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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
C’è (sempre) un problema con l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 24 agosto 2012
 

Nell’Italia della corruzione, dei conflitti d’interesse e dell’informazione al guinzaglio, guai a chi scrive e pubblica inchieste che scoperchino il calderone degli affari poco limpidi dei ‘poteri forti’. Così, se una giornalista scientifica si permette d’indagare sul Cane nero, meglio cacciarla dalla redazione.



di Hermes Pittelli ©



 Informazione Italia.
Una brava giornalista scientifica s’imbatte in notizie strane che riguardano il cane nero a sei zampe. Da autentica professionista, si incuriosisce, comincia a indagare e scrivere reportage;
che non piacciono ai vertici dell’Ente fondato da Enrico Mattei.
Comincia così una logorante pressione psicologica nei confronti del direttore responsabile del quotidiano che ha osato pubblicare storie poco edificanti e affatto celebrative sulle manovre dell’Eni, “multinazionale etica” secondo il proprio amministratore delegato, Paolo Scaroni.
Fino a quando, l’impavido direttore (in arte e mestiere, Piero Sansonetti), esasperato (intimidito? lusingato?) sbotta: “C’è un problema con l’Eni”.
Soluzione? Prima, il progressivo isolamento della ‘pecora nera’, poi, il definitivo congedo della giornalista.
In sintesi, la storia di Sabina Morandi, ex collaboratrice della testata quotidiana (ex?) comunista,’Liberazione’.
Imputata al cospetto dello STIP, Santo Tribunale dell’Inquisizione Petrolifera, la rea confessa senza peccato Morandi è stata condannata per eccesso di prove. Ha smascherato i trucchi del Cane nero e li ha rivelati al volgo, ai cittadini medi italiani. Quelli che da perfetti sudditi subiscono senza fiatare, disinformati, lieti di non accollarsi imbarazzanti, quanto fastidiose responsabilità decisionali.

Il collaudato ‘metodo Eni’ (mazzette, bugie e videotape).
Si sfogliano le pagine del libro e, articolo dopo articolo, ci si sorprende, sempre più allibiti.
Nell’edizione del 28 aprile 2005, Morandi informa i lettori di Liberazione dello strano accordo dell’Agip-Eni con l’Ecuador che ai giorni nostri offre asilo politico al ribelle mediatico Julian Assange.
Qualche scodella di riso, “per rafforzare l’area dell’educazione aiutando i bambini in età scolastica nelle sei comunità” (interessate dalle estrazioni, ndr), qualche cucchiaiata di zucchero, sale e olio (d’oliva, si spera) e perché non manchi la possibilità del giusto tempo da dedicare all’attività ludica, qualche pallone da calcio, un fischietto per arbitro e un cronometro. Tutto questo in cambio dei circa 15.000 barili di petrolio che all’epoca il cane nero si pappava quotidianamente.
Le leggendarie perline dei moderni colonizzatori, le multinazionali, agli indigeni ignoranti e sottosviluppati. Perline ai popoli, ma cospicue mazzette a governanti corrotti; come in Nigeria, come in Iraq, come nelle repubbliche ex sovietiche.

Rinnovabili? No, grazie.
Per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni dal 2006 dopo brillante carriera in Enel, il mondo può stare tranquillo: esistono giacimenti ricchi di petrolio per il prossimo secolo e di gas addirittura per 200 anni. Saranno tranquilli gli azionisti di ‘Casa Mattei’, non certo l’Ambiente, né le popolazioni dei territori assaliti dalle trivelle. Ecco perché le strategie societarie trascurano le fonti rinnovabili, colpevoli tra l’altro, sempre secondo Scaroni, “di consumare ingenti risorse d’acqua”.
Come certifica Morandi, attraverso le sue inchieste, nonostante gli introiti miliardari, nonostante perfino i cannibali della Banca Mondiale abbiano consigliato d’investire nella ricerca per lo sviluppo dell’energia pulita, Eni continua a fare spallucce e a considerare il già troppo permissivo protocollo di Kyoto sulle emissioni, poco più di un fastidio transitorio. Del resto, il governo italiano dell’epoca (Berlusconi, con Stefania Prestigiacomo ministro dell’Ambiente) ha sì ratificato gli impegni per la tutela del clima contro il surriscaldamento globale, ma di fatto si è guardato bene dall’azione concreta; la consueta politica degli annunci ad effetto, per poi conservare intatto lo status quo a favore dei soliti ‘poteri forti’.

L’Italia ripudia la guerra, non i petrodollari.
L’Italia si è imbarcata nell’invasione dell’Iraq al seguito di Bush jr. per ragioni lontanissime dalla missione umanitaria. Nemmeno gli ingenui hanno mai creduto all’esportazione della Pace e della Democrazia sotto forma di ‘bombe intelligenti’. Con tanti saluti all’idealismo pacifista della Carta Costituzionale (carta, appunto).
La torta è gigantesca e molto appetitosa, da mesi nelle segrete stanze della politica e dell’economia i piranha del mercato si lustrano gli occhi e affilano i denti sognando i potenziali guadagni dell’affaire Iraq.
Morandi il 14 maggio 2005 scrive che nel febbraio dell’anno precedente la piccola fiera organizzata dall’Istituto per il Commercio estero e da Confindustria è stata letteralmente “presa d’assalto dalle aziende italiane” (non solo petrolifere, ingolosite dalle prospettive d’appalto), “tra le 300 e le 400”, come sottolineato da un gongolante Adolfo Urso, all’epoca viceministro alle Attività produttive.
Al grido di “Fino a quando c’è guerra, c’è speranza (di business)”, tutti vogliono gustare almeno una fetta di quella torta da 300 miliardi di dollari.
A Nassirya, mentre la propaganda del regime partitocratico italiota suona la grancassa della più bieca retorica patriottica, i Carabinieri proteggono gli affari petroliferi del cane a sei zampe. Lo stesso ex ministro degli Esteri, Frattini, nell’aprile del 2003 è costretto ad ammettere che la missione irachena "non prevede solo lo scopo emergenziale e umanitario”. Un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, chiarisce l’importanza strategica di Nassirya: “… le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all’alloggiamento dei militari italiani”.
Insomma, “i nostri ragazzi” sono lì per vegliare sulla sicurezza della raffineria e dei barili di oro nero, lo stesso petrolio che l’Eni prima pagava profumatamente al tiranno in disgrazia Saddam. Naturalmente – conclude Li Vigni – nessun telegiornale italiano ha mai inquadrato la raffineria”. Solo dopo l’attentato, nel quale perdono la vita 19 Carabinieri (12 novembre 2003), i media del Belpaese non possono più occultare le reali esigenze italiane in Iraq e rispolverano inchieste e servizi, risalenti anche a due anni prima, che spiegano la vera natura della missione. Dulce et decorum est pro Eni mori.
L’ipocrisia istituzionale ricopre le bare dei caduti con il Tricolore e tributa loro il titolo di ‘eroi’. Restano l’intitolazione di una sala di Palazzo Madama e la cruda verità: quegli uomini sono morti non perché i presunti terroristi li odiassero, ma perché volevano cacciare l’Eni dall’Iraq.

La bolla e la Balla del Gas.
Il film di maggiore impatto, però, un vero blockbuster in grado di sbancare al botteghino con incassi stratosferici, lo gira il regista Paolo Scaroni, da poco in sella al Cane nero. Nell’inverno del 2006 le acque sono un po’ agitate, il rendimento economico è stato inferiore alle attese e gli insaziabili grandi azionisti manifestano qualche malumore. L’Europa ha anche comminato una pesante multa per centinaia di milioni di euro per posizione monopolista che intralcia il ‘libero mercato’.
Il genio si sa è intuizione, colpo d’occhio, tempismo. Ecco quindi che sugli schermi italiani, senza nemmeno il 3D, ma con effetti speciali da brivido, si proietta ‘Italia, la piccola fiammiferaia nella morsa di Generale Inverno’.
Il filone catastrofico miete vittime e successi. L’Eni, letteralmente, si inventa un’emergenza gas inesistente, scatenando il panico nel Paese. Gli italiani, soprattutto gli anziani, sono atterriti all’idea di trascorrere la stagione più fredda senza riscaldamento; anche coloro che non conoscono la fiaba di Andersen si immaginano intenti a cercare un po’ di calore per i piedi nudi e le mani intirizzite, accendendo ‘svedesi’, come la piccola bimba danese. Russia e Ucraina, nostre fornitrici, litigano sul gas e questo ingrediente contribuisce al trionfo della pellicola.
Il picco del petrolio probabilmente è già stato superato e anche le riserve di gas, nonostante i proclami delle multinazionali, sono sufficienti solo per i prossimi tre decenni. Ma l’Eni, come scrive chiaramente nei propri documenti interni riservati (finiti nelle mani di Morandi grazie alla collaborazione di qualche ‘talpa’) sullo scenario energetico italiano 2010 – 2015, parla di “rischio bolla del gas”.
In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali, a pagare ai Paesi fornitori tutto il gas estratto.
Quei documenti, che nessuno avrebbe dovuto leggere sono doppiamente importanti, perché oltre a svelare ‘la Balla del Gas’, contengono altre ammissioni che svergognano non solo la dirigenza Eni, ma l’intera, imbelle, inadeguata classe politicante italiota: anche le più moderne centrali a carbone sono altamente inquinanti (nonostante la Prestigiacomo farnetichi di “carbone assolutamente pulito”) e costosissime sul piano economico; la tecnologia nucleare che improvvisamente torna di moda (sempre a cura del governo Berlusconi, ma con appoggi di insospettabili ex nemici dell’atomo) divora risorse incalcolabili, nettamente superiori ai calcoli ‘ufficiali’, nei quali – misteriosamente – gli esperti non includono, né lo smaltimento delle scorie, né la dismissione degli otto impianti previsti.
Insomma, una sedicente classe dirigente che paralizza il paese in un medioevo energetico. Ma tutto l’Occidente, dopo l’11 settembre 2001, ha optato per le vecchie rotte (e in questo caso, non sono sinonimo di saggezza, ma di triste conservatorismo): continuare nell’assurda economia ingorda di petrolio e gas, destinati ad esaurirsi in tempi comunque brevi; accumulando non solo un debito spaventoso di miliardi di dollari per inseguire “l’arcaico sogno ottocentesco”, non solo l’odio sconfinato delle popolazioni colonizzate e sfruttate, ma un ritardo che potrebbe rivelarsi fatale per la sorte del Pianeta.
L’Italia poi ha perduto per sempre la favolosa opportunità di tramutarsi nel Paese guida per l’illuminata transizione dall’obsoleta economia fossile, alla futuristica economia ‘rinnovabile’: sole, maree, venti, inusitate biodiversità. Tutto gettato in nome degli inceneritori, dell’acciaio, del cemento (del resto, la strategia di rilancio economico Monti/Passera offre questo menù); in nome soprattutto della divinità a sei zampe.
Per tacere della follia dei rigassificatori e delle navi criogeniche che trasportano gas liquido nel Mediterraneo, bombe atomiche innescate davanti alle nostre fragili coste e bombe galleggianti (il rischio terrorismo è reale o anche questo è solo teatrino politico-affaristico?) a spasso nei nostri mari; con la benedizione silenziosa (il secondo, tragico Prodi; 2006/2008 ndr) dell'attuale ‘leader’ del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, così sicuro di vincere le prossime elezioni politiche, da avere già spartito le poltrone importanti. Illo tempore, vestiva i panni di ministro dello Sviluppo, forse a sua insaputa, favorevole a tutte le tecnologie più inquinanti, demenziali, sorpassate; i cui rischi e costi esorbitanti vengono sempre fatti ricadere sul cittadino/contribuente. Bersani, lo stesso che si è fatto finanziare campagne elettorali dalla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto. Sarebbe ora che nel segreto dell’urna elettorale gli Italiani si facessero accompagnare da Memoria e Informazione.

Triste, solitario y final.
Il finale di partita, come in un romanzo latino-americano, tra Sabina Morandi e Liberazione, è venato di mestizia: il quotidiano, agitato all’interno per la maretta tra le opposte correnti che appoggiano, una Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista, dopo l’addio del sub comandante Fausto Bertinotti), l’altra Vendola (non ancora SELezionatosi), accusa gravi problemi economici (oggi, la direzione è cambiata, ma l’ultima apparizione in edicola risale ai primi di maggio, ndr).
Per ironia della sorte, è l’Eni che si propone di salvare la barca, con la consueta “campagna acquisti”. Allegare un opuscolo prodotto dal proprio ufficio stampa, intitolato ENERGeticamente, con temi che stanno a cuore al potentissimo, nuovo inserzionista;
senza contraddittorio, senza inchieste, senza reali interviste ai dirigenti del cane a sei zampe (i quali sono disponibili solo per colloqui in ginocchio; in ginocchio, ovvio, si posizionano i giornalisti). Svolta propiziata da un incontro tra Piero Sansonetti e Paolo Scaroni, durante il quale il direttore sembra sorpreso di trovarsi al cospetto di un uomo in carne ed ossa e non del Leviatano biblico.
Il fascino irresistibile del ‘vicentino giramondo’.
Tacita condicio sine qua non, Sabina Morandi, “la collaboratrice esterna”, può continuare a scrivere, di tutto, tranne che dell’Eni.
Nel frattempo, sempre grazie al generoso intervento di ‘Casa Mattei’, anche Liberazione si lancia nell’esperimento del free press; un foglio gratuito, inizialmente previsto solo per l’estate, per promuovere la testata presso il grande pubblico. Come argomenta Morandi, difficile stabilire il vero successo di un’iziativa gratuita, mentre sul quotidiano a pagamento, l’aumento del numero di copie è fedele sintomo che i lettori apprezzano un certo tipo di lavoro; difficile anche scrivere notizie vere che non incupiscano gli inserzionisti (quindi, di fatto, i proprietari) del free press.
L’ultimo pezzo firmato Morandi sul Cane a sei zampe risale al 15 gennaio 2008, il titolo è eloquente, anche troppo: “Kashagan, tornano le trivelle. Vince l’Eni, perde l’Ambiente”.
Il free press estivo, si trasforma in edizione della sera permanente; ma, in cambio, nessuno tocchi più Eni. La collaborazione prosegue ancora per qualche mese, fino a luglio, ma sopportando “una censura strisciante e rimbalzando contro un muro di gomma di omissioni e menzogne”.
L’epilogo vero giunge una mattina assolata di maggio 2008. La cronista pedala, “rabbiosamente”, verso l’annuale assemblea degli azionisti, in via del Serafico a Roma. Sa che non potrà scrivere resoconti, sa che in ogni caso non sarebbero pubblicati. Sa che non potrà informare i lettori (come avvenuto in passato) che i piccoli azionisti, sono i più acerrimi oppositori di Paolo Scaroni, al quale rinfacciano i numerosi conflitti d’interesse, l’abnorme compenso annuale, la titolarità di un conto presso un noto paradiso fiscale, la mancanza di figure femminili nel consiglio d'amministrazione, l'opacità e la obsolescenza delle strategie societarie. Roba da far tremare i polsi ai giornalisti italiani (molti a libro paga, come ad esempio l’intera Agi, la seconda agenzia d’informazione più importante del paese) e anche agli emissari dello Stato, proprietario di Eni al 30%; i quali si guardano bene dal sollevare obiezioni.
Morandi varca la fatidica soglia, viene riconosciuta e raggiunta da una signora, capo ufficio stampa del cane nero, che le chiede con cortesia: “Come va?”. La ‘sventurata’ risponde d’istinto: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale. Ma sempre qui pronta a prendere appunti. Prima o poi troverò qualcuno che mi pubblicherà”. L’interlocutrice, con “sincero imbarazzo”, mormora: “Mi dispiace”, e si allontana. In quel preciso istante, Morandi realizza che non solo cala il sipario sulla collaborazione con Liberazione (“dopo 12 anni, senza nemmeno una telefonata”), ma può anche dire addio per sempre alla possibilità di riciclare “una florida carriera in una delle numerose – e bellissime – testate dell’azienda”.

Sul libro, uscito nel 2010 per i tipi coraggiosi (nonostante il nome) della Coniglio Editore, dopo qualche efficace, affollata e partecipata presentazione in piccole librerie indipendenti, si è posato un velo di oblio e di silenzio.
Peccato, perché dovrebbe rientrare nella essenziale libreria di ogni cittadino italiano che voglia tutelare il bene comune del proprio Paese in modo informato e responsabile. Il volume di Sabina Morandi rappresenta un prezioso compendio sulle nefandezze non solo dei petrolizzatori (in questo caso, del nostro amato Eni), ma della politica, collusa in senso ampio e trasversale, e dei media che, da sedicenti cani da guardia (a quattro zampe) della democrazia, si fanno volentieri mettere la museruola e il guinzaglio dal grosso Cane nero a sei zampe.

Siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”, direbbe Totò: business is business.
Tutto è merce (risorse, ambiente, salute, giustizia, cultura, informazione, principi non barattabili), tutto ha un prezzo.
Per qualcuno, anche la Dignità.

A(à)ncora sul 25 Aprile: libertà scaccia Liberazione
post pubblicato in Società&Politica, il 3 maggio 2009
 

Una bella vignetta di Mauro Biani in occasione del 25 Aprile 2005: un partigiano italiano in versione 'Voltaire'.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.


(Libertà - Giorgio Gaber, 1972)


Democrazia istantanea (?) scaccia democrazia e consenso sondaggistico a pagamento scaccia elezioni? Applauso a comando scaccia senso critico? Chip neuronale scaccia cervello?


di Hermes Pittelli ã


 Si sostituisce una parolina, nient’altro. Questo abbiamo sentito ripetere in tono monocorde e ossessivo da tutti gli schieramenti (più o meno), da tutti – più o meno - i politologi a pagamento che finiscono a scrivere editoriali sui quotidiani nazionali o in prima serata nelle trasmissioni d’informazione, lo abbiamo udito perfino dalla balda opposizione – meno meno - e da giornalisti in apparenza ‘nemici’ del Cavaliere dimezzato (nel senso di Veronica, non dell’altezza).

Liberazione scompare, cede il posto a libertà (contenitore così vago e ampio che il significato autentico sfuma verso un imprecisato orizzonte). Come in uno sciocco quiz televisivo. Il gioco è fatto. Ad Omnibus (qualche mattina fa), su La7, avevo ‘il cuore e gli occhi gonfi di stupore’ nell’udire cronisti sinistrorsi per formazione e carriera vaticinare che era venuto il tempo della pacificazione nazionale, era giusto abbandonare vetusti simboli ideologici (il 25 aprile, la celebrazione del mito della Liberazione dal nazifascismo e le bandiere rosse) per abbracciarci tutti, in concordia e unità nazionali finalmente realizzate.

Oibò, una tesi sorprendente e assai discutibile. Dunque, se una parte, si presuppone la sinistra (quella rappresentata dai comuni cittadini che ancora ci credono, non quella politicante e furbastra), in nome della serenità, della cooperazione, dell’ipocrisia ‘bipartisan’ (termine di pornografica bruttezza e idiozia), del ‘politically correct’ (e vai con lo scimmiottamento di espressioni anglofone che fanno ‘trend’, ma che nessuno capisce) deve rinunciare alle proprie sovrastrutture simboliche, mi aspetterei – per ‘par condicio’ (tié, ve la siete voluta!) – che l’altra parte, quella oggi così in voga, rinunciasse alle sue: le bandiere azzurre, gli slogan rubati alla Nazionale di calcio per ottenere il massimo dell’audience presso un popolo di podofili, le trucide battute e volgarità da Bar Sport, l’ostentazione del presunto benessere (suv, veline, imprese), ecc.

Difficile dialogare con chi di solito tiene acceso il televisore, ma costantemente spento, forse per non turbarsi, il cervello. Difficile trovare un appiglio quando la gioiosa resa al Sultano (grazie Professor Sartori) è così oceanica, supina e ‘bulgara’. Difficile trovare un appiglio di salvezza per ‘allegri naufraghi’ che ostinatamente, malgrado le disavventure costanti e continue, non si arrendono e riprendono a navigare.

Questi signori che invocano come manna dall’Altissimo (non mister Levissimo) l’indolore sostituzione di una paroletta – Liberazione – con un’altra, più marketing oriented, più gradita al ‘padrone’, dovrebbero andare di corsa, sotto il pungolo di qualche decisa scudisciata, a ristudiare la Storia dell’umanità, dei totalitarismi, magari aggiungendo la lettura di alcuni geniali romanzi che hanno previsto con decadi di anticipo come il lato oscuro del Potere si sarebbe impossessato della vita stessa delle masse (Orwell dove sei?).

Si comincia così, in modo lieve. Si svuotano di significato le parole, che da sempre nella storia dell’umanità hanno rappresentato il fulcro della conoscenza, della sapienza, quindi dell’unico vero Potere (strano che tutti i nostri politicanti beghini non rammentino mai che ‘In principio era il Verbo’). Si confondono le scatole craniche delle persone, svuotandole dagli impegnativi e pesanti neuroni, per riempirle di ottimistiche sciocchezze miscelate come il proseccco e l’aperol.

Poi si eliminano le paroline sgradite attribuendo loro la sconveniente caratteristica di ‘antichità/ ideologismo’ (chissà perché, a me invece piace, visto che contiene in sé la radice di ‘idea’, altro che il vuoto pneumatico assoluto da cui ci stiamo facendo fagocitare) e si presentano al pubblico plaudente i sostantivi moderni, quelli giusti, quelli vincenti: libertà, democrazia istantanea (giuro, è il titolo di un libercolo partorito da Daniele ‘Capezzino’. Chissà perché nessuno si prende la briga di spiegare al rampante berlusconiano – ex radicale – che l’aggettivo ‘istantanea’ confligge ontologicamente con il sostantivo ‘Democrazia’!!!), mercato, televoto, consigli per gli acquisti.

Via, nella discarica radioattiva e poi nell’inceneritore letale, il ciarpame del passato. Una mano di vernice fresca ed ecco, magia alla Silvan, la Democrazia non c’è più, la nostra stupenda Legge fondamentale – la Sacra Costituzione repubblicana – snaturata e riscritta da qualche piede di porcellum, il diritto/dovere di voto sostituito dal sondaggio plebiscitario a pagamento, il diritto/dovere di senso critico sostituito dall’applauso permanente a comando, la materia grigia sostituita con un chip collegato direttamente al Viminale.

Questo è ‘il mondo che vorrei?’. Questa è l’Italia del futuro che immaginiamo a colpi di sondaggi, traffico paralizzato verso gli esodi vacanzieri e affollando gli ormai insostituibili centri commerciali?
Per le vie di Roma ho notato affiches che celebravano il 25 Aprile, al contrario però. Gli attribuivano la valenza di giorno di lutto, di trionfo dei vili e dei codardi a scapito dei veri, eroici patrioti. Ecco, mi auguro che davvero si instauri una nuova forma di Fascismo, come sembra auspichi la stragrande maggioranza degli italiani.
Gli
autori di questi farneticanti manifesti capirebbero forse solo in quel momento che la Liberazione dal nazifascismo ha regalato loro la libertà di esprimere senza timore di rappresaglia e persecuzione opinioni così 'opinabili' (a proposito, ma da quando è decaduto il reato di apologia del fascismo?).

La libertà di cui godiamo (o di cui dovremmo godere) è una conseguenza diretta della Liberazione, non può quindi sostituirla o peggio cancellarla. Ma la Libertà, come Storia c’insegna, non è un diritto divino, ma una condizione che richiede lotta quotidiana.

La Libertà va difesa, costruita e progettata giorno per giorno.


Nota a margine: il Primo Maggio (cancelliamolo, è vecchio. Aboliamo lo statuto dei lavoratori, risale al 1970, come me. Io per dare il buon esempio mi eliderò da solo) tribù di italioti, tra cui spiccavano accenti padani, erano accampati sulla scalinata di Trinità dei Monti e in piazza di Spagna, trasformate per l’occasione in discariche a cielo aperto, in cloache di somma indecenza e vergogna: lattine di birra, bottiglie vuote rotte e quindi pericolose, cartacce, sacchi aperti d’immondizia, cibo gettato, mozziconi di sigaretta. Da vomitare.
Chissà lor signori cosa avrebbero detto se lo stesso misfatto fosse stato compiuto da extracomunitari o romeni (e documentato opportunamente dai Tg nazionali), chissà perché in giro non si scorgeva un vigile urbano, un carabiniere o un reclamizzato poliziotto di quartiere.
A queste amebe che credono che ‘libertà’ sia lordare il bene pubblico, arrogandosi il diritto di disporre dei giorni di festa come di una sospensione autorizzata della legalità e dei doveri civici e sociali, io infliggerei trattamenti nazisti (così imparerebbero a proprie spese) con la condanna a sanzione pecuniaria salatissima con l'obbligo coatto a ripulire strade e piazze a mani nude, anche dalle fragranti deiezioni dei loro simpatici animaletti da compagnia.

La Resistenza? Tra i carrelli pieni di consumismo e follia
post pubblicato in Società&Politica, il 24 aprile 2009


(carrelli della spesa, incatenati
ma pronti ad essere colmati.
Fonte: Google)

Sarà una bella società, fondata sulla libertà, però spiegateci perché se non pensiamo come Voi, ci disprezzate, come mai? Ma che colpa abbiamo noi...”. (Shel Shapiro&The Rokes, 1966)

di Hermes Pittelli ã

 Un autentico assalto ai forni di manzoniana memoria. Questo l’inopinato spettacolo gentilmente offerto dai miei concittadini romani alla Coop di Largo Franchellucci.

Forse l’imminente 25 aprile ha scatenato l’animale consumistico che è in noi (“si prende tutto, anche il caffé...” F.Battiato). La festa della Liberazione deve essere celebrata degnamente, come chiede Napolitano, e i cittadini si adeguano con lo sfrenato accaparramento delle derrate alimentari.

Così la celebrazione della lotta al nazismo e al fascismo si tramuta nell’occasione per una pantagruelica ‘magnata’: carrelli strabordanti di ogni genere di prodotti escono senza soluzione di continuità dalle porte scorrevoli del supermercato.

Non si esce vivi dagli anni ’80 – ce lo ha insegnato Manuel Agnelli con i suoi Afterhours – e non si esce vivi dalla nostra attuale bella società consumistica acefala. Gli anni ’80 sono entrati nella storia quale simbolo delle mode stupide, della musica pop più kitsch e inutile e, naturalmente, per il turboliberalismo edonistico professato dall’amministrazione Reagan (e oggi paghiamo a caro prezzo, economico e ambientale, le conseguenze di tanta criminale idiozia).

Ebbene, ripiombando sull’argomento, la scena – presumo simile in molti altri supermercati e centri commerciali italiani – è stata avvilente: caos inenarrabile nel parcheggio, anche in quello sopraelevato riservato ai soli clienti Coop; auto in tripla fila, accatastate, parcheggiate su due ruote, di lato, in diagonale; un groviglio di ferraglia da rottamare senza pensarci.

Ancora peggio la situazione nelle corsie del negozio: centinaia di persone impazzite come formiche impazzite durante un attacco di insetti invasori ad un formicaio. Un blob (dis)umano di mamme inferocite, giovani autistici isolati dal mondo con le cuffiette dell’i-pod d’ordinanza, pensionati d’assalto, tutti armati di carrelli, cestini e megacestini a rotelle; tanto da rendere un’impresa eroica la possibilità di reperirne uno per i malcapitati che avessero avuto la sventurata idea di recarsi lì per la consueta e modesta spesuccia quotidiana.

Nel reparto frutta, vecchietti reduci dai conflitti mondiali e dalla Resistenza (quella vera), muniti di nodosi bastoni d’appoggio (in realtà, ordigni di distruzione di masse...), intimano con voce tonante agli sconcertati bipedi in fila alle bilance elettroniche di darsi una mossa “perché mica possiamo stare qui tutto il giorno a perdere tempo!”. Appiccico lo scontrino adesivo al mio sacchetto di mele golden alla velocità della luce – manco fossi Superman al supermarket – e guardingo, per non incocciare in qualche roteante e nodosa bastonata, mi dileguo come un’anguilla tra la folla di attenti e coscienziosi consumatori.

Al bancone della gastronomia, pare di essere piombati alla distribuzione del pane durante il regime comunista nella gloriosa e ormai dissolta Urss di staliniana tradizione (se mai qualcuno avesse nostalgia). Tempo medio di attesa, 40 minuti, nonostante tre esausti addetti tentino in ogni modo di soddisfare le audaci richieste degli astanti: “Cell’hai le olive de Gaeta? Quelle bbone...”; “Du’ etti de mortadella magra, quella dietetica! (?)”, “Quarche fettina de guanciale”, “Che, me dai er presciutto in offerta. Ma tajato fino fino, no comme ar solito co’ la mannaja!”.

Prendo il numerino e arguisco sia meglio farsi un giretto in attesa del turno. Nella corsia dei quotidiani, furbetti del quartierino leggono a sbafo Corriere dello Sport e Gazzetta, giusto per conoscere le novità sul futuro societario della Roma e le richieste astronomiche degli sceicchi arabi che costringeranno il parsimonioso Lotito a svenarsi per riscattare l’intero cartellino di Zarate.
Passo oltre e rimugino che però fa uno strano effetto trovare i giornali e, soprattutto i libri, al supermercato; non è snobismo intellettuale, è come se fosse proprio un atto contro natura.

Ripasso al reparto frutta e verdura. Certo, gli ortaggi nei bustoni saranno comodi, ma che tristezza. E poi la prelibata frutta no ogm, come ripete ossessivamente una voce metallica dagli altoparlanti, ha un’aria un po’ così – moscia – come se la nostra avidità cieca ci impedisse di accontentarci dei prodotti della terra stagionali: vogliamo tutto e in ogni momento dell’anno; ad osservare bene, pomodorini, mele, arance sembrano tolti dal loro ambiente molto prima della naturale maturazione e trasportati crudelmente in orripilanti tir frigoriferi. Mah...

Evito abilmente tre placcaggi e due tentativi di gomitate sul naso prominente e mi rimetto in fiduciosa e sospirante attesa davanti al bancone. Un altro quarto d’ora e poi tocca a me. “136!”, “eccomi – rispondo con prontezza inusitata – ce l’ho, cosa ho vinto?”. Dopo l’inevitabile imbarazzo, chiedo al rassegnato banconiere cosa stia accadendo, se ci sia qualche imminente pestilenza, qualche carestia di cui non ho ricevuto notizia, se il governo abbia consigliato di fare un’ultima grande spesa prima dell’esodo... “E’ così da stamattina alle 8.30”, mi risponde sconsolato.
Quaranta minuti di attesa per 80 grammi di bresaola, facevo prima ad andare in Valtellina ad adottare un ignaro e innocente bovino d’alta quota.

Alle casse, ormai disperato, prego di riuscire a pagare in un lasso di tempo leggermente meno flemmatico e filosofico. Alla signora Laura, la cassiera, che riesce a mantenere un autocontrollo e un sorriso ammirevoli – per non dire eroici – rivolgo un sincero “Resistere, resistere, resistere!” (niente dietrologie antiberlusconiane, non dobbiamo festeggiare la Resistenza?).

Poi, colpo di scena. La direzione prende una decisione che lascia di stucco lavoratori e clienti: sabato 25 aprile il punto vendita resterà aperto dalle 08.30 alle 13.00. I volti degli addetti diventano terrei, i cannibaleschi avventori sciamano velocemente all’esterno del supermercato.
L’annuncio ha domato, almeno fino alla prossima festività o ricorrenza, l’ansia da mancanza di sperpero quotidiano.

Con buona pace degli invocati stili di vita responsabili, della sostenibilità ambientale e della sobrietà, che ora grazie ad Obama, sono argomenti familiari perfino negli Usa.
Usare e non consumare, distinguere tra quantità e qualità, progettare e costruire la gioia di vivere e non il divertimento fine a se stesso? Ma quando mai!
In fondo, Tremonti, Confindustria e Bankitalia l’hanno detto in coro: “Crisi? Quale crisi? Il peggio è passato”.

Dunque, alla decrescita felice penseremo in un altro momento, ora consumiamo tutti insieme scelleratamente!

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