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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
La febbre dell’oro nero stende La Repubblica (sulle orme di Passera)
post pubblicato in Ambiente, il 14 agosto 2012


"Ogni uomo ha una precisa responsabilità nei confronti del genere umano e del pianeta Terra, perché esso è la sola nostra casa. Non abbiamo altro luogo, nell'universo, in cui rifugiarci. Ognuno di noi quindi non può venir meno alla propria responsabilità di operare non solo in difesa della razza umana, ma anche degli insetti, delle piante, degli animali che, con noi, abitano questo pianeta".
(Tenzin Gyatso, Dalai Lama)


di Hermes Pittelli ©


 La nuova febbre dell’oro nero miete vittime.
Anche La Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, si schiera a favore della ‘Strategia Passera’: da ottobre, via libera a trivella selvaggia sul suolo e nei fondali italiani. Ragazzi, c’è crisi, non è il momento di atteggiarsi a radical chic in favore dell’ambientalismo. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti, e accende i cuori dalle Alpi al Canale di Sicilia: trivellare!
Pochi, sporchi, maledetti e subito. Pecunia non olet, anche se puzza di zolfo.

Oggi Edmond Dantes e lo scienziato Faria non sprecherebbero anni e fatiche a scavare un tunnel per fuggire dal carcere dell’Isola di Montecristo; troverebbero il lavoro sporco già ultimato dai petrolizzatori. Non si tratta di uno scherzo sulfureo.
La gloriosa Key Petroleum Ltd ha davvero avanzato la richiesta di poter trivellare allegramente tra l’Isola d’Elba e quella resa celebre da Dumas.
E’ solo uno tra le decine di esempi e di scempi che da ottobre potrebbero diventare realtà grazie al piano energetico del governo Monti.
La novità è che La Repubblica, fino a ieri auto proclamata paladina della Democrazia (a Palazzo Chigi albergava un certo Cavaliere, rivale in affari ed interessi di un altro Cavaliere e Legionario d’Onore, De Benedetti), oggi è coricata su posizioni filo governative. A priori, acriticamente.
Non si spiegherebbe in altro modo, l’incredibile reportage (?) firmato da Ettore Livini sull’Italia, Eldorado degli idrocarburi. Toni solenni e trionfalistici, privi di dubbi. Siamo seduti sulla nostra fortuna e non lo sappiamo; abbiamo una ricchezza
t(r)aumaturgica sotto i nostri pedi e non la sfruttiamo a causa di noiose complicanze burocratiche, aggravate da quattro estremisti ambientalisti, nemici dello sviluppo.

Arpe celestiali in sottofondo a sottolineare “il soffio lento e gentile del gas che pulsa”; il ritornello già declamato da Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: la corsa autarchica al petrolio fai da te potrebbe regalarci “mezzo punto di Pil e 25.000 posti di lavoro in più”; in un crescendo che nemmeno Rossini tra fornelli e spartiti, ecco l’immancabile Descalzi, presidente dell’Asso(mineraria) nella manica di ogni politico e giornalista di vaglia, che con registratore di cassa alla mano, gongola: “Raddoppiando la produzione, si libererebbero 15 miliardi di investimenti”.
Cifre e dati liberati nell’aere senza una comparazione, senza una minima analisi dei risvolti negativi. Per tacere, ovvio, di fluidi e fanghi perforanti, anidride solforosa e tutte le gentili sostanze cancerogene riconducibili alle attività petrolifere.
Queste però sono ubbie ambientalistiche, un po’ come la subsidenza, cui accenna Livini, ma quasi in tono canzonatorio nei confronti di chi lancia questi allarmi.
L’Italia non è il Kuwait – concede il giornalista, bontà sua – non galleggia su un mare di petrolio”.
Però. Però c’è la crisi. Rendere il Belpaese un gruviera elvetico ridurrebbe la nostra dipendenza energetica dal 90 all’80%. Una mossa geniale, quindi.
E poi via con i dolori delle giovani multinazionali degli idrocarburi, generose Muse di sviluppo e ricchezza, limitate da una delle piaghe secolari del Paese, non il traffico tentacolare, ma la burocrazia: “Total e Shell hanno avuto bisogno di 400 permessi prima di far partire i lavori a Templa Rossa, in Basilicata”.
Non una parola sullo stato disastroso e tragico in cui versa la Val d’Agri, per non spaventare potenziali investitori stranieri.
Interminabili Odissee burocratiche per scavare sottoterra: nel 2010 sono state fatte solo 35 richieste per nuove perforazioni, il minimo dal 1949 – si duole Livini – di cui 34 per migliorare impianti già attivi e solo una per la ricerca di nuovi giacimenti”. Un autentico dramma, per i poveri petrolizzatori.
A causa di tutto questo, secondo il nobile foglio scalfariano, l’Italia è come le foglie sugli alberi d’autunno, dipende dai capricci e dai vezzi del Cremlino e dalla stabilità geopolitica di Algeria, Libia e Stretto di Hormuz.
Le colpe della nostra schiavitù energetica non sono attribuibili né alla politica, con la classe dirigente più antiquata e corrotta dell’Universo, né all’imprenditoria nostrane, zavorrate con il piombo alla metà del secolo passato. Per carità.
Vuoi vedere che anche in questo settore c’è lo zampino del marciatore Schwazer?
Per spillare il primo barile in Italia servono 11 anni contro i 6 del resto del mondo”.
Nessun cenno sulle leggi molto più rigide in materia di estrazione, sicurezza e sanità vigenti all’estero.
Sul tavolo della direzione generale per le risorse minerarie e geologiche giacciono 120 richieste di perforazione”. I “colossi dell’oro nero” stanno facendo una danza propiziatoria affinché il decreto, chiamato con somma ipocrisia salva-Italia, conceda il liberi tutti alle trivelle.
Ci pensa Descalzi via Livini a fugare ogni dubbio, esplodendo, come spesso capita alle piattaforme e ai serbatoi delle raffinerie, gli ultimi effetti pirotecnici:
Serve un patto per lo sviluppo (il famoso trucco dei mattatori, il Compromesso!) tra tutte le parti in causa. Se riusciremo a superare le barriere strutturali e temporali di burocrazia e amministrazione possiamo raddoppiare la nostra produzione nazionale”.
Risultato? 600 milioni di euro in più l’anno per il fisco nazionale e 250 milioni di royalties per le casse di Regioni e Comuni”.
Anche in questo caso, cifre gentilmente offerte da Assomineraria, senza altri parametri, senza cenno ai costi sociali, sanitari, ambientali di questo tripudio fossile. Nessuna menzione per le fonti rinnovabili, con l’Italia clamorosamente fanalino di coda del Vecchio Continente, nonostante l’invidiabile posizione geografica e nonostante fino alla prima metà degli anni ’80 del 1900 fosse all’avanguardia nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Livini, che si emoziona per questo “pieno d’energia autarchica all’Italia spa”, offre ai lettori una panoramica con tutti i presunti vantaggi della corsa all’estrazione del petrolio italico, ma evita in modo accurato di esporre i costi e i danni che questa strategia comporterebbe. Se questo è un reportage: sembra un comunicato di Assomineraria, vagamente imbellettato e infiocchettato per risultare appetibile al volgo e costituire l’ennesimo ultimatum per esecutivo, politica e amministrazioni; le quali, come appurato in Abruzzo non hanno nemmeno bisogno di incentivi per inginocchiarsi al cospetto dei Colonizzatori dell’oro nero.

Restano amarezza e sconforto. Il governo incostituzionale Monti, governo d’emergenza e ‘salute pubblica’, sarà anche formato da plurilaureati che conoscono l’inglese e hanno girato il Pianeta, ma non riesce a liberarsi dai consueti difetti genetici.
Benedetta Fisiognomica: l’antica furbizia all’italiana.

L’oro nero Eni e gli artisti caduti dal pero
post pubblicato in Ambiente, il 18 giugno 2012


 

di Hermes Pittelli ©

 

 Eni scatenata e senza museruola.
Nuovi scintillanti spot, nuovi miraggi di ricchezza diffusa, creati dal pifferaio inquinatore Paolo Scaroni, intervistato in ginocchio come da prassi (o da contratto?) dai paladini dell’informazione e della democrazia (La Repubblica, venerdì 15 giugno 2012).

I momenti di crisi possono essere interpretati come opportunità. Anche da chi non persegue nobili obiettivi. Si può optare per una palingenesi e per la costruzione di un vero Progresso, oppure per arraffare senza rispetto tutto quello che si può contenere nelle fauci; lasciando macerie, degrado, distruzione e malattie alle generazioni future.
Il cane nero a sei zampe si distingue sempre nella seconda ipotesi. Ecco quindi la campagna cialtrona e ipocrita dei week end economici con la benzina scontata nelle ‘Eni station iperself’ (?), per “dare un passaggio agli italiani” e per favorire la ripresa del famigerato pil.

Un aiuto agli italiani in un momento difficile, come Mattei nel 1960”, Scaroni dixit.
L’amministratore delegato, cui nessuno del governo tecnico parsimonioso pensa di tagliare lo stratosferico stipendio, blatera di progetti Eni per un totale di 8 miliardi di euro e attacca ancora una volta l’inviso limite di 12 e/o 5 miglia marine dalla costa per le trivellazioni; secondo lui, un danno per i petrolizzatori, un lacciuolo burocratico solo italiano (peccato che negli Usa, ad esempio, la legge fissi il limite a 100 miglia!).
Per sommo pudore, non lo dice, ma si aspetterebbe dalla politica tutta e da palazzo Chigi una norma costituzionale per riscrivere così l’articolo 1 della nostra legge fondamentale: L’Italia è una repubblica petrolifera fondata sull’Eni. La sovranità appartiene alla dirigenza a sei zampe che la esercita nelle forme decise da sé e senza limiti”.

Nel frattempo, a chi viene affidato il compito di promuovere sui media la nuova via all’Eldorado della creatura assemblata da Mattei? A Rocco Papaleo, attore lucano, vecchia volpe dei palcoscenici, ma vecchia conoscenza anche per gli attivisti e gli scienziati ambientalisti che da anni si battono contro la petrolizzazione del Belpaese. Nel 2010 “l’eclettico insicuro” (coincidenza, anche lui intervistato da La Repubblica, domenica 17 giugno 2012), tenace e ammirevole nella gavetta tra turni di lavapiatti, spettacoli di mimo e nottate artistiche tra Roma e Milano, gira il suo primo film da regista, Basilicata Coast to Coast (premiato con due Nastri d’Argento, per la miglior regia esordiente e per la miglior colonna sonora).
Un road movie nel quale un gruppo d’amici di stanza a Maratea decide di partecipare al festival del teatro canzone di Scanzano Jonico; non percorrendo la comoda statale 653 ma camminando a piedi dalla costa tirrenica a quella jonica per riscoprire antichi sentieri, la propria identità e il volto di una regione che non esiste più. Un affresco corale, delicato e bucolico di una Basilicata che in effetti non esiste più davvero. Gli spettatori più avveduti all’epoca sono balzati sulla poltroncina leggendo tra i titoli di coda che la meritoria opera era finanziata, tra gli altri, dalla multinazionale petrolifera Total.

Il Papaleo dichiara commosso che “non smetterà mai di avere dentro le proprie origini, anche se il viaggio che ho davanti mi porta altrove”. Ebbene, lo sguardo dell’attore che a febbraio, assieme a Gianni Morandi, ha presentato il festival di Sanremo sponsorizzato dall’Eni (eccesso di coincidenze! qui la lettera aperta che la Professoressa D’Orsogna proprio in quei giorni ha scritto sul proprio blog all’artista), negli anni di sacrifici forse è stato colpito da miopia, non solo in senso oculistico. Un lucano, a meno che non abbia richiesto affiliazione alla tribù dei LuchEni, non può non sapere che la Basilicata è stata letteralmente distrutta dai petrolizzatori: assicura l’80% del greggio estratto in Italia anche se questo ‘oro nero’ soddisfa solo il 6% del fabbisogno energetico nazionale, le trivelle hanno invaso parchi naturali, aree in prossimità degli ospedali, inquinato le falde acquifere, annichilito l’agricoltura, generato l’impennata dei prezzi di ogni merce e/o bene di consumo, tra cui, per grottesco contrappasso anche quello della benzina, ridotto in miseria un popolo cui era stato promesso il miraggio della ricchezza stile emirati arabi.

La marcia Coast to Coast forse richiama, anche inconsapevolmente, l’esodo della famiglia Joad dall’Oklahoma alla California sulla leggendaria Route 66, ma in chi ama davvero la Basilicata lascia solo furore per una storia che nei sogni approdava ad un epilogo diverso; e che ora, forse, è arduo e tardivo riscrivere.


NON SOLO PAPALEO

Il casus Papaleo è eclatante, ma non unico. Si potrebbero citare decine di nomi appartenenti al mondo dell’informazione (es: Ferruccio De Bortoli, Lucia Annunziata), della cultura (es: il rettore di Ca’ Foscari, professor Carlo Carraro), della scienza e della medicina (es: Umberto Veronesi), dello sport (ah, gli atleti, soprattutto i calciatori, sempre pronti a schierarsi nella metà campo sbagliata) gentilmente sovvenzionati da Eni. Il cane nero a sei zampe, sorta di Mecenate post moderno, in cambio della generosità chiede e ottiene fedeltà e ubbidienza cieca e assoluta al proprio regime imperialistico, a quella che i manager definirebbero nel loro gergo da clan, ‘mission aziendale’.

Per loro fortuna e nostra massima colpa, la memoria storica è labile e pronta a rimuovere in fretta.
La lista degli artisti che sono stati e sono lieti di indossare magliette e caschetti griffati Eni è lunga; per correttezza, qualche esempio con nomi e cognomi:
Claudio Bisio, l’ineffabile, il brillante, ironico (com’è trendy questo aggettivo…), istrionico presentatore di numerose edizioni del cabaret televisivo Zelig (perfetto il riferimento al camaleontico personaggio inventato da Woody Allen, in grado di adattarsi e assumere le sembianze più consone ad ogni mutamento esterno) è stato protagonista di uno spot del 2004 per pubblicizzare l’acquisto delle azioni Eni.
Chi lo rammenta?
In tempi più recenti, anno 2009, anche l’impegnato, schierato, popolare attore romano Massimo Ghini non ha resistito al fascino del cane nero a sei zampe.
In fondo, quale altro volto più adatto del suo, capace di calarsi nei panni di Enrico Mattei per una prestigiosa fiction Rai e “privilegiato, onorato, emozionato” dopo essersi seduto a favore di telecamera dietro la storica scrivania appartenuta al fondatore di Eni?
O ancora, Ilana Yahav, rivoluzionaria e fantasiosa pittrice con la sabbia (bituminosa?); nel 2010 il filmato che propagandava i comandamenti del cagnaccio - “Innovazione, collaborazione, rispetto, cultura; con queste parole lavoriamo in oltre 70 paesi per portarvi energia” l’idilliaco quadretto – divenne, anche grazie alla canzoncina accattivante, una sorta di tormentone del piccolo schermo.

Possibile che tutte queste persone vivano sotto la campana di vetro del loro autoreferenziale microcosmo professionale? Possibile che non abbiano coscienza civile ed ecologica? Possibile che in nome dell’interesse egoistico (la visibilità, l’indubbia capacità remunerativa di Eni) non coltivino l’aspirazione e la lodevole, questa sì, ambizione di spendersi per il Bene Comune?
Questi artisti, queste persone appaiono come ingenui primitivi ancora rinchiusi nella caverna del mito platonico, ‘ominini’ non ancora caduti dal pero di un illusorio mondo senza male, senza vizi capitali.

Concediamo loro il beneficio del dubbio, concediamo loro la libertà di essere incoscienti ed ignoranti. Ma l’ignoranza non è ammessa al cospetto delle leggi umane, a maggior ragione di fronte a quelle della Natura. Se invece fossero in possesso di consapevolezza, la loro colpevolezza sarebbe grave e conclamata all’ennesima potenza: sarebbero i soliti furbastri, lanciatisi propria sponte dal pero per destreggiarsi abilmente al servizio di chi li vuole, alla bisogna del miglior offerente; che non può essere il Cittadino, non può essere l’Ambiente.

Scajola contro Celentano, ‘balle’ atomiche a go go
post pubblicato in Ambiente, il 3 gennaio 2010
Celentano scrive a La Repubblica e spiega perché con il nucleare l’Italia rischia di giocarsi definitivamente la propria integrità ambientale. Apriti cielo. Uno dei mastini del governo, il ministro per le Attività produttive, gli risponde per le rime, dicendogli di limitarsi a fare il cantante. E citando come fonte scientifica pro atomo il solito professor Veronesi


di Hermes Pittelli ©


L’ex ragazzo della via Gluck non vuole il nucleare in Italia. Preferirebbe continuare a godere di campi verdi incontaminati e ruscelli limpidi, non avvelenati da scarichi industriali.
Del resto, anche gli italiani con un referendum nel 1987 avevano sonoramente bocciato il ‘progresso’ atomico.
Qualche settimana fa, il Re degli Ignoranti si è permesso di scrivere una lettera aperta al quotidiano La Repubblica.
Una missiva nella quale l’autentico inventore del rap, ambientalista da sempre (basti pensare a suoi lungometraggi come ‘Serafino’), spiega le ragioni della sua contrarietà al business atomico che tanto piace a questo governo e ai suoi amici interessati al giro di appalti.
Naturalmente, il povero ‘figlio della Foca’ attira immediatamente su di sé gli strali del partito dell’atomo; il giorno successivo, uno dei mastini dell’esecutivo, Claudio Scajola, replica piccato e con un senso dell’ironia diffuso tra politicanti e amministratori italici. Ovvero, invece di rispondere nel merito delle questioni, aggrediscono il malcapitato che ha avuto l’ardire di formulare una critica o una domanda; di solito la veemenza della replica è direttamente proporzionale alla vaghezza di nozioni sulla materia in questione.
Celentano insomma deve rassegnarsi al ruolo di uomo di spettacolo, la sua gabbia sociale da cui non deve permettersi destabilizzanti evasioni. Per Scajola l’Adriano nazionale è un grande cantante (“un poeta”), ma non ha la dignità di cittadino (“perde l’ispirazione e il tocco magico quando scrive in prosa”). Quindi non gli spetta la licenza di partecipare attivamente alla vita della polis. Per deduzione, se questa è la sorte di un italiano spesso sotto la luce dei riflettori, un cittadino semplice, con un lavoro che non prevede rilevanza pubblica o mediatica, deve limitarsi al ruolo di consumatore (altrimenti il pil soffre) e ‘vergatore’ di schede elettorali.
Una tesi che in un paese normale solleverebbe un coro popolare di proteste, soprattutto se l’autore fosse figura con incarichi istituzionali; in Italia, per fortuna, per non turbare il manovratore di turno, vige la regola del silenzio (anzi del chiacchiericcio da tg1, sostituto ufficiale del bar sport, infarcito di pettegolezzi e sciocchezze varie).

Scajola paladino dell’energia atomica racconta ‘balle radioattive’.
Chissà perché l’esecutivo simula di non aver ancora deciso l’elenco dei siti che dovrebbero ospitare le centrali nucleari, quando l’amministratore delegato di Enel, Carlo Conti, ammette che lo conosce, ma non lo rivelerebbe nemmeno sotto tortura: le fortunate località sono probabilmente le stesse che erano state predisposte prima del referendum estremista ambientalista del 1987. Qualche stratega politico deve aver immaginato che annunciarle con anticipo rispetto ad un’importante tornata elettorale regionale avrebbe potuto causare qualche calo di popolarità e soprattutto di voti.

In compenso però, si spande nell’aere l’odore dei soldi; come già sapevano gli antichi romani pecunia non olet. Come se per guarire magicamente i danni all’ambiente e alla salute dei cittadini fosse sufficiente rimpinguare le casse comunali (prima però opportunamente svuotate con provvedimenti demagogici, tipo l’abolizione dell’ici sulla prima casa).
Scajola sostiene sia difficile replicare a “un tale cumulo di banalità” espresse da Celentano sul nucleare.
Non è invece difficile smontare punto per punto le tesi del ministro delle Attività produttive.

Scajola sostiene che le centrali sono necessarie perché non emettono gas serra. Sostiene che i reattori nucleari sono necessari per smantellare le centrali a gas, a carbone, a petrolio, quelle sì “certamente inquinanti” (quindi, almeno su questo siamo d’accordo: ora dovrebbe informare la sua collega Prestigiacomo).
In verità, può darsi che la centrale durante il funzionamento non emetta gas serra, però per lavorare ha bisogno di combustibile nucleare e qui cominciano i guai: per ottenere questo combustibile si utilizzano comunque fonti fossili. Ad esempio, per alimentare un reattore in grado di produrre 1000 kw/h di energia elettrica, si utilizzano 200 kw/h di idrocarburi con relativa quantità di emissioni che finiscono in atmosfera.

Scajola sostiene ci siano attualmente 450 reattori attivi nel mondo (“mettendoli in fila 15.000 anni di funzionamento, la fonte di energia che ha causato meno danni all’uomo e all’ambiente”; il ministro evita accuratamente di parlare degli incidenti e soprattutto delle scorie nucleari). Vero, non specifica però che l’opzione nucleare non riscontra molto successo in Occidente; e che le centrali in fase di realizzazione si concentrano soprattutto nell’Est europeo, in Estremo Oriente e in qualche paese dell’Africa.

Scajola sostiene che le centrali sono sicure e “non possono esplodere”. Scajola non dice però che sono sicure da un punto di vista ingegneristico quelle di quarta generazione, non quelle di terza che riguardano l’Italia; né si premura di informare i cittadini che non esiste alcuna sicurezza rispetto ad altri fattori: negligenza umana (in Francia, da cui acquisteremo la tecnologia nucleare, nel 2008 nel giro di un mese si sono verificati quattro incidenti riconducibili a errori umani), gestione dei rifiuti radioattivi (le scorie tornano inerti dopo centinaia di anni), attacchi terroristici (lo scenario sarebbe talmente apocalittico che al momento nessuno riesce a prefigurarlo e il Mit di Boston ha redatto un documento ufficiale per spiegare che un livello di sicurezza così alto non è testato).

Il delicato argomento dello stoccaggio delle scorie ricade nella commedia all’italiana, ci si affida alla cabala e allo stellone, si accende un cero a Padre Pio o alla Madonna; gli Usa sul loro territorio hanno individuato un solo sito adeguato, in mezzo al deserto del Nevada (senza dimenticare, che hanno rifiutato di smaltire nostre scorie vaganti per il globo da qualche anno e che non riusciamo a rifilare proprio a nessuno).

Scajola poi si guarda bene dallo spiegare come mai i privati, in nessuna parte del mondo, vogliano investire nel business nucleare; non dice che il nucleare non renderà le bollette più leggere, né assicurerà all’Italia l’indipendenza energetica (non disponiamo di giacimenti di uranio; l’uranio si sta esaurendo come il petrolio e negli ultimi 8 anni il suo prezzo è decuplicato; il nucleare, a regime, coprirà solo il 10% del fabbisogno elettrico nazionale); i costi del nucleare ricadono interamente su chi paga le bollette (stiamo ancora pagando lo smantellamento di quelle bocciate con il referendum del 1987; una centrale ha un tempo ingegneristico di costruzione di 5 anni, ma un tempo reale di 15, un ciclo vitale medio dal momento dell’allaccio alla rete elettrica di circa 17 anni e di altri 15 anni per lo smantellamento e la messa in sicurezza: solo il costo di costruzione si aggira ‘nominalmente’, nel senso che poi con certezza matematica lievita, sul miliardo e mezzo di euro).

Ma l’argomento più formidabile che Scajola utilizza per smentire Celentano e propugnare l’atomo come panacea di tutti i nostri mali è l’opinione dell’oncologo prezzemolino Umberto Veronesi (consigliata una panoramica sul sito dello scienziato per passare in rassegna i suoi sponsor).
Scajola scherza dicendo “sarò all’antica, ma sui temi della salute continuo a dare più credito al professor Veronesi”.
Un professore che dagli studi di Che tempo che fa ha rassicurato milioni d’italiani sostenendo che gli inceneritori sono impianti ad emissioni “zero” (accompagnando l’azzardata affermazione con aulico gesto dell’avambraccio e della mano ‘sinistri’); salvo poi autosmentirsi davanti ad una giornalista di Qui Milano Libera: “non sono un esperto di inceneritori… i miei esperti mi hanno giurato che non ci sono effetti importanti sulla salute… non lo chieda a me, non è la mia materia”.

Sarò all’antica, ma sui temi della salute preferisco non fidarmi di chi ogni tanto veste i panni dello smemorato di Lavoisier (legge di conservazione della massa) e soprattutto di Ippocrate.



La lettera di Adriano Celentano

La risposta di Claudio Scajola


p.s. Le affermazioni sull’energia atomica contenute in questo articolo non sono ‘un’opinione’ dell’autore, ma sono informazioni scientifiche ricavate dal dialogo con il Professor Francesco Gonella, fisico, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia; informazioni frutto di una sintesi di quattro autorevoli fonti internazionali che sicuramente sono conosciute e consultate anche da chi sta sostenendo la necessità del ritorno del nucleare in Italia.

Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica

Agenzia Internazionale per l'Energia

Massachusetts Institute of Technology

Con tutta l'energia possibile

Una lacrima, un po’ di soldi e il morto non c’è più
post pubblicato in Società&Politica, il 28 maggio 2009

Dopo la tragedia alla raffineria Saras della famiglia Moratti comincia l’opera di rimozione, omertà e maquillage. Chi protesta contro i ‘padroni amici’ viene definito comunista ‘post litteram’; i rappresentanti sindacali si guardano in cagnesco.
Le vittime? Morte a causa della propria fretta e imprudenza durante il lavoro.
Di verifica analitica o chiusura dell’impianto non si parla, pecunia non olet; invece, tutela della salute e dell’ambiente ostacolano il dio business. Olé!



di Hermes Pittelli ã

 Qualche lacrima, un po’ di soldi e il morto non c’è più.
La persona deceduta scompare, in tutti i sensi. Ma scompaiono anche le prove scientifiche della pericolosità di piattaforme e raffinerie petrolifere, scompare ogni discorso serio e sensato sulla priorità assoluta della Salute umana e dell’integrità ambientale.

Basta leggere un articolo apparso oggi sul quotidiano La Repubblica, il foglio delle 10 domande a Berlusconi sull’affaire Noemi. Il pezzo dell’inviato a Sarroch, Carlo Bonini, è un capolavoro di equilibrismi. Ma forse sono io a non capire come gira il mondo. Piccola coincidenza, accanto all’articolo compare una bella pubblicità della Pirelli, quella dell’amico Tronchetti Provera (amico di Moratti, ovvio).

Operai sardi in sciopero ma con dolore composto e dignitoso, nessuno dà in escandescenze. Qui non si tratta della Thyssen di Torino, qui non ci sono lavoratori comunisti tranne uno che si permette di gridare “Ci avete rotto i coglioni con la concertazione!” o i pochi che annodano un lenzuolo con una scritta in vernice rossa: “Il nostro sangue per i vostri profitti. Ora basta”.
I rappresentanti delle sigle sindacali un po’ si ignorano, un po’ si guardano in cagnesco. Le Rsu informano ‘la base’ che non ci saranno comunicati. Almeno fino a quando non ci sarà una versione chiara e attendibile sulla dinamica della tragedia.

Sei chilometri più a nord, a Villa San Pietro, in municipio, i Moratti brothers, ospiti del sindaco pd Matteo Muntoni e in compagnia dell’altro pd sindaco di Sarroch, Mauro Cois, ascoltano lo strazio dei parenti delle vittime. E i presenti tengono ad informare che Gianmarco Moratti, presidente della Saras, piange.

A Cagliari, la Procura della Repubblica, apre un’istruttoria contro ignoti. Già, i soliti ignoti.

L’autore del resoconto spiega che qui “la morte di tre operai non funziona da detonatore. Semmai, svela di quale grana sia fatta questa compostezza di pietra che, in meno di 24 ore, ha ridotto la rabbia a un sussurro e messo insieme maestranze e azienda nel dire che la ricerca della verità e delle responsabilità è interesse comune”.
E non finisce qui. “Se qualcosa deve essere fatto per migliorare gli standard di sicurezza, sarà fatto”. A cadaveri caldi e telecamere accese.
Ancora, grazie alla tragedia Saras capiamo finalmente cosa sia il “Morattismo”, “il capitalismo sociale del Padrone amico e dell’operaio responsabile”.
Un po’ come i rapporti anomali e deteriorati tra i padri e i figli di oggi, da quando cioé i genitori si sono messi in testa di recitare la parte degli amici, scaricando ogni responsabilità su rampolli incapaci di coltivarla, abbandonati a se stessi.
Di più, pensate, quasi come in una pellicola di Frank Capra, due anni fa in occasione del 45° anniversario della fondazione della Saras, “i Moratti entrarono in raffineria in tuta blu per sedersi in mensa”. Strabiliante. Toccante. Commovente.

Poi, in mezzo a tanto ‘oro nero’, in mezzo alla nebbia dei fumi di combustione di sostanze di certo non propizie per la salute, ecco un raggio di luce, luce dell’argent, argent de poche; i sindaci Muntoni e Cois, con le pupille a dollaro o a barile, elencano i meriti morattiani: “Sarroch è il comune più ricco della Sardegna per reddito pro capite. Villa San Pietro, nel ’75, faceva 700 anime, oggi 2000”.
Le anime dei trapassati?

Sempre più incredibile. Sarroch si è “sviluppato urbanisticamente attorno alla raffineria, quasi ne fosse un’appendice naturale”. Un bel prodigio di Natura.
E sette su dieci dei suoi abitanti lavorano nello stabilimento”. La generosità, nota universalmente, dei Moratti non si arresta qui. “La Saras sostiene le scuole primarie del territorio. Supplisce con il mecenatismo delle sponsorizzazioni lì dove non arriva il welfare degli enti locali. Lavora con l’Università di Cagliari, la cui facoltà di ingegneria è il suo serbatoio di tecnici specializzati”.
Insomma, tentacoli ramificati ovunque.
Siamo nella Sardegna sud-occidentale, “ma sembra un angolo di Emilia”. Quella degradata e inquinata dagli inceneritori?

Anche le ditte appaltatrici esterne alla Saras diventano ditte della grande famiglia, “per questo le vittime dell’incidente di 2 giorni fa, non sono solo i morti del padrone, ma diventano i morti di tutti. Per questo forse Marco Nappi (Cisl) non sa darsi pace quando sollevando le braccia al cielo, dice che quello che è accaduto qui è surreale”.
Di veramente surreale, c’è solo il contenuto dell’articolo de La Repubblica.

Un peana alla famiglia Moratti, così prodiga e generosa nel regalare benessere ad una terra altrimenti destinata all’arretratezza atavica. Una simbiosi di intenti e destini tra i padroni amici e gli operai e le loro famiglie, tutti uniti per la maggior gloria della Saras. Sindaci plaudenti e gaudenti per il pil e per il reddito pro capite.
Non una parola sull’ambiente devastato dai veleni della raffineria, sulle falde inquinate, sugli incidenti che accadono puntualmente, sulle malformazioni dei neonati, sull’aumento delle patologie tumorali. Un po’ di soldi e la realtà si dimentica, un po’ di soldi e la vita ti sorride. Almeno fino a quando ti resta una vita o non ti ammali. Davvero la popolazione del territorio esulta per questa situazione? Mah.

Ecco un po’ di ‘esempi esemplari’ di quanto l’industria petrolifera regali salute e ricchezza alla popolazione: il polo petrolchimico nel triangolo della morte in Sicilia viene pubblicizzato poco, ma fa sempre molti danni.

Ecco un altro caso di business sardo, il poligono interforze di Perdasdefogu.

Proprio oggi, ironia della vita, giungono notizie di marciapiedi radioattivi a Torino, ma senza pericolo per la salute dei cittadini come afferma precipitosamente il Comune, e dell’ennesima fuga di gas a Gela, guarda un po’, dove da più di un anno i cittadini segnalano spiacevoli olezzi nell’aria che sono costretti a respirare. Anche qui, naturalmente, tutto a posto e nessuna minaccia per la cittadinanza (dunque, perché evacuare 1000 persone?).

C’è anche chi in Europa, a pochi chilometri da noi, effettua scelte consapevoli e lungimiranti. E poi vienne additato come rivoluzionario, come modello cui aspirare, perfino dai padani che invidiano e vorrebbero copiare il ‘progetto Andalusia’.

Quando la Professoressa Maria Rita D’Orsogna – non so per quale sorte divina mi considera interlocutore degno della Sua attenzione - mi racconta la realtà di Los Angeles, io commento sempre che mi sembra fantascienza, comparandola con il triste orizzonte italico. In California l’amministrazione chiede ai propri cittadini come immaginano e come vogliono la loro città del 2030, chiede perfino quale sia il criterio più funzionale da adottare per disegnare le strisce stradali che delimitano i parcheggi! Fantascienza, appunto.

In Italia, abbiamo una maggioranza di governo (e una maggioranza nell’opposizione) che predilige puntare sul petrolio, combustibile fossile che tra 15 anni si esaurirà a livello mondiale, lasciando in eredità alle giovani generazioni un Paese completamento avvelenato da sostanze letali, gran parte delle quali non bonificabili.
I politicanti, nel loro criminale e criminoso delirio di onnipotenza, credono di farla franca, credono che i problemi della devastazione ambientale non possano tangere le loro rivoltanti persone, né quelle degli incolpevoli familiari che li circondano.

Berlusconi, l’ennesimo villone della sua brillante carriera, non lo ha acquistato a Siracusa, irrimediabilmente annichilita dal petrolchimico dell’ambientalista Prestigiacomo, ma a Taormina; in quella Taormina che ha rifiutato l’oro nero per puntare su cultura, natura e turismo paradisiaco.

Valutate voi quale sia stata la decisione più saggia.
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