hanno praticato un solo secondo di sport in vita loro.
Del resto, se non si può spegnere l’Ilva, perché interrompere la magica giostra degli imbrogli?

Il paese che non diventa mai adulto, il paese in cui i cittadini pretendono di restare sudditi e affidati alla patria potestà di qualche leader (sventurato il paese che ha bisogno dei leader), il paese in cui la legge si scrive già con le eccezioni così si fa meno fatica ad aggirarla, il paese dei due pesi e delle due misure, nel quale se l’altro commette un errore è un infame da massacrare senza pietà, ma se sbaglio io, magari in malafede e malizia, “il mio però è un caso particolare”.

Ecco dunque un perfetto agnello di Dio da scannare, Alex Schwazer.
Colpisce la spietatezza di chi avrebbe dovuto proprio per vicinanza e ruolo, tutelarlo soprattutto come persona. Il suo allenatore, carabiniere, lo ripudia crudelmente, come se l’Arma o la Polizia di stato (G8, Cucchi, Aldrovrandi, ecc. dove siete?) fossero ritrovi di immacolati putti e cherubini.
L’Italia ha voglia di un nuovo martire alla MarcoPantani, su cui poi tutti hanno pianto lacrime ipocrite?
Ad Alex Schwazer, da umile peccatore, posso solo augurare di trovare la forza di vivere nei valori e nel sostegno della sua splendida compagna, Carolina Kostner.
Ai benpensanti in servizio permanente effettivo consiglio di cercare i nomi degli sponsor di queste Olimpiadi londinesi e tentare, per una volta di riflettere; ai benpensanti ingenui e candidi suggerisco di pensare ai ritmi, all’agonismo esasperato, alla competitività letale dello ‘sport’ professionistico globale e rispondere ad un semplice quesito: credete davvero che tutti questi atleti siano ‘puliti?
Credete davvero che competano sfruttando solo le proprie risorse fisiche e mentali?
Rispondetevi e poi, come avrebbe fatto l’insuperabile Principe De Curtis, sputatevi in faccia da soli.

Schwazer è colpevole, certo. Colpevole di essere stato così fesso da farsi scoprire (del resto, era questo che inconsciamente voleva per spezzare la propria infelice schiavitù).
Colpevole di avere ammesso immediatamente la propria colpa, senza invocare la consueta congiura di qualche entità segreta e maligna (in Italia, una congiura non si nega a nessuno).
Se fosse passato indenne al controllo grazie a qualche intruglio più complicato e meno tracciabile, se avesse vinto una medaglia, sai che folla sul quel suo carro.
A cominciare dall’impresentabile Petrucci, presidente del Coni; lo stesso che bollò Carolina Kostner come una perdente.
In Italia, come detto, si perdona tutto, tranne la vittoria e la sconfitta: del resto, è molto meglio essere tutti immersi nella stessa melma di rassicurante mediocritas.

Dunque, celebriamo questa bella e cruenta decapitazione in piazza, questa impiccagione in diretta mondiale, questo rogo pubblico, purificatore sul quale ardere il blasfemo; dopo aver eletto in fretta e furia (soprattutto furia) un perfido dio giudicante ed esserci nominati suoi vicari in Terra.
Giustizia è fatta.
Crocifiggere un presunto peccatore (non sarebbe una prima visione, ma la consueta replica estiva di qualche antico successo), per consentire a tutti gli altri di sentirsi mondati, una volta per tutte.
E continuare impunemente a delinquere.

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