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Primo Levi, la fantascienza contro la realtà capovolta dei lager
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 16 settembre 2016

 

 di Hermes Pittelli ©

 

 I romanzi gialli o noir, nella accezione più moderna, nelle mani di alcuni grandi romanzieri, sono uno strumento critico, una sorta di cavallo di Troia letterario, per analizzare al microscopio e per sferzare senza sconti la società contemporanea, le sue intollerabili ingiustizie, i suoi vizi capitali inconfessabili.

Simenon e Scerbanenco sono maestri e 'mostri' riconosciuti in questo espediente letterario.

Esiste poi il ramo fantascientifico della faccenda che si propone il raggiungimento dello stesso obiettivo, trasportando in un futuro più o meno lontano situazioni e personaggi reali, opportunamente mimetizzati, per bacchettarli a dovere. In questo caso, si parla di romanzi distopici o cacotopici, a seconda delle personali simpatie per John Stuart Mill o Jeremy Benthan, rispettivi inventori dei due neologismi, termini entrambi opposti dell’utopia dei sognatori di buona volontà. Citare 1984 di George Orwell appare doveroso, più che scontato.

La necessaria e un po’ vaga premessa torna utile per introdurre un discorso forse sorprendente sulla produzione letteraria meno nota di Primo Levi.

Si tratta delle ‘Storie Naturali’ (ma anche altre storie…) che il chimico torinese, scampato al lager di Auschwitz, cominciò a scrivere in contemporanea alla sua opera prima, ‘Se questo è un uomo’ (1946).

Misteriosamente, la raccolta fu pubblicata da Einaudi (il quale inizialmente rifiutò di dare alle stampe anche il romanzo, ndr) solo 20 anni dopo, nel 1966 (tra l’altro, firmata con lo pseudonimo Damiano Malabaila), fatto che ha spesso contribuito a considerare questi racconti frutto di un momento successivo, magari legato ad un’ispirazione meno debordante o un’esigenza calante di continuare a sondare le cause che avevano scatenato la ferocia nazista in Europa.

Il titolo e il contenuto del primo racconto ‘I mnemagoghi’, i suscitatori di memorie, protagonista il dottor Morandi (“per mia natura non posso pensare che con orrore all’eventualità che anche uno solo dei miei ricordi abbia a cancellarsi”), chiariscono subito la poetica e il traguardo di Levi. Nessun cedimento al ‘divertimento’ letterario, nessuna parziale concessione all’oblio degli orrori patiti, quelli che rendono incompatibile l’esistenza di Dio, con l’esistenza dei campi di sterminio.

Questa ‘rivelazione’, questa veste di narratore di storie brevi, non può che palesarsi al Convento di San Francesco nell’ambito del festival culturale Pordenonelegge17, grazie ad una ispirata lectio magistralis del professor Francesco Cassata, storico della Scienza (autore del saggio ‘Fantascienza?’, Einaudi).

Nel 1971, appare ‘Vizio di forma’, ancora racconti, ancora con l’ingrediente fantascientifico ad amalgamare i colori delle tele immaginifiche dell'autore; una conferma che il ‘laboratorio narrativo’ parallelo di Levi è rimasto attivo per tutta la sua carriera di scrittore. Levi si considera prima di tutto un uomo di scienza, uno studioso di chimica, solo in seconda battuta un artigiano di lettere. Per questo si getta anima e corpo al lavoro in un laboratorio chimico del capoluogo piemontese, mentre nei ritagli di tempo si dedica alla scrittura, anche rinunciando alle pause pranzo o al meritato riposo.

Primo Levi va poi nelle scuole e incontra i suoi compatrioti per tentare di spiegare, forse a se stesso in primis, cosa mai siano stati il nazismo e la ShoahPer questo ha scelto di cimentarsi  con la fantascienza, in aggiunta alla testimonianza diretta; perché se è stato possibile un totale rovesciamento della realtà e dell’umanità come l’abominio dei lager, solo la science fiction può rimettere a posto le cose, ristabilire l'ordine naturale dell'Universo.

Lo conferma lui stesso nel corso di un’intervista apparsa nel 1966, nella quale parla del ruolo fondamentale della memoria e del ruolo ‘anfibio’ della scrittura; si rende conto di essere considerato un sopravvissuto, uno scampato, ma rifiuta di essere etichettato e imprigionato una seconda volta in quel ruolo, rivendica la sua volontà e il suo diritto di esprimere anche altri aspetti della sua identità di uomo e autore. Colpisce la sua ferrea determinazione nel legare la prosecuzione della sua esperienza letteraria alla accoglienza che i suoi racconti riceveranno presso la critica e soprattutto al successo o meno presso la platea dei lettori. 

Primo Levi ritiene le sue storie brevi pilastri della sua produzione narrativa.

In tre racconti in particolare - ‘Angelica Farfalla’, ‘La bella addormentata nel frigo’ (nel quale anticipa la criogenesi e il malato sogno dell’immortalità garantita per via scientifica, ndr), ‘Versamina’ – l’Uomo di Torino parla in modo nemmeno troppo velato degli esperimenti su cavie umane perpetrati nei laboratori dei campi di sterminio; per Levi invece il laboratorio è sì il luogo sacro della Scienza, ma legata in modo indissolubile alla ricerca della Verità attraverso la stella polare dell’Etica. Non a caso, ammira un giovane patologo di nome Renzo Tomatis (uno dei pochi scienziati a battersi davvero contro l’inquinamento, per la tutela della Salute e dell’Ambiente), per il quale si fa garante presso il solito Einaudi, al fine di garantire al giovane ricercatore la possibilità di pubblicare il frutto dei propri studi.

Levi si interessa senza posa al mondo della ricerca, trae ispirazione per i suoi racconti anche dalle teorie di Achille Maria Dogliotti, il primo a ipotizzare la circolazione ematica extracorporea

In tutti i racconti di Levi non mancano mai ancoraggi e riferimenti alla scienza, alla sua terribile esperienza di deportato, all’imperativo categorico che ogni progresso tecnologico debba sottostare alla legge morale non scritta. Forse non è erroneo azzardare che anche lui abbia anticipato di decenni i temi divenuti ormai addirittura salvifici nel III millennio del rispetto della dignità umana, della tutela della Salute e dell’Ambiente.

Primo motore dell’ispirazione di tutta la sua produzione letteraria resta però, come nella tragedia shakesperiana Macbeth, il mondo alla rovescia della criminale persecuzione nazista, con la codardia e l’ignavia dell’Europa intera. Un mondo dominato dalle passioni oscure e dalla violenza, dove anche il bene per trionfare passa attraverso la sconfitta chiamata vendetta, senza che i malvagi, nonostante siano tormentati dagli spettri del rimorso, giungano mai ad un vero pentimento.

Il Male è dunque solo un Vizio di forma?

Nella storia ‘Ammutinamento’, Clotilde dice: “tutto quello che cresce dalla Terra e ha foglie verdi, è gente come noi”. Forse, solo ristabilire il ruolo e il posto dell’Uomo all’interno dei cicli della Natura, potrà redimerlo e salvarlo.

Soprattutto da se stesso

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