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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Inter, lo scudetto puzza... di petrolio
post pubblicato in Diritti, il 21 maggio 2009

Leggenda popolare vuole che i milioni di euro spesi da Moratti nel giocattolino di famiglia provengano dalle sue aziende. Come la raffineria Saras, in Sardegna. Peccato che molte di quelle risorse arrivino dalle tasche degli italiani che pagano le bollette della luce. Grazie anche al famigerato e truffaldino Cip6.
Intanto, la raffineria inquina e mette a repentaglio la vita degli operai e dei cittadini...





di Hermes Pittelli ã

 Gli italiani, anche i non interisti, non lo sanno. Eppure potrebbero chiedere a Massimo Moratti di farsi prestare per le proprie partitelle del giovedì sera o per rinforzare la propria squadra di calcio amatoriale un polpaccio di Ibraihimovic o una coscia di Muntari.

Il munifico patron nerazzurro ha condotto negli ultimi anni campagne acquisti faraoniche per la Beneamata, assicurando ai suoi pupilli e ai suoi allenatori un monte ingaggi stratosferico.

Però quei soldoni non sono esattamente tutti suoi o provenienti dalle sue aziende, come vuole la leggenda popolare alimentata dai media compiacenti.

Molte di quelle risorse transitano attraverso le fabbrichette morattiane, è vero, però provenienti dalle tasche dei contribuenti, come sempre all’oscuro di tutto.

Come? Attraverso il pagamento delle bollette della luce e grazie alla truffa del Cip6.

L’intuizione fu di papà Angelo Moratti, già presidente della gloriosa Inter targata HH (Helenio Herrera): nel 1962 decise di fondare una società petrolifera, la società che permette ai Moratti un’agiata vita da nababbi dell’oro nero.

La raffineria fu costruita a Sarroch, in provincia di Cagliari. Se vi collegate a Google Earth grazie alle immagini dal satellite vi potete rendere conto che gli impianti sono più grandi dell’intero agglomerato urbano.

La Saras, grazie alla propria dislocazione strategica, vanta qualche record: un quarto del petrolio mondiale trasportato via nave transita da qui ed è la raffineria più grande del Mediterraneo per capacità produttiva, in grado di trattare 15 milioni di tonnellate l’anno di petrolio grezzo.

La preziosa materia prima giunge soprattutto dalla Libia (quella che rende sicure le nostre coste) e dal Mare del Nord. Tra i clienti di Saras figurano nomi importanti quali Shell, Repsoil, Q8, Total; Eni, Tamoil che assicurano un sostanzioso giro d’affari. Nel 2005, ad esempio, i ricavi sono stati di 5,5 miliardi di euro per un utile netto di 332 milioni.

Costruire poi squadre di calcio competitive con queste risorse economiche diventa più facile, anche in assenza di reale competenza sportiva.

Ma la punta di diamante della faccenda non è Ibrahimovic, come si potrebbe credere ingenuamente, ma la Sarlux, la centrale elettrica posizionata nella zona sud orientale dell’impianto. La Saras impiega 1600 operai e controlla il 100% della Sarlux.

Grazie alla luce prodotta qui in Sardegna dalla famiglia Moratti, i soldi degli italiani, in modo molto più efficace del teletrasporto di Star Trek, si materializzano sui conti bancari dei campioni (?) dell’Inter.

La Sarlux ottiene energia elettrica lavorando gli scarti della produzione petrolifera, ovvero quello che tecnicamente si chiama ‘olio combustibile pesante’.

Questa sorta di pece semi solida sarebbe un’ottima base per ricavare bitume, invece viene bruciata tramite gassificazione e irrorazione di ossigeno.

Questo è combustibile altamente inquinante, molto più del metano di solito utilizzato nelle centrali elettriche. L’impianto brucia 150 tonnellate di tar l’ora. Oltre a CO2, ossidi di azoto ed emissioni varie, a fine anno la combustione lascia in dote 1.400 tonnellate di scarti tra zolfo e concentrati di metalli, come il vanadio e il nichel”.

Il vero guadagno per Sarlux arriva quando finalmente può piazzare sul ‘libero mercato’ il prodotto finito. L’energia elettrica viene interamente acquistata da un ente pubblico, il Gestore del sistema elettrico (Grtn), che garantisce un corrispettivo doppio al reale prezzo di mercato.

In pratica, gli italiani credono di essere un popolo ‘verde’ (non in senso padano, ma ecologista), di finanziare grazie ad una maggiorazione della bolletta della luce impianti che funzionano con fonti pulite quali sole, aria, acqua; invece, lo stato italiano, che per una volta ha recepito al volo una direttiva comunitaria del 1992 (relativa appunto all’incentivazione delle fonti rinnovabili, provvedimento Cip – Comitato interministeriale prezzi – numero 6), intuendo il potenziale di business, ha aggiunto (quanto sono importanti le parole!) all’aggettivo ‘rinnovabile’ e/o ‘assimilabile’. Un’altra magia italiana si è così realizzata.

I cittadini sborsano fino al 10% in più in bolletta fieri di contribuire alla diffusione di energie pulite, finanziando invece gli sporchi affari dei petrolieri (tra i quali anche la famiglia Garrone di Erg, proprietaria della Sampdoria, o la famiglia dei Brachetti Peretti di Api) che ingrassano grazie a fabbriche della morte, responsabili di inquinare e devastare il territorio e senza alcuna attenzione per la sicurezza e la salute dei propri operai.

Poi è facile ripulirsi la faccia dai liquami di petrolio, grazie ad astute operazioni di presunta beneficienza (in realtà, spietate operazioni di cinico marketing) o allestendo compagini di circenses da offrire in pasto come panem agli italioti medi pallonari; ignari che avrebbero il diritto di stilare la formazione o di giocare nel campetto dietro casa con Balotelli o Cassano.

Quando vi propinano l’edulcorata favoletta dell’elegante e generosa famiglia Moratti dovreste rabbrividire.

La signora Letizia si è fatta curare l’immagine da Red Ronnie (cercate su YouTube il video celebrativo che l’ex critico musicale anticonformista ha realizzato pro sindaco di Milano), il presidente dell’Inter nonché amministratore delegato della Saras, Massimo, si prodiga in campagne umanitarie.

In Sardegna, grazie alla loro raffineria modello, si verificano mutazioni del Dna: nascono pesci con due teste, persone di 30/40 anni non fumatrici e senza storie di cancro in famiglia, sviluppano patologie tumorali e si ammalano di leucemia.

L’Inter celebra il quarto scudetto consecutivo in Italia (“Siamo nella Storia!”, senza tralasciare l’ennesimo flop europeo, però), occulta con eleganza degna di una finta di Figo l’origine economica di questi presunti trionfi; occulta che molti dei soldi utilizzati per la costruzione della squadra sono dei cittadini, abbandona al colpevole oblio “i danni della salute di chi è costretto a respirare fumi di idrogeno solforato tutti i santi giorni. Diranno che tutto è a norma di legge, ma le norme di legge in Italia non sono minimamente scritte per proteggere le persone, non quando l'OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) dice 0.005 ppm per l'idrogeno solforato e la legge Italiana lascia emettere ai petrolieri 30ppm!”.


Ibrahimovic
, stipendio annuo: 9 milioni di euro.

Mourinho
, stipendio annuo: 11 milioni di euro, 14 con gli sponsor come tiene a precisare lui; gli stipendi annui complessivi di mille precari, secondo un calcolo di Panorama.it.

Valore della Vita e della Salute
di un uomo, operaio della Saras o abitante di Sarroch: zero tituli.



Piccola digressione
:
Qui trovate il trailer del film OIL (durata, 1 h e 10 min.) girato dal regista sardo Massimiliano Mazzotta, lungometraggio autoprodotto che documenta le nefandezze della Saras.
La pellicola doveva essere trasmessa da Sky che poi misteriosamente ha deciso di non mandarlo più in onda. Senza spiegazioni, senza rimandi ad altra data. La Saras ha chiesto il sequestro giudiziario del documentario per contenuto diffamatorio.
Postilla maliziosa: Letizia Moratti, attuale sindaco di Milano, nel 1999 ha ricoperto la carica di amministratore delegato di Sky Europa.
La rimozione del film di Mazzotta dal palinsesto di Sky può essere catalogato alla voce ‘gesti cavallereschi’ da parte di Rupert Murdoch? Chissà...

Fonti: Altreconomia, Maria Rita D’Orsogna, La Nuova Sardegna
Affaire Balotelli, quanta ipocrisia!
post pubblicato in Divagazioni sportive, il 21 aprile 2009


(nella foto: tifoso interista durante l'era Moggi.
Fonte: Google Immagini)


di Hermes Pittelli ©


 Alle solite. Balotelli, vittima di cori e ululati razzisti durante l’insignificante Juve-Inter, diventa un affaire di stato, non solo di pseudo-sport. Soprattutto per coloro che hanno la memoria corta e un bell’armadio capiente pieno di scheletri; soprattutto per i tanti pigmei con la codona di paglia che ammorbano il calcio e il Paese.

Moratti, avresti ritirato la tua invincibile armata (ma in Europa e nel mondo conti come il due di bastoni a briscola) se fossi stato presente all’Olimpico di Torino, ma cosa hai fatto di concreto quando i tuoi amati e delicati ultras dileggiavano in modo altrettanto incivile il difensore ‘abbronzato’ (come direbbe il capo del governo) del Messina, Zoro (attualmente emigrato in un piccolo club portoghese)?

Dove erano i soloni del pallone nostrano (Abete, Matarrese, Campana... quali pulpiti) che ora chiedono la sospensione degli incontri per i cori razzisti quando le partite causavano i morti e i feriti negli stadi (episodi che tra l’altro continuano a verificarsi) e poi con il muso finto costernato proclamavano che show must go on?

In passato, nessuno ha mai scomodato il razzismo per bollare l’idiozia di pochi idioti. Periodicamente i media nazionali riesumano la storia del povero israeliano errante Rosenthal rifiutato dall’Udinese causa antisemitismo della Curva Nord; nessuno, nemmeno all’epoca, ha per esempio mai condannato tutti i tifosi del Napoli presenti al San Paolo durante una partita contro la Juve quando al malcapitato difensore bianconero Julio Cesar (brasiliano, anche lui ‘abbronzato’) mentre veniva trasportato fuori in barella, dagli spalti lanciarono di tutto: insulti, arance, lattine, bottigliette, monetine (le stesse che permisero al Ciuccio di aggiudicarsi uno scudetto).

Oggi è di moda la battaglia contro il razzismo. Fa audience, conferisce un’aura di rispettabilità, fa cassetta, permette vetrine mediatiche a costo zero e grande ritorno di immagine. Figuriamoci se i politicanti dello sport e quelli del Parlamento non la cavalcano, figuriamoci se i media nazionali, sempre sensibili al fascino del potere (vi farei ascoltare i commenti di certi giornalisti tifosi all’interno dell’intimità delle proprie redazioni), non si offrono spontaneamente come cassa di risonanza.

Anche la morale e l’etica sono ormai strumenti, da estrarre dal cassetto e lucidare solo quando fa comodo, solo quando c’è una convenienza da realizzare.

Materazzi per anni è stato bersagliato con lo stesso trattamento, eppure è italiano di carnagione bianca. Sissoko è nero, gioca nella Juve ed è uno degli idoli attuali del tifo di Madama. Come la mettiamo? Forse, azzardo un’ipotesi, l’atteggiamento dei tifosi avversari è influenzato in certa misura anche dal comportamento dei giocatori in campo. Kakà, ad esempio, è un fuoriclasse molto temuto, ma non mi sembra venga accolto negli stadi con minacce e insulti: questione di correttezza e di stile.

In passato, grandi campioni – Platini, Zico, Van Basten – erano visti come spauracchi dai sostenitori delle formazioni che li affrontavano, ma spesso venivano salutati con applausi scroscianti se riuscivano a confezionare qualcuna delle loro magie. Quindi?

Quindi sarebbe meglio parlare di un problema di carenza di educazione e cultura dell’intero Paese, non solo dello sport o del calcio. Moratti e Mourinho insegnino il modo di comportarsi a questo arrogante bambino e poi si permettano di obiettare sugli atteggiamenti dei tifosi italiani.

L’Italia, fuori dai ritratti oleografici e folcloristici, è un paese profondamente razzista e fascista. Lo è con i suoi stessi abitanti, con i propri cittadini indipendentemente dal pigmento epidermico o dall’etnia d’origine. Vogliamo parlare del derby capitolino, di quello che accade ogni volta che si confrontano Lazio e Roma (cronaca recentissima, per chi non ha paraocchi o resetta la memoria a responsabilità limitata)?

Siamo un popolo ormai corrotto dalla scientifica demolizione della scuola, delle famiglie che hanno abdicato dal proprio ruolo di educatrici di persone e cittadini esemplari, delle istituzioni che ormai sono solo manipoli asserviti alle lobbies del potere economico.

Un popolo ignorante, disinformato, disgregato è molto più malleabile e facile da controllare, plagiare, comandare.

L’affaire Balotelli è solo l’ennesima foglia di fico per coprire le nostre vergogne endemiche. Questo ‘caso’ si smonterà da solo quando i titoloni sui giornali non faranno più vendere un maggior numero di copie; per passare in fretta ad un’altra emergenza, a una notizia più accattivante e 'smerciabile'.

Un gara a porte chiuse per la Juventus è una sanzione inutile, squalificare gli stadi o i tifosi è inutile; perché è l’intero Pease che è squalificato.
E continuerà ad essere pecora nera in tutti i campi fino a quando non deciderà davvero di risolvere i propri problemi alla radice.

La piccola Udinese oscura le presunte ‘Grandi’
post pubblicato in Divagazioni sportive, il 13 marzo 2009

di Hermes Pittelli ©

 Che pacchia! Che beffa! Una piccola squadra di provincia ‘salva’ l’onore calcistico del Paese che un tempo si credeva all’avanguardia, almeno nel calcio. I ceffoni ricevuti da Inter, Juve e Roma per mano – anzi, per piede - di formazioni della perfida e tracotante Albione, raccontano un’altra verità. E perfino qualche giornalista italiano ha dovuto prenderne atto.

Altri, invece, continuano imperterriti a fare orecchie da mercante, nel senso che restano saldamente ancorati alle regole del marketing piuttosto che a quelle auree del giornalismo: la notizia del giorno non è l’ennesima rifondazione interista, ma il fatto che la bistrattata Udine sia la capitale calcistica italiana in Europa. Stranamente, però, per un certo foglio rosa il titolone d’apertura è riservato appunto alla nuova lista della spesa compilata da Mou il grillo parlante nerazzurro al suo ‘ingenuo’ presidente.

L’estremo confine nordorientale tricolore assurge al ruolo di avamposto e ultimo bastione di un movimento sportivo che ancora una volta riflette la realtà del Paese che rappresenta: arcaico, obsoleto, felice di sguazzare nei propri luoghi comuni, incapace di un vero colpo d’ala per spiccare il balzo nella modernità, autoreferenziale, pressapochista, superstizioso e tronfio di antichi fasti.

Piccola premessa essenziale: mi autodenuncio, sono friulano. Ma questo non inficia di una virgola il discorso.

I media, controvoglia, sono costretti a menzionare Udine e l’Udinese; sono costretti ad ammettere il fallimento dei presunti grandi club che fanno cassetta e a riconoscere l’abilità e la competenza dei dirigenti di una lillipuziana società di provincia.
Udine, cittadina di 90.000 abitanti, più o meno, quella che assomiglia all’isola di Peter Pan, ovvero non c’è, nel senso che molti italiani non sanno dove sia (a meno che non abbiano fatto la naja in Friuli); quella che per ottenere dignità e collocazione geografica è costretta a spiegare che la si può scorgere sulle cartine tra Venezia e la Slovenia; quella che resta per i friulani nel mondo la capitale della piccola patria; quella che per i grandi e preparati giornalisti nazionali è solo uno sperduto villaggio nel Fr-ì-uli (Frìuli, con accento sulla prima ‘i’; diplomati a RadioElettra???); quella che ha potuto ammirare il leggendario Zico, ma dai potenti media sportivi nazionali viene etichettata ancora oggi ‘razzista e antisemita’ per una sciocca faccenda risalente al 1990 e legata al mancato tesseramento di un carneade del pallone, Ronny Rosenthal, attaccante israeliano poi finito al Liverpool (antisemitismo condensato in una stupida frase di uno stupido quattordicenne su un muro della Curva Nord), mentre in casacca bianconerà approdò Abel Balbo.

Ebbene, l’Udinese della friulanissima famiglia Pozzo e dell’allenatore siculo atipico Marino Pasquale da Marsala, si ritrova sotto i riflettori calcistici continentali: nell’andata degli ottavi di finale di Coppa Uefa si è concessa il lusso di strapazzare la corazzata sovietica Zenit San Pietroburgo, detentrice del trofeo. Tutto questo mentre la blasonate Inter, Juve e Roma si sono lasciate irretire e estromettere dalla Champions dalle ‘tre comari’ britanniche Manchester Utd, Chelsea e Arsenal.

Sotto le arcate dello stadio Friuli, c’è una dirigenza matura che sa ammettere i propri errori e ha il coraggio di non esonerare un tecnico che, dopo i fasti delle prime 9 giornate di campionato, nelle successive 11 raccoglie solo tre punti, senza lo straccio di una vittoria; ed oggi però gode i frutti della buona semina.

A Milano c’è un presidente ricco (ma sarebbe interessante scoprire da dove arrivano realmente tutti i miliardi che il rampollo Moratti utilizza per rimpinguare la collezione di figurine della sua squadra) ma volubile: è divorato da una febbre quasi fisica che in panchina non sieda solo un uomo che, al limite, capisca di calcio, ma sia anche glamorous. Quindi Simoni e Cuper non fanno per lui, non hanno né la fisiognomica né l’eloquio dei personaggi da copertina patinata. Ecco la passione insana per Roberto Mancini, concupito quando ancora era un calciatore. Mancini con il suo ciuffo ribelle alla Sgarbi è elegante e addirittura vincente (anche se i campionati in Italia sono come le situazioni, gravi ma per fortuna non seri), ma a Moratti junior non basta. Brama ardentemente la Coppa argentata dalle grandi orecchie. Ciao Mancini, sei bravo, ma troppo provinciale, non hai carisma internazionale.

Finalmente, ecce Homo, l’uomo per Lui, lo specialone, l’Uomo da 14 milioni di euro (all’anno) e senza nemmeno essere un telefilm americano di successo degli anni ’80.

Ah, Mourinho sì è un allenatore filosofo, un autentico mago che conosce a memoria vita morte miracoli caratteristiche e statistiche di ogni calciatore e di ogni campionato del pianeta, da quello di Subbuteo della provincia di Pordenone fino alla petroleosa lega degli Emirati Arabi. Impossibile fallire, Mou ha la vittoria scritta nel dna. Peccato rimanga ben custodita nella sua doppia elica. L’anziano e saggio Ferguson lo ha imprigionato in un sacco ruvido come il celebre gatto degli improbabili proverbi trapattoniani.

L’Inter special è scialba, 10 uomini dietro la linea della palla e in attacco solo Ibrahimovic in attesa di un passaggio decente da trasformare in magia; quando va sotto, di solito la variante di José consiste nel creare caos disorganizzato inserendo punte centrali a profusione, ma senza qualcuno a centrocampo che sia in grado di offrire sapienza calcistica e una parvenza di manovra ragionata.

Così l’uomo da ‘zeru tituli’ (riferito a Milan, Juve e Roma in una conferenza stampa da storia del cabaret) rischia di restare lui ‘senza tituli’ e se dovesse accadere ad un ambiente che non ha mai davvero superato il trauma del 5 maggio, sai che pernacchie speciali per lui e per chi l’ha ingaggiato spacciandolo per l’erede di Herrera.

Considerazioni su Juve e Roma le rimandiamo ad altro momento; con organici risicati nella qualità ed evidenti errori di preparazione fisica (a proposito, ma il calcio italiano non era superiore anche in questo? Come mai le nostre formazioni a febbraio sono già spompate, mentre quelle inglesi o spagnole che giocano il triplo corrono che sembran lepri?) non potevano fare di più e meglio di così. Sconfortante.

Cosa rimane, dunque, della campagna calcistica europea 2008/09?
Solo l’Udinese, appunto. Magari tra una settimana incapperà in una delle sue solite serate di amnesia e mancanza di personalità, magari sarà poi comunque eliminata ai quarti di finale; ma che meraviglia impartire ex cathedra lezioni di pallone ai paperoni podofili italiani, anche solo per un giorno.

E se dovesse andar male, niente psicodrammi, niente roghi o inchieste parlamentari invocate a gran voce da politicanti a caccia di pubblicità: la gente come noi non molla il taj (documentatevi, fatevi un giro culturale ed enograstronomico in Friuli!). Tutti all’osteria a mangiare polenta e frico, irrorati generosamente da nettare di Bacco, rigorosamente ‘neri’.

Mandi fruz!
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