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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Là fuori qualcosa è gravemente deteriorato
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 18 settembre 2016

Bruno Arpaia con il suo nuovo romanzo lancia l’ultimatum (su base rigorosamente scientifica) alla Terra: risolviamo davvero il nodo ambientale o tra pochi decenni il pianeta sarà solo un’alternanza di sparuti lembi desertici e mari profondissimi, abitabile solo in Scandinavia... forse.


 

di Hermes Pittelli ©

 

 

 Mondo, 2050/60/70 (o giù di lì…).

Catastrofe climatica deflagrata.

Milioni di persone derelitte, trasformate in migranti climatici.

Senza cibo, senza acqua potabile.

Alla vana ricerca di lembi di terra ancora abitabili, in qualche modo.

Livello dei mari cresciuto di 10 metri, con acque sempre più acide.

La taumaturgica rete internet un lontano retaggio del passato, di quando eravamo ricchi e molto stupidi.

Venezia completamente sommersa dall’Adriatico. Napoli, quasi scomparsa, fagocitata dal suo magnifico golfo, dopo essere divenuta un camposanto pieno di morti causati dai conflitti tra i clan malavitosi, tra i fondamentalisti delle varie religioni, tra le semplici persone, disgraziati regrediti fino all’era dell’homo homini lupus per strapparsi reciprocamente un tozzo di pane avariato.

Amburgo, inghiottita dalle acque, perché come tutte le città fluviali, i corsi d’acqua invasivi e penetranti hanno compiuto l’opera distruttiva con forza e ferocia ancora più potenti.

Un romanzo catastrofista post litteram sulla scia di alcune produzioni hollywoodiane in voga qualche anno fa? Un romanzo distopico? Una climate fiction? Niente di tutto questo. Il nuovo romanzo di Bruno Arpaia suona il suo gong letterario sullo stato ambientale della Terra. Ricavato dai dati scientifici a disposizione di chiunque voglia trovarli e leggerli, sul grado di salute del nostro unico pianeta a disposizione. 

Non si tratta nemmeno di kabbala, di affibbiare la colpa alla 17° edizione di Pordenonelegge o al simbolico e magnifico gatto nero della manifestazione.

Quello di Arpaia è un estremo grido d’allarme, come quello di Munch, ma attraverso la letteratura, perché il racconto, nonostante certi attuali furori cibernetici, è la forma più antica ma ancora più efficace di trasmissione del sapere.

Viviamo immersi in un eterno presente autistico, in una bolla d’irrealtà nella quale crediamo che le ‘conquiste della civiltà’ siano per sempre, come esistesse un gigantesco e invisibile hard disk che le contiene tutte e le tutela all’infinito. Non è così, la regressione culturale, la perdita del sapere, la de culturalizzazione sono tragedie già accadute nella storia dell’umanità e sono fattori di rischio che preoccupano l’autore quanto, se non più, della crisi ambientale.

Un esempio illuminante: la culla della cultura, Alessandria d’Egitto. La più grande biblioteca del mondo pre cristiano. Non è ancora chiaro se sia stata distrutta (in modo accidentale?) durante l’assedio voluto da Giulio Cesare o sia deperita per i tagli finanziari decisi dai vari imperatori che nel corso del tempo persero interesse per la cultura. Certo, finì tre volte tre volte incenerita dalle fiamme, dell’ignoranza soprattutto, anche di quella dei fondamentalisti giudaico cristiani, quelli che obbedendo al vescovo Cirillo, inflissero il supplizio letale alla grande Ipazia.

Il risultato fu devastante: ad Alessandria sapevano già che la Terra è sferica, che gira intorno al Sole, che il cervello è l’organo più importante del corpo umano, che al di là delle colonne d’Ercole esistevano altre terre emerse (lo avevano dedotto studiando la ciclicità delle maree…).

Il (de) genere umano restò bloccato nelle tenebre per altri 1500 anni.

 

“Rifuggo dalle classificazioni letterarie e anche da certe mode un po’ ingenue tipiche dell’ambientalismo all’italiana. La manipolazione della Natura è necessaria, vivere in una natura incontaminata sarebbe impossibile: le melanzane non sarebbero commestibili se la mano dell’uomo non le avesse trasformate, incrociandole con altre piante. La febbre del bio? Magari per ottenere una coltura biologica, o presunta tale, si consumano più risorse e si inquina di più che non attraverso quelle tradizionali... Abbiamo smarrito il senso del limite e del tragico. Questo è drammatico. Negli ultimi 150 anni la quantità di CO2 nell’aria è aumentata in quantità esponenziale, mentre nei precedenti 50.000 anni era sempre rimasta costante. Difficile non attribuire la responsabilità alle attività antropiche. I primi 8 mesi di quest’anno hanno registrato la temperatura media più alta dal 1850 ad oggi, cioè da quando abbiamo cominciato ad annotare questi dati. La ‘questione climatica’ è così urgente che dovremmo pensare alle soluzioni possibili 24 ore su 24, nonostante sia chiaramente impossibile. Il corpo umano, quando supera la temperatura di 41 gradi centigradi, muore. La Terra è un organismo vivente, dovremmo trarre le nostre conclusioni, anche se questi cambiamenti sono stati e continuano ad essere così accelerati e repentini che nessuno scienziato al mondo dispone di modelli matematici di riferimento in grado di azzardare una previsione attendibile sul futuro.

Se non interveniamo è però certo che il livello dei mari, sempre più acidi e incapaci di assorbire anidride carbonica, si innalzerà da un minimo di 11 metri, fino ad un massimo di 80! Teniamo presente che già solo con 2 metri, Venezia finirebbe completamente sommersa (nuova Atlantide?).

Il ciclo dei Monsoni subirà, la sta già subendo, un’inversione irreversibile…”.

L’incipit dello scrittore e giornalista partenopeo, grande appassionato, esperto e traduttore di letteratura spagnola, è sconvolgente. Difficile però contestare o smentire la sostanza del suo discorso.

“I governi del mondo, gli organismi internazionali sembra applichino tutti la teoria dei giochi, quella che prevede singoli interventi decisivi e onerosi per i singoli stati, i quali poi calcolando che il beneficio non sarà immediatamente riscontrabile e soprattutto si spalmerà anche sulle altre regioni, decidono che tutto sommato, tenendo a mente le proprie risorse finanziarie, è meglio non intervenire.

Per questo non credo nell’economia e nelle teorie economiche: sono artifici con pretese di scientificità; basta aprire un manuale a caso e sono gli stessi economisti nella premessa a confessare che le risorse sono limitate e scarse. Dunque?”.

Arpaia, ecumenico e in perfetta forma dialettica, non risparmia niente e nessuno. Meno male.

“Ho voluto che il protagonista del romanzo fosse un neuroscienziato, perché proprio quella branca scientifica ha provato che la realtà esterna non esiste o almeno non esiste come la percepiamo noi.

Il nostro cervello crea una narrazione comprensibile per la limitata macchina umana, non registra la realtà com’è davvero. La tanto celebrata Natura è per noi un mistero. La fisica, la scienza che dovrebbe spiegarcela, al momento è riuscita a decifrarla al 4%, il restante 96% è materia oscura: sappiamo con certezza che l’Universo si espande sempre più e a velocità crescente, ma della Natura, senza tema di smentita, non sappiamo un …! Interessante poi scoprire che contrariamente alla vulgata, il nostro cervello durante il giorno non pensa soprattutto al sesso, cioè alla funzione che garantirebbe la continuità della specie, ma alla narrazione, al raccontare storie; questo dimostra che l’Evoluzione non spreca tempo…”.

 All’Auditorium dell’Istituto Vendramini di Pordenone, mentre fuori imperversa uno dei famigerati monsoni anomali, resta il tempo per un’ultima stoccata di classe, degna del Cyrano (di Rostand, di Guccini o di entrambi, a vostro gradimento).

“Ai politici ignoranti di oggi, vorrei dire che tutti siamo discendenti dei sapiens sapiens partiti dall’Eritrea 45.000 anni fa e giunti in Europa dove abitavano i neanderthal. I neanderthal erano più forti fisicamente e avevano un cervello più grande, eppure si sono estinti. Il vantaggio dei sapiens? Essere migranti, capaci di muoversi, adattarsi, mischiarsi… Ai vari populisti, demagoghi, razzisti dico che quelli erano veramente ‘negri’ e voi siete loro parenti. Se i neanderthal avessero eretto muri o barriere non sareste qui adesso ad ammorbarci con le vostre stupidaggini”.  

 

Esaurita, ma solo per questa domenica la verve polemica, accogliamo il pressante invito di Arpaia:

prima che qualcosa là fuori, forse qualcosa generato dissennatamente da noi stessi, ci distrugga in modo totale e definitivo.

Livio, il neuroscienziato protagonista di questa storia, paga un prezzo alto agli errori dei governi e di ogni singolo uomo del globo, ma durante l’esodo verso la Scandinavia, ultima terra promessa (?), nonostante la stanchezza, la malattia, le privazioni si ostina ad amare il prossimo e a tentare di impartire qualche conoscenza ai giovani, qualche briciola di cultura.

Per tentare di salvare il pianeta, servirebbero immediate misure draconiane, molto impopolari e poco remunerative dal punto di vista elettorale.

Esistono veri politici, capaci di avere una visione del bene comune da qui al prossimo mezzo secolo e non concentrati “sulle prossime amministrative di Sacile, giusto per fare un esempio?”.

Anche il limite di contenimento della CO2 con riduzione delle relative emissioni in modo che la temperatura globale non aumenti ancora di altri 2 gradi centigradi è solo una foglia di fico, una convenzione senza base scientifica, l’ennesima pietosa bugia, inadatta a garantire che la pessima china ambientale intrapresa sia irreversibile.

 

Non abbiamo più a disposizione lo sciocco rito apotropaico dello struzzo o del bipede un tempo denominato uomo, ‘a mia insaputa’.

Perché l’unica memoria che resta, nonostante i limiti, nonostante la creatività mnemonica, è quella umana.

Un ultimo, impolverato brandello di ottimismo, prima che l’Universo chiuda per sempre il sipario sul pianeta Terra?

Pordenonelegge, tra primati (non scimmie, record!) e insidie da gigantismo
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 2 ottobre 2015



di Hermes Pittelli ©


 Il battello a vapore era partito placido e in sordina, 16 anni fa, dalle rive di Portus Naonis.

Sbuffando  e abbrivando sulle acque del sacro fiume.

Un festival dei libri con gli autori nel centro storico di Pordenone?

Un progetto da pazzi. In un paese come l’Italia, in fondo alle classifiche europee per lettura di libri e quotidiani e con l’esplosione del preoccupante fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, laureati e masterizzati compresi. Una regione, il Friuli Venezia Giulia (rigorosamente senza trattino divisorio), nota più per l’attenzione ai bes (soldini) che alla cultura (sulla definizione del termine, potremmo discettare a lungo). Invece, sognare e progettare l’improbabile, si è rivelato il modo più efficace per realizzare l’impossibile, l'apoteosi del libro e della letteratura.

Alla fine della 16° edizione, Pordenonelegge registra con merito e legittimo orgoglio l’ennesima sfilza di primati numerici (non i nostri preistorici antenati o gli abitanti del Pianeta delle Scimmie): quasi 150.000 visitatori, anche da altre regioni del Belpaese e perfino dall’estero, nell’arco dei 5 giorni (dal 16 al 20 settembre), il 53% del budget complessivo coperto dai privati, gli amici della manifestazione abbonati prima ancora di conoscere il programma completo, le scuole che hanno prenotato gli incontri loro dedicati in poche ore on line (meglio di un concerto di qualche stella del rock!), 300 incontri giovani e forti, 460 autori, 40 palchi… Vi basta?

Il mio naturale istinto da polemista e bastian contrario, mi porterebbe a interpellare quell’ex ministro, auto proclamato genio dell’economia, che non troppo anni fa (maledetta memoria che ancora funzioni!), tra gli sghignazzi generali di allocchi e servi sciocchi, sibilò con sicumera: con la cultura non si mangia… Infatti, ogni euro investito in Pordenonelegge, ne restituisce sette (7) al territorio! Gli chiederei come potrebbe, dunque, spiegare questo miracolo che ogni anno si rinnova (meglio del fenomeno del sangue di San Gennaro, 19 settembre,quest’anno in contemporanea con la presenza di Maurizio De Giovanni, scrittore partenopeo, parte napoletano…) e non si verifica, magari con l’intercessione della dea bendata, una tantum: che vuol dire una volta soltanto e non una ogni tanto!

In mezzo al diluvio di complimenti, esiste però un rischio,quello della sindrome da gigantismo, quello del delirio di (onni)potenza che spesso è tipico delle ‘multinazionali’. Nonostante gli innegabili progressi registrati negli anni, non sempre gli esercenti (alcuni, la minoranza) del centro storico si sono mostrati all’altezza dell’evento. Una certa ‘timidezza’ congenita, una mancanza di savoir faire che stride, molto, con il livello della manifestazione e con la gentilezza, l’educazione, il garbo adeguati alle ‘vetrine internazionali’. Anche le schiere di fans ogni tanto cadono in antichi vizi italopitechi: il sedicente vip (vera incivile persona) o figlio di vip o amico/a di vip ha ancora oggi la tentazione di non attendere in santa pazienza il proprio turno in fondo alla coda… Si creano quindi quelle antipatiche e ignobili triple, quarte file parallele nelle quali trionfa solo il peggio della ferina natura sub umana. Sommersi da una valanga modernista di corsi inutili, suggerisco corsi obbligatori di educazione civica, da ripristinare con urgenza, nelle famiglie, nelle scuole, nelle sedi istituzionali.

Dal punto di vista artistico, soprattutto nelle ultime edizioni, ho notato che i ‘grandi nomi’, le ‘star’, i campioni del sold out, talvolta frustrano e tradiscono le grandi aspettative del pubblico (o, semplicemente, le mie...).

Qualche esempio dall'edizione conclusa pochi giorni fa: imbarazzante il confronto tra un noto anziano giornalista e scrittore (Corrado Augias, la cui ultima 'fatica letteraria' è stata 'bacchettata' anche da Vito Mancuso, sul quotidiano La Repubblica), ateo dichiarato, negli ultimi anni ‘ossessionato' dalla figura di Cristo e dal Cristianesimo e anche soli 5 minuti di dialogo con il biblista ed esegeta di chiara fama mondiale, don Renato De Zan; tenera la coppia Gamberale/Gramellini, accolta dal pubblico delle grandi occasioni per l’evento finale al Teatro Verdi, ma le parole scandite sul palco, sono ai più risuonate un po’ banali, tanto da lambire la noia cosmica; cosa dire poi dell’acclamato pianista Ramin Bahrami che si era proposto di spiegare Bach ai nostri virgulti? Ore di coda per accedere al convento di San Francesco, tra l’altro di sera illuminato dalla luce abbagliante di Alice (capace di declamare e cantare l’eretico Pasolini con la forza della classe e della semplicità), pazienza usurata per l’arrivo del 'divo' con mezzora di ritardo, che si concede per 40 minuti e fugge via, lasciando tutti con uno scherzo in chiave di sol (sòla,come direbbero disincantati i Romani)…

Dirottati su un ‘palco minore’ e presi un po’ sottogamba, gli incontri, eccellenti, tra Marco Santagata e Walter Siti, sulla rilettura romanzesca, appassionante e raffinata degli amori danteschi; e quello tra Pino Cacucci e Piero Colussi sugli sconosciuti volontari Irlandesi che, dopo essersi arruolati nell’esercito degli Stati Uniti, disertarono per difendere l’indipendenza e l’integrità del Messico dalla solita, vile aggressione espansionistica, mascherata da lotta per la libertà; eventi che avrebbero meritato attenzioni e riconoscimenti superiori. Sono forse effetti indesiderati, non emendabili, di un festival dei libri ormai cresciuto a dismisura.

Per questo, credo, proprio per scongiurare il rischio che la ‘Creatura’ sfugga al controllo delle menti che l’hanno creata e che da sempre la rendono viva e vitale, già dal 2016 sarà necessario ancora di più coinvolgere l’intero territorio provinciale e tutti i suoi Cittadini; le istituzioni e gli altri enti (la Fiera ha già inviato ampi e lampanti segni di disponibilità) e le altre forze culturali pronte a collaborare con i paladini di #Pnlegge: vanno in questa direzione e meritano lodi per capacità di visione e tempestività, la fondazione della Fondazione Pordenonelegge le alleanze con il Salone del Libro di Torino, con il Premio Lucchetta di RaiTre Friuli Venezia Giulia e con altri importanti festival europei che saranno suggellate nei mesi futuri; perché la vera forza e la garanzia di successo di Pordenonelegge, restano loro, le persone e soprattutto le teste di Valentina Gasparet, Michela Zin, Paola Schiffo, Alberto GarliniGianmario Villalta (citati volutamente in ordine sparso e senza le mostrine dei gradi…) e tutta la Compagnia naoniana del Libro che, ogni anno a settembre, rende Pordenone l’ombelico del mondo letterario.

Grazie, sempre e solo grazie.

 

 

Letteratura a fumetti, il coraggio di crescere con le nuvole parlanti
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 20 settembre 2012



'Fiato sospeso', graphic novel di Silvia Vecchini e Antonio Vincenti in arte Sualzo, non è un gioco da ragazzi. Insegna ai giovani, ma anche agli adulti, l’importanza di sapersi tuffare nel mare della Vita senza bolle di protezione. Per diventare grandi davvero.


di Hermes Pittelli ©


 Non più figli di un dio minore, né intrattenimento per bambini.
I Fumetti sono diventati adulti e soprattutto forma d’arte ufficialmente riconosciuta dalla Cultura.
Come ‘illustra’ Sualzo alias Antonio Vincenti agli schiamazzanti e indomabili ragazzi delle scuole medie pordenonesi, “il fumetto è un mezzo (medium), non un genere. Proprio come il cinema. Attraverso i fumetti si può creare letteratura”.
Non a caso, Sualzo e la scrittrice Silvia Vecchini sono gli autori dello splendido e fortunato graphic novel ‘Fiato sospeso’, vicenda di Olivia, ragazzina affetta da allergie che trova nel nuoto e nell’amicizia di Leo il coraggio di rompere la bolla protettiva costruita intorno a lei dalla madre, per tuffarsi nel mare imprevedibile, ma meraviglioso, della Vita.
Un autentico romanzo a fumetti nel quale la parola scritta e le immagini si fondono in un connubio armonico sorprendente ed efficacissimo. Particolare che non è sfuggito agli entusiasti piccoli lettori che affollano gli stand di Pordenonelegge.it (alcuni, critici letterari in erba per l’acutezza delle osservazioni, ndr) come emerge dalle centinaia di lettere inviate ai due creatori di questa storia.
Stabilita la differenza tra fumetto seriale (ad es: Dylan Dog, Topolino, eroi Marvel, Diabolik, quelli con appuntamento periodico in edicola e con caratteristiche sostanzialmente immutabili dei personaggi e delle vicende, ndr) e graphic novel (“i protagonisti si evolvono in un numero concentrato di pagine, di solito si tratta di un avventuroso viaggio di crescita”), certificata la dignità culturale delle nuvole parlanti, Sualzo e Silvia raccontano ai giovani fan la genesi di ‘Fiato sospeso’.



Silvia
: “Mi piace scrivere storie nelle quali mi sento completamente coinvolta, nelle quali mi ritrovo.
La vicenda di Olivia nasce da una duplice ispirazione. Si tratta di una storia reale perché mia figlia è affetta da allergia, anche se è molto diversa dalla protagonista. Mi incuriosiva capire e immaginare cosa sarebbe accaduto a Olivia una volta uscita inevitabilmente dalla sfera protettiva materna, crescendo. Anche mia figlia pratica il nuoto perché è l’unica attività sportiva che possa affrontare in relativa sicurezza. Io stessa da bambina ero allergica, la mia vita - come oggi la sua - poteva dipendere dall’intervento tempestivo di una persona sconosciuta. Da tutto questo è scoccata la scintilla creativa, capire cosa accade quando la bolla si rompe. E’ una legge di Natura, ad un certo punto la mamma smette di occuparsi del pulcino, è lui con il becco divenuto robusto a sufficienza a dover rompere il guscio per uscire nel mondo”.
Antonio/Sualzo: “Per creare la storia di Olivia, abbiamo utilizzato un procedimento molto simile a quello delle riduzioni cinematografiche dei romanzi. Di solito, per il graphic novel non si lavora così, ma ci si affida ad un meccanismo molto lungo e complesso”.
Silvia: “Ho scritto la sceneggiatura in modo molto più libero e agile rispetto a quelle tradizionali per il cinema o per il fumetto. Mi interessava molto più concentrare l’attenzione sui dialoghi e sui dettagli di piccoli oggetti in grado di creare l’atmosfera giusta per la vicenda. Era poi davvero emozionante osservare come scena dopo scena i personaggi prendevano vita e si muovevano attraverso i disegni di Antonio”.
Antonio/Sualzo: “Molti lettori hanno evidenziato l’aderenza perfetta tra il testo e i disegni. In realtà il disegnatore è sempre molto preoccupato per il risultato finale, è sempre preda del dubbio sulla propria capacità di riuscire a rendere graficamente il significato della parola scritta. Ci siamo riusciti per la grande sintonia tra noi, per il modus operandi che abbiamo adottato da subito. Per esempio, eravamo entrambi d’accordo che i colori non dovessero rispecchiare la realtà, ma adattarsi e comunicare l’universo emotivo dei personaggi”.

Silvia Vecchini e Antonio Vincenti/Sualzo hanno ottenuto l’obiettivo più gratificante. Le giovani Lettrici e i giovani Lettori si sono appassionati non solo al loro romanzo a fumetti, ma alla letteratura tout court, dimostrando un’intelligenza e una sensibilità rare nel cogliere le sfumature della delicata sfera emozionale di Olivia e Leo.
Saranno quindi non solo Lettori attenti e appassionati in futuro, ma Cittadini migliori e forse, chissà, nuovi autori a loro volta.
Come insegna Olivia, nel finale aperto della sua storia, la vera vittoria nella Vita non consiste nel raggiungere il traguardo per primi, ma nel coraggio di affrontare le sfide:
anche contro i propri limiti, anche quelle che ci lasciano con il fiato sospeso.

Neoimperialisti tremate, le Tigri di Mompracem sono tornate
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 27 gennaio 2011
In un’epoca buia a tutte le latitudini del pianeta, Ignacio Paco Taibo II, con un espediente letterario, restituisce a nuova vita Sandokan, Yanez e i pirati della Malesia. Pronti a regalare all’umanità afflitta del III millennio “l’isola degli uomini liberi in un oceano di padroni e schiavi”.




di Hermes Pittelli ©


 Zapata, Pancho Villa, Che Guevara, Sandokan.
Chi è l’intruso? Per Paco Ignacio Taibo II scrittore, storico, intellettuale nato in Spagna, ma residente in Messico la riposta è: nessuno.
Sono tutti personaggi eroici, ciascuno a modo proprio, nella propria epoca e nella propria realtà.

Nel centenario della nascita di Emilio Salgari, Taibo, ammiratore e divoratore dei romanzi dell’incompreso autore veronese, richiama in servizio le Tigri della Malesia e le scatena in una nuova, sorprendente e avvincente avventura.
Concedendosi qualche licenza (gli incontri con Engels, Kipling, il professor Moriarty e soprattutto un linguaggio che il creatore di Sandokan, scrivendo per i ragazzi, non poteva utilizzare), ma conservando filologicamente e ontologicamente l’identità più autentica degli eroi salgariani.

Robin Hood, il Corsaro Nero, Sandokan, Capitan Tempesta: chi da bambino ammirava e trepidava per le imprese di questi eroi, da adulto ha molte probabilità di essere un antimperialista convinto. Taibo che si autodefinisce “ottimista patologico” appartiene a questa categoria: “Vivo in Messico, ma sono nato in Spagna all’epoca del franchismo. Anche se bambino, percepivo confusamente un’atmosfera cupa e censurata. Le persone parlavano a voce bassa e di certi argomenti proprio non parlavano. Forse per questo sono diventato un ammiratore degli eroi di Salgari. Il mio antimperialismo è nato così. Sono un antimperialista salgariano, non leninista. Lenin è troppo noioso”.

Taibo si è scelto i suoi eroi per dire no ad una realtà censurata.
Io voglio vivere nel territorio della libertà. Quale simbolo di libertà è più abbagliante di un principe malese che ha per amico fraterno un rinnegato portoghese con cui si batte contro l’imperialismo britannico?”.

Non può mancare una considerazione sull’Italia, paese che Taibo conosce bene, frequenta spesso e ama profondamente: “L’Italia contemporanea somiglia ad una pessima telenovela venezuelana, recitata da attori vecchiotti e male in arnese”.
Un disastro senza speranza, quindi. Taibo dice di no: “Da ottimista patologico, vi dico di pazientare. Passerà. Il vantaggio di essere un ottimista patologico è che si soffre, eventualmente, solo alla fine, mentre chi non lo è soffre prima, durante e dopo”.
Taibo distilla
un rilievo salace anche sulla xenofobia e sul razzismo che hanno infettato l’ex Bel Paese, un tempo paese accogliente e tollerante: “Quando sono ospite dei miei amici dell’Italia settentrionale e voglio fare battute sovversive, rammento loro di essere un ammiratore di Capitan Tempesta: donna veneziana che si fa passare per uomo, sposata con un turco e con un assistente albanese!”.

Taibo rivendica con orgoglio il suo curriculum di adepto salgariano : “Ho letto 63 romanzi di Salgari, il comandante Che Guevara si è fermato a 62!”.

Spiega anche di aver voluto specificare meglio il contesto storico e connotato in modo più accurato la psicologia dei personaggi, elementi che in Salgari erano solo accennati; anche perché “lui scriveva di fretta e molte volte riempiva di lunghi dialoghi inutili le pagine, visto che all’epoca lo pagavano a pagina!”.
Afferma senza reticenze che gli piace il mondo avventuroso salgariano perché detesta la letteratura prevedibile: “Se dopo le prime 30 pagine di un romanzo capisco già come va a finire, lo getto dalla finestra”. La letteratura per Taibo “è un duello intellettuale tra autore e lettore, un duello di intelligenza che voglio vincere in modo onesto, non con i trucchetti che utilizza per esempio Agatha Christie”.

Chi crea un eroe letterario, in fondo è quell’eroe. Come diceva Gianluigi Bonelli (certo ispirandosi con molta autoironia a Flaubert/Bovary) papà del ranger più famoso del West (difensore dei diritti degli Indiani contro gli intrighi dei politicanti e la sedicente civiltà del progresso dei colonizzatori): “Tex Willer sono io”.
Dunque, questo redivivo Sandokan che pagina dopo pagina si mostra sempre più brillante e ironico (quasi per rendere la pariglia all’incorreggibile Yanez) assomiglia a Ignacio Paco Taibo II. Emilio Salgari non si offenderà per questo.
Sottovalutato in patria da vivo e da trapassato, anche per incauti accostamenti a Giulio Verne (“Salgari è infinitamente superiore a Verne”, sostiene convinto Taibo), il povero giornalista veronese sorriderebbe orgoglioso se sapesse che in America Latina è un autore venerato da generazioni di lettori adoranti (tra cui lo stesso comandante Che Guevara, come già rammentato). Giusto tributo ad un antimperialista, forse inconsapevole, che disprezzava gli effetti schiavistici di quello che oggi i manager rampanti chiamano ‘libero mercato’ e che, sorta di luddista, lo rendeva scettico sui prodigi delle macchine, intuendo che l’uomo avrebbe seppellito le proprie vere virtù sotto il feticcio falso e perverso del progresso tecnologico.

La Tigre della Malesia del III millennio è l’espediente letterario che ci consente di affrontare un’epoca buia e oscurantista. Non solo in Italia, ma a tutte le latitudini, i cittadini soffrono a causa della mala politica, della mala finanza, della mala industria, espressioni dei neoimperialisti che vorrebbero disporre del pianeta e delle relative risorse come di un giocattolo personale e privatissimo.
In questo momento oscuro per la storia dell’umanità, l’ottimista patologico Taibo II ha una sola ricetta, convinto che prima o poi le tenebre saranno squarciate: scrivere romanzi d’avventura con eroi capaci di combattere e sconfiggere le forze del male; perché “questi poveri imperi governati da imbecilli, non possono uccidere un mito”.
Il feuilletton post moderno come rito apotropaico, come estrema forma di resistenza culturale e intellettuale contro le brutture del mondo contemporaneo.

A noi non resta che leggere con immutato entusiasmo queste avventure.
Forse le immortali Tigri della Malesia ci trasmetteranno per osmosi (dalla pagina scritta ai nostri cuori) il coraggio di batterci contro i nuovi imperialismi, accelerando l’approdo ad una Mompracem di concordia e giustizia per l’intera umanità.

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